<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><!-- generator="wordpress.com" -->
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	>

<channel>
	<title>cuentos &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/cuentos/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "cuentos"</description>
	<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 19:02:08 +0000</pubDate>

	<generator>http://en.wordpress.com/tags/</generator>
	<language>en</language>

<item>
<title><![CDATA[Ponyo en DVD, edición especial]]></title>
<link>http://labibliotecadelnautilus.wordpress.com/2009/11/28/ponyo-en-dvd-edicion-especial/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 17:42:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nemo</dc:creator>
<guid>http://labibliotecadelnautilus.wordpress.com/2009/11/28/ponyo-en-dvd-edicion-especial/</guid>
<description><![CDATA[EXTRAS DISCO 1: - Trailer promocional titulos Studio Ghibli - Canta con Ponyo: Karaoke en español Ex]]></description>
<content:encoded><![CDATA[EXTRAS DISCO 1: - Trailer promocional titulos Studio Ghibli - Canta con Ponyo: Karaoke en español Ex]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Texto de Louise Hay]]></title>
<link>http://biopsike.wordpress.com/2009/11/28/texto-de-louise-hay/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 17:28:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>biopsike</dc:creator>
<guid>http://biopsike.wordpress.com/2009/11/28/texto-de-louise-hay/</guid>
<description><![CDATA[Muy cierta esta información que nos comparte esta escritora quien al superar etapas difíciles de su ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:left;"><a href="http://biopsike.wordpress.com/files/2009/11/louise-hay1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-463" title="louise hay" src="http://biopsike.wordpress.com/files/2009/11/louise-hay1.jpg" alt="" width="81" height="114" /></a>Muy cierta esta información que nos comparte esta escritora quien al superar etapas difíciles de su vida y luego convertirse en transformadora de vidas da su testimonio y sus consejos para sobrevivir a todas las adversidades: salud, dinero, amor. Y ser instrumento de paz y luz para los que encuentras a tu paso.</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://sites.google.com/site/biopsike/holismo/ho-oponopono/texto-de-louise-hay">Texto de Louise Hay</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Carlos Fuentes: Aura (1era parte de 5)]]></title>
<link>http://lastresyuncuarto.wordpress.com/2009/11/28/carlos-fuentes-aura-1era-parte-de-5/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 16:00:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>niniasabelotodo</dc:creator>
<guid>http://lastresyuncuarto.wordpress.com/2009/11/28/carlos-fuentes-aura-1era-parte-de-5/</guid>
<description><![CDATA[&nbsp; LEES ESE ANUNCIO: UNA OFERTA DE ESA NATURALEZA no se hace todos los días. Lees y relees el av]]></description>
<content:encoded><![CDATA[&nbsp; LEES ESE ANUNCIO: UNA OFERTA DE ESA NATURALEZA no se hace todos los días. Lees y relees el av]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Curso de Milagros: Lección 331 – Noviembre 27  ]]></title>
<link>http://biopsike.wordpress.com/2009/11/28/cursodemilagros%3alecci%c3%b3n331%e2%80%93noviembre27/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 15:16:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>biopsike</dc:creator>
<guid>http://biopsike.wordpress.com/2009/11/28/cursodemilagros%3alecci%c3%b3n331%e2%80%93noviembre27/</guid>
<description><![CDATA[&#8220;El conflicto no existe, pues mi voluntad es la Tuya&#8221;]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><strong>&#8220;El conflicto no existe, pues mi voluntad es la Tuya&#8221;</strong></p>
<iframe frameborder="0" width="488" height="373" src="http://wpcomwidgets.com/?width=480&amp;height=365&amp;src=http%3A%2F%2Fwww.dailymotion.com%2Fswf%2Fxbazn9%26related%3D0&amp;quality=high&amp;wmode=tranparent&amp;_tag=gigya&amp;_hash=085d4e310acf02862d2dc18e4ee63473" id="085d4e310acf02862d2dc18e4ee63473"></iframe>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il cambio]]></title>
<link>http://editriceffequ.wordpress.com/2009/11/28/il-cambio/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 13:33:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>fre de rics</dc:creator>
<guid>http://editriceffequ.wordpress.com/2009/11/28/il-cambio/</guid>
<description><![CDATA[Erzincan, Turchia centrale, fine agosto 1973 Notte tra martedì e mercoledì Nel buio della tenda, un ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><em>Erzincan, Turchia centrale, fine agosto 1973</em></p>
<p><em> </em><em>Notte tra martedì e mercoledì</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em> </em>Nel buio della tenda, un urlo. Assordante, impossibile, assurdo, non smette più: è un fischio sempre più forte, una sirena, si avvicina, aumenta ancora. Viene verso di noi. Cerco di svegliarmi, ma l’urlo esce dal sogno, rimane reale, cazzo, che cos’è?</p>
<p style="text-align:justify;">Il sacco a pelo è una prigione da cui cerco di scappare, ho i vestiti addosso, le mani si impigliano, urto Maria che si agita e cerca di uscire anche lei. Dov’è la pila?&#8230; poi un po’ di luce lampeggia nella piccola tenda, apriamo la cerniera, ci affacciamo sulla notte. C’è un faro largo e concentratissimo che si muove nella campagna arida, avanza piano illuminando i cespugli accanto a noi, ci affianca e ci passa accanto sferragliando.</p>
<p style="text-align:justify;">È solo un treno, un cazzo di treno che arranca nella pianura. Una sequenza di vagoni bui trainati da una lenta locomotiva diesel con quel faro esagerato. Un mostro meccanico che scorre a pochi metri dalla piccola tenda canadese, e che se ne va via piano passandoci accanto sgangherato e minaccioso. Indifferente allo spavento che provoca. Il fischio è cessato, non c’è più. Il silenzio riprende il suo dominio. Ormai siamo fuori tutti e tre, bassi su quella terra arida, osserviamo il fanalino rosso che si allontana traballando sui binari che ora possiamo vedere.<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Respiriamo, ci guardiamo. Fa freddo, le nostre facce non hanno un bell’aspetto, assonnate e impaurite. Maria ha gli occhi gonfi, i riccioli neri scompigliati, si arrotola intorno alle spalle il sacco a pelo. Gino è ancora a bocca aperta, vedo la barba e il naso lungo e sottile; si alza in piedi e si gira intorno.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ma pensa te – dice – un treno turco, chi aveva visto le rotaie?!</p>
<p style="text-align:justify;">Quel fischio era per noi? Chissà se il macchinista ha visto la nostra piccola tenda nella pianura. Forse ha voluto avvertirci, facendosi sentire come fa quando vede gli animali vicino ai binari, per farli scappare. Lo sferragliare si allontana lasciando un’eco di silenzio. Torna il buio, le stelle riprendono a dardeggiare. Piano piano torniamo dentro, di nuovo nella piccola tana ingombra, cerchiamo di riprendere un posto.</p>
<p style="text-align:justify;">Gino bofonchia dalla sua parte, intravedo appena la tela della tenda a pochi centimetri dal viso, mi stringo a Maria, vorrei proteggerla, sono ancora agitato, ho fame. C’è da aspettare l’alba, non sarà facile dormire ancora.</p>
<p style="text-align:justify;">Domani dovremo cambiare le lire italiane e speriamo bene. Qui non le conoscono quasi, nelle banche accettano solo i dollari o i marchi tedeschi come quelli che mandano a casa gli emigrati, e noi non abbiamo molta scelta. Abbiamo dei dollari anche noi, cambiati in banca prima di partire per il grande viaggio, ma solo in pezzi da cento e non possiamo cambiare cento dollari in lire turche. Al massimo dopodomani saremo in Iran, la mitica nostra meta, la magica Persia dei sussidiari delle elementari. Non possiamo arrivare con una considerevole parte dei nostri soldi convertita in lire turche, sappiamo che là non le vuole nessuno: significherebbe perdere un buon venti o trenta per cento al cambio, e non possiamo permetterlo, sarebbe una cosa da pivelli.</p>
<p style="text-align:justify;">Qualche giorno fa abbiamo provato due volte a cambiare solo dieci o venti dollari del nostro bigliettone da cento, chiedendo il resto nella stessa moneta, ma abbiamo ottenuto solo risate e battute incomprensibili, probabilmente indirizzate alle nostre mamme o sorelle, o alla buona Maria che era con noi. Dovevamo cambiarle assolutamente ad Ankara, la capitale, prima di ripartire, ma invece siamo andati avanti senza poi averlo fatto.</p>
<p style="text-align:justify;">Ieri abbiamo provato a Erzurum, l’unica grande città incontrata, ma le lire italiane non le hanno volute e ai dollari non facevano resto, così noi non abbiamo ceduto e il bigliettone è rimasto nelle nostre mani. Poi si è fatto tardi e le banche si sono chiuse. Io veramente, nell’ultima banca, ero stato sul punto di cedere: avrei accettato di cambiare il centone e vaffanculo, avremmo risparmiato un’altra volta. Almeno la sera avremmo mangiato qualche ottimo stufato turco e dormito da signori. Ancora una volta, quando una situazione non sembra avere vie di uscita non lotto fino alla fine, cerco di essere realista e tengo un profilo basso, non sfido il nemico invisibile, il Caso. Anzi, quasi ci confido, nel caso, cerco di capire i suoi avvertimenti e di seguirne gli inviti; o almeno di non rendermelo nemico. Entrambi i miei compagni però non hanno voluto accettare compromessi, nelle contrattazioni mi hanno fatto essere irremovibile. Ero io a parlare grazie al mio inglese appena meno stentato, loro suggerivano a me quello che dovevo dire, che già facevo fatica anche da solo. La loro insistenza non ha favorito la tolleranza degli interlocutori locali, le facce degli impiegati di banca si facevano sempre più turche. Alla fine non c’è stato verso, siamo usciti senza una lira.</p>
<p style="text-align:justify;">Così siamo andati avanti comunque, anche senza soldi turchi. Dopo aver mangiato qualcosa, per strada eravamo proprio senza. Non c’era altra possibiltà che andare, fare chilometri. Abbiamo viaggiato fino a sera, mangiando in macchina pane schiacciato e un melone giallo e dolce, in quel momento buonissimo.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">-</span><br />
Stavamo percorrendo la grande direttrice dei camion che dall’Europa andavano nella ricca Persia e poi oltre, ma che in realtà era una normale strada asfaltata a due corsie con solo dei terrapieni abbastanza larghi ai lati, come una specie di corsia di emergenza strerrata. In quel tratto attraversava per lo più altipiani aridi e cespugliosi dai declivi dolci ma continui, distese di larghe e basse colline con le montagne lontane sullo sfondo. Non sapevi mai se andavi in leggera salita o in discesa, solo ogni tanto la nostra Volkswagen non andava più, a volte dovevamo mettere la terza. Il fedele maggiolino, solido acciaio tedesco, come diceva Gino. L’avevamo comprato di quinta mano per centomila lire compresa l’assicurazione, apposta per il viaggio. Eravamo partiti con due ruote di scorta, le taniche per la benzina sul tetto e latte di olio da camion di riserva incastrate accanto al motore, come chi andava nel deserto. Già prima di Istambul ci avevano rubato tutto quello che era all’esterno dell’auto, compreso il portapacchi, facendoci guadagnare così in aerodinamica. Incontravamo autotreni lunghissimi, molti dei quali americani, che correvano a tutto gas lanciando potenti sbuffi neri, ma anche carri trainati da buoi o a volte intere greggi che occupavano tutta la carreggiata. C’erano anche macchine moderne, soprattutto tedesche o francesi, che dall’Europa venivano guidate fino in Iran. Era un vero e proprio mestiere importare le auto così, comprarle di seconda mano in Italia o Germania e semplicemente guidarle fino a casa. Buono per gli emigrati che rientravano a casa carichi, o per gli studenti che frequentavano le università in Europa e si procuravano così il passaggio di ritorno. Anche a Firenze c’erano molti iraniani in quegli anni e proprio nella facoltà di architettura avevamo conosciuto Karim e gli altri. Stavano in cinque in un appartamento in periferia, all’Isolotto, e lì avevo preparato un esame con gruppo di studio in cui c’erano alcuni di loro. Erano sempre molto ospitali e forse incuriositi da noi italiani che ci interessavamo alle loro abitudini e al loro modo di stare insieme lontano da casa. Più di una volta ci avevano invitato nel loro paese per l’estate, promettendo grandi accoglienze da parte delle loro famiglie e nelle loro case.</p>
<p style="text-align:justify;">Avevano un senso dell’ospitalità che sentivamo più antico del nostro, e ci pareva che fossero davvero contenti di avere ospiti europei da portare in giro, o forse da esibire a famiglie e amici. In tre o quattro del gruppo accettammo l’invito di andare da loro in Iran durante l’estate: ci mettemmo a fare progetti sempre più esagerati sul possibile viaggio. Loro rilanciavano con promesse di ospitalità in case fresche con giardini e fontane, cibi buonissimi e trattamenti da mille e una notte.</p>
<p style="text-align:justify;">Progettammo perfino di preparare insieme un esame per la facoltà, un esame di urbanistica. Il soggetto avrebbe dovuto essere l’enorme quartiere bordello di Teheran: ci veniva descritto con le sue case, i negozi, i cinema, circondato da una cinta di mura con quattro porte ai lati, vera città dentro la città. I nostri amici iraniani sembravano pronti a tutto, pareva che per loro non ci fossero mai difficoltà, vantavano parenti importanti ovunque. Quando poi passammo dal progettare avventure esotiche svaccati sul divano, ai preparativi per partire davvero, le cose cambiarono, nacquero esitazioni, si paravano difficoltà a ripetizione e nessuno di noi italiani pareva più disposto a osare tanto. Alla fine, quando dissi io ci vengo davvero, Karim e gli altri non arretrarono di un millimetro dalle loro promesse. La grande avventura nacque così. Sapevo che avrei avuto con me Maria, prima vera compagna di vita, mica una fidanzatina da suonare il campanello alla casa dei genitori e aspettarla in strada, mangiare la pizza e andare al cinema per avere un po’ di oscurità da condividere. Con lei non era così, viveva da sola in un’altra città, studiava al Dams di Bologna, era già stata in Grecia con la tenda e il ragazzo, in Vespa. Raccontava che lui per tutto il tempo aveva guidato portando con sé la chitarra appoggiata tra le gambe dietro il manubrio.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando le avevo accennato all’invito di Karim mi aveva risposto subito di sì.Quasi all’ultimo momento si era aggiunto Gino.</p>
<p style="text-align:justify;">Era nel mio corso ad Architettura, ma lo conoscevo tutto sommato poco. Era sempre in evidenza quando c’era da fare casino in facoltà. Parlava al microfono nelle assemblee soffocanti, o nelle riunioni di quell’anno in cui tutto pareva sul punto di prendere fuoco.</p>
<p style="text-align:justify;">Alla fine mi ero trovato a preparare un esame di gruppo insieme a lui e ai persiani e così avevano fatto conoscenza. Loro ovviamente invitarono a casa anche lui, e quando seppe dei preparativi del viaggio, senza che nessuno lo avesse granché invitato, si aggregò subito. Ero perplesso, mi pareva soprattutto che non potesse tollerare l’idea che altri facessero qualcosa di grande senza di lui. Che potessero farne a meno. Non seppi prendere una posizione decisa, anche Maria non ebbe vere obiezioni e lasciammo andare le cose per il loro verso, pensando che forse poi non sarebbe venuto davvero, che magari si sarebbe ficcato prima in un’altra storia. Invece lui alla fine venne sul serio e diventò definitivamente Gino il socio. Anche lui prese a chiamarmi così di rimando, e l’equipaggio era ormai formato.</p>
<p style="text-align:justify;">Sessantuno anni in tre, ero il più vecchio con i miei ventuno finiti: ora ci voleva una macchina. Ovviamente arrivare laggiù voleva dire andarci per strada, percorrere tutti i chilometri necessari, nessuno di meno, fare quello che i nostri amici persiani facevano regolarmente. Ci avevano spiegato tutto per bene, con i posti dove fermarci e le frontiere da attraversare e i visti da preparare, come al solito detto da loro pareva tutto facile. Poi trovai il maggiolino verde chiaro, era del ’64 con i paraurti doppi e l’impianto a sei volt, ma costava poco e aveva fama di auto indistruttibile. Solido acciaio tedesco, appunto, adatto a grandi imprese. Di lì a qualche giorno c’era il mio nome su un foglio allegato al cenciosissimo libretto di circolazione: quarto passaggio di proprietà. Non potevamo non farcela, avremmo guidato a perdifiato, avremmo attraversato le città e i deserti, incontrato luoghi nominati nella Bibbia e nel Corano, o nei racconti della principessa Sherazade che non voleva morire.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">-</span></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Il giorno prima, martedì pomeriggio</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em></em>Dunque eravamo ancora in viaggio quella sera al tardo crepuscolo, forse le nove o più, ed eravamo alla fine arrivati alle porte della città di Erzincan, nel cuore della Turchia asiatica, a vederla sulla mappa ci sembrava proprio di essere al centro di quella terra rettangolare. Avevamo la benzina agli sgoccioli e dovevamo prendere una decisione per la notte. Impossibile pagarci anche solo un alberghetto ultra economico, quindi, non avendo dove dormire, era inutile anche entrare in città, sarebbe stato peggio. Così ci fermammo subito prima della periferia. C’era un distributore di benzina ormai chiuso, praticamente solo un piazzale asfaltato macchiato di gasolio, con il relitto di un camion incidentato, un piccolo gabbiotto, le pompe di carburante ben serrate, ma importantissimo per noi, un rubinetto per l’acqua che funzionava.Decidemmo di fermarci lì, in quel limbo fra campagna e città, senza abbandonare la strada, come se il rumore familiare dei camion che passavano ci facesse una qualche compagnia. Qualcosa doveva trattenerci nell’epoca moderna e controllabile, ci doveva far sentire meno persi in un tempo sconosciuto, meno soli in una terra così antica. Piazzammo la tenda canadese proprio a lato del piazzale, verso i campi aperti. Un impossibile equilibrio tra essere vicini alla strada e quindi non totalmente soli, e anche rimanere un po’ appartati, non troppo visibili da chiunque transitasse. Il crepuscolo avanzava veloce, gli occhi si abituavano al calare della luce e non ci rendevamo conto di come questa scomparisse in fretta. Quando finalmente la tana fu pronta ci trovammo calati in un buio quasi totale. Smozzicammo ancora qualche pezzo di <em>nan</em> ormai secco, fumammo pensosi qualche sigaretta nell’aria asciutta, seduti fuori su una piccola stuoia.</p>
<p style="text-align:justify;">– Domani dobbiamo cambiare questi cazzo di soldi assolutamente, e fare colazione con abbondanti schiaccine calde, miele e tè. Ah, e fare benzina.</p>
<p style="text-align:justify;">E Gino, puntuale:</p>
<p style="text-align:justify;">– Bravo socio, hai fatto una scoperta, e poi ripartire da questo buco di culo di posto alla svelta.</p>
<p style="text-align:justify;">– Quando abbiamo i soldi, magari per una volta si può partire con calma – dice Maria – diamo prima un’occhiata in giro, è da tanto che non ci fermiamo.</p>
<p style="text-align:justify;">E io:– Facciamo un po’ di spesa. A che ora aprono le banche, alle nove ?</p>
<p style="text-align:justify;">– Macchè le nove, socio, vuoi aspettare fino alle nove? Alle otto ci sarà una banca aperta fra questi fancazzisti di turchi, o no?</p>
<p style="text-align:justify;">– Boh, e che ne so? Speriamo, socio. Ma mi sa di no.</p>
<p style="text-align:justify;">– Domani si vedrà, tanto qui ci svegliamo presto.</p>
<p style="text-align:justify;">Silenzio.</p>
<p style="text-align:justify;">Guardiamo intorno e, inevitabilmente, il cielo pieno di stelle.</p>
<p style="text-align:justify;">– Guarda la Via Lattea com’è vicina.</p>
<p style="text-align:justify;">– Perchè siamo alti.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che cazzo dici, che c’entra? Siamo più a sud.</p>
<p style="text-align:justify;">– No, è più buio</p>
<p style="text-align:justify;">– La fame ti fa vedere buio.I camion si facevano più rari, la città era distante. Ero steso mezzo fuori dalla stuoia e Maria mi appoggiava la testa su un fianco, le carezzavo i capelli infilando le dita in quei riccioli neri.<br />
<em></em></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">-</span></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Mercoledì mattina</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em></em>Sono impacciato nei movimenti e anche un po’ indolenzito, ma non ho più fretta di uscire dalla tana tiepida. Vorrei continuare il dormiveglia ancora, ormai sto bene anche lì, non sono ancora pronto ad affrontare il giorno.</p>
<p style="text-align:justify;">Dopo poco cominciano i grugniti e i movimenti.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che ore sono – chiede Gino – le sei?</p>
<p style="text-align:justify;">Decidiamo di emergere. Fuori è grigio, come è sempre la luce all’alba. Non ho mai avuto la poesia della prima luce, mi trovo spesso in quei momenti straniato, inquieto.Ora è veramente tutto grigio, con la terra, l’asfalto e le case quasi dello stesso colore. Anche il cielo è grigio, sempre più chiaro. Non è troppo freddo per fortuna. Impacchettiamo le cose con insolita lena, ci laviamo un minimo al rubinetto, carichiamo la macchina e ci muoviamo.Entriamo in città. Non sono ancora le otto e il cielo continua a essere velato. La gente è già in strada, ma le facce che vedo non sembrano meno assonnate delle nostre. Le banche sono ovviamente chiuse e non si capisce quando hanno intenzione di aprire. Ci fermiamo in una piazza, non possiamo neanche prendere un tè se non cambiamo le maledette lire. C’è una fontana dove bevo a lungo una quantità esagerata di acqua fresca che mi scorre sulla barba fino all’orecchio.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ecco come farà colazione il socio d’ora in avanti, una bella corpata di acqua fredda e via, tutto gratis – sfotte Gino, mentre mi rialzo bagnato e con una sensazione non del tutto spiacevole di fresco e pienezza allo stomaco.</p>
<p style="text-align:justify;">Alle nove e venti siamo finalmente all’interno della Turkije Etibank che aspettiamo. Stanza grande semivuota, guardie con scarponi sfondati e fucili da Far-West, grate agli sportelli e noi tre impazienti in mezzo.</p>
<p style="text-align:justify;">Alla parete in alto c’è una grande fotografia di Ataturk il padre della patria che con la topa in testa guarda minaccioso: gli occhi sembrano azzurri anche nel bianconero. Mi viene in mente uno zelante fotografo che li ritocca con la sbianca, bagnando il pennello con la lingua.</p>
<p style="text-align:justify;">Un impiegato è sparito in un’altra stanza da almeno dieci minuti, con il nostro foglio da diecimila lire italiane. Osserviamo il cartello change/excange che riporta le quote di dollari, marchi, sterline, dracme e altro, ma non delle nostre lire. E infatti l’impiegato ritorna con la banconota in mano, ce la porge, dice:</p>
<p style="text-align:justify;">– Dollars, dollars, Italy no, go other bank. È chiarissimo, non protestiamo neanche, solo imprecazioni in italiano fra di noi, commenti di Gino su chi credono di essere questi turchi, con le loro lire che non valgono un cazzo e andiamo via socio prima che gli rispondo io. Sembra turco anche Gino, stropicciato dalla notte in tenda con i capelli neri lisci e unti, il naso affilato e gli occhi gonfi più sottili del solito. Mi chiedo cosa risponderebbe, ed eventualmente in quale lingua, temo che la sua aria da bulletto di paese in trasferta lo costringa a qualche inutile battibecco. Mi torna in mente quando con Maria siamo andati a prenderlo quindici giorni prima con la macchina appena comprata a casa sua, un paesotto con porto giù sull’Adriatico. Abita in una casa a pianterreno, unico figlio del proprietario dell’unico cinema del paese.Ricordo come protestava sgarbato davanti a noi con la mamma perché le camicie che gli aveva stirato non gli cascavano bene. Maria osservava la scena perplessa. E lei, la mamma, guardava entrambi, ma soprattutto me con astio impotente. Cosa volevamo noi che giravamo da soli con quel catorcio, che eravamo venuti per portarglielo via? I traviatori forestieri che mettevano in testa al suo Gino questa strana idea del viaggio in tenda, così lontano e assurdo, invece di lasciarlo fare comodamente il vitellone in paese, viziato da mamma sua. E chissà come se la tirava lui, da ragazzo, a poter vedere tutti i film che voleva nel cinema di papà, magari facendo entrare gratis questo sì o questo no dei suoi amici, secondo l’umore del momento. E avere una bella chance da spendere al bar con le ragazze nelle umide serate invernali, quando in giro non c’era niente da fare.Ora, lontano da casa, sembra però avere perso un po’ di spavalderia. Intanto usciamo scornati in strada, non ho provato nemmeno a proporre di cambiare i cento dollari in pezzi da dieci, non è aria, cerchiamo other bank.</p>
<p style="text-align:justify;">Nella seconda banca si ripete più o meno la stessa scena, con l’unica differenza che cominciamo ad aspettarcelo e quindi riusciamo a chiedere più garbatamente come possiamo fare, dove andare. National Bank, è la risposta con cui ci liquidano. Esiste in effetti una National Bank in città, la troviamo dopo diversi giri in un quartiere residenziale. L’edificio è più monumentale e pretenzioso degli altri, ma l’accoglienza ancora più diffidente: quasi non ci fanno parlare, non sentono ragioni sulle lire italiane, no possibile. Certo non assomigliamo agli occidentali benvestiti che vedono e magari invidiano in tv o sui giornali, cosa vogliono questi straccioni con quelle lire che sembrano le nostre? Che tirino fuori i soldi veri, o vadano al diavolo. Questo ci pare che esprimano quelle facce baffute, è meglio lasciar perdere, usciamo indispettiti imprecando a mezza voce. Sì, ma per fare che? Abbiamo fame, sete, siamo stufi. Sembra inevitabile cambiare tutti i dollari in moneta turca, anche se in banca ci hanno confermato che in Iran non le vogliono proprio. Siamo in strada, c’è gente ovunque, i negozi sono aperti nella mattina ormai inoltrata, ma non per noi. Sento lo stomaco stretto come un cartoccio vuoto. Molti ci guardano incuriositi passando oltre, e questa non è una novità, alcuni ci fissano proprio, dritti dai tavoli dei bar da tè. Gino sbraita con la mano tesa verso la banca, Maria gli dice di stare calmo, lui dice calmo un cazzo, qui va tutto affanculo per questi stronzi.</p>
<p style="text-align:justify;">– Se non ti vengono idee brillanti allora stai zitto – dico io, ma non so che fare.Ieri sono stato sul punto di accettare un cambio sfavorevole, ma ora che non c’è scelta non vorrei essere proprio io a concedere di essere così sconfitti. Sento che siamo incartati anche fra di noi, c’è l’orgoglio a complicare le cose, a renderci nervosi.</p>
<p style="text-align:justify;">– Proviamo un’altra banca – dico alla fine.</p>
<p style="text-align:justify;">E Gino: – Sì, per farsi fottere come stronzi.</p>
<p style="text-align:justify;">– E troviamoci qualcun altro che cambi soldi, ci sarà un mercato nero, no? – dice Maria che finora si era tenuta abbastanza in disparte.</p>
<p style="text-align:justify;">Brava la mia piccola che non si perde d’animo. Non deve essere il massimo per lei sopportare i nostri battibecchi. Mi accorgo che avrei voluto essere solo con lei ad affrontare le difficoltà.</p>
<p style="text-align:justify;">Nello sciame di persone che ci passa accanto se ne ferma uno che attacca discorso:</p>
<p style="text-align:justify;">– Hello mister, where do you come from? What you want?</p>
<p style="text-align:justify;">Ecco, ci mancava il rompicoglioni ansioso di fare domande ai turisti. Come se ne avessimo incontrati pochi finora. Avrà trentacinque anni, immancabili baffi, una giacchetta chiara sulla camicia dal colletto largo e aperto che tiene fuori dai pantaloni.</p>
<p style="text-align:justify;">Parla un inglese discreto per i nostri standard:</p>
<p style="text-align:justify;">– Change money? No problem.</p>
<p style="text-align:justify;">– Sì, ma sono lire italiane.</p>
<p style="text-align:justify;">– No problem my friend, come with me.</p>
<p style="text-align:justify;">– Sì, e dove?</p>
<p style="text-align:justify;">– Lo so io dove, in una banca.</p>
<p style="text-align:justify;">– Quale banca?</p>
<p style="text-align:justify;">– No problem.</p>
<p style="text-align:justify;">– Prendiamo la macchina?</p>
<p style="text-align:justify;">– Don’ worry my friend.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci guardiamo sbigottiti. Da dove salta fuori questo? Dov’è la fregatura? Ma non possiamo lasciare cadere una promessa così allettante. Ci troviamo dunque nel maggiolino, Gino, al volante con il tipo al fianco, Maria e io dietro, gamba contro gamba, stretti fra i bagagli, ci stringiamo le mani, ora che non ci vede nessuno.Gino guida sciolto, anche troppo, tira le marce e fa commenti in dialetto sul traffico disordinato.</p>
<p style="text-align:justify;">Il tipo sembra a suo agio:</p>
<p style="text-align:justify;">– Turkish drivers very good.Come no, ce n’eravamo accorti già.</p>
<p style="text-align:justify;">Gino:– Mah, vediamo dove vuole andare a parare questo.</p>
<p style="text-align:justify;">– Stai attento, non ti infilare in posti che non ci piacciono – dico sottovoce.</p>
<p style="text-align:justify;">– Qui si va dove dico io, tranquillo socio.E va. Per strade e incroci, fra camion, moto e carretti, con in alto i fili della corrente tutti intricati fra una casa e l’altra. Quando alla fine la nostra guida ci dice di fermarci e scendere, ci accorgiamo costernati di essere davanti alla prima banca dove siamo stati inutilmente stamattina. Ci cadono le braccia, è lì che vuole portarci il sòla.</p>
<p style="text-align:justify;">– Come on, my friend, let’s go inside – dice imperterrito a noi che quasi lo maltrattiamo.</p>
<p style="text-align:justify;">Figuriamoci. Alziamo anche un po’ la voce. Lui insiste, non sappiamo cosa fare. E, insomma, alla fine entriamo di nuovo.Ora c’è un po’ di gente, è quasi mezzogiorno e nello stanzone c’è più luce. Il nostro uomo ci fa sedere su un divanetto vicino alla finestra che dà sulla strada e dice di aspettare. Sparisce dietro una porta e dopo poco ritorna con un impiegato, uno diverso da prima. Ci chiede di vedere il deca, glielo consegniamo riluttanti, e subito se ne vanno entrambi.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci domandiamo sempre più dove sarà la fregatura. I poliziotti ci guardano neutri, incerti tra deferenza e arroganza. Ogni tanto parlano piano tra loro, forse i soliti commenti da caserma. Non torna nessuno per un quarto d’ora buono, poi arriva il tipo:</p>
<p style="text-align:justify;">– No problem, change money.</p>
<p style="text-align:justify;">Possibile?</p>
<p style="text-align:justify;">– Do you want chai?</p>
<p style="text-align:justify;">Sì che lo vogliamo, grazie, ma anche i nostri soldi, e alla svelta.</p>
<p style="text-align:justify;">– Wait, please.</p>
<p style="text-align:justify;">E aspettiamo, vuoi vedere che il tipo ce li fa cambiare davvero? Gino dice speriamo gente, io dico che dopotutto siamo in banca, non potranno semplicemente uscire da una porta e sparire. Intanto il tè arriva, con delle ciambelline secche all’anice che divoriamo famelici, briciole comprese. Poi arriva un nuovo impiegato, uno magro e di una certa età, con la barba grigia che tiene in mano le nostre diecimila lire. Va al banco, quello dietro le sbarre e si siede, guarda i soldi controluce. Mi avvicino e mi dice di aspettare. Ci sediamo di nuovo e arriva altro tè. Poi niente, solo attesa. Portano un libro grosso e pesante all’impiegato che aveva i nostri soldi. Mi alzo e mi avvicino ancora. Il librone sembra una specie di vecchio atlante mondiale delle monete. Ci sono le fotografie in bianco nero a grandezza naturale delle banconote di tutti i paesi, una pagina il fronte, quella accanto il retro, incredibile. Lui cerca a lungo la foto uguale al nostro bigliettone, non sembra convinto.</p>
<p style="text-align:justify;">Dico che abbiamo fretta: wait, wait, dice lui. Torno al nostro divanetto. Arriva un altro impiegato, si siede accanto a noi e comincia cerimoniosamente a farci delle domande, le solite questioni cosmiche: chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo, e anche di chi è moglie Maria. Poi torna anche il tipo incontrato per strada e dice che deve andare a casa.</p>
<p style="text-align:justify;">– No problem, you wait – fa.</p>
<p style="text-align:justify;">Come no, noi aspettiamo, ma digli di sbrigarsi.</p>
<p style="text-align:justify;">La situazione sta diventando paradossale, sarà un’ora almeno che siamo qui seduti, quando sento chiamare:</p>
<p style="text-align:justify;">– Hey mister!</p>
<p style="text-align:justify;">Finalmente. Mi avvicino all’uomo dello sportello che mi scruta da dietro le sbarre. Ha posato il libro e ora ha un grosso mazzo di fogli da cento lire turche davanti. Verdi e grandi, mi sembrano i soldi che Totò sventolava nei film. Comincia a contarli lentamente e a impilarli davanti a me, borbottando i numeri nel suo inglese. So che ci dovrebbero spettare circa milleduecento lire, qualcosa meno se le commissioni sono care, una decina o poco più di quei fogli.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ten, eleven, twelve, thirtheen.</p>
<p style="text-align:justify;">Be’, la commissione non è male allora, quattordici, quindici, sedici, quello continua serio ad ammucchiare accuratamente quei lenzuolini sgualciti. Ventidue, ventitre, trentacinque. Guardo appena indietro, non c’è nessun altro in fila, solo i due soci in attesa interrogativa. Torno a fissare il tipo, come ipnotizzato. C’è silenzio nello stanzone, un altro impiegato guarda da dietro di traverso. Sessanta, settanta, i soldi continuano a planare sul mucchio che aumenta di spessore, morbido e preciso. Non possono essere per noi, sono troppi. Ma allora perché ce li conta davanti? Aspetto più fermo che posso, non mi volto più, spero che loro due resistano, che non dicano niente, nessuna domanda. Centoquindici, centosedici, il tono di voce rallenta, centodiciassette, il cassiere si ferma. Allunga una mano, aggiunge due o tre banconote minori e infine fa cadere qualche spicciolo in cima al mucchio. Sgrano gli occhi.</p>
<p style="text-align:justify;">– It’s ok? – dice alzando lo sguardo freddo sulle nostre facce intronate.</p>
<p style="text-align:justify;">– Yes, yes, it’s ok! – dico automaticamente, ma è come se parlasse qualcun altro.</p>
<p style="text-align:justify;">Come un sonnambulo allungo la mano verso i soldi, li prendo lentamente dicendo thank you very much. Gli altri si avvicinano, guardano i miei movimenti cercando di sbirciare il malloppo, temo di nuovo che possano fare commenti a sproposito.</p>
<p style="text-align:justify;">– Va bene, va bene – dico a mezza voce.</p>
<p style="text-align:justify;">Ormai sono un automa:</p>
<p style="text-align:justify;">– Good morning, thank you – mi giro.</p>
<p style="text-align:justify;">Raccogliamo la borsa e i giubbotti, me li trascino fuori.</p>
<p style="text-align:justify;">– Zitti e usciamo senza correre.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma mi scappa da ridere mentre scendiamo a grandi passi i pochi scalini di marmo che danno sulla strada.</p>
<p style="text-align:justify;">Siamo fuori, non succede niente di strano.</p>
<p style="text-align:justify;">– Andiamo in macchina, ragazzi.</p>
<p style="text-align:justify;">Il motore parte subito, bravo maggiolino fedele, andiamo.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ragazzi, si sono sbagliati, ci hanno dato il cambio di centomila!</p>
<p style="text-align:justify;">– Cazzo socio, che dici?!</p>
<p style="text-align:justify;">– Davvero, ma sei sicuro? – fa Maria, ma già ride anche lei.</p>
<p style="text-align:justify;">– Eccome, hai visto quanti soldi, non ci posso credere.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che culo, questo è vero culo per i soci.</p>
<p style="text-align:justify;">– E ora che si fa?</p>
<p style="text-align:justify;">– Si scappa?</p>
<p style="text-align:justify;">Gino guida più prudente del solito.</p>
<p style="text-align:justify;">– Io non glieli riporto di certo. Col cazzo!</p>
<p style="text-align:justify;">– Qui bisogna ragionare con un minimo di calma, prima di tutto mangiamo. A stomaco vuoto non si pensa bene – concludo con scialo di facile saggezza.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma tutti sono d’accordo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ed eccoci, eccitati e finalmente sazi al tavolo di una trattoria sotto una veranda di legno e lamiera. Non siamo molto lontano, ma comunque a distanza di sicurezza. Ora c’è un sole pallido e intorno la vita della strada procede indifferente a noi. Traffico fumoso, gente che cammina, che trascina carretti, gruppi di bambini con gli occhi seri già da grandi. Chiediamo altro tè che ci viene portato nei bicchieri piccoli, col piattino sotto e lo zucchero a zollette. Certo si sono sbagliati proprio bene. Qui non hanno familiarità con le lire italiane, diecimila lire sono sembrate tanti soldi. In effetti in qualunque altra moneta, diecimila franchi, diecimila marchi, diecimila sterline lo sarebbero state. Le nostre erano state le solite lire di Totò, insomma. Il paragone non mi dispiaceva.</p>
<p style="text-align:justify;">Sì, ma ora dobbiamo decidere che fare e alla svelta. Quando si accorgeranno dell’errore i tipi della banca? Ci sarà un controllo alla chiusura? O salterà fuori quando le nostre lire saranno girate alla banca centrale? Forse proprio a quella National Bank dove ci avevano così maltrattato, vendetta del destino? O magari ci stanno già inseguendo, dopotutto ci hanno abbondantemente visto in giro per banche – quegli italiani straccioni con la loro auto verdina. Ci faranno cercare dalla polizia? – hanno il mio nome e il numero di passaporto.</p>
<p style="text-align:justify;">Cercheranno di bloccarci in frontiera all’uscita? O forse passerà del tempo, giorni o settimane o magari non se ne accorgeranno mai? È un groviglio di ipotesi che ci scambiamo concitati.Ci rimangono due possibilità: restituire subito i soldi e fare una figura da signori, o più probabilmente da incomprensibili fessi europei, scoprire che nessuno pensava più a noi ed esporci al rischio di nuove estenuanti attese e spiegazioni e controlli&#8230; oppure fare il pieno, salire in macchina e continuare senza fermarci fino alla frontiera con l’Iran, passarla in nottata e ciao. Non ci sono altre possibilità. In realtà ci sono quasi settecento chilometri al confine, e al nostro ritmo di tre o quattrocento chilometri al giorno avevamo pensato di fare ancora una o due tappe in Turchia, magari dormendo la sera a Erzurum e la sera dopo a Dogubajazit, non lontano dalla frontiera per passarla di giorno.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci eravamo imposti, cioè ero riuscito a convincere Gino che si alternava alla guida con me, a non superare i sessanta chilometri all’ora, viste le strade e le tante buche in cui eravamo già inciampati con i nostri ammortizzatori esausti. Poi c’erano le soste, ovviamente, per fare il pieno, per la spesa, mangiare, bere vari tè come gli altri viaggiatori turchi, fare pipì nel deserto, sgranchirsi, scattare foto. Già, stavo dimenticando la bellissima Nikon F tutta nera e spigolosa che avevo con me: vedo la borsetta marrone ancora accanto e questo mi conforta in qualche modo. Avevo fatto parecchie foto a volte, a raffiche improvvise, come al vecchio cimitero di Istambul con le lapidi grigie tutte storte sull’erba. A una famiglia di contadini in Bulgaria, alla nonna che rideva sdentata abbracciando una bimba di due anni, alla nostra piccola tenda vicino a un ponte di pietra, e anche a noi stessi stupiti viaggiatori. Anche se da un po’ le foto non le stavo facendo, bastavano le soste e le altre perdite di tempo a portare la media generale a non più di quaranta ridicoli chilometri all’ora. Questa volta si trattava invece di fare settecento chilometri in un’unica tirata, di cui molti in montagna. Dovevamo girare intorno al monte Ararat affrontando lunghe salite e discese, sfiorare addirittura il Piccolo Caucaso. Anche tirando al massimo ci avremo messo un casino di tempo, qualcosa come quindici ore, e se tutto andava bene. Inoltre anche se nessuno ne aveva ancora parlato, c’era la storia dei piccoli papiri misteriosi.</p>
<p style="text-align:justify;">Erano gli ultimi giorni prima della partenza dall’Italia, i saluti e gli ultimi appuntamenti con i persiani. Said, il più taciturno del gruppo – io posso poco italiano, diceva sempre – ci chiese il favore di portare un suo regalo dall’Italia alla sorella che stava per sposarsi. Si presentò proprio il giorno prima a casa nostra con una grossa busta contenente una stecca di sigarette Camel e una scatola di baci Perugina in confezione regalo, con nastri e fiocco, da portare a casa sua a Isfahan per la imminente sposa. Ci sorprese non poco. Pensai perplesso a come il caldo e il viaggio avrebbero ridotto la cioccolata di quel regalo insolito e inutile, visto che in Turchia e tutto il Medio Oriente non erano certo le sigarette a mancare. Era strano, ma qualche stranezza eravamo abituati a concederla a quei ragazzi. Così anche il fragile e ingombrante pacco trovò il suo posto fra taniche e zaini nel bagagliaio sul davanti del maggiolino.</p>
<p style="text-align:justify;">Solo ripartendo da Istambul, dove eravamo stati per pochi giorni in un albergo economico, al momento di caricare nuovamente in macchina i bagagli che si erano già arricchiti di cianfrusaglie varie raccolte negli enormi bazar della città vecchia abbiamo scoperto il motivo. Nel pigiare le varie borse nel cofano, ci siamo accorti che il pacco con la stecca delle sigarette si era strappato. Da un angolo usciva un pacchetto ammaccato. Con nostra grande sorpresa vedemmo che invece di sigarette Camel conteneva tanti piccoli rotoli di carta fitti di scritte in persiano. Tutti ordinati e arrotolati come sigarette nel loro pacchetto. In tutto tantissimo testo, forse libri interi.</p>
<p style="text-align:justify;">– E questo che scherzo del cazzo è?</p>
<p style="text-align:justify;">Non credevamo ai nostri occhi.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che roba sarà? Ma perché non ce l’hanno detto? – disse Maria.</p>
<p style="text-align:justify;">– Chi credono di prendere per il culo? Io butto via tutto! – il socio.</p>
<p style="text-align:justify;">– Non ci hanno detto niente, gli stronzi non si sono fidati.</p>
<p style="text-align:justify;">– Persiani sono e persiani rimangono – sempre Gino.</p>
<p style="text-align:justify;">– Non si fidano di nessuno, e forse fanno bene.</p>
<p style="text-align:justify;">– Amici un cazzo, a noi lo dovevano dire. E così eravamo sul marciapiede a rimuginare, a guardarci intorno, a fare ipotesi su cosa fossero quelle carte incomprensibili e perché dovessero essere così nascoste. In Iran il regime filo-occidentale degli Shah era difeso dagli americani e non tollerava opposizioni, c’era una fortissima repressione del dissenso. I nostri amici persiani, anche nel clima di ribellione che si respirava all’univerità, erano sempre molto cauti nel parlare di politica. Improvvisamente passavano alla loro lingua e si facevano vaghi. Sapevamo tutti che fra gli studenti di Firenze ce ne erano molti che passavano informazioni alla polizia segreta iraniana, la famigerata Savak. Sarebbe stato molto pericoloso per loro, una volta tornati a casa, essere stati notati in attività filomarxiste all’estero. Certamente l’occhiuto regime persiano non avrebbe gradito.Senza averne grande motivo, decidemmo che quei papiri misteriosi dovessero contenere qualcosa tipo le opere di Marx tradotte in persiano. Qualche tomo voluminoso e prolisso, medicina indispensabile per l’emancipazione delle masse, che indicasse la strada ai popoli della terra verso le loro inevitabili sorti se non proprio magnifiche, di sicuro progressive. Tutti eravamo contro la guerra in Vietnam, contro l’imperialismo americano e a favore dei Cinesi, dei Palestinesi, dei Tupamaros, dei Cubani, dei Portoghesi e in genere dei guerriglieri e ribelli di ogni parte del mondo e non ne facevamo mistero. Credere possibile una rivoluzione, urlare parole di fuoco era un nostro diritto sacrosanto. Ma per loro, i persiani, non era così nei fatti. Dovevano stare attenti.E anche noi ora. La polizia da queste parti non scherza, che spiegazioni potevamo dare se scoperti? E allora, buttiamo via tutto? Ci arrendiamo alla vile prudenza? Giammai. Alla fine rimettemmo il pacco regalo a posto alla meglio e continuammo senza più parlarne. L’impresa segreta ci faceva sentire cospiratori anche se non sapevamo bene di cosa.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ma poi glielo diciamo a Said, stai sicuro!</p>
<p style="text-align:justify;">Il pacco era ancora lì, sempre più ammaccato nel portabagagli.</p>
<p style="text-align:justify;">Mentre parliamo ora ci fissiamo più direttamente del solito e guardiamo anche intorno, attenti. Maria ha i Ray-Ban e i capelli all’indietro spettinati. Fuma una sigaretta. Gino tiene gli occhi stretti come al solito, con i capelli lunghi e la barba nera. Stravaccato come sta ora sulla sedia potrebbe sembrare la comparsa in un giallo di periferie italiane. Forse tutti ci sentiamo davvero dentro un film. Mezz’ora dopo siamo in macchina col pieno fatto, che filiamo a ottanta all’ora già fuori dalla città. Come seguendo un copione inevitabile siamo anche tornati sul luogo del delitto. Cioè, ci siamo passati vicino, quando cercando di seguire la strada per uscire in direzione di Sivas abbiamo attraversato di nuovo la piazza dove c’era la banca dal cambio favoloso. Turkije Etibank c’era scritto in verticale su un’insegna appesa affianco all’edificio, in lettere nere ciascuna incasellata in un riquadro bianco separato che forse di notte si illuminava anche. Volevo ricordarlo quel nome fatale. Per pochi attimi l’ho visto controsole dal parabrezza sporco, poi nello specchietto che si allontanava, mentre cercavo di guidare nel modo più invisibile. Troviamo la strada e siamo in periferia, distributori di carburante, camion: comincia la pianura arida. La somma che ci hanno involontariamente regalato vale almeno lo stipendio di quell’impiegato di banca e molto di più per quasi tutti gli altri che vediamo tutto il giorno. Mi dico che la nostra piccola fortuna non sarà pagata direttamente da qualcuno in particolare, ma che si perderà nel grande ventre delle operazioni bancarie e che magari nessuno se ne accorgerà mai. E poi è la sorte che ha voluto così. Un incoraggiamento del destino invisibile. Non potevamo sdegnare questo dono generoso, o il Fato si sarebbe adirato con noi.Fantastico su queste cose mentre cerco di tacitare un senso di colpa che da qualche parte pure c’è. Ancora una volta questa sensazione lontana non mi lascia mai del tutto, come un ospite indesiderato ritorna a sorpresa e appesantisce le scelte. Ma ci penserò un’altra volta, ora l’avventura è cominciata e il suo richiamo è troppo irresistibile. I primi chilometri passano in fretta, abbiamo deciso di alzare la velocità di crociera a ottanta all’ora, ma vado anche di più, non c’è traffico e la strada è dritta, pigramente ondulata. Ci sono le solite salite leggere e impercettibili che fanno sembrare a volte il nostro motore lento e sfiatato, mentre dopo poco lo sentiamo girare pimpante e leggero in una discesa invisibile, con il piede che alleggerisce il gas. Tutto intorno terra chiara e sassosa, cespugli rinsecchiti, villaggi con muretti bassi che circondano le case dello stesso colore della terra e le montagne all’orizzonte, azzurrine, ancora lontane.A Erzurum non ci fermiamo neanche, appena fuori Gino mi dà il cambio al volante senza rallentare neppure. Semplicemente rotoliamo uno al posto dell’altro in una manovra già provata diverse volte, lui dice che ora dobbiamo imparare a pisciare direttamente dal finestrino. Maria dice contaci, e si accende una sigaretta stirandosi sul sedile di dietro ingombro di cose. Mi volto, mi sorride.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi sento un po’ in colpa anche con lei per averla trascinata in questa strana situazione, io e lei, più il socio come optional. C’è già stata tensione più di una volta, quando c’erano da fare delle scelte pratiche, o più spesso quando nei nostri discorsi i giudizi o le opinioni erano diversi. A me non piace essere l’ago della bilancia, sono troppo parte in causa. Tre è un numero difficile, basta uno a fare la maggioranza. Comunque per ora nella nuova situazione siamo compatti e concentrati come bravi soci, le ruggini avrebbero aspettato un altro momento. Adesso c’è da correre, cioè da stare seduti nello stretto abitacolo sobbalzante, come pacchi. Quei soldi turchi ce li terremo per il ritorno, ora nascondiamo quello che avanza e quando ripasseremo da qui al ritorno ne avremo quanto basta per arrivare fino a casa. Il rientro da qui in poi sarà garantito. All’indietro ce li avrebbero accettati facilmente in Grecia e in Yugoslavia, sulla strada che tanti turchi percorrevano verso l’Europa, magari con i risparmi di una vita. Avanza il pomeriggio, ci fermiamo a fare nuovamente il pieno di quella benzina di colore verde che costa pochissimo, veniamo circondati da un gruppetto di uomini e donne che si avvicinano chiedendo il <em>barksish</em>. Ripartiamo e passiamo accanto a un camion che si è rovesciato fuori strada con il cassone storto e un mucchio di sacchi di granaglie sparsi a lato, alcuni strappati. La cabina piccola e spigolosa è vuota in modo sinistro, ma c’è un uomo lì accanto, seduto a terra. Sta accucciato sui talloni e con una coperta avvolta sulle spalle. Ci chiediamo se è l’autista, ma più probabilmente è solo di guardia ai sacchi rovesciati, starà tutta la notte a difendere quel grano dai ladri. Poco dopo cominciamo a salire, la strada diventa sterrata e lo rimane, lasciamo dietro di noi una scia di polvere che resta sospesa a lungo, illuminata dal sole. Il tramonto è l’ora magica per i viaggiatori e i naviganti, si sa. Nelle larghe curve possiamo vedere la nostra effimera traccia dorata che si disperde in quelle distanze.</p>
<p style="text-align:justify;">Appare il monte Ararat. Sicuramente è lui, un cono solitario come il Fuji Hama, imponente. Ci stringiamo nell’abitacolo, come in una piccola e traballante macchina del tempo personale. Mi tornano in mente le storie di Noè e la sua arca. Qualcuno sostiene di averne ritrovato i resti su queste alture. Vista dai nostri finestrini questa sassicaia infinita non sembra proprio il luogo della grande alluvione, né che da qualche parte possa esserci arrivata una barca. Ancora sterrato, curve larghe e salita, ancora non è buio. Attraversando un villaggio ci fermiamo a un incrocio e siamo circondati da un gruppo di ragazzini che ci corrono incontro schiamazzando. Hanno i nasi moccolosi e capelli quasi rasati, mosche intorno alle labbra, e sguardi fissi e duri. Urlano <em>barkshish barkshish</em> accavallandosi al finestrino, lo toccano con le mani urtandosi. Ripartiamo e ci corrono dietro urlanti, le mani ancora al vetro, danno colpi sulla carrozzeria e a fatica si staccano. Guardo quelle faccette sconfitte fermarsi e rimanere indietro, sento la loro urgenza come qualcosa di antico, a noi sconosciuto. Hanno ragione loro, lo so.Arriviamo a Dogubajazit che è notte fonda, forse l’una o più. La città è distesa in in una larga valle fra le montagne, addormentata. Un paio di tè in una specie di sgangherata stazione per camionisti, e via ancora. Tocca ancora al socio guidare. La strada è di nuovo asfaltata, cioè, lo è una striscia centrale abbastanza stretta, due corsie scarse con le solite larghe banchine sterrate ai lati. Si sta praticamente sempre al centro e si mettono le ruote sullo sterrato solo per far passare quelli che vengono dalla direzione opposta. Che poi ora sono quasi solo camion e qualche macchina straniera. Forse cominciano a sentirsi vicino alla destinazione, il fatto è che tutti sembrano pigiare sul gas da matti. Non ne possiamo più, siamo ormai in una specie di trance, pensiamo una cosa sola: arrivare da qualche parte. Con i nostri polverosi fari a sei volt affrontiamo auto e camion enormi che ci vengono incontro rabbiosi con gli abbaglianti storti e sempre accesi al massimo. E non si scansano mai. Anche Gino sembra essere preso da quel gioco insensato, gli punta dritto addosso i fari, e solo all’ultimo momento si decide a mettere le ruote sul vile sterrato.</p>
<p style="text-align:justify;">– Guarda questo stronzo – dice – e leva quei fari!</p>
<p style="text-align:justify;">– Socio, attento, perdio, vuoi andare più piano.Si considera un guidatore tosto, ovviamente, al paesello l’avevo sentito vantarsi di superare le altre auto passandogli a un palmo, senza scansarsi di più, mentre faceva il verso con il braccio teso e la mano aperta.Maria protesta anche lei sfinita:</p>
<p style="text-align:justify;">– Mantieni la calma, non fare il cretino – ma sembra assorta, mi pare che non si renda conto del tutto. Sono seduto dietro e sono terrorizzato. Non me ne importa niente delle sue prove di forza, non sopporto di non avere il volante in mano, non voglio morire. Dietro non ho neanche la portiera, c’è da impazzire.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi metto a urlare:</p>
<p style="text-align:justify;">– Che cazzo fai? Sei scemo? Se non ci vedi fermati, testa di cazzo!</p>
<p style="text-align:justify;">– Vuoi cercare rogne proprio ora, socio?</p>
<p style="text-align:justify;">– Ti vuoi fermare?&#8230; fermati e ammazzati da solo! – non so più quello che dico.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che cazzo urli, sei scemo? – risponde Gino, ma poi accosta.</p>
<p style="text-align:justify;">Usciamo nella campagna, ognuno da solo, come una liberazione. Riparto abbastanza piano, stiamo zitti, fa anche freddo.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Giovedì mattina, ore 3 circa</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em></em>Qualche luce, i primi cartelli della frontiera. Finalmente. Ci sono camion fermi in fila, con i motori accesi, non li spengono proprio mai. Sono accostati lungo la strada in un’ ingombrante fila. Riusciamo ad avanzare comunque, perchè le auto passano in un’altra fila molto più breve, per fortuna. Intorno ci sono delle specie di caserme bianche col tetto piatto e un piazzale illuminato. Spengo il motore, scendiamo, siamo al dunque. Infilo la camicia dentro i pantaloni. La stanchezza rende automatici i movimenti, in qualche modo ci aiuta. A non pensare, soprattutto. L’edificio è basso, il solito stanzone illuminato dai neon con le mosche dentro, al muro il quadro di Ataturk che guarda e un orologio che segna le tre e venti. Consegnamo i passaporti alla dogana, le guardie ci scrutano oscure. Non gli piacciamo, è evidente. Avranno anche ragione, ma qualcuno di loro vorrebbe comunque essere al nostro posto, chissà. Certo noi non vorremmo essere al loro.</p>
<p style="text-align:justify;">– What pourpose of your visit?</p>
<p style="text-align:justify;">– Tourist, student – certo, che altro se no.</p>
<p style="text-align:justify;">Che razza di studenti del cazzo, sicuramente dicono tra di loro a mezza voce, tanto non capiamo. Vogliono vedere la macchina, ci seguono in tre nel parcheggio. Apriamo le porte e il baule, uno entra dentro e guarda borse e zaini, forse vede il pacco regalo, io non guardo, lui sposta qualcosa fruga sgarbatamente a casaccio, ma anche la sua faccia è stanca.</p>
<p style="text-align:justify;">Gino si accende una Marlboro, ne offre a tutti e tre, ma si tiene il pacchetto. Le lire turche sono nella borsa delle foto che ho a tracolla, infilate sotto il rivestimento. La stringo addosso, mi rassicura, guardo il cielo ma non vedo più le stelle.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora uno si mette a sfogliare il nostro libretto di circolazione, ma non sembra capirci molto. Indico il mio nome su una delle pagine ciancicate, lui mi guarda e dice yes, ma non me lo restituisce. Rientriamo verso l’ufficio passaporti. Ci chiedono se abbiamo soldi.</p>
<p style="text-align:justify;">– Turkish liras no, dollars dollars.</p>
<p style="text-align:justify;">Maria fa vedere duecento dollari, metà della nostra intera riserva, tirandoli fuori da una busta di cuoio che tiene a tracolla sotto il giubbotto di jeans. Loro guardano interessati e non dicono niente. Lei rimette tutto a posto alla svelta. I tipi seguono accuratamente il borsello rientrare in quel nido caldo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora siamo allo sportello, i passaporti sono aperti alla pagina giusta, quasi a portata di mano. Un ufficiale ci confronta con le fototessera, gira le pagine indietro, ci guarda di nuovo. Ci sono dei libroni appoggiati sul tavolo dentro il suo ufficio e due pannelli di foto segnaletiche alla parete, tutte fotocopie nere e allucinate. Ataturk è sempre lì con la topa in testa, ormai ha lo sguardo spento anche lui. I passaporti sono appoggiati sul tavolo, distesi a ventaglio. I libroni rimangono chiusi. Il timbro sbatte tre volte anche troppo forte sulle nostre pagine verdine. Gestualità professionale, sceneggiata con ostinazione. I timbri di uscita.Possiamo andare. Sento una piacevole contrazione alla schiena.</p>
<p style="text-align:justify;">Il guardia ci sbatte i libretti chiusi sul davanzale dello sportello, come un giocatore di carte che getta uno scarto.Allungo la mano. Usciamo nel piazzale. Saliamo in macchina.Il maggiolino riparte al primo colpo.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:center;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:justify;"><strong>Carlo Bonazza</strong>, fotografo e editore, vive a Grosseto. Si è occupato di documentazione del territorio, di città e di periferia, di riproduzione di opere d’arte, di fotografia di scena per il teatro e il cinema, di restauro di foto storiche. Ha prodotto vari libri fotografici sulla sua terra, fra cui <em>Viaggio in Maremma</em>, <em>Il tempo e le stagioni</em>, <em>In volo sulla Maremma</em>, <em>Sciangai 1999</em>. Queste pagine, nate per una specie di gioco tra amici, sono il suo primo racconto.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[El maestro Monterroso y Kato Ramone ilustrador]]></title>
<link>http://juliosuarezanturi.wordpress.com/2009/11/28/el-maestro-monterroso-y-kato-ramone-ilustrador/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 13:10:09 +0000</pubDate>
<dc:creator>juliosuarezanturi</dc:creator>
<guid>http://juliosuarezanturi.wordpress.com/2009/11/28/el-maestro-monterroso-y-kato-ramone-ilustrador/</guid>
<description><![CDATA[Buscando un texto de Kato Ramone, el ganador del Premio Paula de cuento, me encontré con que Kato Ra]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://juliosuarezanturi.wordpress.com/files/2009/11/trilce-portadakato.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-595" title="Trilce portadaKato" src="http://juliosuarezanturi.wordpress.com/files/2009/11/trilce-portadakato.jpg?w=131" alt="" width="131" height="150" /></a>Buscando un texto de <a href="http://juliosuarezanturi.wordpress.com/2009/11/27/kato-ramone-gano-el-premio-paula">Kato Ramone</a>, el ganador del Premio Paula de cuento, me encontré con que Kato Ramone es ilustrador, y con un decálogo del genial <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Augusto_Monterroso">Augusto Monterroso</a>, ese del “Cuando despertó el dinosaurio aún estaba allí”. De modo que aproveché de ilustrar este post con Kato Ramone y compartir el Decálogo del Escritor, que confeccionó Monterroso. Aunque son doce los puntos de Monterroso, él deja en libertad de descartar dos que no nos vengan, y quedarnos con el decálogo, propiamente dicho. Helo aquí:</p>
<p><strong>Primero. </strong>Cuando tengas algo que decir, dilo; cuando no, también. Escribe siempre.</p>
<p><strong>Segundo. </strong>No escribas nunca para tus contemporáneos, ni mucho menos, como hacen tantos, para tus antepasados. Hazlo para la posteridad, en la cual sin duda serás famoso, pues es bien sabido que la posteridad siempre hace justicia.</p>
<p><strong>Tercero. </strong>En ninguna circunstancia olvides el célebre díctum: “En literatura no hay nada escrito”.</p>
<p><strong>Cuarto. </strong>Lo que puedas decir con cien palabras dilo con cien palabras; lo que con una, con una. No emplees nunca el término medio; así, jamás escribas nada con cincuenta palabras.</p>
<p><strong>Quinto. </strong>Aunque no lo parezca, escribir es un arte; ser escritor es ser un artista, como el artista del trapecio, o el luchador por antonomasia, que es el que lucha con el lenguaje; para esta lucha ejercítate de día y de noche.</p>
<p><strong>Sexto. </strong><strong>A</strong>provecha todas las desventajas, como el insomnio, la prisión, o la pobreza; el primero hizo a Baudelaire, la segunda a Pellico y la tercera a todos tus amigos escritores; evita pues, dormir como Homero, la vida tranquila de un Byron, o ganar tanto como Bloy.</p>
<p><strong>Séptimo</strong>. No persigas el éxito. El éxito acabó con Cervantes, tan buen novelista hasta el Quijote. Aunque el éxito es siempre inevitable, procúrate un buen fracaso de vez en cuando para que tus amigos se entristezcan.</p>
<p><strong>Octavo</strong>. Fórmate un público inteligente, que se consigue más entre los ricos y los poderosos. De esta manera no te faltarán ni la comprensión ni el estímulo, que emana de estas dos únicas fuentes.</p>
<p><strong>Noveno</strong>. Cree en ti, pero no tanto; duda de ti, pero no tanto. Cuando sientas duda, cree; cuando creas, duda. En esto estriba la única verdadera sabiduría que puede acompañar a un escritor.</p>
<p><strong>Décimo</strong>. Trata de decir las cosas de manera que el lector sienta siempre que en el fondo es tanto o más inteligente que tú. De vez en cuando procura que efectivamente lo sea; pero para lograr eso tendrás que ser más inteligente que él.</p>
<p><strong>Undécimo</strong>. No olvides los sentimientos de los lectores. Por lo general es lo mejor que tienen; no como tú, que careces de ellos, pues de otro modo no intentarías meterte en este oficio.</p>
<p><strong>Duodécimo</strong>. Otra vez el lector. Entre mejor escribas más lectores tendrás; mientras les des obras cada vez más refinadas, un número cada vez mayor apetecerá tus creaciones; si escribes cosas para el montón nunca serás popular y nadie tratará de tocarte el saco en la calle, ni te señalará con el dedo en el supermercado.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Algunas correcciones (8)]]></title>
<link>http://josesala.wordpress.com/2009/11/28/algunas-correcciones-8/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 03:09:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>josesala</dc:creator>
<guid>http://josesala.wordpress.com/2009/11/28/algunas-correcciones-8/</guid>
<description><![CDATA[&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La puerta del despacho de Hint está abierta. En el interior reina la calma d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La puerta del despacho de Hint está abierta. En el interior reina la calma d]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[PAMELA - I.parte]]></title>
<link>http://mateocolonprimero.wordpress.com/2009/11/27/pamela-i-parte/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 02:44:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>mateocolon</dc:creator>
<guid>http://mateocolonprimero.wordpress.com/2009/11/27/pamela-i-parte/</guid>
<description><![CDATA[El sol del mediodía de enero caía oblicuo sobre la calle en un fulgurante cielo azul sin una sola nu]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>El sol del mediodía de enero caía oblicuo sobre la calle en un fulgurante cielo azul sin una sola nube. Un olor de jazmines llenaba el aire cálido, penetrando mis pulmones y embriagando mi alma de nostalgia. Sin saber exactamente él porque, detuve mis pasos y dándome vuelta, volví a contemplar los espectaculares balcones cubiertos de flores de aquella calle que volvía a recorrer.</p>
<p>Capri la bella, Capri mi amor…</p>
<p>Pamela, con una pierna cruzada sobre la otra, fingía distraerse balanceando su zapato en la punta de su dedo gordo. En la mano un porro casi consumido y la otra escondida entre sus bragas.</p>
<p>Algunos perros y gatos dormitaban bajo los algarrobos de un verde muy brillante y casi negro de sus hojas cubierto de flores y numerosos pájaros chillaban entre sus ramas.</p>
<p>La tarde era tan cristalina que se podían percibir los barcos más lejanos: las gaviotas volando quedamente sobre el mar, un picaflor bailando sobre las sencillas rosas atrapadas en las macetas tras las mesas del restaurant, los jazmines temblorosos en sus varillas, las abejas que surcaban el aire y una paloma que se cruzó, muy baja, ante ellas.</p>
<p>Los dos manteníamos silencio ante la perfección del lugar, del clima y de la hora, y quizás también una sorpresiva humildad. Nuestras escasas palabras seguían con un largo silencio solo cortado por el lejano rugido del mar al chocar contra las rocas.</p>
<p>El restaurante se encontraba vacío y perfectamente limpio, solo nuestra mesa conservaba los restos de comida con las copas medias llenas del exquisito vino Malbec;  los mozos se habían retirado dejándonos solos. La hora de la siesta era sagrada y a veces solía suceder lo mismo en la madrugada.</p>
<p>-Es un día perfecto&#8230;-dijo por fin Pamela poniéndose de pie.</p>
<p>- Hoy me hicieron una propuesta por el lugar.</p>
<p>¿Por el restaurant o la casa?</p>
<p>¡Por todo!</p>
<p>¿Y?</p>
<p>Qué crees ¿Qué  vendería?</p>
<p>¡No! Porque lo perfecto no tiene precio</p>
<p>Exactamente lo que les respondí –dijo sentándose cerca de mí y exclamando:</p>
<p>¿Quien pudiera creer viviendo en este lugar que pasan cosas terribles en el mundo?</p>
<p>Seguro que no –respondí;  pero pasan otras a mi entender tan banales precisamente en lugares como este  donde afloran con más facilidad.</p>
<p>-¿Por ejemplo?</p>
<p>-Las discusiones sobre el sexo-</p>
<p>Todos creen en la libertad de la mente, lo que se hace al margen de ella es asunto privado y no importa demasiado, así como la mayor parte de los asuntos de la vida cotidiana&#8230;; cómo se gana el dinero, o si uno quiere a su mujer, o si se tiene una amante. Todo eso sólo le interesa a uno, y, como ir al baño y usar el inodoro, les tiene sin cuidado a los demás.</p>
<p>Lo único importante sobre el problema sexual es que no tiene ninguna importancia</p>
<p>¿Cómo que no tiene importancia? Casi grito Pamela</p>
<p>En un sentido estricto no hay problema –le respondo</p>
<p>A nadie se le ocurriría  seguir a un hombre al baño porque podría usar el inodoro, así que ¿por qué lo iríamos a seguir cuando se va a la cama con una mujer?</p>
<p>Si lo aceptáramos como algo natural no habría problema. De lo contrario sería una falta de sentido enorme, un despropósito, o en todo caso una cuestión de curiosidad mal planteada.</p>
<p>El sexo es una cuestión privada y me importaría que alguien se metiera en medio.</p>
<p>Los hombres que dominan a sus mujeres -dijo Pamela con rostro crispado de ira</p>
<p>Los hombres que roncan &#8211; aunque sea suavemente- las tratan como tontas, que no saben nada de nada. A esos los detesto con toda mi alma.</p>
<p>Son los responsables que haya mujeres –esposas, amantes- que conservan todavía la ilusión de la perennidad del amor, que se sacrifican, que aceptan las normas morales –para mi inmorales y ciegas- que las inculcan a olvidar aquello que desean, y a aceptar aquello que las daña y las humilla: la insatisfacción contenida a lo largo de años, las frecuentes violaciones de que son objeto por parte de sus maridos, la anulación del apetito sexual con ellos luego de la menopausia&#8230; Lo puedo afirmar porque varias amigas lo soportan resignadas.</p>
<p>Siempre necesito de las mujeres –le aclaro firmemente mientras la miro fijamente</p>
<p>Y me niego a convertirlo en un drama y rechazo las condenas morales o las prohibiciones de quien sea. Me avergonzaría de ver a una mujer por el mundo con la etiqueta con mi  nombre pegada encima y con la dirección como si fuera el destino final de una encomienda.</p>
<p>Como me niego también aceptar esta justicia que no les reconoce el derecho a rechazar sexualmente a sus maridos por los motivos que fueren, ni aceptarle  a estos descaradamente como justificación de divorcio e incluso al abandono.</p>
<p>Si todo fuera normal se formalizaría una relación nueva amistosamente.</p>
<p>-Pero…la interrumpí cuando estaba a punto de estallar</p>
<p>-No te parece que nos fuimos por las ramas.</p>
<p>-No lo creo –murmuro Pamela alzándose de hombros: Muchos hombres sostienen que se puede intercambiar tantas sensaciones y emociones con las mujeres como ideas sobre  cocina, el tiempo, el ocio y demás. O mejor dicho, no se pone ningún interés en lo que se habla a menos que se sienta alguna atracción. Gran parte de ellos seguramente imaginan que si una mujer habla de sexo es porque quiere ir inmediatamente a la cama.</p>
<p>Eso –querido mío- se llama superficialidad</p>
<p>¡Es tan difícil encontrar un hombre completo! Termino acercando su rostro al mío.</p>
<p>¿Qué opina mi hombre?</p>
<p>¡Que no soy de nadie y soy de todos : soy solamente un fragmento, mitad espiritual mitad materialista que no niego mi cuerpo ni niego mi alma. Un hombre que está viviendo sencillamente la vida</p>
<p>Para hablar con una mujer  no necesito tener ideas comunes, emociones, o simpatías, de la misma manera que no las necesito para acostarme con ellas.</p>
<p>¿Y que necesitas entonces!</p>
<p>-Ser honesto</p>
<p>¿Por Dios Marcos? Tu honestidad puede hacer mucho más daño que todas las mentiras.</p>
<p>¿Qué crees que siente una mujer enamorada cuando una mañana al despertar, con honestidad le dices que todo termino?</p>
<p>¿Que tu amor se termino de tanto usarlo?</p>
<p>Y tranquilamente te alejas sin mirar atrás, dejando no solo tus efectos personales…</p>
<p>-Espera Pamela-</p>
<p>¡No sigas, no es tan así; es mucho más complicado para mi</p>
<p>Es muy difícil usar mentiras como escalones para llegar a la verdad, depende a quien le dices. En el caso que mencionas nos amábamos sin igual, los dos nos teníamos absoluta confianza. Nuestra fe dependía de nuestras declaraciones, de nuestra presencia, de nuestra forma de ser. Creíamos el uno en el otro, en nuestra individualidad, en nuestras miradas limpias, en nuestra autoridad, no tanto en las palabras si en los silencios…en lo que no dices.</p>
<p>Necesite mucho coraje para decirlo, pero fue una necesidad. No puedes decir una verdad sin contaminarla, pero puedes usar la mentira para crear un ardid y lograr una vislumbre de la verdad como sucedió.</p>
<p>Para amar así necesitas estar en el mismo espacio: Su respuesta fue inmensamente hermosa:</p>
<p>¡Tú sabes que no me importa lo que digas!</p>
<p>Había comprendido porqué estaba mintiendo y se sintió agradecida por las mismas.</p>
<p>Desde entonces vivo totalmente, no intensamente pero si cada momento con pequeños placeres como disfrutar el despertar cada mañana, el olor del café, la compañía a veces agradable a veces no, de la mujer que quieres a veces si a veces no. Los momentos felices cuya gloria fui incapaz de adivinar entonces, y que ahora se me muestra evidente, cuando nada es posible.</p>
<p>Generalmente suelo…</p>
<p>¡No!… no es importante: ¡déjame contarte un cuento!</p>
<p>¡Me encantan tus cuentos! Dice Pamela sonriendo maliciosamente y volviéndose a sentar repitiendo la postura anterior; Solo que esta vez las piernas quedaron entreabiertas y se veía con hermosa nitidez su braga corrida e insertada una parte en el medio de la vulva perfectamente depilada.</p>
<p>Obviamente que no perdí detalle alguno, pero conociéndola comencé mi narración:</p>
<p>“En un barrio de las afueras de la ciudad de Ceuta una casa se estaba incendiando y dentro “de ella había cuatro niños pequeños. La madre y el padre estaban en sus respectivos “trabajos”</p>
<p>-Espera, vuelve a interrumpirme Pamela</p>
<p>¿Conoces Ceuta? ¿Dónde queda?</p>
<p>Es un puerto situado en la costa marroquí, frente al Peñón de Gibraltar, al norte esta España y al sur Marruecos. La ciudad constituye un enclave español –mejor dicho territorio Marroquí usurpado-</p>
<p>Viví unos días invitado por el cónsul de Marruecos muy amigo mío.</p>
<p>¿Puedo continuar?</p>
<p>¡Si señor cabrón…puede continuar</p>
<p>“Todos los vecinos les gritaban a los niños para que salgan pero ellos seguían jugando en el “interior y nadie era lo suficientemente valiente como para entrar a la casa, agarrar a los “niños y salir. Parecía demasiado peligroso, la casa estaba prácticamente  rodeada por el “fuego, por todos los costados.</p>
<p>“Cuando llega el padre avisado por los vecinos estos le dicen “hemos hecho lo mejor “posible pero tus niños son extraños, no nos escuchan, de hecho están disfrutando de las “llamas alrededor, son muy pequeño y nunca han visto una escena tan hermosa, no están “asustados en absoluto”</p>
<p>“El padre corre adentro de la casa a través de las llamas y les dice a los niños: “¿Que es lo “que están haciendo aquí? Les he traído todos los juguetes que me han pedido, están “esperando afuera, vengan conmigo”. El toma a todos los niños y corre con ellos para “afuera de la casa. Ellos no habrían salido nunca porque realmente estaban disfrutando.</p>
<p>“Le dicen al padre “Es tan hermoso…nunca hemos visto tanto fuego alrededor, llamas “bailando…”Y el padre dice “Sigan corriendo hablaremos afuera, solamente vengan conmigo, sus juguetes “están esperando allí”</p>
<p>“Y ellos salen solamente por los juguetes…aunque no hubiese juguetes. El padre había “prometido, pero se ha olvidado de traerlo. Entonces les dice:”Perdónenme, mañana les “traeré mas juguetes de los que me han pedido, pero por hoy tienen que perdonarme”.</p>
<p>“Pero ellos dicen: “¿Por qué nos mentiste? Y él responde: “Ustedes no comprenden, son “demasiados pequeños, la casa está en llamas, se habrían quemado vivos, habrían muerto, “entonces ¿Para quién traería los juguetes?”</p>
<p>¿Llamarías a esto una mentira, algo que no es virtuoso?</p>
<p>¡Hay Marcos!; dice Pamela moviendo la cabeza suavemente: Si te dejara hablar me convencerías de que nunca me mentiste.</p>
<p>No crees que todos tenemos una casa en llamas y que necesitamos ser atraídos fuera de ella para dejar nuestros enojos, nuestras mezquindades, nuestros odios, nuestros celos.</p>
<p>Que nos prometan muchos juguetes para salir de ella para que una vez afuera nos demos cuenta que los juguetes no existen pero que la mentira ha sido de gran ayuda, de una enorme importancia. Sin ella no habría salida.</p>
<p>Nadie me enseño tanto que el imperio del amor puede llegar hacer.</p>
<p>Pamela me miraba fijamente mientras señalaba a su alrededor con una mano apenas levantada.</p>
<p>-Yo me conformo con estas cosas, con esta gente, con esta isla. No quiero saber de otro misterio que el de estar enamorada o estarme enamorando.</p>
<p>Aunque sepa perfectamente bien que hasta el amor perfecto, cuando lo llegas alcanzar, dura solo un brevísimo tiempo.</p>
<p>Porque para mí ese amor es una cuestión de coincidencias, de reciprocidad, de íntimas comunicaciones a través de maneras insinuadas, de leves guiños, de medias palabras&#8230;</p>
<p>¡Como lograste que te  quedaras para siempre en mi recuerdo! junto a la pasión que me hería por lo que pudo haber sido y no lo fue jamás – al menos hasta que volviste.</p>
<p>-Mientras me hablaba, no me atrevía a mirarla; pensaba en que estoy en una edad cerca del final –como un tren que se acerca rápidamente a la última estación-</p>
<p>Me acerque y la miré a los ojos: Muchas veces –comencé diciendo- intente decirte que no hiciéramos más el amor, porque sentía estando en tus brazos que te engañaba -aun cuando en mi interior espiritualmente éramos una sola persona.</p>
<p>Por alguna razón que ni yo mismo alcanzo a comprender he venido a visitarte y lo mas fantástico para ahondar el misterio, fue cuando al acunarte en mis brazos amándote; sentí que después de tanto tiempo había llegado a casa.</p>
<p>-Calla, tonto.  Me lo dice sonriendo- No te he dicho que pienso en ti más de lo que imaginas. Cuando llegaste recuperaste mi vida, entendí que el dolor nos lleva buena parte de ella. Sin el estamos renunciando a la pasión, a la vehemencia, y sin ellas no habrá batalla que ganar.</p>
<p>Jamás gana el que da agua para que le den sed ni el que da amor para que le den. Hay que sentirlo en la propia carne, estar atento con los ojos bien abiertos, porque todo lo importante de este mundo cuando se tiene de verdad es cuando se busca.</p>
<p>-Esta mujer me fascina –me preguntaba en silencio- me encanta su firmeza y su seguridad. Su rostro y su cuerpo es mucho más que el paisaje que nos rodea, como su vigor y entusiasmo provocaban una estimulación del deseo de poseerla.</p>
<p>¿Me oíste? Pregunta sobresaltándome con una leve sonrisa mientras apoyando su mano en mi brazo continua:</p>
<p>¡Vamos a caminar! Se está haciendo de noche y me encanta ver dormirse el sol sobre el mar.</p>
<p>Los dos contemplábamos desde lo alto de la isla la declinación hermosa de la luz y escuchábamos el susurro del inmutable mar sobre las rocas en la oscuridad de abajo.</p>
<p>Pamela susurró al recostar su cabeza en mi hombro:</p>
<p>Tengo miedo, Marcos. La luz se ha ido ¡Viste! Y nosotros también nos iremos como ella…y ¡jamás renaceremos, nunca jamás! -La bese -</p>
<p>Sonrió diciendo ¡Te necesito tanto…!</p>
<p>Me entristeció sentirla hablar así, estoy en una edad que siento el cansancio sentado sobre mis hombros, soy consciente y no lo puedo evitar aun, entonces siento, más insondable, la diferencia de edad.</p>
<p>Veinte años pueden ser muchos o no, la diferencia surge a partir de las vivencias y las nuestras eran enormes.</p>
<p>¿Había cambiado tanto Pamela desde aquellos días vividos ardorosamente en completa libertad?</p>
<p>Aparentemente si, había cambiado.</p>
<p>“Físicamente muy poco, seguía siendo una mujer de rostro agraciado; de cuello esbelto y largo.</p>
<p>Los pechos se mantenían bien torneados y firmes, su cintura marcada, sus nalgas redondas y duras como constate al volver hacerle el amor.</p>
<p>Fue en un momento cuando tenía su cuerpo desnudo en mis brazos que metió los dedos en sus cabellos castaños y veteados y lo dejó caer sobre la cara; luego, echó hacia atrás la cabeza mirándome fijamente y me hablo:</p>
<p>Cuando te fuiste aquella mañana un dolor terrible me acompaño; durante mucho tiempo me acusaron de masoquista y sin embargo no lo sentía así. Sencillamente que aprendí a vivir con él –como te comente antes-</p>
<p>No aconsejo que se busque el dolor, ni que se siente uno a esperarlo. Porque llega; una y otra vez, siempre llega. El dolor nos reconstruye si sabemos mirarlo fijamente a los ojos, pararnos frente a él y hablarle. Como generalmente viene con su amiga la soledad lo mejor es abrirle las puertas de la casa para que conviva con nosotros y así saber que designios tiene. “El dolor sin sentirlo nos hace resentidos, porque hacemos crónica la enfermedad que debió ser aguda”- como dice un amigo mío.</p>
<p>¡No hay otro modo!</p>
<p>Cuando venga la alegría encontrara más sitio donde divertirse.</p>
<p>Para muchos, las penas de un amor que concluye se multiplican, pero eso a mí no me ha sucedido.</p>
<p>¡Jamás amortice los júbilos y los gozos por no consumirlos hasta agotarlos! La prueba fue tu despedida por haber gastado tu amor –no el mío- de tanto usarlo.</p>
<p>Creo que los dos lo hemos vivido y nunca renunciamos al dolor, no digo que nos sirva de lección porque la vida siempre fluye. ¡Gocemos juntos de esta nuestra victoria!</p>
<p>Nada mas hay para contar, los dos hemos cambiado.</p>
<p>La vida vuelve a sonreírnos”</p>
<p>¡Marcos! La voz de Pamela me sobresalto</p>
<p>¿Qué estas pensando? –</p>
<p>¿No escuchaste lo que dije?</p>
<p>¡Por supuesto que sí!</p>
<p>Pensaba en ti y en mi regreso, en los momentos transcurridos de estas horas, en tus manos mágicas jugando con el humo participado del porrito, en el color de tus ojos que cambian cuando nos miramos, en tú lengua demorada eternamente sobre la mía, en tus indisimulables pezones duros deseando amar, en este anochecer y en la fragancia de los jazmines que bajan desde los balcones.</p>
<p>&#8211;Pensaba en todo ello-</p>
<p>Pensaba en ¡cuánta razón tienes!; Y que precisamente por ello comienzo a cuestionarme acerca de lo vivido, de aquello que brilla hoy bajo nuestro sol y en lo que puede depararnos el mañana.</p>
<p>Que nuestra existencia no es lo que palpamos, no son estos negocios de artículos lujosos, ni los autos, ni los yates que vemos allá abajo sobre el mar o la enorme cantidad de objetos que guardamos.</p>
<p>Está claro que no; nuestra vida está hecha de incontables recuerdos que conforman y dan sentido a la imagen que vemos frente al espejo cada mañana; nuestra vida está hecha de las cosas que guardamos por lo que significan en nuestro cerebro, y cuyo valor afectivo suele ser más intenso que el real.</p>
<p>Por eso cuando esas memorias son demasiado dolorosas generalmente escapamos cobardemente<strong>.</strong></p>
<p>¡Es muy cierto! te hubiera dicho en otros tiempos- Murmuro Pamela</p>
<p>Pero tú no eres de los que huyen. Tu eres de los que dicen la verdad brutalmente, convencidos que decir la verdad es preferible al dolor de una mentira.</p>
<p>Eres de los que ponen un punto final al amor que te consume antes de morir o verlo consumirse de tanto usarlo.</p>
<p>Sos de los que sostienen que es mejor vivir con el fuego del recuerdo que han experimentado, a la tibieza del olvido y reflexionar la maravilla de estar vivo, pese al dolor y a la soledad que te acompañara mientras vivas.</p>
<p>¡SI! Casi grito</p>
<p>Eso es: Gritar el amor, no el romántico ni el lastimero, sino el loco e impulsivo. Aquel que susurra nostalgia, no de un modo lacrimógeno, sino el grito alborozado que canta a la esperanza.</p>
<p>Y Ella llego Pamela; retorno a mi vida.</p>
<p>En mil noches de viajes por el mundo me embriague con amores que todo lo devoran.</p>
<p>Fue así que tras las excitantes intimidad de aquellos con sus largas discusiones vividas y profundas, el tema del sexo se hacía más y más inevitable.</p>
<p>Una venda o un mito caían de mis ojos, era una excitación extraña y vibrante en mi interior. Había descubierto con certeza que la libertad hermosa y pura de una mujer era infinitamente más elevada y maravillosa que cualquier amor sexual.</p>
<p>Era algo que muchos hombres, incluso los poetas, los sexólogos, los machistas no se daban cuenta lo suficiente como para comprenderlo.</p>
<p>He conocido mujeres que hacían del sexo un arte para seducir y adquirir poder sobre ellos. En cada relación sexual solían mantenerse quietas dejando que se cansaran y acabaran para poder ellas prolongar el coito y llegar a varios orgasmos, manejando la situación hasta agotarlos.</p>
<p>Las mujeres saben que hay una enorme cantidad de hombres que son caprichosos como niños y que insisten sobre el sexo como perros, y que una mujer tiene que ceder y concederle lo que quieran sino probablemente se volvería desagradablemente brusco, escaparía o rompería una relación que podría haber tenido otro final.</p>
<p>De ahí que aprendieron ceder ante el hombre sin someter su yo interno y libre y sin caer realmente en su poder. Por el contrario utilizaban o utilizan el sexo para adquirir mayor dominio sobre ellos.</p>
<p>¿Por qué hablas con tanta seguridad de nosotras? -Fijaba sus ojos en los míos con cierta malicia-</p>
<p>-Protegerse es una inevitabilidad no solo física sino de sentido común-</p>
<p>-Dejemos esta charla por hoy- la interrumpo</p>
<p>Tenemos algún tiempo para seguir hablando del tema.</p>
<p>¿Algún tiempo? – murmuro mientras tomaba mi mano izquierda y se la llevaba a los labios</p>
<p>&#8211;Creo que tú y yo pasaremos un largo tiempo y esta vez afrontaremos juntos los momentos difíciles; aquellos que llegan cuando las parejas se conocen perfectamente bien y no tienen más secretos que guardar. Ambos hemos cambiado y tenemos insondables zonas que descubrir, sorpresas que ofrecer, misterios que compartir.</p>
<p>&#8211;Y tú querido mío guardas historias increíbles que revelar&#8211;.</p>
<p>&#8211;No exageres –murmure mientras retiraba la mano de sus labios y la deslizaba entre sus pechos</p>
<p>Puso una cara de éxtasis perfecto; el sexo le asomaba a los ojos—</p>
<p>&#8211;Esas manos no solo sirven para escribir—alcanzo a terminar la frase antes que mis labios se fundieron en los suyos.</p>
<p>Un estremecimiento recorría mi cuerpo y el flujo de la consciencia se dirigió hacia mis genitales. No podía hacer nada mientras el pene, lenta y suavemente se iba llenando elevándose, endureciéndose en lo alto, dominante y desafiante a simple vista sobre el pantalón.</p>
<p>Pamela temblaba también ligeramente al observarlo.</p>
<p>&#8211;Vamos a casa, dijo- ¡tenemos que descansar! Su risa me lo explicaba todo</p>
<p>&#8212;-.&#8212;-</p>
<p>Olas cortantes y suaves de un placer intransmisible parecían recubrirme mientras entraba en ella y comenzaba el curioso frote clitoriano que se ampliaba y ampliaba hasta llevarla al último extremo con el empuje ciego del deseo.</p>
<p>Con los ojos oscurecidos por el placer semejante al sueño, alzo bruscamente su rostro buscando mis labios. Su boca llena de ternura, mis labios duros, hambrientos, exigentes como si quisiera dejar mi marca para siempre en su alma.</p>
<p>Hundí mi lengua asaltándole la boca, seguro de que estaba en mi derecho. Ella era mía, la poseía y saboreaba salvaje su deseo.</p>
<p>Sentía que recibía con ansias mis ardientes y salvajes labios, no importaba cuanto, pues reconocíamos ese amor violento casi primitivo, ambos lo comprendíamos.</p>
<p>Tormentas de fuego recorrían mi cuerpo al sentir sus dientes que mordisqueaban  mi virilidad;  saboreaba la humedad de sus flancos llevándome a nuevas alturas antes de envolver con sus labios la rosada punta sorbiendo sus flujos. Su lengua trazaba pequeños círculos alrededor despertándome escalofríos que estallaban en todas direcciones.</p>
<p>Pamela arqueo las caderas y abrió totalmente las piernas para que en un breve impulso la penetrara rápidamente arrancándole una exclamación primitiva que se desgarro de ella mientras sus largas y filosas uñas arañaban mi dolorida espalda.</p>
<p>Envolvió mi cintura con las piernas largas y ágiles, para impedir que escapara. Una y otra vez penetraba en ella, ambos nos murmurábamos palabras incoherentes supuestamente de amor y sexo –imposible de recordar-. Sacudida por estremecimientos cada vez mas seguidos  estalló como un volcán, parecía que por las venas le corrían ríos de lava fundida. Se estaba quemando y me quemaba pero seguimos, porque nos amábamos. Le di y me dio placer hasta quedar exhaustos,</p>
<p>El sudor como si una fina llovizno otoñal nos envolviera cubría nuestros cuerpos,</p>
<p>Me estremecí sobre ella y, por fin, dejándome caer de costado me quede quieto.</p>
<p>¡Marcos! Balbuceo Pamela mirándome</p>
<p>¡Siempre te he amado!</p>
<p>&#8211;No me preguntes ni me hables nada ahora—le digo</p>
<p>&#8211;Déjame así, yo también te quiero. Te amo así como estas, acostada. Te quiero como quiero tus piernas, tu forma, tu manera de ser mujer. Quiero a la mujer que hay en ti. Te amo con todo mi cuerpo, con mis huevos, con mi corazón y con mi cerebro.</p>
<p>¡Disculpa! dice Pamela</p>
<p>¡Te falta algo!</p>
<p>&#8211;Cierto, respondo &#8211;¡Mi Pene!</p>
<p>No me hagas decir nada más. Déjame así como estoy.</p>
<p>Luego me preguntaras lo que quieras – termino diciendo mientras coloco suavemente la mano sobre su depilado y delicado monte de Venus</p>
<p>¡Ahora déjame así!</p>
<p>Cierro los ojos y me quedo inmóvil con la llama invisible de otra consciencia, desnudo con la mano sobre ella, esperando…</p>
<p>Lentamente mis ojos se fueron cerrando y me dormí atravesado sobre la cama.</p>
<p>No sé el tiempo que pasó; entre sueños alcance a percibir sus dedos sobre los pezones de mis tetillas; sonreí,</p>
<p>Luego siguieron por las costillas como midiéndolas una por una, se detuvieron en el ombligo, depositaron sus labios un beso en él y continuaron por el vello púbico hasta casi tocar el pene que despertaba en medio de los muslos entreabiertos.</p>
<p>El mismo sentimiento de ternura que siempre me acompaño y que tantas veces complico mi errante vida, volvió a brotar.</p>
<p>Hundí mis dedos en sus cabellos y acerque su rostro hasta mis labios, de su boca entornada respire su aliento un largo rato; exhalaba un olor sano de amor y sexo,</p>
<p>El sudor de su cuerpo de piel fina y blanca, desprendía un húmedo olor a semen que me recordaba al del tabaco;</p>
<p>Sus pies y sus sobacos, a la hembra en celo.</p>
<p>Todo ella perfectamente natural y acerque por fin mis labios a su boca que los recibió temblando de ansiedad.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Crisálida]]></title>
<link>http://imoulia.wordpress.com/2009/11/28/crisalida/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 00:45:09 +0000</pubDate>
<dc:creator>imoulia</dc:creator>
<guid>http://imoulia.wordpress.com/2009/11/28/crisalida/</guid>
<description><![CDATA[Llevaba una remera blanca ajustada. Probablemente, no la mejor elección para una tarde de lluvia com]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Llevaba una remera blanca ajustada. Probablemente, no la mejor elección para una tarde de lluvia como la que azotaba a Buenos Aires esa tarde. El algodón era ahora transparente y se le marcaban unos pechos puntiagudos sin nada que los sujetara. Cruzaba corriendo la avenida y en el bamboleo (arriba, abajo, arriba), los ojos se perdían violentamente, casi estallando, o simplemente acariciando esos pechos con la mirada. Alcancé a escuchar a un señor mayor decir, pero no vale la pena. Viejos con hormonas de adolescente hay en todos lados (y esas hormonas con la lluvia, es sabido). Cuando se lo hubo secado se notaba a las claras que era poseedora de un pelo simétricamente ondulado y color caoba, pero bajo la lluvia era más bien un lacio forzado y negro. Bastante negro. Un muchacho –altivamente borracho- se le acercaba tambaleante y con una sonrisa de niño en Navidad, y ella me miró; quizá pidiendo auxilio, quizá simplemente para jactarse de su belleza. Sin entrar en el juego estúpido de las miradas, dejé que el joven se le acercara lo suficiente porque, quién soy yo para privar a alguien de unos pechos que no quieren más que ser mirados; hice bien. El puñetazo en la nariz, rompiéndola, sangrándola, fue justo lo que necesitaba una tarde como aquella. El pobre borracho cayó en parábola, quedó en horizontal y se desmayó al instante. Con un poco de inquietud, pero más de vergüenza, volvió a mirarme, invitándome al diálogo.</p>
<p>-Se ve que pega bastante fuerte. No es que me sorprenda, pero con su tamaño.. en fin.</p>
<p>Reímos por unos segundos y sentí que me reclamaba ropas secas y un té cargado de azúcar. La invité a mi departamento (tan sólo a unas cuadras de ahí).</p>
<p>-Disculpáme por el desorden; no suelen visitarme muchas personas.</p>
<p>Me adentré torpemente en la cocina y puse agua a hervir. Cuando volví a la habitación vi cómo la joven comenzaba a desvestirse y husmear en mi placard. Era muy blanca y, a través de su ropa interior aun más blanca y mojada, se le traslucían unos pelos oscuros. Me quedé observando el rápido desplazar de una toalla frotando unos pelos revoltosos, y noté cómo se miraba la joven a través del reflejo de una ventana, y cómo me miraba mirarla a través de ese mismo reflejo, y cómo se sonreía ante saberse desnuda ante mí (mirándola). Di media vuelta y volví a la cocina. Apareció vistiendo apenas una camisa arrugada que le llegaba a las rodillas y sin abotonar; a mí té ponéle dos de azúcar por favor, y el volver sobre unos pasos arrugados por el agua a la sala. Mis ojos se habían acostumbrado al exhibicionismo de unos pechos ahora envueltos por mi camisa y a unos pelos que ya asomaban ondulados (y color caoba). Mojada era muy hermosa pero en seco aun más. Entré a la sala cargando las dos tazas y la vi sentada en el sillón, con la pera apoyada en sus dos brazos entrecruzados apoyados sobre sus dos rodillas flexionadas apoyadas sobre sus pies arrugados por el agua, sobre el sillón.</p>
<p>-No suelo hacer esto.</p>
<p>-¿Hacer qué?</p>
<p>-No suelo adentrarme en la casa de cualquiera, desnudarme y aceptarle un té; con dos de azúcar, ¿verdad?</p>
<p>Agarró la taza y comenzó a soplar sobre el líquido. Su sonrisa estaba acompañada por el fruncimiento de las cejas y dos pocillos a los costados de la boca.</p>
<p>-¿Y qué te llevó a hacerlo? Probablemente la lluvia.</p>
<p>-Probablemente.</p>
<p>Y el té estaba muy caliente y dónde está el azúcar, voy a buscarla, porque siempre pido con dos de azúcar pero después le pongo dos y, a veces, tres cucharadas más; quizá me gusta dulce pero me da pudor que un extraño le ponga cuatro cucharadas de azúcar a mi té, o quizá lo hago por divertimento porque jamás tomo un té preparado por un extraño.</p>
<p>-Te incomodan mis pechos al descubierto, ¿verdad?</p>
<p><em>Para nada.</em></p>
<p>-Para nada. Son muy hermosos; sos muy hermosa.</p>
<p><em>De nada.</em></p>
<p>-Gracias. ¿Te molesta si te digo que vos no; que, por el contrario, tenés una nariz bastante grande y el pelo sucio?</p>
<p><em>Para nada.</em></p>
<p>-Un poco, pero puedo vivir con eso.</p>
<p>Tomó mi mano y la posó sobre su pecho.</p>
<p>-Mirá, sentí. ¿Ves cómo late? Pero no por vos sino porque estoy viva.</p>
<p>Mis ojos se clavaron en los suyos y comenzaron a descender, casi desnunándola (más). En el recorrido me encontré con su boca húmeda, con unos pechos cubiertos un poco por mi mano y otro poco por una camisa abierta pero no del todo, con un estómago que se contraía y con unas piernas que, cortas, eran una terminación casi perfecta. Mi pecho también latía; no hizo falta apoyar ninguna mano. Y los labios se encontraron, lastimosos, frenéticos. Su agitación subía por la tráquea y se transformaba en mi agitación, y ambos aires calientes chocando en las bocas, siendo una misma agitación. Las manos se fundieron en las manos y los dedos se entretejían entre los cabellos (ahora definitivamente ondulados y secos). Los cuerpos desnudos eran una consecuencia, una necesidad. Yo ya conocía esos pechos, ya conocía esas piernas y ya conocía ese estómago; era cuestión de ordenar ese caos hasta convertirlo en situación. Y sus extremidades blancas reptando por mi cuerpo, apresándome y dejándome a su merced.  Y mi cuerpo que, inmóvil, no hizo nada para impedirlo. Los sexos húmedos se atraían y rechazaban; se escondían y encontraban en un ritual onírico. Y nos quedamos posando desnudos en una cama desecha (y ahora más desecha y más húmeda).</p>
<p>-Sería bastante estúpido enamorarnos.</p>
<p><em>Enamorarnos..</em></p>
<p>-Mirá si..</p>
<p><em>¿Enamorarnos?</em></p>
<p>-Quién te dice, quizá es demasiado tarde.</p>
<p><em>¿Tarde para qué?</em></p>
<p>-Sí, es demasiado tarde.</p>
<p><em>¿Sí?</em><br />
-Entonces es tarde para los dos.</p>
<p><em>Son dos estúpidos enamorados.</em></p>
<p>Me gustaría bajar a comprar cigarrillos; tomá, fumá uno de los míos; es que quiero fumar de mis cigarrillos, no quiero fumar de tus cigarrillos. Recogió su remera blanca y se puso sus jeans. Escuché unos pasos alejándose de la habitación, dejándome atrás, dejando atrás una puerta ya cerrada, un pasillo eterno hasta las escaleras, y el descender de esas mismas escaleras. Pensé que no iba a regresar; que los cigarrillos eran el pretexto abandónico; esperé que así fuera pero a los pocos minutos volví a oír esos pasos ahora viniendo hacia mí, por esas escaleras, por ese pasillo y la misma puerta ahora abriéndose. Desde la lejanía me preguntó si quería otro té pero no, únicamente quiero dormir un rato. Volvió a aparecerse en la habitación, nuevamente desnuda, nuevamente tomando mi camisa arrugada y cubriéndose apenas con la misma y querés un té o no. No, gracias, pero pasáme los fósforos. Me prendí un cigarrillo y ella volvió a perderse. El cigarrillo se amoldaba ahora a mis dedos. Inhalaba humo por la boca, lo exhalaba por la nariz. Tenía los ojos cerrados y la lluvia golpeaba mecedora, cobijándome entre las sábanas, y el colchón tomando la forma de mi espalda, mi cabeza hundida en la almohada. Me sentí acompañado aun sabiendo que no lo estaba; sabiendo que el hecho de que ella estuviera ahí no era más que ilusorio, perecedero. Ella apareció por la puerta, cargando un té cargado, y se sentó a mi lado. Pasó su mano por mi pelo y, con torpeza, me abalancé sobre ella, apretándola contra mi cuerpo, apresándola entre mis brazos. Necesitaba saberla verdadera; corpórea y sustancial.</p>
<p>-Sos raro.</p>
<p>-Nunca me canso de escuchar eso.</p>
<p>-Encontré unos papeles en el escritorio; escribís muy bien.</p>
<p>-No, únicamente trato de esconder ideas con disfraces de palabras.</p>
<p>-Esas palabras..</p>
<p>-Sí, no sé quién las dijo pero no fui yo. Sin embargo, me definen con precisión.</p>
<p>-Ya veo. ¿Por qué me invitaste a tu departamento?</p>
<p>-Porque estaba enamorado de vos, pero primero debía estar seguro. Son formalismos.</p>
<p>-Ya veo.</p>
<p>-¿Y vos por qué subiste a mi departamento?</p>
<p>-Probablemente porque estabas enamorado de mí.</p>
<p>-Ya veo.</p>
<p>Veíamos demasiado, o al menos eso creíamos. El cielo estaba negro y las persianas bajas apenas dejaban entrar una tenue luz desde la avenida. El movimiento que se percibía desde afuera no era mayor al que había entre las sábanas; era todo quietud, todo mojado. Y nos quedamos dormidos. Yo desperté (habían pasado algunas horas, o días, no lo sabía) y ella seguía a mi lado, sobre mí. La hice a un lado y me dirigí hacia el baño. El agua tardó unos segundos en volverse caliente, esos segundos que me paré frente al espejo, analizándome. Mi pecho estaba húmedo y el cuerpo, sucio. Me apoyé contra los azulejos, bajo la lluvia de la ducha, y traté de quedarme allí cuánto mi piel tardase en convertirse en arrugas. Cuando volví a la habitación noté que la cama estaba vacía y la camisa arrugada, en el piso. La busqué en la sala, en la cocina, bajo la cama, pero se había ido. Sus jeans y su remera blanca también habían desaparecido. La lluvia seguía golpeando (ahora con brusquedad) y me paré a un lado de la ventana. En la avenida apareció ella, con los pelos negros y lacios bajo la lluvia, con una remera blanca ahora transparente y con la misma sensualidad de hacía unos días. Mientras esperaba en el semáforo se le acercó un joven -soberbiamente borracho- y comenzó a hablarle. Doblando en la esquina, apareció él (con paraguas) y ella lo miró; quizá pidiendo auxilio, quizá simplemente para jactarse de su belleza. Y se fueron caminando por la avenida, bajo la lluvia.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Afirmaciones ]]></title>
<link>http://biopsike.wordpress.com/2009/11/27/afirmaciones/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 19:53:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>biopsike</dc:creator>
<guid>http://biopsike.wordpress.com/2009/11/27/afirmaciones/</guid>
<description><![CDATA[Afirmaciones en BioPsike Dentro de Ganas de Vivir encuentras una afirmacion que te ayudara a Vivir e]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Afirmaciones en BioPsike</p>
<p>Dentro de <a href="http://sites.google.com/site/biopsike/holismo/afirmacion/ganas-de-vivir-1">Ganas de Vivir</a> encuentras una afirmacion que te ayudara a <a href="http://sites.google.com/site/biopsike/holismo/afirmacion/ganas-de-vivir-1/vivirelpresente">Vivir el Presente</a>.</p>
<p>&#160;</p>
<p style="text-align:right;">BioPsike – Marcela Brito Avellaneda</p>
<p style="text-align:right;"><a href="http://sites.google.com/site/biopsike">Psicoterapia Virtual</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[¿De dónde vendrá mi socorro? / Josué Santiago de la Cruz]]></title>
<link>http://abeyno.wordpress.com/2009/11/27/%c2%bfde-donde-vendra-mi-socorro-josue-santiago-de-la-cruz/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 19:06:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio A. Rodríguez Sosa</dc:creator>
<guid>http://abeyno.wordpress.com/2009/11/27/%c2%bfde-donde-vendra-mi-socorro-josue-santiago-de-la-cruz/</guid>
<description><![CDATA[“¿Qué hacen los puertorriqueños que no se rebelan?”, Betances En su despacho, el gobernador le dice ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[“¿Qué hacen los puertorriqueños que no se rebelan?”, Betances En su despacho, el gobernador le dice ]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[El cuento primero]]></title>
<link>http://literaturadelapelota.wordpress.com/2009/11/27/el-cuento-primero/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 18:36:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>literaturadelapelota</dc:creator>
<guid>http://literaturadelapelota.wordpress.com/2009/11/27/el-cuento-primero/</guid>
<description><![CDATA[El libro de cuentos Montevideanos de Mario Benedetti es clave en la trayectoria literaria del autor.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>El libro de cuentos Montevideanos de Mario Benedetti es clave en la trayectoria literaria del autor. En la obra recopila sus mejores relatos, lo más representativos, donde expresa con un lenguaje propio sus ideas. De esta manera, logró su primer éxito en el campo de la narrativa.</p>
<p>Montevideanos, editado en 1959, obtuvo un gran reconocimiento por parte del público como de la crítica especializada. En ella Benedetti trata de mostrar la vida gris y el tiempo vacío de los habitantes de clase media de la capital uruguaya. Instala su mirada crítica desde el humor, en donde borrachos, hipócritas, charlatanes y hasta un sobornado jugador de fútbol consigue provocar una sonrisa cómplice.</p>
<p><a href="http://literaturadelapelota.wordpress.com/files/2009/11/montevideanos1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-92" title="montevideanos" src="http://literaturadelapelota.wordpress.com/files/2009/11/montevideanos1.jpg?w=225" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p>En este libro apareció uno de los primeros cuentos que tuvo como foco el fútbol. Claro, como todo uruguayo, este deporte formó parte de su vida, con la virtud que logró ser contemporáneo de los mejores y más importantes triunfos de su país: como las medallas de oro de los Juegos Olímpicos de Paris 1924 y Amsterdam 1928, y las copas mundiales de Uruguay 1930 y Brasil 1950. Este noble juego no le fue ajeno, sino no hubiera sido un buen oriental.</p>
<p>Hasta mediados del siglo pasado casi no existían títulos futboleros. Benedetti, revolucionario en este sentido, fue uno de los primeros escritores que plasmo su amor por el fútbol en un libro. Tituló al cuento bajo el nombre de <em>Puntero izquierdo</em>. En él dibuja la cruda humildad, pero cargada de humor, de un futbolista montevideano y sus pequeñas ambiciones, en donde se refleja las raíces sociales más profundas del fútbol y que, gracias a este deporte, ha hecho conocidos a los uruguayos en todo el mundo. El jugador de fútbol de hace cuarenta o cincuenta años es el que se retrata. Ese jugador que estaba a la altura del obrero, del sirviente, del ciudadano que no tenía defensas, que se hallaba lejos de los estudios. </p>
<p>Benedetti utiliza un lenguaje en que el que no se encuentra ninguna fisura, siempre usando el léxico propio de las canchas. En este relato hace hablar al puntero izquierdo, que es un muchacho dominado por los desconocimientos. Ciego para hallar los polos opuestos que son el bien y el mal. Sin la inteligencia para descifrar los problemas complejos de un mundo socio-económico.</p>
<p>El conocimiento del lenguaje popular futbolístico, y la perfecta visión de lo que representa el fútbol dentro de la sociedad de ese entonces y la de hoy también, son elementos fundamentales para la construcción de este relato, que es esencial para la vida.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Tócala de nuevo / cuento de Alberto Martínez Márquez ]]></title>
<link>http://abeyno.wordpress.com/2009/11/27/tocala-de-nuevo-cuento-de-alberto-martinez-marquez/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 16:53:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sergio A. Rodríguez Sosa</dc:creator>
<guid>http://abeyno.wordpress.com/2009/11/27/tocala-de-nuevo-cuento-de-alberto-martinez-marquez/</guid>
<description><![CDATA[A la memoria de Dooley Wilson “Tócala de nuevo,” le dije al pianista al concluir la pieza. Él me lan]]></description>
<content:encoded><![CDATA[A la memoria de Dooley Wilson “Tócala de nuevo,” le dije al pianista al concluir la pieza. Él me lan]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Reading, Kate Burgess]]></title>
<link>http://enlavalla.wordpress.com/2009/11/27/reading-kate-burgess/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 15:18:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>Isabel</dc:creator>
<guid>http://enlavalla.wordpress.com/2009/11/27/reading-kate-burgess/</guid>
<description><![CDATA[]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://enlavalla.wordpress.com/files/2009/11/kateburgess.jpg"><img src="http://enlavalla.wordpress.com/files/2009/11/kateburgess.jpg" alt="" title="kateburgess" width="500" height="658" class="alignnone size-full wp-image-2232" /></a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La Mente Engañosa]]></title>
<link>http://lamentoalaignorancia.wordpress.com/2009/11/27/la-mente-enganosa/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 14:18:19 +0000</pubDate>
<dc:creator>paulramone</dc:creator>
<guid>http://lamentoalaignorancia.wordpress.com/2009/11/27/la-mente-enganosa/</guid>
<description><![CDATA[-¡No finjas que no me escuchas!- decía aquella voz fuerte de un hombre corpulento a aquel muchacho s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>-¡No finjas que no me escuchas!- decía aquella voz fuerte de un hombre corpulento a aquel muchacho sentado en una cómoda silla, frente a un escritorio viejo pero bien conservado.</p>
<p>-Sin mí, sin mí, ¡sin mí no serías nada! Bueno, también les debes mucho a las demás personas que me acompañan, a ese niño juguetón, la chica de las cortas faldas, incluso al perro enfadoso que…<!--more--></p>
<p>El joven músico y escritor se había levantado del escritorio y había salido de la habitación y de la casa. Se mostraba indiferente ante aquel hombre gritón. Se dirigió al parque, pero todas las personas lo veían extrañamente. El no lo notaba, pero siempre caminaba muy rápidamente, mirando hacía todos lados, con un rostro de preocupación extrema. Pero él tenía sus razones. ¿Quién se querría encontrar con alguien desconocido que no lo dejaría nunca? Pero el no conocía la razón de esto.</p>
<p>Daba largos pasos por el parque, con manos sudorosas. Vió a un hombre viejo que se disponía a hablarle, pero él ni siquiera giró su cabeza para escucharlo.</p>
<p>Y extrañamente, el hombre que estaba en su habitación logró alcanzarlo en el parque, pero no se le veía sudado o cansado, ni se veía ningún taxi cerca de ahí.</p>
<p>-Te lo diré de una vez: ¡no te librarás de mí tan fácilmente!- Parecía que lo tomaría por el cuello, pero no lo hizo, solo dijo eso y el joven prodigioso salió corriendo, con las manos cubriendo sus oídos, y gritando: ¿Por qué no molestan a alguien más?</p>
<p>Se sentía triste, no había hecho nada nuevo, sentía que “la magia” se le había ido. A sus 17 años, dos libros en algunas editoriales, a punto de estrenarse y tres canciones exitosas en la radio lo convertían en una especie de ícono.</p>
<p>Pero los últimos cinco meses habían sido terribles. No había compuesto ni escrito nada… bueno, sólo algunas hojas en el escritorio (que cualquiera que las leyera quedaría impresionado, puesto que todas dicen la misma extraña frase: “¿Quién es más perdedor: yo o yo?” Llenó diez hojas de lo mismo.</p>
<p>Su vida se había convertido en una especie de desastre…</p>
<p>Y seguía cubriendo sus oídos con las manos, que se habían vuelto temblorosas. Necesitaba sacar algo bueno. Así que recurrió a sus amigos cercanos.</p>
<p>-Sabía que vendrías a mí, remedo de escritor barato. ¿Quieres una idea?</p>
<p>-Te lo ruego-contestó el joven-Sé que los he tratado mal…- Se escuchó un sí general, voces escalofriantes nunca antes escuchadas, fue como si…-Pero necesito comer, y sé que ustedes me aprecian, no creo que me dejen sin vida, no son así, los recibí en mi casa, los alimento… ayúdenme.</p>
<p>-Sí,  claro, solo no llores, por piedad, me da asco.- contestó el hombre fornido.- Veamos, escribirás un cuento. Escribe: “Todo comenzó una fría mañana…”</p>
<p>Al siguiente día, se había tranquilizado, caminaba por el parque, no tan rápido como ayer pero aún mirando a todos lados con un rostro perturbado, pero sonriente. Se sentó en una banca y colocó sus audífonos en sus orejas (no quería escuchar a nadie), se disponía a leer el cuento que había escrito ayer (lo había cargado consigo para leerlo y mejorarlo), lo sacó de su mochila, abre la carpeta y comienza a leer… una palabra que se repetía por todas las cinco hojas que había “escrito” ayer: “Perdedor, Perdedor, Perdedor…”</p>
<p>No podía creer lo que había escrito. Se sentía de nuevo tan frustrado. Quería de una vez terminar con todo el desastre, dejar las cosas en orden, arreglar lo descompuesto, sacar la basura, entregar el equipo, colgar los tenis, estirar la pata… quería terminar su existencia.</p>
<p>Se dirigía a su casa con la idea de que alguien lo siguiera y se “encargara” de él, que lo matara sin razón aparente. Quería saltar de un edificio, ser arrollado por un automóvil, recibir cientos de piquetes de avispas, ataque de un perro rabioso, algún león suelto del zoológico…pero nada, nada parecía suceder, nada que lo ayudara a cumplir su deseo momentáneo.</p>
<p>De repente, sintió un suave toque en su dedo índice. No quería ni voltear, no quería encontrarse con esas personas odiosas que se la pasaban molestándolo todo el tiempo, que no comprendían el hecho de que el simplemente deseaba relajarse un momento, desconectarse del mundo y estar solo siquiera por unos cinco minutos.</p>
<p>Pero algo lo obligó a voltear, su intranquilidad se vio reflejada en su rostro, pero después de ver que había sido lo que toco su dedo, su asombro relució en su mirada, ahora tan abierta y profunda.</p>
<p>Nunca había visto algo así, esa estatura, esa figura celestial con esa mirada de fuego, a penas y podía creer que estuviera viendo eso. No se pudo contener e intento tomarla entre sus brazos. Y lo logró.</p>
<p>Pero su felicidad y paz momentánea se vieron interrumpidas. Llegó el hombre fornido que lo engañaba en sus momentos de escribir. Estaba realmente furioso, simplemente quería asesinarlo. Pero se detuvo a pensar y a mirar a su alrededor. Denotó como toda la gente veía extrañada (incluso con miedo) al joven escritor, al músico prodigio. Sabía que algo bueno pasaba. Descubrió muchas cosas en esos cinco minutos de estar sólo observando a su alrededor. Se sintió triste un momento, pero después se contento de saber que su plan de arruinar la vida del prodigioso tipo que abrazaba a su chica estaba por concluir. Acabar con su vida sería nada comparado con arruinar su vida. Estaba decidido, haría un breve discurso y todo quedaría hecho.</p>
<p>-Hey, remedo asqueroso de músico y poeta, si tú, voltea imbécil.-</p>
<p>- ¿Qué pasa? ¿Acaso te molesta que abrace a tu chica un momento? ¿Qué crees que opine ella? Está muy tranquila para que se me ocurra creer que está molesta.</p>
<p>-Ja, sí, hay algo que me molesta, pero es algo más interesante. Resulta que aún no has sido lo suficientemente listo como para notar que la gente real te mira fijo y se asusta. Si querido amigo, yo tu fiel servidor te digo que no has notado que todos nosotros los que te hablamos somos producto de tu subconsciente. ¿Qué no has leído de “Enfermedades Mentales”? Solo obsérvalo por ti mismo, la chica que estaba en tus brazos se ha desvanecido, y en cuanto veas los rostros del mundo al que perteneces, sabrás a que me refiero.- El hombre no podía dejar de reír.</p>
<p>Todo parecía derrumbarse en el mundo que el prodigio conocía. Sus brazos estaban vacíos, pero aun no creía nada.</p>
<p>-Sólo tratas de engañarme con un argumento que es falso, estás totalmente demente, tu asqueroso ser que me engaña en mis textos, maldito seas…</p>
<p>Dos policías lo sostenían de los brazos mientras el notaba que el hombre con quien hablaba se despedía y desvanecía, mientras otras personas le hablaban.</p>
<p>“Creo que nos volveremos a ver”,”Ojalá te gusten los manicomios, ahí hay muchos como tú”,”¿Te gustan las paredes acolchadas?”…</p>
<p>No lo podía creer. Se sintió a si mismo subiendo a una camioneta de transporte, observaba por la ventana con los ojos llorosos mientras las miles de voces lo seguían.</p>
<p>-¡Déjenme en paz!- Gritaba y repetía, con las manos en los oídos para no escuchar a aquellos irreales que lo perturbaban y que lo llevaron directo a la perdición.</p>
<p>Y la camioneta se veía avanzando por esas calles solas y mojadas, directo al lugar a donde el prodigio pertenecía…</p>
<p>“Demasiado bueno para el mundo real” dirían los periódicos a la mañana siguiente, mientras el joven vestía su bata de convicto de hospital psiquiátrico. Tenía todo para ser grande, todo… y lo fue hasta su perdición…</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Avinash]]></title>
<link>http://miradadisplicente.wordpress.com/2009/11/27/avinash/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 12:41:52 +0000</pubDate>
<dc:creator>Zanobbi</dc:creator>
<guid>http://miradadisplicente.wordpress.com/2009/11/27/avinash/</guid>
<description><![CDATA[Te encontré desafiando todas las leyes, sin ser la de la gravedad la que más me preocupaba. Desde le]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://miradadisplicente.wordpress.com/files/2009/11/laurentg.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1184" title="LaurentG" src="http://miradadisplicente.wordpress.com/files/2009/11/laurentg.jpg" alt="" width="490" height="493" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Te encontré desafiando todas las leyes, sin ser la de la gravedad la que más me preocupaba.<br />
Desde lejos me miraste amenazante o intrigado, no supe nunca interpretarte. No quise interpretarte.<br />
Nunca vi a nadie tan serio.<br />
¿Qué esconde alguien que, siendo tan joven, es tan, tan serio?<br />
Mientras te veía actuar (porque tú actúas) me preguntaba qué te había ocurrido, qué horribles cosas habían dejado en ti esas marcas, qué drogas tomabas.<br />
Pero no, no vi resto de nada en lo más profundo de tus pupilas. No vi nada, cuando me acerqué a comprobarlo. No pude ni reflejarme, para mi desgracia.<br />
Me diste la mano para invitarme a subir a tu templo de colores y mirar desde arriba el polvoriento rebaño que siempre te rodea. Para dejarme aspirar el olor amargo que intercambiáis tus saris y tú. Tu amigo y tú. El rebaño, tu amigo, los saris y tú.<br />
Me hubiese quedado allí toda la vida, sentado en un rincón, sin moverme ni comer ni beber ni nada, observándote sacar, extender, doblar y guardar, como si nada ocurriese más. Nunca. Sin dejar de mirar hacia ningún sitio de aquella plaza polvorienta.<br />
Los saris de Avinash son de todos los colores, menos negros.</p>
<p style="text-align:justify;">Foto: <a href="http://designldg.wordpress.com/">Laurent Goldstein</a>, <strong>tan</strong> bonita como todas las suyas.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Kato Ramone ganó el Premio Paula]]></title>
<link>http://juliosuarezanturi.wordpress.com/2009/11/27/kato-ramone-gano-el-premio-paula/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 11:47:09 +0000</pubDate>
<dc:creator>juliosuarezanturi</dc:creator>
<guid>http://juliosuarezanturi.wordpress.com/2009/11/27/kato-ramone-gano-el-premio-paula/</guid>
<description><![CDATA[Se dio a conocer el fallo del concurso de cuento de la revista Paula y se procedió a premiar a los g]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://juliosuarezanturi.wordpress.com/files/2009/11/katoramone.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-591" title="katoramone" src="http://juliosuarezanturi.wordpress.com/files/2009/11/katoramone.jpg" alt="" width="89" height="121" /></a>Se dio a conocer el fallo del concurso de cuento de la revista Paula y se procedió a premiar a los ganadores y anunciar la puesta en circulación del libro que recopila los trabajos del ganador y 10 finalistas. Los del jurado, Juan Manuel Vial, Guadalupe Nettel y Cecilia García-Huidobro, dieron por ganador a <a href="http://www.paula.cl/blog/concurso-de-cuentos/2009/11/06/resultados-concurso-de-cuentos-paula-2009/#more-7517">Kato Ramone</a> (<em>foto</em>), con su cuento “El fotógrafo”, mientras que seleccionaron finalistas a los siguientes cuentos y autores: </p>
<p>–<strong>Fernando Emmerich</strong>, con El águila de dos cabezas</p>
<p>–<strong>Camilo Herrera</strong>, con Los bebés voladores</p>
<p>–<strong>Macarena Fabry</strong>, con Tienda de mascotas</p>
<p>–<strong>Rodrigo Costas</strong>, con El pozo</p>
<p>–<strong>María de la Cuadra</strong>, con Sangre muerta</p>
<p>–<strong>Felipe González</strong>, con De la república de las letras</p>
<p>–<strong>Rodrigo Arenas</strong>, con La pierna</p>
<p>–<strong>Ricardo Rosas</strong>, con El hombre sin rostro</p>
<p>–<strong>Juan Ignacio Colil</strong>, con Foto de curso, y</p>
<p>–<strong>Álvaro Jéldrez</strong>, con Sagitario</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Un deseo a una estrella]]></title>
<link>http://kosmiko.wordpress.com/2009/11/26/un-deseo-a-una-estrella/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 05:35:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>Kyoki</dc:creator>
<guid>http://kosmiko.wordpress.com/2009/11/26/un-deseo-a-una-estrella/</guid>
<description><![CDATA[Hace mucho tiempo, una niña siempre le pedia deceos a las estrellas, le gustaba pedirle deseos a las]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Hace mucho tiempo, una niña siempre le pedia deceos a las estrellas, le gustaba pedirle deseos a las]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Algunas correcciones (7)]]></title>
<link>http://josesala.wordpress.com/2009/11/27/algunas-correcciones-7/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 04:07:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>josesala</dc:creator>
<guid>http://josesala.wordpress.com/2009/11/27/algunas-correcciones-7/</guid>
<description><![CDATA[&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mole gris rodeada de desierto refleja el sol con la misma paciencia que l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mole gris rodeada de desierto refleja el sol con la misma paciencia que l]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[El cuento de cada noche]]></title>
<link>http://laiafrigola.wordpress.com/2009/11/26/el-cuento-de-cada-noche/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 23:57:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>Karina</dc:creator>
<guid>http://laiafrigola.wordpress.com/2009/11/26/el-cuento-de-cada-noche/</guid>
<description><![CDATA[Cada noche tenemos nuestra rutina, parte de ella, consiste en que mamá (y sí, lo siento papi pero es]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Cada noche tenemos nuestra rutina, parte de ella, consiste en que mamá (y sí, lo siento papi pero es así, sólo mamá) me lleve a la cama. Antes lo hacía mi papá, pero desde que me trasladé a la <a href="http://laiafrigola.wordpress.com/2009/09/06/en-verde/">habitación verde</a> sólo me gusta que me duerma mi mamá. Y es que tiene un secreto: sus cuentos.</p>
<p>Cada noche hay 3. A veces el cuento dura 10 minutos, otras dura mucho menos, pero siempre hay 3 historias. 2 a demanda y una con la que cerramos la sesión. Las dos primeras pueden ser versiones de Nemo, de &#8220;El principe guapo&#8221; (creo que se llama Aladino, pero para mi es el principe guapo), de Simba (el hijo del Rey León), del avión y la estrella, y algunos más; pero el último, ese siempre es el de &#8220;<strong>El gusano y la bruja</strong>&#8220;.</p>
<p>Suena un poco rarito, pero es una historia que se cuenta casi toda con besos y abrazos&#8230; y dice así:</p>
<blockquote><p>&#8220;Había una vez, un gusanito pequeño pequeño que iba caminando por el brazo de Laia muy despacio&#8230; <em><span style="color:#888888;">(aquí mamá comienza a tocarme el brazo muy despacito, claro, el gusano va caminando por mi brazo)</span></em>, y en eso estaba el gusano, cuando escucho a una bruja que se lo quería comer!</p>
<p>El gusanito comenzó a caminar más rápido y más rápido, hasta que encontró un lugar que lo protegiera <em><span style="color:#888888;">(debajo de mi brazo, siempre se esconde ahi&#8230; a veces me hace cosquillas el gusano eh!)</span></em>, y entonces llegó la bruja y comenzó a preguntar, -Gusano, ¿dónde estás?, ven gusanito-. Pero el gusano no salia, asomaba la cabecita, pero no salía. La bruja, cansada, se fue a su casa, y fue hasta entonces que el gusano decidió salir, y subio caminando otra vez, muy despacito por toda la cara de Laia.</p>
<p>Pasó por los ojos, por las cejas, por las pestañas, por la frente, por la orejas, por el cuello, por la boca, por los dientes, por la barba por todos lados, hasta que encontró el lugar que estaba buscando, y era la mejilla de Laia. Y ahí, y sólo ahí le plantó un beso muy muy grande.</p>
<p>Porque el gusanito es amigo de la Laia.&#8221;</p>
<p>Y colorín colorado, este cuento, se ha acabado.</p></blockquote>
<p>Bona nit.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Me gusta como soy (para la autoestima)]]></title>
<link>http://sinalefa2.wordpress.com/2009/11/27/me-gusta-como-soy-para-la-autoestima/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 23:01:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>sinalefa</dc:creator>
<guid>http://sinalefa2.wordpress.com/2009/11/27/me-gusta-como-soy-para-la-autoestima/</guid>
<description><![CDATA[Había una vez, un chico que tenía el pelo color blanco, pero blanco-blanquísimo, como la nieve, como]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Había una vez, un chico que tenía el pelo color blanco, pero blanco-blanquísimo, como la nieve, como]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Curso de Milagros: Lección 330 – Noviembre 26  ]]></title>
<link>http://biopsike.wordpress.com/2009/11/26/cursodemilagros%3alecci%c3%b3n330%e2%80%93noviembre26/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 22:46:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>biopsike</dc:creator>
<guid>http://biopsike.wordpress.com/2009/11/26/cursodemilagros%3alecci%c3%b3n330%e2%80%93noviembre26/</guid>
<description><![CDATA[ &#8221;Hoy no volveré a hacerme daño&#8221; BioPsike – Marcela Brito Avellaneda Psicoterapia Virtua]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><strong><img style="width:0;height:0;visibility:hidden;" src="http://counters.gigya.com/wildfire/IMP/CXNID=2000002.0NXC/bHQ9MTI1OTI3NTUxOTMyNyZwdD*xMjU5Mjc1NTUyNjcxJnA9NDAwODMxJmQ9Jm49d29yZHByZXNzJmc9MSZvPTI4ZThjZDhhYWFkMjQxMjA5NjgwYmVkZTM*ZmMyNTMyJm9mPTA=.gif" border="0" alt="" width="0" height="0" /> &#8221;Hoy no volveré a hacerme daño&#8221;</strong></p>
<iframe frameborder="0" width="488" height="373" src="http://wpcomwidgets.com/?width=480&amp;height=365&amp;src=http%3A%2F%2Fwww.dailymotion.com%2Fswf%2Fxbaavu%26related%3D0&amp;quality=high&amp;wmode=tranparent&amp;_tag=gigya&amp;_hash=c3d157268319e39d4839c7b7c29952ce" id="c3d157268319e39d4839c7b7c29952ce"></iframe>
<div>
<p style="text-align:right;">BioPsike – Marcela Brito Avellaneda</p>
<p style="text-align:right;"><a href="http://sites.google.com/site/biopsike">Psicoterapia Virtual</a></p>
</div>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[A destiempo.]]></title>
<link>http://annefatosme.wordpress.com/2009/11/26/a-destiempo/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 19:17:44 +0000</pubDate>
<dc:creator>annefatosme</dc:creator>
<guid>http://annefatosme.wordpress.com/2009/11/26/a-destiempo/</guid>
<description><![CDATA[Me he quedado sin otoño… sin primavera…ni verano, recapacita la vieja carcasa  a punto de caer en un]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Me he quedado sin otoño… sin primavera…ni verano, recapacita la vieja carcasa  a punto de caer en un]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Oda del Cuento Perdido]]></title>
<link>http://eduardblanco.wordpress.com/2009/11/26/oda-del-cuento-perdido/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 18:57:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>eduard</dc:creator>
<guid>http://eduardblanco.wordpress.com/2009/11/26/oda-del-cuento-perdido/</guid>
<description><![CDATA[¿REEDICIÓN? Perdona mi indiscreción M, pero estoy desesperado, soy un relato perdido y hace rato que]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1038" title="rostro-del-men-history" src="http://eduardblanco.wordpress.com/files/2009/01/rostro-del-men-history.jpg" alt="" width="332" height="390" /><strong><span style="color:#808080;">¿REEDICIÓN?</span></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><em>P</em>erdona mi indiscreción <strong>M</strong>, pero estoy desesperado, soy un relato perdido y hace rato que ando harto angustiado buscando mi <strong>Blog</strong>. Tal vez mi autor esté preocupado.</p>
<p style="text-align:justify;">Me caí de los cuentos, creo, quizás de los borradores, no estoy seguro. Todo empezó cuando unas palabras empezaron a insultarse entre ellas con adjetivos horribles, a la súbita disputa se unieron unas minúsculas que hormigueaban por los alrededores. Pronto se hicieron bandos, las etiquetas, las categorías. Mi posición se tornó vulnerable, sin tiempo a registrar un <em>Backup</em>, no me quedó más remedio que salir a toda leche de ahí, zumbando que le diría una abeja a otra.</p>
<p style="text-align:justify;">Buscando una salida a la caótica revuelta, tropecé con una <strong>R</strong> apoyada en una postura muy tentadora en la esquina de una <span style="color:#ff0000;"><strong>web</strong></span> de pago. Desde el principio me pareció una letra hermosa, con un acabado muy interesante, con aquella sugerente curvatura sobre la cintura de aguja, asomando con estilo la pierna con la cual choqué. Creyéndome enamorado por flechazo, me dejé llevar por el instinto más primitivo, yendo a buscar a través de la filología, el sentido de la letra que anunciaba la palabra, alumbrada de efecto neón, degradados intensos y hermosos destellos artificiales.</p>
<p style="text-align:justify;">Imagina el impacto al comprender dónde me encontraba, entre archivos de imágenes cargados de carne humana cuyos atributos sexuales a tamaño gigante superaban mis limitaciones cognitivas con creces, alucinado por las nítidas definiciones de vídeo a merced de la comunicación corporal de sus voluptuosos protagonistas.</p>
<p style="text-align:justify;">Librado del deseo de la excitación <em>in-extremis</em>, confieso que bajo una gran prensión por no tocar la tecla de la i<em>ntro-ducción</em>. Navegué entre millones de redes buscando una inalámbrica para establecer una conexión libre. Después viajé de polizonte en banda ancha, desde donde registré miles de flujos de datos. Localizar el servidor de los <span style="color:#800000;"><strong>Blogs</strong></span> y determinar el de <strong>WordPress</strong> fue sencillo, lo arriesgado llegó al saltar del tráfico de redes yendo a caer a la nube de etiquetas. A pesar de las adversidades, aquí me tienes colega, luchando por sobrevivir, después de navegar como un poseso contra cortafuegos, troyanos y otros peligros del ciberespacio.</p>
<p style="text-align:justify;">- Disculpa, con la emoción olvidé presentarme, soy un cuento que comienza con la letra <strong>E </strong>Mayúscula del cuerpo Arial, ¿Y tú, bella grafía, eres…?</p>
<p style="text-align:justify;">- No. ¡Disculpa tú!, porque voy a pasar cantidad de tu rollo, vengo de un foro de deportistas y estoy hecha polvo, loca por echarme a planchar la letra. Así que, compañera, déjame en paz. ¡Vete con la <strong>Wikipedia</strong> a dar por culo a las <span style="color:#003366;"><strong>Galápagos</strong></span>!<img class="alignright size-thumbnail wp-image-1070" title="Comentarista Infantil" src="http://eduardblanco.wordpress.com/files/2009/02/nen.jpg?w=69" alt="" width="69" height="96" /></p>
<p style="text-align:justify;">- ¡Pero eres una <strong>M</strong> Mayúscula! Una letra considerable, importante.</p>
<p style="text-align:justify;">- <strong>M</strong> de mierda. Que te pires de aquí, montón de caracteres anormales.</p>
<p style="text-align:justify;">Abochornado por la inaudita respuesta, me sentí airado y ofendido. Comencé a caminar con desdén, furioso por los acontecimientos postreros, cual taciturno andaluz bailando por sevillanas en un abecedario ruso. Para bien, no me di por vencido y reprendí la aventura. Arribé a los <span style="color:#800000;"><strong>blogs</strong></span> de política dando un par de saltos. Allí todo era letra, mucha y seguida. Intenté incluirme a algún texto sin éxito, en la página imperaba un ritmo salvaje: tan pronto llegaba una entrada salía otra recién posteada. Con las imágenes ocurría lo mismo, si bien era más complicado y peligroso, las fotografías despiezaban los textos constantemente, no perdonaban las erratas y decapitaban argumentos por dejar de ser noticia, dando paso inmediato a la siguiente cabecera.</p>
<p style="text-align:justify;">Me descolgué de un titular a otro hasta acceder a un enlace de categorías, como mi mala suerte me perseguía de cerca, resbalé, entonces caí en volandas y a bandazos, entre los <span style="color:#800000;"><strong>blogs</strong></span> personales.</p>
<p style="text-align:justify;">Ahora me encuentro en un estado catatónico, leo sobre tristeza y desamor, sobre soledades y reflexiones profundas. Con lo ocurrido me siento raro aquí, será por las fotos que vi, las noticias que leí sobre el planeta, sobre los niños muriendo de pura pobreza, sobre las guerras guarras que asolan el mundo. Y ahora, hallo a estas personas que no tienen nadie que las escuche, razón por la cual plasman aquí sus sentimientos más íntimos, sus confesiones y sus secretos mejor guardados. Hablan de sus sueños, de sus deseos, de amar y ser amados. De encontrar el cariño con las palabras adecuadas. Enmudezco y siento ganas de sentarme a llorar en lo alto de un puerto virtual.</p>
<p style="text-align:justify;">De repente recuerdo quién soy, soy un cuento, ¿Ficción o realidad? Mi función es jugar con las palabras a desdramatizar, mi mensaje es la obligación de hacer crecer la imaginación, creer en lo fantástico.</p>
<p style="text-align:justify;">Poder transformar la adversidad en felicidad, convertir el dolor en relativo, la soledad en amor. Denunciar una injusticia, ser la voz de la garganta del que ya no grita, las lágrimas de quienes secaron los ojos.</p>
<p style="text-align:justify;">Necesito un enrutamiento, un servidor y una dirección remota. ¡¡Soy un cuento que publicar!!</p>
<p style="text-align:justify;">Un cuento escrito por gente como yo, en noches como esta, para gente como tú.</p>
<p style="text-align:center;">
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-401" title="telecuentos" src="http://eduardblanco.wordpress.com/files/2008/10/telecuentos.jpg" alt="" width="256" height="256" /></p>
<p><img style="border:medium none;position:absolute;z-index:2147483647;opacity:0.6;display:none;" src="image/png;base64,iVBORw0KGgoAAAANSUhEUgAAABgAAAAYCAYAAADgdz34AAADsElEQVR4nK2VTW9VVRSGn33OPgWpYLARbKWhQlCHTogoSkjEkQwclEQcNJEwlfgD/AM6NBo1xjhx5LyJ0cYEDHGkJqhtBGKUpm3SFii3vb2956wPB/t+9raEgSs52fuus89613rftdcNH8/c9q9++oe/Vzb5P+3McyNcfm2CcPj9af9w6gwjTwzvethx3Bx3x8xwd1wNM8dMcTNUHTfFLPnX6nVmZpeIYwf3cWD/PhbrvlPkblAzVFurKS6GmmGqqComaS+qmBoTI0Ncu3mXuGvWnrJ+ZSxweDgnkHf8ndVTdbiT3M7cQp2Z31dRTecHAfqydp4ejhwazh6Zezfnu98E1WIQwB3crEuJ2Y45PBTAQUVR9X4At66AppoEVO1Q8sgAOKJJjw6Am6OquDmvHskZ3R87gW+vlHz98zpmiqphkkRVbQtsfPTOC30lJKFbFTgp83bWh7Zx/uX1B6w3hI3NkkZTqEpBRDBRzG2AQHcwcYwEkOGkTERREbLQ/8HxJwuW7zdYrzfZ2iopy4qqEspKaDYravVm33k1R91Q69FA1VBRzFIVvXbx5AgXT44A8MWP81yfu0utIR2aVK3vfCnGrcUNxp8a7gKYKiLCvY2SUvo/aNtnM3e49ucK9S3p0aDdaT0UAVsKi2tVi6IWwNL9JvdqTdihaz79/l+u/rHMxmaJVMLkS2OoKKLWacdeE3IsSxctc2D5Qcl6vUlVVgNt+fkPPcFFmTw1xruvT7SCd7nuVhDQvECzJH90h0azRKoKFRkAmP5lKTWAGRdefoZL554FQNUxB92WvYeA5UN4PtSqwB2phKqsqMpBgAunRhFR3j49zuU3jnX8k6fHEQKXzh1jbmGDuYU6s4t1rt6socUeLLZHhYO2AHSHmzt19ihTZ48O8Hzl/AmunD/BjTvrvPfNX3hWsNpwJCvwYm+ngug4UilSCSq6k8YPtxDwfA+WRawIWFbgscDiULcCEaWqBFOlrLazurupOSHLqGnEKJAY8TwBEHumqUirAjNm52vEPPRV4p01XXMPAQhUBjcWm9QZwijwokgAeYHlHYA06KR1cT6ZvoV56pDUJQEjw0KeaMgj1hPEY4vz2A4eW0/e1qA7KtQdsxTYAG0H3iG4xyK1Y+xm7XmEPOJZDiENzLi2WZHngeOjj2Pe+sMg4GRYyLAsx7ME4FnsyTD9pr0PEc8zPGRAwKXBkYOPEd96cZRvf11g9MDe7e3R4Z4Q+vyEnn3P4t0XzK/W+ODN5/kPfRLewAJVEQ0AAAAASUVORK5CYII%3D" alt="" width="24" height="24" /></p>
<p><img style="border:medium none;position:absolute;z-index:2147483647;opacity:0.6;display:none;" src="image/png;base64,iVBORw0KGgoAAAANSUhEUgAAABgAAAAYCAYAAADgdz34AAADsElEQVR4nK2VTW9VVRSGn33OPgWpYLARbKWhQlCHTogoSkjEkQwclEQcNJEwlfgD/AM6NBo1xjhx5LyJ0cYEDHGkJqhtBGKUpm3SFii3vb2956wPB/t+9raEgSs52fuus89613rftdcNH8/c9q9++oe/Vzb5P+3McyNcfm2CcPj9af9w6gwjTwzvethx3Bx3x8xwd1wNM8dMcTNUHTfFLPnX6nVmZpeIYwf3cWD/PhbrvlPkblAzVFurKS6GmmGqqComaS+qmBoTI0Ncu3mXuGvWnrJ+ZSxweDgnkHf8ndVTdbiT3M7cQp2Z31dRTecHAfqydp4ejhwazh6Zezfnu98E1WIQwB3crEuJ2Y45PBTAQUVR9X4At66AppoEVO1Q8sgAOKJJjw6Am6OquDmvHskZ3R87gW+vlHz98zpmiqphkkRVbQtsfPTOC30lJKFbFTgp83bWh7Zx/uX1B6w3hI3NkkZTqEpBRDBRzG2AQHcwcYwEkOGkTERREbLQ/8HxJwuW7zdYrzfZ2iopy4qqEspKaDYravVm33k1R91Q69FA1VBRzFIVvXbx5AgXT44A8MWP81yfu0utIR2aVK3vfCnGrcUNxp8a7gKYKiLCvY2SUvo/aNtnM3e49ucK9S3p0aDdaT0UAVsKi2tVi6IWwNL9JvdqTdihaz79/l+u/rHMxmaJVMLkS2OoKKLWacdeE3IsSxctc2D5Qcl6vUlVVgNt+fkPPcFFmTw1xruvT7SCd7nuVhDQvECzJH90h0azRKoKFRkAmP5lKTWAGRdefoZL554FQNUxB92WvYeA5UN4PtSqwB2phKqsqMpBgAunRhFR3j49zuU3jnX8k6fHEQKXzh1jbmGDuYU6s4t1rt6socUeLLZHhYO2AHSHmzt19ihTZ48O8Hzl/AmunD/BjTvrvPfNX3hWsNpwJCvwYm+ngug4UilSCSq6k8YPtxDwfA+WRawIWFbgscDiULcCEaWqBFOlrLazurupOSHLqGnEKJAY8TwBEHumqUirAjNm52vEPPRV4p01XXMPAQhUBjcWm9QZwijwokgAeYHlHYA06KR1cT6ZvoV56pDUJQEjw0KeaMgj1hPEY4vz2A4eW0/e1qA7KtQdsxTYAG0H3iG4xyK1Y+xm7XmEPOJZDiENzLi2WZHngeOjj2Pe+sMg4GRYyLAsx7ME4FnsyTD9pr0PEc8zPGRAwKXBkYOPEd96cZRvf11g9MDe7e3R4Z4Q+vyEnn3P4t0XzK/W+ODN5/kPfRLewAJVEQ0AAAAASUVORK5CYII%3D" alt="" width="24" height="24" /></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Formas Geométricas.]]></title>
<link>http://cpvic.wordpress.com/2009/11/26/formas-geometricas/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 18:06:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>cpvic</dc:creator>
<guid>http://cpvic.wordpress.com/2009/11/26/formas-geometricas/</guid>
<description><![CDATA[Aquí os presento una actividad realizada en la clase para trabajar las formas geométricas y el esque]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Aquí os presento una actividad realizada en la clase para trabajar las formas geométricas y el esquema corporal.<br />
En primer lugar leimos un cuento que se titula :&#8221;Geométrico y latrónico&#8221; de la revista &#8220;Maestra Infantil&#8221; y a partir de aquí<br />
en folios de color cada uno realizó,con gomets de formas geométricas ,su particular robot. Y quedaron así de originales:</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>

</channel>
</rss>
