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	<title>culture-pop &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "culture-pop"</description>
	<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 03:47:52 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Pontiac, storia di una rivolta: intervista a Wu Ming 2]]></title>
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<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 22:59:35 +0000</pubDate>
<dc:creator>onrepeat</dc:creator>
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<description><![CDATA[Pontiac di Wu Ming 2 è un “libro parlato, disegnato e rock”. È una lettura concerto, un audiolibro i]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><!--[if gte mso 9]&#62;  Normal 0 14   false false false        MicrosoftInternetExplorer4  &#60;![endif]--><!--[if gte mso 9]&#62;   &#60;![endif]--><!--[if !mso]&#62;--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a href="http://onrepeat.files.wordpress.com/2008/09/folder.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-527" title="folder" src="http://onrepeat.wordpress.com/files/2008/09/folder.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Pontiac di Wu Ming 2 è un “libro parlato, disegnato e rock”. È una lettura concerto, un audiolibro illustrato, una fiaba sonora per adulti, un esempio di quella che potremmo chiamare narrazione transmediale. È un’opera figlia (o nipote) dell’ultimo romanzo storico del collettivo <a href="http://www.wumingfoundation.com/">Wu Ming</a>, <a href="http://www.manituana.com/">Manituana</a> (Einaudi Stile Libero), che rileggeva la storia “dalla parte sbagliata della storia”, ovvero la guerra d’indipendenza americana vista dalla prospettiva dei nativi. Insomma, per Pontiac le definizioni si sprecano. Per fare chiarezza si può dire che “Pontiac, storia di una rivolta” è anzitutto un audiolibro che si può <a href="http://www.pontiac.manituana.com/section/104">scaricare</a> – gratuitamente, in libera offerta o pagando i 5 euro consigliati dagli autori – dal sito <a href="http://www.pontiac.manituana.com/section/104">pontiac.manituana.com</a>. Contiene dodici tracce con la voce narrante di Wu Ming 2 che si muove su un tappeto musicale realizzato da quello che potrebbe essere considerato tranquillamente un “supergruppo”, tipo quelli che andavano di moda negli anni settanta: <a href="http://www.myspace.com/eglesommacal">Egle Sommacal</a> (Massimo Volume), <a href="http://www.myspace.com/stefanopilia">Stefano Pilia</a> (<a href="http://www.myspace.com/34hadbeeneliminated">3/4 Had Been Eliminated</a>), Paul Pieretto e Federico Oppi (<a href="http://www.myspace.com/settlefish">Settlefish</a> e <a href="http://www.myspace.com/aclassiceducation">A Classic Education</a>). Ma è anche un libro scaricabile in pdf arricchito dalle illustrazioni di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Camuncoli">Giuseppe Camuncoli</a> e <a href="http://www.beccogiallo.it/?pagina=pagina_generica.php&#38;id=127">Stefano Landini</a>. E ovviamente è uno spettacolo live, a cui sarà possibile assistere venerdì alle 22 in piazza S. Sepolcro a Cagliari, nell’ambito della nuova edizione di Marina Café Noir, al via oggi. Ne abbiamo parlato con Wu Ming 2.</span><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Pontiac è un personaggio che in Manituana viene appena citato. Cosa ti ha colpito della sua vicenda a tal punto da decidere di dedicargli un&#8217;opera a parte?</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Uno storico americano ha sostenuto che la rivolta di Pontiac fu la prima guerriglia anti-imperialista della storia. I coloni francesi, d&#8217;altronde, quando parlavano della strategia bellica degli indiani la chiamavano così: petite guerre. L&#8217;aspetto incredibile che ho scoperto studiando è che si trattò in buona parte di una guerriglia comunicativa: combattuta con la retorica e la disinformazione, mescolando ad arte lettere false, profezie religiose, casi giudiziari, partite di lacrosse, malintesi culturali. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Colpisce molto la chiusura di Cosa siamo, anche per via dei contenuti molto attuali, politici, per le parole &#8220;devo sapere che cosa siamo, perché non sia precaria, straniera la dignità&#8221;.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Le analogie con il presente sono il secondo motivo che mi ha fatto scegliere questa storia. Le nazioni indiane che parteciparono alla rivolta combattevano soprattutto per un motivo: non tanto scacciare gli inglesi, un&#8217;impresa impossibile, ma piuttosto farsi riconoscere una &#8220;cittadinanza&#8221; precisa, perché allora non era ben chiaro se fossero alleati, stranieri, sudditi di serie B, clandestini, bestie, selvaggi. Anche oggi, qui in Italia, numerose tribù di individui attendono una risposta del genere: gli manca un pezzo di dignità, una manciata di diritti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Con Manituana avete esplorato in maniera molto radicale la possibilità di raccontare storie attraverso linguaggi e media diversi, senza farle esaurire nello spazio del romanzo. </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Crediamo che le storie debbano aiutare le comunità a mantenersi vive. Ma possono farlo davvero se si lasciano abitare, trasformare, ripensare da tutti. Per questo cerchiamo di stimolare una &#8220;lettura creativa&#8221; dei nostri romanzi, che diventano così il cuore di un organismo più vasto, fatto di altre storie, visioni, suoni, discorsi. Un universo narrativo che va oltre Wu Ming e va oltre la pagina scritta, perché una storia si può raccontare con molte voci e con molti strumenti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">A proposito di narrazioni transmediali, voi avete contribuito in maniera determinante alla diffusione in Italia degli scritti di <a href="http://www.henryjenkins.org/">Henry Jenkins</a>, che sull&#8217;argomento ha scritto cose molto importanti.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">E&#8217; raro commuoversi per le parole di un saggio teorico. A me finora è capitato solo due volte: con &#8220;Il Mito di Sisifo&#8221; di Albert Camus e con &#8220;<a href="http://www.apogeonline.com/libri/88-503-2629-7/scheda">Cultura Convergente</a>&#8220;. Jenkins mostra come l&#8217;intelligenza collettiva sia al lavoro in qualunque aspetto della cultura popolare. Individua, nella pratica di ogni attività creativa, e in particolare all&#8217;incrocio di esse, è quello che noi cerchiamo di dire e fare da oltre un decennio nell&#8217;ambito più &#8220;ristretto&#8221; della narrativa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Per quanto riguarda la musica, come è avvenuta la scelta dei musicisti?</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">In principio sono stati i musicisti a scegliere me. Paul Pieretto e Agostino Di Tommaso mi proposero anni fa di collaborare a un programma radiofonico, dove leggevo alcuni testi intrecciando la voce con le loro composizioni elettroniche. Facemmo qualcosa di simile anche con &#8220;Guerra agli Umani&#8221;, il mio romanzo solista, ma al momento di portare in scena lo spettacolo, decidemmo di rafforzare il gruppo con l&#8217;apporto di chitarra, basso e batteria. Per Pontiac, testi e musica sono cresciuti insieme, influenzandosi a vicenda, soprattutto in sala prove.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Il prezzo del libro e del disco è &#8220;up to you&#8221;, secondo la strada che hanno indicato i Radiohead, tra gli altri. Come si può combinare questa strategia di marketing con il mondo dell&#8217;editoria?</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Va detto che il nostro esperimento non è una reale &#8220;strategia di marketing&#8221;: non c&#8217;è nessun &#8220;benefit&#8221; per chi decide di scaricare Pontiac pagando il prezzo che gli sembra giusto. Non c&#8217;è nemmeno un prodotto &#8220;deluxe&#8221; che al contrario dei file con audio, testi e illustrazioni si possa solo comprare (com&#8217;era nel caso Radiohead). Noi abbiamo solo spiegato che per &#8220;raccontare&#8221; Pontiac abbiamo speso dei soldi, cosa che non succede quando scriviamo una storia tradizionale. Per questo abbiamo chiesto a chi lo volesse di darci un contributo. In 4 mesi abbiamo avuto circa 2200 download e un centinaio di paganti. Ognuno di questi, in media, ha scelto un prezzo superiore a quello consigliato da noi: 5 euro. Quanto all&#8217;editoria, cito l&#8217;esempio di Monica Viola, che ha pubblicato il suo primo romanzo in Rete, in formato PDF e con la possibilità di richiedere una copia cartacea tramite una ditta di print on demand. l testo si è fatto apprezzare e diversi mesi più tardi l&#8217;editore Rizzoli ha deciso di stamparlo e distribuirlo nel circuito librario tradizionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">A proposito, rispetto al vostro modo di &#8220;sfruttare&#8221; la rete e le possibilità offerte dai nuovi media, come si colloca l&#8217;editoria italiana? Prevale ancora conservatorismo oppure pensate che ci possano essere dei cambiamenti nella direzione che anche voi avete indicato?</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Un paese gerontocratico come il nostro non può che essere profondamente conservatore. Però qualche muro sta crollando. In particolare, molti editori si stanno accorgendo che non c&#8217;è competizione tra un testo che esce in rete e uno che esce in libreria. All&#8217;inizio del 2009 Einaudi pubblicherà un nostro saggio che è già stato scaricato 23000 volte. Fino a poco tempo fa l&#8217;avrebbero considerato un testo &#8220;bruciato&#8221;, vecchio. Oggi hanno capito che la rete può servire da termometro, ma un libro è ancora indispensabile per allargare il contagio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Come reagisce in genere il pubblico di fronte a Pontiac? In fondo è un&#8217;opera che necessita di un&#8217;attenzione forte per molto tempo.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">La risposta è sorprendente. Il pubblico si siede e ascolta come a teatro, anche se il teatro non c&#8217;è, e a volte nemmeno le sedie. Suoniamo nei parchi, nelle piazze, nei club, nei festival all&#8217;aperto: luoghi dove le persone sono abituate ad ascoltare i concerti in maniera nomade, fluida: sento due pezzi, vado a prendermi una birra, torno sotto il palco&#8230; Con Pontiac restano lì dall&#8217;inizio alla fine, che in fondo è l&#8217;unico modo per ascoltare una storia. Evidentemente questo modo di raccontare risponde a un desiderio, a un&#8217;esigenza diffusa e non è vero che la Rete sta sbriciolando le nostre capacità contemplative e di attenzione. (<em>pubblicato in forma diversa l&#8217;undici settembre ne il sardegna</em>)</span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La culture britannique et pop a–t-elle encore une influence ?]]></title>
<link>http://globaltechno.wordpress.com/2008/08/01/la-culture-britannique-et-pop-a%e2%80%93t-elle-encore-une-influence/</link>
<pubDate>Fri, 01 Aug 2008 10:34:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>Jean-Yves Leloup</dc:creator>
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<description><![CDATA[i-D cover, 1987 Depuis les années 60 et la Beatlemania, Londres, Liverpool et Manchester n’ont cessé]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div id="attachment_124" class="wp-caption alignleft" style="width: 232px"><a href="http://globaltechno.files.wordpress.com/2008/08/054.gif"><img class="size-medium wp-image-124" src="http://globaltechno.wordpress.com/files/2008/08/054.gif?w=222" alt="i-D cover, 1987" width="222" height="295" /></a><p class="wp-caption-text">i-D cover, 1987</p></div>
<p><strong>Depuis les années 60 et la Beatlemania, Londres, Liverpool et Manchester n’ont cessé de faire la loi. Mais, avec l’arrivée du mouvement techno, le pays a perdu de son influence, balayée par une nouvelle culture numérique et globale.</strong></p>
<p>Auteur : Jean-Yves Leloup<br />
Un sujet, un entrefilet ou parfois même une simple faute de frappe, publiée dans un magazine anglais influent (The Face, I-D, Dazed &#38; Confused, NME…), peut entraîner dans son sillage une floppée d’articles dans la presse française, qui trouvera là une énième occasion de faire croire à ses lecteurs à l’existence d’une nouvelle tendance prête à débouler dans notre pays. Il en est ainsi depuis quelques décennies, la presse britannique, et bien sûr l’ensemble de la culture locale exerçant sur la pop globale une influence considérable, si ce n’est une domination rarement partagée.<br />
Dernière incarnation en date de cette puissance de feu en matière de style et de tendance, le concept un rien foireux et fourre-tout de « nu-rave », lancé avec cynisme par le New Musical Express pour décrire la techno joyeuse et parfois old-school des Klaxons. Les intéressés auront eu beau clamer que le concept ne faisait pas sens, toute la presse, hors des frontières du Royaume-Uni, a repris ainsi sans broncher cette idée fumeuse, qui masquait. Il est vrai qu’outre-Manche, les magazines, dopés par la puissance économique du secteur de la musique, ne savent plus vraiment quoi inventer pour attirer le lecteur et les revenus publicitaires, et passent leur temps à annoncer le retour de tel ou tel mouvement ou à décrire les possibles revivals qui nous guettent.<!--more--><br />
C’est vrai, on est un peu méchant avec nos confrères anglais. Car il faut bien avouer qu’il y a quelques années, la lecture du défunt Muzik, de Wire ou de la version noir et blanc de I-D, nous ont fait découvrir un univers bouillonnant de sons et d’inventions, qui n’avaient jamais eu les honneurs de Télérama, des Inrocks ou de Rock &#38; Folk.</p>
<p><strong>Force économique</strong><br />
Si l’Angleterre possède une telle influence, c’est que la culture pop est chez eux quelque chose de sérieux. Non pas comme en France, une sorte d’artisanat respecté et élitiste, mais un business dont dépendent des millions de petits patrons, de cadres et d’employés.<br />
Cette forme de colonisation culturelle où l’art et l’économie font bon ménage, Benoît Sabatier la décrit très bien dans son récent bouquin, « Nous sommes jeunes, nous sommes fiers : la culture jeune d’Elvis à Myspace » où notre confrère de Technikart explique comment « la culture jeune, d’année en année, va devenir un gigantesque marché et conquérir les esprits ». Il rappelle notamment comment la culture pop est devenue outre-Manche une véritable affaire nationale, et ce dès 1963 et la vague de la Beatlemania. A cette époque, « c’est le conservateur Alec Douglas-Home qui dirige le pays. Ce gaillard ne crache pas sur l’économie de marché. Et il faut bien avouer que l’avènement des Beatles apporte à l’Angleterre richesse et prestige. Richesse : comment employer tous ces nouveaux jeunes ? Trop nombreux, les baby-boomers auraient pu faire exploser le taux de chômage. Mais le pop apporte du travail, développe l’économie britannique. Cette nouvelle industrie liée au pop, concerne le monde des spectacles – les éclairagistes, les maisons de disques, les sonorisateurs, les roadies, les éditeurs, les magasins de vinyles, les programmateurs radio-, mais aussi nous sommes dans une économie de marché, les chaînes parallèles : avec la Beatlemania, en route pour le merchandising. La Beatlemania profite aux marchands de chaussures, d’encens, de pantalons, aux kiosquiers, aux pubs, aux coiffeurs, aux entreprises de shampooings, aux vendeurs de foulards, de guitares, de sitars, de perruques. Les Beatles enregistrent de belles chansons. Ils créent aussi un nouveau monde, jeune et impertinent. Mais encore : ils font tourner l’économie, ils apportent des devises, par milliards ».<br />
Plus de quarante ans après, la Grande-Bretagne reste un formidable vivier de tendances et d’artistes. Mais cette caisse de résonance que constitue l’ensemble de sa culture pop, sonne de plus en plus creuse. Il faudra s’y faire, le pays a perdu de sa légitimité. Il ne parvient plus à imposer ses inventions et ses courants comme il le faisait depuis de très longues années. Le modèle pop, hégémonique et anglo-saxon, a en effet souffert, pour notre plus grand bien, de la mondialisation. La musique a changé, la culture s’est globalisée. Depuis le milieu des années 90 et le triomphe de la bien-nommée Brit-pop (Oasis, Blur, Pulp…), mais aussi parallèlement de la brit-dance (avec son cortège de DJs superstars, « l’invention » et l’exportation de styles comme le trip-hop et la jungle), les anglais ne créent plus grand chose, ou en tout cas, ne parviennent plus vraiment à sortir leurs innovations (UK Garage, dub-step, Nu-School Breaks…), des frontières de leur pays. En quelque sorte, la mondialisation des échanges et la démocratisation de l’Internet a permis à quantité d’autres nations de s’inventer une nouvelle culture populaire, sans doute plus démocratique que la Beatlemania des 60’s. Aujourd’hui, John Lennon ne pourrait plus affirmer quelque chose comme « le rock français, c’est comme le vin anglais, ça n’existe pas » (cité par Sabatier dans son livre).</p>
<p><strong>Culture rave</strong><br />
Ce réveil, notamment du continent européen, a pris son essor dès le tout début des années 90 et l’émergence de la culture rave. Alors bien sûr, dans ce domaine, l’Angleterre a joué un rôle de catalyseur. De la même manière que les Beatles, les Stones ou les Kinks avaient popularisé le rock, la soul et le blues américain, les Britanniques ont offert à la house de Chicago et à la techno de Detroit une audience internationale. S’inspirant de cette culture noire-américaine, nos amis anglais ont en quelque sorte transformé une musique en phénomène culturel et festif. Pourtant, en France, on n’a jamais tout à fait adopté le style britannique. Dans les premières raves organisées chez nous, on n’a jamais vraiment dansé sur le son de Madchester, des Happy Mondays ou de Primal Scream. Les smileys comme les sifflets n’ont jamais fait office de signe de ralliement. Les Djs et les stars des platines britanniques, mis à part quelques exceptions notables et underground, n’ont jamais attiré les foules. L’Hacienda a toujours plus représenté un rève de journaliste ou de fan de New Order, qu’un véritable mythe pour les danseurs de l’époque. Car avec la techno 90’s, on vibre alors au son de ce que l’on nomme la « techno belge » (hé oui, ça a existé) qui règne même en maître et l’on évoque, les pupilles dilatées et l’esprit envieux, le son et l’ambiance du Boccacio, des boites d’Anvers ou de Gand, ou plus au Nord, la réputation festive des clubs d’Amsterdam ou, bien sûr, la musique et l’hédonisme allemands, tels qu’on le pratique à Berlin, Francfort ou Cologne.<br />
A cette époque, on se rend compte qu’il existe une alternative à ce qu’on lit dans la presse (Actuel, Libération et les Inrocks) qui, par atavisme chronique, ne semblent vibrer que pour les modes anglaises.<br />
Petit pan de l’histoire méconnue, il existe même en France au début de l’époque des raves, une certaine forme de rivalité entre deux clans. D’un côté, on retrouve, particulièrement marqué par la culture britannique, tout un réseau d’organisateurs et de promoteurs (les soirées Soma et Armistice, le collectif de Beat Attitude, quelques expats anglais), de fanzines et de médias (Eden, les pages « disco » de Libé signées Didier Lestrade, le 36 15 Rave du même quotidien). Et de l’autre, des personnalités (Patrick Rognant), des organisateurs (USA Import, Tekno Tanz, Happy Land), de petits médias (Radio FG, Coda), qui constituent quant à eux un réseau plus massif et populaire, mais tout aussi hédoniste que ses concurrents, et qui découvre avec émerveillement les producteurs belges, la rigoriste techno allemande, les prémices du hardcore et de la trance. Les uns critiquent le son fédérateur des raves de l’époque, les autres trouvent la house, le garage et la post-disco, importés par les anglo-saxons, beaucoup trop timoré pour le nouveau siécle qui se profile. Les chroniques de Lestrade dans Libé, les prises de position du fanzine Eden, agacent les ravers au plus haut point. Le son de Radio FG, avec sa techno souvent tonitruante (Jeff Mills et Liza N’Eliaz sont des habitués de l’antenne) casse les oreilles de ceux qui sortent à peine des Stone Roses et de l’italo-disco.<br />
Avec le recul, tout cela est amusant, mais montre bien comment une nouvelle culture a pris racine à cette époque dans l’underground français (91-96), quelque temps avant l’émergence de la french touch. C’est comme si la naissance de ce que l’on nommait alors un peu pompeusement, la techno ou la house nation, avait inauguré une ère du soupçon vis-à-vis des tendances venues d’outre-Manche. Car il faut se rendre à l’évidence, mis à part les succès des Chemical Brothers, Fatboy Slim ou The Prodigy, qui tous pratiquent une forme de techno-rock, l’électronique anglaise n’a pas vraiment perçé dans l’Hexagone. Orbital ou Underworld n’ont jamais récolté qu’un succès d’estime, très loin des chiffres de Noir Désir, NTM ou David Guetta.<br />
Finalement, l’une des tendances les plus populaires en provenance d’Angleterre, est celle qui a vendu le moins de disques chez nous. Il s’agit du mouvement des free-parties, introduit clandestinement par une poignée de nomades, et qui ont réussi à entraîner dans la même dynamique, toute une génération rebelle et tekno.</p>
<p>A lire : Benoît Sabatier « Nous sommes jeunes, nous sommes fiers, la culture jeune d’Elvis à Myspace » (Hachette Littératures)</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[E ringraziate che c'era lui]]></title>
<link>http://onrepeat.wordpress.com/2008/06/15/e-ringraziate-che-cera-lui/</link>
<pubDate>Sun, 15 Jun 2008 13:20:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>onrepeat</dc:creator>
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<description><![CDATA[Oggi sono venti anni precisi dalla morte di Andrea Pazienza. Ho riflettuto a lungo sulla possibilità]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a href="http://onrepeat.files.wordpress.com/2008/06/andrea2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-426" src="http://onrepeat.wordpress.com/files/2008/06/andrea2.jpg" alt="" width="310" height="230" /></a><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Oggi sono venti anni precisi dalla morte di Andrea Pazienza. Ho riflettuto a lungo sulla possibilità di scrivere un post sull’argomento – non tanto sulla morte di Paz, quanto piuttosto sul mio rapporto con lui. Sul modo in cui è riuscito a dare un senso ai miei sedici anni e a quello che è venuto dopo. Su quanto sia stato decisivo leggere le sue storie ciniche, esilaranti, dolorose. Sul perché Anderenza sia stato uno dei pochi artisti incontrati nel tempo che ancora mi porto dentro senza un minimo di dubbio o di cedimento, con l’amore e l’intensità di sempre. Su come i suoi libri, sempre più logori e vecchi a furia di letture e riletture, siano ancora lì, ad occupare un posto di primo piano nella mia libreria. Però poi ho deciso di no, per vari motivi: vi lascio con due articoli che mi sono particolarmente cari. Sono usciti sul giornale negli anni scorsi, ve li copiaincollo qui.<br />
<strong></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Le moltitudini di Pazienza</span></strong><br />
<span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Perché la pazienza ha un limite, Pazienza no”. Andrea Pazienza, la rockstar del fumetto che sembrava non avere limiti, uno che disegnava come se fosse la cosa più naturale del mondo, che raccontava storie spietate, intime, disperate, divertenti, che faceva ridere, irritava o colpiva allo stomaco con la stessa, disarmante semplicità. Non aveva limiti nelle sue potenzialità di artista, ma poi alla fine è andata così, forse “ogni vita è quella che doveva essere”, come scrisse Tondelli a proposito della morte di Paz. Nel libro intitolato Le donne, i cavalier, l’arme, la roba. Storia e storie di Andrea Pazienza, il giornalista Franco Giubilei racconta un’artista entrato nel mito attraverso le testimonianze di chi ha l’ha conosciuto: l’amico Marcello D’Angelo, l’amore Betta Pellerano, il coté di Frigidaire, Sparagna Scòzzari e Liberatore, alcune voci del ’77, la vedova Marina. Ne emerge un ritratto spesso divergente ma dominato da quel senso di perdita che chi l’ha conosciuto non può fare a meno di esprimere ancora oggi, a diciassette anni di distanza dalla morte a soli 32 anni. La sua vita ha attraversato alcune fasi salienti della storia italiana, di cui è stato cantore e interprete. Il ’77, ad esempio. I puristi del “movimento” gli rinfacciano un’adesione opportunistica, di essere rimasto ai margini. Ma il coinvolgimento di Paz era di natura poetica, estetica. Più che tirare sampietrini contro le barricate preferiva raccontare, in maniera profonda ma con il distacco necessario. Le straordinarie avventure di Pentothal sono frutto di un periodo che voleva “l’immaginazione al potere”, della rivolta studentesca, di Radio Alice, Bifo e Freak Antoni, di quel gruppo di attivisti, militanti, tossici e creativi che infestava Bologna in anni di violenta contestazione. Ma l’opera ne costituisce il diario intimo e visionario, filtrato dalla sensibilità di un artista e non di un militante. Scòzzari dice: “lui faceva politica per il fatto di aver cambiato l’estetica di una generazione. In realtà non gliene fregava un cazzo, non era né di destra né di sinistra, era pazienzesco”. Poi l’eroina. A quel tempo era status symbol, alcuni addirittura giravano con la siringa che spuntava dal taschino per fare colpo sulle “sbarbe”. Paz frequentava la Traumfabrik, in una casa occupata di via Clavature: c’era gente che dipingeva, ascoltava i Devo o i Residents, che si drogava. Anche lui cominciò. Allora significava essere in, e per lui significava integrarsi in un ambiente alieno. Poi l’ero divenne ansiolitico. Arrivarono gli anni Ottanta, arriva Zanardi. Zanna è pura prevaricazione, è istinto e cattiveria. Zanna con quel suo naso a becco artiglia la realtà, la graffia, si erge a simbolo di quegli anni pur trascendendoli, estremizza la reazione il disincanto e il disimpegno, è il mondo così com’è, spietato e indifferente. Zanna sancisce il passaggio ad un’epoca grigia. Anche per Paz, ormai entrato nel gotha del fumetto italiano, da Linus a Frigidaire. La separazione dalla Pellerano, la perdita di un punto di riferimento per un uomo in fondo ragazzino, il rifugio nella droga, il rifugio a Montepulciano. Arriva Pompeo, l’eroe che rispecchia il suo status di allora, il sostrato di disperazione, l’eroina (“vuoi mettere risorgere, risorgere, risorgere…”). Il matrimonio con Marina, il viaggio in Brasile, la parziale disintossicazione e poi di nuovo le pere, una dose troppo alta, o forse tagliata male, sta di fatto che una sera del 15 giugno 1988 viene trovato senza vita. Durante il suo funerale piovve così forte che i presenti pensarono a lui furioso per l’accaduto. Emotivo, fragile, vitale, immaturo, inaffidabile, ipersensibile, meridionale, generoso, narcisista, frenetico, mortifero, instabile, geniale, capriccioso, familista…“E ringrazia che ci sono io, che sono una moltitudine”… (2005)</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Il profilo buio di Pazienza</span></strong><br />
<span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">“Perché il freddo, quello vero, sa essere qui, in fondo al mio cuore di sbarbo”. L’incipit – generazionale e definitivo – è quello della prima storia (Giallo scolastico) di uno dei personaggi più controversi del fumetto italiano, Massimo Zanardi detto Zanna, il ragazzo biondo col naso a becco che fece la sua prima, bruciante apparizione nel marzo di venticinque anni fa sulle pagine del quinto numero di Frigidaire, allora la rivista dell’avanguardia a fumetti italiana. L’autore era Andrea Pazienza, uno che a quell’epoca era “praticamente una rockstar” e che seppe fiutare e farsi interprete della temperie di quei cinici anni ottanta. Un fantasma, un’ombra sfuggente che conserva tutto il suo fascino inquietante. Se pure vale qualcosa, bisognerebbe chiedersi perché mai ancora oggi molti ragazzi continuano a peregrinare tra quelle pagine mossi quasi d’istinto, perché sanno di trovare in APaz una specie di maestro di vita, uno con cui sporcarsi grazie alle sue paradossali verità (come “amore è tutto ciò che si può ancora tradire”), grazie all’espressione così articolata e pungente, eppure carica di humour nerissimo, del gelo, del vuoto, della disperazione, di quel lato oscuro con cui fare i conti quotidianamente e che spesso ha proprio il profilo aquilino di Zanna.<br />
<span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Il doppio negativo, si disse. Una figura quasi atemporale a cui delegare tutte le pulsioni negative e distruttive, il preferisco di no detto cono cinismo e disillusione, il vuoto di chi ha capito tutto dalla vita, ne ha decostruito i miti e le false illusioni, e se ne frega. Superiore a tutto, spietato e cattivissimo, senza passato e presente, consapevole che nella vita non dovrà sbattersi più di tanto. “Lui non pensa assolutamente a niente. è il vuoto che lo permea, che lo circonda, solo il vuoto”, dirà Pazienza della sua creatura, psicanalizzandola. Zanna quasi archetipico, ma non bisogna dimenticare il periodo storico in cui nacque. Era la fase post ’77, ed alla sbornia ideologica cominciava ad opporsi una maggiore leggerezza, il materialismo edonistico, la ricerca di visibilità e status symbol. Il liceale Zanardi è lo specchio deformato di quella società, ne rappresenta il lato marginale ed estremo eppure pienamente integrato. Si rende protagonista di brutte storie di violenza, stupri, rapine, “scherzi mitologici”, soperchierie, prepotenze, ma non c’è quasi dissidio con il contesto. Zanna è il frutto degenero di una società che in quei valori, mascherandoli, si riconosce. Almeno in parte. Bisogna dire che Zanna non esisterebbe senza la presenza dei due compagni di avventure, Colasanti e Petrilli. Con loro si compone la triade: personaggi talmente complementari gli uni con gli altri che c’è chi vi ha visto i diversi tratti della personalità del loro autore. Il primo è un ragazzo balestrato, ricco e sicuro di sé, contraddittorio ed enigmatico. Petrilli è il ragazzo frustrato, brutto fisicamente e bloccato dalla famiglia e da mille condizionamenti, che odia Zanardi ma non può fare a meno di frequentarlo e in fondo vorrebbe essere proprio come lui. Insieme saranno protagonisti di una manciata (davvero troppo poche) di storie esilaranti e irripetibili. (<em>2006</em>)</span></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[culture pop (e viceversa) #89]]></title>
<link>http://kulturadimazza.wordpress.com/2008/03/24/culture-pop-e-viceversa-89/</link>
<pubDate>Mon, 24 Mar 2008 17:27:09 +0000</pubDate>
<dc:creator>kulturadimazza</dc:creator>
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<description><![CDATA[]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://kulturadimazza.wordpress.com/files/2008/03/bush.jpg" title="bush.jpg"></p>
<div style="text-align:center;"><img src="http://kulturadimazza.wordpress.com/files/2008/03/bush.jpg" alt="bush.jpg" /></div>
<p></a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[culture pop (e viceversa) manifesto²]]></title>
<link>http://kulturadimazza.wordpress.com/2008/03/24/culture-pop-e-viceversa-manifesto%c2%b2/</link>
<pubDate>Mon, 24 Mar 2008 14:36:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>kulturadimazza</dc:creator>
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<description><![CDATA[culture pop (e viceversa). Ovvero pop-culture, per chi ancora non l&#8217;avesse capito. è innanzitu]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://kulturadimazza.wordpress.com/files/2008/03/culturapop.jpg" title="culturapop.jpg"><img src="http://kulturadimazza.wordpress.com/files/2008/03/culturapop.jpg" alt="culturapop.jpg" /></a></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font face="Verdana, sans-serif"><font size="1">culture pop (e viceversa). Ovvero pop-culture, per chi ancora non l&#8217;avesse capito.</font></font></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><font face="Verdana, sans-serif"><font size="1">è innanzitutto una vetrina dei nostri esercizi grafici tutti rigorosamente realizzati con Photoshop CS 2 attraverso i quali cerchiamo di enfatizzare quegli aspetti della nostra quotidianità mediatizzata e massificata. Molte immagini sono dunque puro esercizio che, invece d&#8217;archiviare nei nostri hard disk, abbiamo pensato di &#8220;condividere&#8221;. Ci sentiamo necessariamente immersi entro una realtà che tutto ingloba; la contemporaneità attaule si compone di frammenti non più ricomponibili in un&#8217;unica immagine. Guardiamo ad esempio i quotidiani e la loro evoluzione, le immagini sono esplose, dalle illustrazioni siamo giunti alle gallerie d&#8217;immagini on-line; le redazioni appaioni incapaci di raccontare alcun fatto causa pioggia di notizie (molto simile ad un diluvio universale) incessante. Ogni realtà diviene icona per necessità e non per volontà, ma non più icona dotata d&#8217;un immagine cristallizzata, sarà icona espansa, diffusa in una miriade d&#8217;altre icone. Una summa di icone è l&#8217;icona del contemporaneo.</font></font></p>
<p><font face="Verdana, sans-serif"><font size="1">culture pop (e viceversa) sogna d&#8217;essere questo, basando la propria &#8220;mission&#8221; sullo scorrere incessante del tempo. kulturadimazza &#8211; informazione sui tempi che corrono e sul tempo che fugge, così ci definiamo e per coerenza attorno a questo concetto realizziamo questo catalogo di immagini.</font></font></p>
<p><font face="Verdana, sans-serif"><font size="1">Con la precedente versione del blog (<a href="http://kulturadimazza.ilcannocchiale.it/">http://kulturadimazza.ilcannocchiale.it</a>) abbiamo chiuso all&#8217;immagine 88. Riprendiamo dunque dall&#8217;89, come se il Muro fosse appena caduto&#8230;</font></font></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[UNA COSA PICCOLA CHE STA PER ESPLODERE - Paolo Cognetti ]]></title>
<link>http://blasfashion.wordpress.com/2007/11/25/una-cosa-piccola-che-sta-per-esplodere-paolo-cognetti/</link>
<pubDate>Sun, 25 Nov 2007 23:24:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>This is</dc:creator>
<guid>http://blasfashion.wordpress.com/2007/11/25/una-cosa-piccola-che-sta-per-esplodere-paolo-cognetti/</guid>
<description><![CDATA[IN MY OPINION Interessante, bello e crudele QUARTA DI COPERTINA Cinque racconti ambientati negli ann]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://www.minimumfax.com/foto/2007/10/cognettiG.jpg" align="left" height="399" width="293" /><strong>IN MY OPINION</strong></p>
<p>Interessante, bello e crudele</p>
<p><strong>QUARTA DI COPERTINA</strong></p>
<p><font face="Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif" size="2"> Cinque racconti ambientati negli anni più teneri, più violenti, più tormentati della nostra vita. Ereditiere perverse e affascinanti rinchiuse in una clinica per anoressiche, figli scaraventati dai genitori nel naufragio del loro matrimonio e di un&#8217;epoca, orfane di giocatori d&#8217;azzardo che trovano salvezza nell&#8217;immaginazione. Il filo rosso che lega queste storie è il momento, vivo e straziante, in cui prendiamo coscienza della nostra identità, scopriamo il sesso, l&#8217;amicizia, la crudeltà del mondo, attraversiamo la linea d&#8217;ombra con un atto di rivolta.<br />
Dopo &#8220;Manuale per ragazze di successo&#8221;, con questa nuova raccolta Paolo Cognetti torna a fotografare la quotidianità nascosta. La scrittura intensa e precisa, e un sapiente senso dell&#8217;intreccio, trovano nell&#8217;adolescenza il luogo magico in cui i personaggi, raccontando la propria vita, mettono a nudo la nostra. </font></p>
<p><strong>INFO PRATICHE ED INUTILI</strong></p>
<p>Euro: 10 (<a href="http://www.minimumfax.com/libro.asp?libroID=390" target="_blank">9 sul sito dell&#8217;editore</a>)<br />
PAGINE: 158<br />
EDITORE: MINIMUM FAX</p>
<p><strong>STELLINE DA 0 A 5</strong></p>
<p>Copertina:***<br />
Titolo: ****<br />
Formato: *****</p>
<p><strong>DA REGALARE A:</strong></p>
<p>Genitori che non sanno che peschi prendere.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Cultura convergente di Henry Jenkins]]></title>
<link>http://onrepeat.wordpress.com/2007/10/23/cultura-convergente-di-henry-jenkins/</link>
<pubDate>Tue, 23 Oct 2007 13:06:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>onrepeat</dc:creator>
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<description><![CDATA[Dal momento che On Repeat (la trasmissione) ha la nuova dicitura di “contenitore di musica indie e c]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><em><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Dal momento che On Repeat (la trasmissione) ha la nuova dicitura di “contenitore di musica indie e culture pop”, allora anche On Repeat (il blog) inizierà a muoversi di conseguenza. In primo luogo comincerò a postare un po’ di articoli di giornale che inizino a stabilire le coordinate entro cui ci muoveremo. Ecco il primo, uscito qualche settimana fa su <a href="http://www.epolis.sm" target="_blank">E Polis</a> (tranne che in Sardegna) e poi ripreso anche <a href="http://www.novamag.it/dblog/articolo.asp?articolo=709" target="_blank">qui</a>, nella versione allungata da blog.</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><img src="http://nocturama.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/24051/copertina%20jenkins.gif" alt="" width="148" height="243" align="left" /><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Benvenuti nell’era della cultura convergente, “dove media vecchi e nuovi collidono” e nascono nuove modalità di espressione e di partecipazione. A fare da cicerone a questa nuova era è <a href="http://www.henryjenkins.org/">Henry Jenkins</a>, professore americano autore di uno dei saggi più importanti sulla cultura pop degli ultimi decenni, <a href="http://www.apogeonline.com/libri/88-503-2629-7/scheda">Cultura convergente </a>appunto, che ci spiega in maniera chiara i cambiamenti culturali in atto, strettamente intrecciati alle innovazioni tecnologiche che stanno rapidamente cambiando lo scenario dei media del nostro tempo. </span><br />
<span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Per cominciare, un esempio ce lo può fornire <a href="http://www.wumingfoundation.com/">Wu Ming</a>, non a caso autore dell’<a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002392.html">introduzione</a> del saggio di Jenkins appena tradotto in Italia da <a href="http://www.apogeonline.com/">Apogeo</a>. Manintuana è l’ultimo libro del collettivo ed è un esempio di narrazione transmediale. Non è solo un libro ma darà vita ad altri libri. È anche un <a href="http://www.manituana.com/">sito </a>internet che non è solo una vetrina sul web ma contiene contenuti extra, audio, video che arricchiscono la fruizione del libro, ne espandono le possibilità. Nel sito – ecco un aspetto cruciale – viene anche incentivata la produzione di fan fiction, ovvero di racconti ulteriori scritti dai fan medesimi. Proprio come accaduto spontaneamente con la fan fiction di Star Wars, potentissimo esempio di narrazione transmediale ante-litteram in cui però la produzione dei fan – come racconta Jenkins &#8211; viene appena tollerata, con frequenti conflitti che investono temi come la proprietà intellettuale e il diritto degli appassionati di interagire il più possibile con l’oggetto della propria passione culturale.<br />
Ma che cosa è di preciso la cultura convergente? Intanto bisogna sgombrare il campo da un equivoco: non si tratta solo di un processo tecnologico. È vero che (per non fare nomi) l’iPhone può essere considerato il gingillo emblematico della cultura convergente, il dispositivo attraverso cui passano i contenuti più diversi. Sempre più poi capita che le canzoni transitino da un hard disk ad un cellulare ad uno spot, diventino suonerie, vengano vendute online o su cd, passino su Mtv oppure su YouTube. O capita che le sale cinematografiche siano solo una tappa del percorso compiuto dai film, che possono arrivare online, nei telefonini, in tv, essere poi pubblicati su dvd. Ma la collisione di media nuovi e vecchi – questa la tesi di Jenkins &#8211; è più un bisogno culturale che esclusivamente un processo tecnologico e di mercato. La tecnologia asseconda un bisogno e contribuisce a diffonderlo e amplificarlo. Sono i fan, gli utenti, i consumatori a voler interagire sempre di più con i contenuti della cultura popolare, di cui quotidianamente ci nutriamo nella forma di canzoni, film, serie televisive, fumetti, libri non riconducibili al modello della “cultura alta”. Nel libro di Jenkins i casi sono molti. Dai ragazzini che creano piccole e grandi comunità online per produrre fan fiction di Harry Potter (scontrandosi con la Warner che vuole tutelare la “proprietà intellettuale”), alle comunità di spoiler che giocano con i reality show come Survivor per anticipare i contenuti della serie prima che sia trasmessa, mettendo in campo capacità investigative notevoli e partecipando al processo in maniera collettiva, alla produzione di film amatoriali sul web fino ovviamente a blog, YouTube e ai casi emblematici di quello che è stato chiamato web 2.0 (un modo sociale e partecipativo di concepire la rete). O a Matrix, narrazione transmediale che si sviluppa lungo tre film, videogiochi, web, fumetti e film d’animazione e che chiede all’appassionato uno sforzo in più di quello che viene richiesto a chi vuole semplicemente andare al cinema. Per convergenza si intende appunto il flusso dei contenuti da un media all’altro. Questo flusso è spinto dai consumatori più attivi che vogliono sempre più informazioni, creare connessioni, intervenire e dire la loro, in nome di quella che viene chiamata “cultura partecipativa”. I nuovi consumatori si fanno sentire. Il modello dello spettatore come ricettore passivo di contenuti sta perdendo sempre più validità. In uno scenario sempre più frammentato, l’impulso che viene dalle nicchie attive sarà fondamentale per la ridefinizione dei contenuti degli stessi media mainstream. “Fino a vent’anni fa – scrive Wu Ming – la grande maggioranza del pubblico era soltando audience e l’unico messaggio che poteva emettere si riduceva ad una scelta binaria: ascolto/non ascolto, consumo/non consumo”. Oggi con i nuovi media si può interagire più in profondità e l’espressione “cultura partecipativa” contrasta con la vecchia nozione di spettatore passivo.</span></p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Post-punk di Simon Reynolds: come uscire vivi dagli anni ottanta]]></title>
<link>http://onrepeat.wordpress.com/2007/04/16/post-punk-di-simon-reynolds-come-uscire-vivi-dagli-anni-ottanta/</link>
<pubDate>Mon, 16 Apr 2007 09:55:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>onrepeat</dc:creator>
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<description><![CDATA[La prima cosa che viene in mente leggendo il monumentale Post-punk 1978-1984 di Simon Reynolds (Isbn]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;"><img src="http://www.rockobrobje.com/cave_p1.jpg" alt="" width="300" height="186" align="left" />La prima cosa che viene in mente leggendo il monumentale <strong>Post-punk 1978-1984</strong> di Simon Reynolds (<strong>Isbn</strong>, 720 pp., 35€) è che sì, si esce vivi dagli anni ottanta. La seconda è che quel fazzoletto di tempo compreso tra la fine dei ’70 e i primi ’80, cioè subito dopo la deflagrazione del punk e prima di tutte le rivoluzioni successive specie in campo dance ed elettronica, è stato uno dei più prolifici di sempre, secondo Reynolds addirittura “il” più prolifico, «in grado di rivaleggiare con i favolosi anni sessanta», considerati secondo il “canone” il periodo più creativo nella storia del rock.<br />
A scorrere i nomi dei principali protagonisti del periodo (ma anche delle seconde linee) si trova talmente tanta creatività, urgenza, vitalità, radicalità, che la conclusione non può essere che quella: il periodo più eccitante della storia del “rock” (di sicuro molto più attuale della fine dei sixties) ma anche, paradossalmente, il meno studiato e sviscerato. «Il post-punk è stato l’ultimo grande periodo in cui c’è stata una forte ondata di innovazione che riguardasse insieme musica, testi, performance e anche il ruolo generale della musica», spiega l’autore. «Penso all’idea del rock come forza in grado di cambiare almeno la coscienza del singolo ascoltatore. E ha lasciato eredità fondamentali come la nascita del movimento delle etichette indipendenti e la logica del <em>do it yourself</em>, la cui influenza si protrae fino ad oggi». È in questo clima, dopo gli sconquassi provocati dal punk soprattutto a livello sociale e di apertura di possibilità, che nasce il post-punk, mosso da «un’urgenza al cambiamento costante» e dall’obiettivo di fare del rock un’arte, rifiutando al contempo gli aspetti deteriori e patetici del “rockismo”. Ci potevi trovare america nera urbana, Giamaica o Europa centrale collise in un’estetica rigida e austera che saccheggiava le avanguardie artistiche e letterarie del Novecento (Burroughs, Dick, Ballard, dadaismo, arte performativa) e che si sviluppava lungo direttrici eccitanti e imprevedibili. Un suono intellettuale che rigettava l’approccio stradaiolo di certo punk ma senza per questo sfociare in pura accademia.<br />
Talking Heads, Pere Ubu, Pop Group, Scritti Politti, Throbbing Gristle, Cure, Joy Division, New Order, This Heat, Nick Cave e Birthday Party, PIL, Devo, Residents, Fall, XTC, Cabaret Voltaire, Gang of Four. </span><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Dagli abissi di dolore alle sperimentazioni più severe, dalle collisioni di rumore bianco e funk “negro” al decostruzionismo pop, dall’industrial fino anche al new pop per sintetizzatori. Un numero impressionante di band che non si accontentavano del primitivismo del punk, del suo sguardo (musicale) spesso tutto rivolto all’indietro, ma che guardavano avanti, «impegnate a portare a termine la sua rivoluzione incompleta, esplorando nuove possibilità sonore attraverso elettronica, noise, tecniche dub, produzione da discoteca, avanguardia». Non a caso il simbolo di questa nuova sensibilità è stato «il messia del punk, John Lydon, che dopo essersi stancato scelse di compiere un viaggio nel rock sperimentale con i Public Image», vero punto di sutura e di rottura tra i due periodi. Dal no-future senza scampo ad un periodo «dove la curiosità per il nuovo era unita all’ansia per il futuro», dove l’accento in musica però è da mettere su curiosità. Non che mancassero motivi di ansia: «c’era la Thatcher al potere e un paese sull’orlo del collasso, con la disoccupazione altissima, delinquenza giovanile galoppante» spiega Reynolds. E la musica si faceva carico di interpretare (e magari di contribuire a cambiare) la situazione socio-politica del tempo. Soprattutto di rifletterne aspirazioni e contraddizioni.<br />
Sul piano politico erano molte le band che flirtavano con l’immaginario nazi-fascista, dalla svastica al braccio di Siouxie nei giorni del massimo fulgore del punk alla fascinazione per l’autorità e il fascismo dei Joy Division fino anche ai Throbbing Gristle. «Credo che prima di tutto questa fascinazione derivi dalla tattica dello shock ereditata dal punk. In Inghilterra specialmente, flirtare con l’immaginario nazista era realmente offensivo perché c’erano davvero molte persone che avevano combattuto, o perso parenti, durante la Seconda Guerra Mondiale, e se eri un giovane cresciuto nei ’60 e ’70 venivi esposto in tv a film senza fine sulla guerra – era una parte centrale dell’identità inglese: sconfiggere il fascismo, resistere a Hitler ecc. Per cui se volevi offendere la generazione dei tuoi genitori, questo era davvero un modo efficace per farlo! Non dimentichiamo anche che in quel periodo certe idee erano nell’aria: il Fronte nazionale era forte e tuonava contro l’immigrazione e la società multiculturale. Forse c’è anche qualcosa riguardo l’asprezza e severità e perfezione classica dello stile fascista che ha dimostrato un appeal durevole per un certo tipo di estetica». John Savage individuava la componente “fascista” del punk ad esempio nel deliberato tentativo di eliminare la componente nera, blues del rock. Di contro erano altrettante le band di stampo anarchico, situazionista, marxista, dai Pop Group ai Gang of Four passando certamente per gli Scritti Politti (contrazione per Scritti politici di Gramsci), a riflettere quasi una polarizzazione ideologica che era tangibile, sul finire dei Settanta.<br />
Nei nostri anni il post punk e le sue declinazioni (punk-funk, elettropop, industrial ecc) sono tornate pesantemente d’attualità, grazie al lavoro di molte band che si sono approntate a quelle estetiche in modi diversi, come Franz Ferdinand, Liars, Rapture, LCD Soundsystem, Interpol, !!!, Erase Errata, solo per citare le più famose. Quasi tutte le tendenze sviluppate allora trovano oggi una rievocazione ciclica più o meno interessante. «Il postpunk potrebbe essere l’ultimo periodo ad offrire una ricca risorsa perché viene appena prima che la “retro culture” e il recupero dei Sixties prendesse piede nella metà degli anni Ottanta. Come potrebbero delle band oggi riciclare qualcosa che era già riciclato? Per questo hanno virato verso post punk, new wave e synthpop dei primi ottanta. Ma c’è da dire che quella era anche musica straordinaria, ricca di idee, e questo non può che attrarre in un periodo in cui la musica e la cultura in generale sono senza direzione».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><a href="http://www.novamag.it/dblog/articolo.asp?articolo=234" target="_blank"></a><strong><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;"><a href="http://www.novamag.it/dblog/articolo.asp?articolo=234" target="_blank">Leggilo anche qui (con i dieci album post punk di Simon Reynolds)</a><br />
<a href="http://www.novamag.it/pdf/NovaMagazine_2007.03.22_n.1.pdf" target="_blank">Scarica il pdf da passeggio di Nova magazine con questo articolo</a><br />
<a href="http://onrepeat.wordpress.com/2007/04/16/il-mio-libro-e-come-un-rock-julian-cope-lester-bangs-paul-morley-please-kill-me/" target="_blank">Leggi anche: Il mio libro è come un rock</a></span></strong></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il mio libro è come un rock. Julian Cope, Lester Bangs, Paul Morley, Please Kill me...]]></title>
<link>http://onrepeat.wordpress.com/2007/04/16/il-mio-libro-e-come-un-rock-julian-cope-lester-bangs-paul-morley-please-kill-me/</link>
<pubDate>Mon, 16 Apr 2007 09:50:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>onrepeat</dc:creator>
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<description><![CDATA[Nella prossima puntata di On Repeat – oltre ad avere un ospite di cui vi dirò più avanti, quando ci ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><em><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Nella prossima puntata di On Repeat – oltre ad avere un ospite di cui vi dirò più avanti, quando ci sarà la conferma – parleremo anche di alcuni libri “rock” meritevoli di essere letti. Ne approfitto per postare due articoli: uno uscito l’anno scorso negli <a href="http://www.epolis.sm" target="_blank">E Polis</a> che esistevano allora, l’altro invece pubblicato su <a href="http://www.novamag.it" target="_blank">Novamagazine</a>. </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;"><img src="http://www.blackmailmag.com/images/Letture/Lester-Bangs_The-Clash.jpg" alt="" width="300" height="240" align="left" />Diciamo la verità: sono ben pochi i libri rock pubblicati in Italia in grado di andare oltre la semplice divulgazione o la mera didascalia. Di recente va citato il geniale Metapop di Paul Morley, ma poco altro: si privilegiano le biografie senz’anima, gli istant book, i dizionarietti scialbi. Però negli ultimi mesi qualcosa si è messo, con la traduzione di alcuni libri che per un motivo o un altro sono da considerare imperdibili. In primis il leggendario <strong>Krautorocksampler</strong> di <strong>Julian Cope</strong>, uscito in Inghilterra dieci anni fa svelando ad un pubblico distratto e a una critica atrofizzata un patrimonio musicale che aveva conosciuto breve fiammata agli inizi dei Settanta, ma che poi venne dimenticato da (quasi) tutti: il rock sperimentale tedesco, il krautrock, chiamato così oltremanica con un po’ di sottile razzismo. Il libro è uscito grazie a Lain ed è possibile apprezzare la statura leggendaria non solo del libro, ma anche della stagione di cui parla. Che, è bene ricordare, nasce in un periodo sommerso da un numero imprecisato di “schifezze prog” come, parole sue, “le seghe a vuoto di EL&#38;P, la spiritualità fonata degli Yes e i mantra da salotto di The Dark Side of the Moon”. Al contrario quello che accadeva in terra allemanda era molto, molto diverso, e ben più eccitante: “il Krautrock è una specie di odissea gnostica a base di sballo pagano, Lsd e esplora-il-dio-che-hai-dentro-liberando-il-mostro-che-hai-dentro. Un cazzuto rock cosmico trascendentale da poeti-druidi visionari in anfetamina e suuuuper-fuori-di-testa!”. Sintetizzando, un mix urgente e irripetibile (declinato in modi diversi) di psichedelia ombrosa e/o cosmica, elettronica e rock deviato alla Velvet Underground, pre-punk alla Stooges e sperimentazione contemporanea del maestro Stockhausen. Citando alla rinfusa alcuni nomi di kosmiche musik: Can, Faust, Neu!, Tangerine Dream, Amon Dull, Cluster, e primi Kraftwerk… Il libro di Cope è opera di un fan devoto ed entusiasta, un trattatello con annessa discografia essenziale al seguito (50 dischi!) dove l’autore dimostra di possedere una penna scintillante ed un amore sconfinato, che magari cede qualcosa rispetto ad un approccio “critico” più rigoroso. Ma in realtà la sua è vera e propria Letteratura Rock, scritta con la passione bruciante del fan e con una penna inventiva e geniale, brulicante di ammicchi, neologismi, giudizi sferzanti e umorali che ricordano un altro scrittore rock dalla statura epica come <strong>Lester Bangs</strong>, il critico americano più mitizzato di tutti i tempi. Al proposito, la Minimum Fax ha mandato in libreria una seconda silloge di suoi articoli, <strong>Deliri, desideri e distorsioni</strong>, un ampio compendio della multiforme creatività di un personaggio che a 21 anni già stroncava gli Mc5 (per poi ricredersi) e che nell’82 moriva a soli 34 anni per un cocktail di Darvum e Valium, come una qualsiasi rockstar dannata. La lettura di Bangs è impagabile per chiunque ami la musica, perché scrive con incontenibile libertà e spudoratezza, e all’occorrenza demolisce anche i mostri sacri che egli stesso amava, come Miles Davis, i Rolling Stones o Lou Reed. Di Bob Dylan scrive che è bugiardo e spocchioso, parla delle “smancerie melodrammatiche e vacue teatralità” del Boss: cioè mostra la bellezza di scrivere di musica mettendo in gioco idiosincrasie, odi insensati e amori brucianti, invettive sapide e sfregi, sempre però con un armamentario critico profondo e rigoroso ed una scrittura esuberante e brulicante, animata da uno spirito caustico, irriverente e carico di un’insolenza tipicamente americana. Infine è uscito per Baldini &#38; Castoldi un altro tomo imperdibile: <strong>Please Kill Me</strong> di <strong>Legs Mc Neil e Gillian McCain</strong>, un libro definitivo sul punk basato su centinaia di interviste ai personaggi che il punk lo hanno animato e vissuto: da Richard Hell a Malcolm McLaren. </span><br />
<strong><em><span style="font-size:8.5pt;font-family:Verdana;">Andrea Tramonte, pubblicato il 27/04/2006 nei quotidiani E Polis</span></em></strong></p>
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<title><![CDATA[Remote Control]]></title>
<link>http://keitholbermannisevil.wordpress.com/2007/02/04/remote-control/</link>
<pubDate>Sun, 04 Feb 2007 20:29:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>Keith Olbermann Is Evil</dc:creator>
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<description><![CDATA[orinenglish on No More Vacations for Dan Patrick. And Don’t Get Sick, Either: I, too, suspect that K]]></description>
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