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	<title>giuseppe-ayala &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "giuseppe-ayala"</description>
	<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 00:39:16 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Borsellino, l'ira della famiglia: "Dalla Cassazione pietra tombale"]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/11/19/borsellino-lira-della-famiglia-dalla-cassazione-pietra-tombale/</link>
<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 19:38:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Borsellino, l&#8217;ira della famiglia: &#8220;Dalla Cassazione pietra tombale&#8221;. Scritto da Gi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=2083:borsellino-lira-della-famiglia-qdalla-cassazione-pietra-tombaleq&#38;catid=19:i-mandanti-occulti&#38;Itemid=39">Borsellino, l&#8217;ira della famiglia: &#8220;Dalla Cassazione pietra tombale&#8221;</a>.</p>
<blockquote><p><span class="small">Scritto da Giuseppe Lo Bianco &#8211; Sandra Rizza </span></p>
<p><em>La sentenza: “L’agenda rossa mai stata a via D’Amelio” Stragi del ‘92, i pm negli uffici del Servizi segreti.</em></p>
<p>L’agenda rossa di <strong>Paolo Borsellino</strong> come la mafia di trent&#8217;anni fa: non esiste. O meglio, non è mai esistita all&#8217;interno della borsa del magistrato, ritrovata il giorno dell&#8217;esplosione in via D&#8217;Amelio. Lo sostiene la sesta sezione penale della Corte di Cassazione, che ha depositato le motivazioni della sentenza con cui conferma il proscioglimento del colonnello <strong>Giovanni Arcangioli</strong> dall&#8217;accusa di aver rubato e fatto sparire il documento. Per la Cassazione &#8221;gli unici accertamenti compiuti in epoca prossima ai fatti portavano ad escludere addirittura che la borsa presa in consegna da Arcangioli contenesse un&#8217;agenda, come da quest&#8217;ultimo sempre sostenuto&#8221;. <strong>Agnese e Manfredi Borsellino</strong>, la vedova e il figlio del magistrato ucciso, non nascondono la propria amarezza: &#8221;Possiamo solo ribadire che quel giorno Paolo Borsellino si è recato in via D&#8217;Amelio portando l&#8217;agenda con sè&#8221;. Quella domenica 19 luglio del 1992, infatti, Agnese si trovava con il marito e alcuni amici nel villino di famiglia e appena un&#8217;ora prima dell&#8217;esplosione vide il marito con l&#8217;agenda. Nei mesi scorsi, la vedova Borsellino ha ribadito ancora una volta questa circostanza ai pm di Caltanissetta. Oggi la Cassazione sembra cancellare la sua testimonianza. <strong>Rita Borsellino</strong>, eurodeputato del Pd, dichiara: “Incredibile. Quell’agenda allora ci dicano dov&#8217;è finita&#8221;. “Adesso &#8211; dice con ironica amarezza <strong>Salvatore Borsellino</strong> &#8211; bisognerebbe incriminare la vedova per aver dichiarato il falso. Come si fa a prendere per buona la testimonianza di una persona, peraltro imputata, che ha dato tre o quattro versioni diverse dello stesso fatto?&#8221;.</p>
<p>Il riferimento è allo stesso Arcangioli, che dopo aver chiamato in causa due magistrati (<strong>Alberto Di Pisa</strong> e <strong>Vittorio Teresi</strong>) che non erano presenti in via D&#8217;Amelio nell&#8217;immediatezza della strage, ha cambiato versione sui suoi movimenti attorno a quella borsa sostenendo alla fine di averla aperta alla presenza dell&#8217; ex pm <strong>Giuseppe Ayala</strong>, e di non avervi trovato l&#8217;agenda. Circostanza che Ayala ha poi negato. La Cassazione adesso da&#8217; credito all&#8217;ufficiale e fa calare una pietra tombale sulla sparizione del documento che secondo numerosi magistrati e investigatori antimafia racchiude il mistero dell&#8217;uccisione di Borsellino. L&#8217;agenda rossa, infatti, col suo potenziale di segreti, è considerata la &#8216;&#8217;scatola nera&#8221; della Seconda Repubblica. Per il procuratore aggiunto di Palermo, <strong>Antonio Ingroia</strong>, che indaga sulla trattativa Stato-mafia, in quell&#8217;agenda &#8221;c&#8217;è la chiave della strage di via D&#8217;Amelio . È improbabile che sia andata distrutta, più logico pensare che sia in mano a qualcuno che la possa usare come arma di ricatto&#8221;. Secondo il procuratore capo di Caltanissetta <strong>Sergio Lari</strong> &#8221;non è una possibilità fantascientifica che dentro quell&#8217;agenda ci fossero degli appunti di Borsellino su un possibile negoziato tra lo Stato e le cosche, perchè si ponesse fine alle stragi&#8221;.</p>
<p>E intanto proprio riguardo alle stragi i pm di Palermo e Caltanissetta &#8211; <strong>Messineo</strong> e <strong>Lari</strong> &#8211; stanno esaminando una serie di documenti riservati su via D’Amelio e Capaci contenuti negli archivi dei servizi segreti. I magistrati &#8211; come <a class="blank" href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/pm-negli-uffici-dei-servizi/2115004&#38;ref=hpsp" target="_blank">scrive</a> oggi <em>L’espress</em><em>o</em> &#8211; hanno notificato ieri al prefetto <strong>Gianni De Gennaro</strong>, direttore del Dis (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) un ordine di esibizione degli atti finora rimasti top secret.</p>
<p><strong>Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (</strong><a class="blank" href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578" target="_blank"><strong>il Fatto Quotidiano</strong></a><strong>, 19 novembre 2009)</strong></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Sabato 26 settembre.]]></title>
<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/09/28/sabato-26-settembre/</link>
<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 18:54:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
<guid>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/09/28/sabato-26-settembre/</guid>
<description><![CDATA[Non serve che vi racconti il corteo, è facile immaginarlo o vederne le immagini su youtube: fra le m]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Non serve che vi racconti il corteo, è facile immaginarlo o vederne le immagini su youtube: fra le mille e le duemila persone, con un libretto rosso in mano, che hanno camminato da piazza Bocca della Verità fino a piazza Navona, passando per piazza Venezia e per via delle Botteghe Oscure. Non serve che vi riassuma gli interventi perché trovate anche quelli; né posso discuterli o spiegarli perché sarebbe o lungo o riduttivo ed in alcuni casi inutile o per me impossibile.</p>
<p><!--more--></p>
<p>Voglio riflettere sul perchè quelle persone erano lì. Nel corso di una crisi economica gravissima, con centinaia di migliaia di neodisoccupati, non sono i sindacati a scendere in piazza. Non sono i partiti. Ma è un gruppo eterogeneo di soggetti che sfila con un libretto rosso in mano (!) e che, al culmine della serata, si infiamma alle parole di un vicequestore (!!) sospeso dal servizio per un battibecco su  facebook con un giornalista (!!!), quando questi spiega che nel computer di un magistrato ammazzato diciassette anni fa con mezza tonnellata di tritolo (!!!!), sequestrato presso il Ministero della Giustizia (!!!!!), furono alterati alcuni file .doc ma non i corrispondenti file .bac (!!!!!!).</p>
<p>Se qualcuno avesse ancora dubbi sul fatto che viviamo in un paese dove si è perso il senso delle cose, la serata di sabato scorso lo avrebbe convinto. Non serve più scavare nei segreti oscuri della nostra storia recente per trovare le prove della sconvolgente doppia realtà in cui viviamo. Per cogliere come la nostra vita pubblica abbia una falsa facciata rispettabile e composta che nasconde un osceno verminaio. Una simulazione di stato di diritto in realtà regredito ad una forma premoderna fatta di arbìtri feudali e basata sulla violenza. Una democrazia svuotata, i cui principi sono stati piegati alle pretese di un ceto criminale e truce che depreda le persone e ne devasta le coscienze.</p>
<p>Non serve scavare.</p>
<p>Bastano le occasionali parole di un cameriere di piazza Navona che, ignorando sicuramente la sua storia, dice che nello stabile sopra il bar abita Giuseppe Ayala. Lui, quello che camminava fianco a fianco a Giovanni Falcone, vantandosi della di lui amicizia; che accorse in via d’Amelio pochi minuti dopo l’esplosione del 19 luglio 1992; che grazie alla notorietà di magistrato antimafia divenne deputato, senatore e sottosegretario. Dimenticandosi ben presto la lezione del suo collega.</p>
<p>Bastano le parole di Marco Travaglio contro Luciano Violante, grande amico in passato di quel Giancarlo Caselli che, dopo aver ricostruito la Procura di Palermo, devastata dal CSM prima e dalle bombe poi; dopo aver portato a processo ed al carcere centinaia di boss, ridando un’effimera speranza di riscatto al popolo siciliano, fu scaraventato in un angolo come un pazzo visionario per aver osato alzare gli occhi verso i legami fra la mafia e la politica. La stessa sorte riservata da Mussolini al prefetto Mori e, dopo di lui, a tantissimi altri; magistrati, poliziotti, giornalisti.</p>
<p>I mille dell’agenda rossa non si sono mai illusi di avere al loro fianco Ayala o Violante, o alcun altro come loro. Consapevoli di essere un’esigua minoranza in un paese assuefatto al sopruso delle organizzazioni criminali cui una politica complice consente di dettare legge.</p>
<p>“Questa Italia non mi piace” ha detto nel suo intervento di chiusura Salvatore Borsellino. E come potrebbe essere altrimenti? Come può piacere quest’Italia immorale e criminale, che accetta il ricorso al delitto, anzi lo incoraggia, come strumento per raggiungere il successo economico, unico metro condiviso per misurare la qualità delle persone?</p>
<p>Nel 1860 furono poche centinaia di uomini, con una camicia rossa addosso, a navigare da Quarto a Marsala con l’idea di fare dell’Italia un paese moderno. Nel 1943 furono poche centinaia di uomini, con una fascia rossa al braccio, a salire sulle montagne per spiegare a chi scappava dai nazifascisti che era possibile ricostruire il paese. Nel primo decennio del ventunesimo secolo, in poche centinaia, con un’agenda rossa in mano, si sono trovati a Roma per dirsi che i diritti degli italiani sanciti dalla Costituzione repubblicana vanno difesi dalla violenza mafiosa.</p>
<p>Se sarà, non saranno gli italiani a salvarsi. Senza il sostegno degli inglesi, Garibaldi sarebbe stato ributtato a mare. Senza l’avanzata alleata, i partigiani sarebbero stati spazzati via. Ancora una volta dobbiamo sperare che dall’estero vengano a darci una mano. Più che sventolare agende, noi non sappiamo fare.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1100" title="agendarossa" src="http://sentieriepensieri.wordpress.com/files/2009/09/agendarossa.jpg" alt="agendarossa" width="450" height="299" /></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Verso la manifestazione "Agenda Rossa" del 26 settembre - I video sull'evento]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/09/22/verso-la-manifestazione-agenda-rossa-del-26-settembre-i-video-sullevento/</link>
<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 20:28:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Verso la manifestazione &#8220;Agenda Rossa&#8221; del 26 settembre &#8211; I video sull&#8217;event]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=1732:verso-la-manifestazione-qagenda-rossaq-del-26-settembre-i-video&#38;catid=18:i-video&#38;Itemid=33">Verso la manifestazione &#8220;Agenda Rossa&#8221; del 26 settembre &#8211; I video sull&#8217;evento</a>.</p>
<blockquote><p><span style="color:#0000ff;"><strong><span style="font-size:16px;">Manifestazione &#8220;Agenda Rossa&#8221; &#8211; 26 settembre 2009 (Roma</span></strong><span style="font-size:16px;">)</span></span><span style="font-size:16px;"><br />
</span></p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/8na4ZtoHYCM&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/8na4ZtoHYCM&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p><span style="font-size:16px;"><span style="color:#0000ff;"><strong>Le inchieste sulla strage di via D&#8217;Amelio</strong></span></span></p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/HzDStunJBjs&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/HzDStunJBjs&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Blog di Beppe Grillo - Verità di Stato e verità di mafia]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/08/24/blog-di-beppe-grillo-verita-di-stato-e-verita-di-mafia/</link>
<pubDate>Mon, 24 Aug 2009 18:20:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/08/24/blog-di-beppe-grillo-verita-di-stato-e-verita-di-mafia/</guid>
<description><![CDATA[Blog di Beppe Grillo &#8211; Verità di Stato e verità di mafia Sommario della puntata: Massimo Cianc]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.beppegrillo.it/2009/08/passaparola_lun_32.html">Blog di Beppe Grillo &#8211; Verità di Stato e verità di mafia</a></p>
<blockquote><p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/qSy6aDJdXQM&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/qSy6aDJdXQM&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p><em>Sommario della puntata:</em><br />
<a href="http://www.beppegrillo.it/2009/08/passaparola_lun_32.html#pp1"><span style="text-decoration:underline;">Massimo Ciancimino comincia a parlare</span></a><br />
<a href="http://www.beppegrillo.it/2009/08/passaparola_lun_32.html#pp2"><span style="text-decoration:underline;">Il “papello”, i Servizi Segreti e la copertura politica della trattativa</span></a><br />
<a href="http://www.beppegrillo.it/2009/08/passaparola_lun_32.html#pp3"><span style="text-decoration:underline;">Parla Ciancimino, parlano tutti.</span></a><br />
<a href="http://www.beppegrillo.it/2009/08/passaparola_lun_32.html#pp4"><span style="text-decoration:underline;">Ayala: “Mancino ha incontrato Borsellino&#8230; o forse no”</span></a><br />
<a href="http://www.beppegrillo.it/2009/08/passaparola_lun_32.html#pp5"><span style="text-decoration:underline;">Ciampi e il suo telefono a Palazzo Chigi “manomesso”</span></a><br />
<a href="http://www.beppegrillo.it/2009/08/passaparola_lun_32.html#pp6"><span style="text-decoration:underline;">Il cerino in mano</span></a></p>
<p><em>Testo:</em><br />
&#8220;Buongiorno a tutti, ben ritrovati dopo le vacanze anche se magari qualcuno c&#8217;è ancora. Io no, purtroppo.<br />
Vorrei parlare subito di una questione che secondo me segnerà questa stagione della politica, dell&#8217;informazione, della cronaca, della giustizia ed è probabilmente la vicenda più importante che si sta svolgendo, anche se i giornali ne parlano poco, tra alti e bassi, tra fiammate e docce gelate. Anzi, forse proprio per il fatto che i giornali ne parlano poco, tanto per cambiare.<br />
E&#8217; la faccenda di questi improvvisi squarci che si sono aperti quest&#8217;estate sulla vicenda della trattativa tra lo Stato e la mafia nel 1992, che poi null&#8217;altro è se non il paravento che cela i mandanti esterni, i suggeritori occulti delle stragi del 1992, almeno per quanto riguarda quella di Borsellino, e del 1993 di Roma, Firenze e Milano.<br />
Ci sono molte novità che è difficile notare: eppure basta incrociare e confrontare ciò che esce sui giornali, senza bisogno di andare a vedere verbali giudiziari che sono ancora segreti e quindi né io né voi possiamo conoscere. Già quello che si è letto sui giornali è piuttosto significativo su quello che sta venendo fuori e io penso che se ci sarà una spinta dal basso della società civile, se qualcuno sul fronte politico prenderà finalmente sul serio questa faccenda e se i magistrati verranno lasciati lavorare, soprattutto quelli di Palermo, Caltanissetta e Firenze che sono quelli competenti per materia e per territorio sulle trattative del “papello”, Palermo sui mandanti delle stragi. Si potrebbe riuscire a capire chi sono i veri padri fondatori della Seconda Repubblica che, come forse avete sentito dire, non è nata a differenza della Prima dalla Resistenza ma proprio dalle stragi, dalle trattative, dalle bombe e dal sangue dei morti.<br />
E&#8217; sempre meglio ricapitolare per evitare di dare qualcosa per scontato e acquisito, in modo che chiunque incamera il Passaparola sappia com&#8217;è cominciata la vicenda e a che punto è arrivata.<br />
Dopodiché ci ritorneremo se, come spero, avrà degli sviluppi.</p>
<div id="pp1"><strong>Massimo Ciancimino comincia a parlare</strong></div>
<p>La vicenda comincia semplicemente con le interviste di questo personaggio molto interessante, singolare, sicuramente molto chiacchierone, cioè Massimo Ciancimino, figlio dell&#8217;ex sindaco mafioso di Palermo Vito, il quale per anni è stato indagato dalla procura di Palermo, ha avuto il torto di dover gestire il patrimonio di suo padre, è stato accusato di riciclaggio – lui dice che non è riciclaggio, si vedrà, questo a noi interessa poco. E&#8217; stato condannato in primo grado per riciclaggio, adesso si sta battendo in appello. Di certe cose non aveva parlato ai magistrati fino a un anno fa, anche perché aveva come l&#8217;impressione che la vecchia procura di Palermo non fosse molto interessata ad alzare il tiro sugli alti livelli istituzionali e politici frequentati da suo padre; invece poi fa sapere ai magistrati della nuova Procura di Palermo, quella retta dal Procuratore Messineo – per intenderci – da un paio d&#8217;anni che ha come l&#8217;impressione che abbia più interesse a toccare certi altarini e quindi comincia ad affrontare temi che prima aveva lasciato perdere.<br />
Anche perché si era reso conto che quando gli avevano perquisito la casa, stranamente, i Carabinieri non erano nemmeno andati ad aprire la cassaforte che pure era visibile anche da un bambino, ma stiamo parlando di vicende ricorrenti, ricorderete che i Carabinieri del Ros non entrarono nemmeno nella casa di Riina: il motto di certi servitori dello Stato, soprattutto a Palermo, è “non aprite quella porta e non aprite quella cassaforte”, forse perché sanno già quello che ci troverebbero dentro.<br />
In ogni caso, questa era la ragione della sua impressione sulla vecchia gestione della Procura, tanto più che poi in casa gli avevano trovato la lettera di Provenzano a Berlusconi e invece di utilizzarla nei processi i magistrati della vecchia Procura l&#8217;avevano lasciata marcire in uno scatolone per cui quelli della nuova Procura l&#8217;hanno tirata fuori e recuperata in extremis per versarla nel processo Dell&#8217;Utri che, fra l&#8217;altro, riprenderà fra meno di tre settimane.<br />
Ciancimino comincia dunque ad alzare il tiro e a raccontare ai magistrati di Palermo cosa faceva suo padre, perché tutto ciò che Ciancimino racconta lo ha visto fare da suo padre insieme a esponenti delle istituzioni oppure l&#8217;ha sentito raccontare sempre da suo padre, che è morto. Padre che gli avrebbe addirittura dettato un memoriale che sarebbe nascosto da qualche parte: sapete che Ciancimino ha carte interessanti nascoste in giro per il mondo e si spera che prima o poi si decida a consegnarle alla magistratura. Ci sono altre due lettere attribuite a Provenzano e rivolte a Berlusconi, in originale o in copia, ci sarebbe il famoso “papello” della trattativa tra Riina e i Carabinieri del Ros e i loro mandanti rimasti anch&#8217;essi ancora occulti, e poi ci sarebbe questo memoriale dettato da Vito Ciancimino e dattiloscritto da Massimo.<br />
Inizia a raccontare dei rapporti tra suo padre e il capitano De Donno e il Colonnello Mori e li data – la trattativa poi sfociata nel papello – tra la strage di Capaci e quella di Via D&#8217;Amelio. Parliamo del mese di giugno del 1992: dopo che uccidono Falcone si fanno avanti i Carabinieri con Ciancimino.<br />
Questa è già una prima novità perché inizialmente si pensava che la trattativa fosse iniziata dopo la strage di Via D&#8217;Amelio, invece no, pare che inizi prima e questo è molto importante perché molti magistrati e investigatori sono convinti che la strage di Via D&#8217;Amelio sia stata provocata proprio dalla trattativa tra i Carabinieri e Totò Riina in quanto questo, dopo aver eliminato Falcone, riceve da qualcuno l&#8217;input che bisogna eliminare anche Borsellino perché la strage di Capaci ha sortito l&#8217;effetto di attivare lo Stato a trattare con la mafia ma Borsellino lo è venuto a sapere, si oppone e quindi va eliminato: ostacolo da rimuovere sulla strada della trattativa. Quindi, la datazione dell&#8217;inizio della trattativa tra gli uomini del Ros e Ciancimino è fondamentale e Massimo Ciancimino a cavallo tra la strage di Capaci e quella di Via D&#8217;Amelio, giugno 1992.<br />
Poi racconta che suo padre aveva rapporti intimi e costanti con Bernardo Provenzano, fino al 2000 quando il padre rimase agli arresti domiciliari.<br />
Racconta che la trattativa dei Carabinieri fu soprattutto con Provenzano piuttosto che con Riina e questo spiegherebbe per quale motivo a un certo punto Riina si ritrova i Carabinieri davanti a casa: cresce l&#8217;ipotesi che sia stato venduto da Provenzano e Ciancimino ai Carabinieri in cambio del cambio di rotta della mafia più trattativista e meno stragista – Provenzano è più trattativista, Riina è lo stragista – e quindi dell&#8217;alleggerimento della pressione dello Stato sulla mafia e del fatto che Provenzano diventa il capo indiscusso di Cosa Nostra dopo l&#8217;arresto di Riina e che però le carte di Riina non si prendono, si lasciano a Provenzano, e che lo stesso Provenzano non si prende e questo ci ricollega al processo in corso a Palermo a carico, tanto per cambiare, del Generale Mori per non avere catturato Provenzano già nel 1995 quando il Colonnello Riccio, un altro ufficiale del Ros, lo aveva segnalato presente in un casolare di Mezzojuso.<br />
Ciancimino racconta poi di avere visto lui il “papello”, cioè il foglio di carta con l&#8217;elenco delle cose che Riina o Provenzano, o Riina e Provenzano, chiedevano ai Carabinieri in cambio della cessazione delle stragi, “papello” che nel prosieguo della trattativa nell&#8217;autunno del 1992 dopo che era stato ucciso anche Borsellino fu consegnato a vari referenti tra i quali, dice Massimo Ciancimino mentre il generale Mori nega, al generale Mori.</p>
<div id="pp2"><strong>Il “papello”, i Servizi Segreti e la copertura politica della trattativa</strong></div>
<p>Dice però che il “papello” fece un tragitto un po&#8217; più complicato: i capi di Cosa Nostra lo fecero pervenire a Vito Ciancimino, lui lo passò a un certo Carlo che era un uomo dei Servizi Segreti che gli stava accanto da una trentina d&#8217;anni – pensate, c&#8217;era un uomo dei Servizi Segreti, un certo Carlo, che accompagnava la vita e la carriera di un sindaco mafioso come Ciancimino per conto dello Stato. Quindi Ciancimino da&#8217; prima il “papello” a Carlo e questo lo da&#8217; a Mori, questo è molto importante perché Ciancimino per quanto riguarda le istituzioni si fida di questo Carlo che da trent&#8217;anni sta al suo fianco mentre Mori si è fatto avanti più di recente.<br />
Ciancimino, il figlio, ricorda che suo padre per trattare – dato che a trattare tra Stato e mafia c&#8217;è da lasciarci le penne se si fa qualche passo falso – aveva preteso delle coperture politiche, che dovevano essere da parte del governo. Nel senso: chi è questo Mori che fa la trattativa? Sarà mica una sua iniziativa personale? No, ci deve essere dietro lo Stato altrimenti mica ci mettiamo a trattare. Chi lo manda Mori? Chi è d&#8217;accordo con la trattativa avviata da Mori? Dice Massimo Ciancimino, anche questo tutto da verificare naturalmente ma sono gli squarci che si stanno aprendo e quindi li dobbiamo raccontare così come li sappiamo, per quanto riguarda il governo la copertura chiesta da Ciancimino doveva darla il nuovo ministro dell&#8217;Interno Nicola Mancino, per quanto riguardava l&#8217;opposizione la copertura la doveva dare il rappresentante per i problemi della giustizia Luciano Violante, di lì a poco diventato presidente della Commissione Antimafia.<br />
Insomma, sono d&#8217;accordo il governo e l&#8217;opposizione che lo Stato tratti con la mafia dopo la strage di Capaci e dopo la strage di Via D&#8217;Amelio? Questo vuole sapere Ciancimino per andare avanti con la trattativa. Infatti, si informa presso il signor Carlo – che secondo alcuni si chiamerebbe Franco, ma insomma&#8230; &#8211; che è appunto l&#8217;uomo dei Servizi affinché si informi di chi sta alle spalle di Mori. Dopodiché la trattativa prosegue, segno che le informazioni vanno a buon fine cioè che arrivano le garanzie che la destra e la sinistra, almeno il pentapartito perché in quel momento non c&#8217;era il centrodestra ma il pentapartito ovvero DC, Psi, partiti laici minori da una parte e PDS all&#8217;opposizione, non erano contrari. Anzi, secondo Massimo Ciancimino non era contrario il governo mentre la copertura di Violante va in fumo in quanto Violante rifiuta di incontrare Vito Ciancimino.<br />
Quando poi viene catturato Vito Ciancimino nel dicembre del 1992 la trattativa si interrompe anche perché un mese dopo viene arrestato Riina ma non viene perquisito il covo, e sapete quello che succede dopo: secondo i giudici di Palermo dopo la trattativa dei Carabinieri interrotta dall&#8217;arresto di Ciancimino e un mese dopo di Riina parte un&#8217;altra trattativa, ammesso che fosse un&#8217;altra e non il prosieguo della stessa, che coinvolge Dell&#8217;Utri il quale fornisce poi le garanzie sulla nascita di Forza Italia, garanzie che verranno ritenute sufficienti da Provenzano tant&#8217;è che questo smetterà dopo la stagione delle stragi del 1993 di sparare e inaugurerà la lunga pax mafiosa che dura anche oggi.<br />
Ecco, in quel periodo si inseriscono le tre lettere che Provenzano manda a Berlusconi: una all&#8217;inizio del 1992, prima delle stragi, segno che c&#8217;erano già dei rapporti con Dell&#8217;Utri perché era lui a fare il postino: la lettera Provenzano la dava a Ciancimino, che la dava a Dell&#8217;Utri che la dava a Berlusconi, tre volte questo sarebbe successo, la seconda volta alla fine del 1992 dopo le stragi e la terza all&#8217;inizio del 1994 quando Berlusconi si getta in politica, e questa è la lettera di cui i magistrati hanno una metà tagliata nella quale Provenzano o chi per lui si rivolge a Berlusconi chiamandolo “onorevole”. Stiamo parlando di un Berlusconi già diventato politico quindi non prima del 1994.<br />
Richieste di aiuti, promesse di sostegno politico, scambi di favori con Dell&#8217;Utri che fa il pony express fra Provenzano e Berlusconi, questo è quello che racconta Massimo Ciancimino. E a questo punto i magistrati riaprono le indagini sulla trattativa del “papello” perché è ovvio che se la mafia ha costretto lo Stato a fare delle cose che non avrebbe fatto senza le stragi qui stiamo parlando evidentemente di reati gravissimi, è un&#8217;estorsione fatta dalla mafia allo Stato, stiamo parlando di un reato che credo si chiami “minaccia contro corpo politico dello Stato”. Un qualcosa di molto simile a un golpe.</p>
<div id="pp3"><strong>Parla Ciancimino, parlano tutti.</strong></div>
<p>Quando emergono da interviste o indiscrezioni di stampa le prime notizie su quello che ha detto Ciancimino i protagonisti della politica dell&#8217;epoca entrano in fibrillazione.<br />
Nicola Mancino, lo sapete, già da anni è oggetto di chiacchiericci continui, poi per fortuna c&#8217;è Salvatore Borsellino che ogni tanto strilla forte ciò che gli altri mormorano piano. E&#8217; noto che il ministro dell&#8217;Interno che avrebbe incontrato Borsellino poco prima della strage di Via D&#8217;Amelio è proprio Mancino e Paolo Borsellino lo scrive nel suo diario. Mancino ha sempre negato, come ha sempre negato di aver saputo di trattative o cose del genere.<br />
Guarda caso, quest&#8217;estate in un&#8217;intervista continua a dire di non aver incontrato Borsellino, al massimo gli avrà dato la mano ma come poteva lui riconoscere Borsellino fra i tanti&#8230; come se Borsellino fosse uno fra i tanti: era uno che di lì a quindici giorni morirà ammazzato ed è quello che tutti gli italiani individuano come l&#8217;erede naturale di Falcone che è appena stato ammazzato, figuratevi se si può scambiare per un usciere che ti stringe la mano il giorno che diventi ministro. Comunque questo dice Mancino: “non ho incontrato Borsellino, forse gli ho stretto la mano fra le tante”, ma aggiunge: “in quell&#8217;estate io respinsi ogni tipo di proposta di trattativa fra Stato e mafia”. Questo è interessante perché vuol dire che qualcuno gli sottopose queste proposte di trattative, e sappiamo che forse anche Borsellino respinse quelle trattative; allora sarebbe interessante sapere chi propose al ministro Mancino quelle trattative, perché dev&#8217;essere la stessa persona o lo stesso ambiente che le propose a Borsellino, soltanto che Borsellino disse di no ed è stato ammazzato, Mancino continuò a fare il ministro dell&#8217;Interno e devo dire che lo fece anche molto bene.<br />
Violante, quando esce sui giornali che Ciancimino ha dichiarato che suo padre chiedeva la copertura anche della sinistra e cioè si Violante, tarantolato anche lui ha un&#8217;illuminazione e corre a Palermo a testimoniare, con dichiarazioni spontanee, che effettivamente gli è venuto in mente 17 anni dopo che il generale Mori gli aveva chiesto, mentre era presidente della commissione Antimafia, di incontrare Ciancimino ma dato che l&#8217;incontro proposto doveva essere a quattrocchi lui Ciancimino non lo voleva incontrare. Mori andò altre due volte per sollecitare quell&#8217;incontro ma Violante disse sempre di no.<br />
E qui si pone un altro problema: per quale motivo Violante si è tenuto per 17 anni una notizia di questo calibro: nel 1992 non lo sapeva mica nessuno che i Carabinieri del Ros stavano trattando con Ciancimino cioè con la mafia. E Violante era presidente della commissione Antimafia, possibile che non apre immediatamente un&#8217;indagine con i suoi poteri, che sono gli stessi della magistratura, può persino convocare testimoni e arrestare la gente se vuole. Perché se non lo voleva fare lui non ha avvertito il suo amico Caselli che di lì a poco è andato a fare il procuratore capo di Palermo? Subito, all&#8217;inizio del 1993 così la trattativa si sarebbe saputa e sarebbe stata interrotta e non se ne sarebbero fatte altre perché sarebbero intervenuti i magistrati. Invece, Violante questa cosa se la tiene per 17 anni, dal 1992 al 2009, e poi tomo tomo cacchio cacchio se ne viene fuori con una dichiarazione ai magistrati di Palermo dicendo: “toh&#8230; guarda mi è venuto in mente! E&#8217; vero!”. Intanto i magistrati di Palermo avevano processato il generale Mori per la mancata perquisizione del covo di Riina, l&#8217;avevano di nuovo fatto rinviare a giudizio per la mancata cattura di Provenza e Violante sempre zitto! Eppure sarebbe stato importante, in quei processi, avere la sua testimonianza! Violante che dice che il generale Mori faceva da tramite, da ambasciatore di Ciancimino per convincerlo a incontrare Ciancimino!<br />
Voi capite che per uno che viene processato per favoreggiamento della mafia il fatto che andasse a chiedere a Violante: “scusi, lei vuole incontrare Ciancimino?”, un generale dei Carabinieri, sarebbe stato interessante. Violante zitto, se ne salta fuori adesso perché non lo può più negare, l&#8217;ha raccontato Ciancimino, quindi, trafelato, arriva a dire la sua verità, tardiva, molto tardiva.</p>
<div id="pp4"><strong>Ayala: “Mancino ha incontrato Borsellino&#8230; o forse no”</strong></div>
<p>Ma non è finita perché questa è anche l&#8217;estate nella quale salta fuori, con un&#8217;intervista ad Affariitaliani, l&#8217;ex giudice Ayala, già pubblico ministero nei processi istruiti da Falcone e Borsellino poi datosi alla politica e ultimamente, trombato dalla politica, ritornato in magistratura – credo che sia giudice in Abruzzo.<br />
Ayala dice: “poche balle, Mancino aveva incontrato Borsellino, me l&#8217;ha detto lui”. A questo punto il giornalista dice: “ma Mancino lo nega” e lui risponde: “no, mi fece vedere l&#8217;agenda nella quale c&#8217;era scritto che il 1° luglio del 1992 Mancino aveva incontrato Borsellino”.<br />
Strano, una bomba! I magistrati convocano immediatamente Ayala per saperne di più, lo convocano ovviamente quelli di Caltanissetta che stanno indagando sui mandanti esterni delle stragi. E lì Ayala dice: “no, ma io sono stato frainteso”. Piccolo problema: Affariitaliani ha l&#8217;audio registrato con le parole di Ayala. Possibile che Mancino gli abbia fatto vedere un&#8217;agenda con scritto l&#8217;incontro con Borsellino e Ayala sia stato frainteso? In che senso frainteso? Spiegherà Ayala, dopo aver capito che non può smentire le dichiarazioni perché sono state registrate, che si era sbagliato lui nell&#8217;intervista: Mancino gli aveva fatto vedere un&#8217;agenda dove non c&#8217;era il nome di Borsellino e lui, invece, ricordava che nell&#8217;agenda ci fosse. Ma se uno nell&#8217;agenda non ha il nome di Borsellino, per quale motivo dovrebbe farla vedere ad Ayala? E&#8217; evidente che fai vedere l&#8217;agenda se hai scritto un nome, se non c&#8217;è scritto niente che prova è che non hai visto una persona?<br />
Tu puoi vedere tutte le persone di questo mondo e non scriverle nell&#8217;agenda, è se lo scrivi che lo fai vedere a una persona per testimoniare quello che le stai dicendo! Cose da matti, comunque questo è un altro rappresentante delle istituzioni folgorato e poi avviato rapidamente alla retromarcia.<br />
Ma non è finita: a questo punto interviene il generale Mori che, non si sa se in un&#8217;intervista o in una notizia fatta trapelare all&#8217;agenzia “il Velino” dice: “Violante non si ricorda mica bene: non gli avevo proposto di incontrare Ciancimino a tu per tu, ma di farlo parlare in commissione Antimafia!”. Allora resta da capire come mai Violante non abbia accettato di convocare Ciancimino in commissione Antimafia visto che l&#8217;Antimafia convocava pure i pentiti di mafia, non è che potesse sottilizzare: se Ciancimino aveva qualcosa da raccontare perché non fargliela dire?</p>
<div id="pp5"><strong>Ciampi e il suo telefono a Palazzo Chigi “manomesso”</strong></div>
<p>A questo punto salta fuori l&#8217;ex presidente della Repubblica Ciampi, che ricorda che cosa successe a Palazzo Chigi: Ciampi è presidente del Consiglio nella primavera-estate del 1993 quando esplodono le bombe nel continente, a Roma, Milano e Firenze. E soprattutto, nella notte degli attentati alle Basiliche a Roma, mentre a Milano esplode via Palestro il 27 luglio del 1993, Ciampi ricorda il famoso black out nei palazzi del potere ma anche che “ero a Santa Severa in vacanza, rientrai con urgenza a Roma di notte, accadevano strane cose: io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra”. C&#8217;erano ancora le cornette, non c&#8217;era ancora ai livelli di oggi i cellulari. “Al largo della mia casa di Santa Severa, a pochi km da Roma, incrociavano strane imbarcazione: mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse il carcere lo volevano morbido”.<br />
Ciampi, dopo quell&#8217;episodio, va a Bologna all&#8217;improvviso e il 2 agosto commemora a sorpresa la strage di Bologna ricordando il ruolo della P2, cosa che ricorda di nuovo in questa intervista a Repubblica nella quale dice anche che purtroppo su quei rapporti tra la P2, telefoni manomessi, black out eccetera non è stata fatta chiarezza.<br />
Il giorno dopo, il procuratore di Firenze competente sulle stragi del 1993 interviene piccato: è Pier Luigi Vigna, già capo della procura di Firenze, già capo della procura nazionale Antimafia il quale dice: “noi abbiamo indagato tutto, non c&#8217;è più niente da indagare”. Il giorno dopo ancora dice: “la politica tace il nome dei mandanti occulti delle stragi”: insomma, dice due cose all&#8217;apparenza sembrerebbero contraddirsi ma soprattutto non si spiega per quale motivo scopriamo solo oggi che il telefono di Ciampi a Palazzo Chigi, il telefono personale del Presidente del Consiglio del 1993, la notte delle stragi era stato manomesso, gli hanno tolto una piastra, era intercettato probabilmente il capo del Governo! Da chi può essere intercettato il capo del governo che è anche il capo dei Servizi Segreti e che al largo della sua casa al mare “incrociavano strane imbarcazioni: mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge sul carcere duro”.<br />
Mettete insieme tutte queste cose, mettete insieme che Martelli, allora ministro della Giustizia dice: “lo Stato forse non trattava con la mafia ma rappresentanti dello Stato si”. E lo dice così, en passant, in un&#8217;intervista. E mettete insieme che Dell&#8217;Utri, beffardo, l&#8217;altro giorno rilascia un&#8217;intervista dicendo: “apprendo dai giornali che qualcuno avrebbe trattato con la mafia: sarebbe gravissimo se ciò fosse successo, bisogna assolutamente istituire una commissione parlamentare d&#8217;inchiesta per fare luce perché è orribile l&#8217;idea che qualcuno tratti con la mafia i tempi delle stragi. Cosa mi dice, signora mia?”. Dell&#8217;Utri dichiara in un&#8217;intervista.</p>
<div id="pp6"><strong>Il cerino in mano</strong></div>
<p>Voi capite che qui siamo di fronte a una classe politica e a un ceto dirigente dove anche l&#8217;ultimo degli uscieri sa cento volte di più di quello che sappiamo noi e di quello che sanno i magistrati. In Italia i cittadini e i magistrati sono come i cornuti, sono sempre gli ultimi a sapere, e voi vedete che questo giro, questa ristretta cerchia di persone si manda messaggi perché si è aperto qualche spiraglio, perché qualcuno sta cominciando a parlare. E se qualcuno sta cominciando a parlare, saranno squalificati come dice il Capo dello Stato ma del resto, se stiamo parlando di stragi, è ovvio che chi deve saperne qualcosa non può che essere persona squalificata, sarebbe meglio se i testimoni delle stragi fossero delle suore Orsoline, ma purtroppo queste delle stragi non ne sanno niente, è molto meglio che parlino i mafiosi o i figli dei mafiosi. Anche quella dichiarazione del Capo dello Stato sembrava tanto un invito a chiudere certe bocche.<br />
Evidentemente, in questa ristretta cerchia c&#8217;è un sacco di gente che sa, che tace, che si manda messaggi trasversali perché comunque “io so che tu sai che io so”, e che sarebbe bene venisse fuori allo scoperto. Perché fanno così? Perché si mandano queste strizzatine d&#8217;occhio e queste rasoiate al curaro? Perché sanno che se la verità comincia a uscire, lo scarica barile andrà avanti fino a quando uno, l&#8217;anello più debole, verrà scaricato. Purtroppo in questa stagione i protagonisti sono tutti vivi, purtroppo per loro: ci fosse qualche bel morto a cui scaricare addosso le responsabilità l&#8217;avrebbero già fatto, ma tutti coloro che avevano queste responsabilità istituzionali sono vivi e si stanno buttando addosso l&#8217;uno sull&#8217;altro i cadaveri delle stragi del 1992 e 1993.<br />
Teniamo gli occhi aperti e stiamo a vedere nei prossimi mesi chi rischia di restare col cerino in mano, perché chi rischia di restare col cerino in mano prima di bruciarsi magari parla.<br />
Abbonatevi al “Fatto”, siamo già in 20.000, frequentate il sito Antefatto.it dove trovate un sacco di notizie in anteprima rispetto all&#8217;uscita del giornale che sarà il 23 settembre: mercoledì 23 settembre saremo in edicola col primo numero de “Il Fatto” e passate parola!&#8221;</p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Borsellino: ''Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello'']]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/08/17/borsellino-mafia-e-stato-hanno-ucciso-mio-fratello/</link>
<pubDate>Mon, 17 Aug 2009 17:52:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Borsellino: &#8221;Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello&#8221;. Salvatore Borsellino racconta al ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=1620:borsellino-mafia-e-stato-hanno-ucciso-mio-fratello&#38;catid=2:editoriali&#38;Itemid=4">Borsellino: &#8221;Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello&#8221;</a>.</p>
<blockquote><p><span style="font-size:16px;"><span style="font-family:Arial;"><em><strong>Salvatore Borsellino</strong> racconta al Corriere Canadese tutte le nuove scoperte sulla strage di via D&#8217;Amelio</em><br />
Dopo tanti anni, un po&#8217; di verità sta venendo a galla sulla strage di via D&#8217;Amelio. Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta. Ora, per spiegare la morte di Paolo Borsellino si parla di servizi segreti deviati, dello Stato italiano che non solo cerca di scendere a patti con Cosa Nostra comandata da Totò Riina ma lascia anche da solo il magistrato che con Falcone più aveva contribuito alla lotta contro la mafia, emettendo così la sua definitiva condanna a morte. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dopo anni di silenzio ha deciso di parlare e ora ci racconta la sua verità.</p>
<p><em><strong>Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?</strong></em><br />
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull&#8217;aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».</p>
<p><em><strong>La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?</strong></em><br />
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D&#8217;Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».</p>
<p><em><strong>Il capo dell&#8217;ufficio istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto, disse che Falcone morì nel gennaio del 1988 quando nominarono Antonino Meli come suo sostituto. Mi dica quando cominciò a morire Paolo Borsellino?<br />
</strong></em>«Mio fratello iniziò a morire il primo luglio del 1992 dopo l&#8217;incontro che ebbe con il ministro della Giustizia di allora Nicola Mancino. Nonostante quest&#8217;ultimo continui a negare pervicacemente, lì deve essere stata proposta quella trattativa tra lo Stato e la mafia alla quale Paolo si deve essere opposto nella maniera più assoluta. E a questo punto non restava che quella soluzione e cioè uccidere Paolo ed eliminarlo in fretta».</p>
<p><em><strong>Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?</strong></em><br />
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell&#8217;opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell&#8217;occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell&#8217;intervista a L&#8217;Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».</p>
<p><em><strong>Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?<br />
</strong></em>«L&#8217;idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all&#8217;allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».</p>
<p><em><strong>A distanza di anni ci può spiegare perché alcuni magistrati di allora hanno denigrato due eroi come Falcone e Borsellino?</strong></em><br />
«Ricordo che Paolo chiamò giuda un esponente del Csm. Questo giudice era Vincenzo Geraci, che aveva fatto credere a Caponnetto e Falcone che fossero stati raggiunti i voti necessari per poter nominare Falcone come successore di Caponnetto. In seguito le cose andarono diversamente e lo stesso Geraci votò contro Falcone, favorendo l&#8217;elezione di Meli che ostacolò l&#8217;attività di Giovanni e portò allo smembramento del pool. Falcone decise allora di andare a lavorare al ministero di Giustizia. Cosa che si rivelò positiva perché riuscì a sfruttare anche questo campo di battaglia e fece applicare il meccanismo di rotazione anche all&#8217;interno della Cassazione. Ciò significò l&#8217;esclusione dell&#8217;&#8221;l&#8217;ammazzasentenze&#8221; Corrado Carnevale dal maxiprocesso, che venne affidato a un&#8217;altra sezione. E le condanne emesse in primo grado vennero confermate. Questo provocò la reazione selvaggia della mafia con l&#8217;uccisione di Salvo Lima, di uno dei cugini Salvo».</p>
<p><em><strong>La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?</strong></em><br />
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel &#8216;92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all&#8217;interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l&#8217;accelerazione della strage di via D&#8217;Amelio».</p>
<p><em><strong>Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?</strong></em><br />
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all&#8217;interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l&#8217;uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia &#8220;fu avvisata di fare la strage&#8221;».</p>
<p><em><strong>Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l&#8217;agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?<br />
</strong></em>«Mio fratello aveva segnato sull&#8217;agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».</p>
<p><em><strong>Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?<br />
</strong></em>«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».</p>
<p><em><strong>Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?</strong></em><br />
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell&#8217;intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. &#8220;Sto vedendo la mafia in diretta&#8221;. È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».</p>
<p><em><strong>Ora si parla di Castel Utveggio come del luogo dove materialmente è partito il comando per far esplodere l&#8217;auto parcheggiata in via D&#8217;Amelio. Lì c&#8217;era un ente che fungeva da copertura per i servizi segreti e da dove sono partite delle telefonate durante i giorni precedenti alla strage e forse anche subito dopo. Dopo tanti anni è questa la pista giusta?<br />
</strong></em>«Sono tre anni che continuo a parlare del Castel Utveggio. Ora finalmente ci sono dei giudici seri a Caltanisetta e a Palermo e poi ci sono le rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito. Il fatto che parli solo ora non deve sorprendere perché più volte ha sostenuto che certe domande prima nessuno gliele aveva mai fatte. E oggi tutto questo è finito anche sui giornali e finalmente si comincia a parlare di quello che avvenne a Castell Utveggio in quei giorni».</p>
<p><em><strong>Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D&#8217;Amelio.<br />
</strong></em>«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c&#8217;era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi    , ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c&#8217;era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».</p>
<p><em><strong>Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt&#8217;altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?<br />
</strong></em>«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c&#8217;era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del &#8216;92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre &#8220;chi di servizi ferisce, di servizi perisce&#8221;. E mi trova pienamente d&#8217;accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell&#8217;Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».<br />
<em><strong><br />
Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell&#8217;indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all&#8217;Italia per sentire il fresco profumo di libertà?</strong></em><br />
«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l&#8217;indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell&#8217;ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell&#8217;anonimità. Che cos&#8217;altro le devo dire?».</p>
<p><em><strong>Mi dica come vede il futuro&#8230;</strong></em><br />
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino. Spero che almeno all&#8217;interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».</p>
<p><strong>17 agosto 2009<br />
Fonte:</strong> </span></span><span style="font-size:16px;"><span style="font-family:Arial;"><a class="blank" href="http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=90553" target="_blank"><em><span style="color:#006da3;">corriere.com</span></em></a> </span></span></p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Falcone non deve parlare « Pietro Orsatti]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/08/07/falcone-non-deve-parlare-%c2%ab-pietro-orsatti/</link>
<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 07:54:18 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Falcone non deve parlare « Pietro Orsatti. Dove sono i diari elettronici del magistrato morto a Capa]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.orsatti.info/archives/1608">Falcone non deve parlare « Pietro Orsatti</a>.</p>
<blockquote><p><strong>Dove sono i diari elettronici del magistrato morto a Capaci? Qualcuno potrebbe averli distrutti per cancellare le prove dell’esistenza di apparati deviati dello <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">Stato</a> </strong></p>
<p><strong>di Pietro Orsatti su Left-Avvenimenti</strong></p>
<p>La riapertura dell’inchiesta a <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Palermo" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/palermo">Palermo</a> e Caltanissetta sulla trattativa fra <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">Stato</a> e Cosa nostra e sulle stragi del ’92 costringe a un esercizio della <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con memoria" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/memoria">memoria</a>. Tornando, appunto, a quell’anno terribile. «Questa sera debbo astenermi rigidamente &#8211; e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi &#8211; dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a>. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi &#8211; se è il caso &#8211; ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stampa" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stampa">stampa</a>, sul Sole 24 Ore dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita da Giovanni <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a>. Sono proprio appunti di Giovanni <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a>, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò Paolo <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Borsellino" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/borsellino">Borsellino</a> nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Palermo" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/palermo">Palermo</a> il 25 giugno 1992, poche settimane prima della sua morte. I diari di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a>. Anche Giuseppe Ayala, altro pm del maxi processo, parla di questi scritti sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a> scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta Paolo <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Borsellino" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/borsellino">Borsellino</a>, e probabilmente la moglie di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a>, Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">stato</a> trovato e, se è <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">stato</a> trovato, naturalmente sarà <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">stato</a> letto e conosciuto. Nel caso in cui, invece, non sia <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">stato</a> trovato o sia <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">stato</a> smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a Giovanni <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a>, dentro e fuori il palazzo di Giustizia di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Palermo" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/palermo">Palermo</a>».</p>
<p>Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Palermo" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/palermo">Palermo</a>), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a>, ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con lavoro" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/lavoro">lavoro</a> non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, cosa che in qualche modo già temeva Ayala, come si intuisce rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Palermo" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/palermo">Palermo</a>, dai computer del ministero di Giustizia in via Arenula a <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Roma" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/roma">Roma</a>. Da chi? Della vicenda si occupò anche <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Gioacchino Genchi" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/gioacchino-genchi">Gioacchino Genchi</a> che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno &#8211; afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">stato</a> dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con sicilia" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/sicilia">Sicilia</a> occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con lavoro" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/lavoro">lavoro</a> (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti, c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «non c’è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con memoria" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/memoria">memoria</a> del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con memoria" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/memoria">memoria</a> dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, L’espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra Giovanni <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a> e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la Procura e <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Palermo" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/palermo">Palermo</a>. Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che coinvolse <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a> dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con rapporto" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/rapporto">rapporto</a> sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.</p>
<p><a href="http://www.orsatti.info/wp-content/uploads/2009/08/509298151_3365b74418_o.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1612" title="509298151_3365b74418_o" src="http://www.orsatti.info/wp-content/uploads/2009/08/509298151_3365b74418_o-300x216.jpg" alt="509298151_3365b74418_o" width="300" height="216" /></a>Torniamo a <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Borsellino" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/borsellino">Borsellino</a> e a ciò che disse in quello che è <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">stato</a> il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con 19 luglio 1992" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/19-luglio-1992">19 luglio 1992</a> a <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con via D’Amelio" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/via-d%e2%80%99amelio">via D’Amelio</a>. «Ecco perché forse ripensandoci, quando Caponnetto diceva “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si presenti il conto di quanto avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con via D’Amelio" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/via-d%e2%80%99amelio">via D’Amelio</a> di uomini dei servizi, di servitori dello <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">Stato</a> infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio &#8211; spiega <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Salvatore Borsellino" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/salvatore-borsellino">Salvatore Borsellino</a>, fratello di Paolo &#8211; in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di Paolo <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Borsellino" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/borsellino">Borsellino</a>. Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con clima" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/clima">clima</a> e del personaggio: «Il dottor <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a> era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Borsellino" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/borsellino">Borsellino</a>. “Caro Paolo, il responsabile del fallito <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con attentato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/attentato">attentato</a> all’Addaura era Bruno Contrada” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Borsellino" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/borsellino">Borsellino</a> chi fosse Bruno Contrada. <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Borsellino" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/borsellino">Borsellino</a> mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…). Nel corso di una conversazione telefonica <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Borsellino" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/borsellino">Borsellino</a> mi disse che aveva appreso da <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Falcone" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/falcone">Falcone</a> dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno Contrada».</p>
<p>Successivamente, nel 1997, Canale, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma). Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali. È sempre più evidente che, all’epoca, a <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Palermo" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/palermo">Palermo</a> due uffici dello <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con stato" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/stato">Stato</a> molto particolari, i Ros del generale Mario Mori e il Sisde di Bruno Contrada, agissero al limite della legalità e, a volte &#8211; è il caso di Contrada condannato &#8211; sfociassero in vera e propria collaborazione con la criminalità, in una sorta di continuità. La domanda è, oggi, se i due uffici agissero in concorrenza e all’oscuro ciascuno di cosa stesse facendo l’altro, oppure se su distinti punti si muovessero in convergenza. È certo, però, che senza la loro azione oggi si saprebbe molto di più di quello che avvenne fra il 1992 e il 1993, anno degli attentati a Firenze, Milano e <a class="st_tag internal_tag" title="Post marcati con Roma" rel="tag" href="http://www.orsatti.info/archives/tag/roma">Roma</a>: i due anni delle stragi.</p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Giuseppe Ayala e Massimo Ciancimino ascoltati dalla Procura di Caltanissetta]]></title>
<link>http://giorgiociaccio.wordpress.com/2009/08/04/giuseppe-ayala-e-massimo-ciancimino-ascoltati-dalla-procura-di-caltanissetta/</link>
<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 10:03:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>Giorgio Ciaccio</dc:creator>
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<description><![CDATA[Scritto da IRIS Press e ANSA Processo Borsellino: Ayala sentito negli uffici della Procura di Caltan]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><span>Scritto da IRIS Press e ANSA </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-size:16px;"><span style="font-family:Tahoma;"><strong>Processo Borsellino: Ayala sentito negli uffici della Procura di Caltanissetta</strong></span><br />
</span><span style="font-size:16px;">(IRIS) &#8211; ROMA, 3 AGO (18.25) &#8211; Il magistrato<strong> </strong>Giuseppe Ayala e&#8217; arrivato nel pomeriggio negli uffici della Procura della Repubblica di Caltanissetta per essere sentito dai sostituti che si occupano dell&#8217;inchiesta sulle stragi del &#8216;92. Ayala e&#8217; stato convocato per la seconda volta dai pm nell&#8217;arco di pochi giorni come persona informata dei fatti. Il magistrato e&#8217; stato citato sull&#8217;incontro che Paolo Borsellino avrebbe avuto nel &#8216;92 al Viminale con l&#8217;allora ministro Mancino. Ayala in una intervista aveva affermato di aver saputo che l&#8217;incontro fra il politico e il magistrato vi era stato, ma ai magistrati lo aveva negato. I pm hanno recuperato l&#8217;intervista audio di Ayala, in cui parla dell&#8217;incontro, e adesso hanno deciso di risentirlo.</span><br />
<span style="font-size:16px;"> <strong><br />
Fonte: </strong><a href="http://www.irispress.it/Iris/page.asp?VisImg=S&#38;Art=50241&#38;Cat=1&#38;I=null&#38;IdTipo=0&#38;TitoloBlocco=Italia&#38;Codi_Cate_Arti=18" target="_blank"><strong>IRIS Press</strong></a><strong> </strong></span></p>
<p><strong></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-size:16px;"><strong><br />
</strong></span><span style="font-family:Tahoma;"><span style="font-size:16px;"><strong>Mafia: Ciancimino risponde a PM su trattativa con Stato<br />
</strong></span></span><span style="font-size:16px;"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-size:16px;"> 3 agosto 2009 &#8211; Caltanissetta.<strong> </strong>Massimo Ciancimino ha risposto alle domande dei pm della Procura di Caltanissetta sulla trattativa che vi sarebbe stata tra la mafia e lo Stato nel 1992. E&#8217; quanto emerge dall&#8217;interrogatorio al quale il dichiarante è stato sottoposto oggi negli uffici della procura nissena. Ciancimino per quasi quattro ore ha parlato dei retroscena delle stragi Falcone e Borsellino. L&#8217;interrogatorio é stato condotto dal procuratore, Sergio Lari e dai sostituti della Dda, Nicolò Marino e Stefano Luciani. Il verbale è stato secretato. Da quanto si apprende il dichiarante ha ricordato di non aver ancora consegnato ad alcuna procura il &#8220;papello&#8221;, la lista di richieste scritte da Riina nel 1992 rivolte allo Stato.<br />
<strong><em><br />
</em>Fonte: </strong><a href="http://www.antimafiaduemila.com/content/view/18432/48/" target="_blank"><strong>ANSA</strong></a></span><strong><span style="font-size:16px;"> e <a href="http://www.antimafiaduemila.com/">Antimafiaduemila.com</a> </span></strong></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Via D'Amelio. le verità supposte]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/08/04/via-damelio-le-verita-supposte/</link>
<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 07:25:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/08/04/via-damelio-le-verita-supposte/</guid>
<description><![CDATA[Via D&#8217;Amelio. le verità supposte. A 17 anni dalla strage di via D’Amelio, si riaprono per la t]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=1578:via-damelio-le-verita-supposte&#38;catid=2:editoriali&#38;Itemid=4">Via D&#8217;Amelio. le verità supposte</a>.</p>
<blockquote>
<div style="text-align:justify;"><span style="font-size:medium;"><strong>A 17 anni dalla strage di via D’Amelio, si riaprono per la terza volta i fascicoli del processo contro gli assassini del giudice Paolo Borsellino</strong>. I nuovi elementi arrivano dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, picciotto corleonese, fedelissimo del boss Leoluca Bagarella e assassino di padre Puglisi, il celeberrimo parroco anti-mafia. Spatuzza si sarebbe autoaccusato di aver procurato la Fiat 126 imbottita di tritolo parcheggiata davanti alla casa della madre del magistrato, smentendo uno dei testimoni chiave dei processi precedenti, quel Vincenzo Scarantino il cui verbale d’interrogatorio datato 2 giugno 1994 fu modificato con note a margine prima smentite, poi ritratte, poi di nuovo smentite.<br />
</span></div>
<div style="text-align:justify;"><span style="font-size:medium;">Questo è solo un piccolo tassello nello sconfinato mosaico di personaggi, luoghi e istituzioni che fanno dell’omicidio Borsellino uno dei nodi chiave della storia della seconda Repubblica. Dentro il calderone giudiziario c’è praticamente di tutto: mafiosi, agenti di Sismi e Sisde, politici, magistrati. Ci sono sparizioni misteriose di elementi fondamentali per le indagini &#8211; come l’importantissima agenda rossa del magistrato, ribattezzata “la scatola nera della seconda Repubblica” &#8211; o la più recente scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo di una carta sim contente il numero dell’agente del Sismi che trattò con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, prima e dopo l’estate di sangue del 1992.</p>
<p>Ci sono attori come Mario Mori, direttore del Sisde dal 2001 al 2006, che coordinò l’arresto di Totò Riina nel 1993 ma che, per aver fallito la cattura di Provenzano solo due anni dopo, è attualmente indagato dalla procura di Palermo per favoreggiamento mafioso. Ci sono poi personaggi secondari, come l’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, che negano l’evidenza di documenti autografi di Borsellino: uno in particolare annotava un appuntamento per il 1° luglio 1992 proprio con l’allora ministro dell’Interno, ma il diretto interessato pare non ricordare.</p>
<p>Il problema di questa vicenda è che a mano a mano che si scava, si scoprono continuamente nuovi personaggi, nuove collusioni, nuovi reati. Venire fuori da questa infinita matrioska con una verità incontrovertibile, per giunta dopo ben 17 anni, pare praticamente impossibile, per cui è bene limitarsi ai fatti, o meglio alla loro successione. Tutti sappiamo cosa accadde quel terribile 19 luglio a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta; sappiamo anche che ci sono stati due processi e che gli esecutori della strage sono stati individuati e puniti con svariati ergastoli. Tralasciando l’immensa mole di dati relativi a nomi come Contrada, Ayala, Arcangioli &#8211; e sono solo una minima parte &#8211; sarebbe bello poter fare un piccolo esercizio di fantapolitica, o fantamafia che dir si voglia, provando a leggere gli avvenimenti dell’ultimo periodo in chiave un po’ più maliziosa.</p>
<p>Partiamo da febbraio e da Gioacchino Genchi, il superconsulente giudiziario che per primo riscontrò in Castel Utveggio, il luogo da cui partì il comando d’innesco dell’autobomba di via D’Amelio. Lo scorso febbraio Genchi è stato sottoposto a procedimento penale dopo che la stampa e lo stesso Berlusconi avevano indicato il suo archivio come prova palese di violazione della privacy di ben 350.000 persone. Nonostante il perito assicurasse che quei tabulati erano atti pubblici consegnati direttamente dagli inquirenti, il 13 marzo i carabinieri del Ros su mandato della procura di Roma, sequestrano tutti i suoi computer. Sebbene sia stato ufficialmente scagionato il 26 giugno, i giudici di Roma non hanno ancora restituito a Genchi il suo “archivio segreto”.</p>
<p>A marzo il figlio dell’ex sindaco di Palermo don Vito Ciancimino, dopo essere stato arrestato per riciclaggio, decide di collaborare con la giustizia promettendo di rivelare documenti segreti del padre, tra cui un importante “papello” che confermerebbe il patto tra mafia e Stato imposto da Riina per fermare la campagna stragista, sia nell’isola che in continente. E’ notizia di ieri che lo stesso Massimo Ciancimino ha rinunciato a collaborare con la magistratura a seguito delle dichiarazioni poco carine, oltre che poco intelligenti, del procuratore capo di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, sul <em>Giornale di Sicilia</em>. Definendo Ciancimino jr “equivoco e di modesto spessore culturale, probabilmente strumentalizzato da qualcuno”, il procuratore Barcellona si è giocato uno dei superteste della maxi-indagine aperta all’interno della sua procura dal pm Sergio Lari, ed ora rischia di mandare in fumo l’operato di chi pare finalmente deciso a fare chiarezza sulla morte del giudice Borsellino e del collega Falcone.</p>
<p>Proprio il 19 luglio, dopo ben 16 anni di silenzio, torna a parlare il “capo dei capi”, quel Totò Riina individuato come mandante mafioso delle stragi del 92-93. “L’ammazzarono loro. Non guardate sempre e solo a me, guardatevi dentro anche voi”, questo il messaggio che Riina ha voluto affidare dal carcere al suo avvocato Luca Cianferoni: singolare che questo sia solo il primo avvertimento dal gennaio del ’93, ancor più strano che Riina parli proprio ora.</p>
<p>A questo punto bisogna necessariamente oltrepassare il confine giudiziario per entrare in quello politico. Il 28 luglio viene condannato a 10 anni e 8 mesi l’ex forzista, ora Pdl, Giovanni Mercandante, reo di associazione mafiosa secondo la seconda sezione del tribunale di Palermo. Lo stesso Ciancimino millanta di avere le prove di una comunicazione scritta da Provenzano direttamente a Berlusconi. Negli stessi giorni Raffele Lombardo e Gianfranco Miccichè, entrambi militanti nel Pdl, minacciano di fondare una specie di Lega Sud, in quanto la regione è stata economicamente ed istituzionalmente abbandonata a sé stessa.</p>
<p>Berlusconi convoca immediatamente un vertice a Palazzo Grazioli in cui colloquia con tutti i senatori siciliani, ribadendo che al Sud basta il Pdl e promettendo interventi per 4 miliardi di euro. Come mai per trovare i fondi da stanziare all’Abruzzo si è faticato così tanto, se è bastata una chiacchierata a reperire cotanta cifra per il Sud? O meglio, alle amministrazioni del Sud, che ne faranno l’uso che preferiscono.</p>
<p>Il quadro, parziale e sicuramente azzardato, che traspare da questa serie di avvenimenti apparentemente lontani tra loro, sembra indicare in tre istituzioni la chiave di volta della stagione stragista del ’92: mafia, politica e magistratura hanno lavorato assieme per dare un nuovo assetto istituzionale alla seconda Repubblica, un nuovo imprinting basato su collusioni, corruzione, peculato e sostanziale impunità. Ancora una volta, una semplice sequenza di fatti, fa affiorare un grande interrogativo: chi comanda in Italia? Chi decide? Siamo proprio sicuri che il governo Berlusconi abbia potere e volontà propri?</p>
<p>Mariavittoria Orsolato<br />
da </span><a class="blank" href="http://www.altrenotizie.org/" target="_blank"><span style="font-size:medium;">www.altrenotizie.org</span></a><span style="font-size:medium;"><br />
</span></div>
</blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Verrà un giorno: Il senso delle parole]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/07/31/verra-un-giorno-il-senso-delle-parole/</link>
<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 07:25:14 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Sempre ben argomentate le analisi del blog &#8220;Verrà un giorno&#8221;. Verrà un giorno: Il senso ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Sempre ben argomentate le analisi del blog &#8220;Verrà un giorno&#8221;.</p>
<p><a href="http://verraungiorno.blogspot.com/2009/07/il-senso-delle-parole.html">Verrà un giorno: Il senso delle parole</a>.</p>
<blockquote><p>Questa storia sta assumendo <span style="font-weight:bold;">contorni sempre più grotteschi</span>. Parlo dell&#8217;<span style="font-style:italic;">affaire </span>Mancino e di tutta quella ridda di dichiarazioni, smentite, aperture, indietreggiamenti, rivelazioni, ritrattazioni, ricordi, dimenticanze, verità (poche), bugie (tante), quei non so, non sapevo, non potevo sapere e anche se avessi saputo non ricordo. Qualcosa che puzza tremendamente di marcio e che vorrei provare a <span style="font-weight:bold;">ricostruire dati alla mano</span>. Sono due le questioni che agitano i sonni del vicepresidente del Csm. La presunta trattativa tra stato e mafia e quell&#8217;ormai famigerato incontro fantasma con Paolo Borsellino il 1 luglio 1992.</p>
<p>Partiamo dalla trattativa. Tutto nasce dalle dichiarazioni che il figlio di Vito Ciancimino sta rilasciando da mesi ai magistrati inquirenti. Massimo Ciancimino ha rivelato che <span style="font-weight:bold;">il padre fu avvicinato da esponenti di Cosa Nostra per conto di Totò Riina </span>che voleva far pervenire ai piani più alti delle Istituzioni le sue richieste indecenti, vergate di proprio pugno sul famoso &#8220;papello&#8221;. Vito Ciancimino a quel tempo aveva intrapreso delle relazioni delicate con le forze dell&#8217;ordine, che volevano a tutti i costi arrivare, grazie alle sue conoscenze, alla cattura di qualche pezzo grosso di Cosa Nostra. In particolare, erano stati <span style="font-weight:bold;">il colonnello Mario Mori e il tenente Giuseppe De Donno</span> ad avviare i primi contatti col sindaco mafioso di Palermo. Questo è stato ormai accertato. Il punto è che Massimo Ciancimino rivela per la prima volta che Riina non si accontentava di questi contatti. Voleva avere l&#8217;assicurazione che i piani alti delle istituzioni fossero a conoscenza della trattativa e in qualche modo la legittimassero. Massimo Ciancimino fa il nome di Nicola Mancino, allora ministro dell&#8217;Interno, che avrebbe dato l&#8217;ok per trattare con Cosa Nostra.</p>
<p>Come si difende Mancino da queste accuse?</p>
<p>La sua prima dichiarazione è di rifiuto assoluto: &#8220;</p>
<div style="text-align:justify;"><span style="font-style:italic;font-size:100%;"><span><span style="font-weight:bold;">Escludo in maniera netta e categorica</span> <span style="font-weight:bold;">che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia</span>: nessuno dei vertici delle forze di polizia me ne parlò, né chiese il mio parere, che sarebbe stato decisamente negativo sull&#8217;apertura di una trattativa con la malavita organizzata. Ignoro le assunte trattative che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino rese a far accantonare da parte della mafia l&#8217;offensiva contro lo Stato</span></span>&#8220;.</p>
<p>A ben vedere, <span style="font-weight:bold;">sono dichiarazioni ambigue, contraddittorie</span>. Come può escludere che ci sia stata una trattativa tra Ros e Cosa Nostra (verità processualmente accertata) se mai nessuno degli interessati gliene parlò? Se &#8220;esclude&#8221;, significa che è sicuro che nessun apparato dello Stato trattò con i mafiosi. <span style="font-weight:bold;">Come fa a esserne certo?</span> Soprattutto alla luce di quanto è emerso nei vari processi celebratisi sulle stragi. In proposito, voglio riportare due brani inquietanti, tratti dalle deposizioni di due pentiti, Giovanni Brusca e Calogero Pulci.</p>
<p><span style="font-size:100%;"><strong>Brusca</strong><span>: &#8220;Io capisco che quella trattativa&#8230;cioe&#8217;, quella strage del dottor Borsellino e&#8217; per me per due motivi: una e&#8217; per accelerare, due, che il dottor Borsellino poteva essere l&#8217;ostacolo, quello che poteva non garantire quelle trattative che erano state richieste e, quindi, un elemento di ostacolo&#8230;<span style="font-weight:bold;">un elemento di ostacolo da togliere di mezzo a tutti i costi</span>, visto che non era abbordabile con la corruzione o con qualche altro sistema. Perchè allora si parlava del dottor Borsellino che doveva andare qua, doveva andare la&#8217;, doveva fare questo, pero&#8217; era la persona che poi, piu&#8217; di tutti, togliendo gli incarichi istituzionali che avrebbe potuto avere, ma era la persona che denunciava pubblicamente fatti e misfatti, quindi, <span style="font-weight:bold;">era un ostacolo a tutti i livelli</span>. Quindi per me i motivi sono due: uno, che Cosa nostra lo doveva eliminare necessariamente, l&#8217;accelerazione per spingere a questa trattativa, e due, che poteva essere un ostacolo per continuare questa trattativa. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">
<p><span style="font-weight:bold;">Pulci</span>: &#8220;Le due stragi furono decise contemporaneamente, ma si dovevano fare in date separate. Solo che quella del dottor Borsellino fu accelerata per una imprudenza del dottor Borsellino, in quanto dopo la strage di Capaci <span style="font-weight:bold;">si confidò con un uomo delle Istituzioni a Roma</span>, con l&#8217;uomo direi io sbagliato, che quello ci avverti&#8217; e accelerammo la&#8230;Io non lo so il contenuto, ma questo si confido&#8217; al punto tale da fare spaventare quella persona delle Istituzioni<span style="font-weight:bold;"> </span>da farci accelerare la strage. <span style="font-weight:bold;">Fummo avvisati per fare la strage</span>, perche&#8217; la strage e&#8217; diventata dopo, si doveva ammazzare il dottore Borsellino, come si doveva ammazzare il dottore Falcone, perche&#8217; collegati sono&#8221;.</p>
<p>Queste parole di Calogero Pulci suonano ancora più sinistre se si pensa che proprio oggi è trapelata la notizia per cui due magistrati, ex giovani colleghi di Borsellino, hanno dichiarato qualche giorno fa alla procura di Caltanissetta: &#8220;<span style="font-style:italic;">Un giorno di quell&#8217;estate siamo andati a trovare Paolo nel suo ufficio a Palermo, era stravolto. Si è alzato dalla sedia, si è disteso sul divano, si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato a piangere. Era distrutto e ripeteva: &#8220;<span style="font-weight:bold;">Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito</span>&#8220;</span>&#8220;. Questo amico di cui parlano questi due (ancora anonimi) magistrati ha qualche cosa a che fare con l&#8217;uomo delle Istituzioni che secondo Pulci avrebbe tradito Borsellino? <span style="font-weight:bold;">Mancino ha qualche sospetto in proposito?</span> O, alla luce di tutto ciò, ha ancora il coraggio di dichiarare di non aver saputo nulla della trattativa e dei ricatti incrociati che avvenivano sotto il suo naso?</p>
<p>E infatti Mancino un piccolo passo avanti lo fa e adombra l&#8217;ipotesi che la trattativa ci sia effettivamente stata: &#8220;<span><span style="font-style:italic;"><span style="font-weight:bold;">Noi la trattativa l&#8217;abbiamo sempre respinta</span>. L&#8217;abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia</span>.</span>&#8221; E&#8217; chiaro che se la trattativa è stata respinta, significa che qualcuno l&#8217;ha proposta e intavolata. E poi quel plurale, &#8220;noi&#8221;. A chi si riferisce Mancino? Sta parlando anche per i vertici del Ros, che come sappiamo erano tutt&#8217;altro che allergici ad una trattativa, o è un semplice plurale maiestatis?</p>
<p>Passa qualche giorno e il piccolo passo avanti, evidentemente troppo azzardato, è subito rimangiato. In un&#8217;intervista al Corriere Mancino dichiara: &#8220;<span style="font-style:italic;">Per quanto mi riguarda non ci fu, né ci furono trattative. Parlo naturalmente di dopo il mio arrivo al Viminale: nessuno ha mai proposto, a me e allo Stato nei suoi vertici istituzionali, <span style="font-weight:bold;">impossibili trattative con la mafia</span></span>&#8220;. L&#8217;arguto giornalista gli fa notare: &#8220;<span style="font-style:italic;">Ma allora cosa avete respinto?</span>&#8220;. Mancino si arrotola su se stesso: &#8220;<span style="font-size:100%;"><span><span style="font-style:italic;">Mi riferivo al fatto che, a partire dal capo della polizia fino ai direttori dei Servizi, <span style="font-weight:bold;">quando qualcuno avanzò l’ipotesi che la mafia aveva alzato il tiro contro le istituzioni </span>per ottenere un’attenuazione dei provvedimenti di contrasto già assunti dal governo o ancora all’esame del Parlamento, questa eventualità fu immediatamente scartata&#8221;.</span></span></span></p>
<p>Dunque quando Mancino parla di &#8220;trattativa respinta&#8221; intende l&#8217;ipotesi di un fantomatico &#8220;qualcuno&#8221;, secondo cui le bombe di Cosa Nostra dovevano servire a far venire a patti lo Stato. Questo &#8220;qualcuno&#8221; deve essere stato davvero <span style="font-weight:bold;">un genio dall&#8217;intelligenza spiccata</span> e fuori dalla norma per aver intuito un così sottile piano diabolico. Evidentemente nessuno al Ministero dell&#8217;Interno ci era ancora arrivato. Però una cosa è certa. Quando questo &#8220;qualcuno&#8221; glielo spiegò per filo e per segno, magari con un bel disegnino, loro (chiunque fossero questi &#8220;loro&#8221;) <span style="font-weight:bold;">si opposero fermamente</span>.</p>
<p>Veniamo ora alla questione dell&#8217;incontro con Paolo Borsellino. Mancino fu interrogato come teste dai magistrati di Caltanissetta nel lontano 1998 e a loro riferì di non potersi ricordare dell&#8217;accaduto. Oggi, a undici anni di distanza, conferma quelle parole: &#8220;<span style="font-style:italic;">Confermo di non averne memoria: <span style="font-weight:bold;">non conoscevo fisicamente quel magistrato</span>, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. <span style="font-weight:bold;">Nessuno me lo presentò</span>, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto nulla in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare.</span><span style="font-size:100%;"> <span style="font-style:italic;">Ma perchè poi incontrare il Giudice Borsellino in una giornata in cui si festeggiava la mia nomina a Ministro dell&#8217;interno?</span></span><span style="font-style:italic;">&#8220;.</span></p>
<p>E&#8217; credibile che un senatore della Repubblica Italiana<span style="font-style:italic;">, </span>quale era Mancino a quei tempi,<span style="font-style:italic;"> </span>designato a succedere al Ministro Scotti al Viminale, scelto dunque per la sua esperienza in termini di conoscenza del fenomeno mafioso, <span style="font-weight:bold;">non sapesse che faccia avesse Paolo Borsellino?</span> Il giudice che riempiva le prime pagine di tutti i giornali dopo la morte di Falcone. Il giudice che rilasciava interviste, parlava alle televisioni, interveniva ad incontri pubblici. Il giudice considerato da tutta l&#8217;opinione pubblica come l&#8217;ultimo baluardo della lotta alla mafia. <span style="font-weight:bold;">Il giudice che prese addirittura sei voti durante l&#8217;elezione del Capo dello Stato</span><span style="font-style:italic;">.</span> Il giudice che portava a spalle la bara del suo amico e collega davanti a tutte le televisioni del mondo<span style="font-style:italic;">. </span>E&#8217; credibile tutto ciò? E&#8217; credibile che un uomo navigato come Mancino e così esperto delle faccende italiane e che, come lui ama rimarcare, aveva firmato la legge Violante-Mancino per impedire la scarcerazione degli imputati del maxiprocesso<span style="font-style:italic;">, </span>non avesse mai visto, nemmeno di sfuggita, in tutti quegli anni di lotta alla mafia colui che, insieme a Falcone, il maxiprocesso l&#8217;aveva istruito?</p>
<p>E&#8217; credibile che Paolo Borsellino fosse stato invitato al Viminale da Parisi <span style="font-weight:bold;">senza che nessuno lo presentasse al ministro?</span> E&#8217; credibile che Mancino possa aver stretto la mano a Paolo Borsellino senza che questi si presentasse? E soprattutto senza che il volto di Paolo gli rimanesse impresso nella mente? Non sarebbe dovuto essere lui, Mancino, il primo a chiedere della possibile presenza di Borsellino al Viminale e fare di tutto per farselo presentare? Non era Mancino ansioso di conoscere il magistrato che più di tutti poteva aiutare lo Stato a sconfiggere Cosa Nostra in quel periodo assolutamente tragico della storia della Repubblica? <span style="font-weight:bold;">Non era ansioso di conoscere il magistrato che Cosa Nostra aveva già condannato a morte</span> e che aveva dichiarato di aver capito perchè e da chi Falcone fosse stato ucciso? Oppure era troppo impegnato, a quanto pare, ad autocelebrarsi e a festeggiare il proprio insediamento al Viminale? E cosa c&#8217;era, di grazia, da festeggiare in quei terribili giorni in cui lo Stato pareva sull&#8217;orlo di crollare sotto gli attacchi eversivi della mafia?<br />
<span style="font-style:italic;"><br />
</span>Mancino dichiara:<span style="font-style:italic;"><span style="font-style:italic;"> </span>&#8220;Nella mia agenda, anno 1992, primo luglio, non è annotato nessun incontro e <span style="font-weight:bold;">non potevano esserci incontri prestabiliti</span>: salivo la prima volta al Viminale e una folla tra prefetti, funzionari, impiegati, amici riempì il corridoio dal quale si accede all&#8217;ufficio del ministro</span><span style="font-size:100%;"><span><span style="font-style:italic;">&#8220;. </span>Ma chi ha detto che quello fosse un incontro prestabilito? Anzi. Quell&#8217;incontro sappiamo bene che fu qualcosa di assolutamente non pianificato. Dunque, se nelle agende il ministro è solito segnare solamente gli incontri prestabiliti e non quelli effettivamente avvenuti (anche improvvisi o casuali), è chiaro che <span style="font-weight:bold;">il fatto che al primo luglio non ci sia scritto niente non dimostra nulla</span>. Mancino infatti, in un&#8217;intervista per La7, ha mostrato un calendarietto, tirato fuori da un cassetto chiuso a chiave del suo studio, mostrato per qualche secondo alle telecamere e poi subito rimesso al proprio posto.</span></span></p>
<p>In proposito Mancino pronuncia la dichiarazione più sconcertante: &#8220;<span style="font-style:italic;font-size:100%;"><span style="font-weight:bold;">Ma non potevo dare un appuntamento a uno che non conoscevo!</span> A meno che quello che non conoscevo non mi avesse detto ci ho un segreto di Stato&#8230;ci ho una mia valutazione urgentissima&#8230;allora io a quel punto .. perchè non riceverlo &#8230; ricevo tutti!</span><span style="font-size:100%;"><span>&#8220;. Ma come? Allora Mancino sta dicendo che non solo non conosceva fisicamente Borsellino, ma ignorava addirittura chi fosse. Forse che aveva bisogno di conoscerlo fisicamente per convocare al Viminale il giudice antimafia più famoso d&#8217;Italia? Tutto ciò è ridicolo. <span style="font-weight:bold;">Ridicolo e offensivo per la memoria del giudice</span>. Offensive sono quelle parole (&#8220;<span style="font-style:italic;">ricevo tutti!</span>&#8220;), come se Paolo fosse un funzionario qualunque giunto al Viminale solo per omaggiare sua maestà il neoministro.</span></span></p>
<p>Continua Mancino: &#8220;<span style="font-style:italic;font-size:100%;">Ma si può parlare con un ministro neo nominato di trattative tra lo Stato e la criminalità organizzata? &#8230; <span style="font-weight:bold;">a parte ragioni di stile</span> &#8230; in quei giorni &#8230;a meno che non ci fosse stata una richiesta esplicita per notizie di carattere urgente &#8230; io non ho ricevuto nessuno e non avrei voluto ricevere nessuno &#8230; come in effetti mi pare che sia avvenuto</span><span style="font-size:100%;"><span><span style="font-style:italic;">&#8220;. </span>Notate la spudoratezza di certe dichiarazioni. Ma che faccia tosta avrebbe avuto Paolo Borsellino a venire a rovinare la festa del ministro? <span style="font-weight:bold;">Era il caso di parlargli di trattative tra stato e mafia proprio mentre lui stappava spumante</span> e mangiava cannoli per l&#8217;importante poltrona ottenuta? Sarebbe stato davvero sfacciato questo Borsellino. E che diamine. Nemmeno un briciolo di stile!</span></span></p>
<p>E per difendersi, Mancino cita addirittura la deposizione del pentito Gaspare Mutolo che dimostrerebbe come l&#8217;incontro non sia avvenuto. Anzi <span style="font-weight:bold;">accusa Salvatore Borsellino </span>di raccontare sempre &#8220;una versione monca&#8221; della vicenda. Per dovere di verità riporto dunque qui di seguito lo stralcio delle dichiarazioni di Mutolo che dovrebbero &#8220;scagionare&#8221; Mancino.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-weight:bold;">Mutolo</span>: &#8220;<span style="font-style:italic;">Quando il Giudice ando&#8217; via </span><strong>mi aveva detto che gli aveva telefonato il ministro</strong><span style="font-style:italic;">. Quindi, quando il Giudice ritorno&#8217;, che era passata un&#8217;ora, un&#8217;ora e mezza, ci siamo entrati di nuovo nella stanza, pero&#8217; l&#8217;umore del dottor Borsellino era completamente cambiato, perche&#8217; diciamo, quando incomincio&#8217; l&#8217;interrogazione era molto soddisfatto e si vedeva che era contento che io ero iniziato la mia collaborazione; invece quando ritorno&#8217; <span style="font-weight:bold;">era molto agitato</span>, tanto che io, ad un certo punto, notai questo, perche&#8217; lui si era tolto la giacca, sudato. Ad un certo punto io mi accorgo che il dottor Borsellino c&#8217;ha una sigaretta accesa e se ne accende un&#8217;altra, quindi da quel momento io ho capito che era molto distratto. Anche se era con me, <span style="font-weight:bold;">ma il pensiero era ad un&#8217;altra persona</span>. Dopo c&#8217;ho detto &#8211; a tipo una battuta &#8211; che deve essere contento che e&#8217; andato dal ministro. Dice: &#8220;Ma quale ministro e ministro&#8230;sono andato dal dottor Parisi e dal dottor Contrada&#8221;, quindi ho capito,che con quello che avevo detto io qualche ora prima, qualche due ore prima, insomma, il discorso era molto preoccupante. Comunque, ma me l&#8217;ha detto molto seccato, molto dispiaciuto, con fare stanco. </span><strong>Ma si vedeva chiaramente che la cosa non era gradita, diciamo; era stata una sorpresa che lui magari o non si aspettava o</strong><span style="font-style:italic;">&#8230; Io non lo so, io non e&#8217; che posso essere nella mente del Giudice, quello che pensava lui in quel momento. Cioe&#8217;, pero&#8217; era completamente diverso di come era andato, di come quando ritornò&#8221;</span>.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Se, come dice Mancino, questo resoconto è da prendere come buono si evince che:</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">1) <span style="font-weight:bold;">il ministro Mancino ha chiamato personalmente Borsellino sul cellulare</span> per convocarlo d&#8217;urgenza al Viminale.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">2) quando Borsellino giunge al Viminale, invece che dal ministro, viene accolto dall&#8217;allora capo della Polizia Parisi (deceduto qualche anno fa) e dall&#8217;ex numero tre del Sisde <span style="font-weight:bold;">Bruno Contrada</span>, oggi condannato in via definitiva a dieci anni per mafia.</p>
<p><span style="font-size:100%;"><span><br />
3) Borsellino ne rimane sconvolto, perchè Contrada era proprio colui che Mutolo gli aveva indicato come &#8220;a disposizione&#8221; di Cosa Nostra. Non solo: durante quel colloquio, rivela ancora Mutolo in un altro passaggio, <span style="font-weight:bold;">Contrada mostra di essere già a conoscenza</span> del fatto che Mutolo vuole collaborare e anzi si &#8220;mette a disposizione&#8221; di Paolo Borsellino. Questa è la cosa che inquieta di più il giudice, che non si fida assolutamente di Contrada.</span></span></p>
<p>Ora io chiedo a Mancino: in che modo questa ricostruzione potrebbe scagionarlo? Non si accorge che questa versione invece lo sbugiarda completamente? <span style="font-weight:bold;">Come faceva ad avere il numero di cellulare di una persona che non conosceva? </span>L&#8217;ha forse chiamato per sbaglio credendo che fosse qualcun altro? E cosa ci faceva Contrada (un uomo che, secondo Paolo Borsellino, al solo pronunciarne il nome si poteva morire) negli uffici del Viminale? E Mancino, che tanto ama far parlare (o tacere, a seconda dei casi) i morti, si ricorda almeno che nei suoi uffici si aggirava il numero tre del Sisde? <span style="font-weight:bold;">O nemmeno lui sapeva che faccia avesse?</span></p>
<p>Ma la cosa più grottesca sono gli ultimi sviluppi della vicenda. Improvvisamente, dopo tanti anni, c&#8217;è gente che inizia a ricordare e a dare la propria versione dei fatti. Nel post precedente ho citato Giuseppe Ayala che, con una intervista dirompente, affermava con assoluta certezza: &#8220;<span style="font-style:italic;font-size:100%;">Io ho parlato personalmente con Nicola Mancino e <span style="font-weight:bold;">Mancino mi ha detto che ha avuto l&#8217;incontro con Borsellino</span>, del tutto casuale, il giorno in cui Mancino andò per la prima volta al Viminale a prendere possesso della sua carica di ministro. No, no! Lui ha detto che lo ha avuto questo incontro! Come no? L&#8217;ha detto anche a me! Mi ha fatto vedere addirittura&#8230;forse svelo una cosa privata, ma insomma&#8230;<span style="font-weight:bold;">mi ha fatto vedere l&#8217;agenda con l&#8217;annotazione</span>&#8230;perchè lui è di quelli che ha le agende conservate con tutte le annotazioni.</span><span style="font-style:italic;"> </span><span style="font-size:100%;"><span>&#8220;</span></span></p>
<p>In un colpo solo Ayala distrugge il castello di carta eretto da Mancino in propria difesa. Ayala svela che, in un colloquio privato di qualche mese fa, <span style="font-weight:bold;">Mancino ha ricordato perfettamente di aver incontrato Borsellino </span>e per di più gli ha mostrato un&#8217;agenda con una annotazione a conferma dell&#8217;avvenuto incontro. Evidentemente deve essere un&#8217;agenda diversa da quella che Mancino ha mostrato alle telecamere. Non passa nemmeno un giorno che spunta un altro partecipante al medesimo colloquio privato. Si tratta di <span style="font-weight:bold;">Mario Fresa</span>, consigliere del Csm, e quindi in stretti rapporti con Mancino, che sbugiarda Ayala: &#8220;<span style="font-style:italic;font-size:100%;"><span style="font-weight:bold;">Non è vero che Mancino raccontò di aver avuto un incontro con Borsellino</span> il giorno del suo insediamento al Viminale. Piuttosto disse di non poter escludere di aver stretto anche le mani del procuratore di Marsala, che per altro non conosceva, <span style="font-weight:bold;">tra le migliaia di quel giorno</span>. Mancino ci disse di non aver avuto nessun appuntamento quel giorno con Borsellino e ci mostrò anche la pagina bianca della sua agenda alla data del primo luglio 1992</span><span style="font-size:100%;"><span>&#8220;.</span></span></p>
<p>Sconcertante. Come è possibile che due persone che hanno partecipato al medesimo colloquio <span style="font-weight:bold;">riportino fatti completamente opposti?</span> Cosa ha detto veramente Mancino? Cosa c&#8217;era scritto veramente su quella agenda?</p>
<p>Non passa nemmeno un giorno che Ayala, con una lettera ufficiale, <span style="font-weight:bold;">ritratta la propria versione</span>: &#8220;<span style="font-size:100%;"><span style="font-style:italic;">Confermo di aver avuto modo di visionare la pagina relativa alla data del 1 luglio 1992 dell&#8217;agenda del presidente Mancino nel corso di un colloquio svoltosi qualche tempo fa nel suo ufficio a Palazzo dei Marescialli. Per chiarire un probabile equivoco, desidero chiarire che nella pagina dell&#8217;agenda di cui sopra non risulta annotato il nome di Paolo Borsellino. <span style="font-weight:bold;">E&#8217;, cioè, proprio l&#8217;assenza di tale annotazione che, a dire del Presidente Mancino, conferma che tra i due non vi fu alcun incontro</span></span>&#8220;.</span></p>
<p>Ma come? Possibile che tutti abbiano frainteso? Eppure, a riascoltare l&#8217;intervista rilasciata da Ayala, non sembra ci sia spazio per interpretazioni. E&#8217; possibile che una persona un giorno ricordi una cosa e il giorno dopo l&#8217;esatto contrario? <span style="font-weight:bold;">E&#8217; possibile che una frase un giorno voglia dire una cosa e il giorno dopo l&#8217;esatto contrario? </span>Ma Ayala è cosciente di quanto delicate siano certe dichiarazioni? Ha il senso dell&#8217;importanza di calibrare le parole? Ma Ayala ci è o ci fa? Perchè ha ritrattato in fretta e furia? E&#8217; stato folgorato sulla via di Damasco? Ha subito dalle pressioni da qualcuno?</p>
<p>No, perchè in questo periodo stiamo assistendo a cose inaudite. E&#8217; di oggi la notizia ufficiale che <span style="font-weight:bold;">il processo Borsellino è da rifare</span>. Il pentito Vincenzo Scarantino, mezzo analfabeta, sulle cui contraddittorie dichiarazioni (ritrattò e poi ritrattò la ritrattazione) erano stati basati tre processi penali ed erano stati inflitti decine di ergastoli, ora si scopre che fu &#8220;indirizzato&#8221; nelle sue confessioni. Da chi? <span style="font-weight:bold;">Da alcuni membri del comando Falcone-Borsellino</span>, che a quel tempo indagavano sulle stragi. E che a quanto pare verranno inquisiti per depistaggio. La mano lunga dei servizi segreti che depista e <span style="font-weight:bold;">imbocca falsi pentiti per creare una falsa verità</span>. A che pro? E per conto di chi? Da brivido. Persino la madre di Scarantino oggi conferma: &#8220;<span style="font-style:italic;">Su mio figlio sono state fatte pressioni</span>&#8220;. A Scarantino non credette fin dal primo minuto <span style="font-weight:bold;">Ilda Boccassini </span>che per questo lasciò la procura di Catania. A Scarantino non credette fin dal primo minuto <span style="font-weight:bold;">Gioacchino Genchi</span> che capì immediatamente come un personaggio del genere non avrebbe potuto essere per nulla credibile. A Scarantino invece credette incondizionatamente l&#8217;allora procuratore di Caltanissetta, <span style="font-weight:bold;">Giovanni Tinebra</span>, detto<span style="font-style:italic;"> Tenebra</span>. Lo stesso che impose al giudice Luca Tescaroli (contro il suo parere) l&#8217;archiviazione delle indagini sui mandanti esterni a carico di alpha e beta (Dell&#8217;Utri e Berlusconi), salvo poi diventare l&#8217;anno successivo il presidente del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria <span style="font-weight:bold;">su chiamata proprio di Berlusconi</span>.</p>
<p>Volete sapere l&#8217;ultima? Con tutta probabilità il nuovo processo Borsellino si svolgerà a Catania. E sapete chi è oggi procuratore capo a Catania? Giovanni Tinebra.</p>
<p>Chi sarà il prossimo a ritrattare?</p></div>
</blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Mafia e stato: a che punto siamo?]]></title>
<link>http://onoratasocieta.wordpress.com/2009/07/29/mafia-e-stato-a-che-punto-siamo/</link>
<pubDate>Wed, 29 Jul 2009 13:44:39 +0000</pubDate>
<dc:creator>Concetta Cice</dc:creator>
<guid>http://onoratasocieta.wordpress.com/2009/07/29/mafia-e-stato-a-che-punto-siamo/</guid>
<description><![CDATA[Il procuratore aggiunto a Palermo, Antonio Ingroia di Anna Petrozzi &#8211; 28 luglio 2009 (fonte: A]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div class="wp-caption alignleft" style="width: 110px"><img title="Antonio Ingroia" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giudici_e_magistrati/ingroia-antonio-web5.jpg" alt="Il procuratore aggiunto a Palermo, Antonio Ingroia" width="100" height="100" /><p class="wp-caption-text">Il procuratore aggiunto a Palermo, Antonio Ingroia</p></div>
<p>di Anna Petrozzi &#8211; 28 luglio 2009</p>
<p>(fonte: <a href="http://www.antimafiaduemila.com" target="_blank">AntimafiaDuemila</a>)</p>
<p><em>“Spiragli di luce” li ha chiamati il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, quei nuovi importantissimi elementi investigativi su cui stanno lavorando i magistrati della procura di Palermo e Caltanissetta.</em></p>
<p>Spiragli che potrebbero portare alla verità, o quanto meno ad avvicinarsi al reale scenario che ha determinato la stagione stragista del ’92 e ’93 che vede coinvolti non solo gli uomini di Cosa Nostra ma anche altre entità di cui forse si possono cominciare ad intravvedere i lineamenti.</p>
<p>Alla prorompente richiesta di giustizia e verità gridata da Salvatore Borsellino che si è premurato di spiegare a mezza Italia cosa fossero l’agenda rossa scomparsa di suo fratello e il castello Utveggio sono corrisposte le importantissime dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, e la collaborazione di Gaspare Spatuzza.</p>
<p><!--more--></p>
<p>Pare dunque che sia il momento buono: c’è attenzione da parte della società civile,  emergono carte e riscontri e un gran fermento di ricordi affiora alla memoria dei protagonisti istituzionali di quei tragici giorni. Persino Salvatore Riina ha rotto il suo silenzio tombale e ha accettato un colloquio con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e i sostituti Gozzo e Marino durato ben tre ore.</p>
<p>Benché sia grande la speranza degli italiani onesti di capire esattamente cosa accadde in quel biennio e come le stragi abbiano influenzato il dispiegarsi del progetto di deriva democratica cui siamo giunti inesorabilmente fino ad oggi, occorre muoversi con molta prudenza e cercare di analizzare il più possibile i fatti. Anche perché la nostra storia è densa di depistaggi, inganni, doppi giochi, patti, caffè avvelenati e sempre per dirla con Ingroia “cortine fumogene”.</p>
<p>Procediamo con ordine, per quanto si possa.</p>
<p>Spatuzza. Gaspare Spatuzza era un killer di Brancaccio, per 13 anni rinchiuso al 41 bis, che ora, in preda ad una crisi mistica, chiede di parlare con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso perché vuole raccontare la sua verità. “Sono stato io  &#8211; ha confessato – a rubare la 126” che imbottita di tritolo ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta. Ad auto accusarsi dello stesso reato però era stato Vincenzo Scarantino e sebbene presa con le pinze e mille riserve la sua ricostruzione era stata sancita dalla Cassazione. Oggi sembra che i riscontri però diano ragione a Spatuzza e quindi si profila la possibilità per alcuni condannati in via definitiva di far rivedere le proprie posizioni.</p>
<p>“Ci sono innocenti in carcere e colpevoli in libertà”, così si era espresso a suo tempo Giovanni Brusca proprio in relazione alle dichiarazioni di Scarantino e così ha parlato anche Salvatore Riina che, in occasione della commemorazione della strage di Via D’Amelio, ha dichiarato che Paolo Borsellino “l’ammazzarono loro”. Loro sarebbero i “servizi segreti”, l’entità grigia che spunta sempre quando nel nostro Paese non riescono ad individuare responsabilità precise di eccidi terribili che nascondono dietro alla violenza progetti ben precisi di orientamenti politici e di alleanze economiche.</p>
<p>Chiaramente non è trapelato nulla del dialogo del capo dei capi con i magistrati di Caltanissetta, eccezion fatta per l’annuncio, da parte dell’avvocato difensore del boss Luca Cianferoni, della prossima consegna di un memoriale che Riina stesso firmerà. La sua verità insomma.</p>
<p>Le sue dichiarazioni e ancora di più le notizie attorno ai documenti cartacei e audio che sarebbero in possesso di Massimo Ciancimino hanno sollecitato come mai in questi anni i ricordi finora taciuti di illustri uomini dello stato.</p>
<p>L’affaire Mancino. L’allora neoeletto Ministro dell’Interno è stato chiamato in causa più e più volte da Salvatore Borsellino poiché nell’agenda del giudice ucciso, quella grigia dedicata agli appuntamenti e ai conti, in data 1 luglio 1992 è segnato il suo nome. Gaspare Mutolo, il collaboratore che stava verbalizzando in quel giorno proprio con Borsellino, aveva infatti raccontato che il magistrato aveva interrotto il loro interrogatorio per andare dal Ministro. In principio Mancino aveva sostenuto di essere certo di non aver incontrato il giudice per poi precisare di non ricordare se tra le tante mani strette quel giorno di insediamento ci fosse stata anche quella di Borsellino. Cioè ha sostenuto di non rammentare se aveva ricevuto il giudice più in vista d’Italia in quel momento, da tutti ritenuto l’erede diretto di Giovanni Falcone, ammazzato a Capaci poco più di un mese prima. E quale prova aveva esibito la sua agenda intonsa. Versione incredibile ma poco contestabile, agenda contro agenda. Oggi invece è spuntata dal nulla la versione di Giuseppe Ayala, ex magistrato, che afferma invece di aver visto nell’agenda di Mancino segnato proprio l’appuntamento con l’amico Paolo. Non esclude però che l’incontro tra Borsellino e il ministro possa essere stato fugace e che si sia limitato ad una stretta di mano.</p>
<p>Tra le ipotesi investigative sull’eccidio di via D’Amelio ha preso sempre più corpo nel tempo la probabilità che l’accelerazione con cui venne eseguita la strage sia stata innescata dalla consapevolezza del giudice rispetto alla cosiddetta Trattativa. Vale a dire che Paolo Borsellino era venuto a conoscenza del dialogo che era in corso in quel momento tra il Ros dei carabinieri, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, e la mafia di Riina per il tramite di Vito Ciancimino e di Antonio Cinà e si sia fortemente opposto, divenendo così un fastidioso ostacolo da rimuovere.</p>
<p>Ammesso che tale impostazione sia corretta e che questo movente sia tra i tanti possibili, viste le molte intuizioni e conoscenze di Borsellino, quello scatenante, resta da capire chi lo informò e quando.</p>
<p>Qualche giorno fa Mancino, che ha sempre negato con forza un suo qualsivoglia coinvolgimento in questi fatti, in un’intervista rilasciata ad Attilio Bolzoni e Francesco Viviano di La Repubblica, ha ammesso per la prima volta che in effetti vi fu una richiesta di trattativa da parte della mafia, ma che fu rispedita al mittente senza colpo ferire. Peccato che questa sua tardiva narrazione contraddica quanto già accertato da sentenze cioè che fu il Ros a chiedere un appuntamento con Vito Ciancimino tramite il più piccolo dei suoi figli, Massimo appunto, incontrato per caso su un volo Palermo-Roma dal capitano De Donno.</p>
<p>E’ quindi lo Stato a cercare la mafia e non viceversa.</p>
<p>Pugno di ferro acclamato anche da Luciano Violante che finora si era dimenticato di far sapere che anche lui era a conoscenza della trattativa ma che la respinse con sdegno. A ruota l’ex ministro della giustizia Martelli che ravvisa elementi validi nelle esternazioni di pretesa innocenza di Riina mentre l’ex ministro Scotti, che fu esautorato delle funzioni di Ministro dell’Interno in una notte e sostituito da Mancino proprio quel 1° luglio, rammenta lo stato di allarme in cui si trovava il Paese a cavallo delle stragi e di come la minaccia di una strategia destabilizzatrice fosse più che concreta.</p>
<p>Dopo anni di silenzio e persino una controversa dichiarazione di vittoria sulla mafia molto poco apprezzata al vertice Onu del 2000 anche il criminologo Pino Arlacchi è intervenuto nel dibattito inquadrando la trattativa intavolata dal Ros con la mafia in una sorta di eterno conflitto tra carabinieri e polizia. “Perché è bene che si sappia: il cancro della lotta alla mafia è sempre stata la concorrenza, le gelosia tra apparati dello Stato”.</p>
<p>Il Ros. Il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri era stato creato proprio per supportare le indagini più delicate. Grandi successi e grandi misteri.</p>
<p>15 gennaio 1993, cattura di Totò Riina e il covo di via Bernini lasciato a disposizione della mafia che lo ripulisce in fretta e furia. 31 ottobre 1995, Luigi Ilardo guida il colonnello Riccio nella masseria di Mezzojuso dove si intrattiene con Provenzano tutto il giorno, ma non arrivano i rinforzi e il boss sfugge. Ilardo viene assassinato una settimana dopo aver manifestato la sua volontà di collaborare formalmente con lo stato, dopo che aveva registrato decine di cassette con il colonnello Riccio dai contenuti esplosivi che forse oggi cominciano ad avere un loro filo logico.</p>
<p>La cattura di Riina e la superlatitanza di Provenzano sono collegate? Fanno parte di un unico disegno che ruota attorno alla trattativa, a più trattative?</p>
<p>A questo stanno lavorando senza sosta i procuratori di Caltanissetta e Palermo che hanno già sentito alcuni degli autori delle varie dichiarazioni di cui sopra. Intanto al processo per la fallita cattura di Provenzano il colonnello Riccio ha fatto pervenire copia fotografica di tre floppy disks che ha rinvenuto nella sua abitazione in seguito a lavori di ristrutturazione che contengono le relazioni di servizio da lui compilate dall’agosto del ’95 al maggio ’96. Per l’esattezza fino all’11 maggio 1996 il giorno successivo all’omicidio di Ilardo. Raccontano per filo e segno le attività svolte dal colonnello dal giorno in cui cominciò a gestire la collaborazione del reggente della famiglia di Caltanissetta per conto del Ros, relazioni che Riccio compilava sui computer del Ros e che gli furono consegnate dal maggiore Damiano a conclusione del suo operato.</p>
<p>Il presidente della IV sezione del Tribunale, Mario Fontana, ha disposto che sia il colonnello Riccio stesso a consegnare alla corte i tre floppy e che quindi venga sentito il 25 settembre prossimo in modo da fornire le spiegazioni necessarie.</p>
<p>Al medesimo processo saranno sentiti anche Nino Giuffré in trasferta a Roma il 7 e l’8 ottobre prossimi e il teste tanto atteso: Massimo Ciancimino. Forse è sarà lui a fornire la giusta chiave di interpretazione di tutti questi eventi che sembrano essere strettamente correlati tra di loro.</p>
<p><span style="color:#ffffff;">.</span></p>
<p><a href="http://www.wikio.it/vote?url=http://onoratasocieta.wordpress.com/2009/07/29/mafia-e-stato-a-che-punto-siamo" target="_tab"><img style="border:none;vertical-align:middle;" src="http://www.wikio.it/shared/img/vote/wikio5.gif" alt="" /></a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Antimafia Duemila - Mafia e stato: a che punto siamo?]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/07/28/antimafia-duemila-mafia-e-stato-a-che-punto-siamo/</link>
<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 07:45:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/07/28/antimafia-duemila-mafia-e-stato-a-che-punto-siamo/</guid>
<description><![CDATA[Antimafia Duemila &#8211; Mafia e stato: a che punto siamo?. di Anna Petrozzi &#8211; 28 luglio 2009]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&#38;task=view&#38;id=18216&#38;Itemid=78">Antimafia Duemila &#8211; Mafia e stato: a che punto siamo?</a>.</p>
<blockquote><p><strong>di Anna Petrozzi &#8211; 28 luglio 2009</strong></p>
<p>“Spiragli di luce” li ha chiamati il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, quei nuovi importantissimi elementi investigativi su cui stanno lavorando i magistrati della procura di Palermo e Caltanissetta. Spiragli che potrebbero portare alla verità, o quanto meno ad avvicinarsi al reale scenario che ha determinato la stagione stragista del ’92 e ’93 che vede coinvolti non solo gli uomini di Cosa Nostra ma anche altre entità di cui forse si possono cominciare ad intravvedere i lineamenti.<br />
Alla prorompente richiesta di giustizia e verità gridata da Salvatore Borsellino che si è premurato di spiegare a mezza Italia cosa fossero l’agenda rossa scomparsa di suo fratello e il castello Utveggio sono corrisposte le importantissime dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, e la collaborazione di Gaspare Spatuzza.<br />
Pare dunque che sia il momento buono: c’è attenzione da parte della società civile,  emergono carte e riscontri e un gran fermento di ricordi affiora alla memoria dei protagonisti istituzionali di quei tragici giorni. Persino Salvatore Riina ha rotto il suo silenzio tombale e ha accettato un colloquio con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e i sostituti Gozzo e Marino durato ben tre ore.<br />
Benché sia grande la speranza degli italiani onesti di capire esattamente cosa accadde in quel biennio e come le stragi abbiano influenzato il dispiegarsi del progetto di deriva democratica cui siamo giunti inesorabilmente fino ad oggi, occorre muoversi con molta prudenza e cercare di analizzare il più possibile i fatti. Anche perché la nostra storia è densa di depistaggi, inganni, doppi giochi, patti, caffè avvelenati e sempre per dirla con Ingroia “cortine fumogene”.<br />
Procediamo con ordine, per quanto si possa.<br />
<strong>Spatuzza</strong>. Gaspare Spatuzza era un killer di Brancaccio, per 13 anni rinchiuso al 41 bis, che ora, in preda ad una crisi mistica, chiede di parlare con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso perché vuole raccontare la sua verità. “Sono stato io  &#8211; ha confessato – a rubare la 126” che imbottita di tritolo ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta. Ad auto accusarsi dello stesso reato però era stato Vincenzo Scarantino e sebbene presa con le pinze e mille riserve la sua ricostruzione era stata sancita dalla Cassazione. Oggi sembra che i riscontri però diano ragione a Spatuzza e quindi si profila la possibilità per alcuni condannati in via definitiva di far rivedere le proprie posizioni.<br />
“Ci sono innocenti in carcere e colpevoli in libertà”, così si era espresso a suo tempo Giovanni Brusca proprio in relazione alle dichiarazioni di Scarantino e così ha parlato anche Salvatore Riina che, in occasione della commemorazione della strage di Via D’Amelio, ha dichiarato che Paolo Borsellino “l’ammazzarono loro”. Loro sarebbero i “servizi segreti”, l’entità grigia che spunta sempre quando nel nostro Paese non riescono ad individuare responsabilità precise di eccidi terribili che nascondono dietro alla violenza progetti ben precisi di orientamenti politici e di alleanze economiche.<br />
Chiaramente non è trapelato nulla del dialogo del capo dei capi con i magistrati di Caltanissetta, eccezion fatta per l’annuncio, da parte dell’avvocato difensore del boss Luca Cianferoni, della prossima consegna di un memoriale che Riina stesso firmerà. La sua verità insomma.<br />
Le sue dichiarazioni e ancora di più le notizie attorno ai documenti cartacei e audio che sarebbero in possesso di Massimo Ciancimino hanno sollecitato come mai in questi anni i ricordi finora taciuti di illustri uomini dello stato.<br />
<strong>L’affaire Mancino</strong>. L’allora neoeletto Ministro dell’Interno è stato chiamato in causa più e più volte da Salvatore Borsellino poiché nell’agenda del giudice ucciso, quella grigia dedicata agli appuntamenti e ai conti, in data 1 luglio 1992 è segnato il suo nome. Gaspare Mutolo, il collaboratore che stava verbalizzando in quel giorno proprio con Borsellino, aveva infatti raccontato che il magistrato aveva interrotto il loro interrogatorio per andare dal Ministro. In principio Mancino aveva sostenuto di essere certo di non aver incontrato il giudice per poi precisare di non ricordare se tra le tante mani strette quel giorno di insediamento ci fosse stata anche quella di Borsellino. Cioè ha sostenuto di non rammentare se aveva ricevuto il giudice più in vista d’Italia in quel momento, da tutti ritenuto l’erede diretto di Giovanni Falcone, ammazzato a Capaci poco più di un mese prima. E quale prova aveva esibito la sua agenda intonsa. Versione incredibile ma poco contestabile, agenda contro agenda. Oggi invece è spuntata dal nulla la versione di Giuseppe Ayala, ex magistrato, che afferma invece di aver visto nell’agenda di Mancino segnato proprio l’appuntamento con l’amico Paolo. Non esclude però che l’incontro tra Borsellino e il ministro possa essere stato fugace e che si sia limitato ad una stretta di mano.<br />
Tra le ipotesi investigative sull’eccidio di via D’Amelio ha preso sempre più corpo nel tempo la probabilità che l’accelerazione con cui venne eseguita la strage sia stata innescata dalla consapevolezza del giudice rispetto alla cosiddetta Trattativa. Vale a dire che Paolo Borsellino era venuto a conoscenza del dialogo che era in corso in quel momento tra il Ros dei carabinieri, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, e la mafia di Riina per il tramite di Vito Ciancimino e di Antonio Cinà e si sia fortemente opposto, divenendo così un fastidioso ostacolo da rimuovere.<br />
Ammesso che tale impostazione sia corretta e che questo movente sia tra i tanti possibili, viste le molte intuizioni e conoscenze di Borsellino, quello scatenante, resta da capire chi lo informò e quando.<br />
Qualche giorno fa Mancino, che ha sempre negato con forza un suo qualsivoglia coinvolgimento in questi fatti, in un’intervista rilasciata ad Attilio Bolzoni e Francesco Viviano di <em>La Repubblica</em>, ha ammesso per la prima volta che in effetti vi fu una richiesta di trattativa da parte della mafia, ma che fu rispedita al mittente senza colpo ferire. Peccato che questa sua tardiva narrazione contraddica quanto già accertato da sentenze cioè che fu il Ros a chiedere un appuntamento con Vito Ciancimino tramite il più piccolo dei suoi figli, Massimo appunto, incontrato per caso su un volo Palermo-Roma dal capitano De Donno.<br />
E’ quindi lo Stato a cercare la mafia e non viceversa.<br />
Pugno di ferro acclamato anche da Luciano Violante che finora si era dimenticato di far sapere che anche lui era a conoscenza della trattativa ma che la respinse con sdegno. A ruota l’ex ministro della giustizia Martelli che ravvisa elementi validi nelle esternazioni di pretesa innocenza di Riina mentre l’ex ministro Scotti, che fu esautorato delle funzioni di Ministro dell’Interno in una notte e sostituito da Mancino proprio quel 1° luglio, rammenta lo stato di allarme in cui si trovava il Paese a cavallo delle stragi e di come la minaccia di una strategia destabilizzatrice fosse più che concreta.<br />
Dopo anni di silenzio e persino una controversa dichiarazione di vittoria sulla mafia molto poco apprezzata al vertice Onu del 2000 anche il criminologo Pino Arlacchi è intervenuto nel dibattito inquadrando la trattativa intavolata dal Ros con la mafia in una sorta di eterno conflitto tra carabinieri e polizia. “Perché è bene che si sappia: il cancro della lotta alla mafia è sempre stata la concorrenza, le gelosia tra apparati dello Stato”.<br />
<strong>Il Ros</strong>. Il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri era stato creato proprio per supportare le indagini più delicate. Grandi successi e grandi misteri.<br />
15 gennaio 1993, cattura di Totò Riina e il covo di via Bernini lasciato a disposizione della mafia che lo ripulisce in fretta e furia. 31 ottobre 1995, Luigi Ilardo guida il colonnello Riccio nella masseria di Mezzojuso dove si intrattiene con Provenzano tutto il giorno, ma non arrivano i rinforzi e il boss sfugge. Ilardo viene assassinato una settimana dopo aver manifestato la sua volontà di collaborare formalmente con lo stato, dopo che aveva registrato decine di cassette con il colonnello Riccio dai contenuti esplosivi che forse oggi cominciano ad avere un loro filo logico.<br />
La cattura di Riina e la superlatitanza di Provenzano sono collegate? Fanno parte di un unico disegno che ruota attorno alla trattativa, a più trattative?<br />
A questo stanno lavorando senza sosta i procuratori di Caltanissetta e Palermo che hanno già sentito alcuni degli autori delle varie dichiarazioni di cui sopra. Intanto al processo per la fallita cattura di Provenzano il colonnello Riccio ha fatto pervenire copia fotografica di tre floppy disks che ha rinvenuto nella sua abitazione in seguito a lavori di ristrutturazione che contengono le relazioni di servizio da lui compilate dall’agosto del ’95 al maggio ’96. Per l’esattezza fino all’11 maggio 1996 il giorno successivo all’omicidio di Ilardo. Raccontano per filo e segno le attività svolte dal colonnello dal giorno in cui cominciò a gestire la collaborazione del reggente della famiglia di Caltanissetta per conto del Ros, relazioni che Riccio compilava sui computer del Ros e che gli furono consegnate dal maggiore Damiano a conclusione del suo operato.<br />
Il presidente della IV sezione del Tribunale, Mario Fontana, ha disposto che sia il colonnello Riccio stesso a consegnare alla corte i tre floppy e che quindi venga sentito il 25 settembre prossimo in modo da fornire le spiegazioni necessarie.<br />
Al medesimo processo saranno sentiti anche Nino Giuffré in trasferta a Roma il 7 e l’8 ottobre prossimi e il teste tanto atteso: Massimo Ciancimino. Forse è sarà lui a fornire la giusta chiave di interpretazione di tutti questi eventi che sembrano essere strettamente correlati tra di loro.</p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/07/27/verra-un-giorno-uomini-in-stato-confusionale/</link>
<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 19:46:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/07/27/verra-un-giorno-uomini-in-stato-confusionale/</guid>
<description><![CDATA[Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale. La Seconda Repubblica è agli sgoccioli. Si vedono le ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://verraungiorno.blogspot.com/2009/07/uomini-in-stato-confusionale.html">Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale</a>.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/xTWEc8Lnj6I&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/xTWEc8Lnj6I&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<blockquote>
<div style="text-align:justify;"><span style="font-weight:bold;">La Seconda Repubblica è agli sgoccioli</span>. Si vedono le crepe, si sentono gli scricchiolii. Per coloro che vogliono vedere e sentire, si intende. Le indagini riaperte dalle procure di Milano, Roma, Caltanissetta e Palermo sulle stragi del &#8216;92-&#8217;93 avranno la stessa portata devastante dell&#8217;inchiesta di Mani Pulite, che mise fine alla Prima Repubblica.</div>
<p>In televisione non trapela ancora nulla. Gli Italiani se ne stanno per andare al mare, se non ci sono già, e la Cesara Buonamici dagli studi di Canale5 tenta di sedarli raccontando loro del caldo torrido, dell&#8217;ultimo caso di cronaca nera e delle vacanze dei vip. Sotto sotto, <span style="font-weight:bold;">la gente che conta trema</span>. Sono per ora ancora movimenti sotterranei, poco visibili. Segugi che fiutano il pericolo imminente e si preparano al peggio. C&#8217;è chi già si sta riorganizzando, crollano vecchie alleanze, si instaurano nuovi legami.<span style="font-weight:bold;"> </span><span>Per conferma,</span><span style="font-weight:bold;"> chiedere a Lombardo, Dell&#8217;Utri e Miccichè, </span><span>alle prese col neonato partito del Sud</span><span style="font-weight:bold;"> </span>. Sono segnali, piccole scosse telluriche, premonitrici del terremoto imminente.</p>
<p>Osserviamoli. Riina ha parlato. <span style="font-weight:bold;">Ha parlato dopo sedici anni di sostanziale silenzio</span>. E l&#8217;ha fatto il giorno del diciassettesimo anniversario della strage di via D&#8217;Amelio. Ha lanciato un messaggio chiaro, anzi chiarissimo. Chi voleva intendere, ha capito perfettamente. Quella frase (&#8220;<span style="font-style:italic;">L&#8217;hanno ammazzato loro</span>&#8220;) ha insinuato il panico. Lungi dal voler essere un modo maldestro per scaricare le proprie colpe su altri (come è stato ingenuamente interpretato da molti,<span style="font-style:italic;"> in primis</span> il nostro presidente Napolitano), quel messaggio è <span style="font-weight:bold;">un avvertimento ben preciso</span>: se inizio a parlare vi distruggo, quindi cercate di venire incontro agli interessi di Cosa Nostra.</p>
<p>Se Riina inizia a parlare, <span style="font-weight:bold;">salta tutto</span>. Come minimo, mezzo stato democratico crolla. Se Riina inizia a parlare, saltano politici, magistrati, forze dell&#8217;ordine. Saltano Berlusconi e Dell&#8217;Utri (ma per davvero questa volta), <span style="font-weight:bold;">esplode il Pdl</span>, salta Andreotti dagli scranni del senato, salta Mancino dagli scranni del Csm, salta Carnevale con mezza Corte di Cassazione, saltano Gelli e i suoi seguaci sparsi nelle istituzioni, a destra come a sinistra. Ed è notizia di oggi che i magistrati di Caltanissetta sono saliti al nord ad interrogare Riina. <span style="font-weight:bold;">Tre ore di domande incalzanti</span>. Non trapela ancora nulla. Secondo prime indiscrezione il capo dei capi avrebbe dichiarato che per la strage di Via D&#8217;Amelio ci sono innocenti in galera e colpevoli in libertà. Ma questo dice poco e niente. Bisogna attendere.</p>
<p>Intanto, ieri, <span style="font-weight:bold;">Luciano Violante si è consegnato spontaneamente ai magistrati di Palermo</span>. Ha detto che aveva qualcosa da riferire. Una cosina così, da poco. Che gli è venuta in mente giusto l&#8217;altra notte, mentre faceva fatica ad addormentarsi. Gli è venuto in mente che un bel giorno di diciassette anni fa, settembre 1992, l&#8217;allora colonnello (poi divenuto generale) Mario Mori lo contattò in qualità di Presidente della Commissione Antimafia (era appena stato eletto) per una richiesta inedita. Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo legato al clan dei corleonesi di Totò Riina, aveva richiesto espressamente di poter <span style="font-weight:bold;">incontrare Violante a tu per tu</span>. Per fare cosa? Evidentemente per metterlo al corrente della trattativa in corso e delle richieste di Cosa Nostra. Violante afferma di aver risposto picche: o un incontro ufficiale in Commissione o niente. Niente incontri privati.</p>
<p>Ma perchè Violante se ne è uscito solo ora con questa rivelazione? C&#8217;è già stato nel 2005, ed è terminato con una discutibile assoluzione, un processo <span style="font-weight:bold;">a carico del generale Mori e del capitano Sergio De Caprio</span> (il leggendario Capitano Ultimo) per favoreggiamento a Cosa Nostra per non aver perquisito il covo di Riina dopo la cattura avvenuta il 15 gennaio del 1993. Una sbadata &#8220;dimenticanza&#8221; che ha permesso ai picciotti di ripulire il covo di tutti i documenti compromettenti e che avrebbero testimoniato in modo inequivocabile la trattativa in corso tra mafia e istituzioni. Ma soprattutto è da mesi che è in corso un altro processo, in cui sono imputati ancora una volta <span style="font-weight:bold;">il generale Mori e il colonnello Obinu</span>, questa volta per aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Evitarono di arrestarlo nel lontano 1995 boicottando il blitz nel casolare di Mezzojuso, col risultato che Provenzano rimarrà latitante per altri 11 lunghissimi anni. <span style="font-weight:bold;">Dov&#8217;è stato Violante in tutto questo tempo?</span> Non gli è passato per la testa che forse quell&#8217;episodio che oggi racconta sarebbe potuto servire ai magistrati inquirenti per farsi un&#8217;idea migliore delle varie vicende?</p>
<p>Non risulta per lo meno sospetto il fatto che Violante inizi a ricordare qualcosa <span style="font-weight:bold;">solo dopo che Massimo Ciancimino ha fatto espressamente il suo nome</span> come persona informata della trattativa in corso tra stato e mafia?</p>
<p>Ma non c&#8217;è da stupirsi. Violante appare sempre più come un uomo in grave stato confusionale. Nato comunista, giudice, ha passato la sua gioventù politica <span style="font-weight:bold;">a difendere i magistrati e ad attaccare pesantemente Berlusconi </span>e il suo partito. Sentitelo quattordici anni fa, sembra il Di Pietro di oggi: &#8220;<span style="font-style:italic;">Il partito dei giudici non esiste, esiste invece quello degli imputati eccellenti, capeggiato da Craxi e composto da un pezzo di classe politica abituata all’impunità</span>&#8220;. Oppure: &#8220;<span style="font-style:italic;"><span style="font-weight:bold;">Un manipolo di piduisti </span>e del peggio vecchio regime&#8230; ripete le parole d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager i comunisti, i socialisti e gli ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. E’ una chiamata alla mafia, quella che Berlusconi ha fatto</span>&#8220;. Oppure: &#8220;<span style="font-style:italic;font-weight:bold;">Le proposte di Berlusconi rispondono alle richieste dei grandi mafiosi</span>&#8220;. O ancora: &#8220;<span style="font-style:italic;">C’era un giro di mafia intorno al premier, e non so se c’è ancora</span>&#8220;.</p>
<p>Poi qualcosa è cambiato. Berlusconi ha vinto e Violante è diventato adulto. Si è messo ad inciuciare con Silvio. Sono diventati grandi amici. Con un famoso discorso alla camera del 2003 ha svelato che ci fu <span style="font-weight:bold;">un patto scellerato tra la sinistra e Berlusconi</span> affinchè al Cavaliere non venissero portate via le concessioni televisive, in cambio ovviamente di favori politici. E&#8217; oggi apprezzato da Ignazio La Russa per la sua moderazione e da Angelino Alfano per le sue idee sulla giustizia (<span style="font-weight:bold;">che ricalcano il Piano di Rinascita di Gelli</span>). Ha riabilitato Almirante, Fini e Craxi (da &#8220;<span style="font-style:italic;">latitante</span>&#8221; a &#8220;<span style="font-style:italic;">capro espiatorio dal formidabile spirito innovativo</span>&#8220;). Non perde occasione di bacchettare i magistrati (&#8220;<span style="font-style:italic;">Ci sono magistrati pericolosi che hanno costruito le loro carriere sul consenso popolare</span>&#8220;).  Appare regolarmente come ospite, unico del partito Democratico, alle feste del Pdl. <span style="font-weight:bold;">I complimenti per la coerenza sono d&#8217;obbligo</span>.</p>
<p>Intanto, un&#8217;altra notiziucola è passata inosservata. <span style="font-weight:bold;">Giuseppe Ayala</span>, famoso magistrato del pool antimafia, che non perde occasione per ribadire la propria amicizia con Falcone e Borsellino, autore del libro &#8220;<span style="font-style:italic;">Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino</span>&#8221; <span style="font-weight:bold;">edito da Mondandori</span>, già parlamentare e di nuovo magistrato, ha rilasciato, con <span style="font-style:italic;">nonchalance</span>, <a href="http://www.affaritaliani.it/cronache/mafia_giuseppe_ayala_ad_affari_mancino_borsellino230709.html">un&#8217;intervista</a> ad Affaritaliani.it in cui spazia dai misteri delle stragi al proprio rapporto personale con i due giudici morti ammazzati. E ad un certo punto, alla domanda del giornalista sulle dichiarazioni di Nicola Mancino che nega categoricamente di aver mai incontrato Paolo Borsellino, lascia cadere la bomba: &#8220;<span style="font-style:italic;">Io ho parlato con Nicola Mancino, per diversi anni mio collega al Senato. <span style="font-weight:bold;">Lui ha avuto un incontro con Borsellino</span>, del tutto casuale, il giorno in cui andò in Viminale a prendere possesso della sua carica al Ministero</span>&#8220;. Il giornalista, esterrefatto, obietta: &#8220;<span style="font-style:italic;">Ma lui ha sempre negato l&#8217;incontro</span>&#8220;. Ayala non fa una piega: &#8220;<span style="font-style:italic;">Ma lui mi ha detto che lo ha avuto. <span style="font-weight:bold;">Mi ha fatto vedere anche l&#8217;agenda con l&#8217;annotazione</span>. Anche se francamente non ho elementi per leggere la dietrologia di questo incontro. C&#8217;era Borsellino al Viminale che parlava con il capo della polizia di allora che era Parisi. Parisi gli disse che c&#8217;era Borsellino e se voleva salutarlo. Mancino rispose &#8220;Si figuri&#8221;. Così lo accompagnò nella sua stanza, in mezzo ad altre persone. <span style="font-weight:bold;">Lì ci fu una stretta di mano</span>. Ma non ho alcun elemento per pensare che il ruolo di Mancino fu un altro</span>.&#8221;</p>
<p>Dunque, per il principio del terzo escluso, una cosa sembra certa. O Ayala mente. O Mancino mente.</p>
<p>Ma soprattutto, cosa ha spinto Ayala a fornire questo &#8220;assist&#8221; (come l&#8217;ha prontamente definito Salvatore Borsellino) a Mancino? E che sia un tentativo di aiuto all&#8217;amico, verso cui dichiara di nutrire profonda stima, non c&#8217;è dubbio. Lo si capisce dal <span style="font-weight:bold;">modo tendenzioso </span>in cui ripropone la ricostruzione della vicenda. Che bisogno c&#8217;era di sottolineare che l&#8217;incontro è stato &#8220;<span style="font-style:italic;">del tutto casuale</span>&#8220;? E poi: come fa a riportare le esatte parole che Mancino e Borsellino si sarebbero detti (o non detti)? <span style="font-weight:bold;">Come fa ad essere sicuro che c&#8217;è stata solo una stretta di mano?</span> Lui non era certamente presente e quindi la versione che lui spaccia per vera non può essere nient&#8217;altro che quella raccontatagli da Mancino. Certamente non una fonte imparziale. E perchè tutta questa foga nel cercare di sminuire la portata di quell&#8217;incontro, il che, <span style="font-weight:bold;">secondo la formula dell&#8217;</span><span style="font-style:italic;font-weight:bold;">excusatio non petita</span>, non fa altro che inguaiare ancora di più la posizione di Mancino?</p>
<p>Sì, perchè il nostro vicepresidente del Csm, intervistato non più di qualche mese fa per La7 dalla giornalista Silvia Resta, aveva tirato fuori da un cassetto del suo studio <span style="font-weight:bold;">un calendarietto </span>che avrebbe dovuto dimostrare che il 1 luglio non ci fu alcun incontro con Paolo Borsellino. In effetti, l&#8217;agendina mostrata da Mancino alle telecamere per qualche secondo, risultava praticamente vuota alla data 1 luglio 1992. Il problema è che tutta la settimana precedente al 1 luglio appariva vuota. <span style="font-weight:bold;">Difficile pensare dunque che quella fosse l&#8217;agenda ufficiale di Mancino</span>. Era evidentemente un tentativo maldestro per proclamarsi estraneo alla vicenda. Ora, grazie alle parole altrettanto maldestre di Ayala, sappiamo che di agendine Mancino <span style="font-weight:bold;">ne ha almeno due</span>. Una da mostrare alla stampa e una da mostrare negli incontri privati. In cui a quanto pare c&#8217;è la prova che quell&#8217;incontro effettivamente c&#8217;è stato.</p>
<p>Nicola Mancino è un&#8217;altra persona in grave stato confusionale. <span style="font-weight:bold;">Tutte le bugie da lui raccontate in questi mesi stanno crollando miseramente</span> e lo stanno mettendo all&#8217;angolo. E dimostrano come quell&#8217;incontro fu tutt&#8217;altro che casuale, tutt&#8217;altro che di poco conto. Che bisogno ci sarebbe stato di mentire spudoratamente per tutto questo tempo, se non ci fosse qualcosa di grosso e di inconfessabile da coprire?</p>
<p>Resta da capire l&#8217;uscita alquanto inaspettata di Ayala. E&#8217; chiaro che non stiamo parlando di uno sprovveduto. <span style="font-weight:bold;">E&#8217; stato forse imboccato da Mancino</span>, che prima o poi dovrà confessare ai magistrati l&#8217;avvenuto incontro del 1 luglio e quindi si sta preparando a spianare il terreno? Molto probabile. Oppure l&#8217;ha fatto sinceramente per cercare di tirar fuori dai guai l&#8217;amico, che Vito Ciancimino ha indicato espressamente come il terminale istituzionale della trattativa tra stato e mafia? Senza accorgersi, per altro, di mettere Mancino in <span style="font-weight:bold;">una situazione ancora più imbarazzante?</span> Ne dubito.</p>
<p>Pochi minuti fa è arrivata puntuale la risposta all&#8217;assist di Ayala. Dichiara Mancino: &#8220;<span style="font-style:italic;">Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che <span style="font-weight:bold;">è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino</span>, il giorno del mio insediamento al Viminale. </span><span style="font-style:italic;">Ma tra avergli stretto la mano in mezzo ad altre persone senza avergli parlato e avere incontrato e parlato con il giudice Borsellino, c&#8217;è una bella differenza. </span><span style="font-style:italic;">Ayala, però, <span style="font-weight:bold;">fa confusione sulle agende</span>. Sulla mia, che molti testimoni hanno visto e che è stata mostrata anche in TV, il primo luglio 1992 c&#8217;è una pagina bianca senza alcuna annotazione di incontri</span>&#8220;.</p>
<p>Per la serie: <span style="font-weight:bold;">mi son confuso confondendomi</span>.</p>
<p>Nutro forti perplessità sulla figura di Giuseppe Ayala. E quest&#8217;ultima esternazione non fa altro che aumentare i miei dubbi. <span style="font-weight:bold;">Ayala è colui che arrivò per primo sul luogo della strage di Via D&#8217;Amelio</span>. Alloggiava infatti al Residence Marbella a 150 metri di distanza. Ancora in mezzo alle fiamme e circondato dai pezzi carbonizzati di Paolo e della sua scorta, riuscì a scorgere all&#8217;interno della Croma blindata una valigetta. Da qui in poi la ricostruzione diviene confusa. Ayala ha dato successivamente <span style="font-weight:bold;">varie versioni differenti dell&#8217;accaduto</span>. Prima ha dichiarato che un carabiniere in divisa aprì la macchina, estrasse la valigetta e gliela consegnò, ma lui, non essendo più a quel tempo un magistrato, si rifiutò di prenderla in consegna. Poi, dopo le dichiarazioni (per altro confuse e contraddittorie) di Arcangioli che ribaltavano questa versione, <span style="font-weight:bold;">Ayala ritratta </span>e dice che in realtà non esisteva nessun carabiniere e che vide lo sportello della macchina già aperto e che <span style="font-weight:bold;">fu lui materialmente a estrarre la valigetta</span>, senza però mai aprirla. Poi ritratta ancora. Fu una persona in borghese, e non lui, ad estrarre la valigetta dall&#8217;auto. <span style="font-weight:bold;">Lui la prese in consegna e poi la consegnò ad un carabiniere in divisa</span>. Dice anche di non aver riconosciuto Arcangioli nei personaggi in divisa che si sono occupati della borsa.</p>
<p>Fatto sta che quella valigetta dopo pochi secondi compare proprio nelle mani di Arcangioli, immortalato mentre si dirige con passo sicuro e sguardo tutt&#8217;altro che disorientato verso la fine di Via D&#8217;Amelio, all&#8217;incrocio con Via Autonomia Siciliana (e non sul lato opposto della strada, come dichiarato dallo stesso Arcangioli). <span style="font-weight:bold;">La borsa ricomparirà dopo un&#8217;ora e mezza sul sedile posteriore della macchina del giudice, priva dell&#8217;agenda rossa</span>.</p>
<p>Ayala ha sempre giustificato le varie versioni con la scusa (comprensibile) di essere stato talmente sconvolto dall&#8217;accaduto da non avere un ricordo lucido di quegli istanti. Sarà. Ma lo stato di confusione mentale, se ci mettiamo pure le dichiarazioni di Arcangioli, è grande e sicuramente non ha contribuito all&#8217;accertamento della verità. Ma come fa un uomo, evidentemente in stato di shock emotivo, ad <span style="font-weight:bold;">avere la prontezza e la freddezza di notare una valigetta</span> all&#8217;interno della Croma ancora in fiamme? E perchè l&#8217;attenzione di Ayala si concentra subito su quel particolare e non sul putiferio di fumo, sangue e fuoco che lo circonda? Perchè tanto interesse?</p>
<p>Domande che per ora non hanno una risposta. Per ora. Quattro procure hanno riaperto ufficialmente le indagini sulle stragi. Qualcuno trema. Qualcuno si arrende. Qualcuno se la fa sotto. Si sente già l&#8217;odore.</p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Memento Mori]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/07/27/memento-mori/</link>
<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 18:23:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
<guid>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/07/27/memento-mori/</guid>
<description><![CDATA[Memento Mori. L’ultima Ora d’aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-‘93 si chiudeva con un invit]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=1553:memento-mori&#38;catid=20:altri-documenti&#38;Itemid=43">Memento Mori</a>.</p>
<blockquote><p>L’ultima Ora d’aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-‘93 si chiudeva con un invito ai signori delle istituzioni: «Per favore, ci raccontate qualcosa?». In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini. Ogni tanto se ne distilla una goccia. Quando non se ne può fare a meno. Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante. A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò. Peccato che non l’abbia rammentato 10 anni fa, quando Mori fu indagato a Palermo (favoreggiamento mafioso) per la mancata perquisizione del covo di Riina (assoluzione) e la mancata cattura di Provenzano (processo in corso).</p>
<p>Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi. Mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione». Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa». E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo». Cioè: ricorda un dettaglio marginale (la chiamata di Parisi), ma non quello decisivo (l’erede di Falcone appena assassinato si perse nei meandri del Viminale o trovò la strada del suo ufficio?). Poi torna a negare: «È così,ho buona memoria. Del resto c’è la testimonianza del pentito Mutolo: Borsellino interruppe l’interrogatorio con lui per andare al Viminale e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada». Scarsa memoria: Mutolo afferma che Borsellino tornò sconvolto perché gli avevano fatto incontrare Contrada, non perché non avesse visto Mancino (anzi, scrisse nel diario di averlo visto). Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli &#8211; eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no». Signori delle istituzioni, siamo sulla buona strada, ma si può fare di più. A quando la prossima puntata?</p>
<p>MARCO TRAVAGLIO</p>
<p>ORA D&#8217;ARIA &#8211; L&#8217;UNITA&#8217; , 27 LUGLIO 2009</p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il rosso e il nero]]></title>
<link>http://claudiocordova.wordpress.com/2009/07/26/il-rosso-e-il-nero/</link>
<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 20:51:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>claudiocordova</dc:creator>
<guid>http://claudiocordova.wordpress.com/2009/07/26/il-rosso-e-il-nero/</guid>
<description><![CDATA[C&#8217;è il rosso dell&#8217;agenda di Paolo Borsellino. Quell&#8217;agenda scomparsa, sicuramente ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignnone size-full wp-image-968" title="paoloborsellino" src="http://claudiocordova.wordpress.com/files/2009/07/paoloborsellino.jpg" alt="paoloborsellino" width="400" height="336" /></p>
<p>C&#8217;è il rosso dell&#8217;agenda di Paolo Borsellino. Quell&#8217;agenda scomparsa, sicuramente sottratta, dal luogo della strage di via D&#8217;Amelio, avvenuta il 19 luglio del 1992, a Palermo. L&#8217;agenda che Paolo Borsellino portava sempre con sè, l&#8217;agenda che, probabilmente, racchiudeva segreti che, per dirla con Dante, avrebbero fatto tremare le vene ai polsi a tante persone.</p>
<p>E poi c&#8217;è il nero. Il nero dell&#8217;oscurità: un&#8217;oscurità che avvolge il passato, il presente e che, per quanto mi riguarda, avvolgerà anche il futuro.</p>
<p>Il mio inguaribile pessimismo mi suggerisce infatti che sia molto, molto, improbabile che si possa arrivare a una verità dei fatti, l&#8217;unica che io riesca ad accettare, sulle stragi del 1992 e sulla presunta trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra.</p>
<p>Non ho fiducia perchè vedo che, a distanza di 17 anni, nonostante la tragicità di quelle vicende, nonostante l&#8217;immensa importanza di scoprire una verità che in primis concederebbe la meritata giustizia alle vittime di quegli eccidi, ma che, soprattutto, aprirebbe nuovi scenari nel nostro Paese, il modus operandi di protagonisti diretti e indiretti sembra dettato principalmente da due verbi: insabbiare e strumentalizzare.</p>
<p>Insabbia il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, accusato da alcuni individui di conoscere l&#8217;esistenza del presunto patto tra Stato e Cosa Nostra. Mancino nega con forza di aver incontrato Paolo Borsellino, a poco più di due settimane dalla strage di via d&#8217;Amelio, il primo di luglio del 1992, giorno del suo insediamento come Ministro dell&#8217;Interno, salvo poi ritrattare e concedere il beneficio del dubbio quando un altro magistrato, Giuseppe Ayala, colui il quale condusse l&#8217;accusa nel maxiprocesso alla Cupola, afferma di aver appreso proprio dallo stesso Mancino di un incontro informale con Paolo Borsellino.</p>
<p>Mancino rimane vago:</p>
<blockquote><p>&#8220;Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino, il giorno del mio insediamento al Viminale&#8221;.</p></blockquote>
<p>Nel mio mondo ideale un vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto e di ogni chiacchiera, anche strumentale.</p>
<p>Ma torniamo a noi.</p>
<p>Insabbia Totò Riina, e mi piace di più chiamarlo &#8220;u curtu&#8221;, rispetto a &#8220;Il capo dei capi&#8221;. Riina insabbia perchè tenta di far credere di sapere determinate cose sulla strage di via D&#8217;Amelio, ma soprattutto, di volerle dire.</p>
<p>Ma, la domanda sorge spontanea: se, come dice Riina, Paolo Borsellino è stato assassinato dallo Stato, piuttosto che dalla mafia, come potrebbe conoscere i nomi dei mandanti se tutto è avvenuto fuori da Cosa Nostra? Quelle di Riina sono frasi false, che cercherebbero di celare ulteriormente la verità, nella speranza di ricattare qualche colletto bianco pauroso di essere tirato in ballo, oppure, nella migliore delle ipotesi, sterili a prescindere, per stessa ammissione di Totò u curtu.</p>
<p>Insabbiare e strumentalizzare.</p>
<p>Strumentalizza Luciano Violante, ex magistrato, ex presidente della Commissione Parlamentare Antimafia che, a distanza di tanti anni, sente l&#8217;irrefrenabile voglia di parlare della trattativa tra Stato e Cosa Nostra e incontra i magistrati siciliani, salvo poi lamentarsi, dopo l&#8217;audizione di una fuga di notizie sui contenuti dell&#8217;incontro, incassando, udite udite, la solidarietà di alcuni esponenti del Popolo della Libertà.</p>
<p>L&#8217;unica cosa vera è che tramite questi due verbi, insabbiare e strumentalizzare, non si arriverà di certo alla verità. Ma Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, da tempo si dice sicuro che il giudice sia stato assassinato perchè, da persona onesta quale era, si era rifiutato di stare al gioco delle parti e delle trattative.</p>
<p>Vuoi vedere che la verità sta proprio in questa congettura?</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Stato confusionale]]></title>
<link>http://giorgiociaccio.wordpress.com/2009/07/25/stato-confusionale/</link>
<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 12:58:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>Giorgio Ciaccio</dc:creator>
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<description><![CDATA[Scritto da Salvatore Borsellino Si susseguono e si accavallano le dichiarazioni di Nicola Mancino e ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Scritto da <a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=1548:stato-confusionale&#38;catid=2:editoriali&#38;Itemid=4">Salvatore Borsellino</a></p>
<p><span style="color:#000000;"> </span></p>
<h3 style="text-align:justify;"><span style="font-size:medium;"><span style="font-weight:normal;"><span style="color:#000000;"><a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;id=1548:stato-confusionale&#38;catid=2:editoriali&#38;Itemid=4"><img class="alignleft" src="http://www.19luglio1992.com/images/stories/ayala%20mancino(2).jpg" alt="" width="400" height="138" /></a>Si susseguono e si accavallano le dichiarazioni di Nicola Mancino e di Giuseppe Ayala ma quello che in ogni caso ne emerge è che Nicola Mancino sotto la spinta di quanto trapela dalle indagini in corso presso la Procura di Palermo e la Procura di Caltanissetta, dalle frammentarie notizie che trapelano sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino e di Giovanni Brusca, dalla notizia delle tre ore di interrogatorio a cui è stato sottoposto Salvatore Riina nel carcere di Opera, sembra essere passato, da uno stato di amnesia profonda, prima a sprazzi di memoria che gli hanno fatto tornare in mente particolari che prima non ricordava, poi a ricordi frammentari che riguardano, guarda caso, persone ormai morte o perché vittima di stragi o per cause naturali, poi ad uno stato confusionale che lo porta a fare affermazioni in contrasto con quanto precedentemente dichiarato o in contrasto con quanto affermato da Giuseppe Ayala che, nell&#8217;intenzione dei fornirgli un aiuto, spontaneo o richiesto, lo ha cacciato ancora di più in un vicolo cieco di menzogne e parziali ammissioni dal quale gli riesce sempre più difficile tirarsi fuori.</span><br />
</span></span></h3>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial;"><span style="font-size:16px;"><!--more--><br />
</span></span></p>
<p><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial;"><span style="font-size:16px;">Potrebbe essere questo il motivo per cui i Magistrati di Palermo e di Caltanissetta non lo hanno ancora convocato per interrogarlo: non essendo a conoscenza di quanto le due procure hanno già in mano grazie alle deposizioni di quanti sono stati interrogati o hanno deposto prima di lui, Nicola Mancino è costretto a giocare al buio e si sta avviluppando in una serie di parziali affermazioni, di parziali smentite, inverosimili &#8220;non so&#8221; e &#8220;non ricordo&#8221; che alla fine non potranno fare altro che ritorcersi contro di lui. Davanti a un Magistrato o in un&#8217;aula di Giustizia e molto più difficile usare l&#8217;espediente del &#8220;sono stato frainteso&#8221; tanto caro al nostro Presidente del Consiglio.<br />
</span></span></p>
<p><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Arial;"><span style="font-size:16px;"> </span></span></span></p>
<p>Sintomatici sono alcuni punti chiave.</p>
<div style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:medium;"><strong>L&#8217;incontro con Paolo</strong> : Nicola Mancino ha sempre negato che questo incontro sia avvenuto o si è rifugiato dietro l&#8217;incredibile affermazione di non conoscere fisicamente Paolo e quindi di non potere ricordare l&#8217;incontro anche se fosse avvenuto. Poi, a fronte della mia esibizione dell&#8217;agenda in cui di pugno di Paolo è annotato l&#8217;appuntamento ha cominciato ad ammettere, chiamando a testimone Vincenzo Parisi, ormai morto, che quell&#8217;incontro gli fu chiesto dallo stesso ma che poi in realtà non avvenne. Ora, forse dopo aver riletto le sua affermazioni e averne notato le contraddizioni, ritorna a dire che potrebbe essere avvenuto ma lui potrebbe non ricordare di avere stretto anche quella mano, come se si trattasse della mano di un qualsiasi postulante.<br />
Potrebbe usare a sua discolpa ( ? ) la giustificazione di conoscere così poco quello che succedeva in quel tempo in Italia da non aver visto le riprese del funerale di Giovanni Falcone e quindi di non essersi chiesto chi era quel Giudice che trasportava a spalle la bara del suo amico Falcone e di poter credere, come affermò subito dopo la strage che &#8220;<em>via D&#8217;Amelio non poteva essere considerata un obiettivo a rischio</em>&#8220;, tanto da non aver ritenuto che fosse necessario predisporre il divieto di sosta davanti al palazzo. Antonino Vullo, l&#8217;autista di Paolo scampato alla strage mi ha detto in questi giorni che in Via D&#8217;Amelio, quel pomeriggio, non era neppure stata fatta la &#8220;bonifica&#8221;.</p>
<p></span></span></div>
<div style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:medium;"><strong><br />
La trattativa</strong> : L&#8217;esistenza di questa trattativa è stata fino ad ieri sempre negata da Nicola Mancino, che la ha sempre definita come una ipotesi fantasiosa e irreale. Ora che le rivelazioni di Ciancimino e di Brusca concordano nel confermare l&#8217;esistenza di questa trattativa e ne fanno risalire l&#8217;inizio ad una data antecedente alla strage di Via D&#8217;Amelio, non può più continuare a negarne l&#8217;esistenza ma, continuando ad avvilupparsi nelle sue contraddizioni, dice in una prima versione che una proposta di trattativa da parte della mafia ci fu ma che fu respinta da parte dello Stato, in una seconda versione che non ne ha mai saputo nulla ma se ne avesse avuto notizia la avrebbe sdegnosamente respinta, così come, dice, &#8220;<em>avrebbe fatto Paolo</em>&#8220;. Nella versione definitiva, davanti ai magistrati forse sarà costretto a dire &#8220;<em>come ha fatto Paolo</em>&#8221; e a dirci quale siano state le conseguenze di questo rifiuto.</p>
<p></span></span></div>
<div style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><strong><span style="font-size:medium;"><br />
L&#8217;agenda</span></strong><span style="font-size:medium;"> : A fronte dell&#8217;esibizione dell&#8217;agenda di Paolo Nicola Mancino, in una sua intevista a LA7, ha mostrato fugacemente un planning in cui, alla data del 1° luglio non c&#8217;è annotato niente, come se questo fosse sufficiente a smentire quanto scritto di pugno nello stesso Paolo, nella sua agenda grigia.<br />
Che quella mostrata possa essere l&#8217;agenda di Mancino è inverosimile, il 1° luglio era il giono dell&#8217;insediamento di Nicola Mancino al Viminale e, per una persona che ci teneva tanto ad essere &#8220;omaggiato&#8221; dalla folla di persone che dice fosse presente quel giorno nella sua stanza e nei corridoi del Viminale, il non avere quel giorno neanche un appunto nell&#8217;agenda é cosa al di fuori del credibile. Dalle dichiarazioni, concordate o meno, con Ayala, sembra emergere l&#8217;esistenza di un&#8217;altra agenda zeppa di appunti e in questa agenda, a quanto sostiene Ayala  Mancino gli ha mostrato in quel giorno anche una annotazione relativa a Paolo Borsellino.<br />
Sempre che di queste agende non ne esista tutta una serie da mostrare a seconda delle occasioni, Nicola Mancino farebbe bene ad esibire almeno anche questa seconda fantomatica agenda. Noi non abbiamo altre agende da esibire, quella più importante, quella rossa, in grado di inchiodare tutti i traditori che si annidano all&#8217;interno dello Stato e delle Istituzioni è stata sottratta e non sicuramente dalla mafia e su di essa si basano di sicuro i ricatti incrociati che reggono questa nostra disgraziata seconda repubblica.<br />
Il pericolo è che venga utilizzata per far nascere una terza repubblica ancora più disgraziata di questa.</span></span></div>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Antimafia Duemila - Ayala: "Mancino incontro' Borsellino"]]></title>
<link>http://hovistocosechevoiumani.wordpress.com/2009/07/24/antimafia-duemila-ayala-mancino-incontro-borsellino/</link>
<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 07:01:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>maxhki</dc:creator>
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<description><![CDATA[Antimafia Duemila &#8211; Ayala: &#8220;Mancino incontro&#8217; Borsellino&#8221;. di Floriana Rullo]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&#38;task=view&#38;id=18072&#38;Itemid=48">Antimafia Duemila &#8211; Ayala: &#8220;Mancino incontro&#8217; Borsellino&#8221;</a>.</p>
<blockquote><p><strong>di Floriana Rullo &#8211; 23 luglio 2009</strong><br />
Mafia e Stato, un legame iniziato, come appare sempre più evidente dalle ultime scoperte e dalla testimonianza di Ciancimino junior, nel periodo fra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio.</p>
<p>Un legame che sembra aver portato alla morte almeno il giudice Paolo Borsellino, personaggio scomodo a Cosa Nostra. A raccontare ad Affaritaliani questo rapporto il magistrato Giuseppe Ayala, componente del pool antimafia di Palermo che negli anni &#8216;80 rappresentò l&#8217;accusa nel maxiprocesso a Cosa Nostra e soprattutto grande amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino</p>
<p>Mafia e Stato, una trattativa che da sempre interroga i magistrati. Un legame iniziato, come appare sempre più evidente dalle ultime scoperte e dalla testimonianza di Ciancimino junior, nel periodo fra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio. Un rapporto che sembra aver portato alla morte almeno il giudice Paolo Borsellino, personaggio scomodo per i vertici di Cosa Nostra. Una trattativa cercata da Cosa Nostra per avere dei vantaggi di cui non godeva: tra cui l&#8217;abolizione dell&#8217;art. 41 bis (che prevede il carcere duro per i boss). E poi tanti misteri. Mai risolti. Celati dietro la morte dei due magistrati, nascosti dietro incontri da sempre negati (come quello di Mancino e Borsellino) e dietro documenti cancellati e mai trovati. A raccontare ad Affaritaliani il rapporto tra Stato e mafia e soprattutto dei mandanti occulti che lavorarono dietro le stragi di Capaci e Via D&#8217;Amelio il magistrato Giuseppe Ayala, componente del pool antimafia di Palermo che negli anni &#8216;80 rappresentò l&#8217;accusa nel maxiprocesso a Cosa Nostra e soprattutto grande amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, assassinati rispettivamente il 23 maggio del &#8216;92 a Capaci e il 19 luglio dello stesso anno a Palermo.</p>
<p><strong><br />
<em> Magistrato Ayala, si indaga sulla ipotesi che le istituzioni abbiano avviato una trattativa con la mafia nei 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D&#8217;Amelio. Che cosa ne pensa?</em></strong><br />
La metterei diversamente. Sembra accertato che Cosa Nostra abbia tentato di avviare una trattativa e non lo Stato. Trattativa che non è andata a buon fine per Cosa Nostra. E&#8217; compito dei magistrati capire cosa sia accaduto nel dettaglio, grazie anche agli accertamenti che verranno fatti. Ma insomma, francamente mi sento di escludere l&#8217;ipotesi che questa trattativa abbia avuto uno sbocco positivo. E&#8217; stata tentata da Cosa Nostra in un particolare momento storico, mentre stava cercando di aumentare il suo potere. Strumentali a questo fine sono state le stragi del 93 a Roma, Firenze e Milano. Ma la trattativa non è andata comunque in porto.</p>
<p><em><strong>Pensa che la morte di Borsellino sia in qualche modo legata alle richieste della mafia allo Stato e che l&#8217;uccisione del giudice sia stata accelerata proprio perché Cosa Nostra voleva che restringere i tempi della trattativa?</strong><br />
</em>Non ho elementi per sapere se è così, perché non conosco le carte dei processi già celebrati e molti dei quali definiti in sentenza. Francamente a legare la trattativa con la morte di Falcone avrei qualche dubbio. Su quella di Borsellino mi pare ci sia invece una correlazione. E chi sta indagando si muove in questo senso. Con l&#8217;eccidio di Borsellino un nesso si può ritrovare ed è oggetto di un&#8217; indagine che mi pare sia in fase di non avanzato sviluppo. Faccio fatica a pensare a quello di Falcone, ma per quella di Borsellino l&#8217;ipotesi è seria. Naturalmente da approfondire e da verificare.<br />
<em><strong><br />
Che cosa pensa delle parole pronunciate dal capo dei capi Totò Riina dal carcere?</strong><br />
</em>Non enfatizziamo queste parole. Proprio perchè le pronuncia Riina, vanno prese con le pinze. Anzi neanche le pinze bastano. Riina ha cercato di scagionare se stesso. E scagionando se stesso dalla strage di Borsellino tenta di scagionare Cosa Nostra. Una cosa normale visto che ne è il capo<br />
<strong><br />
<em>Ma secondo lei qual era il fine delle sue parole? Voleva mandare un messaggio a qualcuno?</em></strong><br />
Secondo il procuratore di Caltanissetta i veri destinatari del messaggio siamo noi che indaghiamo. Per me è un&#8217;ipotesi possibile. Nel senso che Riina sta cercando di indurre i magistrati ad approfondire questa parte mai chiarita delle responsabilità estranee a Cosa Nostra. Io le devo dire che la questione per me è molto più banale. Il problema vero è che Riina non ne può più del 41 bis. Perché è da 16 anni in carcere, si avvicina alla soglia degli 80 anni e puntualmente gli rinnovano il regime duro.<br />
Questo è probabilmente un tentativo per cercare di inserire una qualche novità nelle indagini che possa in qualche modo far ritenere ammorbidita la sua posizione e quindi agevolare una revisione del 41 bis.<br />
<strong><br />
<em> Ma cosa bisogna aspettarci da Totò Riina?</em></strong><br />
In ogni caso non ci aspettiamo nulla anche se lui potrebbe, ma non lo farà mai, raccontare cose attinenti alle attività di Cosa Nostra in generale e nello specifico sull&#8217;attività omicidiaria. Se lui però sostiene &#8220;Non c&#8217;entro niente, sono stato oggetto della trattativa e non partecipe&#8221;, e soprattutto &#8220;Borsellino lo hanno ammazzato loro (cioè appartenenti allo Stato) cosa vuole che ne sappia&#8221;. E&#8217; certo che la sterilità di questa fonte ipotetica è una sterilità denunciata. Se lui dice noi non c&#8217;entriamo niente…Cosa vuole che dica su ciò che è accaduto. Lui sostiene solo che non è stata Cosa Nostra. Ma allora come fa a sapere chi è stato, chi ha deciso, chi ha organizzato? Se tutto è accaduto fuori da Cosa Nostra lui non ne sa nulla. Penso però che sia corretto interrogarlo. Ma nessuno coltiva l&#8217;illusione che dall&#8217;interrogatorio possa venire fuori qualche elemento processuale valido. Se non il tentativo di scagionarsi…<br />
<em><br />
<strong>I procuratori hanno riaperto le inchieste sulle stragi di Capaci e via D&#8217;Amelio ripescando vecchi fascicoli. Crede che esistano soggetti esterni a Cosa Nostra che volevano la morte di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone?</strong><br />
</em> Io mi avvalgo del sostegno di una persona a cui ero molto legato, Giovanni Falcone. Lui in un&#8217;intervista fatta dopo il tentativo di uccisione dell&#8217;Addaura nel giugno &#8216;89, disse: &#8220;Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l&#8217;impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi. Sto assistendo all&#8217;identico meccanismo che portò all&#8217;eliminazione del generale Dalla Chiesa. Il copione è quello. Basta avere occhi per vedere&#8221;. L&#8217;ipotesi dei poteri occulti fu la prima cosa a cui pensò Giovanni Falcone. Li chiamò centri di potere occulti. L&#8217;ipotesi che nella tragedia di Borsellino e della scorta ci possa essere la mano di pezzi deviati dei servizi, non dei servizi segreti, ma schegge deviate, suscita in me qualunque sentimento, tranne che quello della sorpresa.</p>
<p><em><strong>Ma secondo lei esiste davvero il famoso &#8220;Papello&#8221; di cui Ciancimino Junior continua a parlare durante le interviste?</strong></em><br />
Sembra di sì. Ciancimino sostiene che è pronto a farlo visionare ai magistrati. Ma che si trova all&#8217;estero e ci sono difficoltà burocratiche per riuscire ad averlo. Mi sembra strano che insista su questo argomento e soprattutto mi sembra strano che questo non esista. Credo quindi che esista. Poi chi l&#8217;abbia scritto rimane un mistero&#8230;<br />
<em><strong><br />
L&#8217;agenda Rossa e i suoi tanti misteri . La stessa che non si trova, l&#8217;appuntamento di Borsellino segnato su una delle pagine, e soprattutto Mancino che dice di non aver mai, e sottolinea mai, incontrato Borsellino&#8230;</strong><br />
</em>Io ho parlato con Nicola Mancino, per diversi anni mio collega al Senato. Lui ha avuto un incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui andò in Viminale a prendere possesso della sua carica al Ministero.<br />
<strong><br />
<em>Ma lui continua a negare l&#8217;incontro&#8230;</em></strong><br />
Ma lui mi ha detto che lo ha avuto. Mi ha fatto vedere anche l&#8217;agenda con l&#8217;annotazione. Anche  se francamente non ho elementi per leggere la dietrologia di questo incontro. C&#8217;era Borsellino al Viminale che parlava con il capo della polizia di allora che era Parisi. Parisi gli disse che c&#8217;era Borsellino e se voleva salutarlo. Mancino rispose &#8220;Si figuri&#8221;. Così lo accompagnò nella sua stanza, in mezzo ad altre persone. Lì ci fu una stretta di mano. Ma non ho alcun elemento per pensare che il ruolo di Mancino fu un altro. E in ogni caso con la scomparsa dell&#8217;agenda rossa faccio fatica a trovare il collegamento tra i due. E sono certo che l&#8217;agenda sia scomparsa. Anche Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, ha detto che suo marito l&#8217;aveva e che la teneva sempre con se. E visto che non si trova a casa, non si trova in ufficio…<br />
<strong><br />
<em>Scomparsa?</em></strong><br />
Non c&#8217;è dubbio. La borsa nera di Borsellino l&#8217;ho trovata io, dopo l&#8217;esplosione, sulla macchina. Che ci fosse nessuno lo può sapere meglio di me, perché l&#8217;ho presa io. Non l&#8217;ho aperta io perchè ero già deputato e non avevo nessun titolo per farlo. A differenza di quanto si ricordi, io sono andato in Parlamento prima della morte di Borsellino e quindi non avevo nessun titolo per aprirla. Ma io sono arrivato per primo sul posto perché abito a 150 metri. Anche prima dei pompieri. Quando l&#8217;ho trovata l&#8217;ho consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. E&#8217; verosimile che l&#8217;agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire.</p>
<p><em><strong>Quella dell&#8217;agenda è stata una sparizione isolata?</strong></em><br />
No. Non era la prima volta che succedeva. Anche documenti del computer di Falcone sono stati cancellati. Non sono state trovate delle annotazioni molto delicate della Procura Pubblica di Palermo, che lui mi lesse personalmente. Documenti che lesse anche a Borsellino e a Leonardo Guarnotta. Mi sono chiesto come sia stato possibile. I documenti erano numerosi e dettagliati. La conferma della loro esistenza me le diede il pool antimafia. Ma non è stato trovato nulla. Un&#8217;operazione simile a quella dell&#8217;agenda rossa. Nel libro ne parlo. Fatta sparire con un intervento sospetto e tempestivo. Come capitò con la cassaforte del generale Dalla Chiesa, trovata vuota dopo la sua uccisione. O, in uno scenario completamente diverso, con la borsa di Aldo Moro. I misteri sono tanti…<br />
<strong><br />
<em>Ma cosa è davvero cambiato nella mafia dalle stragi di Falcone e Borsellino?</em></strong><br />
Una cosa è cambiata in modo radicale. E&#8217; cambiata la strategia di Cosa Nostra. Dopo quell&#8217;ultimo conato dell&#8217;estate &#8216;93 con le stragi inusuali fuori dalla Sicilia, non ammazzano più. Soprattutto se noi ricordiamo cos&#8217;era accaduto nei 15 anni precedenti, e facciamo l&#8217;elenco di servitori dello Stato ammazzati partendo dal presidente della Regione Sicilia, Ninnì Cassara, Dalla Chiesa, Giuliano. Quando la mafia non ammazza e non accende i riflettori &#8220;Non gliene fotte niente a nessuno&#8221;</p>
<p><em><strong>Ma sono sempre pericolosi&#8230;</strong></em><br />
E si stramuovono sul territorio. Non credo che Cosa Nostra attraversi un periodo di salute felice ma l&#8217;ammalato è lungi dall&#8217;essere in rianimazione. I colpi importanti che ha subìto ci sono stati e l&#8217;hanno colpita, quindi non è in salute. Ma è solo ricoverata…</p>
<p><strong> <em>L&#8217;ultima domanda, forse la più difficile. Chi erano e cosa rappresentavano per lei Falcone e Borsellino?</em></strong><br />
Difficile. Innanzitutto il nostro era un gruppo che credeva nell&#8217;idea innovativa di Falcone. Ci abbiamo creduto e ci siamo lanciati, mai avremmo creduto di ottenere successi così brillanti nel nostro lavoro. Non eravamo eroi né Superman. E come tutti, anche Giovanni e Paolo erano persone normali, semplici, che amavano la vita, capaci di una grande ironia. E alla fine si sono ritrovati a fare i martiri. Nessuno deve pensare che erano diversi, che lavoravano sempre. Falcone amava nuotare, amava la musica. Per 10 anni abbiamo praticamente convissuto.<br />
Borsellino era un esempio, di serietà, di dedizione. Quello che tutti vorremmo essere insomma. Era simpatico e divertente. Falcone era Falcone. Se posso fare un esempio, un po&#8217; forzato: prima c&#8217;era la scienza, poi con Galileo è diventata storia. Con Falcone era lo stesso: prima c&#8217;era l&#8217;attività giudiziaria nei confronti della mafia, poi è arrivato Falcone e tutto è cambiato. Era un innovatore. Era un uomo che aveva una missione sia nelle sue cose che nel mestiere che svolgeva. Non ho nessuna remora ad inserirlo nell&#8217;elenco dei più grandi uomini di questo Paese. Non che non lo fosse Paolo, ma Falcone aveva qualcosa in più.</p></blockquote>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[L'agenda rossa]]></title>
<link>http://terradinessuno.wordpress.com/2009/07/18/lagenda-rossa/</link>
<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 22:44:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>giampierotrere</dc:creator>
<guid>http://terradinessuno.wordpress.com/2009/07/18/lagenda-rossa/</guid>
<description><![CDATA[Io so cosa c&#8217;è nell&#8217;agenda rossa di Paolo Borsellino, quella di cui oggi tutti i giornal]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Io so cosa c&#8217;è nell&#8217;agenda rossa di Paolo Borsellino, quella di cui oggi tutti i giornali italiani parlano, quella misteriosamente sparita dalla scena libanese di via D&#8217;Amelio il 19 luglio 1992. Alla data 25 giugno, ad esempio, stava scritto: biblioteca comunale.<br />
C&#8217;ero anch&#8217;io tra il pubblico di cittadini, quella sera, nello splendido chiostro seicentesco di Casa Professa, ora biblioteca comunale di Palermo, quando Borsellino, in un silenzio surreale, cominciò lentamente dicendo di essere venuto per ascoltare e poi continuò affidando a quel suo ultimo discorso pubblico, a quel gruppo di concittadini il senso di una vita professionale, di un&#8217;esistenza umana. Con quella sua ruvida voce da fumatore, che mette persino nel suo vizio lo stesso accanimento con cui persegue tutto ciò che fa, parlò di Giovanni Falcone. Parlò di sé parlando dell&#8217;amico, della sua agenda, e raccontò esattamente ogni singola pagina della propria.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/emY4SyyM6K8&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/emY4SyyM6K8&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p>«Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. <!--more-->E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro. In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all&#8217;autorità giudiziaria, che è l&#8217;unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell&#8217;evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell&#8217;immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.<br />
Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente &#8211; e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi &#8211; dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. <!--more-->Per prima cosa ne parlerò all&#8217;autorità giudiziaria, poi &#8211; se è il caso &#8211; ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l&#8217;argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul &#8220;Sole 24 Ore&#8221; dalla giornalista &#8211; in questo momento non mi ricordo come si chiama&#8230; &#8211; Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.<br />
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione &#8211; in questo momento i miei ricordi non sono precisi &#8211; un&#8217;affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell&#8217;evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all&#8217;autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest&#8217;uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l&#8217;anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell&#8217;articolo di Leonardo Sciascia sul &#8220;Corriere della Sera&#8221; che bollava me come un professionista dell&#8217;antimafia, l&#8217;amico Orlando come professionista della politica, dell&#8217;antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C&#8217;eravamo tutti resi conto che c&#8217;era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest&#8217;uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all&#8217;ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.<br />
Giovanni Falcone, dimostrando l&#8217;altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall&#8217;esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d&#8217;Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l&#8217;aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l&#8217;opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.<br />
L&#8217;opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell&#8217;agosto 1988, l&#8217;opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant&#8217;è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l&#8217;intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po&#8217; più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l&#8217;ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.<br />
Certo anch&#8217;io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell&#8217;attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch&#8217;esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall&#8217;ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch&#8217;io ho espresso nell&#8217;immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l&#8217;organizzazione mafiosa &#8211; non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque &#8211; e l&#8217;organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l&#8217;attentato del 23 maggio, l&#8217;ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.<br />
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all&#8217;esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l&#8217;indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura».</p>
<p style="text-align:right;">Paolo Borsellino, 25 giugno 1992</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[L'omicidio di Stato]]></title>
<link>http://onoratasocieta.wordpress.com/2009/02/06/omicidio-di-stato/</link>
<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 07:04:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>Concetta Cice</dc:creator>
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<description><![CDATA[Propongo un&#8217;articolo a firma di Giorgio Bongiovanni, fondatore della rivista on-line Antimafia]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><em>Propongo un&#8217;articolo a firma di Giorgio Bongiovanni, fondatore della rivista on-line Antimafia Duemila. </em></p>
<p><em></em></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><em><em><img title="Giovanni Arcangioli" src="http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/27032008_diariomagistrato/foto/Foto-arcangioli.jpg" alt="Arcangioli con la borsa di cuoio di Paolo Borsellino" width="230" height="185" /></em></em><p class="wp-caption-text">Giovanni Arcangioli con la borsa di cuoio di Paolo Borsellino (da rainews24.it)</p></div>
<p><em>Quella di Bongiovanni è un&#8217;attenta analisi dei fatti accaduti il 19 luglio 1992: la sparizione dell&#8217;agenda rossa del Giudice Borsellino nei momenti  immediatamente successivi la strage, la ricostruzione  ambientale e temporale dei fatti accaduti tramite le informazioni raccolte dagli inquirenti, il chiarimento sul gruppo mafioso che seguì gli spostamenti di Paolo Borsellino e della sua scorta, la presenza quantomai singolare sul luogo del crimine di personaggi come Salvatore Mannino e di Bruno Contrada, l&#8217;analisi delle piste investigative sui mandanti anche esterni a Cosa Nostra.</em></p>
<p><em>Sebbene il seguente articolo potrebbe risultare alquanto prolisso, ne  suggerisco ad ogni modo la lettura, per avere un&#8217;idea essenziale dello svolgimento delle indagini e per comprendere la gravità di un&#8217;ulteriore censura mediatica dei fatti accaduti e conseguenti quel maledetto 19 luglio 1992.</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>*****</em></p>
<p><em></em></p>
<h4><strong>&#8220;Sto vedendo la mafia in diretta&#8221;</strong></h4>
<p><em>di Giorgio Bongiovanni</em></p>
<p>Ecco perché la strage Borsellino è un omicidio di Stato. Una sola mossa. Durata, forse, una manciata di minuti per far sparire tutto, sino all’ultima traccia, quanto Paolo Borsellino sapeva, aveva capito, cercava disperatamente di provare. Non era infatti sufficiente disintegrare lui, farlo saltare in aria assieme ai ragazzi e ragazze della sua scorta.  Era ugualmente e altrettanto necessario trafugare, sottrarre e far sparire l’agenda rossa del giudice Borsellino. Quella annuale dell’Arma dei Carabinieri da cui il magistrato non si separava mai, quella che conteneva tutte le sue annotazioni più riservate, le più importanti, raccolte nei 56 giorni di corsa estenuante che separano Capaci da Via D’Amelio.</p>
<p>Agnese Piraino Leto, la vedova Borsellino, ha spiegato più e più volte agli inquirenti con quanta attenzione il marito si assicurava di portare sempre con sé quell’agenda sulla quale scrisse anche domenica 19 luglio 1992.</p>
<p><!--more-->La famiglia si trovava nel villino di Villagrazia di Carini dove il giudice, in tempi che non conosceva più, amava rilassarsi e godere dell’affetto di propri cari. Quello era il primo giorno di quasi riposo dalla morte del collega e amico Giovanni Falcone, il suo “scudo umano”. Anche lui dilaniato da una bomba il 23 maggio con la moglie Francesca Morvillo e i ragazzi della scorta. Non era riuscito a dormire però durante il suo consueto sonnellino dopo pranzo, come raccontano i numerosi mozziconi di sigaretta rimasti nel portacenere. Si era solo ritirato nella sua stanza. Chissà quali e quanti pensieri affollavano la sua mente. Forse gli stessi con cui &#8211; racconta la moglie &#8211; quello stesso giorno riempì, con la fitta e complicata scrittura, le pagine dell’agenda rossa.</p>
<p>Nessuno tra le persone che gli furono più vicine conosce il contenuto di quelle riflessioni. Non le aveva confidate né ai famigliari né ai suoi colleghi più stretti. Forse per proteggerli.</p>
<p>Qualcun altro, invece, se non sapeva esattamente cosa vi era scritto, lo immaginava e non poteva correre il rischio che venisse reso pubblico.</p>
<p>Mentre via D’Amelio bruciava nell’inferno di corpi e lamiere sparpagliati in ogni dove, un uomo emergeva dal fumo, prendeva la valigetta del giudice per poi riposizionarla, poco dopo, sul sedile posteriore della croma. Leggermente annerita la borsa da lavoro del giudice è rimasta pressoché intatta. Dentro vi era tutto, compreso il costume da bagno ancora umido, ma non l’agenda rossa.</p>
<p>Qualcuno sapeva che era lì dentro.</p>
<p>Qualcuno sapeva di doverla far sparire immediatamente.</p>
<p>Su quegli attimi, sulla presenza mai chiarita di personaggi anomali sul luogo della strage, sulla rimozione della borsa e soprattutto sulla sparizione dell’agenda sono concentrati gli inquirenti che ancora oggi, dopo 15 anni, cercano di capire cosa accadde realmente in via D’Amelio. Sì perché, ancora dopo 15 anni, sappiamo che la cupola di Cosa nostra si riunì per deliberare, sappiamo quali mafiosi presero parte al commando che pedinò tutti gli spostamenti del giudice sin dal mattino, conosciamo anche le decine di convergenti ragioni per cui Cosa Nostra voleva chiudere i conti con quel magistrato che, con Giovanni Falcone, aveva seriamente compromesso gli interessi dell’organizzazione. Ma ancora non riusciamo a sapere chi premette il tasto del detonatore per scatenare quegli scenari di guerra, chi era appostato ad osservare il quadro per cogliere il momento giusto, chi ha prelevato dalla borsa l’agenda rossa.</p>
<p>E domanda delle domande: dov’è ora? Esisterà o sarà stata distrutta? Chi l’ha presa? Chi la nasconde? Potrebbe essere un arma di ricatto?</p>
<p>L’inchiesta comincia due anni fa quando gli agenti della Dia fanno irruzione nello studio di un fotografo palermitano, Franco Lannino: cercano una foto di via D’Amelio scattata pochi attimi dopo l’esplosione. Dietro una segnalazione riservata hanno saputo che sono in molti a cercarla. Anche i mafiosi, attraverso i propri avvocati.</p>
<p>L’immagine ritrae carcasse e rottami avvolti nel fuoco e nelle fiamme e un uomo che tiene in mano la borsa del giudice appena ucciso.</p>
<p>Gli investigatori effettuano la stessa operazione anche presso altri studi fotografici e presso la redazione della Rai e di altre emittenti private.</p>
<p>Si rimonta così la sequenza filmata.</p>
<p>Giovanni Arcangioli, allora capitano dei carabinieri, è la sagoma che, ripresa dalle telecamere televisive, si allontana da via D’Amelio con la valigetta del giudice sottobraccio verso via Autonomia Siciliana.</p>
<p>Secondo la ricostruzione questo sarebbe avvenuto verso le 17:30, circa mezz’ora dopo l’esplosione, ma la valigia sarebbe ricomparsa poi nell’auto blindata da dove sarebbe stata prelevata definitivamente verso le 18:00. Questa volta senza l’agenda rossa.</p>
<p>Sentito dai procuratori di Caltanissetta incaricati delle indagini, Arcangioli avrebbe fornito spiegazioni che lasciano però molte perplessità.</p>
<p>In un primo momento l’ufficiale fa i nomi di due magistrati ai quali avrebbe consegnato, senza mai averla aperta, la cartella di Borsellino: Giuseppe Ayala, ex pm del maxi processo, all’epoca dei fatti neodeputato del Partito Repubblicano e Vittorio Teresi oggi sostituto procuratore generale. Quest’ultimo ha negato fortemente un suo qualsiasi coinvolgimento poiché ricorda di essere giunto sul luogo della strage verso le 18:30 e di non aver notato Arcangioli, che conosce bene, a quell’ora e che ancora meno abbia ricevuto una qualche informazione circa la borsa.</p>
<p>Ayala invece, che accorse immediatamente in via d’Amelio poiché abitava molto vicino, ricorda di aver notato la borsa sul sedile posteriore, di averla presa e consegnata ad un carabiniere in divisa. Non se ne poteva occupare personalmente in quanto parlamentare e per questo l’ha affidata ad un funzionario dell’arma.</p>
<p>Arcangioli ha sostenuto la sua versione precisando però, solo successivamente, di aver aperto la borsa con Ayala e di aver constatato, alla sua presenza, che l’agenda non era al suo interno. Ricorda poi di averla data ad un carabiniere di cui non ricorda il nome.</p>
<p>In un confronto piuttosto acceso entrambi sono rimasti fermi sulle proprie posizioni, ma risulta piuttosto rilevante la testimonianza del giornalista Felice Cavallaro, presente sul momento, che ha sostanzialmente confermato la versione di Ayala. L’ex magistrato, a quanto ricorda l’inviato del Corriere, affidò la borsa a due carabinieri, uno in borghese e l’altro in divisa, senza mai aprirla.</p>
<p>Ufficialmente l’inventario circa la cartella di cuoio del magistrato e del suo contenuto viene verbalizzato alle 18:30 e dell’agenda non vi è traccia.</p>
<p>Un altro mistero, un altro spunto nella direzione dei mandanti esterni che hanno condiviso con Cosa Nostra i benefici provenuti dalla scomparsa del magistrato e dei suoi appunti. Che sarebbe già arrivato ad un punto morto se il giudice per le indagini preliminari Ottavio Sferlazza non avesse rigettato la richiesta di archiviazione e disposto ulteriori indagini in merito ai tanti, troppi punti ancora oscuri.</p>
<p>Ripartiamo dalle presenze inspiegate e inquietanti di quel giorno in via D’Amelio, dalle informazioni e dalle contraddizioni raccolte dagli inquirenti in questi anni.</p>
<p>Che Cosa Nostra non abbia agito da sola è ormai ben noto. E’ un leit motiv scritto nella storia del nostro Paese che purtroppo si ripete in quasi tutti gli omicidi cosiddetti eccellenti, spesso risultato di convergenze di interessi e di “ibridi connubi”. La strage Borsellino rispetto a tutte le precedenti presenta però alcune anomalie particolari che portano ad ipotizzare che un altro gruppo, oltre al commando mafioso, fosse presente e possa aver partecipato direttamente all’eccidio.</p>
<p>Fino ad oggi però è stato pressoché impossibile accertarne l’identità. Già i giudici di secondo grado del Borsellino bis ravvisavano, nella motivazione della sentenza che ha condannato all’ergastolo quasi tutto il gotha di Cosa Nostra, carenze investigative non causali.</p>
<p>In effetti depistaggi, impedimenti e provvidenziali trasferimenti ad altri incarichi sono avvenuti non appena le indagini si sono mosse su indizi che rimandano a tutte quelle entità esterne che da sempre hanno stretto relazioni con l’organizzazione mafiosa: la politica, il mondo economico e imprenditoriale, la massoneria e i servizi, che per rispetto agli onesti e alle Istituzioni intendiamo come deviate. Quegli interlocutori presso cui, racconta il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, Bernardo Provenzano ordinò venisse attuato una sorta di sondaggio, per “toccare il polso” e comprendere quali reazioni si sarebbero avute compiendo atti così eclatanti come le stragi, specialmente quella di via D’Amelio.</p>
<p>La fretta con cui fu preparata ed effettuata, a così poco tempo da quella di Capaci, è il primo elemento di grande sorpresa anche per i mafiosi stessi. Ben consci che la sopravvivenza dell’organizzazione è strettamente legata a determinati equilibri che non possono essere più di tanto alterati, pena la sconfitta definitiva.</p>
<p>Sia Riina che Provenzano, tuttavia, in “sede pubblica e privata”, assicurano i loro compari di poter disporre delle garanzie necessarie per far diventare questo passo azzardato il decisivo salto di qualità in termini di nuovi referenti, visto che i precedenti erano usciti di scena, e in termini di appoggi sicuri per le future generazioni di Cosa Nostra.</p>
<p>Forse, a guardare i fatti a posteriori si dovrebbe dire che dell’intero piano era più a conoscenza Provenzano che non Riina, ceduto quasi subito alla giusta gogna pubblica con tutta la sua cordata più violenta. Probabile oggetto di una trattativa molto più ampia di cui si intuiscono i contorni se si ricostruisce quel puzzle di elementi probatori che però, per ora, non sono stati ritenuti sufficientemente convincenti da un punto di vista processuale.</p>
<p>Procediamo con ordine.</p>
<p>Via D’Amelio è una strada chiusa, stretta tra grandi palazzi come quello in cui abitava la madre del giudice che quella domenica lo stava aspettando per andare dal cardiologo. Era domenica e faceva molto caldo. Quando le macchine blindate entrarono nella via il parcheggio era pieno e lo spazio per muoversi velocemente molto poco, come aveva avuto modo di lamentarsi più volte la scorta. Il giudice scese accompagnato dai suoi angeli protettori: Agostino Catalano, Emanuela Loi,Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina; ebbe appena il tempo di annunciarsi al citofono che qualcuno, che evidentemente lo stava osservando, premette il pulsante del detonatore.</p>
<p>Il corteo blindato era stato monitorato fin dal mattino, da quando il giudice appena uscito di casa, in via Cilea, non si era recato in via d’Amelio, come i suoi assassini si aspettavano, ma a Villagrazia. Nonostante il cambio di programma, non vi era stata nessuna alterazione nel piano poiché, raccontano i collaboratori di giustizia, Salvatore Biondino non aveva alcun dubbio che Borsellino prima o poi sarebbe andato dalla madre.</p>
<p>Un primo dato non trascurabile sul quale torneremo in seguito.</p>
<p>I pentiti che hanno fatto parte del gruppo di osservazione tra cui Salvatore Cancemi e Giovan Battista Ferrante sono stati molto avari di particolari sul momento dell’esecuzione, tanto da essere ritenuti in primo grado reticenti. Se successivamente la testimonianza di Cancemi si è rivelata di grande importanza è risultata volutamente incompleta la testimonianza del Ferrante che aveva il compito di allertare il gruppo di fuoco. Era stato incaricato da Biondino di comporre un numero di cellulare che gli aveva fornito su un foglietto di carta e di avvisare quando Borsellino si sarebbe avvicinato a via D’Amelio. Il collaboratore dichiarò di non conoscere l’identità del suo interlocutore (rivelatosi poi essere Cristoforo Cannella) cui fece due chiamate, la prima dal suo cellulare, comprovata dai tabulati, e la seconda da una cabina telefonica, che però non risulta essere mai arrivata sull’utenza di Cannella.</p>
<p>Chi ha avvisato in realtà Ferrante?</p>
<p>Non lo sappiamo, ma di certo professionisti, addestrati anche per far sparire le tracce più pericolose. Un’eccezione che non si era mai verificata nella storia di Cosa Nostra che, come disse il procuratore Pietro Grasso, è stata a volte il braccio violento dello Stato e quindi ha sì agito per conto di altri, ma senza bisogno di aiuti esterni.</p>
<p>Alla strage di via D’Amelio, alla parte esecutiva, partecipano direttamente, i maggiori capi mandamento, primo Biondino che dirige di persona le operazioni, e poi Aglieri e Greco (uomini di Provenzano), Cancemi, Raffaele Ganci e altri.</p>
<p>Salvatore Biondino all’epoca delle stragi era sconosciuto e incensurato. Emerge la centralità della sua figura quando viene arrestato assieme a Salvatore Riina  ed è indicato da Salvatore Cancemi come il personaggio che deteneva tutta una serie di rapporti segreti e particolari con gli ambienti più occulti per conto del capo di Cosa Nostra e del suo gemello Provenzano.</p>
<p>Lo conferma il drammatico racconto di Francesco Onorato quando riferisce all’autorità giudiziaria dell’omicidio di Emanuele Piazza, il giovane poliziotto che collaborava alla ricerca dei latitanti con i servizi segreti, strangolato nello scantinato di un mobilificio a Capaci per ordine proprio di Biondino, che, inspiegabilmente, sapeva del suo incarico super riservato.</p>
<p>E’ ancora Biondino, secondo Brusca, a premere perché il nome di Borsellino sia inserito immediatamente dopo quello di Falcone nella lista del pareggio dei conti con nemici e traditori.</p>
<p>Agli indizi provenienti dall’interno all’organizzazione  corrispondono quelli raccolti dagli inquirenti che, seppur lasciati ad uno stadio primordiale per via di cause esterne, rappresentano molto più di un’ipotesi sulla presenza di uomini dei servizi sul luogo della strage.</p>
<p>Sentito durante il processo d’appello del Borsellino bis l’allora vicequestore di Palermo Gioacchino Genchi ha spiegato come le sue indagini sulle intercettazioni effettuate sull’utenza della famiglia Borsellino che, in un primo momento, avevano portato alla condanna all’ergastolo di Pietro Scotto, poi annullata a causa della ritrattazione di Scarantino, lo abbiano poi condotto altrove. E più precisamente sul monte Pellegrino, l’altura che domina Palermo dove si erge il suggestivo castello Utveggio che per un periodo avrebbe ospitato il Cerisdi, una scuola d’eccellenza per manager. Un tabulato telefonico aveva registrato in entrata una chiamata effettuata cinque mesi prima della strage da un boss di Bagheria, Gaetano Scaduto condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo, indirizzata a quell’utenza.</p>
<p>All’interno del Cerisdi si rivelò poi esserci una postazione di soggetti appartenenti all’Alto Commissario per la lotta alla mafia e poi forse – spiega Genchi &#8211; anche al Sisde, al servizio segreto civile. Che per tutta risposta smentì categoricamente l’ipotesi. Tuttavia, non appena avviata l’indagine il misterioso gruppo fece baracca e burattini e fu trasferito così come, alla fine dell’anno, furono destinati ad altri incarichi Genchi e il questore La Barbera.</p>
<p>Non se ne fece più nulla, resta soltanto inequivocabile il fatto che la visuale dal Castello Utveggio su via D’Amelio è impressionante.</p>
<p>Dunque, dopo 15 anni, sappiamo solo da chi era composto il gruppo che sorvegliò gli spostamenti del giudice dalla sua abitazione di via Cilea, mentre non abbiamo idea di chi agì sul campo di guerra e nemmeno, come scrivono i giudici del Borsellino ter: “Chi abbia allestito l’autobomba e l’abbia trasportata, come anche la provenienza dell’esplosivo”.</p>
<p>Per accertare anche questo fondamentale elemento si chiamò in causa persino l’FBI il cui super sofisticato laboratorio scientifico, tuttavia, fu colto da una paradossale mancanza di professionalità. Fu, infatti, aperta un’inchiesta circa le analisi sugli esplosivi che sarebbero state condotte maldestramente.</p>
<p>Su un punto però gli esperti italiani e quelli statunitensi concordano, nell’esplosivo vi era la presenza del Semtex sulla cui provenienza di origine militare non v’è dubbio così come è noto che il plastico era nella disponibilità dei killer di Cosa Nostra.</p>
<p>Recentemente l’autorità giudiziaria si è concentrata su un altro dei grandi misteri che ruota attorno alla strage di via D’Amelio.</p>
<p>Nella confusione degli attimi immediatamente dopo la deflagrazione sono stati notati aggirarsi tra le macerie uomini indicati come in qualche modo legati ai servizi o la cui apparizione in quei luoghi quel giorno è comunque risultata quanto meno singolare.</p>
<p>Si è appena concluso con un’assoluzione il processo per falsa testimonianza resa al pubblico ministero a carico di Roberto Di Legami, all’epoca dei fatti funzionario di polizia addetto alla Squadra Mobile di Palermo impegnata nelle indagini sulla strage di Capaci.</p>
<p>Secondo la testimonianza di due colleghi, Umberto Sinico e Raffaele del Sole, al tempo capitani del Ros, l’ufficiale, durante una cena a pochi giorni di distanza dalla strage</p>
<p>(circa una decina) avrebbe rivelato di aver saputo che poco dopo l’esplosione alcuni agenti accorsi sul luogo avrebbero notato Bruno Contrada, al tempo il numero tre del Sisde e che la relazione di servizio riguardo questa circostanza sarebbe stata poi distrutta.</p>
<p>Di Legami ha negato con fermezza di aver mai riferito un’informazione di questo genere ed è rimasto sulle sue posizioni anche durante il confronto, piuttosto teso, con i due colleghi. Secondo il giudice Paola Proto Pisani che ha ricostruito la sequenza di quegli eventi nella sentenza assolutoria appare più credibile la versione del Di Legami che non quella del principale testimone dell’accusa, Sinico. Questi infatti, pur ritenendo il fatto in se stesso poco credibile, dopo averlo riferito all’autorità giudiziaria, non ha voluto rendere noto il nome della sua fonte. Ha spiegato di aver ricevuto raccomandazioni a riguardo dalla stessa che a sua volta temeva per l’incolumità della fonte originaria.</p>
<p>A fare per primo il nome di Di Legami fu il tenente Canale, stretto collaboratore di Borsellino, ma in seguito processato e assolto per concorso esterno in associazione mafiosa. Disse di aver saputo questa notizia da Sinico, compresa la fonte.</p>
<p>Sinico ha smentito di aver mai rivelato il nome del Di Legami ad alcuno, benché, invece, abbia riferito il contenuto della confidenza sia ad alcuni colleghi, tra cui Canale, e ad alcuni magistrati come il dott. Ingroia e il dott. De Francisci. Tuttavia mentre Canale sostiene di aver ricevuto questa confidenza nei giorni immediatamente successivi alla strage, addirittura prima dei funerali, il colloquio con Di Legami cui fa riferimento Sinico, confermato da Del Sole, sarebbe avvenuto, questo sì secondo tutti e tre, a una decina di giorni dell’eccidio.</p>
<p>Tuttavia Sinico, se in un primo momento nega che la sua fonte sia Di Legami, in un memoriale del 1998, lo ammette adducendo come motivazione del suo silenzio il vincolo di segretezza che vige automaticamente tra colleghi e amici quando si parla di indagini in corso. Ha inoltre aggiunto di aver cercato più volte di contattare il Di Legami per chiedergli di scioglierlo da questo patto di riservatezza che lo metteva in una situazione di imbarazzo con i magistrati, ma che dapprima avrebbe ricevuto un diniego, sempre per tutelare la fonte originaria e poi che il collega non si sarebbe più fatto trovare.</p>
<p>Ecco qui un altro conto, l’ennesimo, che non torna. Il giudice, riordinando tutti i dati, ritiene possibile che Sinico abbia davvero ricevuto la notizia, ma non da Di Legami e che pur di proteggere la sua reale fonte, abbia sacrificato l’amico sfruttando la via suggerita da Canale il quale, magari convinto della opportunità di perseguire i filone di indagini, abbia indicato un nome plausibile al fine di costringere Sinico a rivelare la vera fonte.</p>
<p>A suffragio di tale ipotesi il giudice considera significativo il dialogo avvenuto tra Sinico e Canale, ignari di essere registrati, mentre attendevano di essere sottoposti a confronto dai magistrati di Caltanissetta. Canale invita il collega a rivelare l’identità della sua fonte se vuole salvare il suo amico (Di Legami) di cui ha fatto il nome pur nutrendo il serio dubbio che sia lui (“ce l’ho sulla coscienza”) e senza termini lo incita: “Umbé ma picchì un ciù dici cu cazzu è?”.</p>
<p>Di Contrada sul luogo della strage si è parlato a lungo, ma il suo alibi, secondo cui sarebbe stato in barca con amici ha sempre retto a qualsiasi investigazione.</p>
<p>Se nessuno degli ufficiali e degli agenti in servizio quel giorno vide Contrada è vero che furono notate invece altre figure come Mannino Salvatore segnalato dall’ispettore Angelo che compilò immediatamente una relazione di servizio e su questo fu sentito dalla procura di Caltanissetta. La presenza di Mannino colpì particolarmente Angelo e il suo superiore dott. Montalbano poiché questi era un ispettore in servizio al Commissariato di San Lorenzo fino a poco tempo prima e di recente trasferito a Firenze poiché una nota del Sisde lo descriveva come in pericolo di vita perché minacciato dall’organizzazione mafiosa. Tuttavia solo un paio di anni prima Montalbano aveva raccolto alcune confidenze su Mannino che gli avevano fatto dubitare della sua integrità e per questo aveva fatto rapporto alla Procura di Palermo.</p>
<p>Insomma dopo tanti anni si è costretti a ritornare sulla scena del delitto, sperando che vi sia tornato anche l’assassino e abbia lasciato quella traccia che nel momento dello sgomento è stata tralasciata, oppure nascosta, o depistata o fatta sparire.</p>
<p>Le immagini di quei momenti terribili potrebbero contenere un elemento di risposta o indicare finalmente la pista giusta da imboccare. Per questo il giudice Sferlazza nel suo rifiuto di archiviazione chiede che si esamino nuovamente e si ricostruiscano prima di tutto i movimenti di Arcangioli e anche quelli di un’alra persona che si muove al suo fianco e sembra prenderlo sotto braccio, stando a quanto riportato in una relazione Dia, e quindi della cartella di Borsellino con l’agenda rossa.</p>
<p>E poi chi ha mentito tra Sinico, Del Sole, Di Legami e Canale?</p>
<p>Il nome di Contrada, già fortemente compromesso per la sua vicenda giudiziaria conclusasi con la condanna definitiva, è forse una copertura per qualcun altro?</p>
<p>Gli inquirenti ancora proseguono in questa indagine infinita che sembra costituita da scatole cinesi altrettanto infinite che sfociano in tutti gli ambiti senza però giungere a smascherare tutti gli altri colpevoli oltre ai sicari di Cosa Nostra.</p>
<p>Però su tutto questo panorama di misteri e di presunti equivoci si leva prepotente una domanda ancora più inquietante: perché?</p>
<p>Se è vero, come suggeriscono i documenti, che uomini di apparati deviati hanno partecipato a questa strage ci dobbiamo chiedere perché si sono disturbati tanto per un uomo solo. Chi era o poteva diventare Paolo Borsellino? Cosa aveva capito? Cosa sapeva? Cosa aveva scoperto?</p>
<p>Nel loro bellissimo libro “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza hanno ripercorso, tramite l’agenda grigia di Paolo Borsellino, di cui vi mostriamo qualche immagine, gli ultimi giorni e gli ultimi appuntamenti, gli ultimi incontri proprio per capire cosa indusse Cosa Nostra e i suoi complici a determinarne l’eliminazione immediata. Qual è il movente detonatore della strage di Via D’Amelio?</p>
<p>In occasione del 15°anniversario è andato in onda, la mattina prestissimo, su Rainews 24 un servizio in cui si mostravano le immagini del funerale e la testimonianza di un giovane poliziotto che riferiva di un incontro avvenuto “venerdì” (presumibilmente il 17.7) tra Borsellino e i vertici della polizia per discutere la proposta avanzata da dieci agenti specializzati di scortare il giudice in quel momento fortemente esposto. L’intervistatore domanda poi al prefetto Parisi, allora capo della polizia (deceduto il 31 dicembre 2004), il riscontro a queste affermazioni. Questi conferma di aver visto il giudice ma di aver parlato di tutt’altro.</p>
<p>Che Borsellino quel giorno fosse a Roma non vi è dubbio poiché è segnato nella sua agenda di lavoro con tutti gli impegni della giornata e le spese sostenute quel giorno. Era lì per sentire Mutolo, il collaboratore che aveva chiesto di parlare esclusivamente con lui, dal quale aveva appreso notizie gravissime circa la presunta collusione di Contrada e del giudice Signorino con ambienti mafiosi. Il giudice ne era rimasto colpito, ma probabilmente non fu per questa ragione che confidò sconvolto a sua moglie: “sto vedendo la mafia in diretta”.</p>
<p>Scorrendo le pagine della sua agenda si legge che dal 1° luglio fino alla sua morte il giudice si spostò diverse volte a Roma. Incontrò Parisi anche il primo giorno del mese, come ha scritto, e il ministro Mancino che invece ha sempre sostenuto di non ricordare l’episodio.</p>
<p>Nel diario c’è però la conferma autografa a quanto sostenuto da Mutolo secondo cui durante il colloquio con il giudice nel quale gli aveva accennato quelle rivelazioni così scottanti, Borsellino venne convocato dal Ministro che si insediava proprio quel giorno. Tornò da quell’incontro così stravolto da non accorgersi che aveva acceso due sigarette, poiché, afferma ancora il pentito, il magistrato si era trovato davanti agli occhi Contrada che usciva dall’ufficio di Parisi mentre lui entrava.</p>
<p>Era sufficiente per turbare a tal punto un uomo come Borsellino? O c’è dell’altro? Cosa si disse con il ministro smemorato?</p>
<p>Giovanni Brusca e Antonino Giuffré, tra i più importanti collaboratori in assoluto sostengono che in qualche modo a Riina e a Provenzano era giunta voce che Paolo Borsellino stava diventando sempre più un pericoloso ostacolo sulla via della riconquista degli equilibri necessari alla sopravvivenza dell’organizzazione.</p>
<p>Brusca, il primo a chiarire gli intenti della trattativa, cioè l’accordo per ottenere benefici carcerari in cambio della cessazione della violenza, ha una teoria tra le più plausibili: “Borsellino probabilmente è stato ucciso come una conseguenza della trattativa. Mi spiego meglio. Una volta che Riina stava trattando con esponenti delle istituzioni e, principalmente, voleva ottenere la revisione del maxiprocesso, il dottor Borsellino avrebbe seriamente costituito un serio ostacolo lungo tale strada in quanto, in caso di esito favorevole, si sarebbe opposto con tutte le sue forze”.</p>
<p>E’ questa la mafia in diretta? E’ per la trattativa e per quel gioco grande che per eliminare Paolo Borsellino e prima di lui Giovanni Falcone entrano in scena anche uomini dei servizi segreti quali esecutori? E allora quanto in alto sono i mandanti?</p>
<p>Per questo alla moglie Agnese il giudice Borsellino aveva detto: “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”?</p>
<p>Dopo circa 7 anni la nostra redazione ha cercato di ricostruire i fatti di quegli anni nel tentativo di pervenire ad una conclusione che fosse plausibile, ed è questo che vi esponiamo qui di seguito.</p>
<p>E’ come avere davanti tante tessere sparpagliate che se riesci ad accorpare danno vita al mosaico della verità. Proviamo ad elencarle velocemente consigliandovi, se non avete avuto modo di seguirci finora, di approfondire i vari punti negli articoli che abbiamo pubblicato in passato.</p>
<p>Abbiamo detto che:</p>
<p>A compiere la strage fu indubbiamente Cosa Nostra, ma in più di un documento processuale, si afferma che non fu sola nell’ideazione, nella progettazione e persino nell’esecuzione dell’eccidio.</p>
<p>A pianificarla, su ordine di Riina ma anche e soprattutto di Provenzano, è Salvatore Biondino, l’incensurato che deteneva rapporti di altissimo livello, anche con i servizi, per conto dei corleonesi.</p>
<p>Salvatore Cancemi ci dice che un noto avvocato palermitano, difensore dei mafiosi, gli confidò che Provenzano era in contatto con i servizi segreti.</p>
<p>Antonino Giuffré spiega che la richiesta di eliminare Giovanni Falcone e per conseguenza logica anche Borsellino era giunta in Sicilia anche dagli Stati Uniti dove le indagini del pool avevano provocato non poche conseguenze gravi per l’organizzazione oltreoceano.</p>
<p>Giulio Andreotti, nel momento in cui si dà avvio all’inchiesta nei suoi confronti (conclusasi con un’assoluzione per prescrizione fino agli anni Ottanta), in un’intervista a Rai Uno indica quali mandanti del suo processo gli ambienti Usa. In particolare sostiene che siano stati delatori americani a suggerire a Buscetta di fare il suo nome ed evoca la “manina” dei servizi segreti in collaborazione con la Cosa Nostra americana e addirittura del governo statunitense.</p>
<p>Giovanni Brusca ha spiegato che tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio viene avviata una trattativa tra mafia e Stato. I giudici del processo di Firenze sulle bombe in continente esprimono tutta la loro disapprovazione nei confronti dell’allora colonnello Mori e del capitano De Donno per averla condotta legittimando così quella efferata metodologia. Ma chi diede veramente l’ordine di trattare?</p>
<p>L’ex capo della polizia, il prefetto De Gennaro, nella relazione della Dia, redatta immediatamente dopo le stragi ’92-‘93, parlò chiaramente di un disegno eversivo attuato con le bombe mafiose che coinvolgeva massoneria, servizi deviati, finanza, alta imprenditoria. Dopo quella parentesi il prefetto non disse più nulla, forse oggi, dopo tutti questi anni si sarà fatto un’idea più precisa. Ci piacerebbe davvero sapere quale sia il suo pensiero in merito.</p>
<p>Nell’intervista rilasciata da Paolo Borsellino ai giornalisti francesi che gli chiedevano dei rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, il magistrato spiega come fosse naturale per i mafiosi cercare contatti con imprenditori influenti e facoltosi per poter investire le grosse cifre di denaro provenienti dal traffico di droga. Dopo la strage di Capaci, Borsellino riprende le carte dell’operazione San Valentino e cerca i mandanti dell’omicidio del suo amico anche nella direzione della grossa imprenditoria, della grande finanza e degli appalti multimiliardari sia in Sicilia che nel nord del Paese.</p>
<p>Nel 1993 l’imprenditore Raul Gradini si suicida. Emergerà in seguito dalle indagini che la sua azienda, la Calcestruzzi, era fortemente compromessa, in Sicilia, tramite l’ingegner Bini, con la famiglia mafiosa dei Buscemi, prestanome di Riina.</p>
<p>Le bombe stragiste che proseguono nel 1993 a Firenze, Milano e Roma contribuiscono, assieme al terremoto istituzionale causato da Tangentopoli, al passaggio dalla cosiddetta Prima Repubblica alla seconda.</p>
<p>Borsellino aveva probabilmente intuito cosa stava accadendo, aveva compreso che era in corso un forzato cambio di assetti di potere nel nostro Paese in cui Cosa nostra, con la violenza, aveva un ruolo primario che le sarebbe valso nuovi equilibri. Per questo esclama: “Sto vedendo la mafia in diretta!”</p>
<p>Per questo sa benissimo di avere pochissimo tempo per scampare alla morte. Sa di essere un elemento di disturbo.</p>
<p>Per questo la sua improvvida candidatura a procuratore nazionale antimafia dichiarata dai ministri Scotti e Martelli rappresenta un’esposizione drammatica che Borsellino capisce immediatamente. “Questo vuol dire mettere l’osso davanti ai cani”.</p>
<p>Ricapitolando: nel bienno ’92-’93 ha inizio nel nostro Paese un processo di rinnovamento del sistema di potere vigente anche su forte pressione oltreatlantica. L’Italia sull’orlo della bancarotta lotta per rimanere all’interno della Comunità europea. Può farlo solamente se applica le nuove regole imposte dalle grandi multinazionali, dalle banche e dalla grande finanza nazionale e internazionale cui la politica è, da anni, evidentemente assoggettata.</p>
<p>L’intervento della mafia è indispensabile per scatenare questo processo che si impone a chi detiene il potere. Senza se e senza ma.</p>
<p>La presenza dei servizi segreti si spiega dunque logicamente osservando quanto di recente accaduto in Iraq, in Afghanistan e con gli ultimi scandali. I servizi segreti del nostro paese hanno sempre agito su ordine della Cia, del potere atlantico.</p>
<p>Solo alcuni uomini dello Stato, cioè delle Istituzioni non contaminate, potevano rappresentare un ostacolo a questo progetto. Tra i quali: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Gian Carlo Caselli.</p>
<p>I primi due eliminati con la violenza delle bombe eversive, l’ultimo con la violenza della delegittimazione eversiva culminata con l’unico precedente della storia di legge contra personam.</p>
<p>Lo dimostrano le indagini che intraprese il suo pool. L’inchiesta Sistemi Criminali è di fatto l’eredita di Falcone e Borsellino. Si è salvato Caselli per il gran fragore di popolo che lo ha sempre sostenuto e fino al 1995-1996 anche la politica dei vari governi che si sono succeduti.</p>
<p>La legge creata appositamente per non farlo concorrere al posto di Procuratore Nazionale Antimafia è stata approvata su pressione di poteri forti, gli stessi che siedono nei gangli vitali del nostro paese: politica, imprenditoria, finanza e anche potere religioso. Gli stessi: i mandanti esterni della strage di Via D’Amelio.</p>
<p><a href="http://www.wikio.it/vote?url=http://onoratasocieta.wordpress.com/2009/01/13/non-solo-repressionenon-solo-repressione/" target="_tab"><img style="border:none;vertical-align:middle;" src="http://www.wikio.it/shared/img/vote/wikio5.gif" alt="" /></a></p>
<p><em>Articoli correlati: <a href="http://onoratasocieta.wordpress.com/2009/01/21/il-canarino-che-non-vuole-cantare/" target="_self">Il canarino che non vuole cantare</a> &#8211; <a href="http://onoratasocieta.wordpress.com/2009/01/21/via-damelio-quanti-misteri/" target="_self">Via D&#8217;Amelio, quanti misteri</a> &#8211; <a href="http://onoratasocieta.wordpress.com/2009/01/13/mancino-ci-risponde-o-no/" target="_self">Mancino, ci risponde o no?</a><br />
</em></p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Cari libri, libri cari]]></title>
<link>http://claudiocordova.wordpress.com/2009/02/04/cari-libri-libri-cari/</link>
<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 15:26:20 +0000</pubDate>
<dc:creator>claudiocordova</dc:creator>
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<description><![CDATA[No, non parlerò della cosca Libri di Reggio Calabria. Non oggi, almeno. Parlerò di una cosa completa]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignnone size-full wp-image-659" title="libri" src="http://claudiocordova.wordpress.com/files/2009/02/libri.jpg" alt="libri" width="400" height="300" /></p>
<p>No, non parlerò della cosca Libri di Reggio Calabria. Non oggi, almeno.</p>
<p>Parlerò di una cosa completamente diversa: parlerò di cultura (e già questo è un paradosso, dirà qualcuno).</p>
<p>La cultura non ha prezzo e su questo siamo d&#8217;accordo.</p>
<p>I libri però, che per noi comuni mortali rappresentano il veicolo attraverso il quale assimilare la cultura stessa, ce l&#8217;hanno. E hanno un prezzo assai caro.</p>
<p>Che siano saggi scritti da magistrati (di recente ne ho letto uno di Giuseppe Ayala), che siano inchieste scritte da giornalisti, che siano libri universitari, che siano romanzi o biografie, i libri costano esageratamente troppo e questo è inoppugnabile.</p>
<p>17, 20, 24 euro per un libro, anche molto bello, sono assolutamente tanti. Soprattutto in un periodo in cui tanti, tutti si prodigano a spiegarci che &#8220;c&#8217;è crisi&#8221; e che i soldi scarseggiano.</p>
<p>Giovanni Floris, per esempio, dedica, ogni martedì, una puntata del suo &#8220;Ballarò&#8221; a temi di natura economica, portando in studio i più noti imprenditori e docenti di economia. In Italia ci sarebbero anche altre cose di cui parlare, ma non importa.</p>
<p>Dicevo che i libri costano parecchio, per questo, in Italia, si legge molto poco. Per questo in Italia, siamo un manipolo di ignoranti che, proprio in quanto tali, possono essere infinocchiati dal ricco di turno che avrà avuto modo di leggere più di noi. Sarà molto più facile truffare il popolo se il popolo è composto capre.</p>
<p>Sì, perchè, come nel 1200, ma anche in altre epoche, nel 2009 in Italia la cultura continua a essere una questione per pochi intimi, roba d&#8217;élite.  A scuola, ringraziando Dio, ci vanno quasi tutti, ma in pochi hanno la voglia e i soldi per approfondire le proprie conoscenze.</p>
<p>Questo per due motivi:</p>
<p>1) Produrre libri costa troppo. Di conseguenza le case editrici sono costrette a tenere prezzi alti.</p>
<p>2) I contributi statali, mi riferisco soprattutto alle piccole e medie case editrici, non sono sufficienti per consentire la creazione di un mercato accessibile a tutti.</p>
<p>Ma lo Stato che interesse ha a &#8220;creare&#8221; cittadini colti che, quindi, riuscirebbero con più facilità a scoprire porcate e intrallazzi?</p>
<p>Nessun interesse.</p>
<p>Allo Stato, in ogni epoca, ha sempre fatto comodo avere a che fare con un popolo ignorante: avere a che fare con gli ignoranti facilita, di molto, ogni compito.</p>
<p>Nel libro di Ray Bradbury, Fahrenheit 451, pubblicato nel 1951, (trasposto sul grande schermo da Francois Truffaut nel 1966), ambientato in un ipotetico futuro, leggere libri è considerato un reato per contrastare il quale è stato istituito un apposito corpo di vigili del fuoco impegnato a bruciare ogni tipo di volume. Chi viene sorpreso in possesso di libri, passa guai seri.</p>
<p>In Italia siamo più bravi. Abbiamo tagliato la testa al toro: prezzi alti così nessuno compra libri e si risparmiano pure i soldi per l&#8217;apposito corpo di vigili del fuoco.</p>
<p>In Fahrenheit 451 si applicava la repressione, in Italia usiamo metodi preventivi. Il risultato è sempre lo stesso: il popolo non deve sapere, in modo tale che non sia in grado di capire.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[E allora chi ha rubato l'agenda rossa? ]]></title>
<link>http://trasparente.wordpress.com/2008/10/30/e-allora-chi-ha-rubato-lagenda-rossa/</link>
<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 11:03:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>Alex Buzzella</dc:creator>
<guid>http://trasparente.wordpress.com/2008/10/30/e-allora-chi-ha-rubato-lagenda-rossa/</guid>
<description><![CDATA[di Giuseppe Lo Bianco Palermo. Un uomo in borghese con una borsa di cuoio in mano,  l’espressione as]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="jce_tooltip" style="border:1px solid #000000;float:left;width:100px;height:100px;margin:5px;" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giornalisti/giuseppe-lo-bianco-web.jpg" alt="" width="100" height="100" /> <strong></strong></p>
<p><strong>d</strong><strong>i Giuseppe Lo Bianco</strong></p>
<p><strong>Palermo.</strong> Un uomo in borghese con una borsa di cuoio in mano,  l’espressione assorta, la gamba protesa in avanti nell’atto di camminare: la foto a colori e’ nitida, ed e’ un reperto prezioso e raro: e’ la foto di uno dei misteri italiani. Per intenderci, e’ come se fosse arrivata a noi la foto di un uomo che apre la cassaforte di Dalla Chiesa a Villa Paino la sera del suo omicidio, il 3 settembre del 1982, la foto di chi prese in consegna le carte di Moro dal covo di via Montenevoso dalle mani del colonnello Umberto Bonaventura &#8230;</p>
<p>&#8230; restituendone poco piu’ di due terzi, la foto della lettera letta con enfatica suspence dal bandito Giuliano e poi bruciata poco prima di partecipare alla strage di Portella della Ginestra o quella degli appunti informatici di Giovanni Falcone spariti dal suo data bank probabilmente il giorno stesso della strage di Capaci.</p>
<p>Per la prima volta la storia oscura d’Italia viene illuminata da un fotogramma a colori: ritrae l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli che si avvia verso la parte terminale di via D’Amelio, al confine con via Autonomia Siciliana, nel pomeriggio di tritolo e fiamme del 19 luglio del 1992. Con una borsa in mano. La borsa di Paolo Borsellino, che quel pomeriggio lascio’ la sua vita, e con lui i cinque agenti della sua scorta, sull’asfalto rovente di via D’Amelio. Dentro quella borsa, in quel momento, secondo la Procura di Caltanissetta, c’e’ un’ agenda rossa: gliel’aveva regalata l’Arma dei carabinieri, Borsellino vi annotava tutti i pensieri piu’ nascosti, registrando tutti i fatti, anche i piu’ insignificanti, che aveva vissuto dal 23 maggio precedente, da quando, cioe’, sull’autostrada di Punta Raisi, la mafia e chi se ne serve aveva strappato la vita del suo scudo umano, Giovanni Falcone.  Alle 17.20 del 19 luglio, venti minuti dopo l’esplosione, un fotografo palermitano, Franco Lannino, scatta un’istantanea destinata probabilmente ad entrare nella storia dei misteri italiani: dentro quella borsa in mano ad Arcangioli, la procura ne e’ certa ( e adesso vedremo perche’) c’e’ l’agenda che il giornalista Marco Travaglio ha definito la &#8220;scatola nera della seconda repubblica’’, nata in mezzo al tritolo delle stragi. Quasi sedici anni dopo quel pomeriggio, il primo aprile del 2008, il giudice per le indagini preliminari Paolo Scotto di Luzio proscioglie il capitano Arcangioli dall’accusa di furto dell’agenda. Una decisione destinata a chiudere la vicenda giudiziaria (anche se si attende la decisione della Cassazione sul ricorso presentato dalla procura di Caltanissetta) che pone una pietra tombale sulla ricerca della verita’. Non e’ stato Arcangioli, insomma, a farla sparire. E chi e’ stato, a distanza di tanti anni, difficilmente saltera’ fuori.</p>
<p>Ma come si e’ arrivati al proscioglimento del colonnello dei carabinieri? E che cosa e’ accaduto attorno alla Croma blindata di Paolo Borsellino negli attimi immediatamente seguenti l’esplosione mentre il corpo del magistrato giaceva nel cortile interno dello stabile, ai civici 19 e 21 di via D’Amelio, tra l’inferriata e il giardinetto dell’appartamento al pian terreno?</p>
<p>Siamo andati a leggere i verbali dell’inchiesta, abbiamo incrociato le dichiarazioni dei testimoni oculari e quella che vi offriamo e’ la ricostruzione, dettagliata e minuziosa, comprese le ritrattazioni, i cambi di versione, i vuoti di memoria (quest’ultimi per la verita’ comprensibili a distanza di 13 anni) di chi e’ stato ascoltato dalla procura perche’ quel pomeriggio era li’, vicino l’auto blindata. A partire dalla presenza dell’agenda dentro la borsa. La difesa di Arcangioli, infatti,  l’ha messa in dubbio: perche’ escludere che Borsellino, sceso dall’auto per citofonare alla madre, l’abbia portata con se’? In questo caso, evidentemente, dell’agenda non sarebbe restata alcuna traccia. Ma sia la procura che la parte civile l’hanno esclusa con un argomento difficilmente contestabile: da Villagrazia di Carini a via D’Amelio Borsellino ha guidato la sua Croma blindata ed e’ impossibile che abbia avuto modo di consultare l’agenda. Che e’ rimasta, appunto, dentro la borsa.</p>
<p><strong>I TESTIMONI</strong>. Sono tre, oltre, naturalmente, Arcangioli: l’ex magistrato ed ex parlamentare Giuseppe Ayala, il giornalista Felice Cavallaro, il carabiniere di scorta ad Ayala Rosario Farinella.</p>
<p>Arcangioli viene interrogato una prima volta il 5 maggio del 2005 e ammette subito (non poteva fare altrimenti) di avere preso la borsa. L’ha fatto, rivela, su richiesta di uno dei due magistrati che aveva incontrato sul luogo della strage,  Giuseppe Ayala e Vittorio Teresi che lo avrebbero informato dell’esistenza di un’agenda tenuta da Borsellino. Sul posto Arcangioli incontra anche Alberto Di Pisa, magistrato di turno. Non solo: una volta presa la borsa, uno dei due magistrati l’apri’ e ‘’constatammo che all’interno non c’era alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta’’. Su richiesta di uno dei due magistrati, infine, Arcangioli ricorda di avere incaricato uno dei suoi collaboratori a depositare la borsa nell’auto di servizio ‘di uno dei due magistrati’’. ‘Ma su quest’ultimo punto non e’ certo: si tratta di un ricordo molto labile e potrei essere impreciso’’, non sa ‘’se poi veramente cio’ e’ avvenuto in tali termini’’. Ma non e’ soltanto quest’ultimo ricordo ad apparire confuso: Vittorio Teresi dira’ di essere arrivato in via D’Amelio un’ora e mezzo dopo, Alberto Di Pisa, che non era magistrato di turno, in via D’Amelio non e’ mai venuto. Entrambi  minacciano querele nei confronti di chi li chiama in causa.</p>
<p>Per verificare i ricordi di Arcangioli, che spiega con l’irrilevanza del contenuto della borsa la sua decisione di non redigere una relazione di servizio, la procura interroga dunque Giuseppe Ayala.</p>
<p>O, meglio, lo reinterroga, visto che lo aveva gia’ sentito l’8 aprile del 1998, nell’ambito di un filone di indagine sui mandanti occulti della strage. Ed in quella occasione l’ex magistrato aveva offerto la sua prima versione dei fatti:  arrivato dopo 10-15 min dall’esplosione in via D’Amelio (abitava a 150 metri, al residence Marbella) Ayala, dopo avere constatato che era Paolo Borsellino l’obbiettivo dell’attentato, aveva visto un carabiniere in divisa aprire lo sportello posteriore della Croma e prendere una borsa con tracce di bruciacchiatura. L’ufficiale gliela vuole consegnare ma lui non e’ piu’ un magistrato in servizio e quindi non puo’ riceverla,  e lo invita a trattenerla per consegnarla poi ai magistrati. In sua presenza, precisa, quella borsa non e’ mai stata aperta. E che fine abbia fatto non lo sa, poiche’ si e’ disinteressato della vicenda. La sua versione cambia il 13 settembre, dopo l’interrogatorio di Arcangioli. Non c’e’ piu’ un carabiniere che apre lo sportello posteriore sinistro, ma l’ex magistrato ricorda di averlo visto aperto, e di avere preso egli stesso la borsa bruciacchiata poggiata sul sedile posteriore e di averla affidata ad un ufficiale dei cc in divisa ‘’meno giovane di Arcangioli’’. Anche in  questo caso Ayala ribadisce di non avere mai aperto la borsa per verificarne il contenuto. Ma le due versioni sono in contrasto e la procura chiama a deporre Ayala una terza volta. E in quest’occasione l’ex magistrato si fa aiutare nel ricordo da un giornalista presente sul luogo della strage, l’inviato del Corriere della Sera Felice Cavallaro.</p>
<p>In quest’ultima versione, confermata dal giornalista, Ayala vede prelevare da una persona in borghese (e’ certo che non fosse in divisa) la borsa dallo sportello posteriore sinistro e gliela consegna. Lui, magistrato non in servizio, non puo’ tenerla e la gira ad un ufficiale dei cc in divisa.</p>
<p>‘’Il tutto dura 30 secondi, forse 1 minuto’’, ripete Ayala. La sua versione continua a restare incompatibile con quella di Arcangioli e la procura, quello stesso giorno, mette i due a confronto.</p>
<p>Arcangioli pero’ aggiunge qualche dettaglio: ‘’per esortazione di qualcuno che non ricordo (credo fosse Ayala) ho preso la borsa dal pianale post sinistro sono andato nel lato opposto di via D’Amelio, ho aperto la borsa, non c’era nulla di interessante, e ho rimesso (o fatto rimettere) la borsa nel sedile posteriore. Il tutto alla presenza di Ayala. C’era anche un ufficiale cc? Non ricordo’’. E Ayala infine ribadisce: ‘’non conoscevo Arcangioli e oggi lo vedo per la prima volta’’.</p>
<p><strong>Dal contrasto di queste due versioni, e dagli altri elementi acquisiti, il quadro finora certo e’ il seguente:</strong></p>
<p><strong>1)</strong> Arcangioli e Ayala si occupano della borsa di Borsellino nei minuti immediatamente seguenti l’esplosione.</p>
<p><strong>2) </strong> Nella borsa, nonostante le parole di Arcangioli, e’ molto probabile che ci fosse ancora l’agenda rossa (lo dichiara la vedova di Paolo Borsellino che vede il marito con l’agenda in mano a Villagrazia di Carini).</p>
<p><strong>3)</strong> La borsa, nonostante le assicurazioni ricevute da Ayala, ricompare, come dice Arcangioli, nel sedile posteriore della Croma un’ora e mezzo dopo, senza l’agenda.</p>
<p>Ma sulla scena irrompe anche un quarto testimone. E’ Rosario Farinella, carabiniere di scorta ad Ayala, che offre una nuova, per certi versi inedita, versione: interrogato il 2 marzo 2006, Farinella ricorda di essere arrivato in va D’Amelio insieme ad  Ayala e di avere visto la Croma ‘’avvolta dalle fiamme’’,  un vigile del fuoco le sta spegnendo, le portiere tutte chiuse ma non a chiave’’. A questo punto ‘’Ayala nota una borsa sul sedile posteriore, con l’aiuto del vigile abbiamo aperto lo sportello (operazione non semplice), io ho preso la borsa e volevo darla ad Ayala, ma lui mi disse che non poteva prenderla.  Aggiunse di tenerla per qualche minuto, cosi’ mi allontanai dall’auto con la borsa verso il cratere creato dall’esplosione, e dopo 5/7 min Ayala chiamo’ un uomo in abiti civili ufficiale o funzionario di polizia, gli spiego’ che era la borsa di Borsellino. Lui disse che si sarebbe occupato della cosa e gli consegnai la borsa. Ricordo che appena presa la borsa lo stesso si e’ allontanato dirigendosi verso l’uscita della via D’Amelio, ma non ho visto dove e’ andato a metterla. Peraltro io me ne sono disinteressato…’’. Era Arcangioli, chiedono i magistrati mostrandogli la foto? ‘’Non sono in grado di riconoscere la persona che mi mostrate, non ricordo pero’ che avesse una placca metallica di riconoscimento (come quella di Arcangioli, ndr). Di questo particolare ritengo che mi ricorderei…’’.</p>
<p>Il racconto di Farinella spiega anche un dettaglio, uno dei tanti, sul quale Ayala e Arcangioli non sono d’accordo: secondo il primo la borsa presentava qualche bruciacchiatura, per il secondo, invece, era perfettamente integra. L’iniziale forzatura degli sportelli descritta da Farinella (e non ricordata da Ayala) spiega perche’ la borsa, protetta dentro l’auto chiusa, non prese fuoco e, quindi, si presentava integra, cosi’ come appare nella foto in cui e’ in mano ad Arcangioli. Se successivamente, quando fu ritrovata dalla Polizia era un po’ bruciata cio’ e’ dovuto ad un ritorno di fiamma descritto da un vigile del fuoco che si premuro’ di bagnare l’interno dell’auto e quindi la borsa con un idrante avvertendo la polizia.</p>
<p><strong>In conclusione: </strong></p>
<p><strong>1)</strong> Ripreso dall’obiettivo di un fotografo Arcangioli si dirige con la borsa in mano verso la fine della via D’Amelio (e non sul lato opposto al portone della sorella di Borsellino, dove lo stesso ufficiale ha detto di essersi diretto)</p>
<p><strong>2) </strong>In quella borsa, in quel momento, c’e’ l’agenda rossa</p>
<p><strong>3)</strong> La borsa viene ritrovata sul sedile posteriore della Croma un’ora e mezzo dopo senza  l’agenda</p>
<p><strong>4)</strong> Dove ha portato quella borsa? Arcangioli dice di averla aperta alla presenza di Ayala (che smentisce), di non aver trovato nulla, e di averla rimessa a posto. Ma quando il colonnello Domenico Bonavita della Dia di Caltanissetta gli chiede: ‘’ricorda se consegno’ per brevi istanti la borsa del dottore Borsellino a suoi colleghi o superiori gerarchici presenti sul luogo ovvero ad altri investigatori? Arcangioli risponde: ‘non ricordo, pertanto non posso affermare ne’ escludere che un tale fatto sia avvenuto. Comunque posso dire che se uno dei colleghi del Ros o di altro reparto mi avesse chiesto di visionare il contenuto della borsa non avrei avuto motivo di rigettare tale sua richiesta’’.</p>
<p>Dubbi e interrogativi che avrebbero potuto essere approfonditi nel corso di un dibattimento. Il giudice di Caltanissetta ha pero’ ritenuto diversamente, chiudendo la vicenda. E il mistero e’ destinato a restare tale.</p>
<p>(Articolo tratto dal numero zero 2008 di PIZZOFREE PRESS per gentile concessione dell´autore)</p>
<p><strong>Tratto da:</strong><em> <a class="jcebox" href="http://www.19luglio1992.com/?bw=1000&#38;bh=800" target="_self">www.19luglio1992.com<img class="zoomLink" src="http://www.antimafiaduemila.com/mambots/system/jceutils/images/zoomLink.png" alt="" /></a> preso da <a href="http://www.antimafiaduemila.com/content/view/10198/78/" target="_blank">antimafiaduemila</a></em></p>
<p>&#8220;<span style="color:#0000ff;">Tante cose non si sono sapute , non si sanno e non si sapranno …<br />
Tante cose si sono sapute, forse si ricordano e spesso si dimenticheranno …<br />
Tante cose si sono sapute, alcune sono false e altre lo saranno …<br />
Tante cose si sono sapute, si sanno e si sapranno …</span>&#8221; A.B.</p>
<p><em><br />
</em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[A grande richiesta]]></title>
<link>http://claudiocordova.wordpress.com/2008/07/08/a-grande-richiesta/</link>
<pubDate>Tue, 08 Jul 2008 17:51:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>claudiocordova</dc:creator>
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<description><![CDATA[Leggevo di dipendenza da pornografia. Credo si trattasse proprio di un cittadino italiano: un tizio ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Leggevo di dipendenza da pornografia. Credo si trattasse proprio di un cittadino italiano: un tizio lavorava tutto il giorno, poi tornava a casa e trascorreva tutta la nottata a girovagare sui vari siti porno che l&#8217;etere offre agli appassionati.</p>
<p>Su questo blog, invece, c&#8217;è la dipendenza da Re Silvio, e, siccome &#8220;il cliente ha sempre ragione&#8221;, eccomi qui a parlare del beniamino di tutti voi.</p>
<p>A ciascuno il suo, diceva qualcuno.</p>
<p>Spero solo che, come per quel tizio di cui sopra, l&#8217;atto finale, per spegnere il fuoco che arde in voi, non sia la masturbazione.</p>
<p>Comunque sia, de gustibus non disputandum est, diceva qualcun altro.</p>
<p>Di che parlare? Della salva premier? Ma no, è roba vecchia e poi su tale argomento si sono espressi già due giudici, molto più competenti di me.</p>
<p>Il primo, l&#8217;antipaticissimo Bruno Tinti, ha dichiarato al Corriere della Sera quanto segue: <strong>«Sfoltirebbe d&#8217;un colpo il mio lavoro del 50%. E non sarebbe così ingiusta perché non varrebbe per i nuovi reati (da metà giugno del 2002)&#8221;.</strong></p>
<p>Il secondo, l&#8217;ottimo Giuseppe Ayala, ha dichiarato al sito opinione.it, quanto segue: <strong>&#8220;&#8230; il buon senso detta una cosa sola: dobbiamo chiedere l’immediata sospensione dei processi a carico di Berlusconi, promuovendo una norma che congeli i tempi di prescrizione finché rimane in carica il governo&#8221;.</strong></p>
<p>Dovrei parlare del &#8220;Lodo Alfano&#8221;, quello sul quale nemmeno il Pd riesce a mettersi d&#8217;accordo? Dovrei parlare della calendarizzazione scelta da Fini per la votazione del predetto lodo? Ma se Casini, che fa parte dell&#8217;opposizione (almeno per ora), ha definito &#8220;impeccabile&#8221; il comportamento del presidente della Camera. Dovrei parlare di quel bandito di Di Pietro, che si è dimesso dalla magistratura per non essere arrestato e ora fa il Masaniello? Meglio di no&#8230;</p>
<p>Meglio parlare di Re Silvio.</p>
<p>Per esempio, guardate quant&#8217;è bello in questa foto: <a href="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/baci-berlusconi/5.html">http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/baci-berlusconi/5.html</a></p>
<p>Discutiamone.</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Salemi, Sgarbi e la giunta superstar]]></title>
<link>http://diarioelettorale.wordpress.com/2008/07/07/salemi-sgarbi-e-la-giunta-superstar/</link>
<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 06:48:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>diarioelettorale</dc:creator>
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<description><![CDATA[Elsa Muschella per il Corriere della Sera del 05/07/2008 &#8220;La combriccola degli ultimi dandy ha]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Elsa Muschella per il <a href="http://www.corriere.it">Corriere della Sera</a> del 05/07/2008</p>
<p>&#8220;La combriccola degli ultimi dandy ha risposto all&#8217;appello del condottiero e si è stanziata nel luogo d&#8217;elezione. Da ieri <strong>Salemi</strong>, poco più di undicimila anime in provincia di Trapani, <strong>ha la sua giunta superstar</strong> guidata da un inarrestabile Vittorio Sgarbi: «<em>La conosceranno in tutto il mondo, sarà l&#8217;esatto opposto della Milano voluta da quell&#8217;imbecille di Letizia Moratti</em>».</p>
<p>Non potendo nominarsi dittatore come qui fece Garibaldi nel 1860 — quando, seppure per un giorno, proclamò la città prima capitale d&#8217;Italia — il sindaco si accontenta di un&#8217;investitura del 60,7% e «con la benedizione del popolo» elenca i collaboratori, assegnati a «incarichi rivoluzionari » sin dall&#8217;intestazione del mandato: ai Diritti umani e alla Creatività il fotografo <strong>Oliviero Toscani</strong>; al Nulla <strong>Graziano Cecchini</strong>, l&#8217;ex precario che tinse futuristicamente di rosso Fontana di Trevi; alla Cultura-Agricoltura il mercante d&#8217;arte <strong>Peter Glidewell</strong>; all&#8217;Urbanistica e al Patrimonio il principe di Raffadali <strong>Bernardo Tortorici Montaperto</strong> e, infine, altri 4 assessori «autoctoni».</p>
<p>«Altro che Billionaire e Costa Smeralda — sorride il sindaco —: con questi luoghi dal fascino gattopardesco sovvertiremo l&#8217;establishment politico». Numi tutelari dell&#8217;impresa, il critico d&#8217;arte <strong>Philippe Daverio</strong>, neo bibliotecario di Salemi, il magistrato <strong>Giuseppe Ayala</strong> come «garante della legalità», il guru di Slow Food <strong>Carlo Petrini</strong> e «la Moratti buona » Milly per il settore gastronomico; la regista <strong>Andrée Ruth Shammah</strong> e il maestro <strong>Gianni Morelenbaum</strong> per un Festival musicale dedicato alla cultura ebraica.</p>
<p>A Sgarbi arrivano pure gli auguri di buon lavoro dall&#8217;amico <strong>Alain Elkann</strong>, invitato a presiedere la <strong>Conferenza delle religioni del 10 ottobre</strong> («Evento colossale, da far impallidire l&#8217;Onu», prevede il primo cittadino): «Sarò onorato di partecipare. Quando un intellettuale di qualità diventa sindaco è sempre un buon segno».</p>
<p>Intanto, in attesa di trasformare Salemi nella «piccola culla siciliana della cultura », lussuosamente alloggiata al Kempinski Hotel di Mazara del Vallo, parte della squadra non nasconde trasporto per il cimento: «Né di destra né di sinistra, siamo tutti attorno a Vittorio — sintetizza Toscani —. In questo estremo lembo d&#8217;Italia porteremo l&#8217;immaginazione al potere ».</p>
<p>L&#8217;assessore al Nulla Cecchini raccoglie «la sfida anarchico-libertaria del progetto », ma il più divertito è Daverio: «Non so mai cosa scrivere sui biglietti da visita, mi piace l&#8217;idea di averne uno nuovo: Bibliotecario. Ho già in mente molte strade surrealiste per il rilancio. Purché la giunta mi deliberi uno stipendio accettabile, diciamo 300 euro al mese. Altrimenti non sarebbe un incarico serio». &#8220;</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Chi ha paura muore ogni giorno]]></title>
<link>http://backtolandagain.wordpress.com/2008/06/01/giuseppe-ayala/</link>
<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 18:46:52 +0000</pubDate>
<dc:creator>nilde</dc:creator>
<guid>http://backtolandagain.wordpress.com/2008/06/01/giuseppe-ayala/</guid>
<description><![CDATA[Chi ha paura muore ogni giorno la Feltrinelli Librerie via de&#8217; Cerretani, 30/32r &#8211; 50123]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Chi ha paura muore ogni giorno la Feltrinelli Librerie via de&#8217; Cerretani, 30/32r &#8211; 50123]]></content:encoded>
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