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	<title>forza-italia &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "forza-italia"</description>
	<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 04:56:56 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[41 bis per i mafiosi, qui si tratta (ancora)]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/28/41-bis-per-i-mafiosi-qui-si-tratta-ancora/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 19:34:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Fonte: 41 bis per i mafiosi, qui si tratta (ancora). Farina (Pdl) denuncia l’inumanità del 41 bis pe]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2130:41-bis-per-i-mafiosi-qui-si-tratta-ancora&#38;catid=20:altri-documenti&#38;Itemid=43">41 bis per i mafiosi, qui si tratta (ancora)</a>.</p>
<blockquote><p><em><strong>Farina (Pdl) denuncia l’inumanità del 41 bis per i mafiosi. Come nel 2002: ipotesi ricatto dei clan alla politica</strong></em></p>
<p>Per lui è solo un atto di carità cristiana. Un gesto umanitario per dare un po’ di conforto a chi soffre. Per gli investigatori, invece, potrebbe essere una sorta di messaggio. O almeno potrebbe essere colto dalla mafia come tale. Come l’ultimo, o il penultimo, segnale nella lunga presunta trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato cominciata nel 1992-93 e mai interrotta. Comunque stiano le cose un fatto è certo: fa effetto ascoltare dai microni di <em>Radio Radicale </em>un esponente di peso del Pdl come il neo-parlamentare <strong>Renato Farina</strong>, chiedersi se davvero il <em>41 bis</em>, il cosiddetto carcere duro, è una forma di tortura. E fa ancora più effetto pensare che le sue dichiarazioni, chiuse con la proposta di istituire una commissione internazionale sulla situazione dei boss in prigione, sia arrivata a ferragosto, davanti alle porte del carcere milanese di Opera.</p>
<p>Lì dentro, ospitati in celle singole controllate giorno e notte, ci sono ben 82 capi-mafia. E assieme al più celebre di tutti, <strong>Totò Riina</strong>, c’è anche <strong>Giuseppe Graviano</strong>, il capo della famiglia mafiosa di Brancaccio, che, secondo il pentito <strong>Gaspare Spatuzza</strong>, avrebbe concluso intorno al Natale 1993 una sorta di accordo politico con <strong>Silvio Berlusconi</strong>. Farina, è vero, rispetto al 41 bis ha un approccio problematico. E nella sua intervista fornisce un particolare importante: dice che buona parte dei detenuti non appena ha capito chi era e soprattutto in che partito militava, ha mostrato “una furia” che lo ha “preoccupato”. Ce l’avevano con lui, con il ministro della Giustizia <strong>Angelino Alfano</strong> e con Berlusconi.</p>
<p>Resta però una singolare coincidenza: la visita ispettiva ad Opera dell’ex giornalista, radiato dall’Ordine per il denaro ricevuto dai servizi segreti militari, avviene subito dopo i primi interrogatori di Giuseppe Graviano e di suo fratello <strong>Filippo</strong>. Lunghi faccia a faccia con i magistrati durante i quali i due boss hanno più volte detto di “rispettare” la scelta di Spatuzza . Ma hanno aggiunto che stare al 41 bis è come stare “a Guantanamo”: “Ho la luce accesa giorno e notte e da quattro mesi aspetto una visita per un sospetto di tumore” ha detto Giuseppe. Il dubbio, insomma, che il dialogo tra la politica e la mafia sia ancora in corso, c’è. Pure l’Aisi (il servizio segreto interno), nelle sue ultimi relazioni sullo stato della criminalità organizzata in Italia, spiega che nelle carceri i boss mostrano segni d’irrequietezza e d’impazienza. E, secondo quanto risulta a Il Fatto Quotidiano, sottolinea proprio il ruolo dei fratelli Graviano che sarebbero alla ricerca di una soluzione per il 41 bis.</p>
<p>Detto in altre parole: l’impressione è di trovarsi di fronte a una sorta di grande ricatto. O fate qualcosa, o rispettate i patti &#8211; comunica la mafia &#8211; o noi cominciamo a far sapere come sono andate realmente le cose negli anni delle stragi.</p>
<p>I Graviano, del resto, hanno già tentato operazioni del genere. Nel 2002 erano stati proprio loro a dare il via a una singolare corrispondenza tra boss detenuti (spesso condannati proprio per le bombe ai monumenti) ricca di ambigui riferimenti alla “cappella Sistina”, al “museo egizio di Torino”, al Milan (la squadra del presidente del consiglio Silvio Berlusconi) e alla Formula Uno, sempre indicata da chi scrive con la sigla “F.I”: le iniziali di Forza Italia. Allora accanto alle lettere, tutte ovviamente lette dalla censura e finite in corposi rapporti dello Sco (Servizio Centrale operativo) della Polizia, c’erano stati pubblici proclami di boss del calibro di <strong>Luchino Bagarella </strong>che il 12 luglio del 2002, in aula, aveva accusato la politica di aver “strumentalizzato” i detenuti.</p>
<p>Così il Sisde, all’epoca diretto dal generale <strong>Mario Mori</strong>, aveva lanciato l’allarme. Aveva annunciato con un’informativa segreta a Palazzo Chigi, di aver appreso da “Attendibili fonti fiduciarie l’esistenza di un progetto di aggressione di Cosa Nostra che avrà inizio con azioni in toto non percettibili dall’opinione pubblica fino a raggiungere toni manifesti, con la commissione, in un secondo momento, di azioni eclatanti”. Nel mirino, secondo gli 007, c’erano Dell’<strong>Utri</strong>, l’avvocato <strong>Cesare Previti </strong>e una molti avvocati meridionali (per lo più parlamentari). E a tutti loro fu data una scorta. Oggi la situazione è diversa. A far paura non sono più le armi della mafia, ma le parole. Certo in Cosa Nostra c’è chi può pensare (al contrario di quanto sostiene il ministro dell’Interno, <strong>Roberto Maroni</strong>) che la riforma della legge sul sequestro dei beni appena introdotta in finanziaria, sia una buona notizia. O che la due giorni di sciopero degli avvocati, che protestano anche contro il 41 bis, sia il sintomo di qualcosa che si sta muovendo. Ma forse è tardi. Troppo tardi. Perchè, come diceva Leonardo Sciascia, “Tutti i nodi vengono al pettine. Se c’è il pettine”.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Peter Gomez (</strong><a class="blank" href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578" target="_blank"><strong>Il Fatto Quotidiano</strong></a><strong>, 28 novembre 2009)</strong></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l'asso nella manica dei fratelli Graviano - cronaca - Repubblica.it]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/28/sono-i-soldi-degli-inizi-del-cavaliere-lasso-nella-manica-dei-fratelli-graviano-cronaca-repubblica-it/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 11:32:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Fonte: Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l&#8217;asso nella manica dei fratelli Graviano ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/mafia-10/resa-dei-conti-1/resa-dei-conti-1.html">Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l&#8217;asso nella manica dei fratelli Graviano &#8211; cronaca &#8211; Repubblica.it</a>.</p>
<blockquote>
<h2>L&#8217;INCHIESTA &#8211; Il peso del ricatto al premier della famiglia di Brancaccio sembra legato all&#8217;inizio della sua storia di imprenditore<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Sono i soldi degli inizi del  Cavaliere l&#8217;asso nella manica dei fratelli Graviano</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO -->Più che un eventuale avviso di garanzia per le stragi del &#8216;93, il premier dovrebbe temere il coinvolgimento da parte delle cosche sulle storie di denaro affari e politica<br />
<!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<div id="multimedia">
<div class="fotosxb">
<p><!-- fine DIDA --></p>
</div>
</div>
<div id="testo"><!-- inizio TESTO --> Soldi. Soldi &#8220;loro&#8221; che non sono rimasti in Sicilia, ma &#8220;portati su&#8221;, lontano da Palermo. &#8220;Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua&#8221;. Per Gaspare Spatuzza, da qualche parte, la famiglia di Brancaccio ha &#8220;un asso nella manica&#8221;. Quale può essere questo &#8220;jolly&#8221; non è più un mistero. Per i mafiosi, che riferiscono quel che sanno ai procuratori di Firenze, è una realtà il ricatto per Berlusconi che Cosa Nostra nasconde sotto la controversa storia delle stragi del 1993. Nell&#8217;interrogatorio del 16 marzo 2009, Spatuzza non parla più di morte, di bombe, di assassini, ma del denaro dei Graviano. E ha pochi dubbi che Giuseppe Graviano (che chiama &#8220;Madre Natura&#8221; o &#8220;Mio padre&#8221;) &#8220;si giocherà l&#8217;asso&#8221; contro chi a Milano è stato il mediatore degli affari di famiglia, Marcello Dell&#8217;Utri, e l&#8217;utilizzatore di quelle risorse, Silvio Berlusconi.</p>
<p>Il mafioso ricostruisce la storia imprenditoriale della cosca di Brancaccio, con i Corleonesi di Riina e Bagarella e i Trapanesi di Matteo Messina Denaro, il nocciolo duro e irriducibile di Cosa nostra siciliana.<br />
È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del &#8220;tesoro&#8221; dei Graviano. &#8220;Cento lire non gliele hanno levate a tutt&#8217;oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi&#8221;.</p>
<p>&#8220;Non si fidano di nessuno, hanno costruito in questi vent&#8217;anni un patrimonio immenso&#8221;. Per Gaspare Spatuzza, due più due fa sempre quattro. Dopo il 1989 e fino al 27 gennaio 1994 (li arrestano ai tavoli di &#8220;Gigi il cacciatore&#8221; di via Procaccini), Filippo e Giuseppe decidono di starsene latitanti a Milano e non a Palermo. Hanno le loro buone ragioni. A Milano possono contare su protezioni eccellenti e insospettabili che li garantiscono meglio delle strade strette di Brancaccio dove non passa inosservato nemmeno uno spillo. E dunque perché? &#8220;E&#8217; anomalissimo&#8221;, dice il mafioso, ma la chiave è nel denaro. A Milano non ci sono uomini della famiglia, ma non importa perché ci sono i loro soldi e gli uomini che li custodiscono. I loro nomi forse non sono un mistero. Di più, Gaspare Spatuzza li suggerisce. Interrogatorio del 16 giugno: &#8220;Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell&#8217;Utri, (&#8230;) Filippo è tutto patito dell&#8217;abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e del&#8230; possiamo dire &#8230; dell&#8217;amore che lo lega a Berlusconi e Dell&#8217;Utri&#8221;.<br />
<!--inserto--></p>
<div id="adv180x150m"><!-- OAS AD 'Middle' - da inserire per 200x200 --></div>
<div id="testo">
&#8220;L&#8217;asso nella manica&#8221; di Giuseppe Graviano, &#8220;il jolly&#8221; evocato dal mafioso come una minaccia &#8211; sostengono fonti vicine all&#8217;inchiesta &#8211; non è nella fitta rete di contatti, reciproche e ancora misteriose influenze che hanno preceduto le cinque stragi del 1993 &#8211; lo conferma anche Spatuzza &#8211; , ma nelle connessioni di affari che, &#8220;negli ultimi vent&#8217;anni&#8221;, la famiglia di Brancaccio ha coltivato a Milano. E&#8217; la rassicurante condizione che rende arrogante anche Filippo, solitamente equilibrato. Dice Gaspare: &#8220;[Filippo mi disse]: facceli fare i processi a loro, perché un giorno glieli faremo noi, i processi&#8221;.</p>
<p>Nella lettura delle migliaia di pagine di interrogatorio, ora agli atti del processo di appello di Marcello Dell&#8217;Utri, pare necessario allora non farsi imprigionare da quel doloroso 1993, ma tenere lo sguardo più lungo verso il passato perché le stragi di quell&#8217;anno sono soltanto la fine (provvisoria e sfuggente) di una storia, mentre i mafiosi che hanno saltato il fosso &#8211; e i boss che hanno autorizzato la manovra &#8211; parlano di un inizio e su quell&#8217;epifania sembrano fare affidamento per la resa dei conti con il capo del governo.</p>
<p>Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento &#8211; come mandante &#8211; nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l&#8217;iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all&#8217;indagato tempi certi dell&#8217;istruttoria (limitati nel tempo). Quando l&#8217;incolpazione diventerà pubblica, l&#8217;immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell&#8217;Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l&#8217;aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l&#8217;uomo &#8211; l&#8217;imprenditore, il politico &#8211; da cui si è sentita &#8220;venduta&#8221; e tradita, dopo &#8220;le trattative&#8221; del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del &#8216;96), le più recenti parole del premier: &#8220;Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia&#8221; (agosto 2009).</p></div>
<div></div>
<div>Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le &#8220;seconde file&#8221; della cosca &#8211; manovali del delitto e della strage al tritolo &#8211; hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell&#8217;Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede &#8211; nel passato &#8211; per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un&#8217;impresa ardua dall&#8217;esito oggi dubbio e soltanto ipotetico. Non bastano i ricordi di mafiosi che &#8220;disertano&#8221;. Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro, dentro l&#8217;organizzazione. Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati &#8220;una mano d&#8217;aiuto per trovare la verità&#8221;. Occorrono, come li definisce la Cassazione, &#8220;riscontri intrinseci ed estrinseci&#8221;, corrispondenze delle parole con fatti accertabili. Detto con chiarezza, sarà molto difficile portare in un&#8217;aula di tribunale l&#8217;impronta digitale di Silvio Berlusconi nelle stragi del 1993.</p>
<p>Questo affondo della famiglia di Brancaccio sembra &#8211; vagliato allo stato delle cose di oggi &#8211; soltanto un avvertimento che Cosa Nostra vuole dare alla letale quiete che sta distruggendo il potere dell&#8217;organizzazione e, soprattutto, uno scrollone a uno stallo senza futuro, che l&#8217;allontana dal recupero di risorse essenziali per ritrovare l&#8217;appannato prestigio.</p></div>
<p>Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell&#8217;onore e della famiglia, altro non hanno in testa. I Graviano, dice Gaspare Spatuzza, non sono un&#8217;eccezione. Nel loro caso, addirittura sono più lungimiranti. Nei primi anni novanta, Filippo e Giuseppe preparano l&#8217;addio alla Sicilia, &#8220;la dismissione del loro patrimonio&#8221; nell&#8217;isola. Spatuzza (16 giugno 2009): &#8220;Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia&#8221;. I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati &#8220;alle attività illecite&#8221;. &#8220;Quando Filippo esce [dal carcere] nell&#8217;88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio&#8221;. Filippo &#8211; sempre lui &#8211; si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. &#8220;[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (&#8230;). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell&#8217;edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c&#8217;è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d&#8217;occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. &#8220;Il programma più redditizio della Fininvest&#8221;, dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest&#8221;.</p>
<p>E&#8217; l&#8217;interrogatorio del 29 giugno 2009. Gaspare conclude: &#8220;Le [mie] dichiarazioni non possono bruciare l&#8217;asso [conservato nella manica] di Giuseppe&#8221; perché &#8220;il jolly&#8221; non ha nulla a che spartire con la Sicilia, con le stragi, con quell&#8217;orizzonte mafioso che è il solo paesaggio sotto gli occhi di Spatuzza. Un mese dopo (28 luglio 2009), i pubblici ministeri chiedono a Filippo in modo tranchant dove siano le sue ricchezze. Quello risponde: &#8220;Non ne parlo e mi dispiace non poterne parlare&#8221;.</p>
<p>Ora, per raccapezzarci meglio in questo labirinto, si deve ricordare che i legami tra Marcello Dell&#8217;Utri e i paesani di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri &#8211; nella metà degli anni settanta &#8211; tra Silvio Berlusconi e la créme de la créme di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova (il mafioso, &#8220;che poteva chiedere qualsiasi cosa a Dell&#8217;Utri&#8221;, siede alla tavola di Berlusconi anche nelle cene ufficiali, altro che &#8220;stalliere&#8221;). Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l&#8217;esistenza di &#8220;un asso&#8221; che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell&#8217;avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.</p>
<p>Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell&#8217;aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.</p>
<p>Molte testimonianze di &#8220;personaggi o consulenti che hanno lavorato come interni al gruppo&#8221;, rilasciate a Paolo Madron (autore, nel 1994, di una documentata biografia molto friendly, Le gesta del Cavaliere, Sperling&#38;Kupfer), riferiscono che &#8220;sono [di Berlusconi] non meno dell&#8217;80 per cento delle azioni delle [22] holding [che controllano Fininvest]. Sull&#8217;altro 20 per cento, per la gioia di chi cerca, ci si può ancora sbizzarrire&#8221;. Sembra di poter dire che il peso del ricatto della famiglia di Brancaccio contro Berlusconi può esercitarsi proprio tra le nebbie di quel venti per cento. In un contesto che tutti dovrebbe indurre all&#8217;inquietudine. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. In questo conflitto &#8211; da un lato, una banda di assassini; dall&#8217;altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità &#8211; non c&#8217;è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia, per sottrarsi a quel ricatto rovinoso, anche Berlusconi è chiamato a fare finalmente luce sull&#8217;inizio della sua storia d&#8217;imprenditore.</p>
<p>Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l&#8217;altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore? Già glielo avrebbero voluto chiedere i pubblici ministeri di Palermo che pure qualche indizio in mano ce l&#8217;avevano.</p>
<p>Quel dubbio non può essere trascurabile per un uomo orgoglioso di avercela fatta senza un gran nome, senza ricchezze familiari, un outsider nell&#8217;Italia ingessata delle consorterie e prepotente delle lobbies.</p>
<p>Berlusconi, in occasione del processo di primo grado contro Marcello Dell&#8217;Utri, avrebbe potuto liberarsi di quel sospetto con poche parole. Avrebbe potuto dire il suo segreto; raccontare le fatiche che ha affrontato; ricordare le curve che ha dovuto superare, anche le minacce che gli sono piovute sul capo. Poche parole con lingua secca e chiara. E lui, invece, niente. Non dice niente. L&#8217;uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l&#8217;essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), &#8220;si avvale della facoltà di non rispondere&#8221;. Glielo consente la legge (è stato indagato in quell&#8217;inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell&#8217;ombra così sgradevole e anche dolorosa, un&#8217;ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo &#8211; nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c&#8217;è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo &#8211; o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto &#8211; da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell&#8217;Irlanda del Nord? Che c&#8217;è di peggio dell&#8217;accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un&#8217;evasione fiscale? Un trucco di bilancio? Chi può mai crederlo nell&#8217;Italia che ammira le canaglie. Per quella ragione, gli italiani lo avrebbero apprezzato di più, non di meno. Avrebbero detto: ma guarda quel bauscia, è furbissimo, ha truccato i conti, gabbato lo Stato e vedi un po&#8217; dove è arrivato e con quale ricchezza!</p>
<p>D&#8217;altronde anche per questo scellerato fascino, gli italiani lo votano e gli regalano la loro fiducia. E dunque che c&#8217;è di indicibile nei finanziamenti oscuri, senza padre e domicilio, che gli consentono di affatturarsi i primi affari?</p>
<p><!-- do nothing --> E&#8217; giunto il tempo, per Berlusconi, di fare i conti con il suo passato. Non in un&#8217;aula di giustizia, ma en plein air dinanzi all&#8217;opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.</div>
</blockquote>
<p><!--end multimedia--></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/27/una-domanda-a-silvio-sei-il-mandante-delle-stragi-il-blog-di-daniele-martinelli/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 09:06:41 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli. Altro che cazza]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.danielemartinelli.it/2009/11/27/una-domanda-a-silvio-sei-il-mandante-delle-stragi/">Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? &#124; Il blog di Daniele Martinelli</a>.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/38ubpGGMI-Q&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/38ubpGGMI-Q&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<blockquote><p>Altro che cazzate, come ci raccontava qualche giorno fa <strong>Marcello Dell’Utri</strong>! Altro che presidente del consiglio che passerà alla storia per aver sconfitto la mafia! <strong>E’ cominciata la guerra</strong> civile, o meglio, penale. Per lui! il privato corruttore ed evasore fiscale <strong>Silvio Berlusconi</strong>. E’ cominciato un momento storico per l’Italia. Ora non so cosa succederà. O meglio, spero di sbagliare profezia. Se mi dicessero che Berlusconi si è già dato alla fuga col suo jet per qualche atollo sconosciuto non mi meraviglierei. Se mi dicessero che ha già allertato i servizi segreti deviati per far fuori determinati giornalisti e determinate voci libere (blogger compresi), piuttosto che oppositori politici o parenti di altri mafiosi, non mi meraviglierei altrettanto. Le minacce di morte al presidente del Senato Renato Schifani e sembra anche a Marcello Dell’Utri, non mi meraviglierei se si rivelassero deviate per creare confusione (un po’ alla <a href="http://www.unita.it/rubriche/fornario/91838" target="_blank">Francesco Guzzardi</a>). La crisi ha colpito anche i vertici della mafia. Si sono <strong>decisi a parlare in coro</strong>. Tengono tonalità e ritmo. Per il privato corruttore il ballo si fa difficile. <strong>Insostenibile</strong>.</p>
<p>Qui in rete è da tempo che discutiamo con allegra libertà ciò che aspettavamo in grande evidenza sui giornali. Ci siamo permessi il capriccio e in parte il lusso, di cantare da solisti e di anticipare ciò che oggi, alcuni di quei giornali scrivono. Benché pilotati quei giornali hanno ancora il loro effetto sulle masse. Come il quotidiano <strong>Repubblica</strong>, il più incisivo, oggi, nel costringere il governo a dimettersi o il presidente della Repubblica a prevedere di <strong>sciogliere presto le camere</strong>, e le forze dell’ordine di vigilare su Berlusconi affinché non scappi. Attendiamoci da un momento all’altro che il privato corruttore col riporto venga convocato in aula per rispondere di tutte quelle accuse coincidenti, di bel po’ di pentiti, che anziché darsi degli infami sono <strong>tutti concordi</strong> e tutti in reciproco rispetto. In doppia stereofonia dalle aule dei tribunali di Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta per le stragi di Firenze, Milano e di Roma del 1993. Quindi anche delle stragi dei giudici FALCONE e BORSELLINO.</p>
<p>Repubblica oggi in prima pagina titola “<em>Cosa nostra e la resa dei conti del Cavaliere</em>“.  Inizia un lungo articolo che va a riempire le pagine 2 e 3, col <strong>resoconto degli interrogatori dei pentiti</strong> che inchiodano il presidente del consiglio piduista, assieme a Marcello Dell’Utri.<br />
Sono proprio curioso di vedere cosa accade. Vorrei essere una mosca per vedere le facce di quei milioni di italiani che oggi, nonostante i filtri minchiolini, dovranno pur sapere qualcosa dai telegiornali. Mi piacerebbe vedere le facce di Emilio Fede, Littorio Feltri e Maurizio Belpietro. Oltre che di Claudio Brachino.<br />
Riporto, di nuovo, in estrema sintesi, i punti focali che <strong>segnano la fine</strong> dell’incredibile personaggio camuffato da capo del governo di cui, forse, l’Italia <strong>potrà liberarsi molto presto</strong>. Ripeto: forse prima di quel famigerato 5 dicembre del nobday.<br />
Ecco alcuni stralci di articolo pubblicati oggi (dai contenuti non nuovi per chi legge questo blog) assolutamente cruciali.</p>
<p><em>Gaspare Spatuzza indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro (Marcello Dell’Utri) i <strong>suggeritori della campagna stragista</strong> di sedici anni fa.<br />
…la famiglia di Brancaccio </em>(fratelli Giuseppe e Filippo Graviano ndr)<em> ha deciso di aggredire in pubblico e servendosi di un processo chi “non ha mantenuto gli impegni”. Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo (…) le “voci di dentro” di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell’Utri…<br />
</em></p>
<p><em>Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della <strong>resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo</strong>… tra Cosa Nostra e gli uomini (<strong>Berlusconi, Dell´Utri</strong>) che, a diritto o a torto, è tutto da dimostrare, i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli <strong>interlocutori di un progetto</strong> che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i «carcerati» o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge…</em>(come dal Piano di rinascita piduista ndr)<em>.<br />
</em></p>
<p><em><strong>La campana suona per Silvio Berlusconi</strong> perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre, quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri, avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo…</em></p>
<p><em>È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure. Vogliono contribuire “alla verità”. Lo dice anche Giuseppe Graviano, “muto” da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono <strong>Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli</strong>.</em></p>
<p>Racconta Gaspare Spatuzza:<em> “Giuseppe Graviano mi ha detto che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di <strong>quello di Canale 5</strong>; poi mi dice che c´è anche un paesano nostro e mi fa il nome di <strong>Dell’Utri</strong> (…) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque <strong>bisogna fare l’attentato all’Olimpico</strong> perché serve a dare il “colpo di grazia” e afferma: ormai “abbiamo il Paese nelle mani”».</em></p>
<p><em><strong>Pietro Romeo</strong>, interrogatorio del 30 settembre 2009: «… In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: <strong>Berlusconi</strong>. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di <strong>far togliere il 41 bis</strong>. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori».<br />
<strong>Salvatore Grigoli</strong>, interrogatorio 5 novembre 2009: «Dalle informazioni datemi (…), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (…) Dell’Utri è il nome da me conosciuto (?), quale contatto politico dei Graviano (…) Quello di Dell’Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico».</em></p>
<p><em>E’ una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di <strong>Giuseppe Ciaramitaro</strong> li si può scovare in un verbale d´interrogatorio del 23 luglio 1996: “Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c’era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (?).<br />
<strong>Si rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Senza considerarsi infami.</strong></em></p>
<p><em>…ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, <strong> i più vicini a Salvatore Riina</strong>. Hanno guidato con mano ferma la loro “batteria” fino a progettare la strage, per fortuna evitata per un inghippo nell´innesco dell’esplosivo, di un centinaio di carabinieri all’Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell’educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano <strong>stufi, stanchi di attendere</strong> quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: “Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.</em></p>
<p><em><strong>C´è un accordo.</strong> Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l´impegno. Per cavarsi dall´angolo, c´è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi, estraneo all´organizzazione, si è tirato indietro.</em></p>
<p><em>Interrogatorio del 28 luglio 2009: <strong>Filippo Graviano</strong> durante il confronto con Gaspare Spatuzza gli dice: “Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un’altra parte d´Italia».<br />
<strong>Filippo Graviano ai pm</strong>: «Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno».<br />
Filippo Graviano usa senza timore parole vietate come “legalità”, “cercare magistrati”. Si spinge anche a pronunciare: «dissociazione». Dice: «Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (?). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c´era il denaro. Oggi c´è la cultura, la conoscenza. (?) Io non rifarei le scelte che ho fatto».</em></p>
<p><em><strong>Ecco perché ha paura Berlusconi.</strong> Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto “la verità” delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto <strong>le origini oscure della sua avventura imprenditoriale</strong>, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell´Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. <strong>Dice Spatuzza</strong>: “I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo”. Se a Milano ? dice il testimone ? Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.</em></p>
<p>Il privato corruttore ha detto che chi non sta col Popolo delle laidità è fuori dal governo. Attendiamo con ansia il presidente della Camera Gianfranco Fini al varco. Oggi, o al massimo domani. Salvo cazzate.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/Ei-S0yFQGh4&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/Ei-S0yFQGh4&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La gestione dei pentiti, una vecchia storia dei soliti magistrati]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/27/la-gestione-dei-pentiti-una-vecchia-storia-dei-soliti-magistrati/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 08:18:28 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Fonte: La gestione dei pentiti, una vecchia storia dei soliti magistrati. Sono amareggiato, rattrist]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte:<a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2118:la-gestione-dei-pentiti-una-vecchia-storia-dei-soliti-magistrati&#38;catid=2:editoriali&#38;Itemid=4"> La gestione dei pentiti, una vecchia storia dei soliti magistrati</a>.</p>
<blockquote><p>Sono amareggiato, rattristato, e come se non bastasse NAUSEATO nel vedere un Nicola Cosentino sorridente in sala Stampa per la negazione all&#8217;arresto da parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio.</p>
<p>In questi giorni tutti contro i cosiddetti pentiti, tutti contro i collaboratori di giustizia, dimenticando ciò che si è riuscito a fare ai tempi della lotta al terrorismo (<span class="modul2">Giancarlo Caselli e Ferdinando Imposimato) passando alla lotta contro la mafia per via del famoso maxiprocesso diretto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino grazie alla loro collaborazione (dei pentiti).</span></p>
<p><span class="modul2">Tutti dimenticano come lo stesso Falcone già allora era attaccato per la gestione dei pentiti, qualcuno ebbe il coraggio di affermare che utilizzava i pentiti di una parte mafiosa per sconfiggerne l&#8217;altra parte nemica. Altri tempi ma stessi metodi con la differenza che oggi siamo assuefatti da tutto e per tutto con la conseguenza di non renderci più conto dello schifo a cui oggi stiamo assistendo.</span></p>
<p>Oggi ad esempio, non riuscirei mai ad immaginare una folla di persone tirare monetine in faccia a Craxi come capitò negli anni di tangentopoli, certo, io lo spero ma ahimè il sistema ha tirato su un ottimo stile di vita (o quasi) per tutti che solo al pensiero di privarsene fa sì che ognuno pensi solo a se stesso e non più alla collettività, rinunciando a quel minimo spazio di libertà, legalità e moralità al quale ognuno di noi dovrebbe avere di diritto.</p>
<p><span class="modul2">Dobbiamo capire che la verità fa male, ma se riscontrata e giudicata attendibile va allo stesso tempo accettata, chi vuole capire capisca, non si può pensare sempre e solo che tutti i magistrati sono comunisti o politicizzati, posso capire 1, 10, 30, ma non tutti perchè nasce spontaneo pensare come l&#8217;anomalia non sia più la magistratura.</span></p>
<p><span class="modul2">Ieri sera</span><span class="modul2"> sono andato a scovare nella mia libreria e ho ritrovato uno spaccato molto interessante presente sul libro &#8220;Cose di cosa nostra&#8221; di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani, ne giudico fondamentale la lettura per capire al meglio l&#8217;argomento in questione.<br />
</span> <span class="modul2"> </span> <span class="modul2"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-weight:bold;font-size:large;">Nel dramma dei pentiti </span></p>
<p style="text-align:justify;">
<p><span style="font-weight:bold;font-style:italic;">di Giovanni Falcone</span></p>
<p>I motivi che spingono i pentiti a parlare talora sono simili tra loro, ma più spesso diversi. Buscetta durante il nostro primo incontro ufficiale dichiara: “Non sono un infame. Non sono un pentito. Sono stato mafioso e mi sono macchiato di delitti per i quali sono pronto a pagare il mio debito con la giustizia “. Mannoia: “Sono un pentito nel senso più semplice della parola, dato che mi sono reso conto del grave errore che ho commesso scegliendo la strada del crimine”. Contorno: “Mi sono deciso a collaborare perché Cosa Nostra è una banda di vigliacchi e assassini”.<br />
Mannoia è quello che più ha risvegliato la mia curiosità. Avevo avuto a che fare con lui nel 1980, in seguito a una indagine bancaria che indicava come sia lui sia la sua famiglia tenessero grosse somme di denaro su diversi libretti di risparmio. Mannoia al termine del processo fu condannato a cinque anni di carcere, il massimo della pena previsto allora per associazione a delinquere. Non ero riuscito a farlo condannare per traffico di droga. Durante gli interrogatori mi era sembrato un personaggio complesso e inquietante. Non antipatico, dignitoso e anche coerente. Nel 1983 evase di prigione e fu arrestato di nuovo nel 1985.<br />
Nel frattempo Buscetta mi aveva parlato di un certo Mozzarella – era il soprannome di Mannoia -, “killer di fiducia di Stefano Bontate”. Nel 1989 al Mannoia uccidono il fratello, Agostino, che adorava. Capisce che il suo spazio vitale nell’ambito di Cosa Nostra si sta restringendo. Perché o hanno ucciso suo fratello a torto – e deve chiederne conto e ragione -, oppure lo hanno ucciso a ragion veduta; in entrambi i casi significa che anch’egli sarà presto eliminato. Fa una lucida analisi della situazione e decide di collaborare.<br />
Le cose sono andate così. Nel settembre 1989 il vicequestore Gianni De Gennaro mi chiama per avere informazioni sull’attuale situazione giudiziaria di Francesco Marino Mannoia. Una donna, che si era qualificata come la sua compagna, era andata a trovarlo per dirgli che Mannoia era pronto a collaborare, ma che voleva avere a che fare solo con due persone: con lui e con Falcone dato che, diceva la donna, “non si fida di nessun altro”.<br />
Con l’aiuto del Dipartimento penitenziario del ministero di Grazia e Giustizia, Mannoia viene trasferito in una speciale struttura carceraria, allestita a Roma appositamente per lui. Ufficialmente è detenuto a Regina Coeli, dove peraltro viene condotto per i suoi incontri. Per tre mesi abbiamo parlato in tutta tranquillità. Poi, diffusasi la notizia della sua collaborazione, Cosa Nostra gli uccide in un colpo solo la madre, la sorella e la zia. Il pentito reagisce da uomo e porta a termine le sue confessioni.<br />
Mannoia è un superstite; “soldato” di Stefano Bontate, quindi membro di una famiglia ritenuta perdente a seguito della guerra di mafia, era riuscito a rimanere neutrale e aveva continuato, fra il 1977 e il 1985, a raffinare eroina – era il miglior chimico dell’organizzazione – per tutte le famiglie che gli facevano ordinazioni. Anche in carcere aveva continuato a mantenere buoni rapporti con tutti i detenuti. Applicava al meglio un antico proverbio siciliano: “Calati, juncu, ca passa la china – Abbassati, giunco, che passa la piena”. Aspettava in silenzio di prendersi la rivincita sui “Corleonesi”. Da qui la sua straordinaria confessione, una delle più dense mai rilasciate, e una massa di informazioni che siamo ben lontani dall’avere completamente sfruttato.<br />
Sono stato pesantemente attaccato sul tema dei pentiti. Mi hanno accusato di avere con loro rapporti “intimistici”, del tipo “conversazione accanto al caminetto”. Si sono chiesti come avevo fatto a convincere tanta gente a collaborare e hanno insinuato che avevo fatto loro delle promesse mentre ne estorcevo le confessioni. Hanno insinuato che nascondevo “nei cassetti” la “parte politica” delle dichiarazioni di Buscetta. Si è giunti a insinuare perfino che collaboravo con una parte della mafia per eliminare l’altra. L’apice si è toccato con le lettere del “corvo”, in cui si sosteneva che con l’aiuto e la complicità di De Gennaro, del capo della polizia e di alcuni colleghi, avevo fatto tornare in Sicilia il pentito Contorno affidandogli la missione di sterminare i “Corleonesi”!<br />
Insomma, se qualche risultato avevo raggiunto nella lotta contro la mafia era perché, secondo quelle lettere, avevo calpestato il codice e commesso gravi delitti. Però gli atti dei miei processi sono sotto gli occhi di tutti e sfido chiunque a scovare anomalie di sorta. Centinaia di esperti avvocati ci hanno provato, ma invano.<br />
La domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: perché questi uomini d’onore hanno mostrato di fidarsi di me? Credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti, perché sono sicuri che non li inganno, che non interpreto la mia parte di magistrato in modo burocratico, e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto perché sanno che, quando parlano con me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono.<br />
Sono nato nello stesso quartiere di molti di loro. Conosco a fondo l’anima siciliana. Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi.</p>
<p><span style="font-style:italic;">tratto da </span><span class="modul2" style="font-style:italic;">&#8220;Cose di cosa nostra&#8221; di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani<br />
</span></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA["La morte di Borsellino decisa prima di Capaci"]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/26/la-morte-di-borsellino-decisa-prima-di-capaci/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 10:16:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/26/la-morte-di-borsellino-decisa-prima-di-capaci/</guid>
<description><![CDATA[Fonte: &#8220;La morte di Borsellino decisa prima di Capaci&#8221;. I verbali del processo Dell]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2116:qla-morte-di-borsellino-decisa-prima-di-capaciq&#38;catid=20:altri-documenti&#38;Itemid=43">&#8220;La morte di Borsellino decisa prima di Capaci&#8221;</a>.</p>
<blockquote><p><em><strong>I verbali del processo Dell&#8217;Utri. Il pentito Spatuzza: anche Schifani incontrava Graviano<br />
Il presidente del Senato annuncia azioni legali. Di Pietro: chiarisca la sua posizione</strong></em></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>PALERMO -</strong> C&#8217;è il nome del presidente del senato, Renato Schifani ma anche un inedito retroscena che rivela come la decisione di uccidere Paolo Borsellino fosse stata presa prima della strage di Capaci, nelle 2000 pagine di verbali giunti dalla Procura di Firenze e depositati al processo d&#8217;appello al senatore Marcello Dell&#8217;Utri per concorso esterno di associazione mafiosa. Pagine che riscaldano la vigilia dell&#8217;attesa deposizione del pentito Gaspare Spatuzza. E&#8217; sempre Spatuzza, dopo avere indicato Berlusconi e Dell&#8217;Utri come i &#8220;referenti&#8221; di Cosa nostra e possibili mandanti delle stragi del &#8216;93, a ricordare adesso anche di quell&#8217;avvocato che nei primi anni &#8216;90 avrebbe visto più volte incontrare il boss di Brancaccio Filippo Graviano nei capannoni di una azienda di cucine componibili, la Valtrans. Quell&#8217;avvocato, allora difensore dell&#8217;imprenditore, Pippo Cosenza, è l&#8217;attuale presidente del Senato, Renato Schifani. &#8220;Preciso che questa persona &#8211; dice Spatuzza &#8211; contattava sia Cosenza che Filippo Graviano in incontri congiunti. La cosa mi fu confermata da Filippo Graviano. Preciso che anch&#8217;io avendo in seguito visto Schifani sui giornali ed in televisione l&#8217;ho riconosciuto per la persona che all&#8217;epoca vedevo agli incontri di cui ho parlato&#8221;.</p>
<p>Indignata la reazione di Schifani che nega decisamente: &#8220;Non ho mai avuto rapporti con Filippo Graviano e non l&#8217;ho mai assistito professionalmente. Questa è la verità. Sia chiaro: denuncerò in sede giudiziaria, con determinazione e fermezza, chiunque, come il signor Spatuzza, intende infangarmi. Sono indignato e addolorato&#8221;. Dura la posizione di Antonio Di Pietro, presidente dell&#8217;Italia dei Valori: &#8220;Schifani non può semplicemente affermare che Spatuzza è un calunniatore ma deve spiegare nel merito se conosce o ha avuto incontri con Graviano. Senza spiegazioni convincenti &#8211; aggiunge &#8211; si creerebbe un gravissimo corto circuito istituzionale che imporrebbe le dimissioni di Schifani&#8221;.</p>
<p>&#160;</p>
<p style="text-align:justify;">
Ai pm di Firenze Spatuzza racconta anche un episodio che potrebbe fare rivisitare la genesi delle stragi dell&#8217;estate del &#8216;92. Il pentito spiega infatti che la cosca mafiosa di Brancaccio, di cui lui faceva parte, fu incaricata di procurare l&#8217;esplosivo per la strage di via D&#8217;Amelio già prima che fosse ucciso Giovanni Falcone. &#8220;Noi di Brancaccio &#8211; racconta il pentito &#8211; siamo attivi prima di Capaci, quando siamo andati a prelevare l&#8217;esplosivo a Porticello e stavamo rientrando a Palermo c&#8217;è stato un problema di posto di blocco dei carabinieri. Questo evento avviene prima di Capaci. Ora se noi di Brancaccio già siamo attivi per via D&#8217;Amelio, significa che era già tutto in programma&#8221;. Spatuzza offre anche un movente specifico per l&#8217;eliminazione di Falcone e Borsellino. &#8220;I due magistrati sono stati sotterrati per una questione di carceri&#8221; dichiara Spatuzza riferendosi ad un colloquio con il suo capo, Filippo Graviano che avrebbe aggiunto: &#8220;Se rimanevano vivi quei due magistrati, altro che 41bis&#8221;. E un altro pentito, sempre della cosca di Brancaccio, conferma le accuse rivolte da Spatuzza a Berlusconi e Marcello Dell&#8217;Utri. E&#8217; Giovanni Ciaramitaro: &#8220;Come politico dietro agli attentati del &#8216;93 mi indicavano sempre Berlusconi. Il politico era colui che aveva indicato anche i monumenti da colpire perché i fratelli Graviano, essendo palermitani, non li potevano conoscere&#8221;.</p>
<p>Fonte: <a class="blank" href="http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/processo-dell-utri/morte-borsellino/morte-borsellino.html" target="_blank">repubblica.it </a>(Alessandra Ziniti e Francesco Viviano, 26 Novembre 2009)</p>
</blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il Giornale: Berlusconi potrebbe essere indagato per concorso esterno in associazione mafiosa]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/25/il-giornale-berlusconi-potrebbe-essere-indagato-per-concorso-esterno-in-associazione-mafiosa/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 19:39:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/25/il-giornale-berlusconi-potrebbe-essere-indagato-per-concorso-esterno-in-associazione-mafiosa/</guid>
<description><![CDATA[Fonte: Il Giornale: Berlusconi potrebbe essere indagato per concorso esterno in associazione mafiosa]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2109:il-giornale-berlusconi-potrebbe-essere-indagato-per-concorso-esterno-in-associazione-mafiosa&#38;catid=2:editoriali&#38;Itemid=4">Il Giornale: Berlusconi potrebbe essere indagato per concorso esterno in associazione mafiosa</a>.</p>
<blockquote><p><span class="small">Scritto da Dario Campolo</span><span class="small"> </span>Il Giornale della famiglia Berlusconi è partito con un nuovo attacco e si gioca il tutto per tutto, infatti la notiza di oggi è: &#8220;<a href="http://www.terzoocchio.org/documenti/ultima-intervista-a-paolo-borsellino/">Ecco l&#8217;ultima trovata dei pm antimafia: sequestrare il patrimonio di Berlusconi</a>&#8220;. Il Giornale sta affilando le lame e sta cominciando a denigrare i magistrati di Palermo, Firenze e Milano. Evidentemente, se tutto ciò dovesse essere vero, c&#8217;è qualche talpa che sta suggerendo le varie strade che tali procure stanno prendendo cercandone quindi la mistificazione. Gli Italiani devono stare in campana perchè secondo me in questa fase ci stiamo giocando il paese ITALIA, quindi è necessario essere lucidi per capire con attenzione cosa stia accadendo. Un cosa è certa, le televisioni e i giornali della famiglia Berlusconi possono depistare tutto quel che vogliono, ma a noi rimane la speranza di persone oneste come Ingroia, Lari, Di Matteo, Scarpinato e tanti altri magistrati onesti nel compiere il proprio dovere. Così come vera e reale è la famosa video-intervista di Paolo Borsellino del 21 maggio 1992 (<a href="http://www.terzoocchio.org/documenti/ultima-intervista-a-paolo-borsellino/">qui è possibile leggere la trascrizione integrale senza i tagli del montaggio</a>) in cui Paolo Borsellino confermava già fin da allora l&#8217;esistenza di indagini in corso sui rapporti fra il boss Mangano, Dell’Utri e Berlusconi.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/YVQ1kmOOBrw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/YVQ1kmOOBrw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p>Di Paolo Borsellino ci possiamo fidare, no?!!!!!</p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[PROVE TECNICHE DI REGIME. 2]]></title>
<link>http://ferrucci.wordpress.com/2009/11/25/prove-tecniche-di-regime-2/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 10:26:08 +0000</pubDate>
<dc:creator>p. ferrucci</dc:creator>
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<description><![CDATA[Dunque, s&#8217;è detto che Silvio Berlusconi, otto anni fa, riuscì a unire nella Casa delle Libertà]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Dunque, s&#8217;è detto che Silvio Berlusconi, otto anni fa, riuscì a unire nella Casa delle Libertà]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[STORIE SICILIANE E DI DENARO]]></title>
<link>http://lamentelibera.wordpress.com/2009/11/25/storie-siciliane-e-di-denaro/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 09:15:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>alfonzino</dc:creator>
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<description><![CDATA[Parla Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D’Alì. La politica nella terra di Cosa nostra. di ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Parla Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D’Alì. La politica nella terra di Cosa nostra. di ]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Blog Brevis: Le quote rosa all'italiana]]></title>
<link>http://serrature.wordpress.com/2009/11/24/blog-brevis-le-quote-rosa-allitaliana/</link>
<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 21:50:18 +0000</pubDate>
<dc:creator>Serraturestaff</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ma c&#8217;è una norma per cui nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico bisogna per par c]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/3Alm2Qzz2bA&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/3Alm2Qzz2bA&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></div>
<div>Ma c&#8217;è una norma per cui nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico bisogna per par condicio, quote rosa o che vi pare, invitare una giovane bella donna in rappresentanza degli industriali? Stasera su RaiTre va in onda <strong>Ballarò</strong>, e tra i superospiti troviamo questa sedicente <strong><a href="http://serrature.wordpress.com/files/2009/11/450px-luisa_todini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-568" title="450px-Luisa_Todini" src="http://serrature.wordpress.com/files/2009/11/450px-luisa_todini.jpg?w=225" alt="" width="225" height="300" /></a>Luisa Todini</strong>, imprenditrice delle grandi opere che si dimena sul tema giustizia, pendendo dalle labbra del ministro Alfano con, sullo sfondo, la figura onnipresente di Berlusconi. A parte che ci pare, dall&#8217;unico intervento effettuato, un pesce fuor d&#8217;acqua che non ha la minima idea di dove si trovi, c&#8217;è proprio bisogno di questo qualunquismo televisivo? Abbiamo l&#8217;ennesima <strong>&#8220;giovane&#8221; industriale in ghingheri che spiattella dati copiati a caso</strong>, che difende il Presidente del Consiglio come se fosse il suo maestro dell&#8217;imprenditoria di successo, che parla di leggi, disposizioni e procedimenti di cui non ha capito niente, che lancia proposte fuori di testa senza intuire che si sta palesamente contraddicendo. Un esempio? La critica dei processi per mafia che colpiscono le (poche) aziende rimaste ad investire nel sud. In altre parole, questa Todini ha vagheggiato l&#8217;<strong>inclusione</strong> <strong>del concorso esterno in associazione mafiosa</strong> nel già disgraziato ddl sul processo breve, perchè sennò gli imprenditori vengono colpiti troppo a lungo dalle indagini e non possono programmare economicamente. Mentre ricordo alla signora che secondo i pm vi sono almeno <strong>12 cosche</strong> infiltrate nei lavori della Salerno-Reggio Calabria (cui lei ha fatto riferimento), sapete che ho scoperto? Che tale Carneade dell&#8217;industria era una delle papabili <strong>candidate PdL alla presidenza della Regione Lazio, nonchè parlamentare europea per Forza Italia nel 1994</strong>. Ma senti.</div>
<p><em>D.Piselli</em></p>
<hr />
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[TRIBUNA NOVARESE]]></title>
<link>http://answerspistoia.wordpress.com/2009/11/23/tribuna-novarese/</link>
<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 22:54:14 +0000</pubDate>
<dc:creator>answerspistoia</dc:creator>
<guid>http://answerspistoia.wordpress.com/2009/11/23/tribuna-novarese/</guid>
<description><![CDATA[Post n°36 pubblicato il 17 Novembre 2009 da status_scioperandi Tag: Biella, Novara, Phonemedia COMIN]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Post n°36 pubblicato il <strong>17 Novembre 2009 </strong>da <a href="http://digiland.libero.it/profilo.phtml?nick=status_scioperandi">status_scioperandi</a></p>
<p>Tag: <a href="http://arianna.libero.it/blog/searchtaglibero/Biella?qry=Biella">Biella</a>, <a href="http://arianna.libero.it/blog/searchtaglibero/Novara?qry=Novara">Novara</a>, <a href="http://arianna.libero.it/blog/searchtaglibero/Phonemedia?qry=Phonemedia">Phonemedia</a></p>
<p>COMINCIA A DISSIPARSI la nebbia sul torbido intreccio di affari che ha portato all’incredibile espansione al sud (e non solo) del gruppo che faceva capo all’imprenditore novarese. Rivela una gola profonda: “Finanziamenti regionali per corsi che non venivano effettuati” Novara, “Romanzo criminale” avevamo titolato qualche settimana fa l’inchiesta con la quale provavano ad addentrarci nella torbida storia della crisi di Phonemedia e del gruppo aziendale del quale faceva parte . Romanzo criminale anche per intendere che gli strumenti classici (trattative sindacali, confronti in cornici istituzionali , interventi pubblici) che la nostra società in genere attiva per fronteggiare queste emergenze rischiavano di rivelarsi inadeguati alla bisogna e, in qualche modo ed a certe condizioni di incomprensione della particolarissima realtà con la quale ci si doveva misurare, persino controproducenti. Ora, con l’approfondirsi di quella stessa inchiesta, con l’emergere di sempre nuovi ed opachi aspetti che ineriscono l’ attività di quel gruppo imprenditoriale , l’allarme che ci spinse a quel titolo ed a quell’impostazione nell’interrogarci su quanto stava (e sta) avvenendo , non può che risultarne enfatizzato. In parole semplici: c’è da stare in campana. Ed ancor meglio c’è da andare a scavare con impegno e mezzi appropriati su quanto e’ avvenuto negli ultimi anni perché altrimenti non ci si attrezza convenientemente per trovare una qualche via d’uscita ad una crisi dal potenziale sociale esplosivo per la quantità ed il tipo di lavoratori che coinvolge direttamente ed indirettamente: se non si ha contentezza dell’interlocutore e dei suoi veri obiettivi è evidentemente difficile individuare un obiettivo raggiungibile . Per esempio il ruolo delle istituzioni pubbliche e la leva dei finanziamenti pubblici. A voler estremizzare le conclusioni che parrebbero già in qualche modo implicite ai dati che stanno emergendo sulla qualità e le modalità del business di Raf ci sarebbe da chiedere l’erezione immediata di un diaframma insuperabile che protegga il danaro pubblico dall’assalto piratesco che parrebbe aver alimentato, finché ha potuto essere attinto con la disinvoltura che qui documentiamo, lo svilupparsi di un gigante dai piedi d’argilla. PHONEMEDIA, IL BUSINESS era la formazione Il gruppo Cazzago ha incassato milioni al sud Ma come è arrivato il Gruppo Raf (di cui Phonemedia rappresenta il “marchio” cui, tra gli altri, fa rifermento la sede di Novara ) di Fabrizio Cazzago a diventare il leader nel settore e poi a crollare come un colosso dai piedi d’argilla? Avremmo voluto chiederlo allo stesso Cazzago, ma l’imprenditore, novarese, raggiunto telefonicamente, ha chiuso la conversazione con secco “Non ho tempo per parlare con i giornalisti.” E allora abbiamo provato a ricostruire ascesa e crollo dello Impero Cazzago tra documenti e testimonianze di chi ha operato al suo fianco per diverso tempo.</p>
<p>Ci potrà essere qualche imprecisione (del resto, non e’ facile addentrarsi tra decine di società e di partecipazioni) ma il quadro che emerge è sufficientemente chiaro. E il primo elemento che scaturisce dalla ricostruzione è che il vero business è rappresentato non dalle telefonate fatte dalle migliaia di ragazzi seduti alla loro postazioni nelle varie sedi, ma dai finanziamenti per l’assunzione dei lavoratori svantaggiati (la legge 488) e per la formazione. Ecco il principale motivo per cui Raf si è allargata in molti centri del Sud Italia ed ecco perché il numero dei dipendenti si è “gonfiato” a dismisura. Al Nord la questione era, ed è diversa : finanziamenti della Regione Piemonte sono arrivati per 400 mila euro per tutti i dipendenti . Tra Calabria, Sicilia e Puglia, invece si parla di decine di milioni di euro. Un esempio? Nel 2008, per 680 lavoratori a Catanzaro e per 170 a Vibo Valentia sono entrate nelle casse Raf 11 milioni di euro. E a Bari 3 milioni per poco più di 200 addetti. E il grande lavoro di Cazzago e dei suoi manager non era solo quello di recuperare clienti per la parte call center, ma soprattutto trovare la strada per arrivare ad accedere ai finanziamenti delle Regioni meridionali. Ed e’ qui che nascono gli agganci con società di formazione calabresi e non, nonché rapporti con la Compagnia delle opere (attraverso Obiettivo lavoro – Italia lavoro). E il grande lavoro di Cazzago e dei suoi manager non era solo quello di recuperare clienti per la parte call center, ma soprattutto trovare la strada per arrivare ad accedere ai finanziamenti delle Regioni meridionali. Ed e’ qui che nascono gli agganci con società di formazione calabresi e non, nonché rapporti con la Compagnia delle opere (attraverso Obiettivo lavoro – Italia lavoro). Ma poiché è noto che i pagamenti potevano arrivare solo se l’azienda, in questo caso quelle che facevano capo a Raf e operavano nei territori meridionali, era in regola con tutti i pagamenti (cosa certificata dai cosiddetti Durc) ed e’ altrettanto noto che il gruppo Cazzago non era in regola, come e’ possibile che i finanziamenti venissero erogati? Il nostro testimone sorride e spiega : “ Intanto tutta la documentazione non ci veniva chiesta per poter accedere ai finanziamenti, ma semplicemente a rendicontazione. E poi, in qualche modo un Durc lo si trovava sempre….” Sono affermazioni gravissime ( “Che sono pronto a ripetere ai magistrati che mai dovessero decidere di ascoltarmi”afferma il nostro interlocutore) che per altro non necessariamente portano al vertice del gruppo. Ma che spiegano come sia abituale un certo modo di operare in alcune Regioni del Sud: non per nulla, le inchieste delle varie Procure competenti su “finti” corsi di formazione sono numerose e hanno avuto vasta eco(dice niente il nome “Why not?). Per poter partecipare ai bandi della Regione Calabria, così ci è stato spiegato, occorreva necessariamente appoggiarsi a società di formazione locali e il gruppo Raf (sceso al Sud con due società, Web Call Center Ring e Multivoice) fa riferimento ad esempio per quest’anno, a Csl Calabria e intrattiene rapporti con Sabatino Savaglio (un altro personaggio finito sotto inchiesta) : arrivano 900 mila euro per 200 lavoratori . “ Tra l’altro non sempre la legge 488 serve davvero a creare nuovi posti di lavoro – continua il nostro interlocutore – Capitava infatti che venissero fatte dimettere quelle persone che avevano un contratto a tempo determinato e poi gli stessi addetti venivano assunti con i finanziamenti della 488, a tempo indeterminato. Ma i posti di lavoro erano sempre gli stessi”. Il collegamento con le Compagnia delle opere calabrese avviene attraverso Francesco Saladino , responsabile del settore amministrativo di “Soft4Web”, la società di Raf che operava a Vibo Valentia, cugino di quell’Antonio Saladino leader della Compagnia delle opere in Calabria e finito sotto inchiesta. Francesco Saladino si è dimesso il 13 novembre , venerdi’ scorso. Un’altra società alla quale Raf si appoggia per ottenere finanziamenti è la “Niu.com” di Bruno Sergi. Tra i suoi molti collaboratori c’è anche Marco Manucci, ex amministratore delegato di Multivoice srl, la cui sorella è impiegata alla Regione Calabria, settore “formazione e lavoro”. E’ evidente che in queste situazioni e questi legami di parentela di per sé non indicano illeciti: ma certamente sono situazioni che devono essere segnalate. Alcune delle varie società che sono entrate nell’orbita Raf provenivano dalla società di Ermanno Traverso e Gianni Catanzaro (BServices) che per un certo periodo sono stati soci di Cazzago. Al nord la situazione è differente : là dove si fanno i corsi di formazione (ad esempio, attraverso la Scuola dei mestieri di Vercelli) , questi corsi sono effettivi. Fabrizio Cazzago è da sempre vicino al centro destra, in particolare a Forza Italia; un rapporto particolare l’ha con Roberto Rosso, parlamentare del Pdl, conosciuto attraverso la famiglia Favini che gestisce Logotel (una società specializzata nella formazione). “Nel 2005 abbiamo così aperto Trino, anziché Pero come era in programma – conferma il nostro testimone – Forse sarà stato un caso, o forse si erano create condizioni migliori nel Vercellese.” “Faccio fatica a capire dove stanno alcuni collegamenti, ad esempio quelli con la Compagnia delle– ci dice Roberto Rosso – Io sono di Comunione e liberazione, ma non mi risulta che Cazzago ne faccia parte. E, nonostante quella che si mormora, non ho nulla a che fare con la sede di Trino di Raf, né sono un socio occulto di Cazzago. Anche perché non ci sarebbe alcun motivo di occultare alunchè.” Chiunque siano stati gli eventuali partener di Fabrizio Cazzago non si modifica il quadro di responsabilità di un ruolo dal quale non ci si puo’dimettere; nemmeno davanti ad un notaio. Novara “Romanzo criminale” avevamo titolato qualche settimana fa l’inchiesta con la quale provavamo ad addentrarci nelle torbida storia della crisi Phonmedia e del gruppo aziendale del quale faceva parte . Romanzo criminale anche per intendere che gli strumenti classici ( trattative sindacali, confronti in cornici istituzionali, interventi pubblici) che la nostra societa’ in genere attiva per fronteggiare queste emergenze rischiavano di rivelarsi inadeguati alla bisogna e, in qualche modo ed a certe condizioni di incomprensione della particolarissima realtà con la quale ci si doveva misurare, persino controproducenti. Ora, con l’approfondirsi di quella stessa inchiesta, con l’emergere di sempre nuovi ed opachi aspetti che ineriscono l’attività di quel gruppo imprenditoriale, l’allarme che ci spinse a quel titolo ed a quell’impostazione nell’interrogarci su quanto stava (e sta) avvenendo non può che risultarne enfatizzato. In parole semplici : c’è da stare in campana. Ed ancor meglio c’è da andare a scavare con impegno e mezzi appropriati su quanto è avvenuto negli ultimi anni perché altrimenti non ci si attrezza convenientemente per trovare una qualche via d’uscita ad una crisi del potenziale sociale esplosivo per la quantità ed il tipo che coinvolge direttamente e indirettamente : se non si ha contezza dell’interlocutore e dei suoi veri obiettivi è evidentemente difficile individuare un obiettivo raggiungibile. Per esempio il ruolo delle istituzioni pubbliche e la leva dei finanziamenti pubblici. A voler estremizzare le conclusioni che parrebbero già in qualche modo implicito ai dati che stanno emergendo sulla qualità e le modalità business di Raf ci sarebbe da chiedere l’erezione immediata di un diaframma insuperabile che protegga il danaro pubblico dall’assalto piratesco che parrebbe aver alimentato, finché c’è stato e finché ha potuto essere attinto con la disinvoltura che qui documentiamo, lo svilupparsi di un gigante dai piedi d’argilla che faceva affari non sul lavoro vero e proprio ma sul simulacro dello stesso rappresentato dai lavoratori che apparentemente avrebbero dovuto svolgerlo. E da questo punto la storia di Phonemedia una volta di più dovrebbe ammonire tutti circa il paradosso rappresentato dal fiume inestinguibile di soldi pubblici che viene incanalato verso sud del nostro paese e finisce puntualmente, con l’irrogare non il lavoro e l’occupazione ma la speculazione basata sul “posto” . Per altro la “formazione” con lautissimi contributi europei che a disposizione rappresenta da tempo e per troppi un bottino allettante piuttosto che non un’occasione di sano investimento. Per questo quando si invocano tavoli ministeriali e governativi saremmo a dir poco prudenti: il rapporto emerge fra questo gruppo e le istituzioni fa venire i brividi! Forse sarebbe molto più appropriato e costruttivo un intervento che faccia pulizia , che crei trasparenza e quindi le condizioni (perciò poi e non ora) per un eventuale intervento pubblico. Inutile girarci intorno:finché non si fa chiarezza vera su cosa è avvenuto a determinare la crisi del gruppo; finché non si fa chiarezza sul passaggio(?) di proprietà; finché non si fa chiarezza su chi sono e con quali obiettivi i nuovi(?) soggetti che hanno la proprietà del gruppo è semplicemente paradossale, e probabilmente controproducente, pretendere l formalizzazione di un piano industriale e rivendicare garanzie ed impegni. E poi impegni di chi, da chi e perché? Da questo punto di vista, fuori di ipocrisie campanilistiche ed opportunismi di maniera, non v’ha dubbio che esiste un uomo cui con forza e determinazione quelle domande andrebbero poste attendendosene risposte congrue e convincenti. Quest’uomo è un novarese, un novarese “eccellente” per pedigree e relazioni sociali; è Fabrizio Cazzago. Il self made man che ha firmato la vertiginosa ascesa del suo gruppo salvo disfarsene questa estate è, nel bene e nel male. Il gossip lo dà con un piede ed anche più nelle comode e riservate atmosfere del Ticino svizzero ma non di meno Cazzago è un imprenditore novarese al 100% non fosse altro perché il cuore del suo ex impero industriale nonché la sua origine hanno la denominazione d’origine controllata novarese.</p>
<p>Ed è quindi a lui che avremmo voluto rivolgerci direttamente per ottenere finalmente risposte in chiaro e verificabili dopo troppi mesi trascorsi dietro paraventi e cortine. SERVE CHIAREZZA SUL PASSAGGIO DI PROPRIETA’ E SU CHI (E CON I QUALI OBIETTIVI) SONO I NUOVI PROPRIETARI Risposte, va da sé, non per noi ed una nostra qualche malsana curiosità quanto per spiegare finalmente a migliaia di nostri conterranei cosa è capitato loro e perché; ed altrettanto, se non più, cosa possono attendibilmente aspettarsi nel futuro. Noi questa responsabilità , per la parte che attiene il nostro lavoro, la avvertiamo fortemente. Ovvio che ci aspetteremo che ancor più la avvertisse il primo responsabile di tutto quanto è avvenuto e sta avvenendo. Forse non è così….Ciò non di meno non è certo pensabile che le domande che avremmo voluto porre a Fabrizio Cazzago rimangono nel cassetto di Tribuna; non è pensabile perché sono domande le cui risposte , giunti a questo punto, in qualche modo ci riguardano tutti. Ed allora le proponiamo pubblicamente sperando che Cazzago colga l’opportunità e lo spunto per un intervento, nella forma che riterrà più consona e conveniente per lui, che serva a fare un po’ di luce ed a restituire un minimo di intelligibilità a questa storia in sé effettivamente tanto , troppo torbida. Probabilmente Cazzago non è stato solo nell’avventura imprenditoriale che l’ha portato ad edificare il gruppo che ha operato anche nella maniera descritta nella pagina qui a fianco. Ma chiunque siano stati gli eventuali suoi partner non si modifica il quadro di responsabilità di un ruolo dal quale non ci si puo’ dimettere; nemmeno davanti ad un notaio. OMEGA FA SALTARE L’INCONTRO DI OGGI A ROMA Oggi avrebbe dovuto essere una giornata decisiva per tutto il gruppo ex Cazzago: era previsto un incontro al “solito” tavolo ministeriale tra i rappresentanti di Omega, i sindacati e i responsabili del ministero. “Era un appuntamento – spiega E.C.- sindacalista Cisl – perché Omega avrebbe dovuto comunicare il proprio piano industriale e avrebbe dovuto confermarci di aver effettuato la ricapitalizzazione, momento decisivo per le sorti future di tutti i “lavoratori”. E invece così non è stato: l’azienda ha fatto sapere di non essere pronta ad alcun incontro. Senza , almeno stando a quanto risulta agli operatori Phonemedia, che abbia dato una motivazione. Così, anche l’unica notizia positiva delle ultime settimane(il fatto, cioè, che sia stata pagata un prima tranche di settembre) passa in secondo piano rispetto alla delusione della notizia dell’ultima ora. I dipendenti di tutto il gruppo parteciperanno domani allo sciopero nazionale che fa seguito all’irruzione dei “bravi” guidati dall’ex amministratore di Agile nei locali romani della società occupata . Il pullman per i lavoratori è messo a disposizione dall’amministratore provinciale. In una situazione come l’attuale, prendono corpo le “voci” più disperate , senza che vi sia una conferma . Si dice, ad esempio, che sia già in corso la procedura di sfratto per i locali di corso Risorgimento dove lavorano circa 700 dipendenti . Il proprietario dell’immobile, da noi sentito, conferma solo in parte: “E’ vero, ho numerosi affitti arretrati. Lo sfratto? E’ meglio non entrare in questi dettagli, non e’ il caso di gettare benzina sul fuoco.” Quel che è certo, e ne abbiamo già scritto su queste colonne, è che Omega h chiesto a tre società altrettanti preventivi per organizzare il trasloco (o lo sgombero) degli uffici novaresi. Un’altra “voce” riguarda i possibili esuberi previsti: si parla di una percentuale superiore al 50% degli addetti attuali. Visto che il piano industriale non è stato presentato, è difficile che sia già stato stabilito il numero di licenziamenti. Quello che è probabile, tuttavia, è che se ci saranno davvero, saranno nelle sedi al Nord: i dipendenti del Sud, infatti, essendo stati assunti grazie a finanziamenti regionali godono di una “franchigia” per la quale non possono essere licenziati per almeno tre anni.</p>
<p>TRIBUNA NOVARESE 16/11/2009</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Hollywood Goodfella: Berlusconi the mafia hitman and a call girl's memoirs]]></title>
<link>http://af11.wordpress.com/2009/11/23/hollywood-goodfella-berlusconi-the-mafia-hitman-and-a-call-girls-memoirs/</link>
<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 17:55:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>af11</dc:creator>
<guid>http://af11.wordpress.com/2009/11/23/hollywood-goodfella-berlusconi-the-mafia-hitman-and-a-call-girls-memoirs/</guid>
<description><![CDATA[New claims: escort Patrizia D’Addario Silvio Berlusconi is today facing new charges over claims that]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://af11.wordpress.com/files/2009/11/escort-girl415.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-5046" title="escort-girl415" src="http://af11.wordpress.com/files/2009/11/escort-girl415.jpg" alt="" width="415" height="390" /></a></p>
<div><strong>New claims: escort Patrizia D’Addario</strong></div>
<div>Silvio Berlusconi is today facing new charges over claims that he had been the political protector of a Mafia boss and that a call girl was attacked and threatened after sleeping with him.</div>
<div><a title="http://www.thisislondon.co.uk/standard/article-23773479-berlusconi-the-hitman-and-a-call-girls-memoirs.do" href="http://www.thisislondon.co.uk/standard/article-23773479-berlusconi-the-hitman-and-a-call-girls-memoirs.do">read the full story</a></div>
<div>
<div>The Italian prime minister has been dogged by allegations about relationships with escorts since his wife demanded a divorce in May.  </div>
<div><a title="http://www.thisislondon.co.uk/standard/article-23773479-berlusconi-the-hitman-and-a-call-girls-memoirs.do" href="http://www.thisislondon.co.uk/standard/article-23773479-berlusconi-the-hitman-and-a-call-girls-memoirs.do"></a></div>
</div>
<div><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/vB0Fo_4Mt_w&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/vB0Fo_4Mt_w&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></div>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Nuove prove al processo Dell'Utri]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/22/nuove-prove-al-processo-dellutri/</link>
<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 20:50:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/22/nuove-prove-al-processo-dellutri/</guid>
<description><![CDATA[Fonte: Nuove prove al processo Dell&#8217;Utri. Spatuzza: Graviano parlava direttamente con Berlusco]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2101:nuove-prove-al-processo-dellutri&#38;catid=2:editoriali&#38;Itemid=4">Nuove prove al processo Dell&#8217;Utri</a>.</p>
<blockquote><p><em><strong>Spatuzza: Graviano parlava direttamente con Berlusconi e Dell’Utri</strong></p>
<p></em></p>
<div style="text-align:justify;">Negli anni bui delle bombe <strong>Silvio Berlusconi</strong> e <strong>Marcello Dell’Utri</strong> si sarebbero incontrati direttamente con il boss stragista di Brancaccio <strong>Giuseppe Graviano</strong>. <strong>Gaspare Spatuzza</strong>, l’ultimo grande pentito di Cosa Nostra, non ha alcun dubbio: “Ritengo di poter escludere categoricamente, conoscendoli assai bene, che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci personalmente parlato”. E di fronte all’insistenza dei pm sulla possibilità che il rapporto potesse essere in qualche modo mediato Spatuzza è ancora più categorico: “No, no! Non esiste! Non trattano con le mezze carte. Hanno avuto sempre nella vita i contatti diretti”.</div>
<p>&#160;</p>
<div style="text-align:justify;">Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia ai magistrati di Firenze che indagano sulle stragi mafiose del ’93 aggiungono ulteriori tasselli al quadro che chiama in causa il Presidente del Consiglio e il senatore Dell’Utri. L’uomo che Graviano, prosegue Spatuzza, chiamava “un paesano”, quindi “qualcosa di più di Berlusconi… Paesano lo posso considerare come una persona vicinissima a noi”.<br />
Sono scottanti i documenti della procura fiorentina che ieri hanno fatto capolino al processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa contro il senatore del Pdl, a Palermo (condannato in primo grado a nove anni di reclusione). Quando il procuratore generale <strong>Antonino Gatto</strong> ha chiesto l’acquisizione di due corposi faldoni contenenti gli interrogatori di Spatuzza, ma anche di <strong>Cosimo Lo Nigro</strong>, <strong>Pietro Romeo</strong>, <strong>Ciaramitaro</strong>, <strong>Filippo e Giuseppe Graviano,</strong> nonché un confronto fra quest’ultimo e lo stesso Spatuzza. Oltre a diverse relazioni redatte dalla Dia di Roma e Firenze fra il 2008 e il 2009.<br />
L’audizione di Spatuzza risale al 18 giugno scorso, quando il pentito racconta ai magistrati dell’incontro a due avvenuto nel gennaio del 1994 al bar Doney di via Veneto, a Roma, con un esultante Giuseppe Graviano. Che in quell’occasione avrebbe assicurato come grazie a Berlusconi e Dell’Utri “avevamo ottenuto quello che cercavamo”: “ci siamo messi il Paese nelle mani”. Graviano, insolitamente euforico, aveva inneggiato alla “serietà di queste persone”, altra cosa rispetto a questi “crasti dei socialisti”. E dal momento che “io non conoscevo Berlusconi – continua Spatuzza – chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì”.<br />
Erano gli anni delle stragi e a Roma i boss stavano pianificando l’ultimo grande attentato allo stadio Olimpico, fallito soltanto per un guasto al telecomando. L’obiettivo lo aveva scelto lo stesso Spatuzza, all’epoca braccio destro dei Graviano e per questo in grado di rivelare ai magistrati particolari fino ad ora sconosciuti. “Non posso sapere – spiega il pentito ai pm fiorentini – quale fosse il proposito che Berlusconi e Dell’Utri avessero in mente stringendo questo patto. La mia esperienza di queste vicende, ma è una mia deduzione, è che costoro che in un primo momento hanno fatto fare le stragi a Cosa Nostra, si volevano poi accreditare all’esterno come coloro che erano stati in grado di farle cessare. E quando poi li vedo scendere in politica, partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui noi abbiamo puntato tutto”.<br />
Accuse pesanti, che il pentito potrà approfondire il prossimo 4 dicembre, quando sarà interrogato, a Torino, nell’ambito del processo contro il senatore Dell’Utri. E che in parte sono state confermate dal collaboratore di giustizia <strong>Salvatore Grigoli</strong>, che lo scorso 5 novembre, risentito dalla procura di Palermo, avrebbe affermato, tra le altre cose, che “i Graviano avevano un canale diretto con Dell’Utri”. Motivo per cui il pg Gatto ha già chiesto alla Corte che il Grigoli possa essere chiamato a testimoniare.<br />
Nel frattempo a destare grande interesse sono però i contenuti dei confronti già realizzati a Firenze tra lo Spatuzza e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Niente attacchi, niente accuse di infamità da parte dei capimafia nei confronti del pentito, ma solo parole di profonda amicizia e rispetto. Un atteggiamento inedito e ancora tutto da decifrare dei boss di Cosa Nostra.<br />
E se a “Giuseppe”, Spatuzza avrebbe soltanto chiesto di passare dalla parte della Giustizia, sentendosi rispondere: “Non ho niente da dire”, con “Filippo” il dialogo sarebbe stato più articolato. Quest’ultimo, infatti, avrebbe ammesso di aver intrapreso negli ultimi dieci anni un non meglio specificato “cammino di legalità” e a Spatuzza avrebbe detto: “Io non ho nulla contro la tua scelta, è bene che tu lo sappia. Tu hai fatto una scelta, va bene anche per me. Ora, quello che io ti dico, il nostro discorso, almeno inizialmente, non era un discorso opportunistico per ottenere qualcosa dallo Stato. Ma era per migliorare noi stessi e per dare un futuro ai nostri figli”<br />
Il confronto era stato disposto dai pm di Firenze per cercare una conferma di quel colloquio avvenuto tra i due nel carcere di Tolmezzo, durante il quale Graviano a Spatuzza avrebbe detto: “E’ bene far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva niente da dove deve arrivare qualcosa, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. Parole che Graviano oggi nega: dalla politica, dice, “io non mi aspetto nulla”. Ammettendo però che in carcere di “dissociazione” e di un’ipotetica “vita di legalità” avevano effettivamente parlato. Poi, tra una serie di continui “mi dispiace dovermi trovare in contraddizione con te”, “ti auguro tutto il bene del mondo, non ho niente contro le tue scelte. Sono contento che tu abbia ritrovato la pace interiore”, e “non ho nulla contro di te, né contro la tua collaborazione”, il boss lancia un ulteriore messaggio: “Non ti dico che stai mentendo, ti dico che io le cose non le ho dette”. E già in molti si chiedono se il prossimo pentito eccellente potrebbe essere proprio lui.<br />
<strong><br />
Monica Centofante (Antimafiaduemila.com, 21 novembre 2009)</strong></div>
</blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Dell'Utri, e se Graviano comincia a parlare? - Articoli | l'AnteFatto | Il Cannocchiale blog]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/21/dellutri-e-se-graviano-comincia-a-parlare-articoli-lantefatto-il-cannocchiale-blog/</link>
<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 20:13:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Dell&#8217;Utri, e se Graviano comincia a parlare? &#8211; Articoli | l&#8217;AnteFatto | Il Cannocc]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&#38;id_blogdoc=2385006&#38;yy=2009&#38;mm=11&#38;dd=21&#38;title=dellutri_e_se_graviano_cominci">Dell&#8217;Utri, e se Graviano comincia a parlare? &#8211; Articoli &#124; l&#8217;AnteFatto &#124; Il Cannocchiale blog</a>.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/WWI2Iq1Fbrg&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/WWI2Iq1Fbrg&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<blockquote><p><strong>Il mafioso dai rapporti politici potrebbe “pentirsi”<br />
</strong>di <em>Giuseppe Lo Bianco<br />
</em><br />
Parla <strong>Filippo Graviano</strong>, boss stragista del ‘93 indicato dai pentiti come uno dei protagonisti della trattativa tra Cosa Nostra e il nuovo partito in via di costituzione, Forza Italia. Dice di avere fatto in carcere una “scelta di legalità”, anche se continua a negare ogni coinvolgimento nelle stragi. E arriva il giorno di <strong>Gaspare Spatuzza</strong>: sarà sentito in aula a Torino, il 4 dicembre prossimo, dai giudici di appello che stanno processando <strong>Marcello Dell’Utri</strong>, condannato in primo grado a nove anni per concorso in associazione mafiosa. Dalle carte trasmesse a Palermo dalla procura di Firenze emerge più chiaramente il contesto delle accuse che lambiscono <strong>Silvio Berlusconi </strong>e Marcello Dell’Utri, che avrebbero costituito, secondo le nuove rivelazioni di Spatuzza, le coperture politiche chieste ed ottenute dai fratelli Graviano all’inizio del 1994, quando progettarono l’attentato al pullman dei carabinieri parcheggiato nei pressi dello stadio Olimpico. Un attentato, lascia intendere oggi Spatuzza riferendo le parole di Giuseppe Graviano, che avrebbe ottenuto un autorevole avallo da quelle forze che si stavano apprestando ad entrare in politica. Si tratta di due faldoni con oltre 500 pagine depositati ieri nel processo dell’Utri sui quali si è concentrata l’attenzione investigativa della direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ieri, sempre nell’ambito della trattativa mafia-Stato ha interrogato nuovamente <strong>Massimo Ciancimino</strong>, che, nei giorni scorsi, aveva annunciato il possesso di alcuni nastri registrati con le conversazioni del padre con gli ufficiali del Ros nel corso dei colloqui nella sua casa di piazza di Spagna, a Roma.</p>
<p>Ma è su Filippo Graviano, e sulla sua insolita “apertura alla legalità” che si è concentrata l’attenzione dei magistrati antimafia. Il boss dice di avere compiuto in carcere questa scelta, si è iscritto alla Bocconi di Milano e ha già dato dieci esami, nel suo futuro di ergastolano c&#8217;è adesso l’obbiettivo di rafforzare la sua cultura, ma nelle stragi, “mi dispiace deludervi, ma non ho avuto alcun ruolo”. In carcere, nel 2004, aveva detto a Gaspare Spatuzza, allora suo fedelissimo, oggi pentito, che “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.</p>
<p>E Graviano davanti ai magistrati di Firenze che lo hanno interrogato nei giorni scorsi non si è tirato indietro, aprendo un minuscolo varco impensabile, fino ad ora, per un capomafia del suo calibro e annunciando una decisione inedita che lascia aperti tutti gli interrogativi su una sua futura collaborazione: In che cosa si concretizzi la scelta di legalità, ancora non si sa, visto che il capomafia subito dopo ha negato di avere commesso qualsiasi reato. E messo a confronto con Spatuzza, non lo ha trattato da infame perchè pentito, ma ha addirittura tracciato un parallelo tra le loro due decisioni: “tu hai compiuto una scelta religiosa – ha detto Graviano, alludendo alle lettere inviate da Spatuzza ad un vescovo &#8211; io arricchisco la mia cultura”.</p>
<p>Diverso, infine, l’atteggiamento del fratello <strong>Giuseppe</strong>, che, messo a confronto anch’egli con Spatuzza, non lo ha neppure preso in considerazione. Nell’udienza di ieri, infine, il pg <strong>Nino Gatto </strong>ha chiesto alla corte di sentire <strong>Salvatore Grigoli</strong>, che in un verbale depositato agli atti del processo ha detto che le stragi di mafia del ‘92 e del ‘93 erano state fatte “per costringere lo Stato a scendere a patti”. E sul senatore imputato ha detto : “<strong>Mangano </strong>(Nino, ndr) mi disse che i Graviano avevano un canale diretto con Dell’Utri. In effetti ricordo che all’epoca vi fu la vicenda del movimento politico che volevamo costituire, denominato <em>Sicilia Libera</em>. La questione di <em>Sicilia Libera</em>, a un certo punto, non fu più portata avanti perchè noi tutti fummo orientati verso il nascente movimento <em>Forza Italia</em>”. E conclude: “Dopo le elezioni tutti confidavamo in Berlusconi e si diceva che solo lui ci poteva salvare.”</p>
<p><em>da Il Fatto Quotidiano del 21 novembre 2009</em></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Schifani e il palazzo abitato dai boss]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/21/schifani-e-il-palazzo-abitato-dai-boss/</link>
<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 19:23:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Schifani e il palazzo abitato dai boss. C’è un palazzo a Palermo, vicino allo stadio della Favorita,]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2092:schifani-e-il-palazzo-abitato-dai-boss&#38;catid=20:altri-documenti&#38;Itemid=43">Schifani e il palazzo abitato dai boss</a>.</p>
<p><!-- vozmecode start --> <!-- vozmediv start --></p>
<blockquote>
<div style="text-align:justify;"><img src="http://www.19luglio1992.com/images/stories/20080428_schifani_07.jpg" border="8" alt="alt" hspace="5" width="150" height="259" align="left" />C’è un palazzo a Palermo, vicino allo stadio della Favorita, che spiega meglio di un trattato la mafia e l&#8217;antimafia. I suoi nove piani sono un monumento alla prevaricazione dei forti sui deboli, dei corrotti sugli onesti. Sono stati costruiti in spregio a ogni norma con la complicità della politica, calpestando con la ruspa i diritti di due donne inermi.</p>
<p>Ogni muro, ogni mattone, profuma di mafia. Chi ha eseguito i lavori e chi li ha diretti, chi ha fornito il calcestruzzo e chi ha fatto gli scavi, chi ha guadagnato vendendo gli appartamenti e talvolta anche chi li ha comprati, è legato da vincoli di sangue o di cosca con i padrini più blasonati di Palermo: <strong>Madonia</strong>, <strong>Bontate</strong>, <strong>Pullarà</strong>, <strong>Guastella</strong>, <strong>Lo Piccolo</strong>. Il capo dei lavori, <strong>Salvatore Savoca</strong>, è stato strangolato perché non voleva dividere il boccone di cemento con un clan più forte del suo: i Madonia. L&#8217;assessore che ha dato la licenza è stato condannato per le mazzette ricevute in cambio della concessione. Il costruttore Pietro Lo Sicco è stato condannato per mafia e corruzione ed è in galera. Il palazzo è stato confiscato e le vittime, Rosa e Savina Pilliu, hanno ricevuto in affitto dallo Stato l&#8217;appartamento nel quale dormiva <strong>Giovanni Brusca</strong>, l&#8217;uomo che ha schiacciato il telecomando della strage di Capaci.</p>
<p>Sembrerebbe una storia semplice nella quale è persino troppo facile scegliere da che parte stare. E invece la storia di Piazza Leoni dimostra che la vita è fatta di scelte, mai scontate. Questo palazzo incrocia il destino di due uomini famosi e distanti tra loro: Renato Schifani e Paolo Borsellino. Il primo (prima che le procure e i tribunali accertassero le responsabilità del costruttore corruttore e mafioso) ha messo a disposizione la sua scienza per sostenere il torto del più forte. Il secondo, nei giorni più duri della sua vita, ha trovato il tempo per ascoltare le ragioni dei deboli. Quel palazzo è ancora in piedi grazie anche ai consigli legali, ai ricorsi e alle richieste di sanatoria dello studio legale Schifani-Pinelli del quale il presidente del senato è stato partner con l&#8217;amico Nunzio Pinelli negli anni chiave di questa vicenda, prima di lasciare il posto al figlio Roberto. Mentre Schifani combatteva in Tribunale per Lo Sicco, il giudice Paolo Borsellino, trascorreva le ore più preziose della sua vita per ascoltare le signorine Pilliu.</p>
<p><strong>Incroci del destino</strong></p>
<p>E c’è una coincidenza che fa venire i brividi perché proprio da Piazza Leoni, dove allora sorgeva lo scheletro del palazzo abusivo, sarebbe partita al’alba del 19 luglio del 1992 la Fiat 126 imbottita con 90 chilogrammi di tritolo che ha ucciso il giudice istruttore. Le signorine Pilliu non lo sapevano ma quelli che si nascondevano dietro il costruttore che le minacciava stavano preparando le stragi. Chissà se Borsellino aveva intuito qualcosa di strano dietro quel palazzo. Una cosa è certa, se sei giorni prima di morire, 50 giorni dopo la morte di Falcone, un uomo come lui perdeva tempo a parlare con queste signorine doveva esserci una ragione.</p>
<p>Forse allora, 17 anni dopo, vale la pena di riascoltare il racconto di Savina e Maria Rosa Pilliu.</p>
<p><strong>Sorelle-coraggio </strong></p>
<p>Queste due signorine di origine sarda possedevano due casupole all’interno di un filarino di ex fabbriche riadattate ad abitazione. Il padre era morto giovane ma le sorelle e la mamma, a costo di mille sacrifici, erano riuscite ad andare avanti grazie a un negozio di generi alimentari a due passi da piazza Leoni. Tutto scorreva liscio finché la mafia non mise gli occhi sul terreno accanto alle casette. “All’inizio si fece avanti Rosario Spatola”, raccontarono le sorelle quel giorno a Paolo Borsellino. Al giudice si accesero gli occhi. Spatola è stato uno degli uomini più ricchi della Sicilia, il costruttore della vecchia mafia di don Stefano Bontate, sterminata da Riina negli anni ottanta, l’amico del banchiere Michele Sindona, che aveva ospitato nella sua villa fuori Palermo. Nel settembre del 1979, Spatola si presenta nel negozio della famiglia Pilliu in via del Bersagliere e fa la sua proposta per comprare le casette. Ovviamente non voleva tenerle ma distruggerle. Per costruire un palazzo più grande sul suolo di fronte, eliminando le case e il problema delle distanze. L’idea era buona ma due settimane dopo, proprio per l’inchiesta nata dai contatti tra Sindona e la mafia, Spatola finisce in galera. Il terreno passa dopo un paio di giri a Gianni Lapis, consulente di Vito Ciancimino, per finire nel 1984 a un costruttore ignoto: Pietro Lo Sicco, un benzinaio legato al boss della mafia perdente, Stefano Bontate.</p>
<p>Più andavano avanti nel loro racconto, più snocciolavano nomi e date con il loro eloquio antico, e più il giudice Borsellino si interessava alla loro vicenda. Spatola, Ciancimino, Lo Sicco. Anche il nome del costruttore probabilmente diceva qualcosa a Borsellino. Era stato arrestato da Giovanni Falcone, ma poi prosciolto. Lo Sicco era legatissimo a Stefano Bontate però quando il vecchio boss viene ucciso passa con i vincenti. Quando rileva il terreno cerca subito di comprare le casette di fronte per ampliare lo spazio e la cubatura. Con le buone o le cattive convince tutti a vendere. Nessuno osa dirgli di no. Tranne le sorelle Pilliu che non vogliono svendere. A questo punto succede l’incredibile: Lo Sicco dichiara al comune di avere anche le particelle catastali della mamma delle sorelle Pilliu. Ovviamente sotto c’è una mazzetta all’assessore all’urbanistica che frutta una licenza che prevede due cose connesse: la possibilità di costruire un palazzo con tre scale e sette piani (che poi diverranno nove) a condizione però che prima la società di Lo Sicco, Lopedil, abbatta le casette che però, piccolo particolare, non sono della Lopedil. Il 3 marzo del 1990 la società ottiene la concessione edilizia. Le Pilliu denunciano alla Prefettura e al Comune l’abuso ma non si muove nulla. Anzi si muovono le ruspe. La Lopedil tira su il palazzo e butta giù le casette. Le ruspe demoliscono quelle accanto e i piani superiori del fabbricato. Gli appartamenti delle Pilliu (che per fortuna dormono altrove) si ritrovano senza tetto: c’è solo il pavimento del piano superiore a difenderli dalle intemperie. Le sorelle chiamano i vigili urbani, la Polizia e i Carabinieri ma nessuno interviene. Il comandante dei vigil arriva sul luogo e sembra possa essere il salvatore delle sorelle ma dopo aver controllato le carte dice: “sono in regola e io posso fermare un automobilista senza patente non uno con una patente falsa”.</p>
<p><strong>La minaccia</strong></p>
<p>Le signorine cercano di opporsi fisicamente ma Lo Sicco le minaccia e le offende dicendo a Rosa Pilliu: “Vattene da qui perchè se no ti dò un timpuruni. Senti a me, vai a vendere i tuoi pacchi di pasta al negozio che tra un po’ non potrai vendere più nemmeno quelli”. È in questa fase che le sorelle, disperate, chiedono aiuto a Borsellino. Si vedono l’ultima volta il 13 luglio, il magistrato le rinvia a due giorni dopo. Ma è il giorno di Santa Rosalia, le Pilliu non vogliono perdersi la festa alla “Santuzza” e chiedono di fissare un appuntamento più in là. Borsellino si impegna a richiamarle. Sei giorni dopo morirà in via D’Amelio.</p>
<p><strong>Tritolo </strong></p>
<p>Il giudice non poteva sapere che proprio gli uomini interessati a quel palazzo stavano preparando la sua uccisione e le stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Giovanni Brusca, il boss che ha spinto il pulsante del telecomando della strage di Capaci, l’uomo che ha ordinato ed eseguito un centinaio di omicidi, tra i quali quello del bambino Santino Di Matteo, colpevole solo di essere figlio di un pentito, ha raccontato: “Gli scavi a Piazza Leoni li ha fatti Pino Guastella (arrestato come capo mandamento Palermo centro nel 1998 Ndr). Poi io mi sono comprato un appartamento, tramite Santi Pullarà, che mi ha fatto fare un buon trattamento. Ci ho dormito pochi giorni però. Lo avevo fatto intestare a Gaspare Romano. Costui poi nel &#8216;95 fu scoperto dalla DIA che lo pedinava e mi sono fatto ridare i soldi indietro, perché a quel punto a me l&#8217;appartamento non serviva più. Siamo andati a vederlo con Leoluca Bagarella (il cognato di Riina che ha guidato la mafia durante la stagione delle stragi del 1993), io con una macchina e lui con un&#8217;altra, di sera. Più che altro per scegliere i piani e vedere gli appartamenti come erano combinati, perché ancora erano grezzi, in costruzione. Cioè dovevamo riuscire a capire come funzionavano, se c&#8217;era l’ascensore, se c&#8217;erano scale. Una cosa che io avevo chiesto, di particolare, se era possibile poter fare l&#8217;ascensore come come quello che avevo visto nella casa di Ignazio Salvo (uno dei cugini esattori di Salemi, legati alla Dc andreottiana e arrestati da Falcone) che io ho frequentato molto. Lui quando arrivava con la sua macchina, prendeva l&#8217;ascensore e con una chiavetta saliva fino all&#8217;attico. E quindi era un suo privilegio, e io chiesi questa cosa ma non era realizzabile perché il garage era per tutti, non solo ed esclusivamente per me”. Poi però i boss capirono che due latitanti per un palazzo era troppo. “Bagarella era interessato pure ed è venuto a vederlo con l&#8217;intenzione di comprare. Quella sera ci sono andato con Gioacchino La Barbera (altro autore della strage di Capaci, ndr). Lo abbiamo scelto sia io che Bagarella perché era un posto di élite a Palermo. Cioè Piazza Leoni, era un investimento. Poi io pensavo successivamente di farci la latitanza, ma questo era un problema mio”. Anche Gioacchino La Barbera, pentito dopo aver partecipato alla strage di Capaci conferma e aggiunge particolari: “Ho accompagnato varie volte sia Leoluca Bagarella che Giovanni Brusca a piazza Leoni. Brusca sul posto con una persona responsabile del cantiere stava cercando di fare modificare un appartamento per essere comunicante. Perché stava studiando un&#8217;intercapedine per trascorrere la latitanza e in caso di un sopralluogo delle forze dell&#8217;ordine riuscire a nascondere o a scappare”.</p>
<p><strong>L’arsenale e gli inquilini</strong></p>
<p>Nel palazzo c’era anche un appartamento con un muro finto dietro il quale si nascondevano le armi del clan Madonia. Insomma le riunioni di condominio in quello stabile non devono essere una passeggiata. Nei piani alti abitano la figlia di Stefano Bontate, e hanno abitato entrambe le figlie del costruttore mafioso Pietro Lo Sicco. Nell’attico più grande e bello c’è una famiglia legata al defunto boss Stefano Bontate (detto il principe di Villagrazia) i Marsalone, il cui patriarca Giuseppe è morto ammazzato a fine anni ottanta. Tra quelli che ci hanno abitato, non mancano però anche i professionisti della “Palermo bene”. Al quinto piano c’è l’avvocato Antonino Garofalo, socio di Renato Schifani in una società fondata nel 1992 e mai attivata, la Gms. La casa è affitatta e se ne cura l’avvocato ma è intestata alla sua compagna russa. L’appartamento accanto a quello che fu di Brusca era occupato dallo studio di Salvatore Aragona, il medico amico di Totò Cuffaro e già condannato per avere fornito al boss di San Giuseppe Iato un alibi. Molte di queste persone, avevano stipulato con Pietro Lo Sicco un contratto preliminare di compravendita. Quando il 17 settembre del 1993 il Comune annulla la concessione edilizia e blocca tutto.</p>
<p><strong>Cavilli e millimetri</strong></p>
<p>A questo punto entra in scena l’avvocato Renato Schifani. Insieme al suo collega di studio, Nunzio Pinelli, presenta ricorso al Tar. Pinelli va addirittura in tv con Lo Sicco a difendere il palazzo contro una coraggiosa giornalista, Valentina Errante, che aveva scoperto l’abuso. Schifani partecipa anche a un sopralluogo nel 1993 nel quale si accerta che “il distacco non deve essere inferiore a metri 12,75 e in effetti risulta pari a metri 7,75”. Ciononostante lo studio Schifani-Pinelli verga uno splendido ricorso alato. La tesi sostenuta è che la demolizione delle casette da parte di Lo Sicco “avrebbe solo anticipato gli esiti di un intervento di pubblica utilità, cui istituzionalmente era ed è tenuta l’Amministrazione Comunale”. In sostanza Lo Sicco è un benemerito che si è sostituito alle ruspe del comune. Se ha finto di essere proprietario ed è passato come un rullo sulle case altrui non lo ha fatto certo per vendere a clienti facoltosi e amici mafiosi bensì per ridare decoro alla zona. Meriterebbe quasi un premio. Incredibilmente il Tar il 23 gennaio del 1995 accoglie le tesi di Schifani e Pinelli e annulla la revoca della concessione, che così rivive. Le Pilliu sono distrutte. Lo Sicco esulta. Il Consiglio di Giustizia Aministrativa della Regione Sicilia, il Cga, però accoglie l’appello e, nonostante l’opposizione dell’avvocato Renato Schifani, annulla la concessioine. Per sempre. O almeno così dovrebbe essere.</p>
<p><strong>La provvidenza di B.</strong></p>
<p>Perché il condono Berlusconi del 1994 prevedeva in un comma nascosto che, in caso di annullamento della concessione, si poteva presentare domanda di sanatoria anche dopo la scadenza dei termini. Non solo: per questa sanatoria straordinaria non c’era nemmeno il limite di cubatura abusiva di 750 metri. Una pacchia. La società Lopedil fa subito domanda di sanatoria. Succede però un imprevisto: il nipote di Pietro Lo Sicco, Innocenzo, pur non essendo stato mai nemmeno indagato, trova il coraggio di dividere la sua strada da quella della famiglia e racconta ai magistrati la storia dello zio e del palazzo di piazza Leoni. Innocenzo Lo Sicco, che oggi è un dirigente di un’associazione antiracket, lancia un paio di frecciate a Schifani durante un’udienza del processo nel 2000. Sulla concessione di piazza Leoni la sua deposizione è netta: “l’impresa di mio zio, la Lopedil, non era in possesso di tutti i titoli di proprietà del terreno ma comunque è riuscito ad ottenere la concessione grazie ai buoni uffici che mio zio intratteneva con personale dell’edilizia privata. Il progetto è stato approvato dalla commissione presieduta dall’onorevole Michele Raimondo, in assenza del titolo di proprietà. L’accordo di cui io ero a conoscenza era che l’assessore Raimondo faceva approvare il progetto e, al rilascio dell’autorizzazione il signor Lo Sicco avrebbe pagato una, non so se definirla una tangente o un riconoscimento all’assessore di 20-25 milioni di lire”. Grazie a queste dichiarazioni Pietro Lo Sicco è stato condannato per truffa e corruzione. Poi il nipote continua il suo racconto confermando quello delle Pilliu: “dopo che il signor Pietro Lo Sicco aveva la concessione ha cominciato i lavori di sbancamento e demolizione e ci furono reazioni da parte dei proprietari. Principalmente da parte delle signorine Pilliu e di un certo Onorato che, addirittura, mi ha quasi menato. Le reazioni ci sono state: intervento della forza pubblica, Carabinieri, 113, Polizia giudiziara, tutto c’è stato in quel periodo. Era un viavai di forza pubblica con i proprietari che facevano le loro giuste lamentele e che volevano bloccare la concesione e che si ritrovavano in questa situazione che non riuscivano a bloccare”. Come è finita? Chiedono i giudici a Innocenzo. “Io so quello che mi ha detto Renato Schifani. L&#8217;avvocato mi disse come è stato salvato l&#8217;edificio facendolo entrare in sanatoria. Schifani era il mio avvocato. Pietro Lo Sicco si rivolse a lui per la pratica del palazzo di Piazza Leoni perché sapeva dei buoni uffici che intratteneva Schifani con l&#8217;allora assessore Michele Raimondo e con l&#8217;allora dirigente Vicari. Schifani era una persona di massima competenza nelle pratiche edili, (&#8230;.) aveva una conoscenza sia in termini professionali, sia in termini diretti personali con i personaggi dell&#8217;edilizia privata per il papà che ha lavorato tutta la vita all&#8217;interno dell&#8217;edilizia privata. Quindi è la persona adatta”. Schifani entra in politica a livello locale in Forza Italia e sarà senatore solo dal 1996. Ma Lo sicco spiega che l’opera di lobby dell’attuale presidente del senato avrebbe avuto un effetto “sulla concessione edilizia ottenuta l’avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il Governo Berlusconi perché fecero una sanatoria e lui è riuscito a farla pennellare in quello che era l&#8217;esigenza di questi edifici di Piazza Leoni. Quindi era soddisfattissimo e me lo diceva con orgoglio di essere riuscito a salvare questa vicenda. Perché lo diceva a me? Perché io avevo messo a conoscenza l&#8217;avvocato Schifani quando era iniziato il rapporto col signor Lo Sicco di qual era l&#8217;iter di quale era stata la prassi, di qual era la situazione di come si era venuta a creare il rilascio della concessione”.</p>
<p><strong>L’inchiesta</strong></p>
<p>Il pm di Palermo Domenico Gozzo ha aperto un fascicolo generico, senza indagare Schifani, per le accuse di Lo Sicco. Ma ha ritenuto che non ci fosse nulla di rilevante. Nel procedimento penale non sono state considerate penalmente rilevanti nemmeno le parole di Innocenzo Lo Sicco sui costruttori Antonino Seidita e Giuseppe Cosenza. Questi due imprenditori, entrambi amici di Lo Sicco, entrambi considerati legati ai fratelli Graviano ed entrambi clienti dello studio Schifani-Pinelli, seconco Innocenzo Lo Sicco svolsero un ruolo nella vicenda. Cosenza sarebbe stato incaricato dall’assessore di chiedere a Seidita di chiedere a sua volta un rialzo della mazzetta: da 20 milioni di lire a un attico. Ma Pietro Lo Sicco non accettò e si fermò al versamento previsto nella prima offerta. Pietro Lo Sicco è stato condannato per la vicenda amministrativa a due anni e due mesi per corruzione, e truffa. Mentre per i suoi legami con la mafia è stato condannato a sette anni. Entrambe le sentenze sono passate in giudicato. Anche sul fronte amministrativo la vittoria delle sorelle Pilliu è definitiva. Nel novembre del 2002 anche il Tribunale civile di Palermo ha statuito che il palazzo non rispetta le distanze dalle casupole delle signorine e deve essere abbattuto. Per l’esattezza dovrebbero essere “tagliati” dalla costruzione otto metri e sei centimetri al piano terra e cinque metri e 81 centimetri ai piani superiori.</p>
<p><strong>Ad personam </strong></p>
<p>Si attende l’Appello ma nella finanziaria del 2000 un emendamento del senatore Michele Centaro di Forza Italia ha introdotto una norma che sembra fatta su misura per sanare la situazione di piazza Leoni: l’amministratore giudiziario può chiedere la sanatoria del palazzo confiscato per mafia e vendere ai terzi che hanno comprato. “Ricordo che era un problema sentito anche dai magistrati”, dice Centaro. Sarà. Comunque la figlia di Bontate, come gli altri, potrebbe comprare. I terzi acquirenti sono difesi dall’avvocato Pinelli ma resta il problema delle distanze. Almeno per ora. Nel gennaio del 2005 sono crollate le casette delle Pilliu. Senza tetto, con l’acqua che entrava da tutte le parti, hanno ceduto. Un giudice ha pensato bene di aprire un processo. Non contro Lo Sicco. Ma contro le sorelle Pilliu, per crollo colposo.</p>
<p>Fonte:<em><a class="blank" href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&#38;id_blogdoc=2384496&#38;yy=2009&#38;mm=11&#38;dd=20&#38;title=storia_di_un_palazzo_abitato_d" target="_blank">: Il Fatto Quotidiano</a></em> (Marco Lillo, 20 Novembre 2009)</div>
</blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Piroso accende la censura a La7]]></title>
<link>http://aghost.wordpress.com/2009/11/20/piroso-accende-la-censura-a-la7/</link>
<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 07:18:26 +0000</pubDate>
<dc:creator>aghost</dc:creator>
<guid>http://aghost.wordpress.com/2009/11/20/piroso-accende-la-censura-a-la7/</guid>
<description><![CDATA[Brutta vicenda di censura preventiva a La7. Il direttore Antonello Piroso ha cancellato l&#8217;inch]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Brutta vicenda di censura preventiva a La7. Il direttore Antonello Piroso ha cancellato l&#8217;inch]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[No Berlusconi Day - Sondaggio Pdl scomparso]]></title>
<link>http://pernienteserio.wordpress.com/2009/11/19/no-berlusconi-day-sondaggio-pdl-scomparso/</link>
<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 22:13:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>sfattucci</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ecco come hanno cancellato il sondaggio sul Si Berlusconi day con i 369 commenti. VERGOGNA.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Ecco come hanno cancellato il sondaggio sul Si Berlusconi day con i 369 commenti. VERGOGNA.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/KKSBM-XCzN0&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/KKSBM-XCzN0&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Cosa c’entra Dell’Utri con Berlusconi?]]></title>
<link>http://pernienteserio.wordpress.com/2009/11/19/cosa-c%e2%80%99entra-dell%e2%80%99utri-con-berlusconi/</link>
<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 20:41:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>sfattucci</dc:creator>
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<description><![CDATA[Fonte: ByoBlu.com Bigino per sputtanare Antonio Sallusti Marcello Dell&#8217;Utri conosce Silvio Ber]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><h3><strong><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://www.byoblu.com/post/2009/11/19/Cosa-centra-DellUtri-con-Berlusconi.aspx">Fonte: ByoBlu.com</a></span></strong></h3>
<p><em><strong>Bigino per sputtanare Antonio Sallusti</strong></em></p>
<div>
<p><strong>Marcello Dell&#8217;Utri</strong> conosce <strong>Silvio  Berlusconi</strong> all&#8217;Universitá Statale di Milano.</p>
<p>Nel 1964, a 23 anni, lavora come segretario per <strong>Silvio  Berlusconi</strong>. Nel 1967, a Palermo, conosce <strong>Vittorio  Mangano</strong> e Gaetano Ciná, due mafiosi appartenenti a Cosa Nostra.<br />
Nel  1974 <strong>Silvio Berlusconi</strong> lo vuole a Milano per lavorare alla  <em>EdilNord</em>, e segue i lavori di ristrutturazione della villa di Arcore,  la villa di <strong>Silvio Berlusconi</strong>.</p>
<p>Il 7 luglio porta nella villa di Arcore <strong>Vittorio Mangano</strong> che, secondo il Tribunale di Palermo, viene assunto da <strong>Silvio  Berlusconi</strong> come &#8220;responsabile&#8221; per evitare che i familiari  dell&#8217;imprenditore fossero vittima di sequestro di persona (e non come  &#8220;stalliere&#8221;, come affermato). Il Tribunale di Palermo ha affermato che Dell&#8217;Utri  conosceva lo &#8220;spessore delinquenziale&#8221; di Mangano, e anzi, lo avrebbe scelto  proprio per tale &#8220;qualitá&#8221;.</p>
<p>Nel 1977 viene assunto dalla Inim di Rapisarda, che ha relazioni con  personalitá di spicco della mafia quali <strong>Ciancimino</strong>, quello che  in seguito gli avrebbe fatto fare <strong>da tramite</strong> per consegnare una  lettera di richieste mafiose a <strong>Silvio Berlusconi</strong>, nella quale  Cosa Nostra rivendicava un canale Mediaset.<br />
Sempre nel 1977, è ospite al  matrimonio di Jimmy Fauci, a Londra, <strong>boss mafioso</strong> che gestisce  il traffico di droga in Italia.</p>
<p>Nel 1982 diventa dirigente, poi Presidente e Amministratore Delegato,  di<strong> Publitalia &#8216;80</strong>, la societá fondata da <strong>Silvio  Berlusconi</strong> per la raccolta pubblicitaria della  <strong>Fininvest</strong>. Un anno dopo, nel corso di un blitz, viene trovato  nella residenza del <strong>boss mafioso</strong> catanese Gaetano Corallo.</p>
<p>Nel 1984, per evidenti meriti sul campo, viene promosso ad amministratore  delegato del gruppo<strong> Fininvest</strong>, il gruppo di <strong>Silvio  Berlusconi</strong>.</p>
<p>Nel 1993 fonda <strong>Forza Italia</strong> insieme a <strong>Silvio  Berlusconi</strong>.</p>
<p>Nel 1995 viene arrestato a Torino con l&#8217;accusa di aver inquinato le prove  nell&#8217;inchiesta sui fondi neri di <strong>Publitalia &#8216;80</strong> (quindi in nome  di <strong>Silvio Berlusconi</strong>).</p>
<p>Nel gennaio 1996, mentre è imputato a Torino per <strong>false  fatture</strong> e <strong>frode fiscale</strong> e indagato a Palermo per  Mafia, Dell&#8217;Utri diventa deputato di <strong>Forza Italia</strong> in  Parlamento.</p>
<p>A pochi giorni dalle elezioni politiche del 2008, in un&#8217;intervista rilasciata  a Klaus Davi, afferma che <strong>Vittorio Mangano</strong> è stato  «<em><strong>un eroe</strong>, a modo suo</em>» perché, mentre era in carcere  (<em>dal 1995 al 2000, anno di morte, per molteplici reati</em>), avrebbe  rifiutato &#8211; <em>nonostante ripetute pressioni</em> &#8211; di fare dichiarazioni  contro di lui, <strong>Marcello Dell’Utri</strong>, e <strong>Silvio  Berlusconi</strong> in cambio della scarcerazione.</p>
</div>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Indagine esplosiva]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/19/indagine-esplosiva/</link>
<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 20:08:52 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/19/indagine-esplosiva/</guid>
<description><![CDATA[Fonte: Indagine esplosiva. I pm pronti a riaprire l&#8217;inchiesta sul premier per le stragi. Mentr]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2081:indagine-esplosiva&#38;catid=19:i-mandanti-occulti&#38;Itemid=39">Indagine esplosiva</a>.</p>
<blockquote><p><em><strong>I pm pronti a riaprire l&#8217;inchiesta sul premier per le stragi. Mentre altri boss potrebbero parlare. E provocare un terremoto politico.</strong></em></p>
<div style="text-align:justify;"><strong><br />
</strong>Le rivelazioni del mafioso <strong>Gaspare Spatuzza</strong> possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio <strong>Silvio Berlusconi</strong> e il suo amico <strong>Marcello Dell&#8217;Utri</strong>. Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss <strong>Giuseppe e Filippo Graviano</strong>, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome. Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.</p>
<p>Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza. Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai. Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da <strong>Salvatore Grigoli e Leonardo Messina</strong>. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia. Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell&#8217;Utri. Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l&#8217;accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.</p>
<p>Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza, quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano. Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del &#8216;93 e del &#8216;92 e del &#8216;94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». L&#8217;inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l&#8217;ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip. In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l&#8217;ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell&#8217;Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di <strong>Giovanni Ciaramitaro</strong> e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia. Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato». Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra. Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l&#8217;accusa in giudizio». Per cui «solo l&#8217;emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell&#8217;inchiesta.<!-- OAS AD 'Middle' - gestione 180x150 square inside --></div>
<div id="adMiddle" style="display:none;text-align:justify;">// </div>
<div style="text-align:justify;">
È quello che potrebbe essere fatto adesso. Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio &#8216;94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c&#8217;è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse. Magari a partire proprio da Filippo Graviano. Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell&#8217;Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora.</p>
<p>Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94. Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell&#8217;indagine della procura di Napoli sul sottosegretario <strong>Nicola Cosentino</strong> di cui è stato chiesto l&#8217;arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il &#8216;94 e il &#8216;96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti».</p>
<p>E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l&#8217;ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone. Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione ». E dello stesso argomento aveva discusso il casalese <strong>Dario De Simone</strong>, con l&#8217;onorevole Cosentino.</p>
<p>Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l&#8217;aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.</p>
<p>Su questi fatti vi sono due indagini. Una coordinata dal procuratore di Firenze <strong>Giuseppe Quattrocchi</strong> con i suoi sostituti <strong>Giuseppe Nicolosi</strong> e <strong>Alessandro Crini</strong>; l&#8217;altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta <strong>Sergio Lari</strong> con l&#8217;aggiunto <strong>Domenico Gozzo</strong> e i pm <strong>Nicolò Marino e Stefano Luciani</strong>.</p>
<p>Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate <strong>Totò Riina</strong> ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato. Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis. Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di <strong>Borsellino</strong> era da addebitare a «istituzioni deviate». Un messaggio torbido. E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo. Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano.</p>
<p>È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell&#8217;ex senatore <strong>Vincenzo Inzerillo</strong> nel processo d&#8217;appello di Palermo in cui è imputato di mafia. Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: &#8220;Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi&#8221;. Gli ho detto: &#8220;Mi faccia leggere i verbali&#8221; (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora&#8230;».</p>
<p>La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato <strong>Renato Farina</strong> (Pdl), alias &#8220;agente betulla&#8221;, entra nel carcere di Opera, nell&#8217;ambito dell&#8217;iniziativa promossa dai Radicali. L&#8217;ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina. Poi il deputato prosegue il giro &#8220;cella per cella&#8221; degli 82 reclusi sottoposti al 41bis. Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano. I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere. Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.</div>
<p><strong>Lirio Abbate (</strong><a class="blank" href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/indagine-esplosiva/2115069" target="_blank"><strong>L&#8217;espresso.it</strong></a><strong>, <strong>19 novembre 2009)</strong></strong><strong><br />
</strong></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Blog Brevis: Piccoli socialisti antichi]]></title>
<link>http://serrature.wordpress.com/2009/11/14/blog-brevis-piccoli-socialisti-antichi/</link>
<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 21:48:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>Serraturestaff</dc:creator>
<guid>http://serrature.wordpress.com/2009/11/14/blog-brevis-piccoli-socialisti-antichi/</guid>
<description><![CDATA[Il nostro modernissimo ministro Sacconi, quello che si permise di vietare l&#8217;interruzione di id]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/n_M73J3JkYw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/n_M73J3JkYw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></div>
<div>Il nostro modernissimo <img class="alignleft size-medium wp-image-446" title="sacconi11" src="http://serrature.wordpress.com/files/2009/11/sacconi11.jpg?w=300" alt="sacconi11" width="300" height="267" />ministro <strong>Sacconi</strong>, quello che si permise di vietare l&#8217;interruzione di idratazione ed alimentazione nelle cliniche pubbliche e private convenzionate, in nome di chissà quale principio medievale, con una semplice lettera su carta intestata del <strong>Ministero del Lavoro</strong> (e per questo è anche iscritto nel registro degli indagati), oggi ne ha detta un&#8217;altra delle sue. Interpellato a proposito della manifestazione <strong>CGIL</strong> di Roma contro la politica economica del governo ed il neo-negazionismo di Berlusconi in materia, si è lasciato scappare un: &#8220;<em>Mi sembrano un piccolo mondo antico, che rimane ancorato al &#8216;900 ed alle sue ideologie</em>&#8220;.<br />
Se c&#8217;è un <strong>piccolo mondo antico</strong>, caro Sacconi, non è quello della CGIL, che difende gli interessi dei lavoratori e lo farà, mi dispiace per Lei, anche quando non sarà più in carica. Primo perchè <strong>100.000</strong> manifestanti non sono un piccolo mondo, e lo ha convenuto anche lei, riconoscendo involontariamente che &#8220;<em>rappresentano una parte d&#8217;Italia</em>&#8220;. Secondo perchè il vero piccolo mondo antico sono proprio i politici, la casta da cui Lei proviene. Se lo ricorda vero che ha alle spalle 6 legislature, di cui 4 con il <strong>Partito Socialista Italiano</strong> di Bettino <strong>Craxi</strong>? Se lo ricorda che ha fondato la Fondazione Socialista Italiana e pure il movimento Sinistra Liberale?<br />
Questi sono i veri polipi della democrazia, che allungono i tentacoli sulle nostre istituzioni per restarci ad ogni costo, difendendo, loro sì, dei privilegi antichi e vergognosi. E&#8217; più facile proteggere gli interessi della Chiesa, piuttosto che schierarsi almeno una volta dal punto di vista dei lavoratori, vero Sacconi? Lei d&#8217;altra parte lo sa bene cosa vuol dire fare la banderuola.</div>
<p><em>D.Piselli</em></p>
<hr />
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La trattativa non è finita | Pietro Orsatti]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/13/la-trattativa-non-e-finita-pietro-orsatti/</link>
<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 19:28:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Fonte: La trattativa non è finita | Pietro Orsatti. L’uomo del giorno è Gaspare Spatuzza, il killer ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.orsatti.info/archives/2442">La trattativa non è finita &#124; Pietro Orsatti</a>.</p>
<blockquote><p><strong>L’uomo del giorno è Gaspare Spatuzza, il killer spietato di don Puglisi, adesso collaboratore di giustizia. A Palermo è atteso al processo d’<a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con appello" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/appello">appello</a> che vede coinvolto il senatore Dell’Utri </strong></p>
<p><strong>di Pietro Orsatti su <a title="Original Link: http://www.avvenimentionline.it" href="http://www.orsatti.info/?m5fSye9K" target="_blank">left/Avvenimenti</a></strong></p>
<p>A Caltanissetta parla delle stragi, in particolare di quella di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con via D’Amelio" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/via-d%e2%80%99amelio">via D’Amelio</a> di cui si autoaccusa. A Firenze pure, dice di essere <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">stato</a> protagonista di quella stagione che apertasi a Capaci con l’<a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con attentato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/attentato">attentato</a> a Giovanni Falcone proseguì fino al 1993. A Palermo invece parla della trattativa fra <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Mafia" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/mafia">mafia</a> e <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">Stato</a>, dei rapporti di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Cosa nostra" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/cosa-nostra">Cosa nostra</a> con la <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con politica" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/politica">politica</a>, sia quella “vecchia” affossata da “mani pulite” che quella “nuova” della nascente Forza Italia. È lui l’uomo del giorno, Gaspare Spatuzza, fedelissimo del capomafia corleonese Leoluca Bagarella e sicario del gruppo di fuoco che assassinò padre Pino Puglisi. Puntuale, determinato, con un racconto pieno di riferimenti finora suffragati da riscontri.</p>
<p>Il pentito, o meglio il collaboratore di giustizia, rivela della sua scelta di parlare come se si trattasse di una decisione <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con politica" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/politica">politica</a> presa quasi collettivamente da un pezzo di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Cosa nostra" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/cosa-nostra">Cosa nostra</a>. « Nel 2004 – racconta ai magistrati – dopo un colloquio investigativo con i pm della super procura, incontrai nel carcere di Tolmezzo, Filippo Graviano. Gli spiegai che ormai da quattro anni mi ero staccato da <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Cosa nostra" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/cosa-nostra">Cosa nostra</a>, ma che non potevo fare il passo finale. Non potevo mettermi a collaborare. Filippo stava veramente male. Aveva appena avuto un infarto ma mi disse con un filo di voce: “a questo punto bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”». Parla, quindi, della presunta trattativa. Anzi, la contestualizza e la prolunga come se si trattasse di un elemento dinamico, di una relazione in continua evoluzione. «Fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa. Questo il senso della frase di Graviano», spiega infatti Spatuzza.<br />
Filippo Graviano e suo fratello Giuseppe, sempre secondo Spatuzza, erano uno dei riferimenti a Milano (dove erano latitanti fino al ’94) dell’ormai famosissimo stalliere di Arcore, Vittorio Mangano e avevano partecipato anche loro all’uccisione di Puglisi nel quartiere Brancaccio a Palermo. I due fratelli sono dei killer “intellettuali”, uno laureato in Matematica e l’altro in <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con economia" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/economia">Economia</a>. E sono fra i protagonisti di quella terribile stagione di sangue del biennio ’92-’93. Spatuzza li conosce bene, lavora con loro. Ma dopo la strage di via dei Georgofili a Firenze con loro entra in disaccordo. Comincia a farsi dei problemi, Gaspare, sente la stretta dello <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">Stato</a> su <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Cosa nostra" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/cosa-nostra">Cosa nostra</a>, e non è abituato a fare stragi discriminate. Lui è un killer di “obiettivi”, non uno stragista di tipo terroristico come invece imponeva la nuova linea della Cupola, o meglio di ciò che ne rimaneva dopo più di un decennio di dittatura di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Totò Riina" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/toto-riina">Totò Riina</a> e dei <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con corleonesi" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/corleonesi">corleonesi</a>. I due Graviano invece vogliono proseguire. E nel gruppo di fuoco delle stragi, questo racconta il pentito, si apre una spaccatura. Ma Spatuzza è uomo d’onore e nonostante sia in disaccordo porta avanti anche l’<a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con attentato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/attentato">attentato</a> fallito allo stadio Olimpico di Roma, che doveva colpire in particolare i <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con carabinieri" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/carabinieri">carabinieri</a> posti all’esterno dell’impianto per garantire l’ordine pubblico. Partecipa all’azione, imbottisce con altri una Lancia Thema di tritolo e tondini di ferro per ottenere il massimo risultato: una strage indiscriminata. Ma l’innesco non funzionò e l’azione non venne replicata. Spatuzza cerca di spiegare perché il contrordine in questo modo: forse si era arrivati a un accordo. Era l’ottobre del ’93. Con chi si era arrivati a un accordo?</p>
<p>E non solo. Spatuzza racconta che i Graviano non sarebbero stati latitanti a Milano per caso, città dove poi furono arrestati, ma che la loro presenza lì era dovuta alla necessità di mantenere rapporti politici, di mantenere alto il livello di relazioni coltivate per anni anche grazie alla presenza di Mangano. Questo è uno degli aspetti che più preoccupa i difensori di Marcello Dell’Utri nel processo in <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con appello" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/appello">appello</a> per concorso esterno in associazione mafiosa che lo vede coinvolto. Perché l’accusa ha interrotto la propria requisitoria e il tribunale sta decidendo se acquisire o no la testimonianza di Spatuzza. La Corte deciderà entro il 20 novembre. In qualche modo la difesa del politico del <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con pdl" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/pdl">Pdl</a> (e senatore in carica) spera di riuscire ad avere lo stesso risultato ottenuto con il respingimento (il teste è contradditorio) della testimonianza di Massimo Ciancimino ma il livello di riscontri sulle dichiarazioni rilasciate finora da Spatuzza non fa certo dormire sonni tranquilli all’ex capo di Publitalia.</p>
<p>«Voglio precisare – è riportato nel verbale di una delle deposizioni rese da Spatuzza – che quell’incontro doveva essere finalizzato a programmare un <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con attentato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/attentato">attentato</a> ai <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con carabinieri" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/carabinieri">carabinieri</a> da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con sicilia" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/sicilia">Sicilia</a>. Graviano per rassicurarci ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c’era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con politica" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/politica">politica</a> e ci disse che lui ne capiva. Questa affermazione mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con politica" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/politica">politica</a>. Da quel momento io dovevo organizzare l’<a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con attentato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/attentato">attentato</a> ai <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con carabinieri" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/carabinieri">carabinieri</a> e in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico». La trattativa, quindi, era in corso. Anzi, le stragi, secondo questa testimonianza, erano parte delle trattativa stessa, erano l’elemento “facilitatore”. «Graviano – prosegue Spatuzza – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “crasti” (in dialetto significa “cornuti”) dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Berlusconi" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/berlusconi">Berlusconi</a> e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. Io non conoscevo <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Berlusconi" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/berlusconi">Berlusconi</a> e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell’Utri, non il nome. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”».</p>
<p>A rendere ancora più credibili le dichiarazioni del pentito è proprio il suo curriculum di uomo di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Cosa nostra" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/cosa-nostra">Cosa nostra</a> e killer spietato. A fare per primo il suo nome agli investigatori fu un altro killer di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Mafia" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/mafia">mafia</a>, Giovanni Drago, fedelissimo di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Totò Riina" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/toto-riina">Totò Riina</a>. Sono decine gli omicidi attribuiti a Spatuzza oltre a quello Puglisi (per questo è <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">stato</a> condannato in via definitiva all’ergastolo): da quello di Marcello Drago e Domingo Buscetta, nipote del pentito storico di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Cosa nostra" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/cosa-nostra">Cosa nostra</a> Masino, a quelli di Giuseppe e Salvatore Di Peri e Salvatore Buscemi. Arrestato nel 1997, non esitò a far fuoco contro gli agenti di polizia che gli avevano teso una trappola mentre si recava a un summit di boss mafiosi presso l’ospedale Cervello di Palermo. La sua storia, le sue condanne, e gli innumerevoli riscontri probatori ci raccontano, se fosse possibile, uno scenario ancora più inquietante di quelle che finora ha raccontato agli inquirenti. Sembra che Spatuzza, con la sua decisione di collaborare e il livello delle sue deposizioni, si sia posto come interlocutore politico. <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Cosa nostra" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/cosa-nostra">Cosa nostra</a> continua a trattare? Questo sembra dire il collaboratore. «Andare dai magistrati», diceva Filippo Graviano. E Spatuzza c’è andato. Contribuendo, anche lui, a riscrivere la storia degli ultimi vent’anni e forse a modificarne il percorso.  <strong><br />
</strong></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/13/alfonso-sabella-un-giudice-stritolato-dalla-trattativa/</link>
<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 19:20:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Fonte: Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa. Scritto da Marco Travaglio ALFONSO S]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2039:alfonso-sabella-un-giudice-stritolato-dalla-trattativa&#38;catid=20:altri-documenti&#38;Itemid=43">Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.</a></p>
<blockquote><p><span class="small">Scritto da Marco Travaglio</span></p>
<p><strong>ALFONSO SABELLA </strong>è nato a Bivona (Agrigento) 46 anni fa. Magistrato dal 1989, è un cane sciolto, mai iscritto ad alcuna corrente della corporazione togata. Prima fa il pm a Termini Imerese, poi dal 1993 alla Procura antimafia di Palermo diretta da Gian Carlo Caselli. Si specializza nella cattura dei latitanti: insieme alle forze dell’ordine, soprattutto alla Polizia di Stato e alla Dia, ha acciuffato Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri, Nino Mangano, Vito Vitale, Mico Farinella, Cosimo Lo Nigro, Carlo Greco e decine di altri fra capimandamento, killer stragisti e potenti uomini d’onore. Ed è proprio davanti a lui che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri” (a quella stagione da film, Sabella ha dedicato un libro avvincente, “Cacciatore di mafiosi”, scritto con Silvia Resta e Francesco Vitale, Mondadori, 2008).</p>
<div style="text-align:justify;">Nel settembre del 1999 si trasferisce a Roma, al ministero della Giustizia, come magistrato di collegamento con la commissione parlamentare Antimafia. Nello stesso anno Caselli diventa direttore del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria: la direzione delle carceri, presso il ministero della Giustizia) e lo prende con sé come capo dell’ufficio ispettorato, da cui verrà cacciato nel 2001 dal nuovo capo Giovanni Tinebra, dopo aver ostacolato le manovre per arrivare alla “dissociazione” dei boss detenuti. Intanto è rimasto coinvolto suo malgrado nelle indagini della Procura di Genova sulle violenze commesse anche da alcuni agenti della polizia penitenziaria nella caserma di Bolzaneto, anche se lui in quel mentre era da tutt’altra parte. Una vicenda molto oscura, che gli stroncherà la carriera anche grazie a un verdetto molto sbrigativo del Csm. Nel 2002 viene trasferito alla Procura di Firenze, dove gli levano la scorta mentre la mafia progetta di assassinarlo e viene relegato a occuparsi di reati comuni. Oggi è giudice al Tribunale di Roma. Da quando, quest’estate, sono emerse le nuove prove delle trattative fra Stato e mafia nel 1992-‘93, fino al papello consegnato da Massimo Ciancimino che dimostra il ruolo “trattativista” di Bernardo Provenzano dal 1992 in poi, Sabella ha riletto la propria biografia in quella chiave. Le singolarissime coincidenze che hanno rovinato la sua vita gli appaiono oggi come tanti tasselli di un unico mosaico. E, “a costo di apparire paranoico”, ha accettato di parlarne al Fatto Quotidiano. Perché la conclusione che ne ha tratto è agghiacciante: quella di essere stato sacrificato sull’altare di una trattativa che passava sulla sua testa, come su quella di 60 milioni di italiani, ma che lui era riuscito più volte, spesso volutamente e ancor più spesso involontariamente, a ostacolare. La sua tesi è semplice e spaventosa, per molti versi coincidente con quella dell’attuale Procura di Palermo: da quando, come appare sempre più plausibile, Provenzano consegnò al Ros dei Carabinieri la testa di Salvatore Riina grazie alla mediazione di Vito Ciancimino, il vecchio “Zu Binu” divenne un intoccabile. Una sorta di garante della Pax Mafiosa che, nel novembre del ’93, segnò la fine del biennio stragista e l’inizio della Seconda Repubblica. Un padre della Patria. Infatti il Ros non perquisì il covo di Riina, che poteva avervi conservato le prove della trattativa e del “papello”. Poi mandò a monte il possibile arresto di Provenzano nel novembre del ’95 in un casolare di Mezzojuso (almeno secondo le accuse del colonnello Michele Riccio, sulle quali è in corso a Palermo il processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento alla mafia). E poi tante altre coincidenze, come il ritorno a delinquere di famosi pentiti e le ricorrenti trattative per favorire la “dissociazione” a costo zero dei boss arrestati, ansiosi di liberarsi del 41-bis e dell’ergastolo. Eccola dunque la trattativa story attraverso le coerentissime incoerenze della carriera di Sabella. Una storia in sette atti.</p>
<p>ATTO I &#8211; I DELITTI DEI PENTITI</p>
<p>Giovanni Brusca, capomandamento di San Giuseppe Jato, fedelissimo di Riina, l’uomo che fece esplodere l’autostrada di Capaci, viene arrestato il 20 maggio 1996. “Un paio di mesi dopo, nel territorio di San Giuseppe Jato rimasto senza boss, si comincia a sparare. Una serie impressionante di omicidi e attentati interni a Cosa Nostra. E’ chiaro che gli uomini di Provenzano tentano di conquistare il mandamento appena decapitato. Brusca mi dice che, secondo lui, gli attentati sono opera del pentito Balduccio Di Maggio. Cioè dell’ex autista di Riina, poi passato dalla parte di Provenzano, quello che si era preso il merito di aver fatto catturare Riina il 15 gennaio 1993 e che, nelle sue prime dichiarazioni rese ai Carabinieri di Novara una settimana prima, l’8 gennaio 1993, aveva incredibilmente sostenuto che Provenzano era morto! Ma il Ros sforna relazioni su relazioni in cui sostiene che i delitti sono opera degli uomini di Brusca (cioè di Riina) per screditare Di Maggio (cioè, secondo me, Provenzano). Acquisisco informazioni e scopro che non è vero niente: è probabile invece che Di Maggio – coperto dal suo programma di protezione – sia tornato in zona per riprendersi il mandamento armi in pugno. E che altri due collaboratori-chiave sulla strage di Capaci, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, l’abbiano seguito. Il Ros è molto tiepido, ma io del Ros non mi fido: l’ho sempre tenuto alla larga dalle indagini sulla cattura dei latitanti, preferendo appoggiarmi sulla Squadra mobile e a un certo punto ho anche chiesto che il Ros non si occupi più delle ricerche di Bernardo Provenzano (quel che poi ha raccontato il colonnello Riccio dimostra che forse avevo visto giusto…)”. Ma, sul ritorno a delinquere dei pentiti, anche la Procura di Palermo è dubbiosa: Brusca non è ancora un collaboratore di giustizia, ma soltanto un “dichiarante”; poco prima di essere arrestato e di iniziare a collaborare, aveva progettato un complotto contro il presidente della Camera, Luciano Violante, per accusarlo falsamente di avergli promesso l’impunità in cambio di accuse ad Andreotti; e poi s’è scoperto che ha cercato di coprire il boss Vito Vitale, suo successore a capo del mandamento di San Giuseppe Jato, coinvolto in gravissimi delitti. In più si teme che stia tentando di screditare Di Maggio, uno dei pentiti chiave del processo Andreotti appena iniziato. E poi, se l’Arma che ha in custodia Di Maggio non segnala nulla di strano, perché preoccuparsi? “Io però insisto con Caselli perché si apra un’inchiesta sul possibile ritorno di Di Maggio”. Caselli dispone un’inchiesta “aperta”: sia sull’ipotesi affacciata da Brusca, sia su quella di una calunnia contro Di Maggio. Questi viene interrogato, ma finge di cadere dalle nuvole e si dice pronto a farsi controllare 24 ore su 24, anche se per la legge è un libero cittadino in attesa di giudizio (in quel periodo –- ma lo si scoprirà soltanto più tardi – ha già assassinato, il 30 agosto 1996, un certo Giuseppe Giovanni Caffrì). Il procuratore aggiunto Guido Lo Forte chiede ufficialmente al Servizio centrale di protezione, in aggiunta ai Carabinieri, di controllare Di Maggio nel luogo di residenza, in Toscana. Ma il Servizio (che dipende dal ministero dell’Interno, retto all’epoca da Giorgio Napolitano) non vi presta soverchia attenzione: infatti non s’accorge né delle trasferte di Balduccio a San Giuseppe Jato, né dei suoi contatti con i compari del paese che poi si scopriranno coinvolti nei suoi delitti. La Procura dispone anche l’obbligo di firma e una serie di accertamenti. Dai quali però non emerge nulla. “Ho poi avuto notizia che, giusto in quel periodo, fra giugno e luglio 1997, il Ros avrebbe organizzato un misterioso incontro in Toscana fra Di Maggio (che invece doveva essere strettamente controllato proprio per impedire contatti con i vecchi compari) e l’allora mafioso libero Angelo Siino, l’ex ‘ministro dei lavori pubblici di Riina’, confidente del Ros. Il 16 luglio 1997 disponiamo l’intercettazione di Di Maggio, affidando le operazioni alla Dia e non al Ros. E così facciamo con La Barbera e Di Matteo. Intanto, il 25 settembre 1997, il fratello maggiore di Giovanni Brusca, Emanuele, che vive libero a San Giuseppe Jato, si presenta da me e mi conferma che Di Maggio è tornato. Scopriremo poi che Balduccio ha fatto sparare ad altri due uomini vicini a Brusca: il 7 agosto 1997 all’imprenditore Francesco Costanza (fedelissimo di Brusca, guarda caso odiato da Siino), salvo per miracolo, e il 24 settembre a Vincenzo Arato, morto ammazzato. Ma noi ancora non possiamo saperlo. Nel dubbio, comunque, decidiamo di arrestare tutti i mafiosi vicini ai tre pentiti, ma anche quelli vicini a Brusca, sui quali abbiamo elementi sufficienti d’accusa. Per fare terra bruciata intorno a entrambi i clan che si fronteggiano. L’operazione dà i risultati sperati: i tre, senza più contatti sul territorio, sono costretti a venire allo scoperto. E le intercettazioni confermano spostamenti più che sospetti. Ai primi di ottobre arrestiamo Giuseppe Maniscalco, che confessa subito di essere uno dei killer di Balduccio a San Giuseppe Jato e inizia a collaborare: ci rivela di essere in stretto contatto con Provenzano e che i suoi amici Di Maggio, La Barbera e Di Matteo hanno profittato dell’arresto di Brusca per riprendersi il controllo del mandamento. Così li arrestiamo tutti e tre e li facciamo espellere dal programma di protezione. Fine della storia, almeno per un po’. Ma c’è un particolare che, di recente, mi è tornato alla mente e ho riletto in chiave diversa, alla luce delle ultime scoperte sulla trattativa”. Un particolare che riguarda Maniscalco, uomo di Provenzano: “Era stato lui, nel 1992, ad avvertire Di Maggio che Riina lo voleva morto salvandogli la vita: infatti Balduccio era fuggito a Borgomanero. Per gratitudine, Di Maggio non aveva mai par parlato di Maniscalco, diversamente da La Barbera e Di Matteo, che inizialmente l’avevano accusato di essere mafioso, salvo poi fare retromarcia, scagionarlo e farlo assolvere al processo di primo grado. Ricordo perfettamente che il Ros venne a chiedere alla Procura di non fare appello contro quella sentenza che assolveva Maniscalco. Cioè un uomo di Provenzano (Maniscalco, quando inizierà a collaborare, consegnerà due ‘pizzini’ che gli aveva inviato zu’ Binu per invitarlo a liberarsi di Vito Vitale, uomo di Brusca e Riina, ndr). E quando propongo di arrestarlo per gli omicidi di San Giuseppe Jato, mi viene detto in Procura che era un confidente del Ros. Alla fine Caselli decide di farlo arrestare ugualmente e, dalla sua collaborazione, si scopre che i killer di San Giuseppe Jato sono, oltre a lui e ai tre pentiti, almeno altri due confidenti dell’Arma: Michelangelo Camarda (‘fonte’ del colonnello Giancarlo Meli, comandante del Gruppo carabinieri di Monreale e legatissimo al Ros) e Nicola Lazio (che mi hanno detto essere confidente del Ros)”. Ora, con quel che sta emergendo sulla “trattativa ” del Ros con Vito Ciancimino, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, o sono autorizzato a  farmi certe domande?”.</p>
<p>ATTO II  ROS CONTRO LO FORTE</p>
<p>Le coincidenze non sono finite: sempre nell’ottobre del 1997, mentre sono in corso gli arresti  dei tre pentiti provenzaniani e del loro gruppo di  fuoco, il capitano del Ros Giuseppe De Donno si  reca a Caltanissetta a denunciare il vice di Caselli,  Guido Lo Forte, accusandolo di aver passato nel  1991 il rapporto del Ros su “Mafia e appalti” ad  alcuni politici e mafiosi, fra cui Salvo Lima, e di  averlo poi insabbiato. La fonte di De Donno è  Angelo Siino, già ministro dei lavori pubblici di  Riina, a lungo confidente del Ros e poi ufficialmente “pentito” dal 1997. Accuse e veleni da  prendere con le molle, ovviamente. La Procura  di Caltanissetta, diretta da Giovanni Tinebra,  iscrive Lo Forte sul registro degli indagati. Un atto segretissimo, che però una fuga di notizie ben  pilotata divulga al quotidiano La Repubblica proprio il giorno prima della prima udienza del processo Dell’Utri, il 5 novembre 1997. Notizia vera, ma concentrata tutta sul nome di Lo Forte,  mentre insieme con lui sono indagati anche altri  colleghi, dall’ex procuratore Pietro Giammanco  al suo fedelissimo Giuseppe Pignatone. Così  quel mattino, mentre si apre il processo al braccio destro di Berlusconi, tutti parlano dell’inchiesta sul braccio destro di Caselli. I fatti si commentano da sé. Il 10 ottobre 1997 Siino, da poco  pentito, dichiara alla Procura di Palermo che nel  febbraio ’95, quand’era ancora un confidente  del Ros, De Donno gli aveva chiesto notizie su Lo  Forte; poi il colonnello Mori l’aveva interpellato  su alcune brutte voci che circolavano sul conto  di colleghi carabinieri. Lui gli raccontò che nel  ’91 il maresciallo Antonino Lombardo (comandante dei carabinieri di Terrasini, all’epoca aggregato al Ros) aveva tentato di vendergli in anteprima il dossier “Mafia e appalti”, ovviamente top secret, in  cambio di denaro.  Lombardo si suicidò  poco dopo quelle rivelazioni, il 4 marzo  1995. Appena raccolte le dichiarazioni di  Siino, la Procura di Palermo – che ha pure  un’indagine aperta sul  suicidio Lombardo –  interroga De Donno e Mori. È il 13 ottobre  1997. I due ufficiali confermano gran parte delle  confidenze che Siino dice di aver fatto al Ros. Ma,  quanto all’offerta del dossier “Mafia e appalti”,  sostengono che Siino non la attribuì a Lombardo, bensì al tenente Carmelo Canale, suo cognato. Anche se li invitò a diffidare anche di Lombardo (la Procura, nella richiesta di archiviazione dell’indagine sul caso Lombardo, crederà a  Siino e definirà “quanto meno reticenti” e “contraddittorie” le dichiarazioni di Mori e De Donno). A questo punto, colpo di scena: pochissimi  giorni dopo la sua deposizione a Palermo, De  Donno si reca inopinatamente a Caltanissetta  per raccontare tutt’altra versione: e, cioè, che secondo Siino la fuga di notizie su “Mafia e appalti”  era opera di magistrati: Giammanco, Pignatone,  Lo Forte o altri. E poco dopo la sua deposizione,  ovviamente segretissima, la notizia arriva a Repubblica. E’ una dichiarazione di guerra del Ros  alla Procura di Palermo, che creerà contraccolpi  mediatici e politici anche sul processo Andreotti  e trasformerà Lo Forte in un’“anatra zoppa” proprio nel momento più delicato dei processi di  mafia e politica, per mesi e mesi, fino al completo proscioglimento di Lo Forte da ogni accusa.  Oggi, dopo quel che sta emergendo sulla trattativa fra Mori e De Donno da una parte e Ciancimino e i capimafia dall’altra, Sabella si interroga:  “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe  domande?”.</p>
<p>ATTO III  PARLA BRUSCA</p>
<p>Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono  sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta  in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo,  Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio. Gli fece intuire il nome dell’al l o ra  (estate 1992) ministro dell’Interno Nicola Mancino a proposito della “linea morbida” dello Stato  fra le due stragi. Gli raccontò che il covo di Riina  non era stato perquisito dal Ros nel timore di trovarvi le carte che provavano la trattativa e che il  boss dei boss teneva con sé in cassaforte; e che la  cattura di Riina era stata il frutto del tradimento  degli uomini di Provenzano, che l’avevano di fatto consegnato ai carabinieri.  Brusca rivelò pure che, da “indagini interne”, era  giunto alla conclusione che, verso settembre del  1992, un certo Francesco Brugnano aveva, per  conto di Provenzano, riferito notizie su Riina al  maresciallo Lombardo affinché le girasse al Ros.  Lo stesso Lombardo, infatti, nella lettera lasciata  prima di suicidarsi il 4 marzo 1995, aveva citato  un proprio contributo alla cattura di Riina, di cui  non c’era alcuna traccia ufficiale. Il 26 febbraio  ‘95, proprio pochi giorni prima del suicidio, il cadavere di Brugnano era stato fatto trovare nel bagagliaio di un’auto sotto la caserma di Terrasini  (dove Lombardo prestava servizio). Infine Brusca  aveva spiegato a Sabella che nel 1993 si era verificata una biforcazione fra l’ala Provenzano legata ai partiti della prima Repubblica e l’ala Riina  (capeggiata, dopo la cattura di Totò u’ curtu, dal  cognato Leoluca Bagarella) legata alla nascente  Forza Italia ideata da Dell’Utri. I tre esplosivi verbali furono secretati da Sabella, in attesa di essere  approfonditi .  Qualche mese dopo, nel rush finale del processo Andreotti in primo grado, Caselli lascia Palermo dopo quasi sette anni e si trasferisce al Dap, nella Capitale. Sabella, prima di trasferirsi anche lui a Roma, lascia gli esplosivi verbali di Brusca al nuovo procuratore Piero Grasso. Ma, nei cinque anni della sua gestione, non verranno mai approfonditi. Oggi che la tesi di Brusca trova conferme da varie fonti, anche esterne alla mafia e dunque insospettabili, Sabella si interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.</p>
<p>ATTO IV LA “DISSOCIAZIONE”</p>
<p>Nel maggio del 2000 Sabella è capo dell’Ispettorato del Dap. “Un giorno mi chiama il direttore Caselli e mi mostra una lettera firmata dal ministro della Giustizia Piero Fassino. E’ una richiesta di parere sui colloqui investigativi intrattenuti dal procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna con i boss detenuti: Pietro Aglieri, Piddu Madonia, Salvatore Buscemi e Giuseppe Farinella, che si sono detti disponibili a dissociarsi pubblicamente da Cosa Nostra a costo zero: ammetterebbero le loro responsabilità, per le quali peraltro sono già stati condannati a numerosi ergastoli, e non accuserebbero nessuno. Prima però Aglieri, a nome degli altri tre, chiede di poter incontrare Nitto Santapaola, Salvo Madonia, Carlo Greco e Pippo Calò, anch’essi disposti a dissociarsi. Mi torna alla mente un’intercettazione di Carlo Greco che il 18 luglio 1996 parlava col fratello Giuseppe e il cognato Salvatore Adelfio”. Adelfio domandava: “Scusami, ma è meglio pentito o dissociato?”. E Carlo Greco: “Meglio questo che quello… Ti sei dissociato? Allora gli puoi dire: mi avvalgo della facoltà di non rispondere, ma mi dissocio. Sì, è vero, facevo parte di questi membri, di queste cose, però non lo voglio fare più. Ho le mie responsabilità. E intanto mi guadagno uno sconto di pena e mi levano il 41 bis… Perlomeno dieci anni in meno, per queste cose. Minchia, stupido ti pare? Comunque ancora non l’hanno messa questa legge della dissociazione, ma appena entrerà in atto… Saranno pochi quelli che fra pentito e dissociato faranno il pentito. E se metteranno la dissociazione è buono, perché verranno 80 per cento di pentiti in meno e, invece, se non la mettono ci saranno un altro 80 per cento di pentiti. Perciò c’è da scegliere: quale vuole lei?”. “Faccio poi notare a Caselli che gli aspiranti dissociati sono tutti dell’area Provenzano. Il quale aveva tutto da guadagnare dalla dissociazione, sia per i suoi uomini, sia per quelli di Riina, che marcivano tutti quanti all’ergastolo e per giunta ristretti al 41 bis senz’alcuna speranza di uscirne se non da morti. Questi, gli stragisti, davano segni di crescente insofferenza e, se avessero ordinato qualche delitto politico rompendo la Pax Mafiosa che durava dal ’93, sarebbe fallita la strategia della trattativa, della convivenza e della sommersione, costringendo lo Stato a varare qualche legge antimafia. Con la dissociazione, chiunque avesse aderito avrebbe ottenuto la revoca del 41-bis, sconti di pena con la possibilità addirittura di vedersi trasformare l’ergastolo in una pena di 30 anni (che poi diventano 20 grazie alla ‘liberazione anticipata’), permessi premio, e così via. Una pacchia, in cambio di nulla. Decidemmo così di opporci alla dissociazione. Fassino sposò la nostra linea e la comunicò a Vigna”. Appena la notizia trapelò sui giornali, la Procura di Palermo entrò in subbuglio: il procuratore Grasso sapeva, ma non aveva detto niente ai suoi sostituti. Così fu costretto a dichiararsi pubblicamente contrario alla dissociazione dei boss. Ma si scoprì pure che, nel centrodestra, l’idea aveva i suoi bravi supporter: dall’onorevole avvocato Carlo Taormina (Forza Italia), che parlò addirittura di “soluzione politica” per i mafiosi, ad altri peones mandati avanti in avanscoperta con un apposito disegno di legge presentato in Parlamento per sondare il terreno. Lette con gli occhi di oggi, quelle avances sulla dissociazione modello terrorismo, splendidamente illustrate nella chiacchierata del boss Carlo Greco (“come per i terroristi”), assumono un significato agghiacciante: nel papello consegnato da Ciancimino jr. alla Procura di Palermo, si parla esplicitamente del “riconoscimento benefici dissociati Brigate Rosse per condannati di mafia”. Caselli e Sabella pensano di avere stoppato l’operazione, invece il 6 febbraio 2001 La Repubblica racconta che tutte le mafie d’Italia – Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona unita – chiedono a gran voce la dissociazione e hanno nominato come portavoce unico – per trattare con lo Stato – Salvatore Biondino, il capo del mandamento di San Lorenzo arrestato il 15 gennaio 1993 sull’auto insieme a Riina. Stavolta la proposta raccoglie un coro di aperture politiche, in parte trasversali. Ma le elezioni politiche sono alle porte e non se ne fa nulla. Almeno per qualche mese.</p>
<p>ATTO V, “DISSOCIAZIONE” BIS.</p>
<p>Nell’ottobre 2001 Sabella è ancora al Dap, anche se il nuovo ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha sostituito Caselli con l’ex procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra. Un magistrato che non può certo vedere di buon occhio Sabella: fu proprio quest’ultimo il primo pm a mettere in dubbio la versione del pentito Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato della strage di via d’Amelio ed era stato preso per buono dalla procura nissena retta da Tinebra (gli stessi dubbi avevano manifestato Ilda Boccassini, all’epoca “applicata” a Caltanissetta, e i pm di Palermo che avevano interrogato il pentito su Dell’Utri, Berlusconi e Contrada). Recentemente Scarantino è stato sbugiardato dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, che ha indotto i pm nisseni a chiedere la revisione delle condanne definitive emesse dalla Cassazione per via D’Amelio. Sabella, a Palermo, non aveva mai “utilizzato” Scarantino , ritenendolo inattendibile persino sugli omicidi che gli aveva confessato. Lo stesso Tinebra aveva poi accolto e coltivato la denuncia, poi rivelatasi infondata, del capitano De Donno contro Lo Forte proprio alla vigilia del processo Dell’Utri. Ed ecco, come per incanto, riaffacciarsi di fronte a Sabella il fantasma della “dissociazione”. Cioè dell’eterna trattativa Stato-mafia. “Nell’ottobre del 2001, mi telefona mia sorella Marzia, pm antimafia a Palermo. Mi dice che le è giunta da Rebibbia una richiesta di nullaosta per Salvatore Biondino, che vuole lavorare come ‘scopino’ in carcere, così la direzione del penitenziario chiede l’autorizzazione a tutte le procure che si occupano di lui. Chiedo un po’ in giro, e scopro che, facendo lo scopino, Biondino avrebbe libero accesso alle celle di Aglieri, Farinella, Madonia e Buscemi, i quattro ideologi della dissociazione. Avverto mia sorella che nega l’autorizzazione a Biondino e blocca tutto. Subito dopo stilo una relazione al mio nuovo capo, Tinebra, e suggerisco di allertare la polizia penitenziaria perché impedisca contatti anche casuali tra i boss coinvolti nel progetto dissociazione. La relazione è del 29 novembre 2001, giovedì. L’indomani, venerdì, è sul tavolo di Tinebra, ma lui è già partito per Caltanissetta per il weekend. La legge lunedì 3 dicembre e convoca il capo dell’ufficio detenuti, Francesco Gianfrotta, per chiedere spiegazioni. Gianfrotta si dice d’accordo con me e l’indomani, 4 novembre, lo mette per iscritto. Il 5 dicembre Tinebra, senza nemmeno parlarmi, sopprime il mio ufficio e mi revoca ogni incarico”. Due mesi prima Tinebra aveva definito all’Ansa la proposta di dissociazione di Calò “veramente interessante ”. E l’8 giugno 2000, nel pieno delle polemiche sulla prima proposta di dissociazione dei boss, aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dal titolo eloquente: “Dissociazione? Ero contrario, ora non più”. E aveva sostenuto di nutrire “seri dubbi” sul fatto che dietro la dissociazione ci fosse Provenzano, come aveva invece ipotizzato Sabella in un’intervista a Peter Gomez sull’Espresso. Dopodiché, appena Berlusconi aveva vinto le elezioni, aveva nominato proprio Tinebra, un raro esemplare di magistrato antimafia favorevole alla dissociazione a costo zero dei boss, a nuovo capo del Dap al posto di Caselli, che vi si era fieramente opposto. Lo stesso Tinebra aveva appena chiesto, in tandem col suo fedelissimo sostituto Salvatore Leopardi, l’archiviazione dell’inchiesta a carico di Berlusconi e Dell’Utri come possibili mandanti esterni delle stragi del 1992, con motivazioni talmente liberatorie da indurre il titolare del fascicolo, il pm Luca Tescaroli, a dissociarsi e ad andarsene polemicamente da Caltanissetta. E chi arriva all’Ispettorato del Dap, subito ricostituito da Tinebra dopo la cacciata di Sabella? Proprio il dottor Leopardi. Il quale sarà poi oggetto di un’indagine della procura di Roma a proposito di strane manovre al Dap per “orientare” e depotenziare, nel novembre del 2002, le rivelazioni del nuovo pentito Nino Giuffrè, guarda caso vicinissimo a Provenzano, a proposito di Dell’Utri. Manovre che non erano sfuggite all’occhiuto “analista” del Sismi Pio Pompa, uomo ombra del generale Niccolò Pollari, il quale aveva annotato in una delle sue informative che era “in atto il tentativo di ‘orientare’ le dichiarazioni” di Giuffrè, a cui i pm impegnati nell’inchiesta sulla morte di Roberto Calvi avevano rivolto domande su Dell’Utri e sulle attività del gruppo Fininvest in Sardegna. L’inchiesta sul Dap riguardava una sorta di “servizio segreto parallelo” messo in piedi nelle carceri italiane, per “monitorare” i mafiosi detenuti al 41 bis, dal Sisde allora diretto dal generale Mori. E infatti anche Mori fu sentito come testimone su quella vicenda, spiegando che la sua collaborazione con Leopardi e Tinebra era avvenuta attraverso canali del tutto istituzionali. Il tutto, ovviamente, “Siccome la soppressione del mio ufficio era, secondo me,  illegittima perché poteva deciderla soltanto il ministro,  scrissi a Castelli, ma questi mi mise alla porta. E lo stesso  fece di lì a poco il Csm. Capii quanto era debole un magistrato come me, mai iscritto ad alcuna corrente organizzata della magistratura. Avevo chiesto di essere trasferito alla procura di Roma, dove mi ero stabilito da meno  di tre anni. Ma il Csm mi rispose che a Roma non c’era n o  posti e mi trasferì a Firenze. Poi, proprio il giorno dopo, lo  stesso Csm applicò alla procura di Roma ben due magistrati più giovani di me: la prova che a Roma non c’era  posto, ma solo per me. Oggi, ripensando a quei mesi incredibili alla luce del papello, ho scoperto ciò che mai avrei  immaginato: e cioè che già nel 1992 Cosa Nostra aveva  chiesto una legge per la dissociazione dei boss. Così ho  maturato una serie di riflessioni pressoché obbligate: con i  miei ‘no’ alla dissociazione, avevo ostacolato per ben due  volte un disegno molto più grande di me, che passava sulla  mia testa e rimontava alla trattativa del 1992. Una trattativa mai interrotta (o forse una trattativa con Riina interrotta dalla strage di via D’Amelio ma subito proseguita,  stavolta positivamente, con Provenzano). Infatti, fra i vari punti del papello, molti dei quali francamente inaccettabili persino per uno Stato arrendevole come il nostro, il meno irrealizzabile (dopo la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, poi  disposta dal governo di centrosinistra nel 1997)  era proprio la dissociazione. Che, da sola, avrebbe  consentito allo Stato di esaudire indirettamente  quasi tutti gli altri: la fine dell’ergastolo, la fine del  pentitismo, la fine del 41 bis, la revisione delle condanne.  Oggi, rievocando la propria cacciata dal Dap, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.</p>
<p>ATTO VI  IL G8 E LE ACCUSE  INFONDATE</p>
<p>Torniamo al 2001. Metà luglio, per la precisione.  Mentre è ancora in servizio al Dap, Sabella viene  inviato al G8 di Genova per coordinare l’attività  dell’Amministrazione penitenziaria in vista delle  annunciate violenze dei black bloc e dei prevedibili arresti. Infatti vengono arrestati centinaia di  manifestanti: pochi violenti e molti ragazzi innocenti. Alcune decine di questi vengono selvaggiamente pestati nella caserma di Bolzaneto, anche  da alcuni elementi del Gom, il corpo speciale della  polizia penitenziaria. Sabella verrà indagato dalla  procura di Genova per non essere riuscito a impedire quelle violenze (i reati contestati erano  abuso d’ufficio e d’autorità contro arrestati o detenuti) e poi archiviato. Ma, sul piano umano, Sabella ha l’amaro in bocca:  “Dico la verità, quel giorno maledetto commisi un errore  di valutazione. Non mi accorsi che il piano per gli arresti  preventivi, a scopo di sicurezza, fu modificato in corso  d’opera forse proprio allo scopo di aizzare gli animi, soffiare sul fuoco e far esplodere gli scontri. Altro però non  posso rimproverarmi, perché non sapevo quel che stava succedendo nella caserma. Per un motivo molto semplice: non ero lì nel momento in cui si verificarono i pestaggi, ma da tutt’altra parte, nella caserma di Forte San Giuliano, dove non è successo niente. Lo dimostrano i tabulati dei quattro telefoni cellulari che usavo quel giorno. Chiesi, anzi pretesi dai magistrati di Genova che controllassero i miei spostamenti, perché nei miei confronti ogni sospetto fosse dissipato. Invece la procura non controllò nulla e chiese l’archiviazione. Le parti civili, in rappresentanza dei ragazzi pestati, si opposero. E io mi associai all’opposizione (contro una richiesta di archiviazione!): volevo che fossero condotte tutte le indagini più approfondite, pretendevo di uscire senza ombre. I carabinieri acquisirono finalmente i miei tabulati telefonici, ma rilevarono che il traffico relativo alla ‘cella’ territoriale che io occupavo durante le violenze era stato cancellato (su quattro cellulari!) e dunque era impossibile affermare se io mi trovassi a Bolzaneto o altrove. Non so chi avesse manomesso quei dati, ma in ogni caso era facilissimo localizzarmi: dove mi trovavo nelle ore delle violenze risultava dai tabulati delle chiamate in entrata, cioè delle telefonate che ricevevo in quel mentre. Visto che non lo faceva l’Arma, ricostruii tutti i miei movimenti e dimostrai che, quando ero a Bolzaneto, non c’era stata alcuna violenza contro detenuti. Ma, nonostante le mie carte parlassero chiaro, il giudice se n’è infischiato e ha emesso un provvedimento di archiviazione infamante: sostenendo, cioè, che ero responsabile delle violenze, ma per colpa e non per dolo. Una tesi giuridicamente aberrante, fra l’altro, visto che le lesioni sono punibili anche quando sono colpose. E allora perché non mi ha rinviato a giudizio per quel reato? Così almeno avrei potuto dimostrare la mia estraneità nel dibattimento. Invece, a quell’archiviazione di fango, non ho potuto nemmeno oppormi: è inappellabile”. L’indagine di Genova ha serie ripercussioni sulla carriera di Sabella: il Csm blocca il suo avanzamento in attesa che si definisca il procedimento di Genova. “Feci presente al Csm che i pm non avevano indagato a fondo e chiesi al procuratore generale della Cassazione e all’Ispettorato del ministero di aprire un procedimento disciplinare contro il gip che mi aveva archiviato in quel modo scandaloso. Produssi anche alla IV Commissione del Csm una memoria dettagliata dove dimostravo tutto per tabulas, con vari atti allegati, perché fossero valutati nel decidere del mio avanzamento in carriera. Ma non ci fu nulla da fare. Un muro di gomma dopo l’altro. La mia carriera in magistratura è stata definitivamente compromessa con una delibera del Csm che ignorava totalmente i miei meriti di magistrato antimafia, ma anche la mia memoria sui fatti di Genova, sulle stranezze presenti nei miei tabulati telefonici e sulle omissioni dei colleghi. Il 27 febbraio 2008, vado a riprendermi le carte che avevo prodotto sui fatti di Genova. Le cerco nel mio fascicolo personale al Csm. Sparite. Lo stesso giorno presento un’istanza per sapere dove sono finite e se sono state valutate nella pratica sulla mia promozione: scoprirò che sono state archiviate ed espunte dal mio fascicolo con una decisione adottata dall’Ufficio di presidenza del Csm, con a capo il vicepresidente Nicola Mancino. Che combinazione: ritrovo Mancino dieci anni dopo che Brusca mi aveva parlato di lui in quel verbale secretato”. Ma non è tutto. “La stessa sera di quel 27 febbraio, guarda caso, proprio dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia, radicalmente falsa, che mi sarei candidato alle elezioni politiche nel Pdl, in quota Alleanza nazionale. Immaginare l’entusiasmo nei centri sociali alla notizia che ‘il boia di Bolzaneto’  era stato adeguatamente ricompensato con una candidatura nella destra! Mettere in circolo quella bufala significa non solo delegittimarmi, ma anche compromettere la mia sicurezza: ora un possibile attentato nei miei  confronti può essere comodamente attribuito a qualche  gruppo eversivo di estrema sinistra (Cosa Nostra aveva  fatto lo stesso con Carlo Alberto Dalla Chiesa tentando di  far rivendicare alle Br l’agguato all’allora prefetto di Palermo). Tant’è che, essendo senza scorta, ricomincio a  girare armato. E chiedo al Csm di rivedere la valutazione  sul mio conto in base agli atti che avevo prodotto: mi rispondono picche. Intanto scopro da un articolo di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera che il mio nome  compare nei dossier di Pio Pompa, l’analista del Sismi ai  tempi in cui il servizio segreto militare era legato mani e  piedi alla security della Telecom. E, si badi bene, il mio  nome compariva accanto a quello di altri magistrati antimafia di Palermo. Ma accanto al mio non c’è la sigla  “Pa”, bensì la sigla “Ge”. E io a Genova ci sono stato solo  a Fir  mai più ripristinata  nei giorni del G8. E guarda caso usavo schede Telecom. E,  guarda un po’ la combinazione, qualcuno ha cancellato i  tabulati che mi scagionavano dai fatti di Bolzaneto. E tutto  questo il Csm lo sapeva (o perlomeno doveva saperlo),  avendo ricevuto subito le informative sui magistrati spiati  dal Sismi. Ma nessuno mi aveva detto nulla, tant’è che l’ho  appreso dai giornali. Oggi mi domando: qualcuno voleva  levarsi dai piedi il sottoscritto al Dap per spianare la strada  alla dissociazione, ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo) del 1992? Sono paranoico, oppure sono  autorizzato a farmi certe domande?”.</p>
<p>ATTO VII  L’ATTENTATO  DEI MISTERI</p>
<p>Il 15 febbraio 2002 Sabella si insedia alla procura di  Firenze. L’indomani, giorno 16, è un sabato. Eppure il prefetto della città Achille Serra (ex deputato di Forza<br />
Italia e futuro deputato del Pd) convoca d’urgenza il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, che revoca la scorta a Sabella e la  sostituisce con una semplice “tutela” (un solo uomo). Ma solo nel territorio fiorentino: niente scorta né tutela nei suoi spostamenti a Roma, dove vivono la moglie e la figlia, né in Sicilia, dove abitano  i genitori. La decisione del Cosp è stata sollecitata  dal direttore del Dap, Tinebra, che ha comunicato  l’indisponibilità a prestare ancora per la sua scorta  gli uomini della polizia penitenziaria. E dire che  soltanto 15 giorni prima il Comitato per l’ordine e  la sicurezza di Roma, applicando le nuove direttive del Viminale sulla riduzione delle scorte, aveva tagliato i servizi di protezione a decine e decine  di personalità, ma a Sabella aveva confermato la  scorta con due auto e quattro uomini, ritenendolo  evidentemente un obiettivo ad alto rischio. Lui, il  magistrato che ha catturato più boss mafiosi facendone condannare alcune decine a migliaia di  anni di carcere, è allibito: “Mi turba l’incredibile confusione che caratterizza la gestione delle misure di protezione di noi magistrati. Quando ho chiesto alla prefettura i motivi di una decisione così radicale, il capo di gabinetto non sapeva nemmeno chi ero e che ero stato pm  a Palermo. Evidentemente non avevano neanche il mio  fascicolo. Tanto che il lunedì successivo dalla prefettura mi  avevano chiesto di fornire loro la mia data di nascita, che  evidentemente non avevano!”.  Il gruppo Ds rivolge al  governo un’interrogazione parlamentare firmata anche da Luciano  Violante e Beppe Lumia. Il prefetto Serra liquida la faccenda con  parole sprezzanti: “Ribadisco che non intendo fare alcun commento sul merito della decisione, già valutata in  ben quattro riunioni  del Cosp alla presenza  e col parere di alti magistrati (strano, visto che Sabella è giunto a Firenze da un giorno soltanto, ndr).  Ma voglio stigmatizzare le critiche di sottovalutazione rivolte dal magistrato al capo di gabinetto  della prefettura perché ingiuste e grossolane. Peraltro basta leggere le dichiarazioni del pm Sabella: si commentano da sole” (Ansa, 21 maggio  2002). Il procuratore capo Ubaldo Nannucci si  schiera col suo sostituto: “Sono intervenuto sia sul  prefetto di Firenze sia sul ministero per segnalare  l’estrema delicatezza della posizione del collega  Sabella. Il problema, evidentemente, è nell’interpretazione del concetto di ‘attualità del pericolo’  che corre un magistrato. Certo, se il rischio è attuale durante un processo di rilievo, non è che il  giorno dopo la sentenza, quando il processo è finito, quel rischio cessa” (Ansa, 22 maggio 2002).  Passa poco più di un anno e il 28 ottobre Lirio Abbate rivela sull’Ansa che la procura di Palermo ha  appena scoperto un progetto di attentato mafioso  ai danni di un magistrato. Da una conversazione  intercettata durante un summit di mafiosi vicini a  Provenzano in un casolare fra le province di Agrigento e Palermo, si sentono i boss parlare di un  ordine partito dalle carceri e firmato da Leoluca  Bagarella di “far saltare la macchina del giudice”,  con l’assenso di Provenzano. “Il procuratore Piero  Grasso – scrive l’Ansa – ha informato subito della  vicenda il capo della polizia, Gianni De Gennaro,  e il prefetto di Palermo per rafforzare le misure di  sicurezza ai magistrati impegnati nella lotta alle  cosche. Nella trascrizione – effettuata l’11 ottobre  scorso, ma il dialogo sarebbe di alcuni mesi prima – non compare il nome del magistrato nel mirino  di Cosa Nostra. I pm della Dda, che al momento  fanno solo ipotesi, hanno avviato uno screening  per cercare di individuare l’obiettivo delle cosche  mafiose. Nessuno dei presenti (al summit, ndr) è stato identificato perché in quel momento non  era operativo un servizio di osservazione. Il progetto di attentato potrebbe essere collegato al  ‘proclama ’ di Bagarella pronunciato il 12 luglio  2002 durante un processo a Trapani. In quell’occasione il boss, parlando a nome di tutti i detenuti  dal carcere de L’Aquila sottoposti al carcere duro  previsto dal 41 bis, fece riferimento a ‘promesse  non mantenute’ e a strumentalizzazioni ‘politiche ’. Dall’intercettazione emerge che la vittima  designata da Cosa Nostra sarebbe un magistrato  che abita in una piazza in cui arrivano furgoni. Secondo quanto emerge dall’intercettazione, infatti, il ‘gruppo di fuoco’ si sarebbe dovuto nascondere all’interno del furgone per compiere l’attentato contro l’auto del magistrato” (Ansa, 28 ottobre 2003). L’indomani, altri particolari: “Il progetto di attentato nei confronti di un magistrato che  sarebbe stato messo a punto dalle cosche, scoperto in seguito ad alcune intercettazioni ambientali  in un casolare della provincia di Agrigento, secondo i pm della Dda di Palermo ‘non sarebbe stato  accantonato’” (29 ottobre 2003). Ma il nome del  candidato all’obitorio la procura di Palermo non  lo fa.  “Soltanto un cieco poteva ignorare gli elementi che, in  quell’intercettazione, portavano tutti nella mia direzione.  Con chi ce l’aveva sommamente Bagarella, se non con  colui che l’aveva arrestato, si era occupato del ‘suo’ 41 bis  e aveva fatto parlare quasi tutti i suoi fedelissimi? E poi  l’intercettazione ambientale era avvenuta in contrada Acque Bianche, nel comune di Bivona dove sono nato, a  qualche centinaio di metri in linea d’aria da casa mia.  Nell’intercettazione, peraltro molto confusa per la scarsa  qualità della registrazione e i continui fruscii e rumori di  fondo, uno dei mafiosi dice che volevano attaccare qualcosa alla macchina del giudice, che conosce il posto e che  sa “che c’è scritto La Barbera”. Secondo la procura, si  riferiva al pentito Gioacchino La Barbera. Ma La Barbera  è il cognome di mia madre e davanti casa mia, tuttora, c’è  la targa dello studio legale dei miei: ‘Studio legale Sabella-La Barbera’. Seppi poi che, quando la cosa era finita sui  giornali, il presunto capomafia locale, nel bar del paese,  aveva stretto platealmente la mano a mio padre (storico  esponente del Pci della zona: i due non si erano mai guardati in faccia prima di allora). Come a dire che l’attentato  non aveva il suo consenso. In qualche modo, mi aveva  salvato la vita. Ma in quei giorni la procura diretta da Piero  Grasso, impegnato in un duro braccio di ferro con i cosiddetti ‘caselliani’, ritenne di non far uscire il mio nome. Tant ’è che fu il mio capo di Firenze a dire ciò che era chiaro  a tutti quelli che avevano letto quei brani di conversazione”.  Infatti il 30 ottobre il procuratore Nannucci dichiara all’Ansa:“C’è una buona probabilità che fosse il pm Alfonso Sabella l’obiettivo del progetto di  attentato della mafia contro un magistrato”.L’Ansa  aggiunge che Nannucci “ha già informato il procuratore generale per avviare la procedura per assegnare la scorta a Sabella, che ora ha la tutela, con  un solo agente che lo protegge”, e “a brevissimo  termine dovrebbe essere convocata una riunione  del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica  in prefettura per decidere in merito. Sabella ha  spiegato di non sapere ‘quanto sia fondato o meno’ il progetto di attentato nei suoi confronti: ‘Ho  letto gli articoli di giornale e ho avuto informazioni molto generiche dai miei colleghi di Palermo.  Tutto ciò rientra comunque nel normale rischio di  chi si occupa di mafia: lo abbiamo messo in conto…’”. Oggi, per completezza, aggiunge: “La scorta non mi fu riassegnata nemmeno dopo quel progetto di  attentato. Anzi, un paio di anni dopo mi levarono pure la  semplice tutela”.  Oggi, Sabella non riesce proprio a non collegare la  revoca della scorta e quel progetto di attentato al  suo “peccato originale”: aver ostacolato la trattativa, prima come magistrato a Palermo, poi come  funzionario del Dap: “Sono stato il primo a raccogliere,  già dieci anni fa, le rivelazioni di Brusca sulle stragi, la trattativa e la mancata perquisizione del covo di Riina. Il primo (con Ilda Boccassini) a dubitare dell’attendibilità di  Scarantino. Ho tagliato fuori il Ros dalla cattura dei grandi latitanti, ho addirittura chiesto di esonerarlo dalle indagini  per la cattura di Provenzano. Ho fatto saltare il complotto  provenzaniano del ritorno a delinquere dei pentiti. Ho  mandato all’aria due volte l’ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo), quella chiamata ‘dissociazione’. E, da cacciatore di mafiosi che ero, sono stato cacciato  dal Dap e quasi cacciato dal Csm. Da predatore a predato. Intanto tutti quelli che in questi 17 anni hanno favorito la trattativa hanno fatto carriere strepitose. Sono  paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.</p>
<p>Autorizzato, dottor Sabella. Autorizzato.</p>
<p><strong><br />
Marco Travaglio (Da </strong><a class="blank" href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/" target="_blank"><strong>Il Fatto Quotidiano</strong></a><strong> dei gioni 10 e 12 Novembre)</strong></div>
</blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Pentito Grigoli: ''Stragi per costringere Stato a scendere a patti'']]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/13/pentito-grigoli-stragi-per-costringere-stato-a-scendere-a-patti/</link>
<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 18:59:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Fonte: Pentito Grigoli: &#8221;Stragi per costringere Stato a scendere a patti&#8221;. Le stragi di ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2041:pentito-grigoli-stragi-per-costringere-stato-a-scendere-a-patti-&#38;catid=19:i-mandanti-occulti&#38;Itemid=39">Pentito Grigoli: &#8221;Stragi per costringere Stato a scendere a patti&#8221;</a>.</p>
<blockquote><p>Le stragi di mafia del &#8216;92 e del &#8216;93 erano state fatte &#8220;per costringere lo Stato a scendere a patti&#8221;.<br />
E&#8217; quanto dice il pentito di mafia Salvatore Grigoli l&#8217;assassino reo confesso di don Pino Puglisi, in un interrogatorio dello scorso 5 novembre reso ai magistrati di Firenze.</p>
<div style="text-align:justify;">Il verbale è stato trasmesso adesso ai magistrati di Palermo, che lo hanno messo a disposizione del pg Antonino Gatto, rappresentante dell&#8217;accusa nel proceso d&#8217;appello a carico del senatore Marcello Dell&#8217;Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Grigoli era già stato ascoltato nel 1997, ma una settimana fa è stato risentito dal Procuratore aggiunto di Firenze Giuseppe Nicolosi e dal pm Alessandro Crini.<br />
Grigoli spiega poi ai pm fiorentini che &#8220;tra di noi si diceva che già nel passato era accaduto che lo Stato sotto pressione aveva contattato gente di Cosa nostra per fare da tramite con gruppi terroristici, come le Brigate rosse, per trovare un accordo&#8221;.</div>
<p>Grigoli parla anche dei &#8220;contatti politici&#8221; con Cosa nostra: &#8220;La fonte di informazione &#8211; dice &#8211; anche in questo caso era Nino Mangano (ritenuto vicino ai boss Graviano di Brancaccio ndr)&#8221;. E sul senatore imputato dice: &#8220;Mangano mi disse che i Graviano avevano un canale diretto con Dell&#8217;Utri. In effetti ricordo che all&#8217;epoca vi fu la vicenda del movimento politico che volevamo costituire, denominato &#8216;Sicilia Libera&#8217;. Era un movimento che doveva rappresentare una sorta di Lega meridiconale, con presenze dirette di esponenti di Cosa nostra. La questione di &#8216;Sicilia Libera, a un certo punto, non fu più portata avanti perchè noi tutti fummo orientati verso il nascente movimento Forza Italia&#8221;. E aggiunge: &#8220;Dopo le elezioni tutti confidavamo in Berlusconi e si diceva che solo lui ci poteva salvare&#8221;.<br />
Alla richiesta dei magistrati come mai il pentito Grigoli riveli solo oggi, a distanza di dodici anni, il nome di Marcello Dell&#8217;Utri, il collaboratore di giustizia spiega: &#8220;Nelle mie dichiarazioni ho sempre detto la verità. Pero&#8217; una cosa è parlare di un omicidio, fornendeo tutti i necessari riscontri, altra cosa è parlare di queste tematiche. In sostanza ho sempre temuto che affermazioni come quella che ho fatto oggi potessere finire con il fare mettere in dubbio tutte le mie precedenti dichiarazioni&#8221;. E aggiunge: &#8220;Visto che mi chiedete di specificare se vi fossero delle relazioni tra le stragi e questi contatti politici, rispondo che questo non posso dirlo e comunque non lo ricordo. Certamente, quando Nino Mangano mi riferiva di questo contatto politico con Dell&#8217;Utri, era l&#8217;epoca delle stragi. Sia prima che dopo l&#8217;arresto dei Graviano&#8221;.<br />
&#8220;Con Nino Mangano &#8211; aggiunge ancora il pentito di mafia &#8211; parlavo di queste cose da solo. Con lui avevo un rapporto molto stretto e di completa fiducia&#8221;. Dice anche di non sapere &#8220;se nel canale con dell&#8217;Utri tenuto dai Graviano vi fossero interessi anche di tipo imprenditoriale&#8221;.<br />
&#8220;Da sempre Cosa nostra &#8211; spiega ancora il collaboratore &#8211; ha cercato contatti con politici a vari livelli. Quello di Dell&#8217;utri, per me, era in quel momento un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Poiche&#8217; mi fate presente che si trattava della persona che aveva avviato un progetto politico ancora in fase di realizzazione, posso ritenere che il programma fosse quello di seguire questo progetto. Quello che è certo è che Nino Mangano me ne parlò come di un contatto politico&#8221;.</p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[LA CRISI NEL PDL -  A Massa di Somma la moglie di Matteo Ciano vota alle primarie del Pd, è scontro aperto nel partito delle (troppe) Libertà]]></title>
<link>http://loravesuviana.wordpress.com/2009/11/13/la-crisi-nel-pdl-a-massa-di-somma-la-moglie-di-matteo-ciano-vota-alle-primarie-del-pd-e-scontro-aperto-nel-partito-delle-troppe-liberta/</link>
<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 10:21:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>Paolo Perrotta</dc:creator>
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<description><![CDATA[MASSA DI SOMMA &#8211; Dopo la nomina del capogruppo consiliare, dei coordinatori del partito e l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-7356" title="matteo_ciano" src="http://loravesuviana.wordpress.com/files/2009/11/matteo_ciano.jpg" alt="matteo_ciano" width="448" height="332" /></strong></p>
<p><strong>MASSA DI SOMMA</strong> &#8211; Dopo la nomina del capogruppo consiliare, dei coordinatori del partito e l&#8217;ottima partecipazione alle primarie del 25 ottobre pare che nel Pd massese sia tornato il sereno. Al contrario, nel Pdl massese le acque sono ancora agitate. Con una nota congiunta i due consiglieri massesi del Pdl, Ciro Boccarusso e Antonio Battaglia, hanno commentato la partecipazione alle primarie del Pd della moglie del consigliere Pdl Ciano. <!--more-->&#8220;E&#8217; gravissimo &#8211; hanno dichiarato i due consiglieri ex An &#8211; che la moglie di un consigliere comunale che ha aderito al Pdl vada a votare alle primarie del Pd. In attesa che venga chiarito il gruppo dirigente del Pdl massese a norma dello statuto nazionale gli unici che possono parlare per conto del Pdl siamo noi che da sempre abbiamo militato in An, partito confluito nel nuovo soggetto politico. I delegati all&#8217;assemblea non sono menzionati nello statuto&#8221;. Sulla questione massese è intervenuto difendendo Ciano il consigliere regionale del Pdl Fulvio Martusciello. &#8220;Il Pdl vive ancora una fase di transizione. In attesa della definizione del gruppo dirigente locale l&#8217;unico rappresentante del Pdl a Massa di Somma è Ciano, unico delegato cittadino alla prima assemblea del Pdl. Per quanto riguarda la moglie ognuno è libero di fare in piena libertà le proprie scelte senza condizionamenti&#8221;. Anche Ciano ha replicato a Boccarusso e Battaglia. &#8220;Prima che si costituisse il Pdl ero io che rappresentavo Forza Italia in città. Mi associo alle parole di Martusciello e invito ad abbassare i toni e ricordo che quando si afferma che Ciano è la vergogna politica del paese non si attacca me ma il Pdl, partito che rappresento&#8221;.</p>
<p><strong>Salvatore Esposito</strong></p>
<p><a href="mailto:redazione@loravesuviana.it"><strong>redazione@loravesuviana.it</strong></a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/07/quel-viaggio-in-sardegna-dei-fratelli-graviano/</link>
<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 06:37:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano. Chi ci ha lavorato sopra dice che quei cellulari par]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=1991:quel-viaggio-in-sardegna-dei-fratelli-graviano&#38;catid=19:i-mandanti-occulti&#38;Itemid=39">Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano</a>.</p>
<blockquote><p>Chi ci ha lavorato sopra dice che quei cellulari parlano. Raccontano storie di sangue e di tritolo. Di bombe e di patti segreti. Ma anche vicende minime: l’amore di <strong>Giuseppe e Filippo Graviano</strong>, i due boss di Bracaccio responsabili delle stragi del ‘93, per Rosalia e Francesca; le vacanze in coppia; la strana passione dei due fratelli per i viaggi e per i luoghi di vacanza più o meno esclusivi.<br />
Sì, perchè i Graviano, mentre organizzavano gli attentati alle opere d’arte e, secondo il pentito <strong>Gaspare Spatuzza</strong>, trattavano un accordo politico con <strong>Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi</strong>, percorrevano l’Italia avanti e indietro. I tabulati telefonici, incrociati con decine e decine di testimonianze raccolte dalla Dia (direzione investigativa antimafia), ci mostrano i due fratelli e le rispettive fidanzate che, insieme a un amico, vanno in febbraio al Carnevale di Venezia. Poi i due ragazzi terribili si spostano a Abano Terme, ospiti del proprietario di un tv privata siciliana. Quindi arrivano a Riccione, dove da maggio a giugno, i mesi in cui si verifica il fallito attentato a <strong>Maurizio Costanzo</strong> e la strage fiorentina dei <strong>Georgofili</strong>, affittano un appartamento ammobiliato.    Da lì un nuovo trasloco. A inizio estate i Graviano sono i Versilia in una villa affittata dal proprietario di un’importante scuderia di trotto. Infine, dopo la bomba milanese di Via Palestro, il colpo di testa. O forse di genio. Mentre il leader del Psi, <strong>Bettino Craxi</strong>, fiaccato dagli avvisidi garanzia di Mani Pulite, dice ai giornali “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”, <strong>Giuseppe e Filippo</strong> arrivano in Sardegna. Prendono un volo della Meridiana e in agosto sbarcano in Costa Smeralda. Lì vanno adabitare per quasi due mesi in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dal buen retiro estivo del futuro presidente del Consiglio. Cosa accada a Porto Rotondo, non è chiaro. Anche lo scorso agosto i due boss, sono stati interrogati dai magistrati di Firenze titolari delle indagini sulle stragi del ‘93, ma si sono rifiutati di rispondere. Nelle carte in mano agli investigatori restano però molti sospetti e qualche certezza. In Costa Smeralda <strong>Giuseppe e Filippo</strong>, mentre l’Italia segue con il fiato sospeso gli sviluppi dell’indagine sulla maxi-tangente Enimont (quasi 100 miliardi di lire versati dai vertici del gruppo Ferruzzi a tutto il pentapartito), fanno la bella vita. Vestiti come sempre con capi firmati da Versace, riescono a imbucarsi in un grande ricevimento organizzato da una famiglia di celebri industriali del nord, fanno amicizia con i vicini di casa e pensano al futuro.</p>
<p>I problemi di Cosa Nostra sono tanti. La prima presunta trattativa con lo Stato, quella condotta dall’ex sindaco mafioso di palermo <strong>Vito Ciancimino</strong>, non ha portato a nessun risultato. <strong>Totò Riina</strong>, il 15 gennaio del ‘93, è stato arrestato. La pressione sulla mafia non si èallentata. E <strong>Luchino Bagarella</strong>, dopo aver visto finire in manette suo cognato Totò, ha riunito i cristiani (gli altri mafiosi ndr) e ha detto: “Non cambia niente. Finché c’è un corleonese fuori si va avanti come prima”. Solo <strong>Bernardo Provenzano,</strong> l’alter ego di Riina a cui i Graviano &#8211; ma lo si scopre solo oggi &#8211; erano particolarmente legati, ha sollevato dei problemi: va bene &#8211; ha detto &#8211; ma voglio che gli attentati avvengano al nord. Era stato così che Giuseppe e Filippo si erano messi in viaggio: alla ricerca di obbiettivi e, soprattutto, di nuovi contatti politici. Gente con cui stringere un patto. Persone importanti con cui mettersi d’accordo. La mafia, raccontano i collaboratori di giustizia, per mesi aveva flirtato col Partito Socialista. Ma poi era esplosa Tangentopoli e, se davvero il cavallo su cui puntava Cosa Nostra era Craxi, quello era morto, ucciso dagli avvisi di garanzia, quasi prima di partire (Giuseppe Graviano, con il pentito Spatuzza, definirà i socialisti “dei cornutazzi”). Il 4 aprile del 1993, anzi, il segretario del Psi incontra ad Arcore Berlusconi. <strong>Ezio Cartotto</strong>, un ex democristiano assunto come consulente nel giugno del ‘92 da Marcello Dell’Utri per spiegare agli uomini di Publitalia i segreti della politica, dirà ai pm che proprio quel giorno Forza Italia comincia realmente a prendere corpo. Craxi infatti fa di tutto per convincere il Cavaliere a organizzare un partito che possa far argine all’avanzata delle sinistre. “Hai la bomba atomica, hai la televisione, usala!”, incalza l’amico. Berlusconi non sa che pesci pigliare: “Certe volte mi metto a piangere da solo sotto la doccia. Mi diranno che sono mafioso, mi diranno e faranno di tutto”. In ogni caso i preparativi per il nuovo partito &#8211; che non si sa ancora da chi sarà guidato &#8211; s’intensificano. Ad Arcore le riunioni si succedono alle riunioni. E in prima fila, nell’insistere per la discesa in campo del Cavaliere, ci sono Del’Utri, il big boss di Programma Italia <strong>Ennio Doris, e Cesare Previti. Fedele Confalonieri e Gianni Letta</strong> invece frenano. La situazione è complicata. Molti uomini Fininvest sono sotto inchiesta (Il 22 luglio il gruppo verrà perquisito dalla Guardia di Finanza). Bisogna per forza muoversi.</p>
<p>Il 4 giugno Berlusconi annuncia anche a <strong>Indro Montanelli</strong> la sua decisione: il raggruppamento dei moderati si farà e lui ne sarà il capo. Poi, il 12 luglio, fa inviare a la redazione de Il Giornale un fax sull’atteggiamento (molto critico) che i suoi media devono tenere rispetto a Mani Pulite. Un particolare sorprende: nel documento si parla pure delle indagini contro Cosa Nostra. Per Berlusconi è grave che “sulla base di dichiarazioni dipentiti per lo più inattendibili o compiacenti” i giudici “aggiungano al capo di accusa l’ulteriore addebito dell’associazione di stampo mafioso che priva l’inquisito di fondamentali garanzie processuali in materiadi libertà personale e di prova ”. Ma tant’è. In Fininvest ormai si discute solo di inchieste e di politica.</p>
<p>A fine luglio Berlusconi annuncia a <strong>Giuliano Urbani</strong> l’intenzione di restare ad Arcore per proseguire con gli incontri. In realtà poi il Cavaliere a Porto Rotondo ci andrà, eccome. Quasi ogni week-end, e forse durante il periodo di Ferragosto, Berlusconi è in Sardegna, dove a fine mese, a tavola, ha una lunga discussione con Letta e Confalonieri (“io esposi il mio pensiero in maniera piuttosto vivace” ha raccontato proprio Letta durante il processo Dell’Utri).</p>
<p>E i Graviano, cosa fanno? Ufficialmente vacanze, ma in realtà preparano l’omicidio di <em><strong>don Pino Puglisi</strong></em> e un nuovo viaggio. Questa volta la meta è Milano dove resteranno da fine novembre fino al 27 gennaio, quando verrano arrestati. Diecigiorni prima però, secondo Spatuzza, Giuseppe aveva fatto una puntata a Roma e seduto a un tavolino del bar Doney, era apparso raggiante. L’accordo con Berlusconi e dell’Utri (“persone serie”) per lui era cosa fatta. E ripeteva: “Ci siamo messi il paese nelle mani”.</p>
<p><strong>Peter Gomez</strong> <strong>(da </strong><a class="blank" href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/" target="_blank"><strong>Il Fatto Quotidiano</strong></a><strong> del 6 novembre 2009)</strong></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[I fantasmi del '93]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/03/i-fantasmi-del-93/</link>
<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 21:55:35 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/03/i-fantasmi-del-93/</guid>
<description><![CDATA[Fonte: I fantasmi del &#8216;93. Scritto da Peter Gomez Stragi, l’archiviazione di Berlusconi e Dell]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Fonte: <a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=1976:i-fantasmi-del-93&#38;catid=20:altri-documenti&#38;Itemid=43">I fantasmi del &#8216;93</a>.</p>
<blockquote><p>Scritto da Peter Gomez<br />
<strong><em>Stragi, l’archiviazione di Berlusconi e Dell’Utri. Ma per il gip “plausibile” l’intesa con i piani dei boss. </em></strong><br />
“Plausibilità”: la grande ossessione giudiziaria di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri ruota tutta intorno a questa parola. A metterla nero su bianco, ormai undici anni fa, era stato Giuseppe Soresina, il giudice che a Firenze ha archiviato la prima indagine sui presunti complici senza volto di Cosa Nostra nelle stragi dell’estate 1993. Allora, nascosti dietro i nomi “Autore Uno” e “Autore Due”, Berlusconi e Dell’Utri si erano ritrovati per ventiquattro mesi iscritti sul registro segreto degli indagati della procura toscana. Poi, per scadenza termini, tutto era stato chiuso. E il gip Soresina aveva spiegato che “l’ipotesi di indagine (il coinvolgimento del premier e dell’ideatore di Forza Italia nelle attività terroristiche e eversive dei boss palermitani Giuseppe e Filippo Graviano ndr)” aveva “mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”. Ma che, in quei due anni di lavoro, non era stata trovata “la conferma alle chiamate de relato (cioè per sentito dire ndr)” di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti dei commando mafioso in azione nel nord italia, pentiti dopo il loro arresto.</p>
<p>Certo, aggiungeva il magistrato, “gli elementi raccolti” dalla procura non erano pochi. Il giudice si era convinto &#8211; al pari dell’attuale procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, cofirmatario della richiesta di archiviazione &#8211; che Berlusconi e Dell’Utri avessero “intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato” Pensava che “tali rapporti” fossero “compatibili con il fine perseguito dal progetto” della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa Nostra, a partire da quelle sulle carceri e sulla giustizia. Ma tutti quegli indizi non erano “idonei a sostenere l’accusa in giudizio”. Per cui “solo l’emergere di nuovi elementi” avrebbe a quel punto potuto portare alla riapertura dell’inchiesta per “attribuire concretezza all’ipotesi” formulata.</p>
<p>Ecco, se si vuole capire che cosa c’è dietro alle continue polemiche   sulla riforma della giustizia e delle intercettazioni, dietro alle accuse “ ai pm comunisti” e ai magistrati “geneticamente diversi dal resto della razza umana” bisogna cominciare da qui. Dalle due pagine del decreto di archiviazione firmate dal giudice fiorentino il 16 novembre del 1998. Berlusconi, infatti, pensava proprio a quel documento quando in settembre, a freddo, aveva urlato: “È follia pura. So che ci sono fermenti in Procura, a Palermo, a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del &#8216;93, del &#8216;92, del &#8216;94&#8230; Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese”.</p>
<p>Una denuncia precisa, nata dai boatos che in quei giorni raccontavano come il nuovo pentito Gaspare Spatuzza, sottoposto a continui interrogatori da parte dei pm di Firenze, Milano e Palermo, parlasse dei presunti legami tra lui, Dell’Utri e i Graviano.</p>
<p>Oggi sappiamo che Spatuzza, non accusa il premier e il senatore azzurro di essere i mandanti occulti delle stragi. Dice invece che Giuseppe Graviano, già nel gennaio del ‘94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi e raggiante ripeteva: “Ci siamo messi il Paese nelle mani”. Ma questo non basta per tranquillizzare il Cavaliere. Il capo del Governo teme che possano ora emergere gli esatti risvolti politici di quell’epoca di sangue. E non lo consola il fatto che a Palermo non si lavori su di lui, ma solo per scoprire tutti gli aspetti della presunta trattativa Stato-mafia di quei mesi. O che a Firenze e Milano si indaghi solo per individuare con esattezza i complici (non ancora processati) dell’attentato di via Palestro, in cui morirono tre vigili del fuoco, un vigile urbano e un immigrato extracomunitario.</p>
<p>A far paura non è insomma più solo la prospettiva che dopo Spatuzza si possano registrare altre defezioni tra le fila degli esecutori materiali delle stragi, magari a partire dal pentimento dei Graviano. Spaventano pure gli sforzi per ricostruire con precisione tutti gli spostamenti nel nord italia dei boss di Brancaccio. Chi hanno incontrato i due imprenditori stragisti (i Graviano a Palermo erano degli importanti costruttori) nel 1993? Perchè per oltre due mesi hanno trascorso la loro latitanza a Milano? Davvero si può dimostrare, documenti alla mano, che Berlusconi e Dell’Utri li hanno visti nei mesi in cui mettevano a ferro e fuoco l’Italia? Cosa Nostra, del resto, in quel periodo faceva la guerra, per fare la pace. Piazzava le bombe per condizionare la politica. Voleva a tutti i costi trovare qualcuno con cui stringere un nuovo patto. Per questo, in molti, fuori dal circuito dei clan sapevano con esattezza cosa stava accadendo. Lo sapeva, per esempio, l’allora senatore democristiano Vincenzo Inzerillo. Con lui, secondo i magistrati fiorentini, i Graviano ragionavano spesso degli attentati. Ma Inzerillo, attualmente ancora sotto processo a Palermo per fatti di mafia, non denunciò mai nulla. E a Firenze la sua posizione è stato archiviata, non per mancanza di riscontri, ma perché alla fine gli investigatori si sono convinti che Inzerillo avesse tentato di spingere i Graviano a desistere dal loro programma stragista. Inzerillo, insomma, non ha responsabilità penali, ma solo morali. Sapeva tutto, ma non disse niente.</p>
<p>E forse non era il solo.</p>
<p><strong><br />
Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2009)</strong></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>

</channel>
</rss>
