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	<title>giornalisti-uccisi &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/giornalisti-uccisi/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "giornalisti-uccisi"</description>
	<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 15:06:10 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[16 ottobre 2000 - 16 ottobre 2009: ciao Antonio]]></title>
<link>http://lucaborghini.wordpress.com/2009/10/18/16-ottobre-2000-16-ottobre-2009-ciao-antonio/</link>
<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 12:31:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>lucaborghini</dc:creator>
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<description><![CDATA[il giornalista di Radio Radicale Antonio Russo Il 16 ottobre 2000 alle 14:10 la Farnesina comunica a]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_109" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><strong><img class="size-medium wp-image-109" title="Antonio Russo" src="http://lucaborghini.wordpress.com/files/2009/10/russo-antonio.jpg?w=300" alt="il giornalista di Radio Radicale Antonio Russo" width="300" height="225" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">il giornalista di Radio Radicale Antonio Russo</p></div>
<p><strong>Il 16 ottobre 2000 alle 14:10 la Farnesina comunica a Radio Radicale che il proprio inviato in Russia Antonio Russo viene trovato lungo una strada alle porte di Tiblisi. Era in Georgia per documentare come inviato di <a href="http://www.radioradicale.it" target="_blank">Radio Radicale</a> la guerra russocecena. Le condizioni in cui venne ritrovato il corpo fa pensare ad un omicidio con le caratteristiche tipiche di operazioni dei corpi speciali militari russi. Non fu mai chiarita la dinamica ne furono avviate serie indagini, di sicuro è che le inchieste del giornalista italiano stavano prendendo &#8220;il verso giusto&#8221;. Si parla di una cassetta video contenente torture e violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena.</strong></p>
<p><strong>La pagina speciale su<a href="http://www.radioradicale.it/antonio-russo/" target="_blank"> Radio Radicale</a><br />
</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Giovanni Spampinato: nel tunnel]]></title>
<link>http://casarrubea.wordpress.com/2009/09/26/giovanni-spampinato-nel-tunnel/</link>
<pubDate>Sat, 26 Sep 2009 09:15:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>casarrubea</dc:creator>
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<description><![CDATA[La notte del 27 ottobre 1972, un giovane della Ragusa che conta, uccide con parecchi colpi di pistol]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><a href="http://casarrubea.wordpress.com/files/2009/09/giovanni_spampinato.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4042" title="Giovanni_Spampinato" src="http://casarrubea.wordpress.com/files/2009/09/giovanni_spampinato.jpg" alt="Giovanni_Spampinato" width="131" height="240" /></a>La notte del 27 ottobre 1972, un giovane della Ragusa che conta, uccide con parecchi colpi di pistola, Giovanni Spampinato, giornalista del quotidiano della sera “L’Ora”. L’assassino si chiama Roberto Campria, 31 anni, “rampollo debole e viziato” di un magistrato. Ha alle spalle una vita tutt’altro che tranquilla. E’ sospettato, di avere freddato, il 25 febbraio di quell’anno, con un colpo di pistola alla fronte, un suo amico, l’ingegnere Angelo Tumino.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Giovanni ha 26 anni e appartiene ad una famiglia di onesti lavoratori. Il padre, Giuseppe, era stato un partigiano nella Jugoslavia del maresciallo Tito e aveva combattuto contro l’invasione nazifascista, dalla stessa parte dell’Osvobodilna Fronta, meritandosi il riconoscimento di “eroe della rivoluzione” da parte di quella Repubblica socialista.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Il delitto Tumino segna una svolta nella vita professionale e nella vicenda personale di Giovanni. L’ingegnere non è quell’uomo normale, magari troppo intraprendente come imprenditore e uomo di destra, che tutti immaginano. E’ un personaggio multiforme. La scoperta delle sue passioni per l’attività del commercio in oggetti di antiquariato ne fa un uomo molto ricercato da certi autorevoli personaggi. Non solo nostrani. La sua morte segna a Ragusa la rottura di una lunga pax sociale che dura da un quarto di secolo e suscita interrogativi, specialmente in riferimento a certi ambienti del neofascismo, a strani traffici di armi e droga, a non meglio precisate manovre “di agenti del regime fascista greco dei colonnelli”, alla segnalazione della presenza di campi di addestramento paramilitare “mascherati da corsi per appassionati di archeologia”.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"> Giovanni si era già occupato di neofascismo nella sua provincia, che tutti ritenevano una città capoluogo tra le più ‘babbe’ (senza mafia) della Sicilia. Torna ad occuparsene il 6 marzo ’72, sull’onda di quel delitto che gli pone grossi interrogativi. La sua attenzione si fa scrupolosa, certosina. Nulla può essere ovvio in quella realtà che sembra assopita. Giovanni registra così la presenza a Ragusa di Stefano Delle Chiaie; pubblica un ampio rapporto sullo squadrismo in questa città e a Siracusa. L’8 marzo sul “L’Ora” scrive:</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">&#8220;Come ricercato Stefano Delle Chiaie dovrebbe essere un nome scritto a chiare lettere nel ‘calepino’ dei poliziotti – in specie di quelli della ‘politica’ – e la sua foto segnaletica dovrebbe campeggiare in tutte le questure del territorio nazionale; invece a Ragusa il maresciallo Minniti non sapeva nemmeno chi fosse e, per istinto, ha chiesto se si trattasse di un anarchico. […] Negli ultimi due mesi, al Mediterraneo, a più riprese, ha preso alloggio il signor Quintavalle (con moglie e figli): romano, ex X Mas, conosciuto come fascista e fedelissimo del golpista mancato, principe Junio Valerio Borghese […] Secondo le dichiarazioni fatteci, è lui che avrebbe preso il caffè con Stefano Delle Chiaie […]&#8220;.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"> E’ questo il clima che si respira nella Sicilia orientale nelle settimane che precedono e nei mesi che seguono l’uccisione di Tumino, la sua “esecuzione capitale”. O meglio questa è la realtà che si presenta a chi ha un occhio allenato all’osservazione, un orecchio affinato all’ascolto, un fiuto adatto a imboccare la pista giusta.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Ne parla il fratello Alberto che ha mandato alle stampe un libro autobiografico in cui é puntigliosamente ricostruita la storia professionale di questo precoce giornalista (Alberto Spampinato, <em>C’erano bei cani ma molto seri,</em> Milano, Ponte alle Grazie, 2009, pp. 294, euro 15,50). Un libro che offre molti spunti alla riflessione, ricostruisce il filo logico di una battaglia ancora tutta da comprendere e si muove nei labirinti del patto scellerato tra quelli che possiamo definire elementi della “santissima trinità” (mondo eversivo e criminale, mafia e potere politico-istituzionale), già denunciato dal bandito Gaspare Pisciotta all’indomani della strage di Portella della Ginestra (1947).</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">E’ l’inestricabile percorso nel quale, consapevolmente, anche l’autore si incammina. Partendo dalla sua personale biografia e forse anche dai suoi sensi di colpa. Quelli che accomunano quasi tutti i familiari delle vittime. Doppiamente vittime: una prima volta per avere perduto i loro cari, una seconda volta per portarsi dietro il fardello degli interrogativi su quanto ritengono istintivamente di aver dovuto fare e che non hanno fatto. Un primo senso di colpa è la loro stessa appartenenza. Nel caso di Giovanni e Alberto Spampinato, quello di essere stati marchiati dalle loro stesse convinzioni politiche, dal loro essere comunisti, o di sinistra. Fatto che denota quanto in Sicilia l’appartenenza a un’ideologia progressista sia socialmente vissuta come un additamento. Segna infatti la linea di demarcazione con l’ideologia del perbenismo, un tempo filo agraria e padronale. Discriminante lungo la quale rimangono impuniti gli autori delle stragi e dell’eversione nera, fatte passare come normali epurazioni della “canea rossa” ostile alla democrazia. Da questo atteggiamento anche i familiari delle vittime sono stati profondamente segnati. La loro condizione è stata l’isolamento prima, l’abbandono dopo.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">A pilotare tutto, secondo un manuale da guerra psicologica, vecchio di oltre sessant’anni, una grande sintonia tra palazzi. Nel caso di Giovanni Spampinato ci troviamo di fronte alla consapevolezza della dimensione storica di questo problema e al tentativo, avanzatissimo rispetto ai tempi, di costruire un’esperienza di ricerca che supera di gran lunga la semplice denuncia gridata sia del fenomeno mafioso, sia delle connessioni di Cosa nostra col potere eversivo e istituzionale. Il suo osservatorio diventa, ad un certo punto, troppo pericoloso più che per quanto era accaduto per quello che sarebbe ancora successo. Sul delitto Tumino, infatti, i sospetti di Spampinato si erano addensati sul Campria. Ma questi poteva godere di una certa condizione di privilegio, che gli avrebbe consentito, tutto sommato, di gestire quel fatto in modo tradizionale, per le vie legali, date le tutele di cui beneficiava all’interno del tribunale. Il delitto Tumino, quindi, doveva essere considerato una spia, una punta di iceberg, rispetto alla massa dei fenomeni sommersi in virtù dei quali qualcosa di grosso, di meno gestibile, si stava preparando. Quale poteva essere questo evento tanto grave? E ancora, questo evento era già accaduto e doveva essere coperto, o doveva ancora accadere?</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Non è facile, allo stato delle conoscenze, dare una risposta. Si possono solo formulare delle piste di lavoro.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Il delitto Tumino come evento sporadico</em></p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">E’ vero che l’uccisione di Giovanni Spampinato non sarebbe forse avvenuta senza il delitto Tumino. Un delitto che lo spinge a saperne di più sulla presenza del fascismo in Sicilia, a meglio coglierne la geografia politica, i caratteri e l’estensione oltre i confini di un presunto autoctono insularismo. Quello di Giovanni è perciò un progetto ambizioso, che parte da piazza Fontana e approda a una prima sintesi nel suo articolo pubblicato il 10 marzo 1971 sul “L’Ora”, tre mesi dopo il tentato golpe Borghese, la fatidica notte dell’Immacolata. Prosegue dopo con una metodologia tutta calata su uomini e cose, fino alla composizione di un mosaico molto vasto. Si potrebbe, a questo punto, essere tentati di pensare che sì, il giornalista aveva colto il quadro generale della pericolosità eversiva in Italia, ma, tutto sommato, si era fermato al campo di osservazione locale. Senza questa appassionata ricerca della verità, senza il suo giornalismo di inchiesta, la sua formazione ideale all’interno di una famiglia che ha la sua bussola di riferimento nei valori insostituibili della Resistenza antifascista, ben altra sarebbe stata la sorte di Giovanni Spampinato. Figura molto simile a quella di Peppino Impastato. Ma mentre il primo ha come cemento ideale la lotta per la democrazia e contro l’eversione nera (e su questo fronte solitario cade), l’altro fa della denuncia della mafia, a cominciare da quella operante all’interno della sua famiglia, il vero motivo della sua battaglia. Entrambi cadono combattendo, su un fronte locale. Ma Giovanni anticipa Peppino di sei anni.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Il delitto Tumino espressione di un livello eversivo-istituzionale</em></p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"> Gli investigatori e i magistrati avrebbero dovuto seguire diverse piste. Infatti la scena del delitto offre subito un quadro barbarico, che non ha però, i connotati del classico delitto di mafia.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Ce ne parla Alberto Spampinato: “Giovanni diffidava del giovane Campria, nel suo intimo era convinto che c’entrasse con il delitto Tumino, che nascondesse qualcosa, ma non aveva elementi di prova […]. Diffidava di quel tipo che notoriamente girava armato, gli faceva paura, ma non voleva darlo a vedere e non voleva fare nulla che indicasse un suo cedimento. Perciò aveva deciso di non rifiutare gli incontri e di resistere alle sue richieste. Era convinto che le sue obiezioni, approvate dai colleghi della redazione di Palermo, fossero ineccepibili […] Nessuno sa cosa successe veramente quella notte. Le uniche cose certe sono che Giovanni rientrò da Catania dopo le dieci di sera, che a casa nostra non c’era nessuno e che, un’ora e mezza dopo, crivellato di proiettili, fu portato all’Ospedale civile di Ragusa, dove giunse senza vita&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Dunque, su come siano andati realmente i fatti non c’è alcuna certezza. Ma a una analisi attenta si può condividere l’ipotesi di Carlo Ruta (<em>Segreto di mafia</em>) che i mandanti di questo omicidio si debbano ricercare oltre la persona dello stesso assassino. E questo perché, in assenza di elementi di raffronto per la ricostruzione della dinamica dei fatti, come avviene con tutti i delitti “misteriosi”, è doveroso avanzare più di una ipotesi. L’unica versione dei fatti è quella dello stesso assassino che, in quanto parte interessata, non può essere preso in considerazione. Soprattutto se, dopo essersi costituito nel vicino carcere, appena commesso il delitto, si trova, come egli stesso dichiara, sotto l’effetto dei “tranquillanti”. Ma nessuno può giurare sul contenuto di queste pasticche. Del resto, la versione dell’assassino è per molti versi incomprensibile.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Ecco come Alberto la riassume: “Campria riceve una telefonata di Giovanni e va insieme a lui verso un bar della periferia di Ragusa, che di solito è aperto fino a tardi. Vanno con la vecchia Cinquecento di mio fratello. Trovano il bar chiuso e decidono di dirigersi verso il centro, per trovare un altro locale. Intanto discutono della solita faccenda. Davanti all’ingresso del carcere, in una strada poco illuminata, mentre la macchina è incolonnata nel traffico, Campria chiede a Giovanni di fermarsi perché accusa un malore, si sente svenire. La Cinquecento si ferma dietro una Ottocentocinquanta che inaspettatamente ha superato e si è fermata davanti all’ingresso del carcere. A questo punto il figlio del giudice apre il fuoco contro Giovanni a due mani, con una rivoltella automatica e una pistola a tamburo che ha tirato fuori dal borsello. Esplode sei colpi a bruciapelo. La Cinquecento rimasta senza controllo, scivola sulla discesa e si arresta sul ciglio della strada col motore acceso. Il figlio del giudice scende dall’auto, attraversa la strada, ingerisce delle pasticche di tranquillante che ha portato con sé, poi bussa alla porta del carcere e si costituisce. Giovanni giace accasciato sul sedile della macchina, in un lago di sangue. Non è ancora morto quando alcuni automobilisti di passaggio accorrono per soccorrerlo. Non se la sentono di aspettare l’ambulanza. Pietosamente, lo caricano sulla loro auto e lo portano di corsa al vicino Pronto Soccorso, dove giunge senza vita&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"> Gli elementi incomprensibili del racconto di Campria sono diversi: &#8211; è possibile che questi decida di eliminare la sua vittima dentro un incolonnamento nel traffico, quando potrebbero esserci diversi testimoni dell’omicidio? &#8211; È possibile che un assassino decida di utilizzare due diverse pistole per compiere il suo delitto?  Ed è possibile che si venga a determinare la straordinaria coincidenza tra la Ottocentocinquanta che supera la Cinquecento per fermarsi proprio sul punto dell’omicidio e la decisione di Campria di costituirsi in quell’edificio davanti al quale si era manifestata l’azione di sangue? Le condizioni di oscurità della scena del delitto non aiutano a dare risposte in merito. Anzi, sollevano ulteriori interrogativi. La consegna del Campria dopo il delitto, e cioè la sua autoaccusa, non favorisce forse l’ipotesi che ad uccidere Giovanni Spampinato siano stati più soggetti, collocati ben più in alto nella gerarchia dei killer dello stesso figlio del magistrato, e che questi sia stato costretto ad accusare solo se stesso per chiudere la partita? Tutta l’attività di ricerca e di scoperta sul neofascismo della Sicilia orientale condotta dal giornalista del “L’Ora” induce a ritenere che egli sia stato vittima di un vero e proprio complotto, tramato con alte coperture del mondo politico e paramilitare interessato a progetti eversivi, e a impedire che quella voce libera e tragicamente solitaria, potesse condurre a scoperchiare fatti che dovevano rimanere sotto silenzio. Come su uno sfondo impercettibile. E questo sfondo non riguardava quanto doveva accadere, bensì quanto era accaduto fino al delitto Tumino, all’inizio di quel tragico 1972.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">L’episodio, di cui Campria era una figura preminente, con la rete delle complicità eversive che portavano a Junio Valerio Borghese, alle Sam, e persino alla Grecia dei colonnelli, era soltanto la punta di iceberg di un mondo sommerso e di eventi che si erano manifestati in Italia dalla data del 12 dicembre 1969, e cioè da Piazza Fontana in poi. Ma se questa era la pista, scientificamente fondata, su cui si muoveva in modo sistematico Giovanni Spampinato, quali erano i fatti che dovevano rimanere sottaciuti e che continuavano ad avere la loro efficacia operativa e strategica dentro un progetto di natura eversiva? Dopo la strage della Banca dell’Agricoltura si ha il tentativo di golpe dell’Immacolata (dicembre 1970) che segue di qualche mese la scomparsa di Mauro De Mauro, l’altro giornalista del “L’Ora” che anticipa di circa due anni e illumina meglio l’uccisione del suo giovane collega. De Mauro conosce bene certi ambienti sia per il suo mestiere di giornalista, sia anche per essere stato un elemento di spicco del nazifascismo negli anni di Salò. Conosce bene anche Borghese e lo incontra nel luglio ’70 a Palermo, durante una manifestazione pubblica in un cinema. Probabilmente sa le stesse verità che ad un certo punto Spampinato riesce ad agganciare, muovendosi con frenesia per arrivare alla costruzione del mosaico. E lo fa in un’area ritenuta immune da infiltrazioni mafiose o di natura terroristica, con un apporto certamente originale e straordinario nel panorama delle conoscenze storiche di quei fenomeni in quell’area. Non è da escludere che i due muoiano per una verità esplosiva: la scoperta delle trame che dovevano portare ad un colpo di Stato. Quello fallito di dicembre (De Mauro), e l’altro che doveva essere messo in piedi dopo (Spampinato). Questa seconda ipotesi dà continuità alla prima. Ma mentre i fatti del ’70 sono più o meno conosciuti, quelli del ’72 sono ancora ignoti. In Italia forse non si sapranno mai.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Da due Archivi di grande rilievo, distanti fra di loro diverse migliaia di chilometri, e contenenti documenti scritti da soggetti appartenenti a schieramenti politici diversi, il Kew Gardens britannico e l’Archivio nazionale dei Servizi di Sicurezza di Budapest, apprendiamo che nella seconda metà degli anni Settanta era in preparazione in Italia un colpo di Stato, voluto dalla Nato che in Sicilia aveva le sue principali basi strategiche e militari. Non c’è dubbio che qualcosa di grosso doveva essere accaduto. Lo dimostra il formicaio dei neofascisti in grande fermento nell’isola. Come aveva capito Giovanni Spampinato non si tratta di elementi isolati. Nel ’72 fascisti locali e fascisti rappresentativi sul piano nazionale tessono le loro saldature. Qualcosa si mette a punto. Il vicequestore Giuseppe Peri indaga per un altro contesto, sul rapporto tra sequestri, furti, rapine e finanziamento di attività neofasciste. Viene arrestato Pierluigi Concutelli, e l’indagine fonda alcune ipotesi su uno strano incidente aereo avvenuto il 5 maggio 1972 a Montagna Longa (Cinisi), territorio di Tano Badalamenti. Strano anche perché vi perdono la vita diverse persone vicine al giornalista ragusano. Ne conoscevano le confidenze più nascoste, e le paure: Alberto Scandone che lo aveva “reclutato” al “L’Ora” nel 1969; Angela Fais, anche lei giornalista e sua coetanea con la quale intratteneva una affettuosa e amichevole corrispondenza. Tra le vittime, guarda caso, c’era anche quel Letterio Maggiore, medico del bandito Giuliano, solito fare la spola tra Montelepre e gli Usa, una delle persone di riferimento alle quali si rivolgevano i banditi per le loro vicende. Che erano soprattutto di lotta anticomunista.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">In sostanza, alla fine degli anni Sessanta ricomincia a ripetersi il clichè della seconda metà degli anni Quaranta, quando gli Usa tentano un colpo di Stato nella penisola, per impedire l’avanzata comunista. Il piano strategico doveva essere questo: provocare un incidente per scatenare la reazione popolare e dichiarare lo stato di emergenza con la conquista del potere da parte dei militari. Ma la strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) non sortì il suo effetto. Per la realizzazione di questo progetto i neofascisti avevano fatto i patti d’acciaio con le forze militari e l’Intelligence americana.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Il primo atto di questa intesa può essere considerato il <em>Memorandum</em> consegnato ad Angleton da parte di Nino Buttazzoni, capo degli NP (Nuotatori paracadutisti) per conto di Junio Valerio Borghese, capo della Decima Mas. Anno: 1946. Dopo Portella furono gli stessi dirigenti comunisti a disporre la calma. Negli anni Settanta la situazione è per diversi aspetti analoga. L’incidente di Montagna Longa (115 vittime compresi i sette membri dell’equipaggio) che accade sopra uno spazio aereo militare impenetrabile, ben visibile però dall’autostrada Trapani-Palermo, nel tratto vicino ad Isola delle Femmine, tra Carini e Cinisi, è stato ed è un mistero sul quale la coltre del silenzio è stata stesa troppo in fretta, e che sarebbe bene che qualcuno riprendesse in considerazione. Se non altro per dare una spiegazione ragionevole dei fatti ai familiari delle vittime. Ci si chiede, infatti: è possibile che per dare la precedenza ad un altro velivolo un aereo vada a schiantarsi? Giovanni, militante comunista e corrispondente del giornale di sinistra che Vittorio Nisticò ha orientato verso il giornalismo di inchiesta, é un giovane che ha fatto del suo mestiere una fucina di impegno e di ricerca della verità. Essere giornalisti é per lui un modo per mettersi sulle tracce della conoscenza. Non quella che appare attraverso le immagini e le rappresentazioni oleografiche dei luoghi comuni, o dell’ovvietà, ma quell’altra che se ne sta, chissà da quanto tempo, sommersa e ha una sua vita ipogea, come una malattia maligna pronta a esplodere in qualsiasi momento. Perciò il lavoro di uomini come Giovanni, raramente si può incontrare nella Sicilia di quegli anni. A parte Dolci e Sciascia. E pochi altri. (Giuseppe Casarrubea)</p>
<p style="text-align:justify;">Per ascoltare l&#8217;intervista a Concutelli clicca qui sotto:</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.montagnalonga.it/La7_intervista_a_Pierluigi_Concutelli.html">http://www.montagnalonga.it/La7_intervista_a_Pierluigi_Concutelli.html</a></p>
<p style="text-align:justify;">Per leggere il Rapporto del vicequestore Peri clicca qui sotto:</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.montagnalonga.it/Il%20Rapporto%20Peri/Il%20rapporto%20Peri%201.html">http://www.montagnalonga.it/Il%20Rapporto%20Peri/Il%20rapporto%20Peri%201.html</a></p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">P.S.: Mi corre l’obbligo ringraziare Alberto Spampinato per avermi precisato l’identità di Bruno Carbone, giornalista del “L’Ora”, sincera voce democratica, che non ha nulla a che vedere col Carbone della Decima Mas di cui parlo in “Lupara nera” ed erroneamente confuso col primo.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Un giornalista scomodo: Mario Francese]]></title>
<link>http://angelaallegria.wordpress.com/2009/09/02/un-giornalista-scomodo-mario-francese/</link>
<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 17:57:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>angelaallegria</dc:creator>
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<description><![CDATA[“La mafia è come una congregazione di mutua assistenza che ha suoi uomini in ogni struttura dell’app]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">“La mafia è come una congregazione di mutua assistenza che ha suoi uomini in ogni struttura dell’apparato dello Stato e della società dove li infiltra, nell’apparente rispetto della legalità, per ricavarne vantaggi puntando sulla corruzione, sull’omertà, sul rispetto. Attraverso il suo sviluppo, la mafia ha fornito negli anni possibilità di lavoro illegale o legalizzato, solidarietà, assistenza, collaborazione in ogni iniziativa le cui finalità non sono in contrasto con i principi dell’ “organizzazione”. Ma, pur assicurando collaborazione ed assistenza ad uomini inseriti nella malavita, la mafia non si identifica con nessuna delle associazioni a delinquere che proliferano nei quartieri popolari della città. Ogni gruppo può agire nell’ambito di una zona limitata in modo autonomo, purché non infranga le regole dell’”onorata società” e non ostacoli i piani delle “famiglie” che comandano. La mafia protegge questi gruppi così come alimenta ogni iniziativa parassitaria ed antisociale non allo scopo di demolire le istituzioni dello Stato ma, piuttosto, per penetrare meglio nel tessuto sociale e trarne vantaggi sempre più grandi. Nel corso degli anni, c’è stata una vistosa evoluzione all’interno dell’organizzazione, rappresentata come una piramide il cui vertice è costituito da persone non sempre facilmente identificabili che, con criteri manageriali, manovrano le fila di complessi interessi economici a livello nazionale e internazionale. Al vertice esecutivo dell’organizzazione si giunge per meriti propri, per capacità organizzativa, forte personalità, spregiudicatezza, coraggio”.<br />
Già da queste parole tratte da un articolo di Mario Francese si intuisce la profonda analisi di fatti, eventi, episodi, eseguita con estrema cura e minuzia di particolari da un professionista indicato come simbolo del giornalismo d’inchiesta.<br />
Francese, nato a Siracusa nel 1925, aveva iniziato come telescriventista all’Ansa di Palermo, collaborato con “La Sicilia” ed approdato alla fine degli anni ’50 a “Il giornale di Sicilia”.<br />
Sin dai tempi dell’Ansa le sue capacità giornalistiche e l’esposizione fine e precisa dei fatti denotano le qualità di un giornalista di razza, uno che vuole scoprire la verità e vuole scriverla per informare veramente non fermandosi innanzi a niente e nessuno.<br />
Francese scrive di mafia, di rapporti mafia politica, intervista personaggi di spicco di Cosa nostra quali Luciano Liggio e Ninetta Bagarella, intuisce già all’inizio degli anni Settanta il ruolo fondamentale dei corleonesi, denuncia, facendo nomi e cognomi, il traffico di stupefacenti e la fitta rete di rapporti che si intrecciano non solo in Sicilia, ma anche a livello nazionale ed internazionale volti alla circolazione della nuova sostanza capace di far moltiplicare i guadagni a dismisura, parla del ruolo di don Agostino Coppola all’interno dell’organizzazione, mette per iscritto gli interessi della mafia nel Belice, nella diga Gancia.<br />
Il suo è un ruolo scomodo, una voce che non si acquieta, che urla, mettendo in luce collusioni, fornendo riscontri che risultano utili agli inquirenti.<br />
Si legge nella motivazione della sentenza sull’omicidio Francese: “una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa nostra alle istituzioni”.<br />
Per questo il 25 gennaio 1979 Mario Francese viene colpito da quattro colpi di arma da fuoco mentre tornava a casa in via Campania 15 a Palermo.<br />
Per la sua morte sono stati condannati: Totò Riina, Michele Greco detto il papa, Francesco Madonia, Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci e Leoluca Bagarella quale esecutore materiale.<br />
<strong>Angela Allegria</strong><br />
In Il Clandestino, anno 1, n.6, agosto 2009.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p><strong>Parla la madre di Giuseppe Impastato </strong></p>
<p><strong>&#8220;Né terrorista né suicida </strong><strong>. Mio figlio è stato ucciso!&#8221; </strong></p>
<p>Felicia Bartolotta difende la memoria del figlio. E&#8217; stata interrogata ieri dal magistrato &#8211; Dice di non sapere chi possano essere gli assassini. </p>
<p>&#8220;Ho solo uno scopo: riuscire a fare accertare che mio figlio Giuseppe non si è suicidato e che non era un terrorista. Io sono certa che a mio figlio hanno teso un agguato. Gli assassini hanno avuto un obiettivo: quello di fare apparire Giuseppe un sanguinario che va a fare un attentato per screditarlo agli occhi del paese, dell&#8217;opinione pubblica e dei suoi compagni di partito&#8221;.</p>
<p>Lo dice Felicia Bartolotta, madre di Giuseppe Impastato, il trentenne studente fuori corso di filosofia dilaniato da una bomba ad alto potenziale esplosa al km. 30.800 della linea ferroviaria Palermo &#8211; Trapani. La madre della vittima di Cinisi, ieri, al Palazzo di giustizia, è stata interrogata dal sostituto procuratore Domenico Signorino, che conduce l&#8217;inchiesta su questo episodio.</p>
<p>Dice Felicia Bartolotta:</p>
<p>&#8220;Mio figlio da qualche tempo dormiva da mia sorella Fara, per farle compagnia. Lunedì 8 maggio, io non l&#8217;ho visto. Ero uscita alle 10.30 per andare a prendere a Punta Raisi una mia cugina proveniente dalla California. Ma l&#8217;aereo atterrò con molto ritardo, alle 16&#8243;.</p>
<p>&#8220;Quella mattina&#8221;, continua Fara Bartolotta, la sorella, &#8220;Mio nipote si alzò tardi e uscì intorno alle 10, diretto a casa sua. Mio nipote dormiva infatti da me ma mangiava da sua madre&#8221;.</p>
<p>&#8220;Penso che sia venuto a casa. Quando ritornai dall&#8217;aeroporto, notai che in cucina c&#8217;erano resti di pane e salame&#8221;, aggiunge la madre.</p>
<p>&#8220;Giuseppe&#8221;, dice il fratello Giovanni, &#8220;avrebbe dovuto venire immancabilmente a casa per conoscere e salutare la cugina venuta dalla California e anche per cenare. Poi doveva ritornare a Radio Aut di Terrasini entro le 21 perché doveva partecipare ad una riunione politica&#8221;.</p>
<p>Giuseppe Impastato, 30 anni, era entrato all&#8217;Università dieci anni fa. Contemporaneamente aveva intrapreso  l&#8217;attività politica. E ora a Cinisi era il leader di Democrazia proletaria. &#8220;Carattere introverso, ma affettuoso&#8221;,afferma il fratello Giovanni. &#8220;Faceva attività politica a tempo pieno. Io avevo le sue idee, ma non il tempo di svolgere attività politica. Con Giuseppe comunque, discutevo di politica. Condannava le Brigate Rosse ed il terrorismo&#8221;.</p>
<p>&#8220;Nel suo comizio&#8221;, ricorda il fratello, &#8220;Giuseppe era stato polemico con la mafia e con certi personaggi mafiosi. Noi, però, non possiamo dire nulla. Siamo certi che è stato assassinato ma non abbiamo alcuna idea di chi possa essere stato l&#8217;esecutore materiale di questo infame delitto&#8221;.</p>
<p>Otto mesi fa Giuseppe e Giovanni Impastato hanno perduto tragicamente il padre Luigi, di 72 anni, morto in un incidente stradale. Come aveva reagito Giuseppe?</p>
<p>&#8220;Giuseppe, aveva risentito come me della tragedia&#8221;, risponde Giovanni Impastato. &#8220;Però, per quanto avesse accusato la perdita, non ritengo che Giuseppe non sia stato capace come me, di reagire&#8221;.</p>
<p>E&#8217; vero che Luigi Impastato era parente di Cesare Manzella, boss del clan di Liggio, dei Greco e di Badalamenti, fatto saltare nell&#8217;aprile 1963 con un&#8217;auto imbottita di tritolo abbandonata nella sua villa di Cinisi?</p>
<p>&#8220;Mio marito&#8221;, chiarisce la moglie, &#8220;era cognato di Cesare Manzella, che aveva sposato una sua sorella. Ma non capisco dove vuole arrivare&#8221;.</p>
<p>Un giornale del pomeriggio ha fatto martedì alcuni nomi legandoli alla tragica fine di suo figlio Giuseppe.</p>
<p>&#8220;Noi non abbiamo fatto alcun nome. Noi&#8221;,risponde secca Felicia Bartolotta, &#8220;non abbiamo fatto proprio né quei nomi né altri. Non abbiamo proprio alcuna idea di chi possa avere assassinato mio figlio. E poi il fatto di Cesare Manzella è lontano e con la vedova, che è sorella di mio marito, siamo in buoni rapporti&#8221;.</p>
<p>Il dottor Signorino interrompe la nostra conversazione. Nell&#8217;ufficio del magistrato Felicia Bartolotta ha sostato una decina di minuti. Ha riassunto praticamente quanto ci aveva anticipato lungo il corridoio della Procura.</p>
<p><strong>Mario Francese</strong></p>
<p>In Giornale di Sicilia 18.5.1978</p>
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<title><![CDATA[Ilaria Alpi e Miran Horvatin. Nessuna verità ma tante "Carte false"]]></title>
<link>http://federicagiordani.wordpress.com/2009/06/01/ilaria-alpi-e-miran-horvatin-nessuna-verita-ma-tante-carte-false/</link>
<pubDate>Mon, 01 Jun 2009 07:44:32 +0000</pubDate>
<dc:creator>federicagiordani</dc:creator>
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<description><![CDATA[Milano, 1 giugno 2009 ( La Voce d&#8217;Italia) Il 20 Marzo del 1994 sono stati uccisi due giornalis]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><em><img class="size-full wp-image-231 aligncenter" title="27811" src="http://federicagiordani.wordpress.com/files/2009/06/27811.jpg" alt="27811" width="288" height="400" /></em><em></em></p>
<p style="text-align:left;"><em><br />
Milano, 1 giugno 2009 ( La Voce d&#8217;Italia)</p>
<p></em>Il 20 Marzo del 1994 sono stati uccisi due giornalisti “che non avevano tradito il loro mestiere”: Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Horvatin. Erano in Somalia, a Mogadiscio, quando un commando ha assaltato la gip sulla quale si trovavavo insieme all&#8217;unico uomo di scorta somalo, mentre l&#8217;altro si era reso irreperibile. Ilaria e Miran sono stati uccisi con due colpo di pistola, sparati a distanza ravvicinata, nel caso di Ilaria “a contatto con il capo” come ha dichiarato il perito medico Giulio Sacchetti il 23 aprile 1994: un&#8217;esecuzione. </p>
<p>Dopo 15 anni un libro inchiesta “Carte false. L&#8217;assassinio di Ilaria Apli e Miran Horvatin. Quindici anni senza verità” a cura di Roberto Scardova, vice caporedattore e inviato speciale del Tg3, mette di nuovo sul piatto<br />
dell&#8217;informazione, la lunghissima serie di falle che ricoprono il percorso verso la verità di quell&#8217;omicidio.<strong> La parola che si ripete con più frequenza nel testo è “Perchè?”</strong> come in tutti i misteri che meritino questo appellativo, un mistero particolare perchè, qui la sostanza è che sappiamo e abbiamo anche le prove. Prove di un evidente non volontà di arrivare ai mandanti di quell&#8217;omicidio, di voler insabbiare tra la terra della Somalia i traffici illeciti italiani, quei traffici dei quali Ilaria si stava occupando. </p>
<p>Quello edito da Edizioni Ambiente non è il primp libro sul caso Alpi-Horvatin, ma sembra <strong>non essere mai sufficiente il lavoro</strong> di chi mette in fila i semplici fatti, per scuotere l&#8217;opinione pubblica, la politica, i media. Aembrano non bastare le evidenze sulle coperture, sulla manomissione delle prove, sui taccuini di Ilaria spariti (3 su 6) durante il viaggio di ritorno delle due salme in Italia, sulle cassette di Miran, alcune sparite, altre manomesse (mancano interi stralci di interviste fatte al Sultano di Bosaso, il materiale “forte” di cui Ilaria parlava al telefono con i colleghi del Tg3), sulla macchina Toyota su cui viaggavano i due giornalisti che ha sui sedili tracce di sangue che non appartengono ad Ilaria. Non basta. </p>
<p><strong>Non è bastato alla Commissione d&#8217;Inchiesta parlamentare</strong> apertasi nel 2004 e chiusa due anni dopo con un nulla di fatto, o meglio con una menzogna. Il presidente di quella commissione era Carlo Taormina e la conclusione fu che i due giornalisti erano eroi perchè morti, ma non perchè stessero lavorando su materiale compromettente, a Bosaso erano solo andati a fare dei “bagni di mare”. Una vacanza, insomma, finita con un tentativo di sequestro andato male. Non contava che Ilaria insieme a Miran, avesse messo le mani, gli occhi e tutti gli acuti sensi di reporter su uno scandalo evidente: l&#8217;Italia dava armi alla Somalia, in guerra civile, in cambio di rifiuti tossici da smaltire nei cantieri delle nuove strade, nel mare. </p>
<p><strong>Ora il caso è stato riaperto</strong> dal Gip Emanuele Cersosimo, poichè troppi sono i “perchè?” rimasti senza risposta. Nel frattempo libri come “Carte false” tornano a parlare di quei fatti, raccontano, riaprono ferite italiane che non si sono cicatrizzate, almeno non nell&#8217;anima di chi cerca la verità come facevano Ilaria e Miran.</p>
<p>Scardova Roberto (a cura di), <em>Carte false. L&#8217;assassinio di Ilaria Apli e Miran Horvatin. Quindici anni senza verità</em>, Edizioni Ambiente, collana Verde Nero, pp. 187, euro 14,00</p>
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<title><![CDATA[Anna Politkovskaja: per non dimenticare]]></title>
<link>http://federicagiordani.wordpress.com/2009/05/08/anna-politkovskaja-per-non-dimenticare/</link>
<pubDate>Fri, 08 May 2009 08:58:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>federicagiordani</dc:creator>
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<description><![CDATA[Milano, 5 maggio 2009 (Cronaca Qui) Nella foto: la foto di Anna, davanti all&#8217;albero e al cippo]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-146" title="P1090409" src="http://federicagiordani.wordpress.com/files/2009/05/p1090409.jpg" alt="P1090409" width="250" height="376" /></em></p>
<p style="text-align:left;"><em>Milano, 5 maggio 2009 (Cronaca Qui)<br />
Nella foto: la foto di Anna, davanti all&#8217;albero e al cippo commemorativo al Giardino dei Giusti</em></p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>Sei nuovi alberi </strong>per celebrare e ricordare altri giusti. Da ieri a Montestella, il Giardino dei Giusti, inaugurato sei anni fa, ospita sei nuovi cippi commemorativi e sei nuovi alberi dedicati a persone che hanno lottato per l&#8217;affermazione dei diritti dell&#8217;uomo, per la giustizia, per la pace, per aver fatto del bene al prossimo e che per questo sono stati uccisi.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>I nuovi cippi commemorativi</strong> sono stati dedicati al giornalista armeno Hrant Dink, al professore di filosofia Dusko Condor, ucciso nel &#8216;97 dopo aver testimoniato presso il Tribunale contro i crimini di guerra su un eccidio di 26 musulmani commesso da nazionalisti serbi, Abdul Wahab, per aver salvato la vita a numerose famiglie ebree durante l&#8217;occupazione nazista della Tunisia, il console italiano Pierantonio Costa che durante i massacri nel Rwanda salvò 2.000 persone, a 440 italiani che salvarono la vita ad ebrei durante la seconda guerra mondiale, ed infine alla giornalista russa Anna Politkovskaja ammessa al giardino dei giusti dopo una raccolta di più di 1500 firme in tutta la città. Alla cerimonia era presente anche la figlia della giornalista uccisa il 7 ottobre del 2006 perchè descrisse il massacro ceceno e spesso si oppose alla politica del governo di Putin.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong>Alla celebrazione</strong> hanno partecipato anche il sindaco di Milano Letizia Moratti, il presidente del consiglio comunale, Manfredi Palmeri, il presidente del Comitato per la Foresta mondiale dei Giusti, Gabriele Nissim, Claudia De Benedetti per l&#8217;Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Emanuele Fiano e una delegazione di consiglieri comunali.</p>
<p style="margin-bottom:0;"> </p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Il Cavaliere e lo Zar: mitra mimati e mitra veri]]></title>
<link>http://salpetti.wordpress.com/2008/04/19/il-cavaliere-e-lo-zar-mitra-mimati-e-mitra-veri/</link>
<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 14:00:58 +0000</pubDate>
<dc:creator>salpetti</dc:creator>
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<description><![CDATA[Silvio Berlusconi non si è ancora insediato come Presidente del Consiglio e già ne ha combinata una ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><img class="alignnone size-medium wp-image-145" src="http://salpetti.wordpress.com/files/2008/04/primoberluscamitra.jpg" alt="" width="150" height="175" /></p>
<p style="text-align:justify;">Silvio Berlusconi non si è ancora insediato come Presidente del Consiglio e già <a href="http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_48403772.html" target="_blank">ne ha combinata </a>una delle sue: durante la <strong>conferenza stampa</strong> congiunta con <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Putin" target="_blank">Vladimir Putin</a>, il Cavaliere ha mimato il gesto di sparare con un mitra ad <strong>una giovane giornalista</strong> <strong>russa</strong> che aveva appena posto una domanda imbarazzante sulla vita privata di quello che viene considerato <a href="http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=476" target="_blank">l&#8217;ultimo Zar </a>di Russia.</p>
<p style="text-align:justify;">Il gesto di per se <strong>è stupido</strong> e a certe esternazioni &#8220;ironiche&#8221; di Berlusconi ormai ci siamo abituati. La gravità dell&#8217;accaduto è dovuta al fatto che in Russia, durante la presidenza di Putin <strong>sono stati uccisi </strong>(o sono spariti senza lasciare traccia) decine di giornalisti scomodi, tra questi  <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Anna_Politkovskaya" target="_blank">Anna Politkovskaya</a>, &#8220;colpevole&#8221; di aver denunciato <strong>le nefandezze compiute dalla Russia in Cecenia</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Se <strong>la scenetta berlusconiana</strong> fosse accaduta durante un incontro con qualsiasi altro uomo politico, quindi, sarebbe stata liquidata come l&#8217;ennesimo <em>scherzetto</em> del Cavaliere, ma <strong>in presenza di Putin</strong> ha assunto tutto un altro significato. Lo <em>Zar</em> ha guadato Berlusconi mentre mimava il gesto di sparare alla giornalista e serissimo, con gli occhi di ghiaccio, ha annuito con la testa rispondendo freddamente alla domanda. Alla fine ha lanciato un monito ai giornalisti Russi presenti: <strong>nessuno &#8220;metta il naso&#8221; nelle mie faccende private!!!</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Il segretario della <strong>Federazione nazionale della stampa</strong>, Franco Siddi, ha commentato così l&#8217;episodio: &#8220;<em>Silvio Berlusconi ha liberato la sua ennesima battuta, battute che a volte fanno ridere e a volte sono meno divertenti. Malgrado la sua ironia non riesce infatti sempre a comunicare a tutti che questo è il suo modo di fare e che vuole essere sottile. Tuttavia a volte le battute possono essere imbarazzanti</em> &#8211; aggiunge Siddi &#8211; <em>se si considera che in Russia negli ultimi dieci anni sono morti più di 200 giornalisti e che non si sono mai trovati gli assassini</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align:justify;">Insomma, Berlusconi ancora si deve insediare e<strong> già ne combina una delle sue in mondovisone</strong>. Se ha iniziato così alla grande,<strong> chissà fra 5 anni!!! <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </strong></p>
</div>]]></content:encoded>
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