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	<title>franco-cordero &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/franco-cordero/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "franco-cordero"</description>
	<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 04:52:15 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Repubblica impara da Grillo: "Berlusconi è come Hitler"]]></title>
<link>http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/10/08/repubblica-impara-da-grillo-berlusconi-e-come-hitler/</link>
<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 12:30:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ormai è ufficiale: Repubblica si mette stabilmente in scia del grillismo più feroce, del dipietrismo]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignleft size-full wp-image-7281" title="images" src="http://sottoosservazione.wordpress.com/files/2009/10/images63.jpg" alt="images" width="107" height="93" />Ormai è ufficiale: Repubblica si mette stabilmente in scia del grillismo più feroce, del dipietrismo più ferino. L’editoriale di ieri dal titolo «Il Cavaliere illegalista» era un inno all’insulto, un’apoteosi dell’ingiuria. Autore: Franco Cordero, giurista cuneese, estensore dell’appello pro Repubblica, inventore del termine «caimano», partorito in un articolo in cui Berlusconi veniva paragonato a Mussolini. Correva l’anno 2002. Ora Cordero, iperbole delle iperboli, corregge il tiro: Berlusconi non è Mussolini ma Hitler. Heil! Enfasi senile o soltanto ansia di ricalcare i toni del leader di Montenero di Bisaccia? Mistero. Ciò che è chiaro, anzi nero su bianco, è il curaro che sgorga dalla penna dell’opinionista di Largo Fochetti. Il quale scrive, a proposito del lodo Alfano: «Concedergli (a Berlusconi, ndr) l’immunità (che non è immunità ma sospensione di processo, ndr) significa ungerlo monarca assoluto, in figure reminiscenti della scalata hitleriana 1933-34. Mancano solo la legge dei pieni poteri e il cumulo cancellierato-presidente della repubblica, fusi nel nome mistico “Führer”». Il giurista vede già il tripudio di bandiere con le svastiche e selve di braccia tese. Mah.<!--more--><br />
Nella sua analisi concetti da anarco-insurrezionalista e cifra stilistica da curva sud: «L’Italia è un caso clinico da quando governi corrotti aprono l’etere al pirata venuto dalla P2, covo d’una pericolosa criminalità eversiva in colletto bianco». Totale disprezzo per i milioni di elettori del centrodestra: «S’insedia (Berlusconi, ndr), monopolista di una televisione con cui disgrega i neuroni collettivi; tre volte occupa Palazzo Chigi adoperando i mangiatori dell’erba televisiva quale massa elettorale».<br />
Illegalista. Seppure a Repubblica decidano di mettere il termine nel titolo, per Cordero è perfino «un eufemismo: edifica l’impero mediante corruzione, frode, plagio; vince le cause comprando chi giudica». Il giurista è un rottweiler ringhioso: «Salvo per il rotto della cuffia, ma Dio sa quanta materia pericolosa nasconda un sottosuolo blindato da scatole cinesi e paradisi fiscali». Accusa: «Gli serviva un’immunità: gliela votano, invalida, ma nel dichiararla tale la Corte scioglie questioni collaterali; risalito al governo, la pretende minacciando misure devastanti quale sarebbe la sospensione dei processi». Cordero saccheggia lo Zanichelli dell’insulto, tracima odio ogni riga: «Eccolo, l’Italia invasa dal plutocrate populista, pifferaio, re delle lanterne: non sa un’acca dell’ars gubernandi occidentale, coltiva gli interessi suoi, converte il pubblico in privato, odia i poteri separati e non vede l’ora d’abolirli in una regressione al dominio prepolitico; perciò l’Europa trattiene il fiato davanti allo scempio italiano».</p>
<p>Francesco Cramer</p>
<p><a href="http://www.ilgiornale.it/interni/repubblica_impara_grillo_berlusconi_e_come_hitler/08-10-2009/articolo-id=389064-page=0-comments=1">http://www.ilgiornale.it/interni/repubblica_impara_grillo_berlusconi_e_come_hitler/08-10-2009/articolo-id=389064-page=0-comments=1</a></p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Libertà di stampa, l'ultima mossa di Berlusconi: cambiare la Carta]]></title>
<link>http://legpalermo.wordpress.com/2009/10/02/liberta-di-stampa-lultima-mossa-di-berlusconi-cambiare-la-carta/</link>
<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 18:00:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>legpalermo</dc:creator>
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<description><![CDATA[L&#8217;ultima mossa del partito di Berlusconi contro la libertà di stampa è stata presentata al Sen]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>L&#8217;ultima mossa del partito di Berlusconi contro la libertà di stampa è stata presentata al Senato: è <strong>un Disegno di legge per modificare l&#8217;articolo 21 della Costituzione</strong>.</p>
<p>Lo firma il senatore Andrea Pastore (Pdl), Presidente della commissione bicamerale per la semplificazione della legislazione.</p>
<p>Presentato il 9 settembre scorso ma rilanciato il 30 settembre con l&#8217;aggiunta delle <strong>firme di 40 senatori</strong>, compresa quella del <strong>capogruppo Pdl Maurizio Gasparri</strong> e del <strong>presidente emerito Francesco Cossiga</strong>, il ddl modifica, l&#8217;articolo 21, nell&#8217;ultimo comma: &#8220;<em>Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume</em>&#8221; dovrebbe essere integrato con &#8220;<em>o lesive della dignità della persona o del diritto alla riservatezza</em>&#8220;.</p>
<p>&#8220;Solo chi non vede o fa finta di non vedere può credere che l&#8217;uso diffamatorio e calunnioso di certa stampa, soprattutto negli ultimi tempi &#8211; ha dichiarato Pastore &#8211; possa andare avanti senza un più preciso indirizzo legislativo. Troppo fango viene gettato senza che i responsabili subiscano le giuste conseguenze&#8221;.</p>
<p><strong>Libertà e Giustizia denuncia questa ennesima minaccia all&#8217;autonomia dell&#8217;informazione e sollecita le opposizioni in Parlamento e nel Paese a contrastare con tutti i mezzi, questo vero e proprio stravolgimento dell&#8217;articolo 21 della nostra Carta costituzionale. In maniera subdola e strumentale, con la scusa della privacy, si cerca di imporre limiti assolutamente inaccettabili in tutto il mondo democratico e comunque di intimidire una professione già abbastanza mortificata dalle continue minacce alla carta stampata e alla televisione.</strong></p>
<p><a href="http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2932&#38;id_titoli_primo_piano=1" target="_blank">TUTTE LE MINACCE ALLA LIBERTA&#8217; DI STAMPA</a></p>
<p><a href="http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2927&#38;id_titoli_primo_piano=6" target="_blank">I PRESIDII DI LIBERTA&#8217; E GIUSTIZIA</a></p>
<p><a href="http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&#38;idappello=391107" target="_blank">FIRMA L&#8217;APPELLO DEI TRE GIURISTI</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[L'appello dei 3 giuristi]]></title>
<link>http://arcobalenocattolica.wordpress.com/2009/09/11/lappello-dei-3-giuristi/</link>
<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 23:44:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>ilredeire</dc:creator>
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<description><![CDATA[  Franco Cordero   L’attacco a &#8220;Repubblica&#8220;, di cui la citazione in giudizio per diffama]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p> </p>
<div id="attachment_148" class="wp-caption alignnone" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-148" title="Franco_Cordero" src="http://arcobalenocattolica.wordpress.com/files/2009/09/franco_cordero.jpg" alt="Franco Cordero" width="200" height="131" /><p class="wp-caption-text">Franco Cordero</p></div>
<p> </p>
<p>L’attacco a &#8220;<a title="Repubblica" href="http://www.repubblica.it/" target="_blank">Repubblica</a>&#8220;, di cui la citazione in giudizio per diffamazione è solo l’ultimo episodio, è interpretabile soltanto come un tentativo di ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l’opinione pubblica, di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni, in definitiva di fare del nostro Paese un’eccezione della democrazia. Le domande poste al Presidente del Consiglio sono domande vere, che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Se le si considera &#8220;retoriche&#8221;, perché suggerirebbero risposte non gradite a colui al quale sono rivolte, c’è un solo, facile, modo per smontarle: non tacitare chi le fa, ma rispondere.   Invece, si batte la strada dell’intimidazione di chi esercita il diritto-dovere di &#8220;cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo di espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee&#8221;, come vuole la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, approvata dal consesso delle Nazioni quando era vivo il ricordo della degenerazione dell’informazione in propaganda, sotto i regimi illiberali e antidemocratici del secolo scorso.  Stupisce e preoccupa che queste iniziative non siano non solo stigmatizzate concordemente, ma nemmeno riferite, dagli organi d’informazione e che vi siano giuristi disposti a dare loro forma giuridica, senza considerare il danno che ne viene alla stessa serietà e credibilità del diritto.  </p>
<p>Franco Cordero</p>
<p> Stefano Rodotà</p>
<p> Gustavo Zagrebelsky</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Libertà di stampa.... questa sconosciuta]]></title>
<link>http://misilmeriblog.wordpress.com/2009/09/07/liberta-di-stampa-questa-sconosciuta/</link>
<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 07:49:58 +0000</pubDate>
<dc:creator>gladiatorudc</dc:creator>
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<description><![CDATA[Qualche giorno fa il nostro Premier Silvio Berlusconi ha deciso di denunciare il quotidiano “la Repu]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-13498" title="freedomhouse" src="http://misilmeriblog.wordpress.com/files/2009/09/freedomhouse.jpg" alt="freedomhouse" width="468" height="322" />Qualche giorno fa il nostro Premier Silvio Berlusconi ha deciso di denunciare il quotidiano “la Repubblica” per via delle “dieci domande” che il quotidiano da mesi gli pone ma alle quali lui non ha ancora dato alcuna risposta.</p>
<p style="text-align:justify;">A questa decisione, sono seguite dichiarazioni del Premier a dir poco discutibili, culminate con altre denuncie, questa volta nei confronti del giornale &#8220;L&#8217;Unità&#8221; , colpevole di aver messo in discussione la virilità di Silvio.</p>
<p style="text-align:justify;">Vi dico la verità, qualche anno fa, quando anch’io votavo Berlusconi (come Premier) non mi sarei mai aspettato che un giorno Silvio sarebbe arrivato a tanto.</p>
<p style="text-align:justify;">Lui, liberale liberista e libertino, lui anticomunista, lui re di tv e giornali , denuncia un quotidiano, per il solo fatto di essersi permesso di porre delle domande a lui…. Lui l’imperatore Silvio.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi sarei aspettato una veemente reazione da parte dei vari comitati , e dalle varie redazioni della stampa italiana, invece le notizie sono scivolate quasi nell’indifferenza.</p>
<p style="text-align:justify;">Quasi dicevo, infatti, <strong>tre giuristi hanno lanciato un appello in difesa della libertà di stampa</strong>, che ha raccolto in pochi giorni centinaia di migliaia di firmatari, tra i quali : Umberto Eco, Renzo Piano, Dario Fo, Andrea Camilleri, Roberto Saviano, Bernardo Bertolucci, Luis Sepulveda, Aldo, Giovanni e Giacomo, Roberto Benigni, Paola Cortellesi, Jovanotti, Giovanni Floris, Corrado Augias, Fiorella Mannoia, Pippo Baudo, Claudio Bisio , Asia Argento, Adriano Celentano.</p>
<p style="text-align:justify;">Celentano appunto, ricordo ancora una puntata del suo show Rockpolitik in onda su RaiUno, nell’ottobre 2005, Celentano mostrò la classifica &#8211; redatta dall&#8217;istituto di ricerca americano Freedom House, sul livello di &#8220;Freedom of the Press&#8221;, la libertà di stampa, presente nei paesi del mondo, l&#8217;Italia compariva allora al 77esimo posto.<br />
A distanza di quattro anni, <strong>secondo il rapporto 2009, l’Italia è stata declassata da “paese libero” a “paese parzialmente libero” (partly free)</strong> &#8211; unico caso in tutta l’Europa occidentale, gli autori del rapporto spiegano così i motivi di questa retrocessione: “Nonostante l’Europa Occidentale goda a tutt’oggi della più ampia libertà di stampa, l’Italia è stata retrocessa nella categoria dei Paesi parzialmente liberi, dal momento che <strong>la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi</strong>, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra. <strong>Ma la concentrazione della proprietà dei media è il motivo principale del nostro voto e il problema principale dell’Italia, da questo punto di vista, è rappresentato dalla figura del premier.“<img class="alignright size-medium wp-image-13501" title="FreedomofthePress2009_map" src="http://misilmeriblog.wordpress.com/files/2009/09/freedomofthepress2009_map1.jpg?w=300" alt="FreedomofthePress2009_map" width="364" height="256" /></strong></p>
<p style="text-align:justify;">In allegato trovate la classifica 2009 sulla libertà di stampa e l’appello di Franco Cordero Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky in difesa della libertà di stampa, mi auguro che <strong>tanti lettori di Misilmeri Blog firmandosi con nome e cognome aderiranno a questo appello</strong>, sarà mia cura inoltrare i nostri nominativi al quotidiano “la Repubblica”</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://misilmeriblog.wordpress.com/files/2009/09/appellolibertadistampa.doc" target="_blank">Appello libertà di stampa</a></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://misilmeriblog.wordpress.com/files/2009/09/freedomofthepress2009_tables.pdf">FreedomofthePress2009_tables</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Dame, tria, veline e presidenti]]></title>
<link>http://pagineonlife.wordpress.com/2009/09/05/dame-tria-veline-e-presidenti/</link>
<pubDate>Sat, 05 Sep 2009 09:15:40 +0000</pubDate>
<dc:creator>pagineonlife</dc:creator>
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<description><![CDATA[Mi chiamo Lyndon Baines Johnson. Quel cazzo di pavimento che hai sotto i piedi è mio, ragazzo…. Mi c]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Mi chiamo Lyndon Baines Johnson. Quel cazzo di pavimento che hai sotto i piedi è mio, ragazzo…. Mi c]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Libertà e Giustizia per la libertà di stampa]]></title>
<link>http://legpalermo.wordpress.com/2009/09/02/liberta-e-giustizia-per-la-liberta-di-stampa/</link>
<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 07:00:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>legpalermo</dc:creator>
<guid>http://legpalermo.wordpress.com/2009/09/02/liberta-e-giustizia-per-la-liberta-di-stampa/</guid>
<description><![CDATA[Libertà e Giustizia firma l&#8217;appello dei giuristi sulla libertà di stampa. L&#8217;associazione]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="aligncenter size-full wp-image-98" title="Gustavo Zagrebelsky" src="http://legpalermo.wordpress.com/files/2009/09/zagrebelsky200x150.png" alt="Gustavo Zagrebelsky" width="200" height="150" /></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Libertà e Giustizia firma <a href="http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&#38;idappello=391107">l&#8217;appello dei giuristi sulla libertà di stampa</a>. </strong></p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;associazione, presieduta da Sandra Bonsanti, aderisce all&#8217;iniziativa lanciata da <strong>Cordero, Rodotà e Zagrebelsky, presidente onorario di LeG,</strong> e testimonia la sua solidarietà in particolare ai giornalisti di <a href="http://www.repubblica.it/" target="_blank">Repubblica</a>, dell&#8217;<a href="http://www.avvenire.it/" target="_blank">Avvenire</a>, e dell&#8217;<a href="http://www.unita.it/" target="_blank">Unità</a> direttamente minacciati e spiati con metodi piduisti, ma in generale a tutti i giornalisti italiani che con questa denuncia di Silvio Berlusconi hanno ricevuto una sorta di avvertimento: è vietato fare domande; è vietato criticare. Il disprezzo per la libertà di stampa e per i giornalisti più volte apostrofati come &#8220;domandatori&#8221;, nel corso di conferenze stampa, rivelano quanto profonda sia la deriva democratica a cui ci ha portato Silvio Berlusconi.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Libertà e Giustizia</strong> ha mobilitato tutti i suoi circoli, perché si aprano dibattiti e si organizzino manifestazioni che contribuiscano a tener desta l&#8217;attenzione sul tema e a raccogliere firme per la libertà di stampa, ed <strong>invita quanti non l&#8217;avessero ancora fatto a firmare l&#8217;appello e a diffondere il testo tra gli amici e i conoscenti.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Fra le adesioni, anche quella di <strong>Umberto Eco</strong>, garante di LeG. &#8220;<em>Ho già detto che quando qualcuno deve intervenire a difesa della libertà di stampa &#8211; osserva Eco nella dichiarazione che accompagna la sua adesione &#8211; vuole dire che la società e con essa gran parte della stampa, è già malata. Nelle democrazie &#8216;robuste&#8217; non c&#8217;è bisogno di difendere la libertà di stampa, perché a nessuno viene in mente di limitarla</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Sandra Bonsanti</strong>, inoltre rinnova <a href="http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2854&#38;id_titoli_primo_piano=1">al presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano</strong> l&#8217;appello che gli ha rivolto l&#8217;8 agosto</a>: &#8220;Quando il Parlamento è stato esautorato e reso muto, quando la stampa e l’informazione sono quotidianamente vilipese e intimidite, quando il basilare diritto ad opporsi e a lavorare per un Paese diverso è soffocato dai diktat di un potere ormai senza alcun controllo, cosa resta della nostra Democrazia? Lo chiediamo a Te, che ne sei il custode e che sai quanto è costato riaverla una volta che era andata perduta. Ben lungi da noi dirti cosa fare o cosa dire, ma vorremmo un segnale di condivisione, una parola che ci confermasse che non siamo soli e che nel rispetto della separazione dei poteri e degli strumenti che ci offre la nostra Costituzione, c&#8217;è ancora qualcosa che ognuno di noi può e deve fare”.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA["10 domande per me...posson bastaaaare!"]]></title>
<link>http://mattiafl.wordpress.com/2009/08/31/10-domande-per-me-posson-bastaaaare/</link>
<pubDate>Mon, 31 Aug 2009 15:33:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>mattiafl</dc:creator>
<guid>http://mattiafl.wordpress.com/2009/08/31/10-domande-per-me-posson-bastaaaare/</guid>
<description><![CDATA[appello di repubblica.it&#8230; FIRMATE! L’attacco a &#8220;Repubblica&#8221;, di cui la citazione i]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>appello di repubblica.it&#8230; FIRMATE!</p>
<p>L’attacco a &#8220;Repubblica&#8221;, di cui la citazione in giudizio per diffamazione è solo l’ultimo episodio, è interpretabile soltanto come un tentativo di ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l’opinione pubblica, di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni, in definitiva di fare del nostro Paese un’eccezione della democrazia. Le domande poste al Presidente del Consiglio sono domande vere, che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Se le si considera &#8220;retoriche&#8221;, perché suggerirebbero risposte non gradite a colui al quale sono rivolte, c’è un solo, facile, modo per smontarle: non tacitare chi le fa, ma rispondere.</p>
<p>Invece, si batte la strada dell’intimidazione di chi esercita il diritto-dovere di &#8220;cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo di espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee&#8221;, come vuole la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, approvata dal consesso delle Nazioni quando era vivo il ricordo della degenerazione dell’informazione in propaganda, sotto i regimi illiberali e antidemocratici del secolo scorso.</p>
<p>Stupisce e preoccupa che queste iniziative non siano non solo stigmatizzate concordemente, ma nemmeno riferite, dagli organi d’informazione e che vi siano giuristi disposti a dare loro forma giuridica, senza considerare il danno che ne viene alla stessa serietà e credibilità del diritto.</p>
<p>[Franco Cordero-Stefano Rodotà-Gustavo Zagrebelsky]</p>
<ul>
<li><span style="color:#0000ff;"><a href="http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&#38;idappello=391107">firma l&#8217;appello dei tre giuristi</a></span></li>
<li><span style="color:#0000ff;"><span style="color:#0000ff;"><a href="http://temi.repubblica.it/repubblicaspeciale-dieci-domande-a-berlusconi/"><span style="color:#0000ff;">vai alle 10 domande di Repubblica</span></a></span></span></li>
</ul>
<p>qualche battuta di spirito da Spinoza.it&#8230;</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1722" title="noemi-letizia" src="http://mattiafl.wordpress.com/files/2009/08/noemi-letizia.jpg?w=300" alt="noemi-letizia" width="300" height="170" /></p>
<p><em>Noemi Letizia &#8221;</em><a style="color:#222222;text-decoration:none;" href="http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_1647106071.html"><em>talento</em></a><em> del futuro&#8221;. Si stanno creando grosse aspettative sulla perdita della sua verginità.</em></p>
<p><em>Noemi </em><a style="color:#222222;text-decoration:none;" href="http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?p=133&#38;pm=1&#38;IDmsezione=17&#38;IDalbum=17484&#38;tipo=#mpos"><em>premiata</em></a><em> per il suo ruolo nel film Scaccomatto: è la preferita di un boss mafioso. Esattamente come nel film.</em></p>
<p><a style="color:#222222;text-decoration:none;" href="http://www.artsblog.it/post/3833/la-donna-nuda-di-picasso-ritrovata-in-iraq"><em>Ritrovata</em></a><em> &#8220;La donna nuda&#8221; di Picasso. Le domande di Repubblica diventano 11.</em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Libertà d’informazione: articolo di Berselli e appello]]></title>
<link>http://briciolecaotiche.wordpress.com/2009/08/31/liberta-d%e2%80%99informazione-articolo-di-berselli-e-appello/</link>
<pubDate>Mon, 31 Aug 2009 11:01:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>michelemerola</dc:creator>
<guid>http://briciolecaotiche.wordpress.com/2009/08/31/liberta-d%e2%80%99informazione-articolo-di-berselli-e-appello/</guid>
<description><![CDATA[Eccoci qui. Si riparte, e allora pubblico 2 articoli in rapida successione su temi di cui ho parlato]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignleft size-medium wp-image-1867" title="10domande_rododentro" src="http://briciolecaotiche.wordpress.com/files/2009/08/10domande_rododentro.jpg?w=300" alt="10domande_rododentro" width="300" height="300" /><span style="color:#800080;">Eccoci qui. Si riparte, e allora pubblico 2 articoli in rapida successione su temi di cui ho parlato anche <a href="http://briciolecaotiche.wordpress.com/2009/08/28/riassumendo%E2%80%A6/">nel post di rientro</a> e che mi stanno particolarmente a cuore: immigrazione e libertà d’informazione. In questo post parto da quest’ultima con <a href="http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-23/berselli-informazione/berselli-informazione.html">un bel articolo di Edmondo Berselli &#8220;Dove è finita l&#8217;informazione&#8221;</a> su Repubblica di oggi (lo incollo qui sotto) e con <a href="http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&#38;idappello=391107">l’appello promosso da 3 stimati giuristi Franco Cordero, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky</a> (sempre su Repubblica) sull’incredibile e vergognosa vicenda di Berlusconi che querela Repubblica perché osano fargli 10 domande scomode. E cioè osano fare il loro lavoro di giornalisti e non di servi, come purtroppo accade in molti altri media italiani. Sarebbe ora di tornare ad indignarsi un po’, o no??<br />
Ps: la vignetta è tratta da <a href="http://rododentro.blogspot.com/2009/08/10-domande.html">Rododentro</a>, via <a href="http://www.macchianera.net/2009/08/29/10-domande-per-lui/">Macchianera</a>.</span></p>
<p><em>LA POLEMICA</em><br />
<strong>Dove è finita l&#8217;informazione</strong><br />
di EDMONDO BERSELLI</p>
<p>Esploso in questi mesi come una battaglia di verità, davanti alle contraddizioni e alle bugie del premier, lo scandalo Berlusconi diventa oggi un problema di libertà, come sottolineano tutti i grandi quotidiani europei, evidenziando ancor più il conformismo silente dei giornali italiani. Prima la denuncia giudiziaria delle 10 domande di &#8220;Repubblica&#8221;, un caso unico al mondo: un leader che cita in giudizio le domande che gli vengono rivolte, per farle bloccare e cancellare, visto che non può rispondere. Poi l&#8217;intimidazione alla stampa europea, perché non si occupi dello scandalo. Quindi il tentativo di impedire la citazione in Italia degli articoli dei giornali stranieri, in modo che il nostro Paese resti all&#8217;oscuro di tutto. Ecco cosa sta avvenendo nei confronti della libertà di informazione nel nostro Paese.</p>
<p>A tutto ciò, si aggiunge lo scandalo permanente, ma ogni giorno più grave, della poltiglia giornalistica che la Rai serve ai suoi telespettatori, per fare il paio con Mediaset, l&#8217;azienda televisiva di proprietà del premier. È uno scandalo che tutti conoscono e che troppi accettano come una malattia cronica e inguaribile della nostra democrazia. E invece l&#8217;escalation illiberale di questi giorni conferma che la battaglia di libertà si gioca soprattutto qui. La falsificazione dei fatti, la mortificante soppressione delle notizie ridotte a pasticcio incomprensibile, rendono impossibile il formarsi di una pubblica opinione informata e consapevole, dunque autonoma. Anzi, il degrado dei telegiornali fa il paio con il pestaggio mediatico dei giornali berlusconiani. Molto semplicemente, il congresso del pd, invece di contemplare il proprio ombelico, dovrebbe cominciare da viale Mazzini, sollevando questa battaglia di libertà come questione centrale, oggi, della democrazia italiana.</p>
<p>In quest&#8217;ultima stagione del berlusconismo abbiamo contemplato l&#8217;apice del conflitto d&#8217;interessi, l&#8217;anomalia più grave (a questo punto la mostruosità) della politica italiana. Si è vista l&#8217;occupazione della Rai e specialmente dei vertici dei telegiornali, cioè ruoli pubblici trasformati in postazioni partigiane; e nello stesso tempo la blindatura militare dei media di proprietà diretta o indiretta del capo del governo.<br />
Berlusconi voleva un&#8217;anestesia della società italiana, in modo da poter comunicare ai cittadini esclusivamente le sue verità, i successi, le vittorie, le sue spettacolari &#8220;scese in campo&#8221; contro i problemi nazionali. L&#8217;immondizia a Napoli, il terremoto in Abruzzo, la continua minimizzazione della recessione. Una e una sola voce doveva essere udita, e gli strumenti a disposizione hanno fatto sì che fosse praticamente l&#8217;unica a essere diffusa e ascoltata.</p>
<p><!--more-->Ma evidentemente tutto questo non bastava. Non bastava una maggioranza parlamentare praticamente inscalfibile. Non bastava al capo del governo neppure il consenso continuamente sbandierato a suon di sondaggi. Nel momento in cui la libertà di informazione ha investito lo stile di vita di Berlusconi, e soprattutto il caotico intreccio di rozzi comportamenti privati in luoghi pubblici o semi-istituzionali, il capo della destra ha deciso che occorreva usare non uno bensì due strumenti: il silenziatore, per confondere e zittire l&#8217;opinione pubblica, e il bastone, per impedire l&#8217;esercizio di un&#8217;informazione libera.</p>
<p>Negli ultimi mesi chiunque non sia particolarmente addentro alla politica ha potuto capire ben poco, in base al &#8220;sistema&#8221; dei telegiornali allineati, dello scandalo che si stava addensando sul premier. Un&#8217;informazione spezzettata, rimontata in modo incomprensibile, privata scientemente delle notizie essenziali, ha occultato gli elementi centrali della vicenda della prostituzione di regime. Allorché alla lunga lo scandalo ha bucato la cortina del silenzio, è scattata la seconda fase, quella dell&#8217;intimidazione. L&#8217;aggressione contro il direttore di Avvenire, Dino Boffo, risulta a questo punto esemplare: il giornale di famiglia, riportato rapidamente a una funzione di assalto, fa partire il suo siluro; nello stesso tempo l&#8217;informazione televisiva, con una farragine di servizi senza capo né coda, rende sostanzialmente incomprensibile il caso.</p>
<p>Come in una specie di teoria di Clausewitz rivisitata e volgare, il killeraggio giornalistico, cioè una forma di guerra totale, priva di qualsiasi inibizione, si rivela un proseguimento della politica con altri mezzi. In grado anche di fronteggiare le ripercussioni diplomatiche con la segreteria di Stato vaticana e con la Cei. La strategia rischia di essere efficace, peccato che configuri un drammatico problema di sistema. Ossia una ferita gravissima a uno dei fondamenti della democrazia reale (non dell&#8217;astratta democrazia liberale descritta dai nostri flebili maestri quotidiani). Purtroppo non si sa nemmeno a quali riserve di democrazia ci si possa appellare. Ci sono ancoraggi, istituzioni, risorse di etica e di libertà a cui fare riferimento? Oppure il peggio è già avvenuto, e i principi essenziali della nostra democrazia sono già stati frantumati?</p>
<p>Basta una scorsa alla più accreditata informazione straniera per rendersi conto del penoso provincialismo con cui questo problema viene trattato qui in Italia, della speciosità delle argomentazioni, del servilismo della destra (un esponente della maggioranza ha dichiarato ai tg che la rinuncia di Berlusconi a partecipare alla Perdonanza, dopo l&#8217;attacco del Giornale a Boffo, &#8220;disgustoso&#8221; per il presidente della Cei Angelo Bagnasco, era un atto &#8220;di straordinario valore cristiano&#8221;). Oltretutto, risulta insopportabile l&#8217;idea che nel nostro futuro, cioè nella nostra politica, nella nostra cultura, nella nostra idea di un paese, ci sia un blocco costituito dall&#8217;informazione di potere, un consenso organizzato mediaticamente nella società, e al di fuori di questo perimetro pochi e rischiosi luoghi di dissenso. Questa non è una democrazia. È un regime che non vuole più nemmeno esibire una tolleranza di facciata. Quando tutti se ne renderanno conto sarà sempre troppo tardi.</p>
<p>(31 agosto 2009)</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[L'appello dei "tre  giuristi" a sostegno della libertà distampa dopo l'attacco a Repubblica]]></title>
<link>http://fabiolavagno.info/2009/08/28/lappello-dei-tre-giuristi-a-sostegno-di-repubblica/</link>
<pubDate>Fri, 28 Aug 2009 14:03:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>fabiolavagno</dc:creator>
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<description><![CDATA[Berlusconi porta nelle aule di tribunale le &#8220;dieci domande&#8221; di Repubblica. Si tratta di ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Berlusconi porta nelle aule di tribunale le &#8220;dieci domande&#8221; di Repubblica. Si tratta di ]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Sprigionare la società]]></title>
<link>http://insorgenze.wordpress.com/2009/08/23/sprigionare-la-societa/</link>
<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 13:06:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>insorgenze</dc:creator>
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<description><![CDATA[Libri &#8211; Alain Brossat, Scarcerare la società, Elèuthera 2003 Paolo Persichetti N° 23 Luglio-Se]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><h2 style="text-align:left;"><strong>Libri &#8211; Alain Brossat, <em>Scarcerare la società</em>, Elèuthera 2003</strong></h2>
<p style="text-align:left;"><strong>Paolo Persichetti</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>N° 23 Luglio-Settembre 2005 <em>Hortus Musicus</em> 17</strong></p>
<p><a href="http://www.hortusmusicus.com/home/home.php#ricerca"><strong>www.hortusmusicus.com</strong></a><strong><br />
<a href="http://www.hortusmusicus.com/ricerca/ricerca.php?keywords=&#38;autore=Paolo+Persichetti&#38;titolo=&#38;rubrica=%25&#38;numero_hm=%25">Sprigionare la scietà</a></strong><a title="Desincarcerer la société" href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/30/page/2009/04/23/2005/09/01/desincarcerer-la-societe/"><br />
</a><strong><a title="Desincarcerer la société" href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/30/page/2009/04/23/2005/09/01/desincarcerer-la-societe/">Desincarcerer la société</a></strong></p>
<p>C’è un solo problema filosofico veramente serio, scriveva Camus: «il suicidio». Dal gennaio 2002 al luglio 2003 nelle carceri italiane si sono verificati 83 <img class="alignright size-full wp-image-1264" title="coverhm23piccola" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2005/09/coverhm23piccola.jpg" alt="coverhm23piccola" width="165" height="220" /> suicidi e 25 tentati suicidi, altri 19 detenuti sono morti per cause non chiarite e 9 per overdose. Totale: 136 morti. E chi non si uccide si ammala: al 30 giugno 2003 – secondo una stima avanzata dal <em>Forum nazionale per la tutela della salute dei detenuti e l’applicazione della riforma della medicina penitenziaria</em> (<em>Manifesto</em>11 marzo 2005) – erano rinchiusi 14.507 tossicodipendenti, circa un terzo dell’intera popolazione carceraria. Tra questi, 1.737 in trattamento metadonico e 887 alcoldipendenti. Gli affetti da Hiv erano 1.473 (il 2,6% del totale), 5.000 i sieropositivi, 9.500 quelli colpiti da epatite cronica e 7.500 i reclusi con turbe psichiatriche. Gli istituti di pena sono oramai enormi lazzaretti, ospizi per derelitti, vaste discariche dove viene confinato ogni dolore e malessere sociale, nelle quali si ammassano umiliati e offesi, vite rottamate, sfigati senza speranza. Immigrati e <em>neolumpen</em> alienati dalla società dei consumi che promette quello stesso benessere che li esclude. Veri e propri sedotti e abbandonati dalle chimere di un capitalismo che li ha relegati ai margini.<br />
Nel sistema penitenziario, quelle che con un eufemismo sociologico vengono definite «nuove povertà» ammontano oramai a circa l’80% della popolazione reclusa. Che le prigioni fossero una purulenta sentina della società è stato scritto, detto e ribadito fino alla nausea. Un’ovvietà che suona come una vuota retorica dell’indignazione, non più udibile da chi vi è costretto a trascorrere periodi sempre più lunghi della propria esistenza. La durata della detenzione è aumentata del 50% negli ultimi quindici anni, il tasso di recidiva del 70%. L’area penale è esplosa nel corso del decennio Novanta, la popolazione carceraria è raddoppiata fino a superare le 57 mila unità, a cui vanno sommati quelli che usufruiscono delle misure alternative e scontano la loro pena nel cosiddetto «carcere diffuso» (arresti domiciliari, comunità terapeutiche, affidamento sociale in prova, semilibertà, lavoro esterno), per una somma complessiva che raggiunge le 100 mila persone, in un contesto che vede una media annua di 300 mila condanne penali.<br />
Una parte della popolazione è predestinata a convivere con la reclusione. Guarda caso sempre la stessa: il 30% degli attuali rinchiusi sono stranieri, il 45% proviene dall’Italia meridionale. Il profilo classico è quello del giovane privo d’istruzione e con propensione alla tossicodipendenza. Chi viene dal Sud, non ha titoli di studio, appartiene ai ceti sociali più bassi. Chi arriva dai paesi d’emigrazione, vede aumentare, molto di più che nel passato, la probabilità di finire imprigionato. Il carcere rinvia ad uno degli aspetti più crudi della discriminazione di classe ed il richiamo alla legalità è la <em>macchina ideologica</em> che legittima e riproduce questa dominazione.</p>
<p><a href="http://insorgenze.files.wordpress.com/2008/09/9788885060814.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-212" title="9788885060814" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2008/09/9788885060814.jpeg" alt="" width="150" height="227" /></a><strong>Nuove tecnologie della pena</strong><br />
Contrariamente a quanto sancito dall’art.27 della Costituzione, la pena non esercita alcuna funzione rieducativa. Mai auspicio è risultato più risibile. L’ambigua e rachitica normativa varata nei flebili anni dell’ammodernamento penitenziario di marca catto-comunista, la cosiddetta legge Gozzini, è di fatto disapplicata ed elusa. Quella riforma era viziata fin dalle origini da un’insanabile contraddizione interna, poiché l’apertura verso le nuove politiche penitenziarie, mirate al parziale reinserimento e alla ricostruzione sociale del sanzionato, seguì in parallelo il dispiegamento delle politiche differenziali dell’emergenza, trasfigurando il carcere in una sorta di commedia dantesca, dove l’inferno della differenziazione e della specialità sprofondava in gironi spettrali, all’infuori dei quali permanevano limbi, terre di nessuno, zone detentive che presagivano un possibile accesso negli Istituti purgatorio, dove la punizione s’alleviava lasciando intravedere la speranza di salire un domani in paradiso. Una scalata verso la redenzione, possibile solo dopo aver mostrato attiva cooperazione alla propria punizione, attraverso un dispositivo d’interiorizzazione della colpa che ha integrato alle tradizionali discipline di sorveglianza e controllo una nuova tecnologia fondata sull’adesione alla pena da parte del recluso. La politica carceraria non si è più accontentata di una puntigliosa presa in carico dei corpi (<em>prehendere</em>, <em>prisio</em>, <em>prisum</em>), ma ha scoperto «le virtù dell’uso mediatore della parola». Nel corso di alcuni incontri il detenuto è sollecitato a «fare il punto» sulla situazione, sull’evoluzione della percezione che ha dei suoi delitti e dei suoi crimini, sui suoi progetti per l’avvenire. Ad avvalersi di queste nuove strategie trattamentali sono stati quei reclusi in possesso di un maggiore capitale culturale, di una più alta perspicacia nell’uso della parola e di una superiore scaltrezza strategica, che consente loro di destreggiarsi con gli operatori trattamentali (educatori, psicologi, assistenti sociali) e il magistrato di sorveglianza, a scapito degli altri del tutto incapaci e abbandonati a se stessi, doppiamente discriminati da quegli handicap sociali e culturali che ne hanno facilitato prima l’ingresso in carcere e poi la reclusione perpetua, escludendoli una seconda volta con politiche trattamentali inaccessibili.<br />
La successiva involuzione politica intervenuta nel corso del decennio Novanta ha reso questa critica ai balbettii del riformismo carcerario un lusso superfluo. Il sovraffollamento e le nuove politiche repressive hanno spolpato la Gozzini, introducendo nuove e sempre più articolate eccezioni, moltiplicando i «reati ostativi» (quelli inclusi nel 4 bis) per i quali le misure alternative, oltre ad essere ritardate, vengono rese praticamente impossibili. Gli anni dell’oppio giudiziario e della bulimia penale hanno riportato in auge il principio dell’incompressibilità della pena, una nenia che ha cullato le nuove generazioni di giudici di sorveglianza. E così il carcere è tornato a svolgere, anche nei discorsi degli specialisti della correzione, quella cruda funzione sociale per cui era nato.</p>
<p><strong>Il «sentimento d’insicurezza»</strong><br />
Il carcere non redime, la prigione non corregge, serve solo a confinare dietro spesse mura di cinta problemi e contraddizioni che l’ipocrisia collettiva preferisce rimuovere. L’economia del castigo è ormai diventata una «tecnica d’invisibilizzazione dei problemi sociali». Siamo nuovamente di fronte a quell’assunto iniziale duramente combattuto negli anni Settanta: la modernità non ha saputo escogitare altre risposte al delitto diverse dall’internamento. Il carcere è via via emerso come la soluzione più semplice ed economica al disordine sociale diffuso. <em>L’ideologia penitenziaria</em> è così divenuta uno dei pilastri della cultura politica contemporanea che, non riuscendo più a far vivere la speranza, ha fatto della paura e dell’angoscia uno dei suoi repertori più redditizi, nutrendo la psicologia sociale con gli impulsi più bui dell’animo umano, divenuto ostaggio del risentimento e della vendetta. Questa corrente è descritta da Loïc Wacquant (<em>Punir les pauvres</em>. <em>Le nouveau gouvernement de l’insécurité</em>, Agone, Paris 2004). come un groviglio confuso di sentimenti che intrecciano la paura per l’avvenire, l’ossessione per il declino sociale e l’angoscia di non poter trasmettere il proprio status sociale ai figli, a causa di una competizione per titoli e posti sempre più incerta e sfrenata.<br />
Questa insicurezza sociale e mentale, diffusa e multiforme, colpisce direttamente le famiglie delle classi popolari sprovviste del capitale culturale richiesto per accedere ai settori protetti del mercato del lavoro; essa tuttavia investe anche larghi strati delle classi medie, e i nuovi discorsi marziali dei politici e dei media sulla delinquenza la captano e la fissano sulla sola questione dell’insicurezza fisica o della minaccia criminale, ed in effetti più dell’insicurezza domina il «sentimento d’insicurezza», ovvero lo stato d’animo, la percezione sociale del disagio, divenuto uno degli indicatori statistici di maggior rilievo, capace di decidere della carriera di un ministro degli Interni e della Giustizia, o dei vertici delle forze dell’ordine. Trattandosi di una percezione sociale, ovvero di un sentimento, accade che essa sia spesso sprovvista di consistenza reale, ma risulti frutto di correnti irrazionali, di pulsioni orientate, solleticate da chi controlla i media e le fonti della comunicazione. A dominare è l’interpretazione pubblica più forte, il sentimento d’insicurezza più consono ai gruppi sociali che vedono il proprio punto di vista meglio rappresentato e veicolato.<br />
La perdita di posti di lavoro, i licenziamenti, la disoccupazione e la precarizzazione dell’impiego, con i drammi e i disagi sociali ed esistenziali che ne conseguono per famiglie intere, non sono percepiti e assunti come aspetti di un sentimento d’insicurezza collettivo, ma vengono relegati a stati d’animo di ceti sociali specifici, colpevoli di rifiutare condizioni di lavoro che altrimenti permetterebbero di sostenere la concorrenza ed assicurare stabilità sociale e crescita economica. Non si tratta dunque di un’incertezza del futuro derivante da una nuova condizione di precarizzazione sociale, da un modello darwinista di società che dilaga, ma di un’ingiustificata volontà di conservare privilegi e vantaggi. Ecco che questa insicurezza scade a sentimento illegittimo, privo di quella dignità scientifica che gli consentirebbe d’essere rilevato dagli indicatori statistici, introducendo un dato nuovo nell’agenda politica. A suscitare allarme sono altri fenomeni, come le rapine selvagge nei villini del Nord-Est, gli attacchi nelle gioiellerie o nelle stazioni di benzina con pistole giocattolo, le rapine in banca con i taglierini. Accade così che il sentimento d’insicurezza, misurato unicamente su parametri di questa natura, risulti più elevato nelle zone urbane agiate, dove le infrazioni sono quasi inesistenti.<br />
Appunto perché di sentimento si tratta, non d’insicurezza vera. Ma una volta propagato dai media, esso arriva a produrre un paradossale aumento dell’indice d’inquietudine persino nelle massaie dei quartieri popolari, non più preoccupate di tornare dal mercato con la busta della spesa vuota, ma di subire fantomatici assalti nelle cucine delle loro case popolari.</p>
<p><a href="http://insorgenze.files.wordpress.com/2008/09/esterne011338090111134202_big.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-265" title="esterne011338090111134202_big" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2008/09/esterne011338090111134202_big.jpg?w=500" alt="" width="500" height="334" /></a></p>
<p><strong>Da un regime di sensibilità all’altro</strong><br />
Si sente la perdita di un pensiero forte che sappia nuovamente rompere questa spirale, che sottoponga ad una critica spietata l’ideologia penale e rilanci un nuovo progetto politico capace d’affermare un modello di società dove l’idea della penalità non trovi più posto. «La questione non è sapere cosa fare del carcere, come migliorarlo, oppure come adeguare l’ordine penitenziario alle norme generali dello Stato di diritto, si tratta invece di domandarsi <em>come sbarazzarsene</em> e al più presto, perché è evidente che saremo senza dubbio considerati con repulsione e disprezzo dalle generazioni future», è quanto ci invita a fare il filosofo Alain Brossat nel suo stringato libretto, <em>Pour en finir avec la prison</em>, apparso in Francia nel 2002 e pubblicato nel 2003 in Italia da da Elèuthera col titolo <em>Scarcerare la società</em>.<br />
L’invito a rimettere in discussione eredità di pensiero, abitudini filosofiche che pensavamo intoccabili, solleva questioni scomode e spigolose, ma forse è proprio da un diverso sguardo dei fondamenti che occorre ripartire. Ripercorrendo la genealogia della penalità, Brossat avanza una disincantata lettura dell’Illuminismo che nell’ambito del sistema delle pene si presenta con un decisivo momento di passaggio da un regime di sensibilità all’altro. Rielaborando la tesi di Norbert Elias sulla domesticazione della violenza, egli nota l’emergere di un’<em>iperestesia sociale</em>, ovvero l’apparizione di un «soggetto ipersensibile della nostra modernità» che non sopporta in primo luogo la <em>propria</em> sofferenza di fronte allo spettacolo della brutalità estrema e della crudeltà. Ciò spiegherebbe l’avvento di una sensibilità umana egocentrica più che altruista. Analisi che ci offre nuovi strumenti per comprendere meglio, per esempio, quella cosmesi linguistica che ha camuffato l’essenza di alcuni dei conflitti bellici degli ultimi anni. La «guerra etica» di Tony Blair, le ingerenze umanitarie armate, le operazioni di polizia internazionale, le occupazioni militari camuffate sotto formule come «peace making» e «peace keeping», le «bombe intelligenti», i bombardamenti «chirurgici», gli «effetti collaterali», il mito della «guerra pulita a costo zero», sono parte di un innovativo dizionario che intercetta l’inorridita sensibilità occidentale. Il paradosso di questa moderna <em>impressionabilità</em> sta nella presenza di un sentimento d’orrore che non mette fine alla violenza ma s’accontenta unicamente di renderla invisibile, e ciò non vale solo per le azioni ma ancor di più per il pensiero. Si è imposta insomma una paradossale indignazione selettiva che in materia penale, mostrando avversione per l’esplicita violenza dei supplizi, trae sollievo dall’internamento dei corpi sottratti alla vista, in questo modo votati all’oblio e «presto privati della pietà».</p>
<p><strong>La messa in scena del supplizio</strong><br />
Più che celebrare una «litania del progresso», Michel Foucault, rintracciando le diverse tappe dei castighi e delle pene, dei supplizi e delle prigioni, mirava a mostrare come nella punizione fosse insita una «funzione sociale complessa» che oltrepassa il semplice ruolo repressivo. Non solo problema giuridico, dunque, conseguenza dell’applicazione del diritto, ma anche fatto pienamente politico. L’economia del castigo, secondo l’autore di <em>Sorvegliare e punire</em>, appartiene a quel vasto campo in cui intervengono le procedure di potere. I supplizi dell’<em>ancien régime</em>, più che ristabilire la giustizia, riparare un danno, avevano la funzione di riattivare il potere offrendo al popolo lo spettacolo della sofferenza. Il supplizio di Damiens, «il regicida», è uno degli esempi storici di cui ci è pervenuta traccia. Così descrive la vicenda <em>Monsieur</em> Alexandre André le Breton, <em>greffier criminel du Parlement</em>, ossia cancelliere penale della suprema corte giudiziaria, nel <em>Précis historique</em> annesso ai quattro volumi delle <em>pièces originales et procedures du proces fait à Robert-François Damiens</em>: correva l’anno 1757 e Parigi era traversata da una delle solite faide fra corona e vertici del potere togato. Mercoledì 5 gennaio, al buio, qualcuno «in fondo alle scale, presso la volta», ha sfiorato il re alla quinta costola, con un coltello; il danno è minimo, paragonabile alla puntura d’uno spillo, ma sul santo corpo del sovrano l’offesa diventa enorme. L’attentatore è Robert-François Damiens, disoccupato, già domestico in varie case, con discrete referenze e qualche anomalia. I precedenti segnalano un frenetico taciturno, curioso «frondeur» elucubrante, che parla da solo; consapevole «dell’effervescenza del suo sangue», cercava sollievo in abbondanti salassi. Parlando dell’imputato, Le Breton coniuga i verbi all’imperfetto perché «le scelerat» non appartiene più a questo mondo. Ha reso l’anima a Dio, lunedì 28 marzo, a «place de la Grève» (l’attuale place de l’Hotel de Ville), dopo un lunghissimo supplizio tecnicamente difettoso, come pare accada spesso ai pazienti condannati alla «peine d’être tirés à quattre chevaux». Non bastava la trazione dei cavalli a squartarlo, né vi sarebbero riusciti se, dopo un consulto medico, l’équipe patibolare, impugnati i coltelli, non avesse reciso qualche tendine. «Poiché accade d’ordinario che i tendini e i legamenti resistono e non cedono affatto, malgrado gli sforzi dei quattro cavalli, e anche nel caso d’un numero più grande, alla fine occorre recidere i legamenti alla giuntura delle ossa»; solo allora «i cavalli riescono a strappare via ciascuno un arto». Il supplizio durò soltanto «deux heures, lui vivant». L’arnese impiegato per l’aggressione non era idoneo a procurare ferite mortali. Scrive Franco Cordero, dal cui manuale di Procedura Penale abbiamo tratto queste citazioni: «Tra i fannulloni che frequentavano corridoi e aule giudiziarie del <em>Palais</em>, Damiens era diventato un fan dei signori in toga, campioni delle cosiddette “libertà gallicane”, insidiate dalla politica ministeriale; non ha complici e tanto meno mandanti, ma i <em>Monsieurs</em> (il cui consesso, in tali occasioni, include <em>princes du sang</em> e alti dignitari), indirettamente chiamati in causa, purgano i sospetti con una sentenza memorabile».</p>
<p><a href="http://insorgenze.files.wordpress.com/2008/09/esterne011337590111134224_big.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-266" title="esterne011337590111134224_big" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2008/09/esterne011337590111134224_big.jpg?w=500" alt="" width="500" height="329" /></a></p>
<p><strong>L’occultamento della pena e lo spettacolo del processo</strong><br />
A partire dal 18° secolo, declinata la religione della <em>confessione</em> ed emersa la laica fiducia nella prova, la reclusione sostituisce torture, mutilazioni, supplizi esemplari. Desacralizzata la giustizia, disincantata la procedura penale, scomparsi i delitti immaginari, <em>raddrizzare e correggere</em>, prima ancora di punire, diventano le parole d’ordine dell’illuminismo penale e del riformismo giudiziario. Le teorie del contratto sociale non concepiscono più il crimine come un attentato al corpo mistico del sovrano ma come una rottura del patto sociale. L’entità della punizione deve apparire allora commisurata all’infrazione commessa e soprattutto essere certa, perché possa esercitare un effetto dissuasivo.<br />
Questa trasformazione conduce all’occultamento della punizione, alla cancellazione dello spettacolo punitivo. Il cerimoniale della pena entra nell’ombra, per diventare un’oscura pratica amministrativa, sostituita dalla pubblicità dirompente del processo e della sentenza, momenti in precedenza segreti. Il capovolgimento è radicale. Processo e condanna, prima ancora della pena, diventano lo stigma negativo che deve marcare il delinquente. L’esecuzione della sanzione sembra quasi un’ignominia supplementare che la giustizia ha vergogna di mostrare. Se ne tiene a distanza. La pena fuoriesce dal campo delle percezioni quotidiane per entrare in una dimensione astratta, sconosciuta, immaginata, non vista. L’efficacia è demandata alla sua ineluttabile fatalità, non più alla sua intensità percettibile. La certezza d’essere punito e non l’abominevole teatro, la «scène dégoûtante», viene a rappresentarne il monito. Il corpo non è più esposto ma interminabilmente recluso. «L’impressionabilità non è più legata all’effimera intensità del supplizio, alla sua illusoria esemplarità, ma fondata sulla durata». Ciò consente alla giustizia di non assumere più pubblicamente la parte di violenza che è insita nel suo esercizio. La punizione non appare più come tale perché le nuove tecniche mirano a rimettere in riga il deviante. Ma dietro la pretesa di «guarire», si rimuove in realtà l’aspetto più concreto dell’espiazione, ovvero il castigo.</p>
<p><strong>L’apologetica carceraria</strong><br />
Nasce così un nuovo genere: l’apologetica carceraria, un edificante progetto votato al reinserimento della parte deviante della società. Con Beccaria e Bentham si dispiega un processo di razionalizzazione delle dottrine come dell’architettura punitiva non più fondato sulla degradazione dei corpi ma sulla correzione delle menti. «Non il terribile ma passeggero spettacolo della morte di uno scellerato ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno più forte contro i delitti»: è la citazione di un passaggio da <em>Dei delitti e delle pene</em>, che Brossat propone, notando come la filosofia penale illuminista inventi con la prigione una nuova fabbrica dell’inumano che viene a sostituirsi ai mattatoi del tormento, definendo il passaggio dal regime del supplizio sui corpi a quello del loro abbandono, dalla crudeltà all’insensibilità. Ma già un vecchio padre del liberalismo moderno, Benjamin Constant, metteva in guardia contro l’illusione umanitaria: «le punizioni che si sono volute sostituire alla pena di morte non sono che questa pena inflitta con minuzia, quasi sempre in maniera più lenta e dolorosa». Sparisce il boia ma aumentano i carcerieri. Finalmente nel carcere dell’Occidente moderno e opulento i detenuti non sperimentano più fame e stenti; al contrario deprimono, marciscono, si svuotano, s’immiseriscono, si suicidano appunto. Fanno della vita stessa una malattia. L’istituzione penitenziaria non uccide quasi più di propria mano, lascia uccidersi, mentre col dilagare del liberismo economico, dopo il decennio Ottanta, il numero degli incarcerati ha cominciato ad aumentare a dismisura, e le pene a lievitare senza freno. Il numero dei reati è cresciuto perché si è allargata la rosa dei comportamenti sanzionati. Il carcere si è riproposto come un’istituzione criminogena, una fabbrica della devianza che sottende la paranoica idea di una società in libertà condizionale.</p>
<p><a href="http://insorgenze.files.wordpress.com/2008/09/esterne011338050111134211_big1.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-269" title="esterne011338050111134211_big1" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2008/09/esterne011338050111134211_big1.jpg?w=500" alt="" width="500" height="326" /></a></p>
<p><strong>Il paradigma vittimario</strong><br />
A questo punto Brossat segnala un’ulteriore configurazione della sensibilità, investita dal sopraggiungere del <em>paradigma vittimario</em>. Un processo di sostanziale neutralizzazione e depoliticizzazione della figura della vittima che, divenuta un’icona della martirologia statale, cancella «perdenti e vinti della storia». Dietro ciò emerge una nuova opinione umanitaria che, capovolgendo i presupposti della critica illuminista (circolazione libera delle idee in uno spazio pubblico autonomo dalla sfera statale e religiosa), si concepisce come baluardo avanzato della legge e dell’ordine invocando una nuova forma d’intolleranza. Ecco che senza più remore ed ipocrisie si torna ad affermare l’obiettivo unicamente afflittivo della pena. Proprio come riconosceva più di un secolo fa il sociologo Emile Durkheim: «la pena è rimasta un’opera di vendetta. Si dice che non facciamo soffrire il colpevole solo per farlo soffrire. Non è meno vero tuttavia che troviamo giusto che egli soffra», per questo non mancava di prescrivere che «la condizione penitenziaria deve essere più draconiana di quella dell’uomo libero più indigente».</p>
<p><strong>La retribuzione simbolica</strong><br />
Il carcere non cambia. Resta il luogo in cui lo Stato regola con freddezza i suoi conti con le classi pericolose, in cui mostra senza emozioni né debolezze chi comanda, ricordando ai vinti quanto costa continuare a pretendere d’ignorare le regole del gioco. Questa sua essenza politica suggerisce allora di cambiare la nostra prospettiva d’osservazione e non guardare più alla prigione soltanto dal punto di vista dell’«opinione umanitaria», sulla base d’un approccio compassionevole che riversa la sua critica unicamente sulla sofferenza del detenuto, ma osservando il carcere come manifestazione della violenza dello Stato, luogo dell’eccezione sovrana. Esso svolge una decisiva funzione politica poiché riunisce la comunità contro colui che ha infranto le regole. La reclusione dunque rinforza il legame sociale, prepara la sicurezza futura. Ogni pena inflitta inscena una retribuzione, una restaurazione, rivestendo una funzione lenitiva per la coscienza collettiva colpita dal crimine. Non c’è riformismo penitenziario che abbia realmente insidiato questa filosofia. Allora di fronte all’abissale fallimento dell’umanesimo penale, Brossat invita a rigettare definitivamente l’inganno fondativo del carcere. La prigione non serve e la speranza che il diritto vi faccia un ingresso pieno e maturo – conclude – non ci condurrà comunque nell’era del «dopo carcere», ma solo in quella di un diritto incarcerato. Per l’intanto non è lo stato di diritto che si estende nelle prigioni ma il modello carcerale che avanza nella società, come i centri di permanenza temporanea e le nuove strutture di detenzione attenuata dimostrano.<br />
<strong><br />
Incarcerare il diritto o abolire il carcere?</strong><br />
Pensare che «per eliminare lo scandalo delle carceri sia sufficiente adeguare il loro regime interno alle norme generali dello Stato di diritto», pensare che sia sufficiente garantire il sia pur fondamentale livello minimo d’integrità e immunità della persona detenuta, per ritenere la prigione uno spazio finalmente «umanizzato» e giuridicamente corretto, oltre a rinviare ad una concezione puramente passiva dei diritti, intesi unicamente come pura tutela della persona, al pari di un organismo vegetale, muto e sprovvisto di pensiero proprio (come la flora tutelata dagli ambientalisti), mostra l’incomprensione assoluta degli effetti dell’internamento. L’ingresso in carcere provoca una degradazione giuridico-politica dell’internato, ridotto a semplice corpo. «La detenzione è la prova più radicale che ci sia di non appartenenza alla comunità civile». Il detenuto è privo di «diritti soggettivi», può rispondere con sfacciata sicumera, e tanto di timbro dell’amministrazione in calce, il vicedirettore di un istituto di pena ad un detenuto che gli chiede su quali fondamenti giuridici poggi il trattamento penitenziario che gli è riservato. Una condizione che rinvia a quella dell’ostracizzato, del bandito, dell’esiliato interno. È impensabile immaginare l’esercizio delle libertà politiche all’interno di un sistema disciplinare che considera la sanzione consustanziale, non solo alla privazione della libertà fisica, alla riduzione brutale delle possibilità di movimento, al «disciplinamento» dei corpi, al controllo dei sentimenti, delle emozioni, degli affetti, alla privazione di alcune funzioni essenziali della vita umana, ma anche al diritto di riunione e discussione.<br />
Luogo concentrazionario per eccellenza, la prigione non prevede l’esistenza di uno «spazio pubblico» interno alla cinta muraria. Le sezioni sono strettamente separate tra loro, le celle restano chiuse per l’intera giornata, fatta eccezione per alcuni tipi d’istituti di pena. Non c’è libera circolazione, i soli luoghi d’incontro restano i passeggi durante le ore d’aria, le palestre (negli istituti che ne sono provvisti), le eventuali attività trattamentali, i luoghi di culto. La comunicazione sceglie allora flussi sotterranei, segue traiettorie carsiche, s’inabissa lungo percorsi discreti e riservati che cercano d’evitare gli occhi dell’amministrazione, servendosi dell’antico <em>savoir-faire</em> degli schiavi. In sostanza, l’ipotesi di una «vita attiva», per usare un’espressione arendtiana, o in altri termini, l’esercizio della cittadinanza, all’interno della quale l’individuo detenuto si trovi ad essere concepito anche come essere pensante, capace di produrre attività relazionali di tipo sociale, politico e culturale, non è in alcun momento preso in considerazione, anzi se possibile è osteggiato. Se la comunicazione tra detenuti non è formalmente vietata, salvo espliciti provvedimenti dell’autorità giudiziaria, l’intera macchina penitenziaria è costruita per impedirla, intercettarla, sopprimerla.<br />
Quale può essere allora la via di fuga dall’ideologia penitenziaria? Sprigionare la società, vorremmo sentir rispondere. Ma quanti sono pronti a segare le sbarre che imprigionano la loro coscienza?</p>
<p>(Carcere di Mammagialla, 23 maggio 2005)</p>
<p><strong><br />
Link</strong><br />
<a href="../2009/08/26/inferno-carcere-un-detenuto-si-suicida-e-un-altro-si-cuce-la-bocca/">Inferno carcere, un detenuto si suicida e un altro si cuce la bocca</a><br />
<a href="../2009/08/20/proteste-nelle-carceri-amnistia-subito-e-abolizione-delle-leggi-che-fabbricano-detenzione/">Proteste nelle carceri: amnistia subito e abolizione delle leggi che fabbricano detenzione</a><br />
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<a href="../2009/08/20/non-si-ferma-la-protesta-nelle-carceri-italiane/">Non si ferma la protesta nelle carceri italiane</a><br />
<a href="../2009/08/19/carceri-e-rivolta-contro-laffollamento-%E2%80%9Camnistia%E2%80%9D/">Carceri è rivolta contro l’affollamento: “Amnistia”</a><br />
<a href="../2009/08/18/aumenta-i-detenuti-mentre-calano-i-delitti/">Aumentano i detenuti mentre calano i delitti</a><br />
<a href="../2009/08/14/incarcerazioni-facili-un-problema-italiano/">Incarcerazioni facili, un problema italiano</a><br />
<a href="../2009/08/18/2009/08/12/carceri-facili-dopo-le-proteste-torna-in-carcere-aggirate-le-garanzie-processuali/">Dopo le proteste torna in carcere, aggirate le garanzie processuali</a><br />
<a href="../2009/08/18/2009/08/11/nel-paese-del-carcere-facile-il-%E2%80%9Ccorriere-della-sera%E2%80%9D-sinventa-lennesima-polemica-sulle-scarcerazioni-facili/">Nel paese del carcere facile, il Corriere della Sera s’inventa l’ennesima polemica sulle scarcerazioni rapide</a><a href="../2009/08/18/2009/08/06/2008/07/13/curare-e-punire/"><br />
Ho paura dunque esisto</a><br />
<a href="../2009/08/18/2009/08/06/2008/10/21/giustizia-o-giustizialismo-dilemma-nella-sinistra/">Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra</a><br />
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<a href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/02/2008/07/13/il-governo-della-paura/">Il governo della paura </a><br />
<a href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/02/2008/07/13/genesi-del-populismo-penale-e-nuova-ideologia-vittimaria/">Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria</a><br />
<a href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/02/2008/07/13/populismo-penale-una-declinazione-del-neoliberismo/">Populismo penale, una declinazione del neoliberismo</a><br />
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<a href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/30/page/2009/04/23/Topi%20in%20gabbia">Come si vive e si muore nelle carceri italiane</a><br />
<a title="La banda del mattone mette le mani sulle carceri" href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/30/page/2009/04/23/2009/03/14/prigioni-i-nuovi-piani-di-privatizzazione-del-sistema-carcerario/">Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario</a><br />
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<a title="Intervista Francesco Margara" href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/30/page/2009/04/23/2009/01/04/carcere-%c2%able-misure-alterantive-al-carcere/">Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto</a><br />
<a title="Desincarcerer la société" href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/30/page/2009/04/23/2005/09/01/desincarcerer-la-societe/">Desincarcerer la société</a><br />
<a title="Gli spettri del 41 bis" href="../2009/08/18/2009/08/06/2009/07/30/page/2009/04/23/2002/10/28/carcere-gli-spettri-del-41-bis/"> Carcere, gli spettri del 41 bis</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Franco Cordero scrive bene?]]></title>
<link>http://caminadella.wordpress.com/2008/06/19/franco-cordero-scrive-bene/</link>
<pubDate>Thu, 19 Jun 2008 07:00:53 +0000</pubDate>
<dc:creator>Caminadella</dc:creator>
<guid>http://caminadella.wordpress.com/2008/06/19/franco-cordero-scrive-bene/</guid>
<description><![CDATA[&#8220;Nel dialetto subalpino circolava una metafora romanesque: &#8220;l&#8217;hanno cambiato a bal]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignright" style="float:right;" src="http://caminadella.wordpress.com/files/2008/06/franco-cordero.jpg" alt="Franco Cordero" /></p>
<blockquote><p>&#8220;Nel dialetto subalpino circolava una metafora romanesque: &#8220;l&#8217;hanno cambiato a balia&#8221;; forse lo dicono ancora d&#8217;uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e relativa sapienza vanno estinguendosi); l&#8217;ubriacone diventa asceta, il codardo compie gesta eroiche et similia.&#8221;</p></blockquote>
<p>Attacco di &#8220;<a title="La conversione impossibile" href="http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/giustizia-1/cordero-polemica/cordero-polemica.html" target="_blank">La conversione impossibile</a>&#8220;, l&#8217;articolo di oggi del giurista <a title="Franco Cordero" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Cordero" target="_blank">Franco Cordero</a> su Repubblica. Questa frase meriterebbe un discorso lungo, ma ho poco tempo e mi limito a qualche domanda.</p>
<ol>
<li>Cos&#8217;è il &#8220;dialetto subalpino&#8221;? Nella pianura padana di dialetti ce n&#8217;è un esercito.</li>
<li>&#8220;L&#8217;hanno cambiato a balia&#8221; è una metafora?</li>
<li>Perché questa metafora sarebbe romanesca?</li>
<li>Perché Cordero scrive &#8220;romanesque&#8221; invece di &#8220;romanesca&#8221;?</li>
<li>Perché i subalpini dovrebbero dire &#8220;l&#8217;hanno cambiato a balia&#8221; di uno che &#8220;improvvisamente risulti diverso&#8221; (altri avrebbero scritto &#8220;si trasforma&#8221;) da adulto (l&#8217;ubriacone, il codardo)?</li>
</ol>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il Jaccuse di Franco Cordero]]></title>
<link>http://boghey.wordpress.com/2008/05/27/il-jaccuse-di-franco-cordero/</link>
<pubDate>Tue, 27 May 2008 21:32:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>boghey</dc:creator>
<guid>http://boghey.wordpress.com/2008/05/27/il-jaccuse-di-franco-cordero/</guid>
<description><![CDATA[Pubblicato su &#8220;Diritto e Giustizia&#8221; il 12/12/2001 Principi fondamentali e uguaglianza (M]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-family:Times New Roman;"><span style="font-size:7.5pt;">Pubblicato su &#8220;Diritto e Giustizia&#8221; il 12/12/2001<br />
Principi fondamentali e uguaglianza (Manifesto dei giuristi sulla questione-giustizia; pubblicato da Diritto e Giustizi@ il 12 dicembre 2001)</p>
<p></span></span><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"><br />
I sottoscritti professori universitari di diritto, consapevoli della loro responsabilità di fronte agli studenti e di fronte al dovere di rispettare i principi basilari delle discipline giuridiche, ritengono di non poter tacere su un evento mai verificatosi nella storia parlamentare dell&#8217;Italia unita, che mette a repentaglio le stesse fondamenta dello stato costituzionale. Il Senato della Repubblica, con la mozione approvata a maggioranza il 5 dicembre 2001, ha sottoposto a violente critiche alcuni provvedimenti giudiziari relativi a processi penali in corso, qualificandoli come errati nel merito, eversivi del corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali e lesivi delle prerogative del legislatore; il tutto nel quadro di gravissime accuse rivolte a singoli magistrati che avrebbero tentato, e tenterebbero tuttora, &#8220;di usare l&#8217;alto mandato, con le relative prerogative previste dalla Costituzione, a fini di lotta politica, fino ad interferire nella vita politica del Paese utilizzando in maniera strumentale i più svariati capi di accusa di sapore chiaramente illiberale&#8221;. Questo intervento costituisce un grave atto di intimidazione, perché contiene un giudizio di merito su provvedimenti giurisdizionali ancora sottoposti agli ordinari mezzi di impugnazione, e, come tale, attenta alla libertà di valutazione dei giudici negli attuali e successivi gradi dei processi: al punto da creare il presupposto di un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato in ordine alle funzioni interpretative che necessariamente ineriscono all&#8217;esercizio della giurisdizione. Si deve poi rilevare che è falsa l&#8217;affermazione secondo cui &#8220;recenti provvedimenti giudiziari&#8221; &#8211; le due ordinanze (17 e 21 novembre 2001) pronunciate dal tribunale di Milano in processi penali a carico dell&#8217;onorevole Previti e altri &#8211; &#8220;hanno disatteso una sentenza della Corte costituzionale, per di più risolutiva di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato&#8221; (la sentenza 225/2001, che annulla alcuni provvedimenti emessi dal giudice dell&#8217;udienza preliminare nei suddetti processi). In realtà, le ordinanze del tribunale di Milano non disattendono la sentenza costituzionale. Nel prendere doverosamente atto dell&#8217;annullamento deliberato dalla Corte, esse affrontano il delicato problema dell&#8217;influenza esercitata dai provvedimenti annullati sul seguito del processo; e, nel contesto di un&#8217;ampia argomentazione, escludono la necessità del ritorno alla fase dell&#8217;udienza preliminare, sollecitato dalla difesa. Da tale conclusione, che pare ai sottoscritti plausibile alla luce del diritto vigente, si può naturalmente dissentire sulla base di una diversa lettura della legge processuale, la cui corretta interpretazione è dalla stessa sentenza costituzionale demandata ai &#8220;competenti organi della giurisdizione&#8221;. Ma si deve comunque fermamente ribadire che, in presenza di provvedimenti ancora sottoposti agli ordinari mezzi d&#8217;impugnazione, la critica può essere svolta con atti di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e non con atti di indirizzo politico, come è una mozione parlamentare. Con ciò si è violato il principio plurisecolare &#8211; molto più antico della vigente Costituzione &#8211; che vieta al Parlamento di interferire nel merito dei singoli processi: divieto così forte da, addirittura, impedire alla legge di modificare le sentenze definitive. I sottoscritti non possono fare a meno di rilevare che la mozione del Senato s&#8217;inserisce in un quadro generale di violento attacco politico contro la magistratura italiana, accompagnato da iniziative segnate da un conflitto d&#8217;interessi che inquina la vita politica del Paese e i suoi rapporti con la comunità internazionale. Nell&#8217;esprimere, in questo delicato frangente, piena solidarietà alla magistratura, i sottoscritti ricordano che uno dei padri della Costituzione, Piero Calamandrei, nella prefazione all&#8217;Elogio dei giudici scritto da un avvocato, particolarmente elogiava Aurelio Sansoni, giudice in Toscana nel Ventennio, scrivendo: &#8220;Qualcuno, nei primi tempi del fascismo, lo chiamava anche &#8220;il pretore rosso&#8221;; e non era in realtà né rosso né bigio: era soltanto una coscienza tranquillamente fiera, non disposta a rinnegare la giustizia per fare la volontà degli squadristi che invadevano le aule. Era semplicemente un giudice giusto: e per questo lo chiamavano &#8220;rosso&#8221; (perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria)&#8221;.</p>
<p>                                                                                                   * * * * * * * * * * * * *</p>
<p>Lunario d&#8217;una scienza povera.<br />
Habent sua sidera anche le cose giuridiche. Sulla procedura penale ne incombe uno nefasto: nata dallo zibaldone Alberto Gandino (Perugia, 1287-7, ante 27 marzo), rimane atrofica, vittima dell&#8217;amorfismo inquisitorio, mentre l&#8217;omologa civile cresce, stimolata dal contraddittorio; nelle partite senza regole manca uno scibile che valga la pena coltivare, non essendo droit savant eventuali mosse astute giocabili sotto banco. Dopo mezzo millennio, il Regno napoleonico d&#8217;Italia la codifica in un lessico fine (l&#8217;orafo è Giandomenico Romagnosi, giusfilosofo eclettico), ma nel giro cattedra-foro-banco pesano ritardi culturali dalle discipline romanistiche. L&#8217;Ottocento, così ricco in dottrina penalistica, annovera due soli nomi: non hanno eredi Nicola Nicolini, napoletano, e Matteo Pescatore, piemontese; né comincia meglio il secolo seguente; ne passa metà prima delle Lezioni carneluttiane. Insigni avvocati penalisti schivano le questioni procedurali reputandole materia vile: non l&#8217;avevano studiata (nella ratio studiorum ante 1938 viene subalterna, squallida appendice del diritto penale); meno che mai la rivaluta il codice Rocco, rude arnese codino. Vigono routines empiriche con qualche invenzione da mago apprendista. A 194 anni dal codice Romagnosi resta un luogo pericoloso perché nel vuoto sintattico imperversano gli scorridori e ogni sgorbio passa impunito. Cadrebbe dalle nuvole il penalista &#8220;anni Trenta&#8221; che rivisitasse le aule: ai suoi tempi era roba da flebotomi, senza décor, appena tollerata: adesso tiene banco, ipertrofica, unghiuta, impudente, logorroica, stridula, assordante. Gli agonisti giostravano sul merito. L&#8217;ars novissima evita, impedisce le decisioni rischiose, come nella mancata doppia ordalìa del fuoco tra domenicano piagnone e minorita, sabato 7 aprile 1498, davanti alla Signorìa, con una differenza: svergognato, l&#8217;indomani Savonarola cade, mentre furberìe simili rendono largamente agli odierni cultori del tempo perso; la prescrizione corre e cambiano le lune. Nella schermaglia il capolavoro è fulminare le prove in mano all&#8217;accusa. Sono tornei costosi, inutile dirlo, inscenabili solo a profitto d&#8217;exceptae pesonae, con adeguata claque, finché non scendano dal cielo fori privilegiati (l&#8217;optimum sarebbe un riguardoso self-restraint selettivo negli addetti all&#8217;azione penale). Non merita rimpianti l&#8217;illegalistica bulimìa inquisitoria ma viene il dubbio che il feticcio garantistico talvolta mascheri interessi poco rispettabili. Qualche istituto appare guasto ab ovo. Le indagini preliminari, ad esempio, reincarnano riti d&#8217;antan, da sistema post-inquisitorio, mentre la linea auspicabile sarebbe alleviarle affinché il baricentro sia davvero il dibattimento: questo codice troppo lambiccato le sovraccarica, iniettandovi dialoghi vieux style, ma strozza l&#8217;attore pubblico nel cappio dei termini (un assurdo, in logica accusatoria); e tale essendo l&#8217;orientamento, conforme ad ataviche culture del tatticismo curialesco, sarebbe ingenuo aspettarsi una deregulation (con l&#8217;ovvia contropartita che, salve diverse scelte hinc inde, gli atti compiuti dal pubblico ministero fuori contraddittorio non valgano nella decisione). Norme storte, pensiero debole, interessi forti, compongono miscele esplosive. Vediamone alcune. Se gli scenari mentali dei codificatori fossero oro colato sul piano ermeneutico, come gl&#8217;incolti credono, l&#8217;articolo 191 forse conterrebbe niente meno che l&#8217;allegra massima dell&#8217;albero avvelenato, ricorrente nei film: contano zero i cadaveri in casa dell&#8217;omicida, l&#8217;arsenale guignolesco e una meticolosa contabilità, magari corredata da documenti audiovisivi, tamquam non essent, perché i detective li hanno scovati con un&#8217;intrusione abusiva; non avevano il mandato; assolto quindi Barbablu, in ossequio al Quarto Emendamento, ma essendo moralmente regolato il mondo, almeno nella fiction americana, delinque ancora finendo male come meritava. Ogni tanto Dike mette il dito nei grovigli umani: se i formulatori dell&#8217;articolo 191 avevano quei teoremi in testa, hanno sbagliato un verbo: eterogenesi dei fini, insegna Hegel; e le parole valgono ex se, qualunque cosa pensassero i parlanti. Suonano chiare: non sono valutabili &#8220;prove acquisite&#8221; contro divieti legali; l&#8217;ipotesi è che sia vietato acquisirle (ad esempio, i detti d&#8217;una persona incompatibile con l&#8217;ufficio testimoniale, articolo 197, ovvero i memoriali, non costituenti corpus delicti, affidati al difensore, articolo 104); ora, postulato un divieto, ricavabile aliunde, la prova sarebbe male acquisita anche se non esistesse l&#8217;articolo 191 (L&#8217;argomento è discusso nella mia Procedura penale 6 , Giuffrè, Milano, 625-41), il quale risulta enfaticamente vuoto. Tutto dipende dalle regole d&#8217;ammissibilità (magari extravaganti dal codice, purché esistano): perciò declama fuori chiave chi affermi tuot court invalido il sequestro delle cose rinvenute dal perquisitore abusivo, quasi i due atti fossero giuridicamente inscindibili; ed è puro nonsense chiamarlo &#8220;incostituzionale&#8221;. Che l&#8217;articolo 14 della Costituzione tuteli il domicilio, non dice niente sulle prove ivi reperite. L&#8217;importante è sapere se fossero passibili d&#8217;una ricerca coattiva, nel qual caso l&#8217;articolo 253 esige il sequestro, salva una mancata convalida della perquisizione e relativi effetti disciplinari nonché penali a carico dell&#8217;operatore scorretto. Conclusione ovvia, condivisa dalle Sezioni unite. Chi avesse dubbi consideri quest&#8217;ipotesi: nel luogo perquisito avviene l&#8217;arresto dell&#8217;imputato o evaso (articolo 247), un formidabile boss, ricercatissimo; forse nemmeno i suoi consulenti legali oserebbero sostenere che, in ossequio al fair play, bisogni chiedergli scusa, liberandolo con un congruo termine dilatorio, durante il quale l&#8217;intero apparato stia inerte, a occhi chiusi come nei giochi infantili, perché i perquisitori lavoravano senza decreto o prima delle ore 7 ovvero dopo le 20 o il decreto c&#8217;era ma non abbastanza motivato sul come mai l&#8217;indagante ritenesse utile frugare lì. Il sequestro della cosa pertinente al reato è un caso simmetrico. Inutile dire quanta loquela divamperebbe appena attecchisse la massima sui fruits of the poisonous tree: sono farina del diavolo le prove d&#8217;accusa scovate attraverso passi abusivi o almeno sospetti: ergo, quando l&#8217;accusa espone le sue, sveli retroscena e fonti. Le procedure corsare non lesinano i colpi bassi. Vediamone ancora uno: la prova invalida riesce innocua quando non incida sull&#8217;esito, e nel suo inverso causa un error in iudicando; quel tribunale ha condannato mentre doveva assolvere, o l&#8217;inverso; decisioni simili sono ingiuste, non nulle (supponendo assenti altre cause d&#8217;invalidità). Ad esempio, non è annullabile il rinvio a giudizio su prove non valutabili (sia detto col massimo riguardo verso Corte costituzionale 10 aprile 1998 n. 110 e 16 dicembre n. 410): l&#8217;epilogo corretto era &#8220;non luogo a procedere&#8221;; e nel dibattimento l&#8217;imputato va assolto, come avviene ogniqualvolta l&#8217;accusa sia perdente. Fin dal remoto 1961, ragionando su &#8220;nullità, sanatorie, vizi innocui&#8221;, distinguendo gli atti meccanicamente necessari (specie i propulsivi quali imputazione o accusa) dagli istruttorii, notando come la regressione, inevitabile in un caso, sia fuori luogo nel secondo: la prova male acquisita è riacquisibile nel dibattimento o in appello, qualora ve ne sia bisogno; riformulata in 9 edizioni della vecchia Procedura e 6 della nuova, ma da noi le idee circolano poco. Nel rituale stregonesco l&#8217;esorcista estirpa la nullità rispedendo gli atti alla sede dalla quale venivano, senza distinguere, con largo gradimento degl&#8217;interessati ai tempi lunghi, nel cui grembo lievitano tante comode chances. Supponiamo affetta da nullità l&#8217;udienza preliminare dove l&#8217;imputato, legittimamente impedito, fosse assente, ma che le udienze siano molte (la stessa parola qui designa cose diverse: l&#8217;intera sequela e l&#8217;unità giornaliera del lavoro): e fosse vuota quella dove l&#8217;imputato mancava: o i relativi atti risultino rinnovati nella seguente, dov&#8217;era apparso. Se l&#8217;anomalia s&#8217;è risolta in episodi innocui, avulsi dal quadro dialettico (eventuale lavoro istruttorio, discussione, decisione), perché rifare tutto ab ovo? I più virtuosi formalismi non esimono dal pensare. Epifania legislativa sulle rogatorie. Sono affare arduo le prove d&#8217;accusa da raccogliere o costituire all&#8217;estero: spesso l&#8217;antagonista è una criminalità dalle tecnologie agguerrite, opulenta, proteiforme, strategicamente radicata, esperta d&#8217;adescamenti, pronta alle occasioni, leguleia; mafie, mercanti d&#8217;armi, riciclatori, narcotrafficanti, pirati d&#8217;affari, corruttori, corrotti, barattieri e una varia fauna in colletto bianco. I controinteressati resistono guadagnando anni (97 ricorsi de eadem re sono il record elvetico) (vedi, M. Di Cave, L&#8217;assistenza giudiziaria in materia penale tra Stati d&#8217;Europa: verso la creazione d&#8217;uno spazio giudiziario europeo,tesi dottorale, Roma 2000, 160). Veniamo al caso sul quale interloquisce l&#8217;ordinanza milanese 22 ottobre-12 novembre 2001: come Dio vuole, i materiali richiesti arrivano (documenti bancari et similia); i difensori tentano d&#8217;escluderli dal dibattimento. La rogatoria, dicono, è viziata sotto due aspetti: le carte risultano trasmesse direttamente anziché seguire tortuose vie diplomatiche (articolo 15, commi 1 sg., Conv. europea 20 aprile 1959); e non sono copie autentiche (articolo 3 predetta Conv.). Il Tribunale, 4 luglio 2001, risponde picche: era prassi trasmetterle così e la conferma una previsione ad hoc nella Conv. romana 10 settembre 1998, ratificata dall&#8217;Italia (articolo 1 legge 5 ottobre 2001, n. 367); né l&#8217;articolo 3 Conv. europea prescrive ad sub-stantiam copie autentiche. Tre mesi dopo, nella legge appena citata (curiosamente strabica), nasce un nuovo articolo 729, il cui comma 1 fulmina le prove &#8220;acquisite o trasmesse&#8221; in modi non conformi alla Conv. europea e seguenti, nonché alle &#8220;norme generali&#8221; del diritto internazionale: sono &#8220;inutilizzabili&#8221; (gergo canonico e come suona forte l&#8217;aborrimento); poco male se l&#8217;articolo 18 non conferisce effetto retroattivo al nuovo regime; qualora le carte aborrite siano nel fascicolo del dibattimento, in ogni stato e grado, cassazione inclusa, l&#8217;eventuale invalidità è rilevabile, anche ex officio, nella prima udienza dall&#8217;entrata in vigore della legge. I difensori reiterano l&#8217;&#8221;eccezione&#8221; (vocabolo improprio rispetto alle anomalie rilevabili anche ope iudicis), invocando lo ius provvidenzialmente superveniens; e il Tribunale risponde ancora no, scavando nella questione. Cominciamo col dire perché l&#8217;articolo 727 non sia un capolavoro. Secondo i lettori rigoristi, ogniqualvolta l&#8217;atto vìoli la lex loci in un punto qualunque, la prova svanisce. Ora, come ogni procedurista sa, esistono atti &#8220;irregolari&#8221;: così li definiamo quando cadono sotto una lex minus quam perfecta, che vieti qualcosa ma non commini invalidità: fenomeno identificato dai Tituli ex corpore Ulpiani, piuttosto frequente in materia processuale. Ad esempio, una ricognizione eseguita tra persone vistosamente dissimili (articolo 214): varrà meno sullo schermo cognitivo ma nessuna norma la qualifica nulla; idem le testimonianze difformi dalle regole dialogiche ex articolo 499. Quando poi risulti invalido là, può darsi che la regola violata manchi qui, e allora sa d&#8217;assurdo invalidarlo attraverso il rinvio alla norma estera, mentre sarebbe validissimo se fosse compiuto in Italia. Passiamo all&#8217;ipotesi inversa. La prova vietata dalle norme italiane resta tale anche se fosse ammessa nella lex loci, ma supponendola ammissibile, è piuttosto raro che l&#8217;atto acquisitivo abbia l&#8217;identica forma nei due ordinamenti: ad esempio, arrivano testimonianze raccolte direttamente dal giudice, non essendo là previste escussioni incrociate; sarebbe folle buttarle via. Vale l&#8217;opposto sull&#8217;interrogatorio senza difensore, ed è conclusione intuitivamente sicura (Corte costituzionale 25 luglio 1995 n. 379), mentre costa fatica l&#8217;idea che il verbale sia roba del diavolo, sebbene il difensore fosse presente, se non vi figura l&#8217;avvertimento ex articolo 64, comma 3, lettera a (ogni parola sarà adoperabile a suo carico); futile americanismo cinematografico, del quale non sentivamo il bisogno, ma un iperbolico comma 3bis (rectius 4) commina l&#8217;&#8221;inutilizzabilità&#8221;. La cooperazione tra Stati implica arnesi flessibili: l&#8217;articolo 9 Conv. 8 novembre 1990 su riciclaggio, ricerca, sequestro, confisca dei proventi delittuosi, prevede atti da compiere nelle forme richieste dal rogante, fin dove siano compatibili col diritto interno; e nei relativi casi, secondo l&#8217;articolo 727, comma 5bis (rectius 6, come sarebbe numerato se i nomenclatori non seguissero una loro stravagante aritmetica), la richiesta specifica i modi, indicando gli elementi sine quibus non. Stavolta niente da obiettare all&#8217;&#8221;inutilizzabilità&#8221; comminata dal comma seguente (Dio sa perché i tre commi d&#8217;un articolo non siano 1, 2, 3, ma 1, 1bis, 1ter: è gesto nevrotico l&#8217;avverbio numerale latino speso fuori luogo; né aiuta gli utenti d&#8217;un ordigno così distante dalla limpida prosa del code Napoléon sul quale Henri Beyle ventenne affilava lo stile). Incredibile dictu nel sedicente comma 1ter: quando il documento sia &#8220;inutilizzabile&#8221;, tale diventa qualunque enunciato narrativo, da qualsivoglia fonte, sui fatti ivi rappresentati; e affinché il lettore afferri tutto l&#8217;effetto dirompente, conviene esporglielo sotto forma d&#8217;esempio. Inteso ad usum delphini, l&#8217;articolo 729, comma 1 esclude dal processo i materiali trasmessi in copia non autentica: già sbalordisce l&#8217;idea d&#8217;affossarli perché manca un timbro (nessuno oserebbe affermarlo se venissero dall&#8217;Italia); ma non soddisfatto d&#8217;avere incenerito le carte, l&#8217;esorcista spranga le porte a testimoni e coimputati; fosse anche l&#8217;imputato in carne e ossa a dirlo, bisognerebbe chiudergli la bocca. Esistono paradossi divertenti (insigne, quello studiato da Bertrand Russell, del cretese affermante che tutti i cretesi mentono: è vero o falso?; vero se falso; falso se vero) ma i legislatori non possono decentemente permetterseli. Infine, qualcosa sulla disciplina transitoria. Che le regole d&#8217;ammissibilità siano immediatamente applicabili, è massima sicura (Procedura, cit., 718-21): le prove appartengono al metabolismo decisorio sulla questione storica; se una sentenza ne usasse d&#8217;escluse, deciderebbe male. Qui però supponiamo che fosse una prova ammissibile e l&#8217;atto acquisitivo risulti invalido secondo la norma sopravvenuta. In casi simili, salve previsioni diverse, tempus regit actum: l&#8217;articolo 18 legge 5 ottobre 2001, commi 1 sg., dispone diversamente; e poteva, non essendovi limiti metalegislativi, ma è scelta oscura, quindi criticabile. Il testo, le norme, i giudici. Circolano apoftegmi strabilianti sui tre poteri. Qualcuno invoca una Kabinettsjustiz: i dominanti dettano &#8220;ukase&#8221; dal parlamento; i tribunali li applichino sillabando; chiunque evada dalla lettera subirà lo scudiscio. Fedeltà canina. L&#8217;argomento invita a qualche rilievo elementare, cominciando da Re Sole (&#8220;l&#8217;Etat c&#8217;est moi&#8221;). <span lang="FR">L&#8217;Ordonnance civile 1667 codifica un&#8217;idea padronale: &#8220;[s'] il survient aucun doute ou difficulté&#8221; nel modo d&#8217;applicare &#8220;nos ordonnances, édits, déclarations et lettres-patentes&#8221;, non è affare delle corti scioglierli; &#8220;mais voulons qu&#8217;en ces cas elles aient à se retirer par-devers-nous&#8221;, a udire &#8220;ce qui sera de notre intention&#8221; (articolo 7, tit. I). L&#8217;articolo seguente dichiara &#8220;nul et de nul effet&#8221; ogni &#8220;arrêt et jugement&#8221; dissonante da &#8220;nos ordonnances, édits, déclarations, lettres-patentes&#8221;, e responsabile dei danni verso le parti chi l&#8217;ha emesso, &#8220;ainsi qu&#8217;il sera par nous avisé&#8221;. </span>Quando voglia, il re mette mano negli affari de iustitia: li àvoca davanti a suoi tribunali; nomina commissari; proibisce d&#8217;agire contro date persone; interrompe gli atti in corso, ordina reclusioni senza processo. Luigi XIV poteva permetterselo. Gli eredi d&#8217;una monarchia affievolita subiscono vari scacchi nella partita con la nobiltà togata, mentre i philosophes elaborano una matematica del diritto dove Sua Maestà la Loi, razionalisticamente sovrana, dica tutto fino al minimo particolare, e giusdicenti-autonomi le prestino l&#8217;organo vocale. Nell&#8217;Assemblea tengono banco avvocati-ideologhi (scherniti dal positivista Hippolyte Taine): l&#8217;articolo 12, tit. II, legge 24 agosto 1970 vieta ai giudici d&#8217;interpretare i testi; nei casi dubbi &#8220;ils s&#8217;adresseront au corps législatif&#8221;. Era un teorema demente. Napoleone lo manda in soffitta, restituendo i ferri del lavoro interpretativo agli operatori naturali (articolo 4 Code civil). Il référe riappare marginalmente nella legge 16 settembre 1807 sulla Cour de cassation: quando annulli, interpretando il testo, e l&#8217;organo al quale rinvia la causa, persista nell&#8217;opinione ribelle, sul secondo ricorso può chiedere al Conseil d&#8217;Etat una lettura autentica, &#8220;dans la forme des règlements d&#8217;administration publique&#8221; (articoli 1 sgg.); oppure provvede a Sezioni unite, presieduta dal &#8220;grand-juge&#8221;; sul terzo ricorso, scatta l&#8217;intervento paralegislativo. Nella legge 30 luglio 1828 l&#8217;ultima parola spetta alla Corte reale investita della causa dopo il secondo annullamento. L&#8217;articolo 2 legge 1 aprile 1837, infine, affida alla Cassation il controllo dell&#8217;intero circuito: è ancora ammessa una decisione difforme sul &#8220;point de droit&#8221;; annullata la quale, il terzo giudice non ha più vie alternative d&#8217;uscita (Ivi, 113-18. <span lang="FR">Notizie in P.-A. Merlin, Répertoire universel et raisonné de jurisprudence, 104 sg., sub &#8220;Référé au législateur&#8221;, tomo XI, Garnery, Paris 1813 4 ; VI, 476 sg., sub &#8220;Interprétation&#8221;; II, 72 sg., sub &#8220;Cassation&#8221;). </span>&#8220;In claris non fit interpretatio&#8221; ma sono piuttosto rare le previsioni così puntuali da ammettere dubbi: quando anche le parole suonino univoche (Kelsen distingue variabili volute e accidentali, tutt&#8217;e due frequenti), esiste una terza specie d&#8217;ambiguità denominabile &#8220;organica&#8221;, perché i quadri legali configurano sistemi dove ogni formula &#8220;intersignifica&#8221; con altre; capitava già in Mesopotamia ai tempi d&#8217;Hammurabi. L&#8217;opus interpretativo ha due elementi: un testo (ad esempio, l&#8217;articolo 729 Cpp) e dei lettori; il senso in cui lo intendono, è la norma: ne germinano tante quanti gl&#8217;interpreti dissidenti. Articoli del Codice penale, rimasti quali erano 71 anni fa, non dicono più le stesse cose, essendo mutato lo scenario ermeneutico: testi immobili covano norme possibili; alcune non affiorano mai, altre svaniscono; che qualcosa duri, è l&#8217;effetto ottico indotto dagli atti interpretativi conformi. Analisi ovvia. Se bastassero le formule legali, nessuno raccoglierebbe i precedenti. Qualunque massimario smentisce l&#8217;illusione &#8220;della&#8221; norma sepolta negli articoli come le porte Scee prima che un archeologo tedesco educato su Omero le disseppellisse. Sarebbe un discorso infinito se l&#8217;autorità diseguale degli interpreti non tagliasse corto: date più decisioni in una causa, conta l&#8217;ultima, siano buoni o cattivi gli argomenti; il perdente o uno spettatore possono confutarla ma non scalfiscono l&#8217;accaduto. &#8220;Res iudicata facit de albo nigrum&#8221;, insegnavano i dottori. La norma iniquamente negata abita nel limbo delle cose mai venute al mondo, in compagnia d&#8217;arabe fenici, ippogrifi, ircocervi. Come intendere i nuovi testi. L&#8217;articolo 596, comma 1, rinvia alla Conv. europea 20 aprile 1959 e seguenti, nonché alle norme del diritto internazionale generale. L&#8217;articolo 729 qualifica &#8220;inutilizzabili&#8221; i documenti e ogni prova &#8220;acquisiti o trasmessi&#8221; in modo difforme dal prescritto. Nel caso deciso dall&#8217;ordinanza milanese erano in gioco entrambi i punti. Sul primo gl&#8217;interessati invocavano l&#8217;articolo 15 Conv. europea, dov&#8217;è prevista una remise diplomatica: regola obsoleta; l&#8217;applicabile è un&#8217;altra. Illo tempore cnque Stati comunitari (Germania federale, Belgio, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi) concertano la graduale soppressione dei controlli al confine, costituendo un gruppo aperto (Schengen, 14 giugno 1985). Indi stipulano la convenzione 19 giugno 1990: vi aderisce anche l&#8217;Italia, 27 novembre 1990; e ratificata con legge 30 settembre 1993 n. 388, vige dal 26 ottobre 1997. L&#8217;articolo 53, § 1, contempla richieste e risposte dirette tra uffici giudiziari. Infine, un protocollo annesso al Trattato d&#8217;Amsterdam 2 ottobre 1997, in vigore dal 1° maggio 1999, integra tali accordi nell&#8217;Unione, europea (Di Cave, 301, 310 sg., 317-21). Identica previsione formula l&#8217;articolo 17 Trattato Italia-Svizzera 10 settembre 1998, la cui ratifica sopravviene con la famosa legge 5 ottobre 2001, n. 367. Parrebbe una questione chiusa. No, sostiene la difesa, perché tempus regit actum: ineccepibile adesso, la trasmissione diretta non lo era allora, sebbene fosse prassi pacifica tra i due Stati. Ancora paradossi: se l&#8217;assunto fosse accolto, le carte sarebbero &#8220;inutilizzabili&#8221; finché, rispedite al mittente, non tornino lungo la stessa via dalla quale erano venute; argomenti futili persino in procedura penale, materia equivoca, e forse era superfluo confutarli, ma il Tribunale risponde. Più interessante il secondo punto. Notiamo come l&#8217;articolo 3, comma 3 Conv. europea sia frainteso nella versione italiana: &#8220;la parte richiesta non potrà trasmettere che semplici copie o fotocopie dei fascicoli o documenti&#8221;, certificate conformi. L&#8217;autentico testo ha un senso molto diverso (bene colto dall&#8217;ordinanza): &#8220;la partie requise pourra ne transmettre que de copies ou fotocopies&#8221;, ecc.; ossia, l&#8217;obbligo internazionale non arriva al punto che l&#8217;ufficio debba spedire gli originali; può mandare copie, e quando gli siano espressamente richiesti, soddisferà &#8220;cette demande dans la mesure du possible&#8221;. Prima questione: se l&#8217;essere le copie &#8220;certifiées conformes&#8221; sia requisito sine quo non, nel senso che le parti contraenti escludano l&#8217;uso della copia semplice. No, stando alle parole lette ragionevolmente: quel participio passato sa d&#8217;obiter dictum; il clou è la facoltà del cooperante d&#8217;adempiere trattenendo gli originali. L&#8217;articolo 3 non vieta copie semplici. I supergarantisti devoti alla lettera postulano divieti che non vi figurano. Esiste invece, nel titolo sulla procedura, un articolo 17 molto chiaro: &#8220;les pièces et documents (&#8230;) seront dispensés de toutes formalités et légalisation&#8221;; e anche qui la versione italiana appare infedele (&#8220;ogni formalità di legalizzazione&#8221;). Compatibilmente con la lex loci (e con quella dello Stato richiedente, nel caso regolato dall&#8217;articolo 9 Conv. strasburghese 8 novembre 1990), i contraenti escludono &#8220;toute formalité&#8221;, com&#8217;é ovvio se la cooperazione vuol essere effettiva. In materia internazionale le prassi contano molto, notoriamente. L&#8217;articolo 31 Conv. viennese 21 marzo 1986 le erige a criterio ermeneutico. Ora, nei 39 anni dall&#8217;entrata in vigore, se n&#8217;é formata una pacifica: il mittente attesta l&#8217;esatto adempimento delle richieste; qualora siano copie il cui originale risiede presso l&#8217;ufficio a quo, con tale nota le garantisce conformi; ma spesso i reperti trasmessi sono copie in origine (caso tipico gli estratti a stampa sul movimento d&#8217;un conto bancario, esibiti dalle banche), dove non c&#8217;é niente da autenticare. Nessuna norma prescrive bolli su ogni foglio, come pretendono i campioni del tatticismo nichilistico: l&#8217;importante è sapere da chi vengono; e consta dalle note d&#8217;accompagnamento. La &#8220;certification&#8221; ex articolo 3, nato quando non esistevano computers né fax o &#8220;e-mail&#8221;, è atto a regime formale libero. Tale prassi non è &#8220;diffuso illegalismo&#8221; (l&#8217;affermano i difensori) ma fatto normativo: i contraenti non stabiliscono forme specifiche; le fissa una consuetudine. Così stanno le cose in iure, né l&#8217;imputato subisce soprusi: che i materiali de quibus corrispondano ai richiesti, lo dicono i mittenti, assumendone la responsabilità, uno, dieci, cento timbri non forniscono garanzie migliori. E se qualche &#8220;pièce&#8221; fosse spuria? La contesti. Niente glielo impedisce, anche se la negazione sarebbe stata più credibile nei ricorsi con cui, avendo sotto gli occhi l&#8217;intera messe, resisteva alla rogatoria. Infine, è fermo canone ermeneutico che i testi non vadano letti nel senso in cui generano conclusioni assurde. Tale appare l&#8217;articolo 729, comma 1, inteso come divieto d&#8217;acquisire prove d&#8217;accusa, perfettamente fruibili se fossero raccolte in Italia o parti private le importassero dall&#8217;estero: perché nessun articolo del codice esige i famosi bolli; e appena scopra d&#8217;avervi un tornaconto, l&#8217;imputato chiederà d&#8217;acquisire, avendone pieno diritto, le carte che aborriva in mano al pubblico ministero. Siamo al terzo paradosso. I parametri costituzionali. Notavamo quanto poco convenga intendere i testi in tal modo che ripugnino al sistema: idem se, intesi così, violassero qualche Grundnorm; ed è quel che avviene. L&#8217;ordinanza romana 7 novembre 2001 solleva la relativa questione (risolubile in sede interpretativa), identificando vari profili d&#8217;inconstituzionalità. Il primo nasce dall&#8217;esistere una norma consuetudinaria sul modo d&#8217;eseguire le rogatorie: l&#8217;articolo 10, comma 1 della Costituzione conferisce rango metalegislativo alle &#8220;norme del diritto internazionale generalmente riconosciute&#8221;; e intesa nell&#8217;incongruo senso formalistico, l&#8217;attuale disciplina ne vìola una. Poi l&#8217;articolo 111 della Costituzione: la parità delle parti nel contraddittorio sparisce se imputato e pubblico ministero non hanno lo stesso diritto alla prova, essendo &#8220;inutilizzabile&#8221;, in mano al secondo quel che varrebbe, esibito dal primo; argomento assai forte. Lo è meno quello sulla &#8220;ragionevole durata&#8221;, del processo: il nuovo regime allunga i tempi ma non è vero che &#8220;ogni minima irregolarità formale&#8221;, causi una regressione: anzi non ve ne sarebbe nessuna (a parte gli annullamenti in Cassazione) se i giudici seguissero il filo perché l&#8217;eventuale esclusione della prova non implica il ritorno dal dibattimento all&#8217;udienza preliminare e non ancora meno dal secondo grado al primo. Né pare censurabile l&#8217;articolo 727, comma 5bis (rectius 6). Piuttosto noterei come l&#8217;articolo 729 (comma 1ter, nella curiosa aritmetica del codice) vieti &#8220;le dichiarazioni, da chiunque rese&#8221;, sui fatti formanti oggetto dei documenti esclusi dai commi 1 e 2. Quali condotte convenga incriminare e come punirle, sono questioni d&#8217;alchimia politica-legislativa, bene o male risolte. In una fiaba nera può capitare che assemblee in preda a liberismo anarcoide abroghino o affievoliscano, riducendole a quasi niente, le norme incriminanti mafia, mercato d&#8217;armi, narcotraffico, corruzione, baratti infami e simili performances in colletto bianco: e se l&#8217;incubo prendesse corpo, non esisterebbe antidoto legale; chi domina le Camere ha carta bianca. Deo adiuvante, però, nell&#8217;Italia 2001 gesta simili costituiscono ancora delitto. Ora, i delitti non sono materia disponibile come crediti o liti condominiali: azione obbligatoria (articolo 112 Costituzione), decisioni guidate solo dalla legge (articolo 101), e via seguitando; l&#8217;aberrante divieto testimoniale fornisce all&#8217;imputato una criptoimpunità in via obliqua, ostruendo l&#8217;accertamento penale. Cose da monarchia assoluta, quando con una lettre de grâce il re salvava dai giudici i suoi protetti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><a href="http://www.giuffrerimini.it/articoli_aprile02.htm" target="_blank"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">http://www.giuffrerimini.it/articoli_aprile02.htm</span></a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Berlusconi, secondo Cordero  ]]></title>
<link>http://boghey.wordpress.com/2008/05/27/berlusconi-secondo-cordero/</link>
<pubDate>Tue, 27 May 2008 20:55:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>boghey</dc:creator>
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<description><![CDATA[Data di pubblicazione: 27.02.2006  Autore: Cordero, Franco    Un brano dell’implacabile penalista, g]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Data di pubblicazione: 27.02.2006 </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"> </span><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;">Autore: Cordero, Franco<span>   </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"> </span><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;">Un brano dell’implacabile penalista, grande nel descrivere B. e il berlusconismo come nell’insegnare la sua disciplina.<span>  </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"> </span></p>
<h4 class="MsoNormal" style="margin:0;">Nel collasso della prima Repubblica corrosa dal malcostume consortile, appare B., finto homo novus: affarista d´origini buie; s´è ingrossato nel privilegio concessogli dalla vecchia consorteria; accumula soldi col monopolio delle televisioni commerciali, istupidisce il pubblico, falsifica bilanci, evade il fisco, allunga le mani dappertutto; gl´italiani sapranno poi in qual modo vincesse le cause, comprando i giudici attraverso un´agenzia barattiera. In vista dei sessant´anni scende in campo perché teme la resa dei conti. Tale l´unico programma, sotto la falsa bandiera d´una rivolta contro i politicanti professionisti: qualificandosi campione dello spirito d´impresa, truffa gli elettori; è un enorme parassita, fabbricato dalla malavita politica, abilissimo nella frode, mago delle lobotomie televisive; spaccia menzogne come i bachi secernono bava.</h4>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><a href="http://eddyburg.it/article/articleview/5887/1/211" target="_blank"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">http://eddyburg.it/article/articleview/5887/1/211</span></a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Appello, ecco perché si viola la Costituzione]]></title>
<link>http://boghey.wordpress.com/2008/05/27/appello-ecco-perche-si-viola-la-costituzione/</link>
<pubDate>Tue, 27 May 2008 20:51:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>boghey</dc:creator>
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<description><![CDATA[Franco Cordero, la Repubblica, 18-01-2006 stampa questo articolo L´AVVOCATO-legislatore forzaitaliot]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><h4 class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;color:black;font-family:Verdana;">Franco Cordero, la Repubblica, 18-01-2006 stampa questo articolo</span><span style="font-size:10pt;color:black;font-family:Verdana;"></p>
<p>L´AVVOCATO-legislatore forzaitaliota celebra i mirabilia della sua creatura: taglia i tempi processuali, garantisce l´imputato, promuove la «cultura giuridica». Non bestemmiamola, povera cultura. Studio la procedura penale da mezzo secolo: fino al 1938 costituiva appendice vile del corso penalistico; qualche suo cultore stava al giurista come i flebotomi al medico; niente da spartire con le materie nobili.<br />
Da allora varie cose sono cambiate in meglio ma i ritardi culturali pesano: l´ignoranza figlia errori.<br />
fioriscono pericolose sgrammaticature. Abbiamo sotto gli occhi un caso-monstre, l´inappellabilità dei proscioglimenti.<br />
L´argomento dei guastatori suona così: assolto l´imputato, affare chiuso; non ha più senso insistervi. Sarebbe vero se come avviene altrove (anche in Italia, al tempo delle vecchie corti d´assise) decidesse una giuria. Le giurie nascono nell´Inghilterra normanna, XIII secolo, colmando il vuoto aperto dalla desuetudine degli iudicia Dei, la cui impronta irrazionale conservano: i dodici giurati sono l´organo vocale d´una infallibile anima comunitaria; ovvio che i verdetti non siano ripetibili, come non lo erano i duelli, ordalie, giuramenti purgatori. Qui invece i giudizi sono sapere tecnico, prodotti razionali, quindi criticabili: al vaglio provvede l´appello, un bis chiesto dal soccombente; ce n´è sempre uno; e soccombono entrambi quando le rispettive domande siano accolte in parte. Nello scenario romano al culmine sta l´imperatore: tale struttura verticale sviluppa i due gradi; il processo non è più evento singolo, né l´atto finale nasce irrevocabile; lo diventa se nessuno impugna. L´appello, insomma, ripara l´«iniquitas» o «imperitia» degli «iudicantes», sebbene qualche volta guasti decisioni giuste, potendo sbagliare anche il secondo giudice (Ulpiano, D. 49.1.1s.).<br />
La Convenzione europea (art. 2 del protocollo aggiuntivo n. 7, 22 novembre 1984) contempla un diritto del condannato al secondo giudizio. Da noi l´aveva: il soccombente appella, se vuole; e i possibili soccombenti sono due, imputato e pubblico ministero; quando l´appellante vinca, sopravviene una riforma. Chi giudica è fallibile nei due sensi, assolva o condanni: giudizi ripetuti riducono i rischi d´errore; era così da duemila anni. I guastatori invocano quel protocollo. L´assolto in primo grado e condannato nel secondo ha diritto alla terza chance? Risponde l´art. 2, c. 2: solo se i singoli legislatori glielo concedono; l´appello è arma a due tagli; l´appellante vince o perde; nel primo caso va male all´avversario. L´unico argomento addotto, dunque, vale zero. Lo leggano tutto il protocollo n. 7. Qui l´ignaro rimane perplesso: dei filantropi temono inique riforme in peius, benissimo; allestiscano un terzo grado. No, vogliono impedire gli appelli del pubblico ministero, tale essendo la congiuntura in cui versa l´augusto committente. Déja vu: quante leggi gli avevano cucito addosso; siamo alla settima, salve omissioni (falso in bilancio, rogatorie, legittimo sospetto, conflitto d´interessi, immunità, prescrizione); lui comanda, i suoi avvocati unti dal popolo studiano la formula (a volte sbagliando), gli onorevoli yes-men votano.<br />
Veniamo al punto, grosso come una casa: garantendo pari risorse alle parti, l´art. 111 Cost., c. 2, esclude proscioglimenti inappellabili; è contraddittorio monco quello dove l´imputato soccombente può appellare e l´accusatore no. Ogni sillaba in più sarebbe superflua: l´art. 593 nasce morto e tale sarà dichiarato; storpia il processo con un´assurda presunzione d´infallibilità dell´assolutore, nemmeno gli soffiasse nell´orecchio lo Spirito santo. I legislatori seri calcolano le regole in chiave pessimistica, presupponendo circostanze avverse e operatori talvolta ignoranti, distratti, negligenti, non equanimi, persino corrotti (ipotesi nient´affatto irreale, visti i casi de quibus); l´appello limita i rischi. Costoro l´aboliscono ogniqualvolta un tribunale assolva, bene o male. Inutile dire quante saranno le pressioni, se l´en plein chiude la partita. La parità dei contraddittori ammette varianti: la revisione del giudicato, ad esempio, non è esperibile contra reum; ma sono disparità nel sistema, mentre questa riforma lo devasta. Senza appello, l´organo dell´accusa perde un braccio e una gamba. Insomma, finché vigano gli art. 111, c. 2, e 112 Cost., è follia che solo l´imputato disponga del doppio grado. Né valgono i due precedenti costituzionali 24 giugno 1992 n. 305 e 24 marzo 1994 n. 98: nel rito abbreviato l´art. 443, c. 3, impone limiti marginali all´appello del pubblico ministero; l´art. 593 lo amputa.<br />
Così risultano irrimediabili gli errori sul fatto, perché alla Cassazione manca lo strumentario d´una seconda decisione nel merito e se l´avesse, non sarebbe la Corte importata dalla Francia due secoli fa. Anche gli orbi vedono perché B. scateni il pandemonio nelle Camere moribonde: una sentenza milanese ritiene imperfetta (semipiena, scrivevano i vecchi dottori) la prova che abbia corrotto dei giudici, e applicando le attenuanti generiche, dichiara estinti dal tempo analoghi episodi delittuosi; pende l´appello; siccome la prospettiva d´una riforma lo disturba, con disinvoltura piratesca fracassa la macchina attraverso una servile mano d´opera parlamentare. I mimi lo servono raccontando che nella giustizia penale vi fossero residui barbari, e lui, sovrano benefico, la epuri. L´arte leguleia perversa è famoso tema satirico ma qui non citerei tanto Rabelais quanto Molière, quello del «Tartuffe», la commedia d´una ipocrisia sorda e cupa. L´ideologia della Cdl ha un nome, criminofilia. Avevo indicato otto esempi. Questa legge fornisce il nono. E le vittime? Al diavolo, i signori non tollerano piagnistei né rogne.</p>
<p>Post scriptum<br />
Lunedì mattina 16 gennaio annuncia querela l´avvocato Gaetano Pecorella, difensore dell´Unico, nonché deputato e presidente della commissione giustizia (honni soit qui mal y pense): secondo lui, è diffamatorio dire che questa legge serva al committente. Argomento interessante, lo discuteremo in tribunale. Noto solo come G.P. abbia una curiosa idea della verità storica: deve averlo stregato B., mago del virtuale; nella loro loquela i fatti fluttuano; alla sera non sono più quelli della mattina. In poche righe l´intervista al «Corriere», 13 u.s., accumula quattro insigni esempi. È falso che, annullando la condanna inflitta ad Andreotti, la Cassazione raccomandasse d´abolire l´appello contro i proscioglimenti: quell´obiter dictum (nome latino-anglosassone degli argomenti ridondanti dalla «ratio decidendi») auspicava riforme a effetto rescindente, seguite da una terza decisione. Altrettanto falso, l´abbiamo visto, il riferimento alla Convenzione europea. E che questa sua proposta risalga al 2002, sviluppando idee formulate in un convegno di magistrati. Fanno fede gli atti parlamentari: «Proposta di legge d´iniziativa del deputato Pecorella, Modifiche al codice di procedura penale in materia d´inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, presentata il 13 gennaio 2004»; e in quel convegno nessuno s´era sognata l´inappellabilità dei proscioglimenti. Ridicolmente falso, infine, che la nuova formula riproduca quella del codice 1930: G.P. pensa davvero che Alfredo Rocco, molosso della «pretesa punitiva», negasse l´appello al pubblico ministero, suo enfant gâté?; se è così, ignora storia e procedura.</span></h4>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;color:black;font-family:Verdana;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;color:black;font-family:Verdana;"><a href="http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=345&#38;id_titoli_primo_piano=2" target="_blank">http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=345&#38;id_titoli_primo_piano=2</a></span></p>
<p> </p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Novo Código de Processo Penal, nova mentalidade]]></title>
<link>http://advogar.wordpress.com/2009/04/22/alexandre_morais_da_rosa/</link>
<pubDate>Thu, 23 Apr 2009 01:36:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>Reganin</dc:creator>
<guid>http://advogar.wordpress.com/2009/04/22/alexandre_morais_da_rosa/</guid>
<description><![CDATA[Nova mentalidade por Jacinto Nelson de Miranda Coutinho, professor doutor titular de direito process]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div id="attachment_109" class="wp-caption aligncenter" style="width: 430px"><img class="size-full wp-image-109 " title="Novo Código de Processo Penal" src="http://advogar.wordpress.com/files/2009/04/processo_penal.jpg" alt="Que processo penal?" width="420" height="315" /><p class="wp-caption-text">Nova mentalidade</p></div>
<p style="text-align:right;">por <strong>Jacinto Nelson de Miranda Coutinho</strong>,<br />
professor doutor titular de direito processual penal da UFPR<br />
— do blog de <a href="http://alexandremoraisdarosa.blogspot.com/"><span style="color:#993300;"><strong>Alexandre Morais da Rosa</strong></span></a></p>
<p>O ano de 1987 foi muito rico em discussões sobre a possível promulgação, na Itália, de um novo Código de Processo Penal, em face do Anteprojeto estar concluído e o governo ter recebido poderes para emaná-lo a partir de uma legge delega de 16.02.87. Pelas mãos de Giuliano Vassali, então Ministro di Grazia e Giustizia e habilíssimo articulador político, o CPP italiano ora em vigor acabou promulgado em 24.10.88, após 25 anos de debates. A Itália, dizia-se, enfim chegara à democracia processual. Em 12.01.88, Franco Coppi, estupendo professor de Direito Penal da Universidade de Roma “La Sapienza” e até hoje um dos grandes advogados militantes publicou um ensaio no jornal romano Il Messaggero no qual o título expressa quase tudo: “Arriva la nuova procedura, ma serve anche una nuova mentalità” (Chega um novo processo, mas precisa também uma nova mentalidade).</p>
<p>Coppi sabia o que dizia: o grande desafio para um novo código como aquele — onde se mudou o sistema processual penal, de inquisitório para acusatório — era fazer com que as pessoas, principalmente os aplicadores da lei, conseguissem entender a mudança e, com ela, mudassem também seu modo de dar sentido às regras ali dispostas em sistema. Isso parecia óbvio, ma non troppo. Afinal, desde 1215 — pelo menos — pensavam-se as regras processuais penais a partir de alguns postulados e, sendo assim, havia uma verdadeira “cultura” a impregnar as mentalidades. Daí o pertinente alerta, com serventia universal.</p>
<p>Agora que uma Comissão de Juristas nomeada no âmbito do Senado Federal faz um Anteprojeto (global, de todo o Código), do que pode vir a ser o novo CPP brasileiro, a questão começa a se colocar por aqui. E isto porque se decidiu, na dita Comissão, mormente para se cumprir a Constituição da República, mudar o sistema processual penal, talvez se começando a enterrar a base inquisitorial que, na legislação atual, copiada do Codice Rocco (italiano), de 1930, fazia — e ainda faz — a sobrevida dos papas Inocêncio III, Gregório IX, Inocêncio IV e tantos outros, não fosse facínoras conhecidos como Torquemada, Bernardo Guy e Nicolau Eymerich, só para ficar em alguns mais antigos e, assim, poupar os atuais. Homem e poder formam uma dupla que, neste aspecto, não muda quase nada no curso da História.</p>
<p>O núcleo de um sistema — sabem todos ou deveriam saber, por Kant e outros — está no princípio reitor dele, ou seja, aquilo que como linguagem faz a ligação dos elementos que o compõem, a fim de lhe dar o conjunto organicamente estabelecido e, assim, permitir seu desenvolvimento até o fim demarcado, no caso dicere jus por juris dictio. Para se poder dizer o direito no marco da Constituição (principalmente com a possibilidade de algumas decisões se tornarem imutáveis em face da coisa julgada), é preciso se ter, antes, um devido processo legal e, nele, o conhecimento sobre o fato pretérito que se apura (e chega pela prova) não pode ter suporte em uma lógica deformada, na qual prevalece o “primato dell’ipotesi sui fatti” (Franco Cordero. Guida, p. 51). Em suma, primeiro se decide, como resultado também do pensar; depois se vai à cata da prova (como meio para se dizer sobre o objeto, o crime), de modo a justificar a decisão anteriormente tomada. Como diz Cordero, “può darsi che giovi al lavorio poliziesco ma sviluppa quadri mentali paranoidi”, ou seja, “pode ser que ajude no trabalho policialesco, mas desenvolve quadros mentais paranóicos” (Op. cit., idem). Os resultados conhecem todos, embora sejam figuras emblemáticas os justiceiros; e a democracia processual vai-se pelo ralo de uma hermenêutica vesga ou cega. O problema é que aqui não há nada de anormal e sim compatibilidade plena com o modo de pensar da civilização ocidental: ninguém age e depois pensa. Eis, então, a razão por que qualquer um que esteja naquele lugar tende a agir exatamente do modo como se age, deformando a lógica. Sendo impossível mudar isso, parece óbvio que se tenha de tentar evitar, por todos os meios, que aconteça.</p>
<p>A solução inicial para tanto, assim, é mudar para o sistema acusatório, retirando a gestão das provas das mãos do juiz e se fazendo cumprir o onus probandi às partes. Deste modo o juiz pode ter — se ganhar consciência de seu principal mister constitucional — a possibilidade concreta de funcionar como garante da Constituição (talvez o principal) e, por elementar, do cidadão; justo porque livre do dever referente à iniciativa probatória. Sem ele, não corre o risco de agir guiado pelos fantasmas das decisões a priori e, portanto, pode se colocar corretamente no lugar de equidistância das partes, como exige a CR.</p>
<p>Disto decorrem múltiplas consequências, embora a mais importante seja aquela que dá ao Ministério Público o lugar devido, já ocupado na Constituição mas não de fato, por certo pela incorreta e inquisitorial sobreposição de funções entre ele e o juiz.</p>
<p>Restaria, por fim, dizer sobre a situação do juiz, no processo, diante da dúvida, ou seja, quando produzida a prova (sempre por iniciativa das partes) permanecer uma indefinição (razoável) sobre ponto capital do caso penal. Nesta hipótese, optou a Comissão de Juristas do Senado (contra minha posição e do Min. Hamilton Carvalhido, ilustre Presidente dela) que o juiz poderia ter a iniciativa probatória se fosse em favor do réu. A posição é de duvidosa constitucionalidade (embora lotada de boas intenções), à evidência porque se não pode dizer por completo e ex ante se a iniciativa é mesmo para sanar dúvida em favor do réu e, assim, faz-se uma exortação à ética dos magistrados, dificultando-lhes a vida dado se estar diante de questão que pode demandar o gasto desnecessário de muita energia psíquica e, portanto, sofrimento. Em definitivo, não parece de bom alvitre a proposta se se precisa de um juiz bem resolvido e o mais equilibrado possível. Ademais, em processo penal, conforme consagrado na modernidade (embora já existisse antes dela), se terminada a instrução restar dúvida (razoável), o réu deve ser absolvido. É o princípio do in dubio pro reo. Não foi assim que entendeu a Comissão, porém, e a quem não concordou coube se conformar. Isto mostra, por outro lado, quão democráticos têm sido os trabalhos nela desenvolvidos; e quão importante será a opinião de todos que venham em paz e possam e queiram ajudar. Uma lei de tal porte é para todos (se ainda se crê na isonomia constitucional) e o mínimo a se ter é humildade para reconhecer que se não é dono da verdade, cabendo construir um Código onde se erre o menos possível. Este é o espírito que preside a Comissão e, assim, não só se recolhem sugestões desde o início de seu funcionamento, através do site do Senado Federal como, concluídos provisoriamente os trabalhos, passar-se-á a fazer audiências públicas, abrindo-se os debates.</p>
<p>Enfim, pode-se ter um novo CPP, constitucionalmente fundado e democraticamente construído mas ele será somente linguagem se a mentalidade não mudar.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[FRANCO CORDERO:  B. DALL'IMMUNITA' AL QUIRINALE]]></title>
<link>http://nicoloscialfa.wordpress.com/2009/03/15/franco-cordero-b-dallimmunita-al-quirinale/</link>
<pubDate>Sun, 15 Mar 2009 17:17:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicolò Scialfa</dc:creator>
<guid>http://nicoloscialfa.wordpress.com/2009/03/15/franco-cordero-b-dallimmunita-al-quirinale/</guid>
<description><![CDATA[Pubblico un articolo (del 2008 ma attualissimo) su B. a cura dell&#8217;eccellente Franco Cordero pe]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Pubblico un articolo (del 2008 ma attualissimo) su B. a cura dell&#8217;eccellente Franco Cordero per rispondere a quanti continuano a sostenere che il cavaliere non rappresenti un pericolo per il nostro paese.</p>
<p style="text-align:justify;">I trucchi di Berlusconi per diventare compitamente Re d’Italia, comandando da solo i tre poteri pubblici (legislativo,esecutivo, giurisdizionale) oltre a quello economico e quello (in)formativo. La Repubblica, 1 luglio 2008</p>
<p style="text-align:justify;">LA STASI generale dei processi è un espediente faute de mieux: B. vuole l’immunità, reiterata nell’ascesa al Quirinale; e che intanto il dibattimento milanese dorma. S‘è visto perdente nel giudizio a regola d’arte (ai bei tempi li affatturava): se no, quale migliore occasione d’un dibattimento trionfale?; così conclude chiunque, munito d’un cervello, non militi sotto bandiera blu (colore della nuova pirateria, epoca «Beautiful»). La sua difesa è l’abusato giuramento purgatorio sulla testa dei figli, quarta volta: tali messinscene valevano poco già otto secoli fa, quando un canone del IV Concilio Laterano, anno 1215, squalifica l’obsoleta macchina giudiziaria vietando ogni apporto ecclesiastico alle «purgationes vulgares» (ordalie e duelli); dalla crisi emergono i sistemi inquisitori (raziocinio empirico sulla questione storica, giudici professionisti, fonti romane, leggi imperiali, statuti). Nella consueta chiave paranoide mima il gesto delle manette davanti ai Confesercenti che lo fischiano: toghe sovversive l’hanno condannato in segreto, sei anni, ma lui non è un povero diavolo inerme; cambierà le regole nell’interesse collettivo, Robin Hood delle libertà; e honny soit chi insinua sospetti d’un profitto personale. A ogni costo deve impedire la decisione milanese. Il famigerato emendamento sulla sicurezza viene utile sotto due aspetti: gli blinda un anno; e mettono paura le centomila cause che manda al diavolo per bloccare la sua. Non è discorso da cavaliere immacolato: li preoccupa la routine sconvolta?; gli garantiscano l’immunità, legando nel frattempo lo scomodo tribunale. Così parlano gli estorsori (art. 629 c. p.): «chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da 5 a 10 anni»; e nessuno se ne stupisce, tanto poca notizia fa Tortuga emersa nell’Olona. Che batta bandiera nera, è già chiaro quando i networks nascenti invadono l’etere, protetti da governanti complici, finché una vergognosa legge ad divum Berlusconem, cosiddetta Mammì (Oscar, ministro delle Poste), consacra il duopolio, ed è niente rispetto al séguito. Cade Craxi premier: affogano i tre del Caf, Craxi, Andreotti, Forlani; il pirata delle tv salta in politica, condottiero forzaitaliota; raddoppiando ogni volta la posta, oltre ad arricchirsi smisuratamente insegue l’en plein assoluto; se il colpo riesce, l’Italia sarà una signoria berlusconiana.</p>
<p style="text-align:justify;">Non ha perso tempo. Venerdì 27 giugno Palazzo Chigi vota un ddl. a beneficio dei quattro presidenti: lui viene modestamente ultimo, dopo Quirinale, Palazzo Madama, Montecitorio; saranno immuni dal processo. Avviene nelle migliori corti europee, spiegano al pubblico i soliti piccoli Goebbels: gli elettori hanno diritto a un governo stabile; come può adempiere l’alto compito chi abbia addosso dei persecutori? Fandonie. I premier d’Europa non godono d’alcuno scudo, salvo l’eventuale autorizzazione a procedere quando siano parlamentari (in Francia e Olanda non lo sono) e viga tale ormai incongrua tutela, qui abolita dall’art. 1 l. c. 29 ottobre 1993 n. 3 (come in Belgio: altrove non è mai esistita, vedi Usa, Inghilterra, Svezia): risaliva ai tempi in cui oppositori scomodi rischiassero pressioni da una magistratura lunga mano del potere esecutivo; nell’Italia attuale il fine sarebbe inverso, lasciare impuniti gli uomini del re-padrone. Qualcosa della nient’affatto riguardosa prassi statunitense sappiamo dal caso Clinton-Levinski. Insomma, B. sarà l’unico capo del governo immune in quanto tale.</p>
<p style="text-align:justify;">Il clou sta nell’art. 5: i processi restano sospesi finché dura la carica e la sospensione «non è reiterabile»; parrebbe uno sbarramento equo ma in cauda venenum, «salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura». Undici parole, soppesiamole. Due casi sono chiari: Il governo è affondato: dopo Primus viene Secundus; affonda anche lui; riappare Primus e perdurando la legislatura, rivive l’immunità. La seconda conclusione sicura è che a tali fini non valgano uffici diversi in legislature distinte, altrimenti un presidente del consiglio planerebbe au dessus de la loi 22 anni se, avendo governato per 5, nei 10 seguenti presiedesse Camera alta e Camera bassa, scalando infine Monte Cavallo. L’art. 5 ammette il bis solo rispetto alla «nuova nomina» durante «la stessa legislatura»: ora, niente impedisce che l’ex premier guidi una Camera o tutt’e due o la Repubblica; nella quale ultima ipotesi verosimilmente cade il limite dell’immunità alla singola legislatura; eletto in termine, la conserva sette anni. Sappiamo dove miri B.: puntava al Colle già nel secondo governo; vuol salirvi con i poteri d’un De Gaulle o Bush, mettendo a Palazzo Chigi qualche commesso ubbidiente e revocabile; tale resta l’obiettivo ma c’è una deadline o termine finale, oltre cui l’Eldorado svanisce (metafora molto realistica perché nemmeno lui sa quanti miliardi gli pioverebbero in soprannumero politico); il tutto deve accadere nella XVI legislatura. I conti sono presto fatti: Camera e Senato durano 5 anni, prorogabili con una legge, «soltanto in caso di guerra» (art. 60 Cost., c. 2); evento improbabilissimo; il quinquennio spira nell’aprile 2013; poco dopo scadono i sette dell’attuale Presidente; il quale fissa l’elezione entro 15 giorni dalla riunione delle Camere nuove; l’art. 85. Cost, c. 3, gli proroga i poteri; idem qualora manchi meno di tre mesi allo scioglimento delle Camere.</p>
<p style="text-align:justify;">Se tutto va secondo i suoi calcoli, dunque, B. diventa capo dello Stato, presiedendo il Csm: sono gesta da Nave dei folli (tema ricorrente nella pittura didascalica quattro-cinquecentesca), visto che animale da preda sia e cosa pensi dei magistrati (mestiere sporco, vi confluiscono gli affetti da turbe mentali; e progetta visite psichiatriche); saranno spettacoli d’una strabica Dike fescennina ma, svanita l’immunità, eccolo in tribunale sotto l’accusa d’avere pagato un testimone perché mentisse. Non può succedere: il suo mondo ha qualche aspetto psicotico, però Leviathan, alias Caimano, è azzannatore infallibile; molti deliri sono coerenti; e nelle psicosi «acted out» il delirante modifica l’ambiente adeguandolo a sé. Dovendo essere eletto in questa legislatura, presuppone l’esodo dell’attuale Presidente. I casi sono tre: morte (nessun precedente); impedimento da malattia (Antonio Segni); dimissioni (Giovanni Leone). In tal senso aveva accennato una mossa. Resta da dire che mostro sia in termini costituzionali il ddl. dei quattro presidenti (meglio denominabile «c’est Moi», maiuscolo), e l’argomento richiede discorsi terribilmente seri.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[La grammatica violata]]></title>
<link>http://pullinpulse.wordpress.com/2009/01/13/la-grammatica-violata/</link>
<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 19:03:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>pullinpulse</dc:creator>
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<description><![CDATA[Già solo le sue primissime righe mi spingono a ripubblicare questo articolo &#8211; che è un vero ca]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Già solo le sue primissime righe mi spingono a ripubblicare <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&#38;currentArticle=KFK7H" target="_blank">questo articolo</a> &#8211; che è un vero capolavoro &#8211; e a ricordarne per sempre l&#8217;autore che è Franco Cordero.</p>
<p align="center"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Cordero" target="_blank"><img src="http://www.filosofia.it/img/filosofi/Cordero%20Franco.jpg" /></a></p>
<p align="center">///////////////</p>
<p>Benedetto Croce, coltissimo e ricco signore con largo ascendente nella cultura novecentesca, aveva manifestato qualche vaga simpatia al fascismo emergente, castigatore delle mattane sovversive, ma cambia avviso vedendo come il castigamatti s&#8217;impadronisca dello Stato, in barba all&#8217;etica liberale.</p>
<p>Da allora impersona un implicito dissenso, rispettato dagli occupanti perché ogni soperchieria sul papa dell&#8217;idealismo italiano guasterebbe l&#8217;immagine fascista; Mussolini non è Hitler. I numeri bimestrali della &#8220;Critica&#8221; hanno devoti lettori, bollettino d&#8217;una sommessa opposizione. Privatamente circolano battute spiritose. Sentiamone una, cosa sia il regime mussoliniano: un governo degli asini &#8220;temperato dalla corruzione&#8221;. Era formidabile conversatore, spesso feroce, ad esempio nell&#8217;arrotare un ex pupillo rumoroso e rampante diagnosticandogli &#8220;priapismo dell&#8217;Io&#8221;. Varrà la pena spiegare in qual senso sia peggiore l&#8217;attuale governo onagrocratico (dal latino &#8220;onager&#8221;, asino selvatico). Qui notiamo come la natura asinina sfolgori nel protocollo d&#8217;intesa 26 novembre 2008: i partner sono due ministri; lo scassasigilli era segretario particolare del sire d&#8217;Arcore, padrone d&#8217;Italia nei prossimi 12 o 17 anni se gli spiriti animali gli durano; l&#8217;altro, ministro innovatore dalle frequenti epifanie, ha appena annunciato che domerà gli statali col bastone e la carota. I due s&#8217;intendono sul seguente disegno: allestire una memoria informatica universale dove confluiscano tutti gli atti compiuti dalla polizia giudiziaria (il grosso delle indagini preliminari); e la covi il ministro, eventualmente mediante appalti esterni (in lessico tecnicoide outsourcing); why not? (logo d&#8217;un allegro affarismo), l&#8217;affidi a imprenditori della galassia Mediaset, visti i luminosi precedenti Telecom.</p>
<p>Il lettore domanda perché definiamo asinina un&#8217;idea sinistra (tra Gestapo e Millenovecentottantaquattro, l&#8217;incubo narrato da George Orwell): l&#8217;asino è animale mite; vero, ma ignorante e luoghi comuni probabilmente falsi lo dicono poco intelligente. Qui sta l&#8217;aspetto onagrocratico, e tutto sommato benefico, svela piani che menti più sottili dissimulano. Sappiamo dove miri Re Lanterna, tre volte vittorioso nella fiera elettorale grazie all&#8217;ordigno televisivo che consorterie tarate gli hanno venduto: pretende nello Stato un dominio quale esercitava nell&#8217;impero privato (e presumibilmente lo esercita, essendo piuttosto anomala la metamorfosi dei vecchi pirati in asceti); i limiti normativi gli ripugnano; caudatari in divisa o pseudoneutrali chiamano &#8220;decisioni&#8221; gesti padronali nemmeno pensabili in chiave politica. Gli sta a pennello la definizione crociana (priapismo dell&#8217;Io), con una terribile differenza in peius: quel letterato era persona d&#8217;intelletto fine, narciso inoffensivo, acuto patologo del fascismo; lui no, ha plagiato parte d&#8217;Italia e vuol comandarla tutta, attraverso l&#8217;abbassamento dei livelli mentali.</p>
<p>Appena rimesso piede al governo, s&#8217;è proclamato immune dai processi penali, quindi invulnerabile su ogni episodio passato o futuro, qualunque sia il nomen delicti; i suoi piani escludono futuri rendiconti elettorali pericolosi, ma l&#8217;organismo collettivo ha ancora difese immunitarie (Carta, leggi, codici, tribunali, magistratura); e volendole disarmare, blatera d&#8217;una giustizia da riformare, l&#8217;ultima cosa della quale occuparsi mentre il paese va in malora, affogato nella crisi planetaria, e lui s&#8217;ingrassa. Aborre l&#8217;azione penale obbligatoria e il pubblico ministero indipendente: lo vuole diretto dal governo; il che significherebbe impunità pro se et suis, con duri colpi all&#8217;avversario molesto. Tale l&#8217;obiettivo ma l&#8217;idea è cruda: gliela contestano anche degli alleati; e i negromanti indicano una via indiretta, meno vistosa, lasciare intatto l&#8217;ufficio requirente, affidando le indagini alla polizia, diretta dal potere esecutivo.</p>
<p>Quante volte l&#8217;ha detto: diventerà avvocato dell&#8217;accusa, ridotto alla performance verbale o grafica; cervelli polizieschi investigano e la relativa mano raccoglie le prove (sotto l&#8217;occhio governativo). A quel punto sarà innocua la bestia nera. Il tutto sine strepitu: due o tre ritocchi appena visibili; se vi osta l&#8217;art. 109 Cost. (&#8220;l&#8217;autorità giudiziaria dispone direttamente&#8221; dell&#8217;omonima polizia), basta toglierselo dai piedi; l&#8217;art. 138 ammette delle revisioni; nelle due Camere se la combina quando vuole, avendo i numeri; e poco male fosse richiesto un referendum confermativo. Nessuno gli resiste nelle tempeste mediatiche. Con tre reti televisive vola sulla luna.</p>
<p>Riconsideriamo l&#8217;aspetto asinino. Il protocollo 26 novembre 2008 grida quel che Talleyrand e Fouché, molto più fini, terrebbero sub rosa, e lo fa in termini grossolani, ignari dell&#8217;elementare grammatica legale. Non è materia disponibile mediante circolari o intese ministeriali. La regolano norme codificate: la documentazione degli atti d&#8217;indagine avviene in date forme (art. 373); e sono coperti dal segreto finché &#8220;l&#8217;imputato non ne possa avere conoscenza&#8221; (art. 329); e la polizia deve spogliarsi dei verbali, reperti, notitiae criminis, trasmettendoli al pubblico ministero (art. 357). Secondo le attuali regole, i due confabulanti esigono dei delitti dalla polizia (artt. 326, 379-bis, 621 c. p.). E chi escogita questo serbatoio penale, violabile dagli hackers ma comodo in mano al ministro e servizi segreti? I campioni della privacy, furenti quando, straparlando al telefono, finiscono nella memoria acustica corruttori, corrotti, concussori, pirati societari e simili faune.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Sandro Fusina merita la fiducia dei suoi lettori?]]></title>
<link>http://caminadella.wordpress.com/2008/12/16/sandro-fusina-merita-la-fiducia-dei-suoi-lettori/</link>
<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 08:39:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>Caminadella</dc:creator>
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<description><![CDATA[L&#8217;Oca Sapiens mi chiede nei commenti se questo bordello è una casa chiusa. Lo è. Sapete bene c]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a title="Oca Sapiens" href="http://ocasapiens.blog.dweb.repubblica.it/" target="_blank">L&#8217;Oca Sapiens</a> mi chiede nei commenti se questo bordello è una casa chiusa. Lo è. Sapete bene che internet è una vita da cani. Quindi, un anno di un blogger equivale a sette anni di un essere umano. E sono ormai cinque anni che giro su internet. Quindi, sono arrivato a 35 anni di contributi e vado in pensione. Tornerò giusto ogni tanto per qualche consulenza in nero.</p>
<p>Parlo di &#8220;bordello&#8221; per sfottere Sandro Fusina, commentatore di &#8220;Il Foglio&#8221;, che nel numero di sabato scorso <a title="Sandro Fusina - Un bordello autogestito" href="http://caminadella.files.wordpress.com/2008/12/sandro-fusina-un-bordello-autogestito.jpg" target="_blank">mi qualifica come &#8220;tenutario di un bordello autogestito, cioè un blog&#8221;</a> (fate partire lo scroscio di risate). Fusina mi bersaglia per caso, almeno credo. Deve essersi imbattuto in <a title="Franco Cordero scrive bene?" href="http://caminadella.wordpress.com/2008/06/19/franco-cordero-scrive-bene/" target="_blank">questo mio vecchio post</a> mentre cercava notizie su Franco Cordero, e ha deciso che quel post meritava un&#8217;analisi sulla stampa nazionale. Avrei preferito finire sotto i riflettori in circostanze migliori, perché quel post era frettoloso e conteneva un errore (il &#8220;romanesco&#8221;). D&#8217;altra parte, i riflettori sono così: si accendono sempre quando sei in mutande.</p>
<p>Il tema del post era una frase di Franco Cordero <a title="Franco Cordero - La conversione impossibile" href="http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/giustizia-1/cordero-polemica/cordero-polemica.html" target="_blank">in un articolo di Repubblica</a>.</p>
<blockquote><p>Nel dialetto subalpino circolava una metafora romanesque: “l’hanno cambiato a balia”; forse lo dicono ancora d’uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e relativa sapienza vanno estinguendosi); l’ubriacone diventa asceta, il codardo compie gesta eroiche et similia.</p></blockquote>
<p>Questa frase &#8211; che trovo brutta &#8211; mi aveva suscitato cinque domande. La prima:</p>
<blockquote><p>Cos’è il “dialetto subalpino”? Nella pianura padana di dialetti ce n’è un esercito.</p></blockquote>
<p>La risposta di Fusina:</p>
<blockquote><p>Il raffinato glottologo Tal dei Tali avrebbe voluto che Cordero identificasse il dialetto subalpino in questione almeno con un aggettivo possessivo. Un &#8220;mio&#8221; avrebbe avrebbe permesso di identificare il dialetto subalpino al quale Cordero si riferiva con un dialetto del gruppo piemontese. Anche se la metafora, per quello che vale la mia testimonianza, era molto usata anche in almeno due dialetti del gruppo lombardo, il milanese e il bosino.</p></blockquote>
<p>E&#8217; vero, avrei voluto che Cordero identificasse il dialetto di cui stava parlando. Se Cordero si riferiva al suo dialetto di nascita, la forma chiara e precisa sarebbe stata:</p>
<ul>
<li>&#8220;nel mio dialetto&#8221; (ovviamente, non la goffa &#8220;nel mio dialetto subalpino&#8221;);</li>
</ul>
<p>Se invece si riferiva ad alcuni o a tutti i dialetti del Nord, avrebbe dovuto scrivere:</p>
<ul>
<li>&#8220;nei dialetti subalpini&#8221;.</li>
</ul>
<p>La domanda 2:</p>
<blockquote><p>“L’hanno cambiato a balia” è una metafora?</p></blockquote>
<p>Risposta di Fusina:</p>
<blockquote><p>Quanto alla pertinenza del termine metafora a Tal dei Tali basterebbe ripassare il capitolo Retorica in qualsiasi manuale di prosodia e metrica per il liceo o, avendo sete di scientificità, cercare il paragrafo pertinente nel &#8220;Trattato sull&#8217;argomentazione&#8221; di Perelman-Titheca.</p></blockquote>
<p>La prosodia e la metrica, che studiano il ritmo e la costruzione dei versi, qui c&#8217;entrano come i cavoli a colazione. Però forse i manuali del liceo hanno un&#8217;appendice sulla retorica. Nel caso informatemi, perché non ho fatto il liceo. Il &#8220;Perelman-Titheca&#8221; &#8211; in realtà Perelman-Tyteca &#8211; è un celebre libro di filosofia dell&#8217;argomentazione. Mai letto, ma dubito che contenga un&#8217;analisi linguistica delle figure retoriche. Di nuovo, informatemi eventualmente del contrario.</p>
<p>Comunque, nei manuali di linguistica leggete che la figura retorica della metafora consiste nel sostituire una cosa a un&#8217;altra. In particolare, la metafora sostituisce un nome a un altro nome, un aggettivo a un altro aggettivo, un verbo a un altro verbo. Nell&#8217;ordine:</p>
<ul>
<li>&#8220;Maria è <em>una fanciulla bella e delicata</em>&#8221; diventa &#8220;Maria è <em>un fiore</em>&#8220;. </li>
<li>&#8220;Giovanni ha avuto un&#8217;idea <em>intelligente</em>&#8221; diventa &#8220;Giovanni ha avuto un&#8217;idea <em>luminosa</em>&#8220;.</li>
<li>&#8220;Pino ha <em>cambiato discorso</em>&#8221; diventa &#8220;Pino ha <em>svicolato</em>&#8220;.</li>
</ul>
<p>La classificazione tradizionale delle figure retoriche (cito dal &#8220;Dizionario di Linguistica&#8221; di Gian Luigi Beccaria, p. 467) mette la metafora &#8220;fra i tropi di sostituzione (<em>immutatio</em>) su singole parole (<em>in verbis singulis</em>)&#8221;. La parola può essere in realtà un gruppo (nominale, aggettivale, verbale), come negli esempi qui sopra.</p>
<p>Conclusione: &#8220;l&#8217;hanno cambiato a balia&#8221; (gruppo verbale) non è una metafora. Quale verbo o gruppo verbale starebbe sostituendo? Di certo non &#8221;è nato da altri genitori&#8221; o simili, rispetto ai quali &#8220;l&#8217;hanno cambiato a balia&#8221; sarebbe una mera parafrasi (e, incidentalmente, una descrizione vera del fatto).</p>
<p>Ora, che &#8220;l&#8217;hanno cambiato a balia&#8221; sia una forma traslata è sicuro; senz&#8217;altro, è anche una &#8220;figura idiomatica&#8221; (in italiano corrente, un &#8220;modo di dire&#8221;); se poi vogliamo assegnarla a una figura retorica classica il candidato migliore è l&#8217;allegoria:</p>
<blockquote><p>L&#8217;allegoria è la figura retorica per cui un concetto astratto viene espresso attraverso un&#8217;immagine concreta: in essa, come nella metafora, vi è la sostituzione di un oggetto ad un altro ma, a differenza di quella, l&#8217;accostamento non è basato su qualità evidenti o sul significato comune del termine, bensì su un altro concetto che spesso attinge al patrimonio di immagini condivise della società (<a title="Allegoria" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Allegoria" target="_blank">Wikipedia</a>).</p></blockquote>
<p>Il vostro manuale di linguistica vi ricorderà che esiste anche un concetto più ampio di metafora, che include qualsiasi &#8221;testo in una situazione controdeterminante&#8221; (cito sempre dal Beccaria). Ricorrendo ancora all&#8217;italiano corrente: &#8220;testo che dice qualcosa di letteralmente falso per rimandarvi a qualcosa di vero&#8221;. Incontrate questo concetto quando si parla di &#8220;metaforicità&#8221;, o di &#8220;stile metaforico&#8221;, magari a proposito di un testo dove l&#8217;autore usa più che altro iperboli e similitudini.</p>
<p>Ora, il mio post era sullo scrivere bene. E parlare di &#8220;metaforicità&#8221; dello stile di un testo è una cosa, parlare di metafore in rapporto a una frase specifica è un&#8217;altra. Scrivereste mai che &#8220;Ho protestato con la Casa Bianca&#8221; è una metafora quando sapete che è una metonimia? Che &#8220;Mario è morto di stanchezza&#8221; è una metafora quando sapete che è un&#8217;iperbole?</p>
<p>Così, riformulo la domanda: perché Cordero dice che &#8220;l&#8217;hanno cambiato a balia&#8221; è una metafora quando è un&#8217;allegoria o un semplice modo di dire?</p>
<p>Un&#8217;altra domanda ancora è se Fusina, nella sua risposta, si stia appiattendo sul concetto ampio di metafora, oppure &#8211; non voglio escludere niente &#8211; ignori la nozione tradizionale di metafora come sostituzione &#8220;in verbis singulis&#8221;.</p>
<p>Le domande 3 e 4: </p>
<blockquote><p>Perché questa metafora sarebbe romanesca?</p>
<p>Perché Cordero scrive “romanesque” invece di “romanesca”?</p></blockquote>
<p><a title="Eschaton" href="http://www.eschaton.it/blog/" target="_blank">RV</a> aveva risolto la questione nei commenti: &#8220;romanesque&#8221; è la versione francese di &#8220;romanzesca&#8221;. Colpa mia: non avevo mai incontrato questa espressione in un testo in italiano. La cosa dipende delle mie cattive o insufficienti letture. Avevo incontrato quell&#8217;espressione in inglese, dove indica lo stile romanico, che chiaramente non era ciò che intendeva Cordero. Poteva allora essere una francesizzazione di &#8220;romanesco&#8221;? Lascio leggere a voi la risposta di Fusina, che aggiunge poco alle delucidazioni di RV.</p>
<p>La domanda 5:</p>
<blockquote><p>Perché i subalpini dovrebbero dire “l’hanno cambiato a balia” di uno che “improvvisamente risulti diverso” (altri avrebbero scritto “si trasforma”) da adulto (l’ubriacone, il codardo)?</p></blockquote>
<p>Qui il punto è che &#8220;l&#8217;hanno cambiato a balia&#8221; si applica bene a un figlio diverso nel carattere dai suoi genitori, ma male, forse per nulla, a un adulto che si trasforma all&#8217;improvviso. Fusina tralascia di rispondere.</p>
<p>Questo per le faccende di scrittura e di linguistica. Poi c&#8217;è il &#8220;Tal dei tali, tenutario di blog&#8221;. Come avrete notato, Fusina non nomina mai né me né &#8220;Universi paralleli&#8221;. E&#8217; una cattiva abitudine di molti giornalisti italiani quando attingono ai blog. Date un&#8217;occhiata al New York Times e vedrete che, sì, c&#8217;è un mondo dove i giornalisti citano le fonti internet. Oltre che una forma di cortesia verso chi le ha scritte (e  ti sta dando materiale per il tuo articolo), è un modo di permettere al lettore di verificare che la fonte corrisponda alla versione che ne stai dando.</p>
<p>Perché i giornali italiani non hanno questa prassi? In generale, non lo so. Nel caso di Fusina, una prima possibilità è che disprezzi i blog perché, come dice, sono &#8220;autogestiti&#8221;. Lui, che scrive su un giornale, ha vinto una selezione. Chi scrive su un blog, invece, non ha superato prove che certifichino che sappia scrivere. E&#8217; un nessuno. Nominarlo significherebbe elevarlo, e non se lo merita.</p>
<p>Se leggete il suo invito alla reverenza verso la cultura in fondo all&#8217;articolo, capite che Fusina non è il tipo paritario che dice &#8220;non conta dove pubblichi, conta la qualità di ciò che scrivi&#8221;.</p>
<p>Una seconda possibilità è che Fusina taccia il nome del mio blog perché i lettori non scoprano le balle che racconta. Ecco come Fusina descrive i commenti che avrebbero fatto seguito al mio post:</p>
<blockquote><p>&#8220;Tripudio e sconcerto dei frequentatori abituali della detta casa di tolleranza autogestita. Tripudio per l&#8217;ottima occasione di ammettere coram orbi di non essere mai riusciti, et pour cause, a leggere un pezzo di Cordero oltre le poche righe dell&#8217;incipit. Sconcerto per non avere a disposizione molte parole per alimentare la seduta di coprolalia&#8221;.</p></blockquote>
<p>Più avanti:</p>
<blockquote><p>&#8220;&#8230; la chiacchierata in blog non è che un calco, uno della scorante miriade di calchi, sulla sciagurata uscita fantozziana (&#8220;la corazzata Potiemkin è una boiata pazzesca!&#8221;) &#8230;. Come la fede, la cultura sopporta e reagisce alle minacce, ma si affloscia di fronte alla mancanza di reverenza e alla trivialità&#8221;.</p></blockquote>
<p>Se andate a rileggere <a title="Commenti - Franco Cordero scrive bene?" href="http://caminadella.wordpress.com/2008/06/19/franco-cordero-scrive-bene/#comments" target="_blank">i commenti di quel post</a>, non troverete tripudi e sconcerti, ma una minoranza di lettori che mi appoggia e una maggioranza che si schiera con Franco Cordero. Tutti si esprimono in modo signorile e articolato. Nessuno stonerebbe in un romanzo di Jane Austen, tranne forse un paio di sostenitori di Cordero.</p>
<p>La seduta di coprolalia: dove? Non ci sono parolacce, a meno che non vogliate contare fra le parolacce &#8220;crapa&#8221; &#8211; un peggiorativo subalpino di &#8220;testa&#8221; cui ricorre a un certo punto un corderiano.</p>
<p>Lascio sempre aperta ogni possibilità. Può darsi che Fusina, non avendo tempo di leggere tutti i commenti, abbia creduto che andava sul sicuro (&#8220;vuoi che non ci siano parolacce in un blog?&#8221;). Per sua sfortuna, era un thread più pulito di una lezione di catechismo. Dopo avere scoperto l&#8217;incidente, il New York Times mi avrebbe mandato una lettera di scuse.</p>
<p>Oppure Fusina ha mentito. Era in vena di un pezzo di colore sui blog sporchi e cattivi e, come fanno certi preti, ha inventato il peccato per poter fare la predica. Al New York Times lo avrebbero licenziato.</p>
<p>Infine, Fusina lancia le sue accuse di trivialità in un articolo dove mi descrive, in quanto autore di blog, come &#8220;tenutario di un bordello&#8221;. Mi ricorda la storiella del politico che abbatte un albero per salirci sopra e fare un comizio in difesa della natura.</p>
<p>Scusate la lunghezza e auguri per il Natale.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Sandro Fusina mi paragona a Goebbels su "Il Foglio"]]></title>
<link>http://caminadella.wordpress.com/2008/12/13/sandro-fusina-mi-paragona-a-goebbels-su-il-foglio/</link>
<pubDate>Sat, 13 Dec 2008 20:23:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>Caminadella</dc:creator>
<guid>http://caminadella.wordpress.com/2008/12/13/sandro-fusina-mi-paragona-a-goebbels-su-il-foglio/</guid>
<description><![CDATA[Diderot mi invia gentilmente un ritaglio da &#8220;Il Foglio&#8221; di oggi, dove Sandro Fusina (a d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="size-full wp-image-505 alignright" title="Sandro Fusina" src="http://caminadella.wordpress.com/files/2008/12/sandro-fusina.jpg" alt="Sandro Fusina" width="225" height="210" /></p>
<p><a title="Diderot tumblr" href="http://diderot.tumblr.com/" target="_blank">Diderot</a> mi invia gentilmente un ritaglio da &#8220;Il Foglio&#8221; di oggi, dove Sandro Fusina (a destra) commenta un post su Franco Cordero scritto da &#8220;Tal de Tali, tenutario di blog sulla rete&#8221;.</p>
<p>Sono io!</p>
<p><a title="Franco Cordero scrive bene?" href="http://caminadella.wordpress.com/2008/06/19/franco-cordero-scrive-bene/" target="_self">Il post è questo</a>: Fusina dice, fra le altre cose, che è &#8220;infinitamente più micidiale per la salute della cultura che non la pistola che il maresciallo Goebbels avrebbe estratto ogni volta che sentiva pronunciare la parola&#8221;. Il motivo, mi pare di capire, è che scrivere &#8220;romanesque&#8221; in luogo di &#8220;romanzesco&#8221; è cultura.</p>
<p>In un certo senso Fusina ha ragione, perché è esattamente un&#8217;idea di cultura che mi piacerebbe vedere morire.</p>
<p>Questo è <a title="Sandro Fusina - Un bordello autogestito" href="http://caminadella.files.wordpress.com/2008/12/sandro-fusina-un-bordello-autogestito.jpg" target="_blank">il ritaglio</a>. Lo sto spedendo agli amici e ai conoscenti (&#8220;Guarda! &#8216;Infinitamente più micidiale di Goebbels&#8217;! Mi avevi sempre sottovalutato&#8221;). Sto anche prendendo precauzioni per evitare che il pezzo arrivi in mano a mia madre, che piangerebbe. Tornerò su Fusina, e i blog (perché ne ha anche per voi che li scrivete e leggete), quando avrò tempo.</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Lodo Alfano]]></title>
<link>http://nicoloscialfa.wordpress.com/2008/11/28/lodo-alfano/</link>
<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 01:02:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicolò Scialfa</dc:creator>
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<description><![CDATA[Incidere sul principio di uguaglianza mediante legge ordinaria, con blitz legislativo nei giorni di ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Incidere sul principio di uguaglianza mediante legge ordinaria, con blitz legislativo nei giorni di canicola, previa estorsione istituzionale estesa a opposizione parlamentare, Csm e presidenza della Repubblica, allo scopo di bloccare un regolare processo ormai arrivato a sentenza, sapendo di contare su un’opinione pubblica sonnolenta e su un sistema dell’informazione complice o suddito. Ecco come la democrazia può esser svuotata di senso. Non serve neppure il parere radicalmente negativo di un vecchio saggio come Franco Cordero o di insigni giuristi a bloccare questa indecenza istituzionale.</p>
<p>Occorre firmare contro il Lodo Alfano. Sabato 29 novembre, dalle 16 alle 19, e domenica 30 dalle 10 alle 13 sarò in via XX settembre (angolo San Vincenzo) assieme ad altri attivisti di Italia dei Valori a raccogliere firme. Nicolò Scialfa</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Pour en finir avec la prison]]></title>
<link>http://insorgenze.wordpress.com/2005/09/01/desincarcerer-la-societe/</link>
<pubDate>Thu, 01 Sep 2005 15:59:19 +0000</pubDate>
<dc:creator>insorgenze</dc:creator>
<guid>http://insorgenze.wordpress.com/2005/09/01/desincarcerer-la-societe/</guid>
<description><![CDATA[Livre &#8211; Alain Brossat, Pour en finir avec la prison, La Fabrique Paris 2002 Paolo Persichetti ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:left;"><strong>Livre &#8211; Alain Brossat, <em>Pour en finir avec la prison</em>, La Fabrique Paris 2002</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Paolo Persichetti</strong></p>
<p>Il n’est qu’un problème philosophique qui soit vraiment sérieux, écrivait Camus : «le suicide». <img class="alignright size-full wp-image-1267" title="coverhm23piccola1" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2005/09/coverhm23piccola1.jpg" alt="coverhm23piccola1" width="165" height="220" />De janvier 2002 à juillet 2003, on a compté 83 suicides et 25 tentatives de suicides dans les prisons italiennes, 19 détenus sont morts de causes non-éclaircies et 9 d’overdoses. Total : 136 morts. Et qui ne se suicide pas s’esquinte : au 30 juin 2003 &#8211; selon une estimation avancée par le Forum national pour la tutelle de la santé des détenus et l’application de la réforme de la médecine pénitentiaire (<em>Manifesto</em>, 11 mars 2005) – étaient enfermés 14 507 toxicomanes, soit près d’un tiers de la population carcérale totale. Entre lesquels 1 737 en traitement méthadonique et 887 alcoolodépendants. Les affectés par le Hiv étaient 1 473 ( 2,6% du total), 5 000 les séropositifs, 9 500 ceux touchés par une hépatite chronique et 7 500 les reclus avec troubles psychiatriques.</p>
<p><a href="http://insorgenze.files.wordpress.com/2008/09/brossat.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-213" title="brossat" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2008/09/brossat.jpg" alt="" width="154" height="239" /></a></p>
<p>Les établissements de peine sont désormais d’énormes lazarets, des hospices pour abandonnés, vastes décharges où sont confinés toutes sortes de douleurs et mal-être sociaux, parmi lesquels s’amassent humiliés et offensés, vies mises au rancart, malchanceux sans espoir, immigrés et neolumpen, aliénés par la même société de consommation qui leur promet le bien-être et les en exclut. Aussi vrais que vraiment séduits par les chimères d’un capitalisme qui les a relégués aux marges. Dans le système pénitentiaire, ceux qui, par euphémisme sociologique, en viennent à être définis sous le vocable &#8220;nouvelle pauvreté&#8221; atteignent désormais 80% de la population carcérale. Que les prisons aient été un révélateur purulent de l’état de la société a été écrit, dit et répété jusqu’à la nausée. Une évidence qui résonne comme une rhétorique vide de l’indignation, inaudible pour qui se voit contraint d’y traverser des périodes chaque fois plus longues de sa propre existence. La durée de la détention a augmenté de 50% au cours des quinze dernières années, le taux de récidive de 70%. La sphère pénale a explosé au cours des années 90, la population carcérale a redoublé jusqu’à dépasser les 57 miles, auxquels vont s’ajouter ceux qui &#8220;tirent usufruit&#8221; des mesures alternatives et dont la peine est de l’ordre de la dite &#8220;prison diffuse&#8221; (arrêts domiciliaires, communautés thérapeutiques, preuves d’assiduité sociale, semi-liberté, travaux d’intérêts généraux), atteignant le nombre approximatif de 100 miles personnes, dans un contexte qui connaît une moyenne annuelle de 300 000 condamnations pénales.<br />
Une partie de la population pénale est prédestinée à frayer avec la réclusion. L’examen de son cas est toujours le même: 30% des actuels incarcérés sont étrangers, 45% proviennent de l’Italie méridionale. Le profil classique est celui du jeune dépourvu d’instruction et à propension à la toxicomanie. Qui vient du Sud, n’a pas de diplôme, appartient aux milieux sociaux les plus bas. Qui arrive de pays d’émigration voit augmenter, beaucoup plus que par le passé, la probabilité de finir en prison. La prison renvoie à un des aspects les plus crus de la discrimination de classe et le recours à la légalité est la <em>machine idéologique</em> qui légitime et reproduit cette domination.</p>
<p><strong>Nouvelles technologies de la peine </strong><br />
Contrairement à telle sanction de l’art. 27 de la Constitution, la peine ne promeut aucune fonction rééducative. Jamais auspice ne s’est révélé plus ridicule. L’ambiguë et rachitique publication normative des années fébriles de la modernisation pénitentiaire de label catho-communiste, la bien-nommée loi Gozzini, est inappliquée et éludée dans les faits. Une telle réforme était viciée dès les origines par une contradiction interne irrémédiable, puisque l’ouverture aux nouvelles politiques pénitentiaires, regardant à la réinsertion partielle et à la reconstruction sociale du sanctionné, suivit en parallèle le déploiement des politiques différentielles de l’émergence, transfigurant la prison en une sorte de comédie dantesque, où l’Enfer de la différenciation et de la spécialisation s’approfondissait en cercles spectraux, en dehors desquels demeuraient limbes, les friches, les zones de détention qui présageaient un accès possible dans les établissements de purge des peines, où la punition s’allège en laissant entrevoir l’espérance de sortir un jour prochain vers le Paradis. Une escalade vers la rédemption, possible seulement après avoir fait montre d’une active coopération à la punition même, à travers un dispositif d’intériorisation de la faute qui a intégré aux traditionnelles disciplines de surveillance et de contrôle une nouvelle technologie fondée sur l’adhésion à la peine de la part du reclus.<br />
La politique carcérale ne s’est plus contentée d’une pointilleuse prise en charge des corps ( en latin : le verbe <em>prehendere</em>, donne <em>prisio</em> au génitif, et <em>prisum</em> au participe passé) mais a découvert &#8220;les vertus de l’usage médiant de la parole&#8221;. Au cours de quelques rencontres le détenu est sollicité pour &#8220;faire le point&#8221; sur la situation, sur l’évolution de la perception qu’il a de ses délits et de ses crimes, sur ses projets pour l’avenir. Ce sont les reclus possédant un capital culturel plus grand, d’une plus haute perspicacité dans l’usage de la parole et une habileté stratégique plus grande qui ont profité de ces nouvelles stratégies de traitement, qui consentent à manœuvrer avec les travailleurs sociaux (éducateurs, psychologues, assistants sociaux) et le magistrat d’application des peines/de surveillance, au détriment des autres de la masse, incapables et abandonnés à eux-mêmes, doublement discriminés par ces handicaps sociaux et culturels qui ne les ont pas aidés avant l’entrée en prison en les excluant une seconde fois, après, vers la réclusion perpétuelle, par le fait de ces politiques de traitements inapplicables.<br />
L’involution politique qui s’ensuivit telle qu’elle intervint au cours de la décennie 90 a fait un luxe superflu celle de la critique des balbutiements du réformisme carcéral. Le surpeuplement et les nouvelles politiques répressives ont décharné la loi Gozzini, en introduisant de nouvelles et toujours plus d’exceptions articulées, en multipliant les &#8220;criminels ostensifs&#8221; ( inclus dans le 4 bis) pour lesquels les mesures alternatives, outre être obsolètes, en viennent à être rendues pratiquement impossibles. Les années de l’opium judiciaire et de la boulimie pénale ont remis en lice le principe de l’incompressibilité de la peine, une rengaine qui a bercé les nouvelles générations de juges d’application des peines. C’est ainsi que la prison en est revenue à défaire, y compris dans les discours des spécialistes de la correctionnelle, cette fonction sociale crue pour laquelle elle était née.</p>
<p><strong>Le &#8220;sentiment d’insécurité &#8220;</strong><br />
la prison ne rachète pas, la prison ne corrige pas, elle sert seulement à confiner derrière d’épaisses murailles d’enceinte, problèmes et contradictions, que l’hypocrisie collective préfère déranger. L’économie du châtiment/punition est désormais devenue une &#8221; technique d’invisibilisation des problèmes sociaux&#8221;. Nous nous trouvons de nouveau face à ce postulat initial, durement combattu dans les années 60 : la modernité n’a pas su penser d’autres réponses au délit, alternatives à l’internement. La prison est apparue, bon an, mal an, comme la solution la plus simple et plus économique au désordre social diffus.<br />
L’<em>idéologie pénitentiaire</em> est ainsi devenue un des piliers de la culture politique contemporaine qui, en ne parvenant plus à faire vivre l’espérance, a fait de la peur et de l’angoisse un de ses répertoires les plus fructueux, en nourrissant la psychologie sociale avec les impulsions les plus troubles de l’âme humaine, devenue otage du ressentiment et de la vengeance. Ce courant est décrit par Loïc Wacquant (<em>Punir les pauvres. Le nouveau gouvernement de l’insécurité</em>, Agone, Paris 2004), comme un enchevêtrement confus de sentiments qui mêlent la peur de l’avenir, l’obsession pour le déclin social et l’angoisse de ne pas pouvoir transmettre son propre statut social aux fil(le)s, à cause d’une compétition pour les titres et les postes toujours plus incertaine et effrenée.<br />
Cette insécurité sociale et mentale, diffuse et multiforme, frappe directement les familles des classes populaires pourvues du capital culturel requis pour accéder aux secteurs protégés du marché du travail; celle-ci investit aussi de larges secteurs des classes moyennes, et les nouveaux discours martiaux des politiques et des médias sur la délinquance la captent et la fixent sur la seule question de l’insécurité physique ou de la menace criminelle, et en effet supplémentaire de l’insécurité, domine le &#8220;sentiment d’insécurité&#8221;, ou bien l’état d’âme, la perception sociale du malaise, devenu un des indicateurs statistiques de grande fiabilité, capable de décider de la carrière d’un ministre de l’Intérieur ou de la Justice, ou de sommets des forces de l’Ordre.<br />
En s’essayant à une perception sociale, ou peut-être à un sentiment, advient qu’elle soit spécifiquement dépourvue de consistance réelle, mais issu du fruit de courants irrationnels, de pulsions orientées, sollicitées par qui contrôle les médias et les sources de la communication. Domine alors l’interprétation publique la plus forte, le sentiment d’insécurité le plus conforme aux groupes sociaux qui voient leur propre point de vue mieux représenté et véhiculé. La perte des postes de travail , les licenciements, le chômage et la précarisation de l’emploi, avec les drames et les malaises sociaux et existentiels qui atteignent des familles entières, ne sont pas perçus et pris en charge comme aspect d’un sentiment d’insécurité collective, mais viennent relégués aux états d’âme de sphères sociales précises, coupables de réfuter les conditions de travail, qui autrement permettraient de soutenir la concurrence et assurer stabilité sociale et croissance économique . Il ne s’agit donc pas d’une incertitude quant au furur dérivant d’une nouvelle condition de précarisation sociale, d’un modèle darwiniste de société qui se répand, mais d’une volonté injustifiée de conserver les privilèges et les avantages.<br />
De telle sorte que cette insécurité s’avilit en sentiment illégitime, privé de cette dignité scientifique qui lui concèderait bien d’être repris par les indicateurs statistiques, en introduisant un objectif nouveau dans l’agenda politique. D’autres phénomènes suscitent l’alarme, comme les pillages sauvages dans les villes pavillonnaires du Nord-Est, les attaques de bijouteries ou de stations d’essence avec des revolvers en plastique, les hold-up de banques à la cisaille. Il arrive ainsi que le sentiment d’insécurité, mesuré uniquement sur les paramètres de cette nature, ressorte plus élevé dans les zones urbaines aisées, où les infractions sont quasi inexistantes. C’est précisément pourquoi il s’agit de sentiment, et non pas d’insécurité vraiment. Mais une fois propagé par les médias, cela parvient à produire une paradoxale augmentation de l’indice d’inquiétude jusque dans les foules des quartiers populaires, non plus préoccupées de revenir du marché le cabas decourses vide, mais de subir d’hypothètiques assauts dans les cuisines de leurs habitats populaires.</p>
<p><a href="http://insorgenze.files.wordpress.com/2008/09/esterne011338040111134213_big.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-272" title="esterne011338040111134213_big" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2008/09/esterne011338040111134213_big.jpg?w=500" alt="" width="500" height="320" /></a></p>
<p><strong>D’un régime de sensibilité à l’autre </strong><br />
Est sensible la perte d’une pensée forte qui sache de nouveau rompre une telle spirale, qui soumette à une critique explicite l’idéologie pénale et relanceun nouveau projet politique capable d’affirmer un type de société où l’idée de la pénalisation ne trouve plus place. &#8220;La question n’et pas de savoir quoi faire de la prison, comment l’améliorer, ou peut-être comment adapter l’ordre pénitentiaire aux normes générales de l’État de Droit, il s’agit au contraire de se demander comment s’en débarrasser et ce, au plus vite, parce qu’et évident que nous serons sans doute considéré avec répulsion et mépris par les générations futures&#8221;, c’est autant que nous invite à le faire le philosophe Alain Brossat dans son livre concis, <em>Pour en finir avec la prison</em>, 2002. L’invite à remettre en discussion hérédité de la pensée, habitudes philosophiques que nous pensions intouchables, soulève des questions inconfortables et épineuses, mais peut-être c’est précisément d’un regard différent sur les/des fondamentaux qu’il convient de repartir. En reparcourant la généalogie du pénal, Brossat présente une lecture désenchantée de l’Illuminisme qui, dans le domaine du système des peines s’avance dans un moment décisif de passage d’un régime de sensibilité à l’autre. En réélaborant la thèse de Norbert Elias sur la domestication de la violence, il y note l’émergence d’une hyperesthèsie sociale, ou encore l’apparition d’un &#8220;sujet hypersensible de notre modernité&#8221; qui ne supporte pas, pour commencer, la souffrance même face au spectacle de la brutalité extrême et de la cruauté. Ce qui expliquerait bien l’avènement d’une sensibilité humaine égocentrique plus qu’altruiste.<br />
Analyses qui nous offrent de nouveaux outils pour mieux comprendre, par exemple, cette cosmétique linguistique qui a camouflé l’essence de quelques-uns des conflits guerriers des dernières années. La &#8220;guerre éthique&#8221; de Tony Blair, les ingérences humanitaires armées, les opérations de police internationales, les occupations militaires déguisées sous la formule de &#8220;peace making&#8221; et &#8220;peace keeping&#8221;, les &#8220;bombes intelligentes&#8221;, les bombardements &#8220;chirurgicaux&#8221;, les &#8220;effets colatéraux&#8221;, le mythe de la &#8220;guerre propre au coût zéro&#8221;, font partie d’un dictionnaire novateur qui intercepte l’ineffroyable sensibilité occidentale. Le paradoxe de cette moderne impressionabilité réside dans la présence d’un sentiment d’horreur qui ne vient pas à bout de la violence, pour ne se contenter que de la rendre invisible, et cela n’est pas seulement valable pour les actes commis, mais a fortiori pour la pensée. S’est imposée en somme une sélective indignation paradoxale qui, en matière pénale, en montrant de l’aversion pour la violence explicite des supplices, entraîne la révolte devant l’internement des corps soustraits à la vue, de cette façon vouée à l’oubli et &#8220;vite privés de la pitié&#8221;.</p>
<p><strong>La mise en scène du supplice</strong></p>
<p>Plus que célébrer une &#8220;litanie du Progrès&#8221;, Michel Foucault, en retraçant les divers degrés de châtiments et des peines, des supplices et des prisons, visait à démontrer comment une &#8220;fonction sociale complexe&#8221; était inhérente aux punitions, qui outrepassait le simple rôle répressif. problème non seulement juridique, donc, conséquence de l’application du Droit, mais aussi fait pleinement politique. L’économie du châtiment, selon l’auteur de Surveiller et punir, appartient à ce vaste champ dans lequel interviennent les procédures de pouvoir. Les supplices de l’Ancien régime, plus que rétablir la justice, réparer un dommage, avaient pour fonction de réactiver le pouvoir en offrant au peuple le spectacle de la souffrance. Le supplice de Damiens, &#8220;le Régicide&#8221; est un des exemples historiques dont nous est parvenu une trace. Ainsi décrit-il cette affaire, Monsieur Alexandre André le Breton, greffier criminel du Parlement, soit aussi, Chancellier pénal de la Cour suprême de Justice, dans le &#8220;Précis historique&#8221; annexe aux quatre volumes des &#8220;pièces originales et procédures du procès fait à Robert-François Damiens&#8221; : en cette année 1757, Paris était traversé par une des habituelles vengeances du pouvoir royal à l’endroit des sommets du pouvoir des toques à hermine. Le Mercredi 5 janvier, à la nuit tombée, quelqu’un a, &#8220;en haut des escaliers, près de la voûte&#8221;, blessé le roi à la cinquième côte, avec un couteau; le dommage est minime, comparable à une tête d’épingle, mais cela devient une offense énorme faite au sacro-saint corps du souverain. L’auteur de l’attentat est Robert-François Damiens, chômeur, auparavant domestique en diverses maisons, muni de références discrètes et quelque anomalie comportementale. Les précédents signalent un frénétique taciturne, curieux &#8220;frondeur&#8221; élucubrateur, qui soliloque ; conscient &#8220;de l’effervescence de son propre sang&#8221;, il cherchait dans un soulèvement qu’on répandit le sang en abondance. En évoquant l’accusé, Le Breton conjugue les verbes à l’imparfait parce que &#8220;le scélérat&#8221; n’appartient déjà plus à ce monde. Il a rendu l’âme à Dieu , le Lundi 28 mars, en &#8220;Place de Grève&#8221; (l’actuelle Place de l’Hôtel de Ville), après très long supplice techniquement défectueux, ainsi qu’il en arrive de même à ces patients condamnés à la &#8220;peine d’être tirés par quatre chevaux&#8221;.<br />
La traction des quatre chevaux n’ayant pas suffi à l’écarteler, ils y seraient arrivés si, après conseil à propos pris auprès du médecin, l’équipe d’exécuteurs des basses œuvres n’avaient empoigné les couteaux et tranché quelques tendons. &#8220;Puisqu’il arrive d’ordinaire que les tendons et les ligaments résistent et ne cèdent pas tout à fait, malgré les efforts des quatre chevaux, et même si on en rajoute, il convient à la fin de sectionner les ligaments à la jointure des os&#8221; ; alors seulement &#8220;les chevaux parviennent à arracher chacun un membre&#8221;. Le supplice dure à peine &#8220;deux heures, lui vivant&#8221;. La lame employée dans l’agression n’était pas propre à procurer des blessures mortelles. Franco Cordero, dont nous avons extrait les citations qui suivent de son manuel de Procédure pénale : &#8220;Parmi les fainéants qui fréquentaient les couloirs et les salles judiciaires du Palais&#8221;, Damiens était devenu un admirateur des seigneurs en toge, champions de la dite &#8220;liberté gallicane&#8221;, piégée par la politique ministérielle ; &#8220;on ne lui connaît pas de complices, ni de mandataires, mais les Messieurs (en ce contexte, en de telles occasions, cela comprend les Princes de sang et les hauts dignitaires), indirectement mis en cause, châtient les suspects en prononçant une sentence mémorable&#8221;.</p>
<p><a href="http://insorgenze.files.wordpress.com/2008/09/esterne011338030111134216_big.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-273" title="esterne011338030111134216_big" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2008/09/esterne011338030111134216_big.jpg" alt="" width="260" height="400" /></a></p>
<p><strong>L’escamotage de la peine et le spectacle du procès </strong><br />
À partir du XVIII° siècle, la religion de la confession a cédé la place à la confiance en la preuve, la réclusion se substitue à la torture, aux mutilations, aux supplices exemplaires. La justice désacralisée, la procédure pénale désenchantée, les délits imaginaires disparus, redresser et corriger, avant même encore de punir, deviennent les paroles d’ordre de l’Illuminisme pénal et du réformisme judiciaire. Les théories du Contrat social ne conçoivent plus le crime comme un attentat au corps mystique du souverain, mais comme une rupture du pacte social. L’entité de la punition doit apparaître alors graduée à l’infraction commise et surtout être sûre, parce qu’elle pourrait exercer un effet dissuasif.<br />
Cette transformation conduit à l’escamotage de la punition, à la proscription du spectacle punitif. Le cérémonial de la peine entre dans l’ombre, pour devenir une obscure pratique administrative, substituée par la publicité en dents de scie du procès et de la sentence, moments en priorité secrets. Le volte-face est radical. Procès et condamnation, plus même que la peine, deviennent le stigmate négatif qui doit marquer le délinquant. L’exécution de la sanction paraît ainsi une ignominie supplémentaire dont la Justice a honte de la montrer. On s’en tient à distance. La peine échappe au champ des perceptions quotidiennes pour entrer en une dimension abstraite, méconnue, imaginée, non visible. L’efficacité est dévolue à son inéluctable fatalité, et non plus à son intensité perceptible. La certitude d’être puni et non plus l’abominable théâtre, la scène dégoûtante, en viennent à en représenter l’avertissement. Le corps n’est plus exposé, mais interminablement reclus. &#8220;L’impressionabilité n’est plus liée à l’éphémère intensité du supplice, à son exemplarité illusoire, mais fondée sur la durée&#8221;. Ce qui consent à la Justice de n’avoir plus à s’occuper d’assumer publiquement la part de violence qui est intrinsèque à son exercice. La punition n’apparaît plus comme telle parce que les nouvelles techniques visent à remettre le déviant dans le rang. Mais derrière le propos de &#8220;guérir &#8220;, se profile en réalité l’aspect plus concret de l’expiation, à savoir le châtiment.</p>
<p><strong>L’apologétique carcérale </strong><br />
C’est ainsi que naît un genre nouveau: l’apologétique carcérale, un projet édifiant voué à la réinsertion d’une partie déviante de la société. Avec Beccaria et Bentham se déploie un processus de rationalisation des doctrines ainsi que de l’architecture punitive, non plus fondé sur la dégradation des corps, mais sur la corrections des mentalités. &#8220;Non pas le terrible mais passager spectacle de la mort d’un scélérat, mais le long et ostensible exemple d’un homme privé de liberté, qui devenu bête de servage, récompense la société qu’il a offensée par ses corvées, ce qui est le frein le plus fort contre les tentations délictueuses&#8221; : c’est la citation d’un passage tiré de <em>Des délits et des peines</em>, que Brossat propose, en notant au passage comment la philosophie pénale illuministe invente avec la prison une nouvelle fabrique de l’inhumain, qui en vient à se substituer aux abattoirs du tourment, en définissant le passage du régime du supplice sur les corps à celui de leur abandon, de la cruauté à l’insensibilité. Mais déjà, Benjamin Constant, en vieux père du libéralisme moderne, mettait en garde contre l’illusion humanitaire : &#8220;les punitions que l’on a voulu substituer à la peine de mort ne sont que cette même peine infligée avec minutie, presque toujours de façon plus lente et douloureuse.&#8221; Le bourreau disparaît mais les geôliers augmentent. Finalement, les détenus n’éprouvent plus la faim et les privations dans les prisons de l’Occident moderne et opulent; ils dépriment au contraire, pourrissent, se vident, se misérabilisent, se suicident justement. Ils font de la vie même une maladie. L’institution pénitentiaire ne tue presque plus de sa propre main, elle les laisse se tuer eux-mêmes, pendant la propagation du libéralisme économique, après la décennie 80, le nombre des incarcérés a commencé à augmenter démesurément, et les peines à gonfler sans frein. Le nombre des criminels a crû parce que s’est élargie la palette des comportements sanctionnés. La prison s’est reproposée en institution criminogène, en fabrique de la déviance qui soustend l’idée paranoïaque d’une société en liberté conditionnelle.</p>
<p><strong>Le paradigme victimaire </strong><br />
À ce propos, Brossat signale une configuration ultérieure de la sensibilité, investie du surcroît du paradigme victimaire. Un procès de neutralisation substantielle et de dépolitisation de la figure de la victime qui, devenue une icône de la martyrologie étatique, annule &#8220;les perdants et vaincus de l’Histoire&#8221;. Derrière lequel émerge une opinion humanitaire nouvelle qui, retournant les présupposés de la critique illuministe (circulation libre des idées en un espace public autonome de la sphère étatique et religieuse), se conçoit comme un rempart avancé de la loi et de l’ordre en invoquant une nouvelle forme d’intolérance. Ce qui revient, sans plus de remords ni hypocrisie, à affirmer l’objectif uniquement afflictif de la peine. Ainsi que le reconnaissait voici plus d’un siècle le sociologue Émile Durkheim: &#8220;la peine est restée une œuvre de vengeance. On dit que l’on ne fait pas souffrir le coupable pour la seule raison de le faire souffrir. Il n’en est pas moins vrai toutefois que nous trouvons juste qu’il souffre&#8221;, et pour ça, il n’oubliait pas de recommander que &#8220;la condition pénitentiaire doit être plus draconienne que celle de l’homme libre le plus indigent&#8221;.</p>
<p><strong>La rétribution symbolique </strong><br />
La prison ne change pas. Elle reste le lieu dans lequel l’État régule avec froideur ses comptes avec les classes dangereuses, ce en quoi il montre sans émotions ni faiblesses qui commande, en rappelant aux vaincus combien il en coûte de continuer à prétendre ignorer les règles du jeu. Cette essence politique qui est la sienne suggère donc de changer notre vision de l’ &#8220;opinion humanitaire&#8221;, sur la base d’une approche compassionnelle qui déverse sa critique uniquement sur la souffrance du détenu, mais en observant la prison comme manifestation de la violence d’État, lieu de l’exception souveraine. Cela développe une fonction politique décisive puisqu’elle réunit la communauté contre celui qui a enfreint les règles. La réclusion renforce donc le lien social, prépare la sécurisation future. Toute peine infligée orchestre une rétribution, une restauration, en réinvestissant d’une fonction lénifiante pour la conscience collective frappée par les crimes. Il n’est aucun réformisme pénitentiaire qui ait réellement insinué une telle philosophie. Aujourd’hui face à l’abyssale faillite de l’humanisme pénal, Brossat invite à rejeter définitivement la duperie fondatrice de la prison. La prison ne sert à rien et l’espérance que le Droit y fasse une entrée pleine et sereine – conclut-il – ne nous conduira pas pour autant à l’ère de &#8220;l’après prison&#8221;, mais seulement à celle d’un Droit emprisonné. Pour ce propos, ce n’est pas l’État de droit qui s’étend dans les prisons, mais le modèle carcéral qui gagne du terrain dans la société, ainsi que le démontrent les centres de permanence temporaire et les nouvelles structures de détention atténuée.</p>
<p><a href="http://insorgenze.files.wordpress.com/2008/09/esterne011337590111134224_big1.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-274" title="esterne011337590111134224_big1" src="http://insorgenze.wordpress.com/files/2008/09/esterne011337590111134224_big1.jpg?w=500" alt="" width="500" height="329" /></a></p>
<p><strong>Emprisonner le Droit ou abolir la prison ? </strong><br />
Penser que &#8220;pour éliminer le scandale des prisons il soit suffisant de rendre adéquats leur régime interne aux normes générales de l’État de Droit&#8221;, penser qu’il soit suffisant de garantir le niveau minimum d’intégrité fondamental et l’immunité de la personne détenue, pour faire de la prison un espace définitivement &#8220;humanisé&#8221; et juridiquement correct, outre que cela renvoie à une conception purement passive des droits, compris uniquement comme tutelle pure de la personne, à l&#8217;égal d&#8217;un tuteur d&#8217;organisme végétal, muet et dépourvu de pensée propre (comme la flore sollicitée par les ambientalistes), montre l’incompréhension absolue des effets de l’internement. L’entrée en prison provoque une dégradation juridico-politique de l’interné, réduit à un simple corps ? &#8220;La détention est la preuve la plus radicale qui soit de non-appartenance à la communauté civile&#8221;. Le détenu est privé de &#8220;droits en tant que sujet&#8221;, et peut réagir avec une morgue impudente, et ainsi qu’avec autant de tampons de l’administration en bas de chaque page de son dossier, un vice-directeur d’un institut de peines répondre à un détenu qui lui demande sur quels fondements juridiques s’appuie le traitement pénitentiaire qui lui est réservé. Une condition qui renvoie à celle de l’ostracisé, du bandit, de l’exilé intérieur. Il est impensable imaginer l’exercice des libertés politiques à l’intérieur d’un système disciplinaire qui considère la sanction consubstantielle, non seulement à la privation de la liberté physique, à la réduction brutale des possibilités de mouvement, au &#8220;disciplinage&#8221; des corps, au contrôle des sentiments, des émotions, des affects, à la privation de quelques fonctions essentielles de la vie humaine, mais aussi au droit de réunion et de discussion.<br />
Lieu concentrationnaire par excellence, la prison ne prévoit pas l’existence d’un &#8220;espace public&#8221; interne aux murs d’enceinte. Les sections sont strictement séparées les unes des autres, les cellules demeurent fermées tout le jour durant, exception faite de quelques instituts de peine. Il n’y a aucune liberté de circulation, les seuls lieux de rencontre demeurent les promenades durant les heures de sorties à l’air libre, les salles de sport (dans les centres qui en sont pourvus), les éventuels activités liées à la réinsertion, les lieux de culte. La communication emprunte alors des courants souterrains, suit des trajectoires tortueuses, s’enfonce dans de longs parcours discrets et réservés cherchant à éviter les yeux omniprésents de l’administration, en se servant de l’ancien savoir-faire des esclaves. En substance, l’hypothèse d’une &#8220;vie active&#8221;, pour emprunter une expression d’Hannah Arendt, ou en d’autres termes, l’exercice de la citadinité, à l’intérieur de laquelle l’individu détenu se trouve être envisagé aussi comme être pensant, capable de produire de l’activité relationnelle de type sociale, politique et culturelle, n’étant à aucun moment pris en considération, et même entravé autant qu’il est possible. Si la communication entre détenus n’est pas formellement interdite, sauf explicites précautions/garanties de l’autorité judiciaire, l’entière machinerie pénitentiaire est construite pour l’empêcher, l’intercepter, la supprimer.</p>
<p>Quelle peut alors être l’issue d’évasion de l’idéologie pénitentiaire ? Désincarcérer la société voudrions-nous entendre répondre. Mais combien sont prêts à scier les barreaux qui emprisonnent leur propre conscience ?</p>
<p><em>Traduit de l’italien par Sedira Boudjemaa</em></p>
<p><em></em><strong>Link</strong><em><br />
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