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	<title>gianni-agnelli &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/gianni-agnelli/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "gianni-agnelli"</description>
	<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 10:07:37 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

<item>
<title><![CDATA[Il nuovo che avanza (Gianni Agnelli's revenge)]]></title>
<link>http://derivantropologica.wordpress.com/2009/10/08/il-nuovo-che-avanza-gianni-agnellis-revenge/</link>
<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 03:43:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>Wallace Henry Hartley</dc:creator>
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<description><![CDATA[Succederà così. Montezemolo si farà avanti. Fini gli guarderà le spalle fornendo supporto ideologico]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div id="_mcePaste" style="position:absolute;left:-10000px;top:0;width:1px;height:1px;">Succederà così. Montezemolo si farà avanti. Fini gli guarderà le spalle fornendo supporto ideologico. Casini si sgonfierà e seguirà a ruota. Poi i peones del PdL. Sconfiggeranno quel che rimane del PdL. Luca Cordero diventerà presidente. Fini capo dello Stato non è detto ma forse sì.</div>
<div id="_mcePaste" style="position:absolute;left:-10000px;top:0;width:1px;height:1px;">NB &#8211; La totale assenza del Pd in questa storia non è per nulla casuale.</div>
<p><img class="alignright" style="margin-left:7px;margin-right:7px;" title="LCDM" src="http://pessimesempio.files.wordpress.com/2008/04/montezemolo-thumb.jpg?w=240&#038;h=167" alt="" width="240" height="167" />Succederà così. <a href="http://www.affaritaliani.it/politica/lodo-alfano-montezemolo-berlusconi071009.html" target="_blank">Montezemolo </a>si farà avanti. Fini gli guarderà le spalle fornendo supporto ideologico. Casini si sgonfierà e seguirà a ruota. Poi i peones del PdL. Sconfiggeranno quel che rimane del PdL. Luca Cordero diventerà presidente. Fini capo dello Stato non è detto ma forse sì.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>NB &#8211; La totale assenza del Pd in questa storia non è per nulla casuale.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La sfortuna di Minzolini? Non chiamarsi Paolo Mieli!]]></title>
<link>http://malarablog.wordpress.com/2009/10/05/la-sfortuna-di-minzolini-non-chiamarsi-paolo-mieli/</link>
<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 09:27:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>Domenico Malara</dc:creator>
<guid>http://malarablog.wordpress.com/2009/10/05/la-sfortuna-di-minzolini-non-chiamarsi-paolo-mieli/</guid>
<description><![CDATA[Com&#8217;era prevedibile sull&#8217;editoriale del direttore del Tg1, Augusto Minzolini, riguardo l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/5dhOcof5QAQ&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/5dhOcof5QAQ&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p style="text-align:justify;">Com&#8217;era prevedibile sull&#8217;<strong>editoriale del direttore del Tg1, Augusto Minzolini</strong>, riguardo la manifestazione di Roma, si è abbattuta la <strong>scomunica dell&#8217;Usigrai</strong> (il sindacato dei giornalisti Rai) e quella ancora più velenosa di <strong>Repravda</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi chiedo:  dov&#8217;erano i <strong>paladini della libertà di stampa</strong> e di opinione quando, nel 2006, un certo <strong>Paolo Mieli</strong>, all&#8217;epoca direttore del Corriere della Sera, con un editoriale scritto di suo pugno e dal titolo <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2006/03_Marzo/08/scelte.shtml" target="_blank">&#8220;La scelta del 9 aprile&#8221;</a> si schierò e <strong>schierò apertamente il suo giornale</strong> a sostegno dell&#8217;Unione di <strong>centrosinistra</strong>? Nessuna protesta, nessuno sciopero, nessuna marcia su Roma!</p>
<p style="text-align:justify;">Oggi, invece, Minzolini viene crocifisso da chi , come lui stesso afferma nel suo editoriale, <em>«manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un <strong>inaccettabile regime mediatico</strong>»</em>.</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-3283" title="Mario adinolfi" src="http://malarablog.wordpress.com/files/2009/10/mario-adinolfi.jpg?w=150" alt="Mario adinolfi" width="140" height="131" />Per fortuna c&#8217;è chi ancora, anche a sinistra, fa valere il <strong>lume della ragione</strong> alla cieca ideologia antiberlusconiana, da servire in tutte le salse, sempre e comunque. Chi non ci sta ad assecondare l&#8217;inaccettabile idea di un nascente regime mediatico targato Repravda è <strong>Mario Adinolfi</strong>, giornalista ed esponente del <strong>Partito democratico</strong>, quindi non proprio amico e sostenitore di Silvio Berlusconi, <strong>si distacca dai cori di dissenso</strong> e su Facebook commenta così la vicenda Minzolini:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">«&#8230;sarò pure completamente rincretinito, ma a me l&#8217;editoriale di Augusto Minzolini è piaciuto. Sulle modalità della nomina di Minzolini al Tg1, sul suo intollerabile berlusconismo militante, ho già scritto e non certo a suo favore. Ma l&#8217;editoriale di sabato io l&#8217;ho trovato sensato: <em>&#8220;Manifestare è sempre legittimo e salutare per la democrazia, ma in un Paese dove negli ultimi tre mesi sono finiti nel tritacarne mediatico Berlusconi, l&#8217;avvocato Agnelli, l&#8217;ingegner De Benedetti, l&#8217;ex direttore di Avvenire, il direttore di Repubblica e tanti altri, denunciare che la libertà di stampa è in pericolo è un assurdo. La difesa corporativa non fa bene all&#8217;autorevolezza dei media; specie in Italia, dove si ha una strana concezione del pluralismo dell&#8217;informazione. Ci sono giornali che si considerano depositari della verità e che giudicano gli altri che la pensano in modo diverso come nemici o servi: chi ha questa concezione, manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico&#8221;</em>. Sottoscrivo dalla prima all&#8217;ultima parola. Decide la democrazia. Non decidono i giornali. Guai a quel Paese, poi, dove a decidere è un giornale solo».</p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;"><strong>Decide la democrazia e non i giornali</strong>. Capito Repravda? E grazie a Dio la democrazia, che significa anche <strong>libertà di stampa e di espressione</strong>, in questo Paese è ampiamente garantita, nonostante l&#8217;avanzare di un&#8217;inaccettabile regime mediatico. <em><strong>(do.mal.)</strong></em></p>
<p style="text-align:center;"><em><strong><a href="http://oknotizie.virgilio.it/info/511408f1a22b6cf3/la_sfortuna_di_minzolini_non_chiamarsi_paolo_mieli.html" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-1424" title="votami-su-oknotizie" src="http://malarablog.wordpress.com/files/2008/11/votami-su-oknotizie.gif" alt="votami-su-oknotizie" width="440" height="45" /></a><br />
</strong></em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[COSA MANCA ALLA JUVE PER VINCERE LO SCUDETTO]]></title>
<link>http://rivistapop.wordpress.com/2009/09/14/cosa-manca-alla-juve-per-vincere-lo-scudetto/</link>
<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 12:32:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>Collettivo Mauro Repetto</dc:creator>
<guid>http://rivistapop.wordpress.com/2009/09/14/cosa-manca-alla-juve-per-vincere-lo-scudetto/</guid>
<description><![CDATA[View This Pollpoll]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://rivistapop.wordpress.com/files/2009/09/cosa_manca_alla_juve_per_vincere.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2501" title="cosa_manca_alla_juve_per_vincere" src="http://rivistapop.wordpress.com/files/2009/09/cosa_manca_alla_juve_per_vincere.jpg" alt="cosa_manca_alla_juve_per_vincere" width="468" height="286" /></a></p>
<a name="pd_a_1991400"></a><div class="PDS_Poll" id="PDI_container1991400" style="display:inline-block;"></div><script type="text/javascript" language="javascript" charset="utf-8" src="http://static.polldaddy.com/p/1991400.js"></script>
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		</noscript>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[L'Avvocato]]></title>
<link>http://musie.wordpress.com/2009/09/08/lavvocato/</link>
<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 21:57:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>Musie</dc:creator>
<guid>http://musie.wordpress.com/2009/09/08/lavvocato/</guid>
<description><![CDATA[One of the things that always comes to mind when I think of my home city is the Agnelli family. They]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignnone size-full wp-image-1227" title="classica" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/classica.jpg" alt="classica" width="450" height="314" />One of the things that always comes to mind when I think of my <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Turin">home city</a> is the Agnelli family. They are engrained in the fabric of the city, their influence visible in every FIAT crowding the streets, in the  factories on the outside of town, in the massive worker population, and in the social rankings of the city&#8211; those associated with the clan are immediately accorded a superior status. Agnelli owned the elementary school I went to. Agnelli&#8217;s bodyguards dangerously crowded the narrow roads I rode up on my Vespa on my way home from town. The sound of his helicopter overhead interrupted lazy afternoons in the garden. I caught glimpses of him on his way to church, his ancient, almost reptilian profile staring serenely forward, complacent in the knowledge that he had made this city, that his company was synonymous with it.</p>
<p>When he died, the city was thrown into disarray, uncertain what to do without its symbol. Somehow, all of Torino&#8217;s other glories became irrelevant &#8212; its history as the first capital of united Italy, its beautiful architecture, its truly amazing food&#8211; all this became secondary to its new identity as the car city, presided over by the industrialist Agnelli.</p>
<p>I wasn&#8217;t crazy about him, or his hold over the city, but I have to admit that he was a pretty fascinating figure. He took his family car business and revolutionised it. He dated Rita Hayworth and Anita Ekberg, and was a friend of the Kennedys and Kruschev. Kruschev once famously brushed aside Italian politicians in order to greet him, saying that Agnelli would be the one to stay in power in Italy. He was <a href="http://thesartorialist.blogspot.com/2006/08/style-icon-gianni-agnelli.html">famous </a>for his<br />
<a href="http://www.esquire.com/style/bestdressedhistory0907">style</a>. In my head, he embodies what I think of when I think of male Italian fashion&#8211; the elegance, confidence and oft-quoted sprezzatura. Pictures below.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1228" title="piccolo" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/piccolo.jpg" alt="piccolo" width="450" height="321" /></p>
<p>As a boy in his family&#8217;s Bugatti.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1229" title="giovane" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/giovane.jpg" alt="giovane" width="450" height="603" /></p>
<p>As a youth.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1230" title="con il nonno" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/con-il-nonno.jpg" alt="con il nonno" width="450" height="332" /></p>
<p>With his grandfather.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1231" title="giovane 2" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/giovane-2.jpg" alt="giovane 2" width="450" height="321" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1232" title="military" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/military.jpg" alt="military" width="450" height="280" /></p>
<p>Military</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1233" title="nozze 2" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/nozze-2.jpg" alt="nozze 2" width="288" height="400" /></p>
<p>Wedding  to Marella Agnelli.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1234" title="foto di famiglia" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/foto-di-famiglia.jpg" alt="foto di famiglia" width="450" height="302" /></p>
<p>With his family</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1235" title="with jfk in newport" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/with-jfk-in-newport.jpg" alt="with jfk in newport" width="450" height="240" /></p>
<p>With the Kennedys in Newport. (He was rumoured to have had an affair with Jackie! !!! !!!)</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1236" title="con il figlio" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/con-il-figlio.jpg" alt="con il figlio" width="450" height="360" /></p>
<p>Older, with his son.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1237" title="classica 2" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/classica-2.jpg" alt="classica 2" width="260" height="400" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1238" title="primo amore" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/primo-amore.jpg" alt="primo amore" width="450" height="315" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1239" title="warhol" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/warhol.jpg" alt="warhol" width="450" height="450" /></p>
<p>Painted by Warhol</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1242" title="ritratto" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/ritratto.jpg" alt="ritratto" width="450" height="601" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1241" title="agnelli-1" src="http://musie.wordpress.com/files/2009/09/agnelli-1.jpg" alt="agnelli-1" width="222" height="280" /></p>
<p>[via <a href="http://www.kataweb.it/multimedia/media/1411935/8">1</a>, <a href="http://themodernistrevival.blogspot.com/2009/08/212-man-of-sartorial-excellence-gianni.html">2</a>, <a href="http://juventus.theoffside.com/team-news/a-photo-tribute-to-gianni-agnelli-the-greatest-juventino-that-ever-lived.html">3</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[L’Italia rivoltata come un calzino. Da Berlusconi.]]></title>
<link>http://zamax.wordpress.com/2009/09/01/l%e2%80%99italia-rivoltata-come-un-calzino-da-berlusconi/</link>
<pubDate>Tue, 01 Sep 2009 12:02:53 +0000</pubDate>
<dc:creator>Zamax</dc:creator>
<guid>http://zamax.wordpress.com/2009/09/01/l%e2%80%99italia-rivoltata-come-un-calzino-da-berlusconi/</guid>
<description><![CDATA[Rivoltare l’Italia come un calzino era il sogno dei giustizieri democratici di Mani Pulite ma lungi ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2794" title="Giornalettismo" src="http://zamax.wordpress.com/files/2009/08/giornalettismo.jpg" alt="Giornalettismo" width="150" height="44" />Rivoltare l’Italia come un calzino era il sogno dei giustizieri democratici di Mani Pulite ma lungi da rappresentare una rivoluzione culturale l’esibita moralizzazione della politica italiana costituì in realtà il più ortodosso dei richiami all’ordine repubblicano da parte delle forze più conservative di una penisola che sfuggiva loro di mano giorno dopo giorno. Una stanca aristocrazia di denari si univa ad una stanca aristocrazia intellettuale per tenere sotto i piedi la marmaglia della <em>gente nova</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">I quindici anni della resistenza berlusconiana – quella vera – sono riusciti a mettere in crisi definitivamente quell’Italietta miserabile soffocata e umiliata in modo innaturale dalla dicotomia fascista-antifascista, dai gerarchi di prima e da quelli di dopo. Non è stata un’opera di distruzione. E’ un’Italia che ha ripreso il cammino, è <em>l’Italia in cammino,</em> per riprender il titolo di un libro di ottant’anni fa del grande storico “nazionalista” Gioacchino Volpe; un organismo liberato da una camicia di forza che ha ripreso a respirare e quindi anche a sudare, e pazienza se questa ridiscussione sulle origini e i fondamenti della nazione ha prodotto degli effluvi non proprio deliziosi. Era inevitabile e necessario. Ma visti in prospettiva storica, ad esempio, anche i partiti del nord e i partiti del sud, il revival dei dialetti o delle proteiformi e mai codificate madrelingue regionali che dir si voglia, costituiscono più uno sfogo che la messa in discussione dell’unità nazionale.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ la stagione berlusconiana che ha reso possibile la “costituzionalizzazione” della destra; che ha sdoganato il “liberalismo” (fin qui a parole, s’intende, perché con gli antichi appetiti dei capetti della nuova classe politica e col panico intellettuale causato dalla crisi dell’economia mondiale i buoni propositi si sono squagliati come neve al sole: ma almeno il primo passo è stato fatto); che ha fatto germogliare fiori strani – per la nostra epoca storica &#8211; ma eloquenti come il “liberismo di sinistra”; che ha permesso di superare in politica con non disprezzabile equilibrio e maturità gli steccati obsoleti fra “laici” e “cattolici”, evitando di cadere, seguendo le sirene dei cattolici “adulti”, in un moderno cesaropapismo nel quale i cattolici si sarebbero dovuti inchinare ai gran sacerdoti del culto feticista della Costituzione laica e repubblicana; perfino lo stesso Fini neo radical-liberaliggiante è un prodotto della “liberazione” berlusconiana.</p>
<p style="text-align:justify;">Interpretata come un sintomo di debolezza di un leader disperato, e anche se messa in moto da vicende particolari, la controffensiva mediatica e giudiziaria delle armate berlusconiane contro <em>Repubblica</em> in particolare, ma non solo, è al contrario il segno che una nuova classe politica, nata dal necessario riequilibrio dei poteri reali nel paese, si sente oramai abbastanza forte e salda per fare quello che da noi nessuno ha mai osato fare da trent’anni a questa parte: rispondere al fuoco col fuoco per far cadere nella polvere i simboli e le statue del Pantheon della casta democratica.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ per questo che nell’ultimo atto della revisione politico-culturale berlusconiana, con zelo didattico, nel mirino dei barbari oltre al “giovane” De Benedetti è finito in questi giorni anche il “vecchio” Agnelli, la cui figura è rimasta impigliata miserevolmente nelle maglie di un’assai poco onorevole ed assai “piccolo-borghese” zuffa fra eredi: non è parso vero di contrapporre tacitamente gli omaggi tributati all’elegante libertinaggio dell’Avvocato, quasi un grazioso ricamo sul tessuto della sua vita aristocratica, alle intimazioni rivolte a Berlusconi di consegnarsi al tribunale del popolo delle Dieci Domande.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>“La strategia delle ritorsioni non conviene a nessuno”</em> è il titolo di un pezzo di Stefano Folli sul <em>Sole24Ore</em> sul caso Boffo, a proposito del quale, anche per debolezza patriottica – Boffo è trevigiano, come me – in un primo momento ho sperato che Feltri avesse preso una cantonata micidiale. Le reazioni non mi hanno tranquillizzato per niente, al contrario. Ho assistito solo ad una levata di scudi contro l’agguato messo in opera dai bravi berlusconiani tanto corale quanto evasiva nel merito della questione. Per il momento. Faccio solo notare, al di là della tendenziosità di un titolo che allude vagamente all’inadeguatezza e fors’anche all’illegittimità della strategia politica berlusconiana complessiva, che se fosse stato per i chiacchieroni dal garbo conciliante e impeccabile, ossia accomodante, anche la <em>gioiosa macchina da guerra</em> di Occhetto avrebbe avuto vita facile e di un’Italia faticosamente <em>in cammino</em> manco ci sogneremmo.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.giornalettismo.com/archives/35077/l%e2%80%99italia-rivoltata-come-un-calzino-da-berlusconi/">[pubblicato su Giornalettismo]</a></p>
<p style="text-align:justify;">POST SCRIPTUM: siccome non riesco a convincere quei testoni dei lettori dei  miei articoli, che anzi si guardano l&#8217;un l&#8217;altro scuotendo il capo come per dire: &#8220;Questo è pazzo!&#8221; &#8211; cosa lusinghiera in quanto io decido di mia spontanea volontà di interpretarla come un tributo involontario alla genialità &#8211; ho replicato alla sfilza delle perplessità e dei dissensi con una lunga spiegazione terra terra:</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;">Ma ragazzi, cercate di vedere le cose con gli occhi della storia e non con quelli della cronaca. Non fatevi incantare dalle chiacchiere sulle prime e le seconde repubbliche. La bella politica non ci sarà mai e i protagonisti della politica saranno sempre in generale degli esempi di mediocrità. La politica, anche se il concetto è necessariamente un po’ vago, dovrebbe rappresentare la società e i rapporti di forze al suo interno. Entra in crisi quando vi è un decifit di rappresentazione e si forma un tappo alla sua porta d’ingresso. Alla fine degli anni ’70, anche a causa della situazione internazionale, l’Italia aveva raggiunto il massimo della mummificazione politica: la balena rossa e la balena bianca, ovvero un elettorato comunista così massiccio da costituire la più grande anomalia delle nazioni occidentali, e un elettorato bianco che votava sempre più turandosi il naso visto che per la DC – sempre a causa in gran parte della situazione internazionale – la politica era una sinecura e del suo elettorato fondamentalmente “conservatore” (non in senso religioso, ma nel senso dell’allergia alle tasse e alla burocrazia, per dirla in soldoni) se ne sbatteva altamente. In campo economico c’era il gruppo di potere intorno alla FIAT e satelliti da una parte e i sindacati storici – soprattutto la CGIL – dall’altra. Queste forze, ciascuno nel suo ambito, “gestivano” il paese. Col craxismo si aprì la prima breccia a sinistra. Il nuovo genera il nuovo e quindi il craxismo insensibilmente, quasi sotto traccia, piano piano cominciò a mettere in crisi le sinecure della DC. Infatti una parte dell’elettorato conservatore, incoraggiato dall’indebolimento dell’egemonia comunista, cominciò a guardarsi intorno per trovare un altro interprete dei suoi interessi e lo trovò nella Lega. Le prime Leghe nacquero in Veneto, me lo ricordo bene, perché la Liga Veneta cominciò a farsi un nome proprio nella Marca Trevigiana. Ma era più che altro un fenomeno culturale, quasi folcloristico, più che politico. La Lega Lombarda, che nacque dopo sull’esempio veneto, fin dall’inizio ebbe un carattere prettamente e quasi violentemente politico. I toni nettamente più duri. Tuttavia non vi fu alcun boom della Lega Lombarda fino a quando, invece di limitarsi ai temi identitari, Bossi non cominciò a battere il pugno sul tavolo al grido di “Basta tasse!”. A parte la breve stagione dell’Uomo Qualunque, questa era la prima volta che da una forza politica si prendesse in mano l’artiglieria retorica antitasse, ma la stranezza non è che la Lega finalmente lo facesse ma che in Italia nessuno mai l’avesse fatto prima, perché in realtà questa retorica è merce comune e naturale di quasi tutti i partiti “conservatori” occidentali. E significava anche che la DC non si era mai evoluta e si era oramai disabituata ad ascoltare il suo elettorato. Non bisogna farsi ingannare che la Lega usasse toni fortemente antisocialisti; Milano era il centro del potere di ambedue le forze politiche; ma tutte e due erano il Nuovo nel panorama politico italiano. Non è un caso che Mani Pulite sia esplosa proprio in Lombardia e poi nel Veneto: era il territorio dove le forze politiche tradizionali risultavano più fragilizzate e i venti di novità si facevano più sentire. In un certo senso Craxi fu vittima di se stesso e dei meccanismi che aveva messo in moto. L’idillio degli italiani con Mani Pulite durò solo qualche mese. Si vide ben presto che in mano a magistrati politicizzati essa doveva servire a eliminare proprio tutti gli avversari del Vecchio rappresentato dal PCI, dalla DC, ossia quella disposta a diventare la ruota di scorta del PCI, dall’incartapecorito establishment confindustriale attorno alla galassia del Nord, dai prefetti della Cultura Egemone, dalla burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione nata dalla Resistenza ecc. ecc. Non a caso per quindici anni questi ultimi hanno sempre sostenuto la sinistra. Non a caso leghisti e socialisti craxiani fanno parte dell’esercito berlusconiano. E’ una lotta di potere che in quindici anni ha visto il Nuovo resistere e fortificarsi. Con le ultime elezioni l’Olimpo Confindustriale si è arreso alla nuova realtà. Per questo oggi i killers di lunghissima milizia di Repubblica fanno meno paura e si risponde loro con le loro stesse armi e perfino sbeffeggiandoli. E’ una lotta di potere ma le ragioni della storia e della democrazia stanno dalla parte di Berlusconi, perché la democrazia reale sta anche nel riequilibrio delle forze rappresentate. Per la bella politica, o meglio, per quella presentabile ci risentiremo quando l’Italia sarà un paese “normalizzato” e quando la sinistra seppellirà definitivamente l’ascia di guerra. Questo è il presupposto necessario per l’Italia fighissima che ognun nel suo pensier si finge…</p>
</blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Così parlò il patriarca d’Italia dopo vittorie, lutti e rimpianti]]></title>
<link>http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/09/01/cosi-parlo-il-patriarca-d%e2%80%99italia-dopo-vittorie-lutti-e-rimpianti/</link>
<pubDate>Tue, 01 Sep 2009 10:20:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
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<description><![CDATA[In arrivo «Il re», biografia romanzata di Gianni Agnelli Leonardo Colombati immagina le ultime ore d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><h2><img class="alignleft size-full wp-image-5272" title="images" src="http://sottoosservazione.wordpress.com/files/2009/09/images.jpg" alt="images" width="116" height="119" />In arrivo «Il re», biografia romanzata di Gianni Agnelli</h2>
<p>Leonardo Colombati immagina le ultime ore del signor Fiat: insoddisfatto e spaventato. Esce da Mondadori</p>
<p>«T utto il saper stare al mondo di un uomo che ha avuto ogni cosa dalla vita non ba­sta a saper morire con digni­tà »: in una sera del gennaio 2003, Gianni Agnelli, ultimo re d’Italia, pensa alla morte imminente e riflette sulla sua vita. Dovrà an­darsene per la cosa più comune per cui si muore su questa Terra, un tumore, lui che «dai letti delle sue case poteva guardare un Canaletto, un Bacon e un De Kooning», lui che era una delle poche persone al mondo a non aver mai posseduto un portafogli, lui che aveva cenato con Picasso e Fidel Castro.<!--more--></p>
<p>ultimi giorni dell’ultimo signore d’Italia li rac­conta Leonardo Colombati, scrit­tore romano che nel 2005 ha di­viso la critica con un roman­zo- fiume, complesso e incom­piuto, Perceber (edito da Siro­ni), a cui è seguito Rio (Rizzoli), e che ora si mette alla prova con un racconto lungo (140 pagine) asciutto e levigato dove solo spo­radicamente il gusto per la scrit­tura barocca gli (ri)prende la ma­no. Il re (in uscita da Mondadori l’8 settembre, e 17,50), nato co­me racconto breve per l’antolo­gia di Neri Pozza La storia sia­mo noi (a cura di Mattia Caratel­lo), è la narrazione della morte di Gianni Agnelli un po’ come ve­ramente è avvenuta, molto co­me Colombati la immagina. Episodi reali, particolari docu­mentati, luoghi veri, dettagli at­tinti da una nutrita bibliografia dichiarata in coda al libro si mescolano con personag­gi inventati e con una fiction fatta di pensie­ri, riflessioni, atteggiamenti che spesso ap­paiono aderenti alla figura dell’Avvocato co­sì come le cronache l’hanno descritto (l’Agnelli di Colombati, per esempio, cita in silenzio Goethe: «A vivere ho imparato, o dei, prorogatemi i termini»). «Gianni Agnelli è una figura che mi ha sempre affascinato — spiega Colombati —. Ho sempre letto molto su di lui. Per quasi quarant’anni è stato il simbolo di una certa Italia da esportazione, ha incarnato il capita­lismo familiare italiano, ha attraversato, con la Fiat, tutte le vicende politiche impor­tanti del nostro Paese. Ma nel libro non è questo che volevo raccontare. Mi interessa­va la vicenda umana di un vecchio ricchissi­mo terrorizzato dalla sua morte imminente perché consapevole di aver lasciato molti conti aperti. Entrare nella testa di quest’uo­mo è stata la mia sfida. In questo senso Il re è paradossalmente il mio libro più autobiografico, nel senso che per scriverlo mi sono chiesto che cosa penserei io se fossi in un letto in attesa della mia morte. Da questo punto di vista ci sono sicuramente delle forzature nella figura di Agnelli. Per esempio gli faccio provare a scrivere una pagina di diario, cosa abbastanza inverosimile. È più probabile, vista l’educazione ricevuta, che l’Avvocato fosse come quel personaggio di Saul Bellow che dice: avete una vita interio­re? Tenetela per voi. Avete delle emozioni? Soffocatele».</p>
<p><span style="font-weight:bold;">Colombati immagina l’Avvocato mentre rivede i fasti</span>, le tragedie, le sfide vinte e le guerre perse della sua vita. Mentre in televi­sione scorrono le immagini di una trasmis­sione a lui dedicata, Agnelli ripensa agli an­ni della sua gioventù, quando pensava che non ci fosse nulla di più noioso della gestio­ne day by day di un’azienda da una città co­me Torino e trovava più divertente la com­pagnia di uomini con cui condivideva «un interesse per le ragazze e un grande amore per la velocità». Amici che si chiamano Por­firio Rubirosa, (soprannominato «Toujours Prêt» per la sua incredibile potenza sessua­le), che si schianterà con la sua Ferrari con­tro un platano del Bois de Boulogne, Alì Khan, morto contro un muro di un elegante caseggiato parigino, Alfonso de Portago schiantato alla Mille Miglia «dietro la curva di un paese di cui non ricordo il nome». E poi gli anni a capo dell’azienda, i reg­genti, gli eredi (o meglio l’erede mancato, il nipote Giovanni, morto a 33 anni), gli amici importanti e le alleanze strategiche. Nel li­bro di Colombati vita e leggenda del signo­re degli Agnelli si mescolano, al punto che il centro della sua esistenza sembra essere una frase che spesso i biografi gli hanno at­tribuito e che forse non ha mai pronuncia­to: «L’amore? È una cosa da cameriere». «In realtà — spiega Colombati — Agnelli era un personaggio molto complesso, con un codice di comportamento che potrebbe essere semplicemente il frutto di un’educa­zione a non esternare nulla o, al contrario, la maschera di un uomo superficiale. Per questo mi interessava capire che cosa succede a un uomo che soltanto quando è troppo tardi si rende conto che ciò che rimane dopo di noi è l’amo­re che abbiamo dato a chi ci sta vicino». Per questo il rap­porto con il figlio risulta centra­le, mentre quello con la figlia che ha dominato le cronache di queste ultime settimane ri­mane completamente nell’om­bra.</p>
<p><span style="font-weight:bold;">«Il maschio era un ragazzo dolcissimo, </span>sicuramente trop­po fragile per andare d’accor­do con un genitore per cui la migliore educazione possibile è quella della scuola militare — fa dire Colombati al «suo» Agnelli —. Con mia figlia inve­ce discutevamo spesso, forse perché ci somigliavamo mol­to » . La relazione con il figlio è uno degli argomenti più poten­ti del libro, e si lega al rapporto con il giova­ne cameriere Giorgio, con cui Agnelli rie­sce, negli ultimi istanti della sua vita, a in­staurare una profonda intimità. «L’unico a capire veramente la brutalità della morte è lui — spiega Colombati — un semplice, un personaggio ricalcato sulla figura del servo de La morte di Ivan Ilijc di Tolstoj, che dal punto di vista formale è stato l’esempio a cui mi sono ispirato, insieme a L’autunno del patriarca di Gabriel García Márquez». È al cameriere e non al prete che lo confessa, che Agnelli affida il suo pentimento. La na­tura vuole che sia il padre a sacrificarsi per il figlio, gli dice. «È una lezione che purtrop­po ho imparato troppo tardi. E spero di mo­rire in fretta per non dovermene più ram­maricare » .</p>
<p><!-- google_ad_section_end -->Cristina Taglietti</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/cultura/09_settembre_01/patriarca_italia_agnelli_lutti_rimpianti_taglietti_d661786e-96bf-11de-864c-00144f02aabc.shtml">http://www.corriere.it/cultura/09_settembre_01/patriarca_italia_agnelli_lutti_rimpianti_taglietti_d661786e-96bf-11de-864c-00144f02aabc.shtml</a></p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[GIORNALI IN FIAMME! IL COMMISSARIO D’AVANZONI SI AVVENTA CONTRO L’INFELTRITO]]></title>
<link>http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/08/23/giornali-in-fiamme-il-commissario-d%e2%80%99avanzoni-si-avventa-contro-l%e2%80%99infeltrito/</link>
<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 12:12:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
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<description><![CDATA[Giuseppe D&#8217;Avanzo per La Repubblica   Si è insediato ieri alla direzione del Giornale della fa]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4940" title="images" src="http://sottoosservazione.wordpress.com/files/2009/08/images249.jpg" alt="images" width="98" height="131" />Giuseppe D&#8217;Avanzo per <a href="http://www.repubblica.it/">La Repubblica</a></strong></p>
<p><span style="clear:none;left:auto;position:static;top:auto;"><strong> </strong></span></p>
<p>Si è insediato ieri alla direzione del Giornale della famiglia Berlusconi, Vittorio Feltri, un tipo che &#8211; a quanto dice di se stesso &#8211; «non ha la stoffa del cortigiano». Lo dimostra subito. Feltri scatena, fin dal primo editoriale, un violentissimo, sbalorditivo assalto a Silvio Berlusconi, suo editore e capo del governo.Per dimostrare che, nel lavoro che lo attende, non sarà né ugola obbediente né sgherro libellista, il neo-direttore sceglie un astuto espediente. Le canta a nuora perché suocera intenda. O, fuor di metafora, ad Agnelli (morto) perché Berlusconi (vivo) capisca e si prepari. Feltri si dice stupefatto per «quanto sta avvenendo sul fronte fiscale». Trasecola per quel che si dice abbia combinato in vita Gianni Agnelli che «avrebbe esportato o costituito capitali all´estero sui quali non sarebbero state pagate le tasse».<!--more--></p>
<p><span style="clear:none;left:auto;position:static;top:auto;"><strong> </strong></span></p>
<p>Decide di liberarsi una buona volta di quell´inutile fardello che è il garantismo, favola buona soltanto per il Capo e gli amici del Capo, e picchia duro, durissimo. Questo «furfante» di un Agnelli, scrive Feltri, «ha sottratto soldi al fisco», e quindi «ha procurato un danno allo Stato», «ai cittadini che le tasse le pagano»; ha saccheggiato «per montagne di quattrini neri» le casse di società quotate in Borsa, «derubando gli azionisti».</p>
<p><span style="clear:none;left:auto;position:static;top:auto;"><strong> </strong></span></p>
<p>E allora, si chiede, è più grave «rubare al popolo o toccare il sedere a una ragazza cui va a genio di farselo toccare»? Conclude quel diavolo di un Feltri: «Ne riparleremo». E´ l´impegno che Feltri assume dinanzi ai suoi lettori e la minaccia che il neo-direttore del Giornale riserva, nel primo giorno, al suo povero editore.</p>
<p><span style="clear:none;left:auto;position:static;top:auto;"><strong> </strong></span></p>
<p>Feltri non è ingenuo e non è uno sprovveduto. E´ un professionista tostissimo e soprattutto ha memoria lunga. E statene certi &#8211; questo annuncia il suo editoriale &#8211; parlerà presto di quel «furfante» del suo editore. Gli getterà in faccia, senza sconti, le 64 società off-shore &#8220;All Iberian&#8221; che Berlusconi si è creato all´estero, governandole direttamente e con mano ferma.</p>
<p>Gli ricorderà, e lo ricorderà ai suoi lettori, come lungo i sentieri del «group B very discreet della Fininvest» siano transitati quasi mille miliardi di lire di fondi neri, sottratti al fisco con danno di chi paga le tasse; i 21 miliardi che hanno ricompensato Bettino Craxi per l´approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi (se non si vuole dar credito a un testimone che ha riferito come «i politici costano molto&#8230; ed è in discussione la legge Mammì»).</p>
<p><span style="clear:none;left:auto;position:static;top:auto;"><strong> </strong></span></p>
<p>E ancora, la proprietà abusiva di Tele+ (violava le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le &#8220;fiamme gialle&#8221; ); il controllo illegale dell´86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l´acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma che hanno messo nelle mani del capo del governo la Mondadori; gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato e in spregio dei risparmiatori, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente.</p>
<p>In attesa di sapere se Agnelli sia stato o meno un «furfante», Feltri, che non è un maramaldo, ricorderà quanto sia furfantissimo il suo editore, come al fondo della fortuna di Berlusconi ci siano evasione fiscale e falso in bilancio, corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; manipolazione, a danno degli azionisti, delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa. E, giurateci, quel diavolo di Feltri non si fermerà qui.</p>
<p><span style="clear:none;left:auto;position:static;top:auto;"><strong> </strong></span></p>
<p>Ricorderà le diciassette leggi ad personam che hanno salvato il suo editore da condanne penali, protetto i suoi affari, alimentato i profitti delle sue imprese. Ricorderà, con il suo linguaggio concreto e asciutto, quanto quell´uomo che ci governa sia, oltre che «un furfante», un gran bugiardo.</p>
<p>Rammenterà ai lettori del Giornale quando Berlusconi disse: «Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conoscevo neppure l´esistenza» (Ansa, 23 novembre 1999, ore 15,17). O quando giurò sulla testa dei figli: «All Iberian? Galassia off-shore della Fininvest? Assolute falsità».</p>
<p><span style="clear:none;left:auto;position:static;top:auto;"><strong> </strong></span></p>
<p>La trama dell´offensiva di Feltri contro il suo editore già fa capolino. Presto leggeremo un altro editoriale, altri editoriali all´acido muriatico. Nel solco delle menzogne diffuse dal premier che evade le tasse, Feltri ricorderà che è stato Berlusconi a mentire agli italiani negando di frequentare o di aver frequentato minorenni, giurando sulla testa dei figli di condurre una vita morigerata da buon padre di famiglia, prossima alla «santità», per intero dedicata alla fatica di governare il Paese.</p>
<p><span style="clear:none;left:auto;position:static;top:auto;"><strong> </strong></span></p>
<p>Feltri concluderà che un uomo, un «furfante» che trucca bilanci, deruba i contribuenti e le casse dello Stato, si cucina legge immunitarie perché governa il Paese e per di più mente senza vergogna sull´origine della sua fortuna e sulla sua vita privata, diventata pubblica, non può essere affidabile quando parla del destino dell´Italia, qualsiasi cosa dica o prometta.</p>
<p><a href="http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-8680.htm">http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-8680.htm</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Piece by Piece: The Contemporary and Youthful Take on Agnelli]]></title>
<link>http://prepidemic.com/2009/08/18/piece-by-piece-the-contemporary-and-youthful-take-on-agnelli/</link>
<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 17:01:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>prepidemicmag</dc:creator>
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<description><![CDATA[The legendarily stylish owner of Fiat, Gianni Agnelli, is renowned for his innate sense of sprezzatu]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://prepidemic.wordpress.com/files/2009/08/gagnelli1.jpg" alt="gagnelli" title="gagnelli" width="266" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-3322" /></p>
<p>The legendarily stylish owner of Fiat, Gianni Agnelli, is renowned for his innate sense of <em>sprezzatura</em> &#8212; a term used to describe the natural elegance and ability to effortlessly achieve the difficult in the way that Italian style aspired to. These days, it&#8217;s tough to find a suit cut the way Agnelli would have liked, or a shirt cut the way he would have liked. He was not a man for the super-slim fitting. So, humbly taking on the goal of applying Agnelli&#8217;s sprezzatura to the younger and contemporary man, without trying to serve you his baggier custom Caraceni suits that any modern man struggles to pull off, we present you this outfit.<br />
<div id="attachment_3329" class="wp-caption aligncenter" style="width: 250px"><img src="http://prepidemic.wordpress.com/files/2009/08/996452_fpx-tif.jpeg?w=240" alt="Spurr Double Breasted Peak Lapel Sport Coat" title="996452_fpx.tif" width="240" height="300" class="size-medium wp-image-3329" /><p class="wp-caption-text">Spurr Double Breasted Peak Lapel Sport Coat</p></div><br />
<div id="attachment_3330" class="wp-caption aligncenter" style="width: 250px"><img src="http://prepidemic.wordpress.com/files/2009/08/996450_fpx-tif.jpeg?w=240" alt="Spurr Cigarette Slim Fit Pants" title="996450_fpx.tif" width="240" height="300" class="size-medium wp-image-3330" /><p class="wp-caption-text">Spurr Cigarette Slim Fit Pants</p></div><br />
<div id="attachment_3324" class="wp-caption aligncenter" style="width: 235px"><img src="http://prepidemic.wordpress.com/files/2009/08/0447516015140r__astl_300x400.jpg?w=225" alt="Gucci Poplin Dress Shirt" title="0447516015140R__ASTL_300x400" width="225" height="300" class="size-medium wp-image-3324" /><p class="wp-caption-text">Gucci Poplin Dress Shirt</p></div><br />
<div id="attachment_3325" class="wp-caption aligncenter" style="width: 292px"><img src="http://prepidemic.wordpress.com/files/2009/08/ppolo2-6345464_standard_v330.jpg?w=282" alt="Ralph Lauren Black Label Glen Plaid Tie" title="pPOLO2-6345464_standard_v330" width="282" height="300" class="size-medium wp-image-3325" /><p class="wp-caption-text">Ralph Lauren Black Label Glen Plaid Tie</p></div><br />
<div id="attachment_3326" class="wp-caption aligncenter" style="width: 272px"><img src="http://prepidemic.wordpress.com/files/2009/08/14520011.jpg?w=262" alt="Paul Stuart Cotton Pocket Square" title="14520011" width="262" height="300" class="size-medium wp-image-3326" /><p class="wp-caption-text">Paul Stuart Cotton Pocket Square</p></div><br />
<div id="attachment_3327" class="wp-caption aligncenter" style="width: 226px"><img src="http://prepidemic.wordpress.com/files/2009/08/sfn09c9_mn.jpg" alt="Ferragamo Cap Toe Oxfords" title="SFN09C9_mn" width="216" height="270" class="size-full wp-image-3327" /><p class="wp-caption-text">Ferragamo Cap Toe Oxfords</p></div><br />
<div id="attachment_3328" class="wp-caption aligncenter" style="width: 235px"><img src="http://prepidemic.wordpress.com/files/2009/08/rolex_cellini_vintage_watches.jpg?w=225" alt="Rolex Cellini" title="rolex_cellini_vintage_watches" width="225" height="300" class="size-medium wp-image-3328" /><p class="wp-caption-text">Rolex Cellini</p></div></p>
<p>Not an easy look to pull off. It&#8217;s all about looking carefree, yet it requires much effort and preparation. We appreciate Spurr&#8217;s incredible suiting option, and like that you can buy this as one, two, or three pieces &#8212; this Piece by Piece only uses the pants and the jacket. The gray double breasted jacket matched with the corresponding pants is manly and powerful and the wool is gorgeous. It has that lambswool textured look to it to keep things looking older, and the whole suit has a sleek contour to keep things looking newer. You throw on a Gucci dress shirt for an Italian fit (not french cuffed for a reason &#8212; more on that later&#8230;), and a Ralph Lauren Black Label tie. However, the tie is key: you must do an Italian Knot, which means you start with a four-in-hand, but right before you send the tie through the loop, you wrap it around the knot once more to create a longer, bolder, yet almost more carefree knot. Once that tie&#8217;s all knotted up, grab the skinny end and the wide end and sort of tug them apart, making it so the tie is askew and the skinny end is fairly visible &#8212; a classic Agnelli move. Ferragamo shoes and a pocket square tossed in there oughta do the trick, but the watch is, again, key. To create the effect of <em>sprezzatura</em> that Agnelli mastered, you must put that watch over the cuff, which is thankfully not a bulky French cuff. This was a signature trick of Agnelli, and we think the Rolex Cellini is the perfect watch for the job. It&#8217;s gorgeous with that rose gold and beautiful brown croc-skin band. We do, however, caution that you should only buy a high end watch in stores from licensed dealers to get the best service. Rolex parts are tough to come by, and only the said stores have access to them, so be wise unless you want cheap parts in your movement. </p>
<p>Spurr Double Breasted Jacket, $1,975 at <a href="http://www1.bloomingdales.com/catalog/product/index.ognc?ID=438027&#38;CategoryID=10170&#38;PageID=10170*1*24*-1*-1*-1*24">Bloomingdales</a>.<br />
Spurr Pants, $625 at <a href="http://www1.bloomingdales.com/catalog/product/index.ognc?ID=438026&#38;CategoryID=10191&#38;PageID=10189*3*24*-1*-1*-1*4">Bloomingdales</a>.<br />
Gucci Shirt, $345 at <a href="http://www.saksfifthavenue.com/main/ProductDetail.jsp?PRODUCT%3C%3Eprd_id=845524446226839&#38;FOLDER%3C%3Efolder_id=282574492149185&#38;ASSORTMENT%3C%3East_id=1408474395222441&#38;bmUID=1250612328859&#38;ev19=2:9">Saks</a>.<br />
Black Label Tie, $135 at <a href="http://www.ralphlauren.com/product/index.jsp?productId=3695310&#38;cp=1760781.3157011&#38;ab=viewall&#38;view=all&#38;parentPage=family">Ralph Lauren</a>.<br />
Paul Stuart Pocket Square, $39.50 at <a href="http://www.paulstuart.com/product_info.cfm?ProdID=316&#38;ProdCatId=1010&#38;MainCatId=14&#38;HEADERMENUID=1&#38;SUBPRODCATID=0">Paul Stuart</a>.<br />
Ferragamo Shoes, $520 at <a href="http://ferragamo.neimanmarcus.com/store/catalog/prod.jhtml?itemId=prod5710001&#38;parentId=cat126&#38;masterId=cat125&#38;cmCat=cat000000cat102cat125cat126&#38;index=19&#38;tid=C9">Neiman Marcus</a>.<br />
Rolex Cellini, &#62;$3200 in stores. </p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il fisco sulle tracce del tesoro nascosto degli Agnelli]]></title>
<link>http://mariogarofalo.wordpress.com/2009/08/17/il-fisco-sulle-tracce-del-tesoro-nascosto-degli-agnelli/</link>
<pubDate>Mon, 17 Aug 2009 20:26:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>mariogarofalo</dc:creator>
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<description><![CDATA[“Un miliardo di euro, o forse due: è la somma che il fisco italiano sospetta che gli Agnelli stiano ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://mariogarofalo.wordpress.com/files/2009/08/testata2701.jpg" alt="testata270" title="testata270" width="270" height="90" class="alignleft size-full wp-image-672" />“Un miliardo di euro, o forse due: è la somma che il fisco italiano sospetta che gli Agnelli stiano nascondendo in qualche paradiso fiscale”, <strong><a href="http://www.lefigaro.fr/impots/2009/08/17/05003-20090817ARTFIG00187-le-fisc-italien-sur-la-piste-des-milliards-caches-du-clan-agnelli-.php?mode=imprimer">scrive Le Figaro</a></strong>. </p>
<p>“Ad attirare l’attenzione dell’<strong>Agenzia delle entrate</strong> è stata la bagarre giudiziaria che ha coinvolto la famiglia torinese, con Margherita, la figlia di <strong>Gianni Agnelli</strong>, che accusa la madre e tre ex amministratori del patrimonio paterno di aver nascosto parte dell’eredità”. </p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Evasori di panna montata]]></title>
<link>http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/08/15/evasori-di-panna-montata/</link>
<pubDate>Sat, 15 Aug 2009 12:20:53 +0000</pubDate>
<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
<guid>http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/08/15/evasori-di-panna-montata/</guid>
<description><![CDATA[di Giampaolo Pansa Che dolore vedere l&#8217;Avvocato sullo stesso piano di un evasore fiscale qualu]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignleft size-full wp-image-4662" title="images" src="http://sottoosservazione.wordpress.com/files/2009/08/images168.jpg" alt="images" width="116" height="119" />di Giampaolo Pansa</p>
<h2>Che dolore vedere l&#8217;Avvocato sullo stesso piano di un evasore fiscale qualunque</h2>
<h4>Uno dei pezzi più celebri di Eugenio Scalfari s’intitolava: “L’Avvocato di panna montata”. Uscì sull’Espresso del 28 luglio 1974 e pestava duro su Giovanni Agnelli, in quel momento presidente della Fiat e di Confindustria. “Barbapapà” era incavolato nero con lui perché aveva deciso di vendere la propria quota del Corriere della sera ad Angelo Rizzoli. Chi non conosce, o non ricorda, le vicende dei giornali di quel tempo, si domanderà: ma che problema c’era?, anche “Angelone” era un editore, e ben più di Agnelli.Ma il problema esisteva. A giudizio di Scalfari, dietro Rizzoli si stagliava l’ombra minacciosa di uno dei potenti della Repubblica: Eugenio Cefis, il capo della Montedison. Eugenio lo riteneva un tipo pericoloso per la libertà di stampa in Italia. E aveva ingaggiato con lui un duello infinito. Scoprire che Cefis si mangiava il “Corrierone”, sia pure per interposto Rizzoli, lo mandava fuori dai fogli.La conclusione del pezzo di Scalfari venne imparata a memoria da noi della truppa informativa che vedevamo in Cefis un Hitler della carta stampata.<!--more--></p>
<p>Dopo aver descritto l’Avvocato come un signore volubile che, per non annoiarsi, andava da una passione all’altra, Eugenio vergò la sua epigrafe.<br />
“La vera sfortuna di Agnelli” scrisse, “è quella di vivere in un epoca in cui vince chi ha il sedere di pietra. Cefis, basta vederlo, appartiene a quella razza. L’Avvocato è infinitamente più simpatico e piace di più proprio perché è fatto di meringhe e di panna montata”.<br />
Caspita, che botta! Ma Agnelli, da vero monarca, non se la prese. E i rapporti tra lui e Scalfari non si guastarono. Un legame forte li univa: Carlo Caracciolo, socio di Eugenio e cognato dell’Avvocato, in quanto fratello della moglie Marella. E poi i due erano fatti per piacersi: entrambi primi della classe e famosi, sia pure in modo diverso.</p>
<p>Me ne accorsi quando dal Corriere passai a Repubblica. Nell’estate del 1980, dopo l’assassinio di Walter Tobagi, ci rendemmo conto che Scalfari poteva diventare un obiettivo delle Brigate rosse. Eugenio non aveva paura di niente. Al punto di andare e venire dal giornale su una scassata Cinquecento, senza l’ombra di una scorta. Fu allora che Caracciolo chiese ad Agnelli di mandarci il capo della sua sicurezza perché ci dicesse quel che si doveva fare.<br />
Arrivò a Repubblica un ex colonnello dei carabinieri, vestito come un milord. Ascoltò annoiato la descrizione delle nostre giornate di lavoro: tutte eguali, scandite da orari immutabili. Il milord ci spiegò che questo sistema di vita non andava bene per niente. Dovevamo fare come l’Avvocato che si “randomizzava”, ossia viveva a caso. Una notte dormiva a Villar Perosa. Un’altra a Roma. La terza a New York. La quarta a Tokyo. La quinta chissà dove. Scalfari replicò: «Impossibile. Noi stiamo sempre qui perché abbiamo la bottega da curare e i clienti da servire».</p>
<p>La gelida conclusione del milord fu una sentenza senza appello: «Se è così, cari signori, siete indifendibili!». Però Caracciolo non si diede per vinto. Chiamò il cognato e Agnelli ci mandò un’automobile blindata, una delle prime. Era una Fiat targata Cuneo. La targa sembrava uno scherzo. Però ci spiegarono che la blindatura veniva fatta in un’officina di quella provincia, mi pare fosse a Savigliano.<br />
Eugenio si sentiva prigioniero della blindata. Tuttavia la sofferenza durò poco. La blindata targata CN, in quel momento senza passeggeri, nei pressi di via Veneto si scontrò con un autobus dell’Atac, per fortuna anch’esso vuoto. E lo perforò da parte a parte, neanche fosse un siluro.<br />
Bei ricordi, di quando l’Avvocato era l’Avvocato, sia pure di panna montata. Adesso stiamo scoprendo che pure lui, forse, aveva il sedere di pietra: quello robusto, robustissimo, degli evasori fiscali. Non so dire come finirà questa storia dei due miliardi di euro, quasi quattromila miliardi delle vecchie lire, nascosti nella panna montata svizzera. Ma un suo triste e solitario finale s’intravede già.</p>
<p>È la caduta di un mito. Il crollo di un idolo. Il crack d’immagine dell’unico re d’Italia sopravvissuto ai Savoia. Ai giovani di oggi, questa disfatta non dirà nulla. Loro, se va bene, conoscono soltanto i suoi nipoti: John e Lapo Elkann, figli di Margherita, figlia dell’Avvocato. Ma per noi italiani con i capelli bianchi è tutta un’altra faccenda: che dolore!, che disfatta! Il grande, grandissimo Gianni messo sullo stesso miserabile piano di tanti riccastri qualunque, pare siano 170 mila, che hanno inguattato i conquibus in Svizzera per sottrarli al fisco italiano.</p>
<p>Mia madre Giovanna non avrebbe battuto ciglio. Era solita dire: «I ricchi nascondono i soldi per non doverne dare un po’ ai poveri». Lo stesso diranno i vecchi della sinistra italiana che non si fidavano dell’onestà fiscale dei padroni della Fiat. Sfogliando il mio archivio, ho ritrovato un articolo dell’Unità, datato Torino e scritto da Diego Novelli il 13 settembre 1970. Cominciava così: «La scandalosa vicenda delle imposte della famiglia Agnelli sarà discussa anche in Parlamento…».<br />
Ma adesso è arrivato un osso da mordere: Giulio Tremonti, ministro dell’Economia del governo Berlusconi. Se riuscirà davvero ad aprire l’epoca del Terrore per chi si serve dei paradisi fiscali, tutti gli italiani onesti, a cominciare da me, glie ne saranno grati.</p>
<p>Vada avanti, caro ministro. Certo, non potrà usare la ghigliottina. Ma obblighi i furboni a sudare sangue. Alla faccia dei tanti evasori che ci sfottono di continuo: «Paga e soffri, contribuente fesso!».</h4>
<p><a href="http://www.ilriformista.it/stories/Il%20bestiario/78794/">http://www.ilriformista.it/stories/Il%20bestiario/78794/</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Il testamento dell'Avvocato]]></title>
<link>http://antoniovergara.wordpress.com/2009/07/23/il-testamento-dellavvocato/</link>
<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 16:32:14 +0000</pubDate>
<dc:creator>Antonio Vergara</dc:creator>
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<description><![CDATA[Naturalmente più glamour è il capitolo riferito ai natanti, grande passione dell&#8217;Avvocato. Al ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><a href="http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/articolo-8071.htm"><img src='http://antoniovergara.files.wordpress.com/2009/07/famiglia-agnelli_tn.jpg' alt='' /></a></p>
<blockquote><p>Naturalmente più glamour è il capitolo riferito ai natanti, grande passione dell&#8217;Avvocato. Al momento della morte possedeva Stealth, che è una barca a vela di 27 metri, nera e super tecnologica, più il tender (piccolo gommone), valutati 3,4 milioni, «prezzo cui è stata di recente concordata la vendita», dice il documento. C&#8217;è poi F100, descritto in alcuni articoli giornalistici come un rimorchiatore trasformato in panfilo d&#8217;altura, con tender e barca di servizio, stimato in maniera approssimativa 5 milioni.</p>
<p>via (<a href="http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/articolo-8071.htm" target="_blank">Dagospia</a>)</p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Giovanna e la pizza]]></title>
<link>http://atlantix.wordpress.com/2009/07/12/giovanna-e-la-pizza/</link>
<pubDate>Sun, 12 Jul 2009 07:30:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>atlantis1962</dc:creator>
<guid>http://atlantix.wordpress.com/2009/07/12/giovanna-e-la-pizza/</guid>
<description><![CDATA[Sabato 11 luglio alla Festa del Pd, anzi Democratic Party,  a Roma, nel parco di fronte alla Terme d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Sabato 11 luglio alla Festa del Pd, anzi Democratic Party,  a Roma, nel parco di fronte alla Terme di Caracalla. Va per le lunghe il dibattito (comunque interessante e molto civile) sui genitori gay, nel quale discutono fra gli altri Paola Concia e Giovanni Bachelet. Nello stesso spazio dovrebbe svolgersi anche un incontro con Roberto Morassut, che slitta sul tardi. Verso le 23 compare <strong>Giovanna Melandri</strong>. Si siede fra le persone che dibattono di genitori gay e viene invitata a dire la sua. Lei premette: &#8220;Mah, guardate, io questa sera ero venuta qui per sentire Morassut e per mangiarmi una pizza&#8230;&#8221;.  Di fronte a certe uscite ci torna alla mente la frase attribuita anni fa a Gianni Agnelli. &#8220;Mi hanno presentato la Melandri&#8221;, disse, &#8220;mi ricorda una segretaria, ma non la mia&#8221;.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Corporate Style: Part 3 - Shirts]]></title>
<link>http://onemansstyle.wordpress.com/2009/07/07/corporate-style-part-3-shirts/</link>
<pubDate>Wed, 08 Jul 2009 01:59:19 +0000</pubDate>
<dc:creator>canuckstyle</dc:creator>
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<description><![CDATA[Continuing our discussion of business clothing, the dress shirt is particularly important. Most busi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Continuing our discussion of business clothing, the dress shirt is particularly important. Most businessmen wear dress shirts to work; furthermore, most suit-wearers remove their jacket for at least part of the day, thus exposing their shirt for all to see. To that end, it is important to get the dress shirt right.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-medium wp-image-225 aligncenter" title="00001f" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/00001f2.jpg?w=233" alt="00001f" width="233" height="300" /></p>
<p style="text-align:left;">The key element to any dress shirt is the collar as it is always visible. It sets the tone in terms of the formality of the shirt and also tends to be the first thing on a shirt to wear out. There are several basic collar types for business: the spread collar (with it&#8217;s offspring, the cutaway collar) seen on the left, the point collar (middle), the tab collar (not shown) and the button-down collar (on the right). I&#8217;ve listed these from most formal to least formal.</p>
<p style="text-align:left;"><!--more--></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-214" title="collar-spread (1)" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/collar-spread-1.png" alt="collar-spread (1)" width="146" height="110" /><img class="alignright size-full wp-image-216" title="collar-button-down (1)" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/collar-button-down-1.png" alt="collar-button-down (1)" width="146" height="110" /><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-215" title="collar-standard (1)" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/collar-standard-1.png" alt="collar-standard (1)" width="146" height="110" /></p>
<p>I should state right off the hop that I find the spread collar infinitely more appealing than the point collar for a number of reasons. First, I think that it is far and away the more dashing and handsome of the collars and lends itself to a more formal appearance (it says &#8220;management&#8221; more than &#8220;lackey&#8221;, and you should always dress for the job you want, not the one you have). Furthermore, it accommodates a wider variety of tie-knots; it is nearly impossible to tie a half-windsor (let alone a full windsor) knot with a point collar, as the collar tips will likely be lifted well off the front of your shirt. Finally, it hides the ends of the collar under the lapels of your suit, which I have always thought was a cleaner, more proper, look. That said, it doesn&#8217;t suit everyone&#8217;s face. If you have a longer, leaner face, I would definitely trend towards a spread collar. However, if your face is more round, than a point collar may be more suitable. Additionally, if being worn by itself, a cutaway collar (a particularly wide spread collar) can look a bit strange worn open and so a less spread collar might be a better choice if you are only wearing a dress shirt (no tie, no jacket) to work. In terms of regional tradition, the spread collar is more European (most British, French and Italian shirts sport spread collars, with the Brits tending to a wider spread than their European brethren), while the point collar is more traditionally American. The tab collar was once a popular alternative, however it is very rare to find now and so, for now, we&#8217;ll leave it by the wayside. Finally, the button-down collar is the least formal and was initially made for sportsman so as to prevent collars from flipping up in the course of hitting a polo ball. Therefore, in Europe (and, to a lesser extent, in Canada) it remains a more casual option and rests in the grey area in terms of office-wear. On the other hand, the famous Brooks Brothers button-down oxford remains an office standard in the U.S. (and was favoured by famed Italian businessman Gianni Agnelli, one of the best dressed men in history). Again, I would highly recommend at least a moderately spread collar; it better shows off your tie and nearly always is more aesthetically pleasing.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-229" title="Gent.gusset2-732397" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/gent-gusset2-732397.jpg?w=150" alt="Gent.gusset2-732397" width="150" height="99" /><img class="alignright size-full wp-image-231" title="images-2" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/images-21.jpeg" alt="images-2" width="130" height="113" />In terms of discussing shirt quality, there are a number of features that good quality shirts often have. First, they tend to have what is known as a &#8220;split yoke&#8221; (pictured on the right), which is to say that the back of the shirt below the collar consists of two panels and not one, which increases the comfort and ability to move of the wearer. Along the same lines, some high quality shirts sport a piece of fabric called a &#8220;gusset&#8221; that connects the front of the shirt to the back (pictured at left), once again allowing ease of movement. An additional feature of many higher-end shirts is a higher collar stance (which is particularly evident on shirts made by the British maker Turnbull &#38; Asser and Italian brand Pal Zileri). The collar ought to have a certain stiffness to it as well, so as to prevent premature curling of the collar points. The pattern of the shirt (if there is one), should match across the seams (including at the back where the yoke of the shirt is split) and across the pocket if there is one in front. Finally, the quality of the fabric itself is the most important factor of all in determining a shirt&#8217;s collar. If a particular shirt has, or doesn&#8217;t have any of these factors, it isn&#8217;t necessarily a poorly made shirt (although it ought to have nice fabric and a split yoke); rather, these are merely guidelines. The highest quality shirts have hand-sewn button-holes and mother-of-pearl buttons as both features tends to stand up to laundering better (having said that, I&#8217;ve had several mother-of-pearl buttons reduced to powder by dry-cleaners). A shirt should also always have removal collar stays, which can be plastic or metal and are inserted into the collar in order for it to keep it&#8217;s shape. Nearly every shirt will have collar stays when first purchased.</p>
<p>The second most important aspect of the shirt is the fit. So often guys walk around with shirts that could double as tents. For some reason, the idea that an overly baggy shirt is more comfortable than a more fitted one has become a common belief. This is simply not true. Not only do baggy shirts tend to constantly attain a muffin-top-eque look above one&#8217;s pants, but they also will be uncomfortable under a well-fitted suit given the excess fabric in play. The best part of this is that I&#8217;m not going to tell you to scrap your ill-fitting shirts because there is an extremely easy and cheap solution to the problem. Simply take them to your neighbourhood tailor and have him or her remove the extra fabric, narrow the arms and perfect the fit for somewhere around $10 a shirt. Basically, you will have a brand new shirt for $10. Better yet, if you&#8217;re thin, buy a brand&#8217;s &#8216;Slim Fit&#8217; line rather than their regular line and simply get into the habit of taking new shirts to your tailor (and add $10 onto the price of each shirt you buy in your head). One thing to note is that a shirt&#8217;s collar cannot easily be tailored (and neither can a shirt sleeve be easily lengthened) and so you must purchase a shirt that fits correctly at the neck and the sleeve. A properly fitted shirt will allow you to place two fingers between your neck and the shirt collar without too much discomfort; the sleeve a shirt should hit you at the base of your thumb.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-218" title="charvet-white-shirt_h" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/charvet-white-shirt_h.jpg?w=300" alt="charvet-white-shirt_h" width="300" height="153" /><img class="alignright size-medium wp-image-219" title="brioni-white-shirt_h" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/brioni-white-shirt_h.jpg?w=300" alt="brioni-white-shirt_h" width="300" height="153" /></p>
<p>The next major decision to make when buying a shirt is the type of cuff. Effectively there are two types: barrel (which are fastened with buttons and can be seen on the left) and french (which are fastened with cuff-links and can be seen at right, sans cuff-links). The more formal of the two is the french cuff. In Britain, the predominant cuff is the french cuff, while in North America, it tends to be the barrel cuff. Barring a tuxedo shirt (which should always sport french cuffs), the working man can choose either without any fear. The more interesting option is french given that it allows for the addition of cuff-links to an outfit; however, in some positions it may be deemed to be too formal. Either way, it&#8217;s probably best to a have a mix ofthe two amongst your shirts, allowing you to adapt to the formality of the occasion; my preference is for french cuffs given that I enjoy the opportunity to wear cuff-links.</p>
<p>The two colours most acceptable for business are white and pale blue. You are treading in dangerous water with any other colours if they are the predominant colour of the shirt. Thus, a white shirt with blue and brown checks would be completely acceptable on a day-to-day basis, as would a white shirt with a brown check. However, a totally brown shirt is not. Solid shirts colours that are NEVER appropriate in a business context include red, orange, black, brown and teal. Colours like pink and violet are acceptable, particularly in Europe (although they should be approached with some trepidation outside of Europe if you&#8217;re at the bottom of the corporate ladder; best to get somewhere in the middle before you assert your personal style to any major extent). Again, this isn&#8217;t to say that a shirt can never have black, red, orange or brown on it; it just can&#8217;t be solidly those colours. You will, without fail, like a jackass and the number one goal for any business person ought to be not to look like a jackass. If you wish to wear a black shirt (never with a tie) open under a suit at night, all the power to you. However, leave it in the closet during the day otherwise you will bare a strong resemblance to an extra in the Sopranos at work. To reiterate, the safest colours for solid shirts (and most of your shirts should be solid, at least at the outset) are always white and pale blue and, luckily, they tend to be the most flattering colours for most people anyway (particularly pale blue).</p>
<p style="text-align:center;">
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-243" title="mcwhite" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/mcwhite1.jpg?w=280" alt="mcwhite" width="179" height="192" /><img class="alignright size-medium wp-image-244" title="mc357" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/mc3571.jpg?w=280" alt="mc357" width="179" height="192" /><img class="aligncenter size-medium wp-image-245" title="mc276" src="http://onemansstyle.wordpress.com/files/2009/07/mc2762.jpg?w=280" alt="mc276" width="179" height="192" /></p>
<p style="text-align:left;">The highest quality shirts in the world are made by firms such as Charvet (France), Turnbull &#38; Asser, Thomas Pink and Hilditch &#38; Key (Great Britain), Ralph Lauren (particularly the Purple and Black Label lines), Tom Ford and Brooks Brothers (the United States), Pal Zileri, Borelli, Lorenzini, Brioni, Kiton, Ermengildo Zegna and Armani (Italy) and Ascot Chang (Hong Kong). However, my recommendation for more affordable (but still well-made) shirts is to go to T.M Lewin (<a href="http://www.tmlewin.co.uk"><span style="color:#008000;">www.tmlewin.co.uk</span></a>), a British firm that sells a wide variety of beautiful shirts in a number of collar styles. Worth a look are the &#8220;house&#8221; labels from higher-end department stores such as Nordstrom&#8217;s, Saks, Harry Rosen and Holt Renfrew. Finally, shirts by Hugo Boss, if on sale, can be decent (although, again, not at full price).</p>
<p>As a final consideration, given that many offices are hot and most people remove their suit jacket to sit behind their desk, sweat can become an issue in the summer. To this end, I would highly suggest wearing an undershirt in order to prevent the dreaded pit stains. Ask any woman you know; there is nothing worse than seeing a guy rocking massive pit stains. Contrary to what one may think, the best undershirts tend to be grey, as darker colours show up <em>less </em>than white under a white dress shirt. If you&#8217;re planning on wearing a tie, go with a crewneck undershirt as it will not show at the collar, while a v-neck ought to be your choice if you&#8217;re wearing your dress shirt open. Undershirts should never be seen at the office, even under an open dress shirt. Furthermore, there is nothing more comfortable than a cotton undershirt (particularly while reading the paper on a Saturday morning) and, since they&#8217;re incredibly cheap, it&#8217;s in your best interest to have quite a few in a variety of styles. One final word of warning: it may have been acceptable to leave your dress shirt untucked during the dot-com era. However, now it is most definitely not so make sure that during office hours, your shirt tails remain within the confines of your pants.</p>
<p>For further discussions of corporate style, read Part 1 on Suits <a href="http://onemansstyle.wordpress.com/2009/06/22/corporate-style-part-1-the-suit/"><span style="color:#008000;">here</span></a>; and Part 2 on Shoes <a href="http://onemansstyle.wordpress.com/2009/06/23/corporate-style-part-2-the-shoes/#more-52"><span style="color:#008000;">here</span></a>.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Gianni Agnelli ]]></title>
<link>http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/07/06/gianni-agnelli/</link>
<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 19:17:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
<guid>http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/07/06/gianni-agnelli/</guid>
<description><![CDATA[Tutto lavoro e parsimonia (però era un altro) Dal Foglio del 17 novembre 2002 Da almeno due ore, cio]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><h2><img class="alignleft size-full wp-image-3211" title="images" src="http://sottoosservazione.wordpress.com/files/2009/07/images51.jpg" alt="images" width="100" height="114" />Tutto lavoro e parsimonia (però era un altro)</h2>
<p><em>Dal Foglio del 17 novembre 2002</em></p>
<p><strong>Da almeno due ore</strong>, cioè da quando era salito alla stazione di Pisa, il signore di fronte a me non alzava gli occhi dal fascicolo dattiloscritto che aveva tratto fuori da una borsa di cuoio. Poggiatolo sul tavolinetto ribaltabile che ci divideva, ne veniva scorrendo le righe e i paragrafi meravigliosamente allineati e senza cancellature, con coscienziosa lentezza. Doveva trattarsi di un rendiconto perché era irto di cifre. (…) Fingendo di leggere un libro, lo spiavo, sorpreso di tanto scrupolo e tenacia. E a un tratto lo vidi inalberarsi di fronte a un “L. 175, c. 30” che non quadrava con una moltiplicazione da lui operata sul taccuino e che dava: “L. 175, c. 802”. <!--more--><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Quella differenza di cinquanta centesimi </strong>gli fece intensamente aggrottare la fronte che aveva bella bianca e spaziosa in una cornice di capelli neri e folti. Rifece due, tre volte l’operazione e, siccome le due cifre seguitavano a non quadrare, sottolineò con la matita rossa l’errore, a margine del dattiloscritto disegnò, pure in rosso, un punto interrogativo, e sul taccuino vergò un codicillo di almeno cinquanta parole, una per ognuno dei cinquanta centesimi che mancavano, o crescevano, nel rendiconto. Quando ebbe finito, trasse giù dalla rete la borsa di cuoio, tornò a sistemarvi con molta cura i fogli, ne cavò fuori una rivista tecnica che riguardava l’industria automobilistica, l’aprì a una certa pagina marcata da un segnalibri di finto marocchino, e prese a leggere un articolo, il cui titolo bastava da solo a mettere sonno: I pneumatici e l’asfalto. I suoi occhi scuri e intensi discendevano di rigo in rigo con la stessa assorta attenzione con cui i miei e i vostri avrebbero seguito la storia di un delitto in un romanzo giallo.</p>
<p><strong>A un certo punto trovò un intoppo.</strong> Allora afferrò tra i denti, orizzontalmente, la matita; con la mano libera si rimise a frugare nella borsa; ne trasse un opuscolo; lo consultò; sorrise; e, rasserenato, riprese la lettura. Anzi, era così soddisfatto che, senza punto pensarci, sbottonò la giacca di flanella grigia a doppio petto, di buono, ma non raffinatissimo taglio (seduto, gli faceva una brutta piccola piega sul bavero di dietro); e, gonfiando il petto in un gran sospiro di sollievo, se lo massaggiò sul gilet attraversato da una catena d’oro con due sterline e un cornetto per ciondoli. Dal taschino di sinistra spuntavano i cappucci di una stilografica e di un lapis, e le unghie delle mani vidi ch’eran corte e pulite, ma fatte in casa, inguainate non direttamente nella carne, ma sotto un leggero coperto di callo.</p>
<p><strong>Senza il minimo scrupolo di delicatezza </strong>sollevai gli occhi sulla valigia del mio dirimpettaio sulla rete di fronte per cercar di leggere il nome sul cartellino. Era una valigia abbastanza nuova, ma di fibra, rinforzata da due cinghie; e il cartellino c’era, incollato accanto alla maniglia; ma il nome non si leggeva. Deluso, tornai ad abbassare gli occhi, e mi avvidi che un altro cartellino pendeva dalla borsa abbandonata sulle sue ginocchia. Ma era rivoltato, e lo scritto era sull’altra faccia, quella che gli posava sui pantaloni. La vettura in cui ci trovavamo era di seconda classe. Il treno non portava la prima e viaggiava a modesta velocità fermandosi a tutte le stazioni. Quando cominciò a rallentare in vista di Livorno, il mio compagno sollevò finalmente lo sguardo dalla sua rivista metalmeccanica, e trasse dal taschino del panciotto l’orologio, una grossa patacca dorata con le ore scritte a numeri romani.</p>
<p><strong>Era mezzogiorno e ventisei minuti.</strong> “Speriamo di trovare un cestino”, dissi per avviare il discorso. “Già”, fece lui allegramente, “è l’ora. Ma, se mi permette di darle un consiglio, il cestino lo prenda a Castiglioncello invece che a Livorno. Costa centocinquanta lire di meno ed è molto migliore, salvo il vino, che invece è meglio a Livorno. Io faccio sempre così: compro a Livorno un fiaschetto di Chianti, e a Castiglioncello il cestino caldo con l’acqua minerale…”. “Bene”, dissi alzando il vetro del finestrino, “seguirò il suo esempio!”. Ora che s’era tratto in piedi di fronte a me, vidi ch’era sul metro e ottanta, atletico e ben proporzionato, con un viso aperto e cordiale dai lineamenti signorili. Doveva avere fra i trentacinque e i quarant’anni e all’occhiello portava il distintivo del Club Alpino. Il treno si fermò portandoci proprio di fronte alla buvette ambulante sul marciapiede. Ambedue chiedemmo il fiaschetto di Chianti. “Trecentoventi”, suggerì il mio compagno. Contai gli spiccioli e li consegnai al venditore. Il mio compagno porse un biglietto da cinquecento. Mentre aspettava il resto, i miei occhi caddero sul cartellino della borsa che ora posava sul velluto grigio e stinto del sedile. Il cartellino si era rivoltato e mostrava la scritta: “Ing. Gianni Agnelli”.</p>
<p><strong>Gianni Agnelli? Il miliardario padrone della Fiat?</strong> Il re della gioventù dorata d’Europa, lo spericolato giocatore, l’irresistibile dongiovanni, il fastoso mecenate, il temerario automobilista: lì, nella vettura di seconda classe di quell’omnibus lumacone cabotante dall’una all’altra piccola stazione…!? Ma l’ingegnere in quel momento si rimetteva a sedere reggendo in una mano il fiaschetto e nell’altra il resto delle cinquecento lire. Depose il primo accanto al mio sul tavolino ribaltabile che ci divideva e contò accuratamente i fogli da cinquanta e da dieci lire prima di riporli, ben piegati, in un portamonete di cuoio, piuttosto sdrucito, che trasse da una tasca posteriore dei pantaloni dove poi lo ripose abbottonandola. Gli offrii una sigaretta. Egli guardò il pacchetto, vide ch’era Chesterfield e rispose con un gentile sorriso: “Grazie, ma io fumo Nazionali e solo dopo i pasti, non prima”. Mi chiese invece il permesso di guardare i giornali che mi tenevo accanto. Glieli porsi.</p>
<p><strong>Vidi che di tutte le prime pagine</strong> guardò soltanto i titoli, poi corse al listino di Borsa e lo consultò attentamente. Il resto lo sfogliò con distrazione e stava per restituirmi tutt’i fogli, quando l’occhio gli cadde, nella terza pagina del Corriere della Sera, su una corrispondenza di Tomaselli da Buenos Aires e prese a leggerla con interesse ogni tanto scotendo la testa in un gesto d’approvazione. “Ah, questo Perón!…”, disse alla fine, con un sospiro. “È un grosso guaio averlo sul gobbo, ma sarà un guaio ancora più grosso quando non lo avremo più!… E questi sciocchi di americani del Nord che gli fanno la guerra come a un reazionario senz’accorgersi che bisogna fargliela invece per la ragione opposta…”. Andò avanti per un pezzo, con convinzione e calore, su questo argomento, lodando l’articolo di Tomaselli. E io mi domandavo come mai Gianni Agnelli s’appassionava tanto a Perón, quando ricordai di aver letto proprio pochi giorni prima che il proprietario della Fiat era stato in Sud America, dove anzi aveva ingaggiato per la Juventus un calciatore italo-uruguaiano. “Ma per gl’industriali”, obiettai timidamente, “Perón, anzi…”. L’ingegnere mi fissò sorpreso. “Per gl’industriali!?”, ribatté un po’ scandalizzato. “Una catastrofe… Se lo lasci dire da uno come me che in quel paese ha degli interessi appunto industriali… Parlo d’industrie serie, si intende, non di quelle nate all’insegna dell’avventura e dell’arraffa-arraffa immediato… Non è vero che Perón miri all’industrializzazione dell’Argentina. Mira soltanto alla sua proletarizzazione. Piani economici non ne ha; ha soltanto un piano sociale. Il suo justicialismo, per reggersi e fiorire, ha bisogno di un proletariato operaio e urbano, ch’egli tende a creare artificialmente al posto di quello agricolo. Ogni dittatura, per reggersi, ha bisogno di un’industria da proteggere, e ogni industria, per reggersi, ha bisogno di una dittatura che imponga l’autarchia… Perché mi guarda così? Non è d’accordo?”.</p>
<p><strong>Oh, se ero d’accordo! D’accordissimo, ero.</strong> Solo, mi stupivo di sentir dire da Gianni Agnelli cose che il professor Valletta non avrebbe certo approvato, sebbene fossero sacrosante, o forse appunto per questo… L’ingegnere andò avanti con calore e fervore appoggiando i suoi argomenti su dati precisi, citando cifre di cui ogni tanto andava a controllare l’esattezza in certi opuscoli che teneva dentro la borsa. E io mi consolavo all’idea che l’industria italiana avesse ancora alla testa uomini di questa fatta: uomini col gilet e la catena d’oro, che sapevano risparmiare centocinquanta lire sul cestino caldo e corrugare le sopracciglia per la differenza di cinquanta centesimi in più, o in meno, in un rendiconto dell’azienda, e vedere gli svantaggi di una dittatura e dell’autarchia.</p>
<p><strong>Il treno tornò a rallentare: </strong>eravamo in vista di Castiglioncello. “Lei lo vuole col risotto o coi maccheroni?”, disse l’ingegnere a mezzo di un monologo sul valore d’acquisto del peso. “Cosa?”, feci storditamente. “Il cestino”. “Ah, il cestino!… Lei come lo prende?”. “Coi maccheroni perché il risotto, vede, dal Po in giù…”. “Bene, allora coi maccheroni anch’io…”. Il mio compagno si sporse dal finestrino aperto mentre contavo le ottocento lire che occorrevano. “Coi maccheroni ’un ce n’è più”, fece una voce dal basso. “Finiti. Sono rimasti solo quelli col risotto…”. L’ingegnere ritrasse in dentro il volto atteggiato a una smorfia di accoramento e delusione. “Be’”, feci io allargando le braccia, “per una volta…”, e consegnai al venditore le ottocento lire. “Ancora cento, ce ne vole…”, disse sgarbatamente l’ometto. “È aumentato un’altra volta?”, proruppe indignato il mio compagno. L’ometto, “lo vole o ’un lo vole?”. Ci dividemmo lealmente lo spazio del tavolino per disporvi ognuno le proprie vettovaglie, poi l’ingegnere frugò nella borsa e ne estrasse, rinvolti in due tovagliolini immacolati, cucchiaio, forchetta, coltello e un bicchiere di stagno lungo e stretto. Uno di questi due tovagliolini lo stese sul tavolino e servì anche per me, l’altro se lo appese per una cocca fra collo e colletto, mentre il treno ripigliava la sua lenta traballante marcia.</p>
<p><strong>“Il pollo è discreto”, riprese Gianni Agnelli</strong> in un soprassalto di ottimismo. Ma subito aggiunse nello sconsolato tono di prima: “Però novecento lire!… Pensare che mio nonno mi raccontava sempre di quando, in un viaggio che fece da Torino a Roma, rimase a digiuno perché un cestino costava, sia a Genova che a Pisa, settantacinque centesimi, invece dei sessantacinque dell’anno prima… Rimase a digiuno per due giorni perché tanti ce ne voleva allora per andare dalla vecchia alla nuova capitale…”. Mi fu facile riconoscere in quell’aneddoto il suo protagonista: il pioniere dell’industria automobilistica italiana, largo di milioni ma taccagno di centesimi, come son tutti i veri pionieri. E lo rievocai con una tenerezza uguale a quella di suo nipote. “Così muoiono le borghesie”, questi concluse melanconicamente, “a furia di accettare senza ribellione l’ascesa dei cestini caldi da sessantacinque centesimi a novecento lire…”.</p>
<p><strong>Guardai quel giovanotto:</strong> decisamente mi piaceva. Egli trasse giù dalla rete la valigia quando il treno cominciò a rallentare in vista di Orbetello. “Io scendo qui”, disse, “per passare qualche giorno di vacanza da una mia zia, unica parente rimastami in Italia. Se lei capita in Argentina, venga a trovarmi a Mendoza. Me e mio padre ci conoscono tutti, lì: abbiamo una piccola fabbrica di valvole per pneumatici; una ventina fra operai e impiegati in tutto… È un nome che si ricorda bene: Francesco e Gianni Agnelli…”. Arrossì un poco e aggiunse timidamente, con modestia: “Da non confondersi, s’intende, con quelli veri, della Fiat…”. E scomparve nel corridoio.</p>
<p><em>di Indro Montanelli (“Gli incontri”, Rizzoli)</em></p>
<p><strong><em>In breve<br />
</em><em>Indro Montanelli</em></strong><em>. È nato a Fucecchio (Firenze) nel 1909. Dopo la laurea in Legge va a Parigi, fa la gavetta a Paris Soir. Vive la Seconda guerra mondiale da inviato speciale del Corriere della Sera. Nel 1956 racconta la rivolta d’Ungheria, ne trarrà il testo teatrale “I sogni muoiono all’alba”. Nel 1974 se ne va dal Corriere e fonda Il Giornale Nuovo, che lascerà nel 1994. Contrario al compromesso storico, punto di riferimento della destra moderata, il 2 giugno 1977 subisce un attentato delle Br. Con Roberto Gervaso e Mario Cervi ha scritto i volumi della “Storia d’Italia”. Nel 1994 fonda la Voce, nel 1995 riprende una rubrica sul Corriere. È morto a Milano nel 2001. </em></p>
<p><a href="http://www.ilfoglio.it/ritratti/504">http://www.ilfoglio.it/ritratti/504</a></p>
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<title><![CDATA[Daily Purchase: Italia Independant]]></title>
<link>http://garconmag.com/2009/06/14/daily-purchase-italia-independant/</link>
<pubDate>Sun, 14 Jun 2009 19:16:39 +0000</pubDate>
<dc:creator>AdrienField</dc:creator>
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<description><![CDATA[If you want something flashy, who better to consult than Lapo Elkann, jet-setting Italian socialite ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="aligncenter size-full wp-image-1068" title="Picture 2" src="http://garconmag.wordpress.com/files/2009/06/picture-2.png" alt="Picture 2" width="395" height="490" /></p>
<p>If you want something flashy, who better to consult than <strong>Lapo Elkann</strong>, jet-setting Italian socialite and grandson of Fiat chairman (and famous sartorial enthusiast) Gianni Agnelli.  Lapo&#8217;s line, called <em>Italia Independant</em>, produces a range of lifestyle products from men&#8217;s and women&#8217;s fashion to accessories and home wear.  It was these bright azure driving shoes, however, that really caught our eye.</p>
<p>The hand-made metallic loafers definitely make a bold statement, but you don&#8217;t have to be jetting between New York and Milan to wear them with the same <em>sicurezza</em> that comes with being the heir to an auto fortune.  Pair them with white jeans and a shirt for a look that&#8217;s Hamptons by way of Saint Tropez.</p>
<p>297€, <a href="http://www.italiaindependent.com/eng/index.php?p=view_product&#38;id=996&#38;idVar=214&#38;idCat=15" target="_blank">Italia Independant</a></p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[A che punto siamo?]]></title>
<link>http://zebrabianconera10.wordpress.com/2009/06/14/a-che-punto-siamo/</link>
<pubDate>Sun, 14 Jun 2009 11:05:44 +0000</pubDate>
<dc:creator>zebrabianconera10</dc:creator>
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<description><![CDATA[Prima sembrava un affare fatto. Poi ci si è trovati “a metà strada”, “a non essere neanche a Verona,]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><img class="alignnone size-full wp-image-1619" title="oronzo canà" src="http://zebrabianconera10.wordpress.com/files/2009/06/oronzo-cana.jpg" alt="oronzo canà" width="240" height="172" /></p>
<p style="text-align:justify;">Prima sembrava un affare fatto. Poi ci si è trovati “a metà strada”, “a non essere neanche a Verona, ma partendo da Udine” e “ad affrontare una salita”. Sto parlando “dell’affare D’Agostino”, il centrocampista che dovrebbe ricoprire il ruolo di regista, davanti alla difesa, del quale ha tanto bisogno la Juventus. Che da anni non ne vede uno simile. Trovata la giusta “via di mezzo”, probabilmente l’affare si farà. In caso contrario, si cercherà una via alternativa (Ledesma?).</p>
<p style="text-align:justify;">Un regista e due terzini, per entrambe le fasce. E la squadra titolare sarà a posto. Sono stati così individuati i 5 punti nei quali si sarebbe dovuto intervenire per rendere competitiva la Juventus: con Diego e Cannavaro si sono risolti i primi due. Per gli altri tre, occorre <strong>pazienza</strong>. Una parola sconosciuta, in Italia. Siamo al 14 giugno, il calciomercato (a tutti gli effetti) deve ancora iniziare (partirà il 1° luglio), per terminare il 31 agosto. Le comproprietà andranno risolte dal 22 al 29 giugno. Ma i tifosi (compreso il sottoscritto) vorrebbero “tutto e subito”. D’accordo, tra non molto inizierà il ritiro precampionato (il 9 luglio), ma se un affare si dovesse presentare il 3 di agosto (tanto per inventarmi una data), non mi scandalizzerei e lo prenderei al volo…</p>
<p style="text-align:justify;">Avendo a disposizione il budget (o il debito, fate voi…) di un Real Madrid, a quest’ora avremmo già potuto avere “un undici di base” pronto per le nostre “fantasie estive”, sotto gli ombrelloni. Alle quali ho sempre preferito “i fatti di maggio”, quando le principali manifestazioni hanno la loro naturale conclusione. Solo in quel momento si potrà vedere davvero chi avrà operato bene e chi no. Mi lancio in una previsione da semplice tifoso: non penso che i soldi destinati al calciomercato bianconero siano tutti terminati con l’acquisto di Diego. Ci si lamentava della troppa “trasparenza” nelle dichiarazioni dei dirigenti juventini nelle trattative, ora che cercano di nascondere qualcosa alle altre squadre, non va bene comunque? E’ naturale che la Juventus, cash, investirà ancora poco altro (o forse neanche quello, tramite il cosiddetto “autofinanziamento”); ma sarei dell’idea di aspettare, prima di dare sentenze definitive.</p>
<p style="text-align:justify;">In attesa che si capisca una volta per tutte la definizione del caso-Criscito (vero spartiacque per la scelta del futuro terzino sinistro), un nome nuovo andrà a coprire la casellina mancante in quella fascia. Personalmente ritengo sia stato un errore lasciare a Preziosi la possibilità di scegliere se acquistare o meno la metà del giovane difensore napoletano. In una recente intervista, Alessio Secco ha dichiarato di attendere novità in merito: se il Genoa non dovesse esercitare la sua scelta, Criscito andrà a colmare quel vuoto. Ergo: senza quell’errore, le pedine mancanti, adesso, sarebbero soltanto due. E non ci sarebbe stata la necessità di scandagliare il mercato per scegliere un nuovo terzino. Il presidente del Genoa, dal canto suo, ha già fatto sapere che lo riscatterà. Ma perché gli si è data un’opportunità simile, se sul giovane (peraltro pagato profumatamente, in passato) si credeva ancora?</p>
<p style="text-align:justify;">Per un giudizio definitivo non si può non attendere la fine del calciomercato, ma è abbastanza palese che le gerarchie del prossimo campionato verranno condizionate, più ancora del passato, da quello che sta accadendo in questi mesi. Il Milan, “sceso” di un gradino dopo la cessione di Kakà agli spagnoli del Real Madrid, rischia un vero e proprio “capitombolo” se a questa vendita si aggiungesse anche quella di Pirlo. Ad ogni buon conto: il ridimensionamento ci sarà di sicuro, ma ora sembra tutto “troppo brutto per essere vero”. Al di là del ripianamento dei debiti, qualcosa arriverà pure a Milanello (è di poche ore fa la notizia del probabile acquisto di Aly Cissokho). E l’Inter… Partisse Ibrahimovic… Sarebbe sicuramente un altro campionato. Anche con l’acquisto di Milito (un signor giocatore) e di Thiago Motta (noi abbiamo preso quello sbagliato, senza la “h”…), sarebbe dura colmare la sua assenza: nessuno, negli ultimi anni, è stato tanto decisivo quanto lui. Se alla sua partenza si aggiungesse anche quella di Maicon… Personalmente ho sempre ritenuto che un conto sono i grandi (o grandissimi) giocatori, l’altro quelli “decisivi”, quelli che non solo ti spostano gli equilibri di una o due partite, ma di un’intera competizione. Ibrahimovic, quantomeno in Italia, è uno di quelli…</p>
<p style="text-align:justify;">Altri due, lo sono sicuramente Cristiano Ronaldo e Kakà. I tifosi madrilisti sono al settimo cielo per i loro acquisti (nel primo caso anche le tifose…), ai quali si aggiungerà anche quello di un attaccante di valore (David Villa?). Si tratta di un film già visto in passato: stesso protagonista (Perez), giocatori diversi (Figo, Zidane, Owen, Beckam, Ronaldo, Robinho). Nel momento della diffusione della notizia su Cristiano Ronaldo, ho subito pensato a quel poveretto che, in mezzo al campo, dovrà correre per tutte queste primedonne: un tempo furono Makelele e Gravesen, un domani… Si saprà. E poi… Poi ho fantasticato, pensando: “vi abbiamo già purgato…”. Vedremo…</p>
<p style="text-align:justify;">E’ fresca la notizia (ufficiosa) che la Juventus incaricherà Ravanelli e Carrera come allenatori delle giovanili (allievi e giovanissimi). Altri due juventini che tornano a casa… Non giocheranno più, ma sono due persone di “spessore” calcistico. Bene così.</p>
<p style="text-align:justify;">Chiudo postando un video trovato in rete, dedicato all’Avvocato Agnelli. In 4 minuti e 24 secondi, un condensato di juventinità. In attesa (e nella speranza) che il nuovo presidente, quando “l’incubo Cobolli Gigli” finirà, possa ancora avere lo stesso cognome dell&#8217;indimenticato Gianni. O quello di Bettega. Perché io non sono un tifoso di serie C: sono solo uno che ha in testa cos’è la Juventus. E nessuno mi farà mai cambiare idea.</p>
<p style="text-align:center;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/OGG7EWvJH1k&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/OGG7EWvJH1k&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1411" title="logojuvenews" src="http://zebrabianconera10.wordpress.com/files/2009/05/logojuvenews12.jpg?w=150" alt="logojuvenews" width="150" height="32" /><br />
Questo post lo puoi trovare anche su <a href="http://www.juvenews.net/" target="'_blank'"><strong><span style="color:#3366ff;">juvenews.net</span></strong></a>, nella sezione <a href="http://www.juvenews.net/index.php?idsezione=93&#38;n=Passione+Juventus" target="'_blank'"><strong><span style="color:#3366ff;">Passione Juventus</span></strong></a></p>
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<title><![CDATA[Sprezzatura, Japanese Style]]></title>
<link>http://elevenmagazine.wordpress.com/2009/05/19/sprezzatura-japanese-style/</link>
<pubDate>Tue, 19 May 2009 17:51:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>Eleven</dc:creator>
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<description><![CDATA[This gentleman from Japan illustrates the Italian skill of Sprezzatura, the art of looking good, but]]></description>
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<title><![CDATA[Il perfetto gobbo]]></title>
<link>http://dnanerazzurro.wordpress.com/2009/05/07/il-perfetto-gobbo/</link>
<pubDate>Thu, 07 May 2009 17:20:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>Massimo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Lapo Elkann: &#8220;L’unico obiettivo reale adesso per la Juve è battere il Milan in quello che cons]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-3155" title="lapo-346x212" src="http://dnanerazzurro.wordpress.com/files/2009/05/lapo-346x212.jpg" alt="lapo-346x212" width="346" height="212" /></strong></p>
<p><strong>Lapo Elkann</strong>: &#8220;<em>L’unico obiettivo reale adesso per la Juve è battere il Milan in quello che considero il vero derby del calcio tricolore, tra la squadra che ha vinto di più in Italia, noi, e quella che ha vinto di più nel mondo, loro. Con l’Inter mi piace ricordare quel pareggio all’ultimo istante di orgoglio e forza, di convinzione e di amore: un pareggio equivalente a una vittoria, la Juve operaia che fermava i nerazzurri dei milioni</em>&#8220;.</p>
<p>Segue la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lapo_Elkann" target="_blank">Biografia di Lapo Elkann</a>:</p>
<p>Lapo Edovard Elkann (New York, 7 ottobre 1977) è un manager e imprenditore italiano. È stato responsabile Brand promotion della Fiat. Figlio di Margherita Agnelli e del giornalista Alain Elkann, fratello di John Elkann, attuale vice-presidente del gruppo Fiat, e di Ginevra Elkann, nonché nipote prediletto di Gianni Agnelli (<span style="text-decoration:underline;">in gergo narice d&#8217;argento ndr</span>), Lapo Elkann nasce a New York nel 1977. Ha vissuto in Brasile, ha studiato a Parigi e si è laureato all&#8217;European Business School di Londra. Prima di diventare responsabile del Brand Promotion Fiat ha fatto esperienze in Piaggio, Salomon Smith Barney, Danone, Maserati e Ferrari. Nel 2001 è stato assistente personale di Henry Kissinger. Entrato in Fiat Lapo Elkann si è accreditato per aver rilanciato l&#8217;immagine del gruppo quando invece il suo apporto si è limitato a gadget di diverso tipo, prime fra tutte le felpe con il marchio vintage della casa automobilistica. Si è inoltre attribuito un ruolo rilevante nel lancio della Fiat Grande Punto e nella progettazione della nuova Fiat 500. È salito alla ribalta delle cronache rosa per la sua storia, ora terminata, con l&#8217;attrice Martina Stella.</p>
<p>L&#8217;11 ottobre 2005 è stato ricoverato nel reparto di rianimazione dell&#8217;ospedale Mauriziano di Torino, in seguito ad una overdose di stupefacenti (cocaina ed eroina), che lo ha colto in casa del transessuale cinquantasettenne Patrizia (Donato Broco). Dimesso dall&#8217;ospedale, si è trasferito negli Stati Uniti dove ha iniziato una terapia in Arizona, seguita da un periodo di convalescenza nella residenza di famiglia a Miami (in Florida).</p>
<p>Ritornato in Italia ha dato vita ad una nuova società specializzata nella produzione e vendita di accessori e di abbigliamento: Italia Independent. Nella presentazione del nuovo marchio è stata posta particolare attenzione sul concetto di &#8220;non-brand&#8221;, riferito alla possibilità offerta al consumatore di personalizzare completamente il prodotto da acquistare. Il primo prodotto realizzato e presentato alla fiera Pitti Uomo nel gennaio 2007 è un modello di occhiali interamente realizzati in fibra di carbonio. Il 4 luglio 2007 ha fondato, insieme ad Alberto Fusignani e a Ivanmaria Vele la factory creativa Independent ideas. Le telecamere hanno seguito Elkann e la sua squadra di creativi per tre mesi, documentandone le attività e la vita lavorativa nel programma Idee In Progress, andato in onda sulla televisione satellitare FoxLife. Lapo Elkann affianca molteplici attività all&#8217;impegno nelle sue aziende: dal 30 ottobre 2007 a febbraio 2008 è stato presidente onorario della società italiana di volley di Serie A1 Sparkling Milano, attualmente è ambasciatore internazionale per la Triennale di Milano, ambasciatore del Tel Ashomer Hospital di Tel Aviv e membro del consiglio di amministrazione di varie aziende come la casa d&#8217;aste Phillips de Pury Auction House. Considerato, per stile ed eleganza, il successore del nonno Gianni, è stato eletto 4 volte Best Dressed Man dalla rivista Vanity Fair.</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[ARANCIA MECCANICA ALLA GAIOLA - Fermati tre rumeni: traditi dal cellulare. Si stringono le indagini sul massacro del "re del grano" e di sua moglie]]></title>
<link>http://loravesuviana.wordpress.com/2009/04/16/arancia-meccabiza-alla-gaiola-fermati-tre-rumeni-traditi-dal-cellulare-si-stringono-le-indagini-sul-massacro-del-re-del-grano-e-di-sua-moglie/</link>
<pubDate>Thu, 16 Apr 2009 14:27:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>Paolo Perrotta</dc:creator>
<guid>http://loravesuviana.wordpress.com/2009/04/16/arancia-meccabiza-alla-gaiola-fermati-tre-rumeni-traditi-dal-cellulare-si-stringono-le-indagini-sul-massacro-del-re-del-grano-e-di-sua-moglie/</guid>
<description><![CDATA[NAPOLI - Sono stati fermati tre rumeni, sono loro forse che la scorsa notte a seguito di una rapina ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-5604" title="ambrosio131" src="http://loravesuviana.wordpress.com/files/2009/04/ambrosio131.jpg" alt="ambrosio131" width="448" height="309" /></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"><strong>NAPOLI</strong> - Sono stati fermati tre rumeni, sono loro forse che la scorsa notte a seguito di una rapina hanno massacrato a bastonate Franco Ambrosio e sua moglie, la signora Giovanna.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"><!--more--><img class="aligncenter size-full wp-image-5605" title="feretri14" src="http://loravesuviana.wordpress.com/files/2009/04/feretri14.jpg" alt="feretri14" width="448" height="302" />I</span><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">l delicato lavoro della sezione Scientifica della Questura di Napoli è in queste ore concentrato sul gran numero di impronte lasciate dagli assassini, non meno di tre, che hanno ucciso, nella villa alla Gaiola, nella zona di Posillipo a Napoli, il re del grano Franco Ambrosio e la moglie Giovanna Sacco. In queste ore due persone, fermate dagli uomini della polizia,  sono sotto interrogatorio in Questura. Data l&#8217;enorme quantità di tracce lasciate dagli assassini, il controllo incrociato del Dna dovrebbe essere facile e immediato. I banditi, che hanno aggredito e ucciso le vittime massacrandole a colpi di bastone dopo essere stati sorpresi a rubare in casa, potrebbero essere &#8211; secondo le prime indagini della polizia &#8211; stranieri, probabilmente dell&#8217;Est. Stamattina, infatti, <span> </span>sono state fermate, tradotte in Questura a Napoli, due persone ritenute responsabili del brutale delitto di Franco Ambrosio e della moglie Giovanna. In questo momento si sta svolgendo l&#8217;interrogatorio. Uno dei 2 fermati, rumeno, è stato preso a Licola, hinterland napoletano. La polizia è sulle tracce si un altro esponente della &#8220;banda&#8221; che ha aggredito e ucciso i coniugi. Ieri è stato realizzato un corposo dossier fotografi­co della casa degli orrori che adesso è sul­la scrivania del pm Antonio D’Ales­sio. La polizia scientifica ha ripre­so ogni angolo, ogni traccia, ogni oggetto: fotografie che saranno importantissime, quando si farà il processo. Franco Ambrosio indos­sava un pigiama azzurro e nella colluttazione ha perso le pantofo­le. L&#8217;enorme quantità di impronte lasciate sia nei momenti precedenti all&#8217;efferato duplice delitto &#8211; quando i rapinatori assassini hanno bivaccato e bevuto in un bosco vicino alla residenza &#8211; sia nella villa vengono esaminate per accertare se vi sia traccia negli archivi elettronici delle forze dell&#8217; ordine. Circa 50 mila euro in valori il bottino portato via mentre i banditi non sono riusciti a scassinare una cassaforte ed hanno lasciato pellicce di ingente valore. Anche l&#8217;argento è rimasto al suo posto: secondo una leggenda, in alcune popolazioni dell&#8217;Est sarebbe radicata la convinzione che porti male. E un particolare struggente viene ora alla luce: la moglie di Ambrosio, Giovanna Sacco, dormiva vestita nella camera al pian terreno dove è stata sorpresa dai banditi. Aveva paura del terremoto, dopo il sisma d&#8217;Abruzzo era terrorizzata, e gli operai le avevano detto che in caso di scossa i solai in ristrutturazione avrebbero potuto dare problemi. Per questo la precauzione di dormire vestita, per essere pronta in caso di una fuga improvvisa. Ma il destino le ha riservato una fine ancor più atroce di quella immaginabile sotto le macerie di un terremoto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">LA MALEDIZIONE DELLA</span><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"> GAIOLA</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Il barbaro omicidio di cui sono rimasti vittime l&#8217;ex re del grano Francesco Ambrosio e sua moglie è solo l&#8217;ultimo di una lunga scia di episodi di sangue legati alla storia della discesa della Gaiola, quella che dalla collina di Posillipo si tuffa direttamente nel mare del Golfo di Napoli. Un angolo di paradiso che accoglie dimore da sogno ma anche vicende da incubo che si intrecciano alle leggende popolari e alla storia che risale indietro nel tempo fino all&#8217;epoca romana. La tenuta degli Ambrosio fa parte infatti di un ampio complesso archeologico che comprende un teatro romano e un tempietto dedicato ad Afrodite Opleia, dea protettrice dei navigatori. Lì, cronache di Plinio collocano il poeta Virgilio che avrebbe aperto una scuola di poesia che, in realtà, era però una scuola di magia e di riti antesignani dell&#8217;esoterismo. E proprio lì stabilì poi la sua residenza Vedio Pollione, un ricchissimo romano che, pur non essendo nobile, riuscì ad ingraziarsi Cesare Augusto: l&#8217;imperatore andò anche come ospite nella villa di Pollione, di cui ancora si vedono tracce proprio all&#8217;interno della tenuta degli Ambrosio. La leggenda vuole che un servo fece cadere una brocca di Pollione e quest&#8217;ultimo, per punizione, ordinò che fosse dato in pasto alle murene che teneva in grosse vasche. L&#8217;imperatore intervenne, graziando il servo e Pollione perse la stima del regnante a causa della crudeltà dimostrata. Ma le leggende più terribili sono quelle legate alla «Villa Maledetta», uno splendido edificio costruito a fine &#8216;800 su uno scoglio a pochi metri dalla spiaggia della Gaiola, da dove gli investigatori credono oggi che i killer degli Ambrosio siano arrivati fino alla casa dei due coniugi. Il primo fatto di sangue risale agli anni &#8216;20: proprietario della casa era il professore svizzero Hans Braun che aveva costruito una teleferica per arrivare direttamente sulla spiaggia. Una sera, però, la teleferica venne colpita da un fulmine proprio mentre trasportava la moglie di Braun, che cadde in acqua e affogò. Il marito venne trovato il giorno dopo su un tappeto con la testa trapassata da un proiettile.  La villa finì così nelle mani di Maurice Sandoz, un industriale farmaceutico che morì suicida. Sorte tremenda anche per Paul Karl Lagheim, industriale dell&#8217;acciaio che andò ad abitare nella casa: di lui si raccontano festini orgiastici con efebi napoletani, che ne carpirono la buona fede portandolo rapidamente sul lastrico. La fama sinistra della casa non venne smentita neanche negli anni &#8216;70, quando Gianni Agnelli comprò la villetta a picco sul mare e pochi giorni dopo si ruppe una gamba sciando. Non si fece spaventare dalla maledizione Paul Getty che acquistò la villa dagli Agnelli, ma poi la abbandonò quando poco dopo suo figlio venne rapito. Ma da dove viene la maledizione? «Potrebbe essere &#8211; spiega Ivan Cuocolo, docente di lettere e studioso delle storie della Gaiola &#8211; la stessa dea Afrodite Opleia a vietare agli uomini un&#8217;esistenza tranquilla in quell&#8217;angolo di paradiso che a lei era stato dedicato e che gli uomini hanno profanato dopo la fine del paganesimo». Una maledizione che non ha risparmiato gli Ambrosio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;">Da <a href="http://www.ilmattino.it">www.ilmattino.it</a></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"><strong>l&#8217;Ora Vesuviana on-line</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;"><a href="mailto:redazione@edizionidelvesuvio.com"><strong>redazione@edizionidelvesuvio.com</strong></a></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[In quei salotti si brinda al mio attentato]]></title>
<link>http://mimmasuraci.wordpress.com/2009/03/29/in-quei-salotti-si-brinda-al-mio-attentato/</link>
<pubDate>Sun, 29 Mar 2009 15:18:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimmasuraci</dc:creator>
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<description><![CDATA[Corriere della Sera Cultura In quei salotti si brinda al mio attentato Esce mercoledì da Rizzoli «I ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Corriere della Sera  Cultura</p>
<p>In quei salotti si brinda al mio attentato<br />
Esce mercoledì da Rizzoli «I conti con me stesso»: aneddoti, appunti, riflessioni private. I testi, inediti, sono stati trascritti da 12 quaderni conservati all&#8217;università di Pavia</p>
<p>di Indro Montanelli</p>
<p>I conti con me stesso (raccolti per la prima volta in un volume in uscita mercoledì da Rizzoli) sono un&#8217;occasione unica, nel centenario della nascita, di ritrovare il Montanelli privato. I brani provengono da dodici quaderni custoditi presso il Fondo manoscritti dell&#8217;Università di Pavia e sono appunti, riflessioni personali e aneddoti che coprono vent&#8217;anni della storia d&#8217;Italia da «furori nazionalisti» di Saragat al delitto Moro, passando attraverso l&#8217;attentato del &#8216;77 di cui fu vittima. «La notizia che in fondo mi fa più piacere — scrive in una pagina del 4 giugno 1977 — è che in due salotti milanesi, quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti— si è brindato all&#8217;attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata». Non mancano giudizi sferzanti su Moravia, Bocca e altri intellettuali.</p>
<p>Gennaio 1958.<br />
Bacchelli lavora infaticabilmente, da sessant&#8217;anni, alla costruzione di un piedestallo su cui, alla sua morte, non sapremo cosa posare. Roma, 26 settembre 1966. Castiello mi dice che Saragat è in preda a una crisi di furore nazionalista contro i terroristi dell&#8217;Alto Adige. Voleva chiamare il capo della polizia, Vicari, per ordinargli di spedire a Innsbruck dei sicari per uccidere i mandanti. «Una democrazia che si rispetti» ha urlato, «è tenuta ad astenersi dal delitto, ma solo dentro le proprie frontiere. Al di là di esse…».</p>
<p>Roma, 1˚ ottobre 1966.<br />
Alla sera, mi fanno assistere a una proiezione privata de La battaglia di Algeri di Pontecorvo. A Venezia lo hanno definito, all&#8217;unanimità, un grande film e gli hanno dato il Leon d&#8217;oro. È invece solo un grande documentario e non meritava nulla. Siamo stufi di questa roba. Non —– come dice qualcuno — perché questi lavori c&#8217;impongono «una scelta morale» o ci ricordano corresponsabilità che vorremmo dimenticare. E nemmeno perché siamo nauseati dalle scene di violenza e di sangue. Quello di cui siamo stufi è, molto più semplicemente, il ricatto a cui ci sottopongono. Bella forza fare un film sui campi di concentramento nazisti e sulla rivolta di Algeria. Chi oserà dar torto a un regista che parteggia per i perseguitati?</p>
<p>5 ottobre 1966.<br />
In tv, per un dibattito sulla Battaglia di Algeri, con l&#8217;autore Pontecorvo e il critico Liverani. «È un bellissimo film» dichiaro, «che merita pienamente il Leon d&#8217;Oro per il suo impegno, il suo rigore eccetera». Anch&#8217;io riservo il mio coraggio a questo Diario.</p>
<p>Roma, 12 dicembre 1966.<br />
Grande cocktail alla nuova sede Rizzoli in via Veneto per la presentazione del nostro libro e di quello di Berto. Inestricabile pigia-pigia. Ci sono ministri, giornalisti, letterati. C&#8217;è anche Maria Bellonci che spia l&#8217;occasione di farmi i rallegramenti. Sono vent&#8217;anni che non ci salutiamo. Mi aveva tolto il saluto nel &#8216;48 quando, in una cronaca da Venezia sul Pen-Club di cui era presidentessa, scrissi che la chiamavano l&#8217;aigle à deux têtes (per via dei suoi dirompenti seni di gomma). Suo marito Goffredo sfidò a duello il mio direttore Emanuel, che gli rispose: «Non mi rompa i bellonci!». Non ci eravamo più incontrati. E ora, nel vederla così ansiosa di un ravvicinamento, mi sento in imbarazzo. Alla fine vado io a salutarla. Ma subito scappo, dandole forse l&#8217;impressione che ho dei rimorsi. Invece non li ho.</p>
<p>Castiglioncello, 10 luglio 1969.<br />
Lettera di Prezzolini che mi ringrazia perché l&#8217;ho citato in due articoli. Dice: «Ti sono grato di queste continue testimonianze di affetto e di simpatia…». Non è vero. Preferirebbe che non parlassi affatto di lui, o che ne parlassi male, per poter pensare che anch&#8217;io l&#8217;ho dimenticato o tradito, che non c&#8217;è nessuno, proprio nessuno, che gli sia rimasto amico. Non gli darò questa soddisfazione. Voglio che muoia almeno con un piccolissimo dubbio sulla ingratitudine degli uomini, su cui per tutta la vita ha fatto così comodo assegnamento.</p>
<p>Castiglioncello, 30 luglio 1969.<br />
Dino Frescobaldi mi telefona dalla Maremma. È stato a Roma e ha visto Indrio che gli ha raccontato il burrascoso incontro di Spadolini con Saragat. Saragat era furibondo col Corriere e particolarmente con me per le critiche che abbiamo mosso alla scissione socialista: è la riprova che lui l&#8217;ha voluta. Spadolini, a quanto pare, gli ha tenuto testa bravamente. Speriamo che insista. Questo Saragat, che anche noi per la nostra parte abbiamo contribuito a mandare al Quirinale, è ormai da buttar via. Il credito che si era guadagnato nel &#8216;47, se l&#8217;è abbondantemente mangiato in questi quattro anni di Presidenza: prima col «disimpegno», ora con la scissione. Non vede che se stesso, non ascolta nessuno, si parla addosso. Missiroli l&#8217;aveva previsto.</p>
<p>Milano, 15 novembre 1969.<br />
A cena con l&#8217;adorabile Valiani. Non so come fare a liberarlo dall&#8217;imbarazzo che nutre nei miei confronti. Nel &#8216;43, quando ero chiuso a San Vittore con una condanna a morte sulla testa, mia madre, che cercava disperatamente di salvarmi, chiese aiuto al Cln, di cui Valiani era autorevole esponente. Il Cln le fece rispondere che la mia sorte non gl&#8217;interessava. Questa replica era farina del sacco di Parri, non di Valiani. Ma Valiani se ne sente corresponsabile. Ebreo, istriano e reduce da un lunghissimo esilio, a quei tempi credeva che gl&#8217;italiani si dividessero davvero nei buoni antifascisti e nei cattivi fascisti; e io, secondo lui, appartenevo alla seconda categoria, quella da eliminare o da lasciare eliminare. Ora, deluso della Resistenza e dei suoi uomini, si è accorto dell&#8217;errore e non sa come ripararlo. Bisognerà che mi decida a sgomberare i nostri rapporti da questo sottinteso per renderli più naturali e sinceri. Tengo troppo all&#8217;amicizia di Valiani. È una delle più belle coscienze che ho incontrato. Mi ha detto: «Non ho nessun trasporto per il Corriere. Se Albertini in persona mi avesse offerto di collaborarvi, avrei rifiutato. Ma, visto che me l&#8217;offrite tu e Spadolini, accetto». E questo mi ha fatto molto piacere. Milano, 19 novembre 1969. Sciopero generale per il caro- case. Un pretesto da nulla. Ma è bastato per immergere Milano in un&#8217;atmosfera da 8 settembre. Strade vuote. Saracinesche abbassate. Enorme spiegamento di polizia. Mentre pranzo con Spadolini, Cervi e Zappulli, giunge notizia che in un tafferuglio al Lirico un agente è stato ucciso dai «cinesi». «Meno male che è toccata a un agente» diciamo in coro, eppoi non osiamo guardarci negli occhi. Anche noi apparteniamo a questa borghesia codarda che pretende appaltare alle forze dell&#8217;ordine il compito di farsi sputacchiare, pestare e ammazzare per tenerne al riparo se stessa. E non vuole nemmeno pagargli uno stipendio decente.</p>
<p>Milano, 25 novembre 1969.<br />
Solo ora mi mostrano l&#8217;articolo che Bocca mi ha dedicato sul Giorno. Gli avevo mandato la mia Italia del Seicento con una dedica affettuosa in cui lo chiamavo «ami-nemico». Lui ne informa i lettori, ma mi risponde da nemico dichiarato, con una stroncatura sgarbata. Non vorrei cadere in peccato di presunzione. Ma credo che sia stato per differenziarsi da me, per non diventare una mia copia, che si è costruito un personaggio antitetico al mio: eternamente impegnato, intransigente, accigliato, e costretto a una perpetua polemica con tutto ciò che io rappresento. Ma anche lui ne capisce l&#8217;artificiosità ed evita il contatto con me perché teme che lo costringa a prenderne atto. Se potesse, mi sopprimerebbe. Eppure, sono io a sentirmi colpevole verso di lui che, senza di me, sarebbe diventato un grande, un grandissimo giornalista, e non soltanto un inquisitore, molto spesso sbagliato.</p>
<p>Roma, 15 dicembre 1969<br />
A Roma, trovo una lettera del capo della polizia, Vicari, che mi ringrazia calorosamente per un articolo da me scritto in favore delle forze dell&#8217;ordine. Ne approfitto per telefonargli e chiedergli informazioni sulle indagini in corso per l&#8217;attentato di Milano. Mi annunzia che proprio in quel momento, dal confronto fra un tassista e uno dei fermati, si è raggiunta la quasi assoluta certezza sulla identità del dinamitardo. Mi prega di non farne parola al giornale. Poi mi confida anche che l&#8217;ambiente in cui il delitto è maturato è quello che ruota intorno all&#8217;editore Feltrinelli. Non resisto alla tentazione d&#8217;informarne subito Spadolini perché, pur senza anticipare la notizia, se ne serva di orientamento per la cronaca. Giubilante, Spadolini ne coglie a volo le implicazioni politiche: «Se la cosa è confermata, sarà una brutta botta per i contestatori e una bella spinta alla ricostituzione di un governo organico. Se Dio guardi l&#8217;assassino era di destra, nello spazio di pochi giorni avevamo il fronte popolare…». È vero. Ma io penso a Feltrinelli. L&#8217;ho conosciuto bambino, mi è un po&#8217; cresciuto sulle ginocchia. Non ho mai capito come abbia potuto diventare un editore importante.</p>
<p>Roma, 28 dicembre 1969.<br />
Moravia ha fondato, insieme a Pasolini e a Dacia Maraini, un «comitato contro la repressione». E la riprova che la repressione non c&#8217;è. Se ci fosse, Moravia sarebbe coi repressori, come ha dimostrato avallando col suo silenzio la persecuzione di Solzhenitsyn in Russia.</p>
<p>Roma, 2 gennaio 1970.<br />
Moravia si è ritirato dal comitato che lui stesso aveva fondato. Ma non per i silenzi di Spadolini. Si è ritirato perché l&#8217;Unità ha disapprovato. Gl&#8217;italiani sono sempre pronti a fare la rivoluzione, purché i carabinieri siano d&#8217;accordo. E Moravia è sempre pronto a battersi per la libertà purché sia d&#8217;accordo il piccì.</p>
<p>Venezia, 31 marzo 1971.<br />
A cena dai Manera, con Pound. Non ho mai capito le sue poesie, ma ora capisco che è un grande poeta, sebbene abbia aperto bocca solo tre volte, per pronunciare parole insignificanti. Ci voleva proprio un Piovene per irridere quest&#8217;uomo, quando andò a visitarlo nell&#8217;ospedale di pazzi in cui i suoi compatrioti lo avevano rinchiuso. Piovene non saprà mai quali tormenti di coscienza mi costa l&#8217;affetto per lui.</p>
<p>Cortina, 26 agosto 1971.<br />
Mezzo Corriere è passato di qui, in questi giorni. Ci sono stati Grazzini, Pieroni, Giovannino Russo, Bettiza. E tutti hanno voluto vedermi e fare lunghe passeggiate con me. Tanto affetto da parte dei colleghi mi ha commosso. Ma Mecco-li, in arrivo da Venezia, mi ha disingannato. I colleghi erano convinti che io stessi per non esserlo più, in quanto nuovo direttore del giornale. Tutti danno per sicuro che, mentre Spadolini era in crociera sull&#8217;Adriatico, io lo defenestravo e occupavo la sua poltrona. La voce è che ho già firmato, e Buzzati me lo conferma «ma» aggiunge, «io non credo che tu sia capace di una simile porcheria». «Tu non ci credi» dico, «perché al mio posto non la commetteresti. Gli altri ci credono perché al mio posto la commetterebbero». E in sua presenza chiamo Spadolini per informarlo. Casca dalle nuvole. Lui e io — il direttore uscente e il direttore entrante — eravamo gli unici che non sapevano nulla di questo cambio della guardia. Ma da dove sarà nata questa chiacchiera?</p>
<p>Milano, 15 settembre 1971.<br />
Uscendo dalla Bice, vedo a un tavolo Spadolini, Leonardi, Mario e Giulia Maria Crespi, reduci dal settimanale rapporto sul Corriere. Vado a salutarli. «Come osi» dico a Spadolini, «occupare abusivamente il posto che ormai è mio?» Tutti ridono (anche ai tavoli intorno), meno Giulia Maria. Deve avere, per queste assurde voci, qualcosa sulla coscienza. 28 gennaio 1972. Buzzati si è spento, oggi, alle 16.30. In questi ultimi giorni si era incarnato nella Morte, come la immaginava e tante volte l&#8217;ha disegnata e dipinta. Non avevo mai vista una Morte più Morte di quella. Fino a ieri sera era lucidissimo. Ha voluto che gli dessi le ultime notizie sul processo. Ogni tanto, stanco, chiudeva gli occhi, e io mi chetavo. Ma poi li riapriva, e mi chiedeva di riprendere il racconto. Non voleva pensare. Stamani, quando son tornato alle dieci, non mi ha riconosciuto. Afeltra non ce l&#8217;ha fatta a restargli accanto sino in fondo: girava per il corridoio, anche lui senza riconoscere nessuno. Io, non so per quale motivo — il fascino dell&#8217;orrore, credo, contagiatomi da lui — sono rimasto ai piedi del suo letto, e l&#8217;ho visto spengersi come una candela. Poi sono fuggito. Ha lasciato un testamento di dieci righe. In fondo c&#8217;era scritto: «Niente partecipazioni. Cremazione». Ora devo dimenticarmi di lui, scacciarlo dal pensiero e dagli occhi. Ma come, come?</p>
<p>Milano, 8 marzo 1972.<br />
La mia intervista sull&#8217;Espresso ha deflagrato come una bomba. Spadolini è furente per l&#8217;articolo che la precede, scritto dalla Serini che ricostruisce gli avvenimenti. Lui non ci fa una bella figura, ma purtroppo il resoconto è esatto. Ronchey mi telefona: «Ti aspettiamo alla Stampa: il contratto è pronto, non hai che da firmarlo». «Prima» dico, «devo perdere la mia battaglia.» «Questione di qualche mese» fa lui. Temo che sia proprio così.</p>
<p>Roma, 10 aprile 1972.<br />
Clerici, Sciascia e Laurenzi a cena da me. Immoto e inespressivo, Sciascia parla alla velocità di una parola all&#8217;ora, e bisogna sollecitarlo con sguardi interrogativi e lasciargli un ampio spazio di silenzio per indurlo a pronunciarla. Laurenzi mi trae in disparte per manifestarmi il suo sgomento che tocca punte patologiche. Mi supplica di non trasferirmi alla Stampa lasciando lui e gli altri nelle peste. Glielo prometto, con la ferma intenzione di mantenere. «Vado a Milano» gli ho detto, «per mettere le carte in tavola e costringere Ottone a fare altrettanto. Se mi accorgo che si può raddrizzare la barca, cercheremo di farlo. Se vedo che è impossibile, tratterò con Afeltra per un trasloco di tutto il nostro gruppo (io, te, Bettiza, Pieroni, Sensini, Melani, forse Corradi, Spinosa eccetera) al Giorno e, se non va, cercherò di persuadere Rizzoli a trasformare in quotidiano il Mondo per occupare il vuoto che il Corriere sta lasciando ».</p>
<p>Lussemburgo, 23 maggio 1977.<br />
Volo a Lussemburgo sul solito bireattore di Berlusconi, che ci accompagna, felice di esibirsi e di esibire il suo status in una cerimonia internazionale. La medaglia d&#8217;oro (ma è proprio d&#8217;oro?) me la consegna Gaston Thorn, capo del governo lussemburghese e presidente del movimento europeo. Bettiza, che mi ha procurato il premio e nella sua qualità di parlamentare europeo mi fa da padrino, cerca di attribuire alla cosa molta solennità. In realtà mi sembra un evento piuttosto modesto. (&#8230;) Berlusconi riempie il suo taccuino d&#8217;indirizzi: quelli di tutte le personalità che ha incontrato. È il vero climber che approfitta di tutto e non butta via nulla.</p>
<p>Milano, 3 giugno 1977.<br />
Anche l&#8217;Unità esce con un titolo a sette colonne in cui campeggia il mio nome. Lo stesso fa Repubblica, ma con un articolo di Scalfari ancora più infelice di quello che scrisse dopo Bontà loro per chiedere la mia esclusione dalla tv nazionale. Sostiene la strana tesi che l&#8217;attentato è stato organizzato contro i nemici di Montanelli, cioè contro di lui, insinuando così il sospetto che me lo sia organizzato da me. Il mio successo lo riempie di un furore che lo fa sragionare. Ma la cappella più grossa la fa il Corriere che titola su cinque colonne sul centro pagina: «Attentati contro giornalisti », mettendo il mio nome solo nel sommario. Biazzi ha il sangue agli occhi. Bettiza mi chiede di rispondere, nell&#8217;editoriale di domani, sia a Scalfari che a Ottone. Glielo concedo, ma a patto che mi mostri prima il testo: durezza sì, meschinerie no.</p>
<p>Milano, 4 giugno 1977.<br />
Le ferite vanno bene anche perché non ho il tempo di pensarci: è tutto un viavai di amici, nemici, conoscenti, sconosciuti: mi sembra di essere la Madonna di Loreto. Viene anche la televisione, e io mi lascio intervistare minimizzando l&#8217;accaduto (mi dicono che Cervi, che lo ha commentato l&#8217;altro ieri sera da Montecarlo, ha commosso tutti con la propria commozione). Mi telefona Andreotti, poi Cossiga, poi Forlani, poi Gianni Agnelli. A tutti rispondo scherzando, che non mi prendano per un piagnone. Dal giornale mi mandano tre sacchi di telegrammi: ne hanno contati quindicimila. Ma la notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi — quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti — si è brindato all&#8217;attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Ciò dimostra che, anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici.</p>
<p>Parigi, 11 settembre 1977.<br />
A cena con Fejtö e gli Ionesco, ospiti tutti di Maramotti da Lipp. Ionesco non vuole saperne dei nouveaux philosophes. Invano Fejtö e io cerchiamo di spiegargli che sono degl&#8217;imbecilli che però fanno comodo. «Rivendico» dice Ionesco, «il diritto all&#8217;indignazione: l&#8217;indignazione perché credono di scoprire ciò che noi andiamo dicendo da cinquanta anni». Sta scrivendo una nuova pièce, o meglio la sta dettando alla segretaria dalle dieci alle dodici. «Non so più scrivere» dice, «la mano si rifiuta.» Il tutto, intercalato da litigi con la moglie che cerca invano d&#8217;impedirgli di bere. Più tardi, Fejtö mi dice che Ionesco è in crisi con la figlia perché è convinto che essa non gli voglia più bene: lo desume dal fatto che, un giorno rincasata prima del tempo, lo ha sorpreso che faceva l&#8217;amore con la segretaria, ed è corsa dalla madre a raccontarglielo. «Non ha cuore» dice amareggiato, «mi detesta».</p>
<p>Milano, 16 novembre 1977.<br />
Quattro revolverate in faccia a Casalegno, che ora è grave. Alzano la mira.</p>
<p>Milano, 18 novembre 1977.<br />
La Stampa riporta tutti gli articoli di solidarietà per Casalegno apparsi sugli altri giornali. Ma omette il mio, ch&#8217;era forse il più caldo: la solidarietà nostra la imbarazza.</p>
<p>Milano, 29 novembre 1977.<br />
Casalegno è morto. Ho telegrafato alla vedova, ma non al figlio — iscritto a Lotta continua —, né a Levi e ai colleghi della Stampa. Purtroppo, la loro faziosità condiziona la nostra solidarietà. Al funerale andrà Biazzi.</p>
<p>9 maggio 1978.<br />
Il cadavere di Moro, lasciato su una macchina fra Botteghe Oscure e piazza del Gesù, ci coglie di sorpresa. Siamo stati duri nei suoi confronti. La sua fine miseranda c&#8217;ispira un sentimento di pietà, ma fa sorgere altri pericoli contro cui occorre subito mettere in guardia: in nome del «martire», i suoi cercheranno di spingere avanti la sua «linea». (&#8230;) Ho avuto a Torino una franca spiegazione con Gianni e Umberto Agnelli. Per la prima volta Gianni ha parlato e mi ha lasciato parlare per un&#8217;ora dello stesso argomento, senza annoiarsi com&#8217;è solito. Ma vuole la rottura della Dc, mentre Umberto ne vuole la conquista. Romiti mi assicura che accetterà la proposta di Venini per il Giornale. Si comincia a respirare.</p>
<p>29 marzo 2009</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[The Menswear Fashion Melting Pot]]></title>
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<pubDate>Sun, 29 Mar 2009 06:09:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>JP</dc:creator>
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<description><![CDATA[  Over the years, an obvious continental divide has existed in menswear between American, English ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p> </p>
<p>Over the years, an obvious continental divide has existed in menswear between American, English &#38; Italian style&#8211; but is it rapidly shrinking?  Is global fashion largely replacing long-standing traditional dressing and style?  Not all of it is intentional either.  It&#8217;s also that a lot of guys just don&#8217;t know or care. How many fathers teach their sons how to dress properly?  I think it&#8217;s safe to say that those conversations aren&#8217;t happening anymore.  The home-fires seem to be burning out, as more and more guys are being swallowed up by the&#8211; shirt always untucked, nothing fits, nothing matters, can&#8217;t even stand up straight, I&#8217;m lucky to have even got out of the house dressed, square-toed shoe wearing, <em><strong>bad style fog.</strong></em> </p>
<p>The world is getting smaller everyday, that&#8217;s just a fact we have to live with.  Fashion &#38; media influences now move at break-neck speed, and it seems like a lot of cultural flavor &#38; integrity is in danger of getting lost, as we all seem to be moving largely in the same direction.  More than ever, product is finding it&#8217;s way into brands where it doesn&#8217;t belong&#8211; even classic brands that in the past were very diligent in regard to their positioning, are getting loose.  Ironically, even a lot of the &#8220;brand heritage&#8221; reissues that are all the rage, seem to reflect today&#8217;s fashion interpretation of heritage, rather than actual history itself&#8211; because &#8220;heritage&#8221; is a buzz word that sells right now.  </p>
<p>In short, product homogenization and co-opting is openly happening worldwide, and at an alarming rate.  I&#8217;m not saying it&#8217;s all bad&#8211; a healthy chunk of classic American style that we know and love today was actually borrowed from somewhere else.  The Japanese in turn have swallowed up American and English style (and are moving on to the Italians).  American hipsters are looking at the Japanese for how to look, well, American.  Not surprising&#8211; the Japanese are good at taking our toys and making them better.  The whole thing is getting a little too convoluted these days for my taste.</p>
<p>Everything is moving so fast&#8211; how much thought is being given to the long-term?  <em>&#8211;By anyone?  </em></p>
<p><em></em>Brands need to mind the shop, not just the register&#8211; or we&#8217;re going to end up with a big, tasteless stew.  </p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://theselvedgeyard.wordpress.com/files/2009/03/gianni_agnelli.jpg" target="_blank"><img class="alignnone size-full wp-image-4844" title="ralph lauren" src="http://theselvedgeyard.wordpress.com/files/2009/03/780507801_3a12e1f5b3_o.jpg" alt="ralph lauren" width="300" height="480" /><img class="alignnone size-full wp-image-4845" title="duke of windsor" src="http://theselvedgeyard.wordpress.com/files/2009/03/cn000013229.jpg" alt="duke of windsor" width="300" height="480" /><img class="alignnone size-full wp-image-4847" title="gianni agnelli" src="http://theselvedgeyard.wordpress.com/files/2009/03/gianni_agnelli.jpg" alt="gianni agnelli" width="600" height="415" /></a></p>
<p><!--more--></p>
<p>There are certain articles that I save and like to review every year or so&#8211; some just because they&#8217;re great reads, and others for a specific historical and/or cultural relevance.  The following write-up falls into both categories, and shows that this effect I&#8217;m talking about has been with us for some time and is now (in my opinion) rapidly accelerating. </p>
<p><em>From Smithsonian magazine&#8211;</em></p>
<p>The Americans and the British have not always seen eye to eye—neither in war nor wardrobe. In fact, during World War II the U.S. and British commands had such a terrible time communicating with one another that in 1943 they commissioned anthropologist Margaret Mead to determine why. The Americans complained that the British were secretive and unfriendly; the British insisted that the Americans were simpleminded and boastful. The allies argued about everything.</p>
<p>Mead discovered that the two cultures possessed fundamentally different world views. One simple way to demonstrate this was to ask an Englishman and an American a single question: What’s your favorite color? American servicemen quickly came up with a color, but the British asked, &#8220;Favorite color for what? A flower? A necktie?&#8221;</p>
<p>Mead concluded that Americans, raised in a melting pot, learned to seek a simple common denominator. To the British, this came across as unsophisticated. Conversely, the class-conscious British insisted on complex categories, each with its own set of values. Americans interpreted this tendency to subdivide as furtiveness. (After all, a person who can’t name a favorite color must be hiding something.) &#8220;The British show an unwillingness to make comparisons,&#8221; Mead wrote. &#8220;Each object is thought of as having a most complex set of qualities, and color is merely a quality of an object.&#8221;</p>
<p>The allies eventually overcame their differences and rallied to defeat Hitler, but for decades afterward you could see Mead’s revelations reflected in the men’s fashions of Britain and America. For Yanks what mattered was an overall &#8220;look.&#8221; An American boy learned from his father, his schoolmates and ads for Hickey Freeman suits that the goal was to combine elements that complemented one another: the tie goes with the jacket, the shoes go with the belt. To the British, on the other hand, what mattered more than the whole was its parts. Where a postwar American male might have been neatly described as &#8220;the man in the gray flannel suit,&#8221; an Englishman of the same era was &#8220;the man in the gray flannel suit—also wearing plaid socks, a striped shirt, paisley tie and checked jacket with a floral handkerchief in the pocket.&#8221;</p>
<p><a href="http://theselvedgeyard.wordpress.com/files/2009/03/781384090_54249d3e8d1.jpg" target="_blank"><img class="alignnone size-full wp-image-4842" title="duke of windsor" src="http://theselvedgeyard.wordpress.com/files/2009/03/42-179306721.jpg" alt="duke of windsor" width="300" height="450" /><img class="alignnone size-full wp-image-4851" title="gianni agnelli" src="http://theselvedgeyard.wordpress.com/files/2009/03/55167637-quyennl221000023f1.jpg" alt="gianni agnelli" width="300" height="450" /><img class="alignnone size-full wp-image-4869" title="Ralph RRL" src="http://theselvedgeyard.wordpress.com/files/2009/03/781384090_54249d3e8d1.jpg" alt="Ralph RRL" width="600" height="356" /></a></p>
<p>Note the famous 1967 Patrick Lichfield photograph of the Duke of Windsor in which the abdicated king appears in almost precisely this outfit. To the Duke, each piece of clothing no doubt had, as Mead observed, its own &#8220;complex set of qualities&#8221; having nothing to do with the others. And yet, was there another gentleman of this era who more exemplified British sartorial style? (He even gave his name to the Windsor knot.)</p>
<p>It is impossible to say just when these national dress codes began eroding, but by the turn of the millennium they were gone. One night in London not long ago, I was walking back to my hotel (near Savile Row) when I saw framed through a pub window a group of lads standing together at the bar. They might as well have been college kids in Atlanta, or Barcelona, or Moscow; there was not a single sartorial clue that identified them as English. They projected what might be called an &#8220;urban&#8221; look, the bland, shapeless offering from brands such as Banana Republic and J. Crew. To wit, an untucked shirt, a one-size-fits-all sport coat and baggy trousers rolled up above black, square-toed shoes as big as the boxes they came in. What would dear Margaret Mead have made of this snapshot? Probably, that much of the men’s world has a new style, one that reflects not tribal differences but global similarities.</p>
<p><a href="http://www.smithsonianmag.com/science-nature/Coalition_of_the_Differing.html" target="_blank">Smithsonian</a></p>
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<title><![CDATA[Homage to Gianni Agnelli]]></title>
<link>http://elevenmagazine.wordpress.com/2009/03/27/homage-to-gianni-agnelli/</link>
<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 16:31:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>Eleven</dc:creator>
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<description><![CDATA[I know this image is a little small, but, it is so awesome, it doesn&#8217;t even matter. People hav]]></description>
<content:encoded><![CDATA[I know this image is a little small, but, it is so awesome, it doesn&#8217;t even matter. People hav]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Andy Warhol a Parigi ]]></title>
<link>http://10piegamenti.com/2009/03/18/andy-warhol-a-parigi/</link>
<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 13:38:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>chriup</dc:creator>
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<description><![CDATA[Nella mostra parigina di Andy Warhol, il re della Pop art ci sono i ritratti di Marilyn Monroe, Elvi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Nella mostra parigina di Andy Warhol, il re della Pop art ci sono i ritratti di Marilyn Monroe, Elvi]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Gianni The Master]]></title>
<link>http://elevenmagazine.wordpress.com/2009/03/11/gianni-the-master/</link>
<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 17:22:57 +0000</pubDate>
<dc:creator>Eleven</dc:creator>
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<description><![CDATA[I cannot begin to explain how cool Gianni Agnelli is. He was a master, and the reason is all the lit]]></description>
<content:encoded><![CDATA[I cannot begin to explain how cool Gianni Agnelli is. He was a master, and the reason is all the lit]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Who will give in to despair is a mystery]]></title>
<link>http://www2.macleans.ca/2009/02/25/who-will-give-in-to-despair-is-a-mystery/</link>
<pubDate>Wed, 25 Feb 2009 08:00:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>macleans.ca</dc:creator>
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<description><![CDATA[Princess Luciana Pignatelli died in her seventies last October after taking sleeping tablets washed ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Princess Luciana Pignatelli died in her seventies last October after taking sleeping tablets washed ]]></content:encoded>
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