<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><!-- generator="wordpress.com" -->
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	>

<channel>
	<title>italo-cucci &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/italo-cucci/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "italo-cucci"</description>
	<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 05:09:22 +0000</pubDate>

	<generator>http://en.wordpress.com/tags/</generator>
	<language>en</language>

<item>
<title><![CDATA[Genoa-Inter 0-5]]></title>
<link>http://dnanerazzurro.wordpress.com/2009/10/18/genoa-inter-0-5/</link>
<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 06:37:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>Massimo</dc:creator>
<guid>http://dnanerazzurro.wordpress.com/2009/10/18/genoa-inter-0-5/</guid>
<description><![CDATA[Che scrivere a fronte di un risultato del genere? Ieri è stata una di quelle serate in cui riesce tu]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://dnanerazzurro.wordpress.com/files/2009/10/0krody6p-620x300.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3722" title="ITALY SOCCER SERIE A" src="http://dnanerazzurro.wordpress.com/files/2009/10/0krody6p-620x300.jpg" alt="ITALY SOCCER SERIE A" width="600" height="290" /></a></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://dnanerazzurro.wordpress.com/files/2009/10/0krody6p-620x300.jpg"></a>Che scrivere a fronte di un risultato del genere? Ieri è stata una di quelle serate in cui riesce tutto, in caso di trionfo nerazzurro, il gol capolavoro di Stankovic si candida seriamente a rete simbolo dello scudetto, ma è ancora presto. Abbiamo stravinto una partita a Genova (campo difficile) contro il Genoa (avversario indigesto) e viste le assenze (va detto che anche loro erano decimati), quanti non avrebbero sottoscritto un pari dopo che la Juve aveva pareggiato in casa con la Fiorentina? La determinazione dal 1&#8242; al 90&#8242; dei nostri è stata encomiabile. Vince Mourinho, vincono il suo modulo e la sua tattica mediatica, a proposito, non sarebbe il caso di proporsi più spesso con cinque centrocampisti e un attaccante? Vincono i ragazzi, gruppo unito, spirito di sacrificio e convinzione nei propri mezzi. È da un po&#8217; che non si sente Buffon affermare &#8220;la Juve è più squadra dell&#8217;Inter&#8221;. Il solito Italo Cucci già ieri sera chiedeva conferme in Champions. Noi questo non lo sappiamo, ma di certo sappiamo che lui è uno juventino intristito che da Calciopoli non s&#8217;è più risollevato. Anch&#8217;io come Mou scambierei i 5 gol per 5 vittorie da 1-0, il cammino è ancora lungo e la partita di Marassi può essere una delle tante ciliegine anticipate di una magnifica stagione, è tutto nelle nostre mani. Forza ragazzi!</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Cucci, il perfetto anti interista]]></title>
<link>http://dnanerazzurro.wordpress.com/2009/08/27/cucci-il-perfetto-anti-interista/</link>
<pubDate>Thu, 27 Aug 2009 17:49:44 +0000</pubDate>
<dc:creator>Massimo</dc:creator>
<guid>http://dnanerazzurro.wordpress.com/2009/08/27/cucci-il-perfetto-anti-interista/</guid>
<description><![CDATA[Italo Cucci, l&#8217;emblema dell&#8217;anti interismo: &#8220;O l&#8217;Inter vince la Coppa dei Ca]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-3490" title="italo_cucci" src="http://dnanerazzurro.wordpress.com/files/2009/08/italo_cucci.jpg" alt="italo_cucci" width="350" height="242" /><strong>Italo Cucci</strong>, l&#8217;emblema dell&#8217;anti interismo: &#8220;<em>O l&#8217;Inter vince la Coppa dei Campioni o la stagione sarà un fallimento. Anche con la vittoria dell’ennesimo scudetto, che vinceva anche Mancini, cacciato perché perdeva in Coppa</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align:justify;">Chissà se queste cose le diceva anche quando la Juve (alla sua maniera) dominava solo in Italia.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Rocca ospite del "Premio Razionale"]]></title>
<link>http://vittoriorocca.wordpress.com/2009/08/01/rocca-ospite-del-premio-razionale/</link>
<pubDate>Sat, 01 Aug 2009 11:49:40 +0000</pubDate>
<dc:creator>krluke72</dc:creator>
<guid>http://vittoriorocca.wordpress.com/2009/08/01/rocca-ospite-del-premio-razionale/</guid>
<description><![CDATA[Articolo tratto da &#8220;CrotoneOk&#8220; Torna il premio Razionale La 4. edizione  si svolgerà pre]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Articolo tratto da &#8220;<a href="http://www.crotoneok.it/" target="_blank">CrotoneOk</a>&#8220;</p>
<p><a href="http://vittoriorocca.wordpress.com/files/2009/08/crotoneok_premio_razionale_010809.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-299" title="crotoneok_premio_razionale_010809" src="http://vittoriorocca.wordpress.com/files/2009/08/crotoneok_premio_razionale_010809.jpg?w=300" alt="crotoneok_premio_razionale_010809" width="300" height="262" /></a>Torna il premio Razionale</p>
<p>La 4. edizione  si svolgerà presso la villa comunale e sarà presentata dal giornalista Luigi Saporito</p>
<p>Si svolgerà il prossimo 4 agosto la quarta edizione del premio giornalistico sportivo intitolato alla memoria di “Franco Razionale” organizzato dall’associazione “Alè Crotone”. La serata è stata presentata ufficialmente nel corso di una conferenza stampa che si è svolta nei giorni scorsi presso il ristorante “La Campagnola” ad Isola Capo Rizzuto. <!--more--><br />
Il premio, come dicevamo nato in ricordo proprio di Razionale, giornalista prematuramente scomparso, ha come obiettivo quello di ricordarlo attraverso la consegna di alcuni riconoscimenti che vengono ogni anno consegnati a giornalisti locali meritevoli ed ultimamente il premio si è esteso anche a giornalisti di fama nazionale quali ad esempio quelli premiati nelle passate edizioni: Italo Cucci, ed Emanuele e Riccardo Giacoia.<br />
Dalla seconda edizione è stato anche inserito un riconoscimento alla memoria di un altro giornalista scomparso: Osvaldo Scida. Durante la serata del quattro agosto saranno invece premiati Pino Romano e Claudia Berlingeri. Ma un riconoscimento verrà consegnato anche a Peppino Messinetti, storico giornalista del Crotone calcio e autore del libro “Dalla Marinella a via Cutro” realizzato dalla Briefing di cui alcuni bravi verranno letti proprio durante la serata che sarà presentata quest’anno da Luigi Saporito, gionalista della Gazzetta dello sport e da Giusy Regalino, giornalista di RTI. Ma tante saranno le novità dell’edizione di quest’anno perché altri premi verranno consegnati anche a “voci importanti” proprio come lo è stata per anni quella di Franco Razionale che ha lavorato prima in radio e poi in televisione. Quindi a salire sul palco saranno Vincenzo Saporito di Radio Studio 97 che ha raccontato minuto per minuto tutta la scalata del Crotone in B nel corso di questo cam-<br />
pionato e poi Francesco Repice, inconfondibile voce di Radio Rai e della trasmissione “Tutto il calcio minuto per minuto”. «Avremo dei momenti musicali con Vittorio Rocca &#8211; ha poi aggiunto Piero Pili promotore dell’iniziativa &#8211; e ci saranno anche momenti di spettacolo». E non potevano mancare anche i ringraziamenti di Antonio Razionale, fratello di Franco: «Sono orgoglioso di questo premio che ogni anno ci permette di ricordare Franco assieme a tutti i suoi amici, e per me è davvero un onore partecipare». Alla conferenza era presente anche l’assessore provinciale Gianluca Marino. Il premio Razionale si svolgerà alla villa comunale a partire dalle 20,30 ed inoltre sarà trasmesso nei giorni seguenti su Rti e sul canale 875 di Sky.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Fiera della vanità che coinvolge tutto l'ambiente]]></title>
<link>http://asromainrete.wordpress.com/2009/05/19/fiera-della-vanita-che-coinvolge-tutto-lambiente/</link>
<pubDate>Tue, 19 May 2009 09:07:39 +0000</pubDate>
<dc:creator>U.C.</dc:creator>
<guid>http://asromainrete.wordpress.com/2009/05/19/fiera-della-vanita-che-coinvolge-tutto-lambiente/</guid>
<description><![CDATA[Cito non a caso quella vecchia canzone di Antonello per un verso che sembra scritto per la «sua» Rom]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Cito non a caso quella vecchia canzone di Antonello per un verso che sembra scritto per la «sua» Rom]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Inter fortissima, ma...]]></title>
<link>http://dnanerazzurro.wordpress.com/2008/12/08/inter-fortissima-ma/</link>
<pubDate>Mon, 08 Dec 2008 13:23:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>Massimo</dc:creator>
<guid>http://dnanerazzurro.wordpress.com/2008/12/08/inter-fortissima-ma/</guid>
<description><![CDATA[13.53, Paolo Casarin, Tg1: &#8220;Inter fortissima, ma errori grossolani come l&#8217;evidente fuori]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignnone size-full wp-image-1395" src="http://dnanerazzurro.wordpress.com/files/2008/12/0kbh35ta-346x212.jpg" alt="" width="346" height="212" /></p>
<p>13.53, <strong>Paolo Casarin</strong>, Tg1:</p>
<p>&#8220;<em>Inter fortissima, ma errori grossolani come l&#8217;evidente fuorigioco su Ibrahimovic non andrebbero commessi</em>&#8220;.</p>
<p>L&#8217;ex designatore parla anche della scarsa uniformità degli arbitri nel giudicare i falli di mano. Tutto vero, tutto giusto. Ma come mai solo adesso la RAI decide di commentare gli errori arbitrali? Come mai nessuno ha prima d&#8217;ora sottolineato i punti che il Milan ha guadagnato(<strong>*</strong>) grazie agli errori dei direttori di gara? E che lo scrivo a fare&#8230; del resto stiamo parlando della stessa televisione (Tg2) che lascia il commento della settimana calcistica ad Italo Cucci: l&#8217;ultima volta che l&#8217;ho sentito ha speso un&#8217;intera puntata per osannare il 250° gol(<strong>**</strong>) di Del Piero, perdendosi in patetici parallelismi con l&#8217;altro intramontabile campione della seconda squadra di Milano (Inzaghi), senza spendere neanche una parola per i campioni d&#8217;Italia che dopo la 14^ giornata già comandavano la classifica con un perentorio +6 sulla seconda.</p>
<p>(<strong>*</strong>)Il Milan è spinto dall&#8217;arbitro che giudica involontario un fallo di mano netto e largo di Kaladze in area, per molto meno lo stesso Milan ha avuto rigori contro Samp e Chievo, ma se si resta al gioco la vittoria è piccola e giusta. Mario Sconcerti <a href="http://www.corriere.it/sport/08_dicembre_08/inter_campionato_mario_sconcerti_b1072dfc-c500-11dd-831d-00144f02aabc.shtml" target="_blank">corriere.it</a></p>
<p>(<strong>**</strong>)Peccato che non sapremo mai con certezza quanti sarebbero stati al netto dei favori arbitrali.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La tenebra azzurra di Arpino]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/12/03/la-tenebra-azzurra-di-arpino/</link>
<pubDate>Mon, 03 Dec 2007 17:39:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/12/03/la-tenebra-azzurra-di-arpino/</guid>
<description><![CDATA[Era nato nel ’27. E’ morto nell’87. Sessant’anni divorati dalle sigarette. Giovanni Arpino ci manca ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://img239.imageshack.us/img239/5729/autorezm5.jpg" align="left" height="280" hspace="5" width="251" />Era nato nel ’27. E’ morto nell’87. Sessant’anni divorati dalle sigarette. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Arpino">Giovanni Arpino</a> ci manca da vent’anni e hanno pensato di ricordarlo con <a href="http://www.vareseweb.it/sport/formazione/libri/arpino/azzurrotenebra.html">Azzurro tenebra</a>, romanzo “sportivo” del ’77 dedicato alla penosa esperienza della Nazionale di Valcareggi, di Riva e Chinaglia, di Rivera e Mazzola che detti così sembrano coppie di gemelli e invece erano calcisticamente divorziati l’uno dall’altro. E per questo finì male, quella spedizione: <em>fummo cacciati da Stoccarda in una mezza sera di giugno ad opera di una Polonia comunisticamente scalcinata e tuttavia abbastanza orgogliosa da rifiutare l’offerta italiana di versarle un mucchietto di milioni perché non vincesse.</em> Volevamo soltanto non perdere, bastava per andare avanti, ma non ci riuscimmo, nonostante – da leggere d’un fiato – <em>Zoff, Spinosi, Facchetti, Benetti, Morini, Burgnich, Wilson, Causio, Capello, Chinaglia, Boninsegna, Mazzola, Anastasi,</em> i famigerati tredici “milionari” sospinti inutilmente contro la soldataglia di Kasymir Gorsky. La resa fu firmata da un gol di Capello (Fabio segna soltanto per la storia, illustre o meschina, come il 14 novembre dell’anno prima, quando a Wembley aveva sconfitto per la prima volta la perfida Inghilterra a casa sua) dopo le segnature di Szarmach il Secco e Deyna il Moro. Alle 17.45 del 23 giugno gli “italiani di cermania” si raccolsero incazzati sotto la tribuna stampa per insultare l’Italia sconfitta e noi che ne narravamo le imprese. Noi. Ricordo che scelsero Brera, il giornalista famoso, come capro espiatorio, <em>e Giovanni continuò imperturbabile a picchiare sui tasti dell’Olivetti mentre lo insultavano</em>: tutto quel chiasso non degnò di un guardo, strinse solo più forte la pipa fra i denti. <em>Era il suo popolo – il nostro popolo – che ci mandava affanculo</em>.<!--more--> Regolare. Fu allora, mentre si tornava in pullman nei ritiri di Sindelfingen (cantavo ogni mattina, scrutando l’autostrada boscosa, “Sindelfingen tu sei la mia patria” ormai abbrutito da stinchi di maiale e gargarismi al malteser) che l’altro Giovanni – Arpino – decise di scrivere il suo libro sulla disfatta degli uomini, non dei calciatori, di un’idea, non di una squadra. Suo interlocutore – non ancora celebrato conducator azzurro di Argentina e Spagna – Bearzot detto “il Vecio”, e le tante figurine e figuracce che si muovevano sul palcoscenico di Ludwisburg, il sontuoso ritiro azzurro affittato da Italo “Miliardo” Allodi che ho avuto amico e non ho mai giudicato. Detestava i giornalisti sportivi, Arp (così si nominò nel romanzo) dividendoli in Jene e Belle Gioie. E anche i lettori non gli stavano molto a cuore, se è vero che al Vecio che gli chiedeva «<em>Già scritto l’articolo per domani?», rispondeva «Il solito paraponzi da prima pagina. Tre battute ironiche per gli intenditori, due capoversi per il tifoso baluba, l’eterno dubbio tecnico cotto nel rosmarino del centrocampo. Servire bollente e gratinato in una colonna e mezza di piombo»</em>. Feroce autocritica? Tutto vero. Le biografie raccontano di un Giovanni Arpino famoso e competente giornalista sportivo, gli agiografi precisano che con Azzurro tenebra che «spezzò il monopolio dei libri di Gianni Brera» ed è per questo che a vent’anni dalla morte hanno deciso di ripubblicarlo. Pensate che occasione persa per riportare piuttosto alla vita romanzi come La suora giovane, Un delitto d’onore, Una nuvola d’ira, L’ombra delle colline, Un’anima persa, Il buio e il miele. «Arpino è il mio Nobel personale», scriveva Brera quando ancora si amavano (?). E io, nel mio piccolo, i libri di Arp li ho letti tutti, a partire dal primissimo, Sei stato felice, Giovanni, che pareva il bilancio di una vita e n e era invece l’incipit felicissimo: era il ’52, aveva venticinque anni. Che stile. «Erano lì, all’angolo. Olga me l’aveva detto. “Ci sono tutti e tre. Fa’ attenzione. Sono senza giacca ma fa’ attenzione”. Era importante che non avessero la giacca, nelle tasche dei calzoni si porta raramente il coltello, mai quando lo credi necessario. Già due volte erano venuti a cercarmi, da quella sera&#8230;Sdraiato sul letto li avevo sentiti scendere le scale bestemmiando sottovoce&#8230;». Ah, Giovanni, quante volte ho pensato che mescolarti con le Jene e le Belle Gioie – e anche con gli scribacchini come me – avrebbe spuntato la tua penna. Molti scrittori si esibivano nel calcio per soldi e il Conte Rognoni lo aveva “acquistato” per le pagine del Guerin Sportivo prima che se lo contendessero a suon di milioni La Stampa e Il Giornale di Montanelli. Quando, proprio in quel triste ’74, Il buio e il miele diventò un film di successo firmato da Dino Risi e interpretato da Vittorio Gassman (Profumo di donna) gli dissi scherzando ma non troppo: «Adesso fai un sacco di soldi, Giovanni», e per poco non m’investì di contumelie: «<em>Li farà l’editore, semmai. Di diritti mi tocca un niente, per poco neanche me lo dicono, che ci facevano un film»</em>. Peccato. Lo avrei voluto vedere libero con le sue trame da grande romanziere, lontano dalla tribuna stampa, da un linguaggio che pian piano veniva influenzato dalle banalità dei mestieranti. Un giorno – eravamo in Spagna al seguito del Cagliari, autunno del ’70, per tenere a battesimo i sardi in Coppa dei Campioni contro l’Atletico di Madrid – decidemmo di trscorrere la vigilia a Toledo. Fu lui a portarmi nella casa di Domenikos Theotokopulos, El Greco, e davanti a ogni quadro un racconto, e le sue grandi mani che ridisegnavano figure magrissime, tormentate, colorate di morte. Dopo, un piatto di jamon serrano sotto una pergola, e non potei non dirgli <em>«ma perché uno scrittore come te si spreca in mezzo a noi?»</em>, e lui mi piantò in asso e mi tolse il saluto per anni. Finché una volta, a Dresda – eravamo sempre in Coppacampioni, con la sua Juve – in una notte piena di fantasmi nella città dei morti, mentre si passeggiava in silenzio mi accorsi che per terra c’era un uccellino incapace di volare: lo raccolsi. «Dammelo”, disse Arp, e se lo pose nel cavo della mano e lo riscaldò con l’alito, poi lo lanciò con un largo movimento del braccio e l’uccellino sparì volando. Fu quello, per sempre, il mio Giovanni Arpino. Dopo – quando fui forzato testimone delle sue amare diatribe con Brera e del disagio fisico e sprituale che lo colse – capii che si era consumato un momento felice della nostra vita.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Geppo e gli ultrà perduti]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/11/19/geppo-e-gli-ultra-perduti/</link>
<pubDate>Mon, 19 Nov 2007 16:16:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/11/19/geppo-e-gli-ultra-perduti/</guid>
<description><![CDATA[Trent’anni fa ho fatto amicizia con gli Ultrà. Dirigevo il Guerin Sportivo e cominciai a interessarm]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" height="136" hspace="5" width="119" />Trent’anni fa ho fatto amicizia con gli Ultrà. Dirigevo il Guerin Sportivo e cominciai a interessarmi alla loro attività, ai colori, alle bandiere, alla passione organizzata. I vari gruppi sorgenti in tutta Italia ci mandavano scritti e immagini. Erano ragazzi entusiasti e perbene (nei limiti del possibile) che avevano tanti interessi – studio, lavoro, letture, musica, soprattutto musica – da portare nel gruppo. Strinsi rapporti speciali con quelli che si diceva fossero i più scatenati, i mitici Cucs (Commando Ultrà Curva Sud) tifosi della Roma. Ne ho ritrovati molti – da vent’anni vivo nella Capitale – diventati professionisti e padri di famiglia, tutti con la nostalgia di quei tempi eroici. Dire oggi “bravi ragazzi” darà fastidio a qualche benpensante. Ebbene, in questi giorni di lutto per la morte di Gabriele Sandri &#8211; tifoso laziale, ottimo ragazzo &#8211; infuriando la polemica sugli ultrà sono andato a cercare in internet tracce di quei tempi perduti e ho trovato una lettera che mi fu spedita nel gennaio del ‘78 da uno dei Cucs, si firmò Giuseppe Pucci: <em>«Egregio direttore, sono un tifoso romanista appartenente al Commando Ultrà Curva Sud, quel cospicuo gruppo di ragazzi (4000 circa) che forma la cosiddetta “zona calda” dello stadio Olimpico (farete un articolo su di noi, come già avete fatto per altri gruppi di tifosi?) e vorrei informarla che il tifo giallorosso si sta civilizzando: cioè, messa da parte la violenza, si pensa solo a rendere più bello e folcloristico il tifo. Fatti come quelli di Roma-Juventus del ‘76 non accadranno più, basta pensare a Roma-Milan di quest’anno (1-2, rigore negato e gol rossonero in fuorigioco): che cosa sarebbe successo due o tre anni fa in questo frangente? Ora noi abbiamo deciso di eliminare la violenza proprio perché questa non ci conviene. Ci avete fatto felici pubblicando due nostre foto, nessuna però riguardava il derby d’andata: eppure ce la meritavamo perché tutta la curva era metà gialla e metà rossa grazie all’effetto di 150 fumoni e di 3000 palloncini giallorossi che salivano al cielo con tanto di sciarpe. Un articolo su di noi potrebbe far vedere ai tifosi ultrà di tutta Italia che il tifo è bello anche senza violenza»</em>. Direte ch’era passato De Amicis, da quelle parti, che forse era tutta una finzione, che c’ero cascato. Eppure – gente di poca fede – questi sono i reperti di una passione tramandata di padre in figlio, da fratello a fratello, i cui contenuti valgono (varrebbero) ancor oggi se non fossero stati spazzati via da un temporale che non ha cambiato solo gli ultrà ma il nostro povero Paese. Leggete: <em>«Cerchiamo di insegnare ai ragazzi che in trasferta non si va come zingari, rubare all’autogrill vuol dire disonorare il nome di Roma (una delle canzoni più belle dice onoreremo la città), essere diffidati x avere rotto un treno (invece di un naso) vuol dire essere dei coglioni». «La politica, i partiti, le ideologie&#8230;..sono tutte cose che non fanno che creare divisioni in curva e allo stadio&#8230;Ma che cacchio c’entrano con la Magica?». «Allo stadio si va per cantare, cantare, e ancora cantare per la Roma&#8230;Il resto che centra?». «Roma, solo Roma, Roma e basta»</em> si legge nella Nord&#8230;. Eppoi ci lamentiamo che la curva non è più quella di una volta&#8230;.Io ci manco da un bel po’&#8230; proprio perchè sono stufo di saluti di destra e di sinistra,bracci alzati, svastiche, croci, cori di guerra, falci e martelli&#8230;siano di destra o di sinistra&#8230;Non me ne può fregàdimeno&#8230;Possibile che uno non se ne renda conto che sono questi i mali della Sud?????». Eppoi, i comandamenti, che forse ho suggerito, che comunque ho condiviso ritrovandoli in quello striscione che diceva:</p>
<ol>
<li>“Siamo contro il calcio moderno”. Campagna acquisti da effettuarsi solo in estate e divieto di trasferimenti durante il campionato; al massimo, mercato di riparazione ad ottobre.</li>
<li>libertà di correre sotto la curva per festeggiare i gol senza essere ammoniti o sanzionati in alcun modo: ormai non c’è più neanche la scusa della perdita di tempo, che si recupera;</li>
<li>tutte le partite devono essere giocate nello stesso giorno e alla stessa ora;</li>
<li>limitazione degli stranieri nelle squadre (io non ce li vorrei proprio) poichè tolgono spazio ai giovani;</li>
<li>stop di un anno al calciatore che dopo aver firmato il contratto con una squadra vuole andarsene in anticipo perché un’altra squadra offre di più;</li>
<li>impossibilità per il Presidente di una squadra di essere Presidente o azionista di maggioranza di più squadre di calcio;</li>
<li>ripristino della vecchia Coppa dei Campioni: non è giusto che una squadra che non ha mai vinto uno scudetto possa vincere la Champions League&#8230;;</li>
<li>numeri delle maglie da 1 a 11;</li>
<li>divieto di esclusiva ad agenzie di viaggio per i biglietti delle partite in trasferta;</li>
<li>le maglie siano quelle della tradizione e non cambiate ogni anno per questioni di mercato o quantomeno che i colori delle seconde maglie abbiano solo i colori sociali;</li>
</ol>
<p>Gli ultras dovrebbero:</p>
<ol>
<li>rifiutare ogni rapporto od aiuto dalle società di calcio;</li>
<li>rifiutare ogni &#8220;aiuto&#8221; dalle forze dell’ordine, il cui compito è controllare e non aiutare;</li>
<li>avere nelle proprie curve meno gruppi possibile;</li>
<li>andare in trasferta con mezzi propri;</li>
<li>violare ogni limitazione che dovesse essere posta: del tipo che se mi vieti di andare in trasferta, non inviandomi biglietti o cose del genere, in trasferta ci vado lo stesso, mi compro il biglietto lì e mi metto in mezzo al pubblico avverso, come negli anni ‘80.</li>
</ol>
<p>Dedico questo pezzo agli Ultrà perduti, e a uno in particolare, Geppo, punta di diamante di quei lontani Cucs. Geppo mi scrisse per mesi al Guerino – e io gli rispondevo – segnalandomi le sempre più dure realtà della curva, e della vita: erano arrivati i ladri di catenine d’oro, i profittatori, gli spacciatori. Il dossier con Geppo mi valse un premio da una giuria internazionale presieduta dalla Principessa di Monaco. Sì, Grace Kelly. Lo dedicai al mio sconosciuto interlocutore quando mi dissero ch’era morto di overdose. Gli spacciatori avevano vinto. Lo ritrovo – Geppo – sui tanti cippi disseminati lungo la via Flaminia – la strada di casa – con un nome, una sciarpa giallorossa e un mazzetto di fiori secchi. Questa è Roma. Questa è Roma.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Bortoluzzi, Liedholm e Biagi. Un saluto a 3 amici]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/11/14/bortoluzzi-liedholm-e-biagi-un-saluto-a-3-amici/</link>
<pubDate>Wed, 14 Nov 2007 18:02:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/11/14/bortoluzzi-liedholm-e-biagi-un-saluto-a-3-amici/</guid>
<description><![CDATA[Un conto è scrivere i coccodrilli, un conto perdere gli amici, i compagni di viaggio, i punti di rif]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/category/italo-cucci/"><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" /></a>Un conto è scrivere i coccodrilli, un conto perdere gli amici, i compagni di viaggio, i punti di riferimento del tuo mondo. L’esercizio di bella scrittura lascia posto al dolore e, perché no?, al timore. Un altro che se ne va, un altro ancora. Nel giro di poche ore, <strong><em><a href="http://salmo69.blogspot.com/2007/11/addio-nils-liedholm-e-bortoluzzi.html">Roberto Bortoluzzi, Nils Liedholm</a> e <a href="http://antoniogenna.wordpress.com/2007/11/06/e-morto-enzo-biagi/">Enzo Biagi</a></em></strong><a href="http://antoniogenna.wordpress.com/2007/11/06/e-morto-enzo-biagi/"> </a>– tre signori degli anni Venti – hanno chiuso la loro storia lasciando unanimi rimpianti espressi in lacrime e parole. Tante parole. Per Biagi, una sorta di lutto nazionale. Per Lidas, il cordoglio di due città, Milano e Roma, portato in Europa dal Milan e dalla Roma nelle notti di Champions League ed esteso al popolo del calcio. Per Bortoluzzi, un addio con grande riservatezza, nello stile della sua esistenza. <img src="http://germania2006.datasport.it/immagini/bortoluzzi(3).jpg" align="right" height="180" hspace="5" width="180" />La magica voce di Tutto il calcio minuto per minuto, colonna sonora della domenicale messa pallonara per una trentina d’anni, era stata archiviata nel 1987 e non era stata identificata con un volto, come prima o poi era capitato a tutti, a Ciotti, a Ameri, ai passeggeri della stravagante corriera radiofonica. Però restava integro il ricordo dei suoi rapidi annunci, dei suoi interventi senza sbavature, degli ordini signorili ma secchi che impartiva dalla cabina di regìa agli annunciatori di drammi e trionfi fra i quali spiccava Ezio Luzzi, il primo urlatore della storia dei media oggi, compagno allegrone di Bassignano nella radiosatira Ho perso il trend. Per il pubblico era stato una guida sicura nell’intricata giungla dei gol, per il giornalista sportivo il garante della notizia che doveva esser certa, per il calcio il notaio che assicurava la regolarità del torneo. E’ tutto un fiorire di rievocazioni dei ruggenti anni Sessanta, ma prima, prima, che cosa vi siete persi. Ad esempio il calciatore Nils Liedholm, le cui ultime imprese – aveva ormai quarant’anni &#8211; Bortoluzzi fece cantare dai suoi ancor giovani menestrelli nella primissima stagione di Tutto il calcio. Io l’ho conosciuto bene, il Barone, e per un atto d’omaggio che si doveva alla sua civetteria, non gli ho mai detto che era uno dei miei idoli fin da ragazzino; mi sono proposto all’allenatore Liedholm come cronista/allievo e più tardi, affiancandolo in una trasmissione televisiva, l’ho praticamente raggiunto: è il gioco dell’età, il tempo che passa rende contemporanei se non coetanei, i vent’anni che ci separavano all’inizio della storia s’erano dissolti.<!--more--> Ed ero finalmente riuscito a conoscerlo bene, a non subire la sua ironia stravagante che lo rendeva unico nel panorama calcistico fitto di figure e voci banali.<img src="http://www.valdemarsvik.se/upload/Kultur%20och%20fritid/Nils%20Liedholm%20Cup/liedholm_milan_tranare.jpg" align="left" height="350" hspace="5" width="157" /> Ormai in confidenza, sembrava svelare i suoi segreti come un prestigiatore a fine carriera: intenditore di calcio per natura, porgeva gli insegnamenti – anzi i suggerimenti – con delicatezza accompagnata da ironia, come volesse dire che la vita, poi, era un’altra cosa e il gioco del pallone non una scienza esatta ma un accadimento influenzato dagli astri che infatti lui indagava con nordica superstizione. Il suo distacco un po’ snobistico dagli psicodrammi domenicali gli meritò un rispetto particolare che suggeriva anche di ignorare la sua malcelata passione per i guadagni. In mezzo secolo l’ho visto incazzarsi una sola volta, quando alla guida della seconda Roma tentarono di accusarlo di qualche scorrettezza, ed esplose in un grido di rabbia accompagnato dalle parole che formavano il titolo di una canzone di Antonello Venditti, il suo menestrello preferito: «In questo mondo di ladri – disse – pensano di far ladri anche gli onesti». Calciopoli arrivò quindici anni dopo, e lui s’era già messo da parte per non assistere a tanta vergogna. Cosa c’entri <a href="http://antoniogaldo.wordpress.com/2007/11/08/il-mestiere-di-biagi-testimone/">Enzo Biagi</a>, in questa storia, è presto detto: intanto per ragioni personali, che poi vi dirò, ma soprattutto perché era un vero appassionato di calcio, tifoso del Bologna «che tremare il mondo fa» fino al punto di diventarne consigliere/dirigente negli anni Settanta. Il suo modello di commentatore televisivo era Giacomo Bulgarelli, il capitano rossoblù che rendeva comprensibile il calcio con le parole così come l’aveva felicemente rappresentato coi piedi. Eppoi, quello squadrone faceva <a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/05/14/il-derby-di-guareschi/">parte del suo piccolo mondo guareschiano,</a> uno degli obiettivi di chi scendeva dall’Appennino – lui da Pianaccio di Lizzano – e attraverso le pallostorie s’integrava nel cittadone turrito. Ecco uno dei ricordi che trattengo con orgoglio: prima quand’ero a Stadio, poi al Carlino, mi giungevano telefonate di tre maturi goliardi il cui portavoce era lui, Biagi, che mi diceva: «Sono qui con Giorgio Vecchietti e Lamberto Sechi, abbiamo fatto una scommessa e lei deve dirci chi è quel vecchio calciatore del Bologna che adesso veste tutto elegante e porta il farfallino&#8230;». «Direttore – dicevo – è Raffaele Sansone”. Il telefono si riempiva di esclamazioni, risate, esplosioni di accenti bolognesi, prese in giro, ve l’avevo detto, ve l’avevo detto&#8230;Poi un saluto rapidissimo – grazie Italo – e giù il telefono. Non ho motivo, dunque, per tramandarvi momenti o frasi storiche del “mio” Enzo Biagi così come succede in questi giorni. Ho la pretesa di dire che io l’ho conosciuto bene perché mi chiamò, Biagi, nel giugno del ’70, il giorno dopo Italia-Germania quattroattrè, perché andassi (anzi tornassi) insieme a lui al Carlino. Cosa che feci senza pensarci un attimo. Restammo insieme un anno e fu l’anno più intenso della mia vita di giornalista. Mi disturba sentir parlare soprattutto del Biagi televisivo quando in realtà fu un grande inventore di giornali, un direttore/maestro impagabile, uno strepitoso collega perché ci si riconosceva tutti nelle comuni radici della cronaca.<img src="http://img105.imageshack.us/img105/1056/416enzobiaud4.jpg" align="right" hspace="5" /> Mi dispiace anche sentirlo dipingere come un bonario curato di campagna preso ogni tanto da stizze passeggere. Bene: non ho mai avuto un direttore così duro e severo, capace di ferirti o raddrizzarti senza mai alzare il tono di voce, anzi, mormorandoti la tua stupidità. Pubblicai senza chiedergliene autorizzazione un’intervista al ministro delle Finanze Luigi Preti (amico dell’editore) sui macrostipendi dei calciatori e Biagi mi distrusse con dieci parole. Non sapevo che con Preti aveva da tempo uno scambio di lettere e cartoline al limite dell’insulto e della reciproca persecuzione. Sprofondai in un abisso di frustrazione. Nel quale mi lasciò per una settimana. Ho letto tante storie sui suoi rapporti difficili con gli editori, culminati con l’allontanamento “bulgaro” dalla Rai. Per quel che riguarda il Resto del Carlino, ho letto tante balle. Il cavalier Monti, che lo aveva voluto direttore, aveva deciso di trasformare il vecchio quotidiano degli agrari in odor di reazione e con l’etichetta liberal/malagodiana anche per assecondare i suoi affari. Il socialista Biagi, amico di Pietro Nenni e tutto sommato “socialista di Dio”, come si diceva allora, aveva avuto mano libera per la storica riforma: a parte me, ingaggiato per lo sport («So come la pensa politicamente – mi disse – ma non m’interessa: faccia il suo lavoro e andremo d’accordo») s’era portato Maurizio Chierici, Gianfranco Venè, Pirro Cuniberti, Nicola Pressburger e il mitico Trevisani, traduttore di Hemingway e ristrutturatore di giornali (che purtroppo ci lasciò troppo presto). Tutta gente di sinistra che impose una svolta forte al giornale irritando i lettori tradizionali ma conquistandone tanti nuovi nell’Emilia-Romagna rossa. Al top del rinnovamento, pubblicammo la storia a fascicoli di Garibaldi con l’Eroe dei due mondi in camicia rossa e di lì cominciarono i guai; aggravati da un pezzo di Venè sulle vedove di guerra, uno di Chierici sulla maggioranza silenziosa e altri articoli che irritarono gli industriali, i democristiani, i liberali, tutti gli Stimati Clienti del Vecchio Carlino. Io feci involontariamente la mia parte, pubblicando in ultima pagina una foto/poster a colori di Gigi Riva in maglia azzurra che esultava dopo il gol alzando il pugno destro al cielo. Lavoravamo insieme ormai da dieci mesi, Biagi mi chiamò nel suo ufficio, era stanco, ingrigito, aveva perso il guizzo sorridente degli occhi: «Legga qui», e mi porse una decina di lettere di “carlinisti sdegnati” per quel “manifesto comunista” che avevamo pubblicato. «Le mettiamo sul giornale di domani, risponda lei, dicendo la verità ma senza perdere dignità. Io ne ho i coglioni pieni». Si fece licenziare. Quando ci riunimmo in assemblea per decidere lo sciopero in sua difesa, bussò alla porta della redazione Province dov’eravamo riuniti: «Posso entrare? So che non è nelle regole, ma vorrei dirvi una cosa: non voglio scioperi, non chiedo chiassosa solidarietà, io me ne vado, voi fatevi i cazzi vostri». Ecco chi era – per me – Enzo Biagi. Che mi insegnò a presentarmi agli editori, ai colleghi e ai lettori con un biglietto da visita così concepito: <em>«Non sempre ho scritto tutto quello che volevo ma non ho mai scritto quello che non volevo»</em>. Forza Bologna, direttore.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Non resta che vedere la partita in tv]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/11/13/non-resta-che-vedere-la-partita-in-tv/</link>
<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 11:46:14 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/11/13/non-resta-che-vedere-la-partita-in-tv/</guid>
<description><![CDATA[Oddio, la Società Malata che partorisce il Calcio Malato. E’ successo, tanto tempo fa: andavo orgogl]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.thumbnail.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />Oddio, la Società Malata che partorisce il Calcio Malato. E’ successo, tanto tempo fa: andavo orgoglioso d’essere privilegiato cittadino dell’Isola Felice. <a href="http://it.encarta.msn.com/encyclopedia_981537667/Placido_Beniamino.html">Beniamino Placido</a> negli anni Ottanta ci (mi) rimproverava sostenendo che i<em>l calcio – come le Olimpiadi – doveva risultare una pausa di serenità in un Paese sconvolto dalla violenza</em>. Noi ci proviamo, dicevo, difendendo <em>la corporazione pallonara</em>: lo Stato ci passava le sue scorie avvelenate, il modello contestatore faceva adepti fra le teste più calde, il movimento ultrà era soprattutto colore e passione. Poi, all’improvviso, fu delinquenza. E il calcio cambiò senza mai pensare alla bruciatissima gioventù che coltivava, agli stadi polveriere, ai nemici dei poliziotti nel frattempo benedetti da Pier Paolo Pasolini. <em>E il calcio cambiò, dedicandosi anima e corpo allo showbitz, pagando il pizzo ai caporioni delle curve, perdendo prima l’anima eppoi la reputazione, la pace, la sua natura essenziale di svago scacciapensieri,di messa laica e via dicendo</em>. Fu il momento della speculazione sociologica, delle tavole rotonde, dei summit al ministero degli Interni. Fu ancora – dopo l’omicidio di <a href="http://www.ultraslazio.it/paparelli.htm">Vincenzo Paparelli</a> – l’ora dei morti da stadio e da antistadio. Domenica, semplicemente, da calcio, con la terribile fatalità di quello sparo che uccide un ragazzo e lancia l’allarme per la guerrigilia urbana contro la polizia e i carabinieri, vero obiettivo dell’odio rinfocolato dalla sacrosanta repressione seguita all’omicidio Raciti.<img src="http://img99.imageshack.us/img99/3843/curva9394trabologna21fzkj5.jpg" align="right" height="187" hspace="5" width="279" /> Così il calcio ha perduto la sua indipendenza, tutto preso a discutere la spartizione della torta televisiva: già l’osservatorio del Viminale, prefetti e questori ne gestivano il palinsesto, oggi si consegna nelle mani del governo, del Palazzo odiato e deriso quando – nel marasma generale – capitava nell’Ottantadue e nel Duemilasei– si vincevano i Mondiali. Spadolini, Pertini, Prodi, Napolitano hanno avuto le occasioni più belle per ammantarsi di tricolore, altro che Moggi. Ma è tornata la morte e le regole d’ora in poi le detterà quella società che dicevamo maligna. Era un’idea di Berlusconi il Giovane, vent’anni fa: <em>io a San Siro offro il Milan a miei abbonati, agli altri, in Italia, glielo faccio veder al cinema</em>. E’ arrivata la paytivù, il problma è risolto: i comodisti guardano, imprecano, gioiscono e giudicano seduti in poltrona. Olè, un bel wiskaccio.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ferrari: il vincitore perpetuo]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/10/29/ferrari-il-vincitore-perpetuo/</link>
<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 17:48:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/10/29/ferrari-il-vincitore-perpetuo/</guid>
<description><![CDATA[La Ferrari ha vinto. Sapete già come e perché e non è questa l’occasione per ripercorrere l’Avventur]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.thumbnail.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />La Ferrari ha vinto. Sapete già come e perché e non è questa l’occasione per ripercorrere l’Avventura Rossa. A me preme ricordare l’Uomo, stranamente dimenticato nell’ora dell’ultimo trionfo. Dico di <a href="http://www.motorsportblog.it/post/2407/enzo-ferrari-il-fondatore-del-mito-a-19-anni-dalla-scomparsa">Enzo Ferrari</a> (in rete si trovano quasi più pagine <a href="http://blog.lucien.it/msg/index.php?2007/10/06/463-correndo-con-la-ferrari-enzo">che hanno per protagonista la Ferrari Enzo</a>), il Padre Fondatore. Gli ero amico. Mi ha dato per sempre l’opportunità di essere vicino – scelto fra tanti – a chi in questo singolare Paese ha fatto la Storia. Non ne ricordo molti altri. In fondo quando lo conobbi, incontrandolo nel suo ufficio di Maranello spoglio e oscuro, appena illuminato da quelle tre lucette biancorossaeverdi accese sotto il ritratto di suo figlio Dino, una delle sue gioie terrribili, mi disse subito: <em>«Lo sa chi sono gli italiani conosciuti in America? Mussolini, Fellini e Ferrari»</em>. Era l’avvio di una conversazione stenta, per me preoccupante: lo avevo attaccato sul Resto del Carlino all’indomani della morte di Ignazio Giunti, pilota Ferrari, riprendendo una vecchia e non sopita polemica di Civiltà Cattolica che di lui aveva detto – a proposito dei piloti morti in gara – <em>«è un Saturno che divora i suoi figli»</em>.<!--more--> Ferrari ne aveva sofferto, allora, profondamente, anche per la fonte della dura critica: era religiosamente ateo, rispettava i papi che gli facevano visita in fabbrica, forse addirittura pregava, ma non insisto perché un giorno – negli anni dell’amicizia – mi sgridò per aver tentato di scrivere un suo immaginato pensiero legato alla tragedia di Dino: <em>«Le parole ve le dò volentieri, i pensieri no, sono miei, solo miei&#8230;Lasciatemi in pace»</em>. Certo non gli piaceva, fra l’altro, passando per il centro di Modena, notare la statua di Saturno lì portata dalla Villa Adriana di Tivoli. Quel giorno, dunque, ero stato portato davanti a lui – che era poco democratico e chiedeva spesso la testa dei giornalisti fastidiosi &#8211; per essere processato a causa di quell’imprudente attacco. A mia discolpa non dissi nulla. Precisai solo che mi stava bene Fellini, perché riminese anch’io; e mi stava bene Mussolini, perché romagnolo anch’io. Rise subito. Così potei dirgli, ad assoluzione ottenuta, che c’era un altro italiano onorato in America: <a href="http://www.ladestra.info/?p=11196"><em>Italo Balbo</em></a>. E lui, con la risata aspra che spesso esibiva per apparire più cinico e sgradevole di quanto non fosse in realtà: <em>«Credevo che volesse dire Italo Cucci&#8230;Ma lei c’entra qualcosa, con Balbo?»</em>. Gli dissi che gli dovevo il nome perché il trasvolatore ferrarese era stato allievo con mio padre del Regio Collegio Belluzzi di San Marino. Bastò per trasformare una distaccata amicizia in complicità. A Ferrari piacevano <em>«quegli italiani lì»</em>. Nel 1924 aveva fondato a Bologna il <a href="http://www.corrieredellosport.it/sportnetwork/interstitial.asp">Corriere dello Sport</a> insieme <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Volo_su_Vienna">ad Alberto Masprone che era stato con D’Annunzio nel famoso volo su Vienna</a>. Il giornale era nato per parlare di motori proprio nella regione che alle più grandi imprese motoristiche avrebbe fatto da culla: oggi i media di tutto il mondo riconoscono l’Italia – per fortuna – non per le sue imprese politiche o culturali ma per le clamorose vittorie della Ducati di Borgo Panigale e della Ferrari di Maranello che hanno sbaragliato nei rispettivi campi le grandi industrie giapponesi e tedesche. Più tardi, nata la Ferrari, l’Ingegnere (era il titolo che preferiva, adorava quella laurea honoris causa concessagli dall’Università di Bologna a riconoscimento delle sue qualità di straordinario autodidatta) le appose il piccolo scudo giallo con il <a href="http://www.modelfoxbrianza.it/cavallino.htm">Cavallino Rampante di Francesco Baracca</a>, un altro eroe dell’aria e di un Paese sfortunatamente pieno di eroi sacrificati alla Patria indolente e irriconoscente. Capisco che coi tempi che corrono sia addirittura scomodo legare i trionfi rossi al loro antico padre. Con molto tatto in pubblico, e con una verve giovanottesca in privato <em>(mi piacque definirlo “il Vasco Rossi dei motori” e lui ricambiò assegnandomi il Premio Dino Ferrari)</em> <a href="http://www.beppegrillo.it/2007/10/la_solitudine_d_2.html">anticipò di decenni il grillismo che oggi fa tanto rumore</a>. Era, il Grande Vecchio, un precursore dell’antipolitica, pur divertendosi nell’intrattenere rapporti con politici di primissimo piano che considerava o giullari o protagonisti del Grande Circo Politico alla stregua degli amati divi di Hollywood. Un giorno, però, dovette rivelare la sua piega qualunquistica: <em>Enzo Biagi lo aveva candidato a senatore a vita e lui, per tutta risposta, aveva cortesemente declinato l’invito</em>. Qualcuno disse che quello schermirsi era tutta scena, e allora Enzo parlò, come sempre, fuori dei denti: <em>«Sono stato a Roma una volta, quarant’anni fa, e ne ho avuto abbastanza»</em>. Era una esplicita condanna della politica dell’intrigo, dei fannulloni e degli illusionisti che nel 1985 lo aveva una volta di più colpito, e personalmente, proprio nel nome di Roma. Un anno prima, Ferrari e Ugo Vetere – uno dei rari sindaci romani degni di reverente memoria – avevano deciso di far correre un Gran Premio di Formula Uno nella Capitale. La pratica ebbe corso celere, la Federazione Internazionale approvò la richiesta e il percorso mettendo il G.P. Roma in calendario per il 13 ottobre 1985. All’improvviso insorsero gli ecologi, i <a href="http://www.indipendenteonline.it/cactus/cactus.htm">pecorariscani</a> del tempo, presto seguiti dai partiti che avevano già detto sì: nel maggio dello stesso anno si sarebbero svolte a Roma le elezioni amministrative e i politicanti ebbero paura di impegnarsi in una scelta forse impopolare. <strong><em>Ecco perché Enzo Ferrari è per me il Vincitore Perpetuo</em></strong>.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ora Bearzot piace a tutti]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/10/08/ora-bearzot-piace-a-tutti/</link>
<pubDate>Mon, 08 Oct 2007 11:11:19 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/10/08/ora-bearzot-piace-a-tutti/</guid>
<description><![CDATA[Enzo Bearzot ha compiuto ottant’anni il 26 settembre. Lo chiamavamo Vecio fin da giovane, mi auguro ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/italo-cucci/"><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" /></a>E<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Speciali/2007/bearzot-80anni/bearzot-80anni-default.shtml?uuid=e47de07a-6b76-11dc-9aad-00000e25108c&#38;type=Libero">nzo Bearzot ha compiuto ottant’anni il</a> 26 settembre. Lo chiamavamo Vecio fin da giovane, mi auguro che adesso abbia uno spirito più leggero, un cuore più lieto di quando lo conobbi. Prima litigando, poi realizzando una bell’amicizia, poi finendo lontani, sodali – io spero – almeno nei pensieri. In ritardo sui festeggiamenti (non conto mai gli anni che corrono, neanche i miei) posso solo dirgli <em>«ti voglio bene»</em> con qualche ricordo che ci riporti alla stagione più bella della sua (e mia) vita, <a href="http://www.calcioblog.it/galleria/la-galleria-fotografica-di-enzo-bearzot-trionfatore-di-spagna-82/">il Mondiale dell’Ottantadue</a>. Ho letto, in occasione del compleanno che lo fa a tutti gli effetti anagraficamente senatore (“vecchio” non si usa più) che qualcuno pensò di candidarlo, anni fa, senatore a vita, mentre l’inquilino del Colle era Ciampi. Non se ne fece niente. Forse per volontà dello stesso Bearzot, come a suo tempo aveva fatto Enzo Ferrari, che rifiutò il laticlavio. O forse perché la proposta era stata avanzata dal centrodestra. Se ci fosse stato ancora Pertini, al Quirinale, quell’onore gli sarebbe stato concesso. Il vecchio Presidente gli doveva il giorno più bello della sua vita – la festa mundial del Bernabeu, a Madrid, quando s’era messo a ballare davanti all’attonito Juan Carlos di Spagna – e la più emozionante partita a tressette. <!--more-->Il Vecio è stato perseguitato dall’oblio delle istituzioni. La sua in particolare – quella calcistica – lo archiviò con disagio dopo la vittoria dell’Ottantadue perché l’aveva colta alla faccia dei potenti. Gli hanno tardivamente concesso cariche di nessun conto e lui ha continuato a nascondere il suo dispetto nel silenzio. Al Festival degli Ottant’anni, improvvisamente, son saltati fuori tardivi laudatores, alcuni dei quali spinti dall’antica abitudine di soccorrere il vincitore, altri per cancellare vistosi sensi di colpa. Insieme, naturalmente, ad alcuni narratori smemorati o anche in buonafede. Ho letto che aveva tanti amici, nel calcio, Bearzot. Tranne poche figure secondarie (io fra quelle) gli fu amico Giovanni Arpino. Amen. Il Vecio ne andava orgoglioso, naturalmente: Giovanni s’era prestato al calcio con lo spirito d’un ragazzo ma era un grande, non solo come scrittore. E gli aveva addirittura dedicato un romanzo, Azzurro tenebra, ambientato nello sciagurato Mondiale tedesco del 1974, attribuendogli il ruolo di protagonista. <a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/10/01/il-dottor-fulvio-qualunquista-%c2%abdovetti-perdere-col-duce%c2%bb/">Brera</a> – prima di ingaggiare con Arpino una feroce diatriba – l’aveva definito «il mio Nobel personale», ma le prime frizioni fra i due nacquero proprio a Barcellona, nell’82, nell’interpretazione del bearzottismo. Altri Scrittori Famosi, quelli che seguivano il calcio per quattrini, per diletto, o per farsi leggere da più dei manzoniani venticinque lettori, avuta l’occasione di tramandarlo ai posteri con rispetto e passione lo riempirono invece di sardonici improperi. Il giorno di Italia-Camerun, con un pareggio che ci aprì le porte verso l’irresistibile cavalcata azzurra, un inviato dell’Espresso mi avvicinò e mi chiese, giusto per provocarmi, il significato di “criticoni”. Glielo dissi: <em>«Critici stronzi»</em>; e finii sulle pagine dell’illustre ebdomadario descritto come un deficiente. Poi battemmo l’Argentina, il Brasile, la Polonia e la Germania, diventammo Campioni del Mondo tre volte (come gridò Nando Martellini) e l’Italia di Bearzot fu travolta dai soccorritori. Le discussioni più accese facevano risaltare la voce stenta di Mario Soldati che sparlava di calcio male informato dai suoi galoppini; e le mormorate obiezioni di Oreste del Buono, che tuttavia aveva l’ironica modestia di chiedermi quale Sibilla mi avesse rivelato la vittoria al Mundial; e le battute di Beppe Viola, che invece parlava di calcio davvero e giurava che avremmo perso con ignominia. Marco Tardelli aveva sfanculato i Sapientoni <a href="http://nuovoimpero.blog.excite.it/permalink/431497">e il suo storico Urlo</a> fece poi capire di che stavo parlando. Adesso risultano tutti amici del Vecio, che li accetta come accetta i convertiti, i ritardatari, i disinvolti, i furbi, gli inutili e i bugiardi. È la saggezza di un uomo perbene che ebbe fra i critici anche <a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/10/01/il-dottor-fulvio-qualunquista-%c2%abdovetti-perdere-col-duce%c2%bb/">Gianni Brera</a>, incredulo di poter vincere quel Mundial fino a giurare «se accadrà mi farò frate». Non lo fece, ma riconobbe al Vecio di aver lavorato bene. Gioann, come tanti, non osava credere nel furlano che amava Orazio. Che ci faceva un intellettuale sulla panchina della Nazionale?</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il dottor Fulvio qualunquista: «Dovetti perdere col Duce»]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/10/01/il-dottor-fulvio-qualunquista-%c2%abdovetti-perdere-col-duce%c2%bb/</link>
<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 14:51:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/10/01/il-dottor-fulvio-qualunquista-%c2%abdovetti-perdere-col-duce%c2%bb/</guid>
<description><![CDATA[A modo mio qualunquista lo sono stato anche io. Chi me lo disse in faccia, un giorno, fu Gianni Brer]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />A modo mio qualunquista lo sono stato anche io. Chi me lo disse in faccia, un giorno, fu <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Brera">Gianni Brera</a>. Ero appena arrivato al <a href="http://www.guerinsportivo.it/">Guerino</a>, a Milano, da Bologna, e il direttor Giovanni aveva il dente avvelenato con i bolognesi per via dello scudetto “rubato” all’Inter nello spareggio dell’Olimpico. Già, il direttore Brera: in verità, l’unica volta che lo chiamai così mi mandò a quel paese, spiegandomi che lui era un uomo libero e che i direttori sono schiavi del padrone più di quanto non lo siano i modesti redattori, e lui col Conte Rognoni di Romagna – che chiamava il Passator del Mese alla stregua del mitico dottor Pelloni del Carlino – faceva quel che voleva, imponendosi come anarchico di lusso, e il Conte abbozzava. Felice. Dunque arrivai a Piazza Duca d’Aosta e la prima volta che aprii bocca in redazione per parlar di calcio, decantando le virtù dei rossoblù e del loro tecnico, Fulvio Bernardini, che ne schierava quattro e mezzo là davanti a fabbricare gol (Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller e Pascutti, Giacomino lavorava per tutti) Giovanni disse alzando il sopracciglio: <em><strong>«L’è ‘rivà un qualunquista»</strong></em>. <!--more-->Rimasi interdetto. Lì per lì pensai che mi avesse “scoperto” politicamente e invece Willy Molco mi dette di gomito e sussurrò «non hai mai letto le sue polemiche sul qualunquismo tattico?». Sì, ne avevo letto, m’ero ricordato subito delle tirate breriane contro la Scuola Napoletana di Palumbo e Ghirelli e il loro qualunquismo, consistente – la faccio breve – nell’invocare squadre attrezzate per offendere e pedatori votati all’attacco; e mi sentii anche in colpa, perchè da quel punto di vista un po’ qualunquista ero anch’io, odiatore del calcio iperdifensivo dell’Inter herreriana. Vicino a Giovanni, che fu non direttore ma maestro sì, anche di comportamenti e di stile, feci la prima e unica scelta non coerente della mia vita, diventando difensivista, convinto a ciò dalle sue illuminate teorie sul calcio “all’italiana”. Ma qualunquista ero stato davvero, pur nelle <a href="http://blog.libero.it/ericvancram/2893083.html">condizioni cinquettiane di uno che “non ha l’età”</a>. Ero stato qualunquista quando nell’immediato dopoguerra, salutato da emozionanti scritte sui muri romani tipo “aridateci er puzzone” – ovvero il Duce – m’ero impegnato a leggere <a href="http://www.tesionline.it/news/cronologia.jsp?evid=1212">L’Uomo Qualunque</a>– alternandolo a Gimo Toro e Dick Fulmine – perché m’era piaciuto quel disegno di testata con l’uomo schiacciato nella pressa che gridava il suo dolore, un dolore più politico che fisico. Eppoi, mi era piaciuto Guglielmo Giannini, elegantissimo con la sua caramella all’occhio e brillante nel linguaggio, spesso addirittura esagerato – come si diceva allora – capace di sparare epiteti sanguinosi sui politici cialtroni e indirizzarne anche di più violenti allo Stato inetto. <a href="http://www.beppegrillo.it/2007/09/su_la_testa.html">Grillo è roba da ridere</a> a confronto. Visti anche i tempi, è ovvio. <em>Allora, qualunquisti voleva dir fascisti</em>. Non a caso nel decoroso salottino di casa mia si sarebbe letto, più avanti, il Candido <a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/05/14/il-derby-di-guareschi/">di Guareschi</a>; non a caso, il primo giornale su cui potei scrivere davvero (pagato, insomma) fu Lo Specchio di Giorgio Nelson Page (e Ninni Pingitore). Ma il mio forse superficiale qualunquismo avrebbe avuto un approfondimento straordinario proprio a causa di quell’uomo che Brera – pur rispettandolo e gratificandolo del soprannome di Dottor Pedata – tacciava di obbrobri tattici solo in casi disperati corretti in senso difensivo (un giorno vi parlerò di Capra, il terzino fattosi ala): <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fulvio_Bernardini">Fulvio Bernardini</a>. Non so come fu, forse all’ora del the da Pedretti, a Casalecchio, quando il Dottore mi permetteva escursioni dialettiche non calcistiche, mi venne da dire “qualunquismo”. «E tu che ne sai» – mi chiese. Glielo spiegai: avevo già venticinque anni e quelle passioni politiche erano state ordinatamente archiviate. «E di Giannini, che mi dici?». «Mi piaceva». «Anche a me», disse Fulvio. Poi restò zitto, incerto se continuare, ma poi s’aprì: «Ho sposato sua figlia. Sì, Ines è figlia di Guglielmo Giannini. Un uomo che ho rispettato. Aveva una grande intelligenza e una profonda voglia di pulizia». Mi capitò, con Fulvio, di conoscere l’Uomo di Destra che piaceva a me, come più tardi fu con Enzo Ferrari. Non politicanti, per carità, ma portatori di idee e comportamenti degni di quella Patria che mi aveva insegnato ad amare mio padre e di quella Borghesia che avevo scoperto negli scritti di Leo Longanesi. E Fulvio – come Ferrari – trovò l’interlocutore giusto per raccontare una storia sul Duce. L’Ingegnere di Maranello fu divertentissimo nel descrivere una folle corsa in automobile verso l’Abetone con il cavalier Mussolini che forse per la prima volta ebbe paura. La storia di Bernardini risaliva agli anni Trenta, quando era popolarissimo calciatore, ricco, giovane, bello, tentato da Cinecittà. Il 2 gennaio 1935 girava per Roma con la sua elegante Augusta quando, a Piazza Venezia, si trovò dietro una ingombrante Astura blu che andava a dieci all’ora. Cominciò a suonare il clakson, ma inutilmente, poi in via Cesare Battisti tentò il sorpasso e l’Astura l’ostacolò fino a che le due auto si toccarono. Nulla di grave. Passarono alcune ore, poi ricevette a casa la visita della polizia: sull’Astura viaggiava Benito Mussolini che andava a Stazione Termini per incontrare il premier francese Pierre Laval. Gli fu ritirata la patente che riebbe grazie ai buoni uffici di un altro campione, Eraldo Monzeglio, amico dei figli del Duce; ma a un patto: essendo abilissimo anche nel tennis, avrebbe dovuto giocare una partita con Mussolini, a Villa Torlonia. «E sai come finì? – mi disse il Dottore, stringendo le palle e abbozzando un sorriso – Dovetti perdere». Ecco chi era il mio Maestro di Qualunquismo. Che tuttavia negli anni Sessanta, durante un “Processo al Calcio” organizzato da Guerin Sportivo, meritò un’altra ammirata sferzata da Brera: «Bernardini fingeva di parteggiare, a parole, per i qualunquisti e poi li smentiva sul campo sia a Firenze sia a Bologna. La cosa mi sdegnava molto. <em>Perché gli italiani hanno sempre bisogno del doppio binario e storicamente ne ho così nitida coscienza da soffrirne</em>. Intanto, per quel vezzo, abbiamo perduto molti anni in chiacchiere e ancor oggi vi sono molti tabù mentali e critici nel nostro ambiente. Bernardini è intelligente e buono d’animo per cui mi piace molto di aver fatto pace con lui: se accettasse di insegnare anche quel che combina in sede pratica sarebbe la guida ideale del calcio italiano». Erano tempi di Vecchi Fusti, quelli.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Case Chiuse da mezzo secolo]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/09/24/case-chiuse-da-mezzo-secolo/</link>
<pubDate>Mon, 24 Sep 2007 16:01:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/09/24/case-chiuse-da-mezzo-secolo/</guid>
<description><![CDATA[Mi perdonerà, il direttore, se il “Dove eravamo rimasti” mi sta conducendo in un luogo proibito dove]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/italo-cucci/"><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" /></a>Mi perdonerà, <a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/category/antonio-galdo/">il direttore</a>, se il “Dove eravamo rimasti” mi sta conducendo in un luogo proibito dove si presume che lo sport c’entri un bel nulla. L’attualità mi porta prepotentemente davanti <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200709articoli/25761girata.asp">all’uscio di un casino</a>. Sì: dite bordello, casa chiusa, casino era. A Livorno, fra via dell’Angelo e via di Santa Barbara. Una cinquantina d’anni fa. Anzi, lasciatemi dire – è storia – mezzo secolo fa. Era il settembre del 1958. Bisognava aver soldi, per entrare, e appena seduti veder circolare le Ragazze in veli trasparenti, reggipetti minuscoli contenenti a malapena frutti sovrababbondanti; e a volte cogliere accenni d’ombra, laggiù, boschetti o foreste malcelate ch’erano l’invito a una conoscenza più intima subito accompagnato da un grido della Signora: ragazzi in camera! Senza soldi, si stava fuori, ed era comunque un bell’andare, gruppetti di perditempo che cianciavano di calcio, soprattutto di ricordi: di quel <a href="http://www.livornocalcio.it/">Livorno</a> che dieci anni prima era stato in Serie A e adesso malinconicamente svernava nella C ma all’Ardenza c’erano sempre i fuochi dei tempi migliori. Fu facile scoprire l’enorme differenza fra le fondamentali passioni della nostra vita: il calcio parlato gratis, il sesso fatto a pagamento. Gli entusiasmi pallonari erano altissimi, naturalmente, perché senza costo aiutavano a trascorrere il tempo, vere e proprie assemblee di competenti interrotte di tanto in tanto da chi usciva tutto tronfio, dal casino, non da chi entrava invidiato e furtivo.<!--more--> Chi usciva aveva naturalmente l’aria soddisfatta e spesso – mentre noi si giudicava la qualità di questo o quel pedatore – dava soddisfazione ai postulanti della lunga attesa spiegando che la biondina veneta era un’artista o piuttosto le intuibili straordinarie qualità della bolognese generosa. C’era spesso, a spingere il dibattito calcistico e insieme negando il fascino della rosa in boccio, Tamara, ch’era un uomo grande e grosso semitravestito da donna, una parrucca rossa e le solite smancerie da signorina e slinguate volgarissime da maschera plautina. Diceva che per lui il casino vero era l’Ardenza, il vecchio stadio sul mare affollato di garzoni e marinai. Ho letto pagine celebri di celebri penne che han raccontato il casino degli intellettuali, come se nel turbinio di improvvisate Salomè si potessero aprire spazi per Croce e Gentile. Sarà anche vero. <em>La Dora di via dell’Ubersetto, a Bologna, mi disse che aveva sempre in casino Nenni e Mussolini che parlavano di politica – nel Venti – e lei doveva fargli anche i tortellini</em>. Per noi, il massimo era intrufolarsi per veder passare in fretta – con la ragazza avanti, a far da guida e da esca e da preda &#8211; qualche professore, e magari quel buffo gesuita che credeva di essere irriconoscibile perché si toglieva la veste ma non riusciva a togliersi la faccia da prete e noi lo si aspettava, il giorno dopo, davanti al liceo Niccolini, per ridergli dietro. Alzava il tono, talvolta, l’arrivo del Giornalista. Si capiva che la cronaca del Tirreno era chiusa e lui arrivava con le dita ancora tinte dall’inchiostro del bozzone, aggiornava su fatti e misfatti, anche cose di sport, e ormai, puntualmente, più d’una volta la settimana, annunciava la Fine del Mondo:<em> “Ha vinto la Merlin!”</em>. Sembrava solo una minaccia, quasi l’invito del benpensante a lasciare quei luoghi di perdizione dove lui naturalmente sguazzava; ma poi fu vero. Lo disse la Signora: <em>“Il venti si chiude”</em>. Venti settembre 1958: una follìa che non dimenticherò mai. <em>Come quelle ragazze morbide e pulite – altro che battone da strada – che se avevi la fortuna di prenderle in un momento di relax ti facevano la doppia senza chieder nulla se non di essere ascoltate: perché lo faccio, il bimbo in collegio, l’uomo che mi ha tradita, ma tu ce l’hai la ragazza, se ce l’hai tienila da conto</em>&#8230; Adesso che ci penso, spesso ci voleva proprio l’ardore dei diciott’anni per resistere a quei racconti tutti uguali ch’erano scuse presentate non a tutti, magari solo al ragazzo col quale lei, la Signorina, avrebbe intrecciato una tresca. E un giorno Rosetta mi disse: «Vieni la mattina, non c’è nessuno e si sta bene». Roba da fidanzarsi. Venti settembre 1958. Decisi di festeggiarlo – o di piangerlo – come si doveva. Una sorridente colletta mi portò a mettere insieme le Millelire che ci volevano per il salto di qualità: la Sitrì, dalle parti dei Quattro Mori, luogo di delizie borghesi frequentato soprattutto dai cadetti di marina che noi chiamavamo baccalà perché andavano tutti impettiti nelle eleganti divise blu con gli spadini. Mille lire e l’accogliente Signora di quel sito tante volte sognato che ti offriva anche lo spumante, e le ragazze erano più sciccose, più morbide, forse senza storie strappalacrime e comunque quella sera avremmo pianto, tutti insieme, non sui tradimenti e gli abbandoni, sui peccati di gioventù (loro) e sugli innamoramenti senza sfogo (nostri) ma sul gesto incosciente di quella senatrice e dei suoi sostenitori – che immaginavamo tutti sodali di Tamara – che di lì a poche ore avrebbero sigillato le Case del Piacere sbattendoci tutti – loro e noi – sulla strada. Fu bello. Da ricordarsene ancora, dopo mezzo secolo. Lei sapeva anche di latino e disse “repetita juvant” senza chiedere il sovrapprezzo. Poi mi salutò, civilissima, impedendomi accenti di rimpianto. E ridendo: “Sai cosa faccio? Torno a insegnare, e mi sposo”. E quelli li hanno chiusi, i casini.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Rugbysti siete snob]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/09/10/rugbysti-siete-snob/</link>
<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 09:46:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/09/10/rugbysti-siete-snob/</guid>
<description><![CDATA[All’improvviso il rugby in Prima Pagina. E non per una partita, una vittoria, una sconfitta. Rugby s]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/italo-cucci/"><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" /></a>All’improvviso il rugby in Prima Pagina. E non per una partita, una vittoria, una sconfitta. Rugby socio/culturale. Ha cominciato Giuseppe D’Avanzo di Repubblica di martedì. Sì, proprio D’Avanzo, l’elegante implacabile narratore dei Segreti di Stato: un’apologia intitolata <strong>“Il sogno di un’Italia diversa”</strong>. Sottotitolo <em>“Perché questa disciplina è oggi l’anticalcio”</em>. Sommarietto: <em>“Analisi di un gioco il cui stile rappresenta tutto quanto il Paese non è riuscito a diventare”</em>. Bene: un D’Avanzo che sconfina prepotentemente nello sport dovrebbe consentire all’umile sottoscritto una passeggiata nell’Altro Mondo e magari di sottolineare, da appassionato lettore delle inchieste di D’Avanzo, un altro sommarietto: “Analisi di un mondo il cui stile rappresenta tutto quanto il Paese non è riuscito a diventare”. L’avrei fatto, vent’anni fa, quando m’incazzavo per poco; oggi, saggio per esperienza, ma forse più per età, cerco di vedere il buono e l’utile dappertutto. Soprattutto, rispetto le opinioni altrui. Ad esempio, scrive D’Avanzo:</p>
<blockquote><p>«Abbiamo la convinzione che l’Italia abbia bisogno del rugby; che i principi del rugby consentano di guardare meglio lo stato presente del costume degli italiani. Questo gioco può migliorare l’Italia».</p></blockquote>
<p>Incasso, non ironizzo: ci avevo pensato anch’io, al Rugby Esemplare, ma senza arrivare a capo di nulla perché la muscolosa lealtà di quegli atleti, la limpida rudezza che produce rivali e mai nemici, e quel loro ritrovarsi nel Terzo Tempo, questo sì da adottare dovunque, ma con spirito franco non per vocazione all’inciucio, non hanno mai fatto breccia nella massa dei cosiddetti sportivi; forse perché – come giustamente sottolinea D’A. – «è un mistero inglorioso, per gli italiani, il rugby, pochi sanno esattamente di cosa si tratta…ed è un peccato perché il rugby ha le stesse capacità mitopoietiche del calcio e, come il calcio, permette di interpretare il mondo». Mi chiedo, tuttavia, perché questa critica agli italiani che hanno liberamente scelto di amare il calcio a decine di milioni, imitati dal mondo latino, da quello anglosassone, di recente anche da quegli snob dei francesi che fino a quando hanno potuto hanno celebrato sull’<a href="http://www.lequipe.fr/">Equipe</a> il rugby piuttosto che il calcio e poi hanno ceduto, diventando addirittura Champions du Monde elevando la palla rotonda al cielo (ricordo la vigilia del Mondial &#8216;98, le Figarò che lo presentava con un fondo di Raymond Aron intitolato <em>&#8220;Il calcio oppio dei popoli&#8221;</em> eppoi lo stesso giornale, un mesetto dopo, dedicargli tutta la prima pagina, perché avevano vinto). La colpa non è degli italiani, la cui passione calcistica scaturisce da una cultura non banale (leggersi <a href="http://books.google.it/books?id=rbwkAAAACAAJ&#38;dq=la+Storia+sociale+del+calcio">la Storia sociale del calcio</a> di Papa e Panico, edizione Il Mulino), ma semmai del rugby medesimo, che non è riuscito mai a sfondare desiderando il piacere snobistico della “casta protetta”. Il rugby non ha mai vinto niente, il nostro calcio può vantare 4 titoli mondiali vinti e, in quanto a popolarità, è secondo solo al Brasile. Dico spesso, certo esagerando: l’avessi avuto a mano io, il rugby, sai quanti giovani l’avrebbero scoperto e amato. Nel Sessantuno, a Bologna, le prime esperienze di giornalismo sportivo le feci con il rugby, spedito dal Carlino, la domenica mattina, nel fango dell’antistadio, dove giocava la Viro di Pederzini,propagandista e finanziatore del gioco. Il dopopartita, certe riunioni chiassose a tutta birra, mi lasciarono imperturbabile: c’era, nei protagonisti, una forse involontaria presunzione di superiorità,non solo muscolare, anche ideologica. Finii per appassionarmi al calcio dei breriani italianuzzi stortignaccoli, perché i miei connazionali erano in gran parte italianuzzi e stortignaccoli. Negli anni successivi, ebbi sodale, l&#8217;ottimo Giuseppe Tognetti che, se avesse incontrato l&#8217;intelligenza federale, sarebbe diventato il vero divulgatore del rugby: era scrittore colto, uomo mite, armato di disinteressata passione. Chiuso lì. Per anni il Rugby ha perso tempo e solo oggi sale alla ribalta, di tanto in tanto, ma spesso raccontato &#8211; anche in tivù &#8211; come evento folcloristico. L&#8217;allegria, la birra, gli irlandesi focosi coi bimbi appresso, gli scozzesi smutandati, il Flaminio tutto bandiere e popolo festante: un&#8217;anima esteriore, &#8220;dentro il rugby&#8221; ci arrivano in pochi. E per me è troppo tardi. Peccato.Dopo l&#8217;elegante tirata di D&#8217;Avanzo, ecco di nuovo il folclore che avanza: mercoledì, prima pagina del Giornale, Michele Brambilla racconta la storia di <a href="http://www.haisentito.it/articolo/epi-taione-il-giocatore-di-rugby-che-si-chiamera-come-il-suo-sponsor/6175/">Epi Taione</a>, star del rugby di Tonga, che per ottenere un finanziamento della sua nazionale in vista dei Mondiali di Francia ha scambiato il proprio nome con quello di uno sponsor irlandese e adesso deve chiamarsi Paddy Power, come la ditta. Brambilla si scandalizza, e va bene, ma io trovo proprio in questo gesto tanto scriteriato come appassionato &#8211; e generoso, no? &#8211; l&#8217;Essenza del Rugby. Meno complicato, meno snob. Epi Taione ha preso i soldi e via. Dopo il Mondiale, ciao Paddy Power. Ecco dove aprirei la discussione: D&#8217;Avanzo o Taione? Propongo di coinvolgere &#8211; se D&#8217;Avanzo ci sta, non si sa mai &#8211; Benito Paolone, padrino (patrono?) del Rugby Catania.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Gli ex campioni]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/08/26/gli-ex-campioni/</link>
<pubDate>Sun, 26 Aug 2007 09:51:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>Ornella Mollica</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/08/26/gli-ex-campioni/</guid>
<description><![CDATA[La Nazionale d’estate non va mai presa sul serio. Non a caso si chiama Italia. Non a caso l’Italia e]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.thumbnail.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />La Nazionale d’estate non va mai presa sul serio. Non a caso si chiama Italia. Non a caso l’Italia estiva – non solo quella calcistica – fa di tutto per non esser presa sul serio. Come mi insegnò Ferdinando Camon, tanti anni fa, l’unica cosa seria dell’estate italiana è il puntuale rincaro dei prezzi dei prodotti al consumo e l’altrettanto puntualissimo aumento delle tasse: ci prendono mentre ci trastulliamo sul mitico bagnasciuga o balliamo estasiati il tamurè. Oltrettutto, il metodo Visco è arrivato alla perfezione: prima ti fanno sapere che il Grande Evasore Valentino dovrà pagare al Fisco milioni di euro, poi a te ne scuciono qualche centinaio. E dovresti sentirti quasi soddisfatto. Divagando divagando, eccoti dunque, alla vigilia del Campionato più grande e più bello che pria, la Nazionale più brutta dell’ultimo ventennio, schiaffeggiata e offesa dall’Ungheria che con gli azzurri non faceva festa da quand’ero ragazzo io. Che succede, agli ex campioni del mondo? Niente di nuovo. Non è un caso che le nostre attese mondiali siano storicamente lunghe: dal ’38 all’82, dall’82 al 2006. Oltre a dover fare i conti con avversari potenti, siamo propensi all’appagamento. E forse proprio per questo quando poi vinciamo ce la godiamo da matti e invece di finire nella cronaca finiamo nella Storia. Stiamo giocando per conquistare un posto agli Europei del 2008 che si giocheranno in Austria e Svizzera: penso che ce la faremo, ma non pregusto grandi successi. L’Europa pallonara in chiave azzurra ci sta stretta, il torneo continentale l’abbiamo vinto una volta sola, nel 1968, e per portare a casa la Coppa Henry Delauneay c’è toccato far anche giochi di prestigio. E Moggi non c’era. Sarebbe forse l’ora di invertire la tendenza, visto che, nel frattempo, è abbondantemente mutato il concetto di Europa e ce ne andiamo a cogliere allori sui campi della Moldavia, dell’Estonia, della Lettonia e di tanti altri Paesi finalmente raggruppati intorno a una bandiera blu con tante stelle. È per questo che non mi limiterò alle considerazioni fatte un po’ da tutti i commentatori: l’Italia è caduta malamente a Budapest, perché-diconoindietro nella preparazione, priva di quegli stimoli che torneranno – assicurano – quando l’8 settembre incontreremo la Francia dello scorbutico, intrigante Domenech, un guitto che gode quando lo prendono sul serio e noi ci siamo cascati subito. Siamo indietro? E allora spiegatemi perché abbiamo portato alle stelle la Roma che ha spavaldamente sottratto all’Inter la Supercoppa. Era una finta? No. Ho ancora negli occhi quella fuga improvvisa di Totti che salta due-tre avversari, aggancia la palla con un calamitato tocco di destro, se la porta sulla testa, e poi avanti, grintoso, veloce e raffinato insieme. Scherzava? Era l’ultimo colpo di beach-football per annunciare la fine dell’estate? No. Era Totti. Quello che ha detto addio alla Nazionale. Quello che non è più disposto a sacrifici per un ideale che ritiene scaduto e ha scelto di dedicarsi solo alla Roma. Ne abbiamo parlato tanto concludendo che beh, pazienza, avanti il prossimo fuoriclasse. È sparito Baggio, può sparire anche Totti. È assetato di gloria, non un guerriero a riposo.Vuole essere corteggiato, riverito, pregato. Sempre pensando alla sua ultima convincente esibizione di San Siro, s’io fossi Donadoni andrei a Canossa. Ovvero a Trigoria. E chiederei umilmente a Francesco di ripensarci. Di tornare. Di dare una mano non solo a vincere ma a ricostruire l’immagine della Nazionale che in poco tempo, dalla notte di Berlino, s’è offuscata, banalizzata. Totti, De Rossi, Aquilani: c’è un filo giallorosso che bisognerebbe tingere d’azzurro a costo di inginocchiarsi davanti a Totti che s’è ritirato pieno d’amarezza non tanto per quei dolorini che talvolta l’assalgono ma per l’indifferenza mostratagli da un’Italia ingrata.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Vale e le moto d'altri tempi]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/08/19/vale-e-le-moto-daltri-tempi/</link>
<pubDate>Sun, 19 Aug 2007 11:16:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>Ornella Mollica</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/08/19/vale-e-le-moto-daltri-tempi/</guid>
<description><![CDATA[Confesso: ho scritto anch’io pagine gaudiose e gloriose su Valentino Rossi. Una volta. Sul Guerin Sp]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.thumbnail.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />Confesso: ho scritto anch’io pagine gaudiose e gloriose su Valentino Rossi. Una volta. Sul Guerin Sportivo, all’alba del Duemila. Poi più. Nel senso che all’improvviso è stato assediato da torme di turibolanti che l’han messo sull’altare e via con l’incenso. Càpita che un campione venga adottato da un giornalista, da una testata, da una tivvù. E Valentino – una volta assunto in cielo – non ne discese per anni. Adesso, lo descrivono come l’Angelo Caduto. L’ha detto anche un prete dal pulpito: non fidatevi della sua faccia d’angelo. Figlio nostro che sei nei cieli. Ero amico – come si dice nello sport – di suo padre Graziano, quello che andava in giro per la Pesaro snob con una gallina al guinzaglio e tutti dicevano «l’è matt dur». Perché vinceva poco. Se avesse vinto come suo figlio, sarebbe stato autorizzato a portare al guinzaglio anche un coccodrillo. Graziano Rossi non ha fatto i miliardi e per questo temo che abbia sempre pagato le tasse. Il motociclismo dei tempi di papà Rossi ti offriva un po’ di soldi ma niente di speciale. Credo che l’unico ricco sia stato Giacomo Agostini. Ma roba da ridere, rispetto ai giorni nostri. A Giacomo immagino sia bastata la gloria. In Romagna avrebbero detto anche la Luisa e la Lucia e chissà quant’altre Miss Chiappa d’Oro. I motociclisti che ne godevano la presenza stretta, promessa anticipata di piacere, magari all’hotel sul Santerno, stanotte… Giacomo s’accontentava di essere l’Imperatore della Moto. E pagava le tasse, credo. Valentino no. Dicono. A sentire la sua solitaria sfuriata televisiva, tuttokkei tuttokkei. Lo scandalo è che adesso tutti cadono dalle nuvole, e dire che Forbes l’aveva inserito nella lista dei campioni più ricchi del mondo. Ai miei tempi, qualcuno metteva su qualche affaruccio a San Marino, versione rurale delle Cayman, del Lussemburgo, del Lichtenstein, di Montecarlo. E magari cercava di tenere il profilo basso, nonsisamai la Finanza. Invece Valentino no: lui è una multinazionale e deve comportarsi come un tycoon, snobbare l’Italietta che gli ha dato i natali e nulla più. Anche se la sua bravura è nata sulle strade del Montefeltro, nell’Urbinate, lungo quegli stradoni che ti sembra di essere a Monza. Valentino è nato lì e ora è insopportabile saperlo dieci volte Briatore. Perché in fondo la moto è sport da poveri. Erano belli i tempi dei piloti privati, quelli che non avevano Casa, non avevano sponsor, mettevano su la tenda a Imola, a Monza, all’Isola di Man, a volte col culo nel fango e quand’era sera suonavano e cantavano blues ingollando whisky e birra stringendosi a apparenti virago involtate in tute di pelle, capelli dritti, manco un filo di trucco, bocche rosse promettenti e niente più. Forse i patiti di Valentino quel mondo non l’hanno conosciuto e per questo non li giudico, come non giudico lui, trovo solo buffo che in tutti questi anni si siano interessati soltanto dei suoi riccioli, dei suoi infiammanti rasoterra, delle sue gomme e delle sue gnocche. Mai dei suoi miliardi. Magari una piccola curiosità per i soldi: quanti, da dove venivano, dove andavano a finire. E non era difficile saperlo, visto che in queste ore han trovato tutti i numeri del mondo. Certo io non posso capire. Io stavo per Renzo Pasolini, che s’ammazzò a Monza, nel maggio del Settantatrè, insieme a Jarno Saarinen, inseguendo un sogno. Sognava di essere Agostini, ma la sua Benelli non poteva competere con la mitica MV. Pasolini correva per i riminesi e loro continuano a onorarlo. Anch’io, naturalmente. Quando vado al camposanto dai miei genitori, da mia figlia, mi fermo sempre un attimo davanti a quel segno di un volo spezzato e dico “ciao Paso”. Per questo non ho capito niente di Valentino e ho scelto di tifare Ducati perché la Moto Rossa è la mia Ferrari a due ruote. Di Valentino dico solo una cosa che non mi è piaciuta per niente. Valentino ricciolino ha trattato Elisabetta Canalis – «io tutto nudo con la Canalis? Ma va…» – come una zoccoletta. Noi marchignoli – fra Rimini e Pesaro – se ce l’avessero attribuita ne avremmo menato vanto. Elisabetta, bacio le mani.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Gli ex amici di Mao]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/08/12/gli-ex-amici-di-mao/</link>
<pubDate>Sun, 12 Aug 2007 11:16:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/08/12/gli-ex-amici-di-mao/</guid>
<description><![CDATA[Su certe storie che finiscono per occupare per giorni e giorni le prime pagine dei quotidiani posso ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.thumbnail.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />Su certe storie che finiscono per occupare per giorni e giorni le prime pagine dei quotidiani posso ben dire – senza falsa modestia – che arrivo di solito con tempestività se non con largo anticipo. Due mesi fa, su queste pagine ho affrontato il tema spinoso dei Giochi Olimpici cinesi, ovvero Pechino 8/8/08, raccomandando di avere fiducia nello sport, unico vero esportatore di democrazia nel pianeta Terra. L’altro giorno, a un anno esatto dall’evento, i giornali si son dati appuntamento con il Problema Pechino. Diritti Civili, Pena di morte. Libertà di stampa. Volendo, l’elenco delle inadempienze cinesi è più lungo e intenso di tutti i pensieri di Mao racchiusi nel prezioso, risaputo, esotico Libretto Rosso che i sessantottini incolti impugnavano come un arma contro il Nemico Borghese. Oggi tacciono, scoprendo che il Celeste Impero è risorto sulle ceneri dell’Impero Rosso del vecchio amico Mao, prima idolatrato eppoi dimenticato. Senza vergogna.Vi ho raccontato, due mesi fa, come l’Olimpiade di Pechino sia destinata a concludere felicemente la grande marcia di avvicinamento della Cina alla civiltà occidentale e alle sue regole oggi propugnate con particolare impegno da coloro che solo trent’anni fa fingevano di non vedere come la Cina Rossa ignorasse le più banali norme del vivere civile imponendo ai sudditi del Partito Comunista più forte del mondo un’esistenza da schiavi, minacciata costantemente dalla fame, dalla prigione, dalla violenza omicida. Piaceva, la Cina, ai nostri connazionali di fede marxista, quando era fabbrica di paura, di povertà, di morte. Oggi, all’improvviso, la scoprono “fascista”, liberticida, proprio mentre va assestandosi nel contesto planetario secondo i dettami del liberismo e capitalismo imperanti ovunque, forse perché da potenza ideologica è diventata superpotenza di mercato. Nel concerto delle banalità che comprendono anche un esoterico excursus nei misteri della data d’inizio dei Giochi – 08.08.08, otto agosto duemilaeotto, e qualcuno aggiunge alle 8 di sera – fa storia a sè un illuminato intervento di Enzo Bettiza, che alle banalità non ha mai dato peso. Scrive Bettiza l’otto agosto del 2007: «Da oggi inizia il conto alla rovescia dei trecentosessantacinque giorni (ma saranno 366 per l’anno bisestile tradizionalmente olimpico; n.d.r.). Porteranno la Cina non solo alle Olimpiadi dell’8 agosto 2008 ma addirittura, così scrivono pessimisti e supponenti tanti giornali, a una specie di sorda guerriglia civile con i ventimila giornalisti che per l’occasione saranno presenti a Pechino. Più delle competizoni sportive, saranno in gioco, allora, i capisaldi della democrazia globalizzata&#8230;Ritengo che qualunque persona di sane e buone opinioni liberali, magari gli stessi organizzatori indigeni dello storico evento, non possa sottrarsi all’idea che la bonifica democratica di un continente debba coinvolgere, assieme al mercato e al prodotto lordo, anche la vita quotidiana di molte centinaia di milioni di cittadini cinesi. Ma, per l’appunto,quando parliamo della Cina, non dovremmo mai dimenticare che non stiamo parlando dell’Olanda e della Svizzera; la Cina è un continente asiatico di oltre un miliardo di persone&#8230; che stanno emergendo a una nuova vita dagli abissi del peggiore inferno totalitario che il mondo novecentesco abbia mai conosciuto&#8230;». Mi scuso per la lunga citazione e tuttavia avrei voluto riproporvi per intero l’intervento di Bettiza che spazza via con argomenti inconfutabili montagne di articolesse di maniera intrise di ipocrisia e demagogia, come sei ai Giochi del 2008 dovessero partecipare non gli atleti di tutto il mondo che sono già con lo spirito a Pechino, sapendo che là si scriverà la Storia, ma quei giornalisti che sono ormai abituati a farsi più protagonisti che cronisti degli eventi. Io ci sarò per vedere con i miei occhi quanto sia cambiata, la Cina, dal 1981, quando per quindici giorni la traversai, da Pechino a Shangai a Canton, per raccontare ai cronisti sportivi virtù e vizi del “nostro” sport e nel contempo potei registrare i primi passi del popolo cinese verso un’apprezzabile libertà dopo le inaudite violenze messe in atto dalla Banda dei Quattro. Il mio interprete, il professor Huan Bao, era appena stato liberato da una comune/prigione ed era tornato alla moglie e ai figli. Nelle vie di Pechino si registravano i primi accenni di libero mercato: contadini che vendevano le verdure dei loro poveri campi. I cittadini di Shangai che indossavano camiciole colorate invece delle uniformi blù ancora obbligatorie a Pechino. Le bellezze di Canton che apparivano, vestitissime, nelle pubblicità della fiera campionaria. Era la Luna, quella Cina, oggi è straordinariamente e minacciosamente vicina alla nostra realtà. Dopo i Giochi, ci supererà di un balzo e allora sarà compiuta, ne sono convinto, la lunga marcia verso la libertà. Mi chiedo – gurdandomi intorno – chi siamo noi, per giudicare. Sarà bene, piuttosto, che ci si affretti a capire.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Un pozzo di valore]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/08/05/un-pozzo-di-valore/</link>
<pubDate>Sun, 05 Aug 2007 10:29:26 +0000</pubDate>
<dc:creator>Ornella Mollica</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/08/05/un-pozzo-di-valore/</guid>
<description><![CDATA[La morte di Giuseppe Baldo, l’ultimo degli Azzurri di Vittorio Pozzo, avvenuta il 31 di luglio, mi h]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.thumbnail.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />La morte di Giuseppe Baldo, l’ultimo degli Azzurri di Vittorio Pozzo, avvenuta il 31 di luglio, mi ha riportato a un anno fa, ai Mondiali tedeschi. Prima che la nostra Nazionale cogliesse la sua quarta straordinaria vittoria all’Olympiastadion di Berlino, molto prima, praticamente all’avvio dei giochi, avevo raccontato in tivù – con un nostalgico corredo di immagini logorate dal tempo – la prima grande impresa del calcio italiano in Germania: la conquista dell’oro olimpico nei Giochi del 1936, spettatore Adolf Hitler. Il Fuhrer – fu ben chiaro poi, quando l’esercito italiano cominciò a perder colpi sul fronte greco e africano – non aveva alcuna stima degli alleati: ci riteneva un popolo imbelle, secondo stereotipo mandolinaro. E sicuramente non gradì l’impresa dei “dottorini” azzurri, come non aveva gradito i clamorosi successi di Jesse Owens, il superman nero. Come tanti – allora e ancor oggi – non aveva immaginato quali risorse potesse mettere in campo l’Italia pallonara. Anzi: la risorsa. Ovvero: il lavoro. Arbeit. Il lavoro innanzitutto. “El travail”, come diceva Pozzo. Egli aveva messo insieme una squadra eterogenea: per rispetto della norma olimpica, erano quasi tutti studenti e laureati, come quell’Annibale Frossi che giocava addirittura con un paio d’occhialini professorali e che nel dopoguerra conobbi come Dottor Sottile: era uno strenuo sostenitore del difensivismo “all’italiana” e ne scriveva sul Corriere della Sera arrivando a dire che il risultato perfetto di una partita era lo zero a zero e i gol frutto di errori. Anche se, paradossalmente, era salito alla ribalta come goleador di quella gloriosa Olimpiade. Spiegai perché l’Italia di Lippi somigliasse, secondo me, a quella di Pozzo e avesse tutti i numeri per vincere. Era la stessa spiegazione che avevo dato nell’Ottantadue quando, in quasi perfetta solitudine, avevo pronosticato vittoriosa in Spagna l’Italia di Bearzot: non parlavo di una squadra ma di un gruppo di atleti perfettamente assemblati da tecnici di sicura qualità capaci di lavorare non solo sulla tecnica ma anche sul sentimento. Sulla solidarietà, in particolare. Per dire: Totti, uno che non fa trapelare spesso i suoi pensieri più intimi, ha detto di recente che se Lippi non fosse stato confermato alla guida della Nazionale in partenza per la Germania sarebbe rimasto a sua volta in patria. Facile, retorico: tutti per uno, uno per tutti. La verità. Alla faccia dei tanti commissari tecnici avvicendatisi senza gloria alla guida degli azzurri perché ponevano al primo posto la tecnica, nel senso di puntare al cosiddetto spettacolo. Molti analfabeti calcistici pensano che la partita sia un film, una pièce teatrale, invocano golgolgol e raccolgono sconfitte. Non sanno – ad esempio – che il cosiddetto modulo all’italiana ha sì esigenze tattiche precise ma “veste” anche una straordinaria realtà umana. Queste cose non le ho lette: me le ha raccontate Vittorio Pozzo. Ho avuto la fortuna, negli anni Sessanta, di conoscerlo, di trascorrere con lui ore e ore e di ascoltarlo mentre con sobrietà tutta piemontese – ma sovente come perduto nei ricordi, e allora non parlava con me: evocava – mi diceva della sua Nazionale, delle sue vittorie (due coppe Internazionali, due Mondiali e un’Olimpiade), dei suoi nemici (tanti) e della sua più grande passione, la Patria. Aveva una voce stanca e impacciata ma idee ancora brillanti. E nelle sere da “Rodrigo”, a Bologna, mangiando e bevendo generosamente, si lasciava andare anche a qualche battuta perfida che non dico: i suoi detrattori, tanti e illustri, son tutti morti e pace all’anima loro. Lo detestavano – dicevano – per il suo gioco, i cazzari. Ma spesso facevano capire meglio la motivazione dell’odio, aggiungendo “quel fascista” che, agli ordini del Duce, aveva colpevolmente esaltato l’Italia mussoliniana. Al Duce, in realtà, poco interessava il calcio: fra il Trenta e il Quaranta era tutto preso dal cinema, dalla nascita di Cinecittà. Al pallone pensavano i figli. E qualche gerarcone, nel frattempo, aveva addirittura minacciato di abolire il calcio, sostituendolo con “la volata”. I cretini viaggiano nell’eternità. Vittorio Pozzo, un po’ figlio di Don Bosco e molto alpino, vinceva per l’Italia ed era inteso a dimostrare, pensate, la grandezza degli italiani. Il fascismo, per lui, era una situazione contingente: la Patria non poteva essere d’un uomo, di un partito. Lo ha raccontato anche l’insospettabile Giorgio Bocca: «Vittorio Pozzo era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti». Ma vallo a spiegare, agli antitaliani senza cultura. Adesso che è morto l’ultimo dei ragazzi coi quali aveva vinto nel ‘34 in Italia, nel ‘36 in Germania e nel ‘38 in Francia, avranno meno occasioni di parlarne e sarà ancora più facile tentare di dimenticarlo.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[I silenzi d'oro di Boniperti]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/07/22/i-silenzi-doro-di-boniperti/</link>
<pubDate>Sun, 22 Jul 2007 13:37:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>Ornella Mollica</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/07/22/i-silenzi-doro-di-boniperti/</guid>
<description><![CDATA[Squillava il telefono. Raramente. Era Boniperti: «Hai letto?». «Cosa, Giampiero?». «Non hai letto?» ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />Squillava il telefono. Raramente. Era Boniperti: «Hai letto?». «Cosa, Giampiero?». «Non hai letto?» «Non saprei, dimmi». «Come stai?». Sembravano i discorsi del signor Veneranda di manzoniana memoria (Manzoni Carletto, quello del Candido guareschiano). E invece bisognava tener conto del tradizionale riserbo di Mister Juventus, l’uomo che più ha dato al calcio italiano in generale e alla Famiglia Agnelli in particolare. Accettava anche di essere intervistato, talvolta. Gli chiedevi, ad esempio: «Ma cosa pensi di Ian Rush? Lo riprenderesti?» Risposta: «E tu cosa ne pensi?» Era così difficile strappargli una dichiarazione che se diceva appena appena «sono soddisfatto di Trapattoni» la banalissima battuta diventava un titolo a nove colonne. In un periodo abbastanza drammatico per il calcio italiano mi telefonava a notte fonda e capivo ch’era lui perché sentivo un sospiro profondo e uno che fingeva di avere sbagliato numero. Come se già pensasse all’esistenza delle intercettazioni. Un quarto di secolo fa. Stavo al gioco, parlavo solo io: Poi lui: “Buonanotte”. Per uno che non ha mai detto niente son sicuro che non gli farà piacere leggere il niente che mi ha detto. Come se rompesse una consegna del silenzio durata mezzo secolo. M’ero abituato – in verità – a “sentire” i suoi silenzi, a tradurli in pensieri e parole. Se gli chiedevo della Triade (Giraudo, Moggi e Bettega) un colpo di tosse e un rapido accenno al tempo («Che freddo, a Torino») valeva un eloquente virgolettato. Quando la Juve è stata cacciata in B credo di avergli sentito dire “Pazienza!”. E per uno che alla Juve ha consacrato la vita si può ben capire quanta sofferenza dietro quella “pazienza” ma anche quale senso di liberazione da Quei Tre che le avevano rovinato la reputazione. E la cacciata di Quei Tre? “Ohhhhh”. Quasi un godimento. Avevano “rapito” la Vecchia Signora, l’avevano sottratta ai due veri innamorati, lui e l’Avvocato. Ma Agnelli ne aveva sofferto meno, perché la mossa l’aveva fatta il fratellino bravo negli affari, Umberto, e la Famiglia ne avrebbe tratto vantaggio. Infatti Quei Tre sbandieravano il fatto che Gianni aveva lasciato cento miliardi di debiti e loro avevano presto pareggiato i conti. Anzi: «Scrivilo, scrivilo», diceva Moggi, che non nascondeva la libidine d’onnipotenza che lo spingeva addirittura a dettare i sui Pensieri Stupendi – «scrivilo che alla Famiglia non chiediamo più una lira. Anzi&#8230;». Si fermava lì. Immagino che avrebbe voluto dire: «Anzi, gliene diamo». E quando “gli” vendettero Zidane, l’Uomo dal Piede d’Oro: «Cavo Moggi, cos’è questa stovia di Zidane al Veal? Siete impazziti». E Moggi, con quella voce cavernicola: «Avvocato, ci danno centoventi miliardi&#8230;». “Davvevo?”. Clic. A Boniperti era rimasta una parvenza di presidenza onoraria, lui ch’era una potenza reale quando aveva accettato di candidarsi alle elezioni europee aveva sbaragliato il campo torinese, prendendo più voti della Susi Agnelli e dei liberalrepubblican- democristian tradizionali. Non solo: quando parlavano di lui, Quei Tre (ma devo dire che Bettega stava piuttosto zitto e contava poco e d’ora in avanti dirò Quei Due) non perdevano l’occasione di sfotterlo, il Boniperti che s’era rifiutato di comprare Maradona e siccome era griccio (braccio corto) si accontentava della Sudditanza Psicologica e non cacciava una lira per arbitri e accattoni vari. Ah ah, il rinco. E giù a ridere. Poi, com’è noto, ride bene chi ride ultimo. Bene, ho ripensato all’amico Giampiero Boniperti (sì, mi onoro di un’amicizia senza prezzo, silenziosa ma rispettosa, fatta soprattutto di fatali coincidenze, nel senso che ci chiamiamo nello stesso istante quando succede qualcosa che fa vibrare le nostre antiche corde, mio figlio dice &#8230;&#8230;), ho ripensato ai suoi solenni silenzi registrando le molteplici interviste di Cobolli Gigli (presidente), Blanc (amministratore delegato), Tardelli (consigliere o ex), Lapo, Trezeguet, Nedved, Camoranesi, Chiellini (sic), be’, tutti straparlano in questa Juve. Tutti tranne Secco e Del Piero, che oserei definire i più bonipertiani, visto che il giovane ds è figlio del mitico ragionier Secco che ai tempi di Giampiero metteva in riga giornalisti e fotografi e che Alex arrivò alla Juve proprio ragazzino e per lui l’allora presidente non pensò neppure di aprire la bottiglia di spumante Riccadonna che aveva tentato di ammollare a Platinì, il quale lo champagne cercò di andare e berlo a Casa Agnelli, sui colli fatali di Torino, ma risulta che non gli andò bene anche lì. Come dicevo, Quei Due – ovvero Agnelli e Boniperti, – parlavano quasi niente. Giampiero si affidava ai “ma va”, “davvero?”, “embè”, Gianni si concedeva solo a Franco Costa della Rai che per farsi riconoscere anche alla settantesima intervista portava un cappellaccio nero alla Fellini. Poche parole, molti fatti. È vero: capisco Cobolli Gigli, che ha dovuto cambiare aria alla Juve anche nel lessico societario. Spero taccia, presto, anche lui. Ma gli altri, zitti e basta. Fanno un casino che non sembra neppure la Juventus, danno addirittura l’idea che siano rimasti in Serie B dove se non alzi la voce nessuno dà conto di conoscerti, soprattutto se sei nobile de-caduto. Così, fanno il gioco di Moratti che una volta al giorno leva il cronista di torno con una succosa polpetta di parole; o di Berlusconi, che in confronto a loro parla per la Storia, non per la cronaca. Botta michelangiolesca: perché non tacete? Come si fa? Chiedete a Boniperti.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Calcio-violento e capri espiatori]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/07/15/calcio-violento-e-capri-espiatori/</link>
<pubDate>Sun, 15 Jul 2007 11:26:26 +0000</pubDate>
<dc:creator>Ornella Mollica</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/07/15/calcio-violento-e-capri-espiatori/</guid>
<description><![CDATA[Ci risiamo. Non appena le istituzioni – Stato compreso – faticano a imporre il rispetto delle norme ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />Ci risiamo. Non appena le istituzioni – Stato compreso – faticano a imporre il rispetto delle norme e delle leggi esistenti, ecco che se ne inventano di nuove. Come questo “codice di autoregolamentazione delle trasmissioni di commento degli avvenimenti sportivi” elaborato da ben tre-ministri-tre. Evidentemente il calcio sollecita la fantasia dei politici creativi. Quando decidemmo di importare dall’Inghilterra le norme contro la violenza da stadio, fu come adottare un “bignamino” dei mastodontici codici nostrani nelle cui pagine – a ben vedere, e leggere – tutto è previsto, tutti i comportamenti illeciti sono enumerati, perseguibili e sanzionabili. Ma si sa: spesso si modificano riti antichi solo per far vedere che ci si rinnova. Eppure, quando si tratta del rispetto delle leggi, quando c’è in ballo la violenza, dovrebbe essere vietato fingere inflessibilità se poi non si è in grado di assicurarne l’applicazione. È un po’ quel che succede sulle strade d’Italia: davanti a tante vittime, si inaspriscono le sanzioni, ma poi ti capita di fare duecento chilometri senza incontrare una pattuglia. I giornalisti che hanno accolto con sommo gaudio questa “autoregolamentazione” dovrebbero, a dir poco, partecipare a qualche sessione d’esame professionale: lì, i candidati potrebbero – a richiesta – snocciolare tutte le regole che costituiscono la deontologia, e ce ne sarebbe abbastanza per garantire un uso corretto degli strumenti professionali detti anche semplicemente armi del mestiere. Il guaio è che il problema riguarda solo in piccolissima parte i veri addetti ai lavori, quelli con la “patente” rilasciata da un Ordine spesso distratto: se fosse attento, il massimo organo corporativo, perseguirebbe adeguatamente coloro che esercitano la professione abusivamente e che numerosi gonfiano l’etere di volgarità, di accenti violenti e – scusate – di analfabetismo. Questi, non sorretti da una specifica deontologia, continueranno a fare quel che vogliono e sanno, come gli è consentito da anni, arrivando fino all’istigazione a delinquere senza che le autorità competenti (si dice così), spesso interpreti del gioco delle tre scimmie, si diano la pena di intervenire. Ci vuole il morto – e il caso del povero agente <a href="http://www.repubblica.it/2007/02/sezioni/sport/calcio/serie_a/agente-morto-2/cronaca-4feb/cronaca-4feb.html">Raciti </a>è esemplare – perché si prendano provvedimenti, sempre tardivi, spesso ispirati dall’emozione del momento. Si è fatto un bel dire che la <a href="http://www.guidautile.com/blog/SignorTubulo/articolo.asp?ID=60">violenza negli stadi</a> è – stando ai numeri più recenti – scemata; ci si è dimenticati di guardare gli spalti degli stadi, sempre più vuoti. Quando saranno deserti, la violenza sarà debellata. O trasferita. Certe organizzazioni di presunti tifosi che programmaticamente si battono contro le forze dell’ordine troveranno (li hanno già trovati) altri spazi nella vita sociale quotidiana per gridare «All Cops Are Bastard» e comportarsi di conseguenza. Le “trasmissioni di commento degli avvenimenti sportivi” seguono spesso un canone ben preciso, ovvero quella condotta adottata da molte emittenti anche paludate in tutti i campi, non solo quelli calcistici. Ed è – consentitemi – piuttosto vile citare sempre il Processo di <a href="http://www.ilprocessodibiscardi.it/site/it-IT/">Aldo Biscardi </a>come esempio di malcostume televisivo e indicare il Rosso Antico come istigatore dei violenti, mentre non si ha il coraggio di colpire altri e più “impegnati” Bravi Presentatori dispensatori di qualificanti comparsate e di squisite perle di saggezza. In tivù è “trend”’ il trionfo dei forti che aggrediscono i deboli e si genuflettono davanti ai potenti; dei cosiddetti intellettuali che si azzuffano mostrando sentimenti – come l’invidia e l’intolleranza &#8211; molto più violenti di quelli esibiti in certe dispute pallonare dove la finzione è regina. Fiction (realtà romanzata) e reality (spettacolo della realtà) non sono solo generi televisivi di successo ma anche ingredienti primari di tanti popolari talk show (scusate gli anglicismi a ripetizione ma questo prevede il menu) spacciati come prodotti dell’informazione e dell’opinione. Ho visto schiaffeggiarsi e insultarsi critici letterari e mediatori politici. Ho visto intellettuali isterici o bonaccioni diventare riveriti maitre à penser. E l’urlo, l’urlo è la chiave di volta dell’audience. È capitato anche a me, molto tempo fa, di eccedere secondo istinto e moda. Poi, mi sono adeguato ai tempi: nel senso di abbassare i toni della parola a mano a mano che aumentava il rischio di influenzare i violenti o almeno di fornirgli un alibi. Questa è “autoregolamentazione” che risponde anche a una esigenza crescente dopo il festival del blabla confusionario e spettacolare: farsi capire. I fattacci che quotidianamente si registrano nel mondo dello sport lo esigono. Almeno dai giornalisti. Che non sono – come vorrebbe far ritenere la succitata riforma – di serie B perché sportivi. Si provino, i nostri legislatori, a imporre certe regole agli “altri”: si griderebbe all’attentato contro la libertà di stampa. Un consiglio ad uso della chiacchiera pallonara vorrei comunque darlo: usate con intelligenza la moviola che spesso diventa un’arma contundente o – come si è visto – uno strumento truffaldino. E smettete di leggere i debolissimi pensieri dei protagonisti quando affiorano sulle loro labbra. Moviolisti. Labialisti. Forse giornalisti?</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La Nuova 500 al posto del Viagra]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/07/09/la-500-il-po-e-gianni-brera/</link>
<pubDate>Mon, 09 Jul 2007 09:19:39 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/07/09/la-500-il-po-e-gianni-brera/</guid>
<description><![CDATA[Chissà se a Bossi è passato per la testa di impossessarsi della strafesta torinese per il battesimo ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/italo-cucci/"><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.thumbnail.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" /></a>Chissà se a Bossi è passato per la testa di impossessarsi della strafesta torinese per il battesimo della <a href="http://http://vistidalontano.blogosfere.it/2007/02/a-poco-pi-di-sei.html">nuovissima Cinquecento</a>. In fondo, è stata la Festa del Dio Po, ricca e avvincente come mai, omaggio generoso a quel fiume potente che nei tempi molto andati rappresentava l’Italietta modesta e provinciale eppur fortemente legata alle sue radici, alle immagini e ai luoghi esondati nell’Ottocento dalla Prima Capitale. Il suo cantore più appassionato e concreto – fino a dirsene figlio – fu Gianni Brera, al quale poi si deve la paternità del Po leghista, di quella specie di mare costretto fra troppo fragili sponde, e della Padania che riceveva dal fiumone pane e dolore. Solo sforzandosi, i padani della Bassa, risalivano col pensiero fino alla sorgente o alla città della Fiat e chissà cosa avrebbe scritto il Gioann se avesse assistito a quel festone di luci e suoni, di fuochi d’artificio strapotenti e musiche strappate agli anni Sessanta o al più recente repertorio di Blues e Rock. Chissà se avrebbe accettato la contaminazione fra il suo fiume e un evento costruito da esperti di marketing e pubblicità per vendere qualche milione di nuove auto con la scusa di celebrare la vecchia 500 che per l’occasione, era il <a href="http://http://blog.libero.it/soloparolesparse/2937747.html">4 luglio del 57</a>, quando nacque compiva cinquantanni. Così è rinata la Piccola, la Cinquecento. L’auto con la quale diventammo tutti Casanova e tutti sportivi. Il risvolto erotico che si attribuisce all’antica Cinquecento deriva da quei sedili ribaltabili che l’ingegner Giacosa produsse certo per facilitarne l’accesso e invece trasformarono la vetturetta in una modesta ma pratica garçonniere. Dall’altra parte, la Piccola del ‘57 dette anche un forte impulso agli istinti sportivi degli italiani che, dopo le iniziali fatiche dovute a un cambio piuttosto rustico, impararono ad eseguire la mitica &#8220;doppietta&#8221; trasformandosi in altrettanti Nuvolari in sedicesimo. La versione Abarth della Cinquecento porta sulle strade d’Italia piccole terribili bombe che sfrecciavano nei rettilinei – niente autostrade, allora – e carambolavano nei tornanti collinari spesso riducendosi a fagotti di lamiera. L’album dei ricordi rappresenta la passione per il <a href="http://www.cinquino.net/">&#8220;cinquino&#8221;</a> – magari riccamente truccato – anche fra i campioni già ricchi e in grado di dotarsi di vetture più grandi, lussuose e potenti. Posavano orgogliosi con la neonata torinese i calciatori più noti (soprattutto juventini) ma anche assi del basket mondiale come Wilt Chamberlain, o del ciclismo come Antonio Maspes e dell’automobilismo come Manuel Fangio. Era diventata anche snob, la Piccola, e l’adottavano artisti, attori, Grandi Firme, un po’ come succedeva con la Vespa immortalata da Gregory Peck e Audrey Hepburn. Non immagino uguale fortuna, fra i campioni, per la Nuova Cinquecento, anche se più bella, più &#8220;facile&#8221;, più dotata e veloce e comoda e brillante dell’antica sorella: non vedo, infatti, nei Nuovi Fusti dello sport quel buon gusto che spesso impediva ai loro antenati di esibire smodatamente la ricchezza acquisita con il boom del calcio-business: già dall’Ottanta, infatti, la Porsche si faceva pubblicità con un &#8220;undici&#8221; di pedatori possessori del &#8220;cavallino di Stoccarda”; oggi mezza serie A corre sui pretenziosi suv Cayenne che costano come un appartamentino e sceglie per le scorribande cittadine la piccola prepotente e ambigua Smart. La Nuova Cinquecento – che Luca di Montezemolo guiderà per mesi per riaffermare le sue non comuni capacità di persuasore non occulto – finirà in realtà, io credo, nelle mani degli italiani che hanno già potuto godersi quella vecchia e che oggi sono talmente numerosi da garantire alla Fiat un grande successo. Sarà per molti l’auto della nostalgia, così morbida da non accentuare i dolori reumatici e al tempo stesso evocatrice di antichi trionfi erotici. Un’auto come un viagra.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Weisz, dallo scudetto al lager]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/07/02/weisz-dallo-scudetto-al-lager/</link>
<pubDate>Mon, 02 Jul 2007 10:16:18 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/07/02/weisz-dallo-scudetto-al-lager/</guid>
<description><![CDATA[l 16 novembre del 1985 l’Italia di Bearzot – già campione del mondo ma in via di ridimensionamento –]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>l 16 novembre del 1985 l’Italia di Bearzot – già campione del mondo ma in via di ridimensionamento – giocò una partita contro la Polonia, a Chorzov, e ne uscì sconfitta da un gol di Dziekanowski. Non fu una partita memorabile, lo fu piuttosto l’occasione che ne scaturì: il giorno prima, una vigilia grigia e fredda, la guida che ci accompagnava durante il breve soggiorno a Katowice ci propose un escursione. A 40 chilometri c’era Oswiecim. Auschwitz. Non fummo molti a scegliere quell’insolito programma. Prevalse anzi l’indifferenza accompagnata da alcuni vivaci e rapidi confronti dialettici. Qualcuno – ricordo bene – disse: “Tutte balle”. Al ritorno, non ebbi il coraggio di parlare – come gli altri compagni di viaggio, in verità &#8211; e preferii scrivere per il mio “Guerino” un pezzo – illustrato con molte foto da me scattate e documenti di repertorio &#8211; , un pezzo che si concludeva con una proposta: padri, insegnanti, portateci i vostri figli, ad Auschwitz, perché vedano, imparino, capiscano. Di quella visita sconvolgente m’è rimasto nella memoria un dettaglio atroce: nel campo di sterminio sormontato da quella oscena scritta in ferro battuto, “Arbei macht frei – Il lavoro rende liberi”, finivano i binari di una ferrovia che attraversava la Slesia e trovava uno snodo importante nella cittadina in cui prosperavano la produzione di gas velenosi usati nei campi di sterminio (lo Zylon B) e le fabbriche della Krupp (acciai) e della IG Farbenindustrie (benzina sintetica e gomma) che sfruttavano il lavoro degli ebrei deportati. Il binario moriva lì, accanto a un largo marciapiede: «I deportati venivano fatti scendere dai vagoni», disse la guida, «e subito intervenivano le guardie per l’operazione più brutale: gli uomini venivano spinti da una parte, le donne dall’altra con i loro bambini. Le famiglie finivano così». È stato questo ricordo che mi ha fatto leggere d’un fiato, con crescente angoscia, un libro di Matteo Marani – redattore al Guerin già durante la mia ultima direzione – dedicato a uno dei più grandi allenatori del calcio italiano, l’<a href="http://fuoridalghetto.blogosfere.it/2007/02/arpad-weisz.html">ebreo ungherese Arpad Weisz</a>, trascorso in pochi anni dagli onori dei campionati vinti a Milano (con l’Ambrosiana Inter nel 1929-’30) e a Bologna (’35-‘36 e ’36-’37) ai campi di concentramento: Dallo scudetto ad Auschwitz (Aliberti editore) è il titolo. E ad Auschwitz Weisz morì di stenti il 31 gennaio 1944 dopo aver perduto per mano dei carnefici nazisti la moglie Elena e i piccoli Roberto e Clara, sottrattigli alla fine del viaggio della morte. Un personaggio famoso, idolatrato dalle <a href="http://quasirete.gazzetta.it/">folle sportive</a>, lo scopritore di Peppino Meazza, uno dei maestri di Fulvio Bernardini, un grande innovatore del calcio di quel tempo, aveva dovuto abbandonare l’Italia che ancora lo amava e rispettava a causa delle leggi razziali introdotte nel 1938 dal regine fascista. Weisz fu costretto a lasciare la guida del Bologna il 26 ottobre del 1938 e trovò asilo in Francia, dove pochi mesi prima l’Italia di Pozzo e Meazza aveva conquistato il suo secondo titolo mondiale. <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Weisz-da-Bologna-ad-Auschwitz-ed-ora-noi-lo-porteremo-a-Cannes/1570248">Se ne persero le tracce ma, soprattutto, si volle dimenticare la sua fine</a>. Non le sue imprese, che spesso ho sentito ricordare a Bologna dai colleghi Giulio Cesare Turrini e Renato Lemmi Gigli e da vecchi campioni come Amedeo Biavati e Raffaele Sansone e da altri suoi antichi discepoli – testimoni non solo degli scudetti ma soprattutto quella Coppa dell’Esposizione (l’equivalente della Coppa dei Campioni d’Europa) vinta a Parigi nel 1937 battendo il Chelsea – senza ulteriori dettagli, tralasciati per imbarazzo o legittima ignoranza. Perché la fine di Weisz era davvero un mistero. Si legge, questa storia, come un romanzo, ed è invece una ricerca minuziosa, accanita, che Marani ha svolto per anni viaggiando per l’Europa, rovistando negli archivi dell’Olocausto, fino a scoprire fra milioni di nomi quello di Weisz nello Yad Vashem – il sito della memoria dello sterminio – fra i deportati dall’Olanda, l’ultimo Paese in cui si era rifugiato con la famiglia. Dall’Olanda cominciò l’ultimo viaggio verso Auschwitz. «Nel gennaio del 1944», racconta Marani, «Weisz non ha più neanche una speranza&#8230;Nelle baracche nude e ghiacce, senza luce né acqua, è sempre più solo. Da un anno e mezzo ha perso la famiglia, da due e mezzo non è più allenatore di calcio, da sei anni ha cessato di essere un cittadino italiano&#8230;Sulla terra Arpad Weison ha più legami. Non ha ragioni per continuare a lottare. Il corpo è stato più ostinato di lui&#8230;Ma stamattina non ha risposto all’appello delle guardie. Non si è fatto trovare sull’attenti nella fila per cinque che divide da un anno e mezzo con gli altri reclusi&#8230;È il 31 gennaio 1944». Alla fine del viaggio alla ricerca di un Uomo, Marani ha fatto un’altra scoperta: Arpad Weisz a Bologna abitava in via Valeriani 39, a meno di trecento metri da casa sua. Era destino che si ritrovassero alla fine di una storia che sembra un romanzo e che adesso nessuno può dire di non sapere.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Capello, un toro nell'arena]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/06/25/capello-un-toro-nellarena/</link>
<pubDate>Mon, 25 Jun 2007 13:50:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/06/25/capello-un-toro-nellarena/</guid>
<description><![CDATA[A pochi giorni dalla fine del Mondiale, un anno fa, la brillante Spagna – brillantina, direi – fu ri]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/italo-cucci/" title="Italo Cucci"><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.thumbnail.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" /></a>A pochi giorni dalla fine del<a href="http://mondiali2006nonsolocalcio.blogosfere.it/"> Mondiale</a>, un anno fa, la brillante Spagna – brillantina, direi – fu rispedita a casa nonostante la sua apparente qualità tecnica avesse strappato agli scommettitori un pronostico favorevolissimo: la vedevano in tanti Campione del Mondo. Per la prima volta. Gli scommettitori. Gli intenditori no. I competenti sanno che la nazionale spagnola è da sempre la quintessenza del velleitarismo tattico. Non ha mai vinto nulla, il calcio spagnolo in maglia rossa. Solo con la maglia bianca delle merengues, solo con il mitico<a href="http://omnisports.blogspot.com/2007/01/barcellona-siviglia-e-real-madrid-in.html"> Real di Madrid</a> forgiato nel tempo dal grande Santiago Bernabeu e da alcuni suoi eredi, è stato dominatore in Europa, facendo per anni della <a href="http://blog.libero.it/progettoeconomia/">Coppa dei Campioni</a> un dominio privato. Ritorno a un anno fa, in Germania, quando – appena spedita la Spagna a casa con le pive nel sacco – un dirigente della Federazione iberica, forse in piena depressione, dichiarò ai media: «Dobbiamo cambiare mentalità. Se vogliamo vincere dobbiamo anche noi far giocare un Gattuso». Mi dispiace non essermi segnato il nome del suddetto: ne traccerei un ricordo rispettoso. Perché temo che lo abbiano fatto fuori. El senor X è praticamente desaparecido. Colpevole di avere detto una verità impossibile. Il calcio spagnolo, preso da sempre dalla fregola offensivista, non ammetterà mai che esista un calciatore “alla Gattuso” degno d’indossare la maglia delle Furie Rosse. I pallonari spagnoli imbrattacarte non accetteranno mai l’idea di un <a href="http://www.nazionaleitalianacalcio.it/">calcio difensivo, “all’italiana”</a>, mai il contropiede come chiave di volta del sistema tattico, mai il principio “prima non prenderle”. Se poi sostituisci a quello di Gattuso il nome di Cannavaro, ecco il dramma farsesco dell’ultima ora: «Non ci interessa vincere con il calcio taccagno di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fabio_Capello">Fabio Capello</a>», ha scritto – insieme ad un congruo numero di offese personali – il direttore di uno di quei fogli sportivi che gridano con la forza dei due esclamativi tutta l’incompetenza che certi critici hanno accumulato in anni e anni di qualunquismo. La storia di Capello la sapete: ha preso in consegna – dopo un estivo brindisi a base di passito in quel di Pantelleria, abbandonando la Juve al suo destino cadetto – un Real Madrid stracotto a puntino, pieno di presunti galacticos che, come Ronaldo, erano più presenti alle sfilate di moda parigine e sui media scandalistici piuttosto che sul campo. Intuiti i suoi progetti…criminosi, le vecchie glorie dell’avvocato Calderon han preso a far flanella, coinvolgendo anche quell’animella di Andonio Cassano da Bari Vecchia che, invece di badare al proprio destino, è diventato una sorta di buffoncello di corte intento a divorare cioccolata e a deridere l’unico tecnico che già a Roma l’aveva preso sul serio e gli aveva insegnato a giocare e a vivere: Fabio Capello. Ceduto Ronaldo per la gioia di Berlusconi e la rabbia dei media qualunquisti, spedito Cassano fuori rosa, collezionate otto sconfitte e l’esclusione dalla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/UEFA_Champions_League">Champions League,</a> Capello ha deciso di far sul serio suscitando quel tanto di professionalità rimasta in Beckham e soci. <a href="http://it.eurosport.yahoo.com/11062007/4/capello-mea-culpa-beckham-david-ci-dato-lezione.html">Beckham</a> non ha rinunciato ai superdollari americani – e infatti se ne andrà a Los Angeles per duecentocinquanta milioni – né alle cenette parigine con Victoria alla Tour d’Argent o alle gite hollywoodiane con Tom Cruise e dolce metà. Ma quando don Fabio ha detto “è ora” si son ritrovati tutti – Roberto Carlos in testa, Cannavaro petto in fuori, Raul con l’orgoglio del leader consumato (in tutti i sensi), Van Nistelrooy con il suo piede d’oro da goleador nato e Beckham con la sua classe esemplare – a realizzare la vittoria impossibile, a conquistare un campionato che doveva essere di transizione o al massimo un lasciapassare per la Champions. Madrid in delirio, panuelos blancos sventolati in segno di letizia, Fabio Capello finalmente ridente con la sua mascella non abusiva spinta verso l’affermazione di una volontà e di uno stile ineguagliabile, lui che ha vinto nove <a href="http://iscers.blogspot.com/">campionati</a> (Juve compresa), due con il mitico Real che adesso lo spinge fra le braccia del tifo ritrovato mentre Calderon e i suoi accoliti sbugiardati dicono no al “taccagno” e lo invitano a togliere le tende. «Dicono che orgogliosamente dovrei sbatter la porta, dimettermi, andarmene corrucciato e sdegnoso», mi confida Capello, «ma se lo tolgano dalla testa: se non mi confermano mi pagheranno fino all’ultimo euro». Si parla di sei milioni, dodici miliardi di vecchie lire. In un modo o nell’altro, Capello è il vincitore. «In realtà», aggiunge el ganador, «vogliono mandare a casa tutti gli italiani: me, il mio staff e Cannavaro». Già: non gli va giù che gli ex italianuzzi ex stortignaccoli abbiano fatto il miracolo di ridar vita a un Real che per veder di meglio deve riandare alle stagioni in cui il grande Saporta dominava gli <a href="http://febbrea90magazine.blogspot.com/">arbitri </a>e insegnava all’Europa intera cosa fosse la sudditanza psicologica ispirata dalla potenza economica e politica di un club fortemente amato da Francisco Franco. Mi piacerebbe aver la vena poetica e ironica di Paolo Conte e cantar gli spagnoli che s’incazzano per aver dovuto chinare la testa davanti al Bisiaco che s’è portato dall’Italia – come in Italia dalla sua terra di confine – la voglia di lavorare, la grinta del comandante, la capacità di fondere gli uomini nel crogiuolo della passione e trasformarli in squadra. Non sarà Bartali, Fabio Capello, ma la sua vittoria – così fastidiosa per tanti spagnoli sbugiardati e tanti italiani accodati alle iberiche miserie dialettiche – è per me, che ci ho sempre creduto, motivo di orgoglio. Come la vittoria mondiale, un anno fa. In fondo, anche stavolta l’icona del successo è <a href="http://www.zarcone.it/2006/07/24/fabio-cannavaro-fan-blog/">Fabio Cannavaro,</a> ‘o guaglione più forte del mondo.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Manuale d'amore 3 e sei subito in serie A]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/06/18/manuale-damore-3-e-sei-subito-in-serie-a/</link>
<pubDate>Mon, 18 Jun 2007 09:55:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>Italo Cucci</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/06/18/manuale-damore-3-e-sei-subito-in-serie-a/</guid>
<description><![CDATA[Chiamiamolo Manuale d’Amore 3 il filmissimo di primavera che Aurelio De Laurentiis ha dedicato al su]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />Chiamiamolo Manuale d’Amore 3 il filmissimo di primavera che Aurelio De Laurentiis ha dedicato al suo Napoli. ‘O Presidente è un uomo di successo anche se gli hanno detto9 che fa un film all’anno. Le sue performances cinematografiche sono in realtà eccellenti, le sue “opere” fanno ridere il botteghino: con <a href="http://franciov.blogspot.com/2007/01/manuale-damore-2-capitoli-successivi.html">Manuale d’Amore 2</a> ha incassato venti euromilioni, diciannove con Il mio miglior nemico, ventiquattro con il filmone natalizio, questa volta Natale a New York. Lo squadrone<img src="http://img409.imageshack.us/img409/3918/bellucciscamarcio2yb1.jpg" align="right" height="216" hspace="5" width="185" /> d’attori che manda in campo ha il pregio d’esser formato di tutti italiani, proprio come l’Aurelio vorrebbe che il Napoli fosse tutto di napoletani: Albanese, Rubini, Volo, Bisio, Ghini, Mandelli, <a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/03/23/mocciosi-in-24-ore-i-10-step-per-diventare-suoi-discepoli/">Muccino</a>, Verdone, De Sica, Scamarcio, De Luigi. In panchina si alternano Giovanni Veronesi, Carlo Verdone e Neri Parenti, firme eccellenti, anche se l’ultimo è quello che “tira” di più. Questa dedica molto cinematografica al Napoli trionfalmente rientrato in Serie A dopo sei anni di tormentata assenza non è una divagazione perditempo ma una sottolineatura necessaria delle capacità di ADL: far gruppo è il suo talento, vincere al botteghino anche, confondere gli avversari con trame semplici la sua tattica. Far soldi il suo mestiere. E va detto perché fino a un mese fa, a Napoli, i presunti amici che oggi saltano sul carro del vincitore avevano avvelenato i tifosi esasperati dalla lunga attesa con spifferate confidenziali di questo tono: la A sarà per un altro anno, ora De Laurentiis non ha soldi per rifare la squadra – e se vuol tener testa a Inter, Milan e Juve, ma anche a Roma e Fiorentina deve fare dieci acquisti – e allora vedrete che le ultime partite le perderà. La inattesa sconfitta di Crotone e il pareggio casalingo con il Napoli liberarono la lingua dei maldicenti che ora se la devono mordere: il Napoli ha fatto sfracelli soprattutto nel finale, costringendo il Genoa a cedergli il secondo posto in classifica. Grande vittoria alla faccia dei nemici che son saltati al sole e ora vaglielo a dire che hanno sperato nella debacle azzurra. Perché a Napoli opera un manipolo di disfattisti le cui mire sono inconoscibili, visto che se non arrivava l’Aurelio per il club di Lauro e Ferlaino sarebbe stata la fine. E invece il filmone popolare <a href="http://vongolablog.myblog.it/archive/2007/06/09/anteprima-foto-preparativi-festa-napoli-in-serie-a.html">è riuscito e il suo regista</a>, Edoardo Reja detto Edy, ha consacrato l’operosità della Premiata Ditta De Laurentiis con una squadra sostanzialmente nata e cementata addirittura in Serie C: le due promozioni consecutive recano infatti innanzitutto la firma di “San” Gennaro Iezzo da Castellamare di Stabia, fra i migliori portieri d’Italia, forse secondo solo a Buffon, e via via Savini, Maldonado, Grava, Giubilato, Amodio, Bogliacino, Gatti, Montervino, Calaiò, Pià e il mitico “Pampa” Sosa; i nuovi come Bucchi e De Zerbi hanno semplicemente partecipato alla lunga corsa a quarantadue ostacoli. E allora ci si chiede come sia possibile conquistare un campionato difficile come quello cadetto con una bella e felice dozzina di ragazzi non ancora ribattezzati campioni, almeno fino a ieri; e ci si chiede ancora perché d’improvviso – appena passata l gran festa – i “sapientoni” abbiano cominciato a invocare rinforzi importanti. Molti tifosi son caduti nella trappola e appena hanno sentito dire da Reja che “nel prossimo campionato il primo traguardo è la salvezza” son tornate fuori le chiacchiere su de Laurentiis al verde. Non sta a me far conti in tasca a ‘O Presidente, ma plaudo in realtà all’avvedutezza della sua amministrazione, alla rinuncia ad ogni follìa, alla gestione prudente e intelligente. Certo il messaggio è nuovo, per Napoli, dove le follìe sono all’ordine del giorno da mezzo secolo. Almeno da quando Achille Lauro, leader monarchico e dunque Re di Napoli, per conquistare i voti dei concittadini ( ne portò a casa trecentomila) gli regalò un grande attaccante, forte, tecnico, veloce, strapotente: lo svesdese <a href="http://www.alenapoli.com/storia/foto/jeppson1.jpg">Hans “Hasse” Jeppson</a>, strappato all’Atalanta per una cifra che fece epoca, 105 milioni, come epoca<img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/a/a5/Jep.jpg" align="right" height="139" hspace="5" width="121" /> fece un aneddoto legato ai suoi giorni napoletani: in una partita fu falciato, Jeppson, e cadde: il polo di Fuorigrotta – spaventato e ironico insieme, secondo natura – gridò “è caduto ‘o Banco ‘e Napule!”. Hasse Gudfot Piededoro segnò la leggendaria presidenza di Lauro che riceveva nudo nato i suoi ospiti e recitava la parte del padre padrone non d’una famiglia ma di una città. Di lì cominciò la rovina del club e del casato: quando Gioacchino Lauro jr. prese il Napoli fece la classica fine del pollo, divorato dai lupi e dai debiti, rovinato da improvvisa passione per i polli. D’allevamento. È rimasta – nei napoletani – un’amichevole diffidenza nei confronti dei presidenti, sofferta senza ragione anche da Corrado Ferlaino che ha scritto la grande storia degli azzurri facendogli vincere due scudetti e una Coppa Uefa; mentre dopo, fra presidenze sciagurate e fattacci d’ogni genere, fino al fallimento, i sospetti dei napoletani erano ampiamente giustificati. E miracolosamente arrivò De Laurentiis a togliere la squadra dalle mani di Luciano Gaucci, attualmente esule sulla spiaggia di Santo Domingo. Del futuro non v’è certezza, almeno per quello che riguarda la classifica. De Laurentiis dice che vuol conquistare l’Europa e il Mondo. Penso che al primo giro dovrà accontentarsi di conquistare l’Italia.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[A Pechino prima le olimpiadi e poi (forse) la rivoluzione]]></title>
<link>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/06/12/a-pechino-prima-le-olimpiadi-e-poi-forse-la-rivoluzione/</link>
<pubDate>Tue, 12 Jun 2007 09:32:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>Lorenzo Grossini</dc:creator>
<guid>http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/06/12/a-pechino-prima-le-olimpiadi-e-poi-forse-la-rivoluzione/</guid>
<description><![CDATA[Il 4 giugno scorso, nel diciottesimo anniversario della strage di Piazza Tienanmen, ha ripreso vigor]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://indipendenteonline.wordpress.com/files/2007/03/cucci.thumbnail.jpg" alt="Italo Cucci" align="left" hspace="5" />Il 4 giugno scorso, nel diciottesimo anniversario della strage di Piazza Tienanmen, ha ripreso vigore la protesta internazionale contro i Giochi Olimpici di Pechino 2008. Tutti hanno ricordato l’immagine di quello Studente Ignoto che avanza coraggiosamente contro i carri armati inviati da Deng Xiaoping e le centinaia (forse migliaia) di vittime della repressione, in maggioranza studenti. L’invito a boicottare<img src="http://img263.imageshack.us/img263/9902/tiananmenpq8.jpg" align="right" height="237" hspace="5" width="234" /> l’Olimpiade cinese vengono soprattutto dagli intellettuali – spesso progressisti – abituati a scoprire le nefandezze del regime comunista cinese (come di altre spietate dittature) soprattutto in occasione di eventi sportivi. I fitti rapporti economicofinanziari fra i Paesi dell’Occidente e il colosso asiatico, sottolineati da missioni governative o diplomatiche guidate da capi di stato pieni di riverente ammirazione per gli abili statisti di Pechino, non suscitano scandalo. E viene seguita con avarissima attenzione l’annosa sfida della Chiesa cattolica alle prevaricazioni del regime in ambito religioso. Tutti i rapporti d’interesse, tutti gli intrallazzi commerciali, tutte le illegalità – a volte aberranti come l’uso su larga scala della pena di morte, gli infanticidi e l’assenza di elementari diritti civili &#8211; vengono tollerati. L’idea di Pechino 2008 no. E invece basterebbe conoscere la storia dello sport degli ultimi decenni per rendersi conto – <a href="http://indipendenteonline.wordpress.com/2007/04/23/lo-sport-contro-i-tiranni-lo-sport-per-la-democrazia/">come ho già avuto modo di scrivere</a> – che solo i grandi eventi sportivi universali possono costituire un deterrente all’avanzata delle diatture più o meno travestite. Parlai infatti, settimane fa, dello Sport come grande esportatore di democrazia. Ho prove in abbondanza di quanto dico, ma mi basta citare un paio di eventi storici, i Mondiali di Argentina ‘78 e l’Olimpiade di Mosca ‘80, per asserire che lo sport è il più pericoloso nemico dei regimi totalitari. <a href="http://www.dittatori.it/videlajorge.htm">Jorge Rafael Videla</a> e i generali argentini giunsero ad ottenere un clamoroso trionfo vincendo il “loro” Mondiale, ma dal giorno dopo la preziosa conquista sbandierata come frutto della Rinascita guidata dai militari, l’infiltrazione “nemica” – grazie soprattutto all’informazione planetaria provocata dall’evento – iniziò il percorso che li portò alla defenestrazione. Tutto cominciò un giorno del giugno ‘78 in Plaza de Mayo – io c’ero – quando giornalisti di tutto il mondo, pur con grave ritardo rispetto alle denunce dei perseguitati – poterono assistere alle sfilate delle Madri Piangenti dei desaparecidos. Io stesso, che avevo sostenuto la candidatura dell’Argentina dei generali – d’altra parte l’Italia aveva scarsi titoli per accusare gli argentini: alla vigilia del Mondiale a Roma era stato ucciso Aldo Moro &#8211; mi trovai a testimoniare l’infinita pena di quella gente disperata con articoli che nel 1998 dopo furono ripresi da un periodico progressista di Buenos Aires, la Semana, nelle celebrazioni del ventennale dell’evento che aveva segnato la resistibile ascesa della giunta Videla. Per lo stesso motivo – ovvero l’irrefrenabile spinta dei mezzi d’informazione presenti in dosi massicce come mai prima – e in misura ancora più grande, vista la polemica aperta dalla rinuncia degli Stati Uniti a partecipare ai Giochi &#8211; la trionfalistica Olimpiade di Mosca ‘80 di Breznev e compagni si trasformò in un micidiale boomerang. Bene fece allora l’Italia – e fu una decisione intelligente che va attribuita, e sottolineata perché rara, se non unica, a Franco Carraro allora presidente del Coni – a inviare i suoi atleti a Mosca, in disaccordo con il diktat americano: la nostra diplomazia “sportiva” ottenne risultati superiori a quelli sportivi proprio nei giorni in cui anche il nostro Paese viveva una situazione destabilizzata, sottolineata dalla strage della stazione di Bologna. Tutti vedemmo cos’era l’Unione Sovietica nella sua realtà di regime dittatoriale e potemmo raccontare all’Occidente i dettagli della povera vita quotidiana dei moscoviti privi di libertà: per tutto un mese funzionarono i telefoni intercontinentali, le televisioni e i giornali poterono rivelare i misteri dell’Impero Rosso. Anche i numerosi giornalisti militanti a sinistra, abituati a cantar le lodi del Paradiso Sovietico, dovettero testimoniare il più che precario stato delle libertà civili mal celato dai fasti sportivi. Anche perché l’arroganza dei signori del Kremlino non era riuscita spesso a contenersi e ad assecondare la recita delle virtù linerali al servizio dell’Olimpiade: proprio in quei giorni – come la scorsa settimana – una delegazione di radicali e omosessuali fu accolta all’aeroporto di Sheremetievo da agenti che abbandoarono in violenze e sevizie. Di lì a un anno, tornato a Mosca e Leningrado per un reportage sul dopo Olimpiade, scoprii ch’era tornato anche il coprifuoco. Ma pochi mesi dopo già davano frutti i semi della glasnost e della perestroika. L’Olimpiade aveva fatto crescere la voglia di democrazia. Così sarà a Pechino, ne sono certo. I Giochi abbatteranno le ultime barriere. Non a caso potei, alla fine del 1981, viaggiare in lungo e in largo per la Cina, da Pechino a Shangai a Canton, per soddisfare la curiosità dei cinesi che mi organizzarono una serie di incontri con giornalisti e tecnici interessati a conoscere le mode e i modi dello sport occidentale. Potei dare il mio piccolo contributo a un’organizzazione che limitava l’attività sportiva a parate giovanili di stampo fascista senza curare l’aspetto del gioco di squadra agonistico. Nell’Ottantadue potei mostrare in Spagna ai maggiori rappresentanti dello sport cinese guidati da un intelligente funzionario, il dottor Cheng Chen Da, le bellezze del calcio. Tifarono per l’Italia e ne ebbero soddisfazione. Dove cresce lo sport cresce inevitabilmente il senso della libertà. Ci ricorderemo di dedicare l’Olimpiade di Pechino ai ragazzi della piazza Tienanmen: se si faranno per i tanti giovani che vogliono confrontarsi con i coetanei di tutto il mondo, sarà anche merito loro.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>

</channel>
</rss>
