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	<title>libri-e-letture &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "libri-e-letture"</description>
	<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 12:49:23 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Seconda cronaca: bambini canonici alle prese con la grande domanda]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2009/11/27/seconda-cronaca-bambini-canonici-e-domandanti/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 09:27:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
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<description><![CDATA[In genere non preparo mai i miei incontri di filosofia con i bambini. O meglio, ho in mente qualche ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/11/la-grande-domanda1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3845" title="La grande domanda" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/11/la-grande-domanda1.jpg" alt="" width="225" height="240" /></a></p>
<p>In genere non preparo mai i miei incontri di filosofia con i bambini. O meglio, ho in mente qualche traccia, alcune parole-chiave, suggestioni di incontri precedenti. Ma nulla di più. Tuttavia, forse per una qualche maniera strutturale di funzionare della nostra ragione e del linguaggio, bene o male le discussioni si vanno organizzando secondo le canoniche tre aree della filosofia ellenistica: la <strong>logica</strong>, la <strong>fisica</strong>, l&#8217;<strong>etica</strong>. Si parte sempre dalla mente, dalle sue possibilità e capacità, dagli attrezzi che abbiamo a disposizione, dal &#8220;come funzioniamo&#8221;. Poi ci si guarda attorno (e anche un po&#8217; dentro), per vedere com&#8217;è fatto il mondo, e di rimbalzo come siamo fatti noi, e che relazione c&#8217;è tra questa nostra costituzione e la costituzione del mondo, l&#8217;interno e l&#8217;esterno, e quale <em>arché</em>, legge o principio regga le sorti di tutto quanto. Ma poi si va sempre a finir lì: la morte, il senso della vita, il dolore, la felicità, io e gli altri &#8211; l&#8217;etica a tutto campo.</p>
<p>I bambini, da questo punto di vista, intuiscono già quali sottili differenze attraversino i piani labirintici del domandare: tra un <em>chi</em> (o <em>che cosa</em>) ha fatto il mondo, un <em>come</em> è stato fatto e un <em>perché</em>, sanno raccapezzarsi piuttosto egregiamente. E mentre per i primi due livelli sanno esserci le comode teorie scientifiche (o eventualmente religiose)  a dar risposte a catinelle, per l&#8217;ultimo capiscono al volo che le cose si fanno un po&#8217; più complicate.</p>
<p><!--more-->Se poi il conduttore del gioco, un po&#8217; perversamente, decide di introdurre surrettiziamente il concetto del <strong>nulla</strong> e chiede loro che cosa ne pensano e che rapporto c&#8217;è tra quel <em>nulla</em> e il <em>qualcosa</em>, anche polveroso, atomico o fantasmatico che deve pur esserci, altrimenti non saremmo qui a parlarne&#8230; beh, allora il gioco dell&#8217;astrazione rischia di farsi un po&#8217; pesante. Il primo canone comincia a scricchiolare, il secondo è già sequestrato dalla scena scientifica, forse è allora meglio tornare al terzo, che per quanto impervio sia offre maggiori possibilità creative.</p>
<p><em>La grande domanda, </em>il libro del geniale illustratore tedesco <strong>Wolf Erlbruch</strong>,  ci riporta così sulla carreggiata. Le risposte sono variegate ed imprevedibili, talvolta buffe (come i disegni) o perfino impacciate: &#8220;<em>per svegliarti presto</em>&#8221; &#8211; risponde ad esempio il panettiere, &#8220;<em>per obbedire</em>&#8221; &#8211; dice il soldato, &#8220;<em>per imparare la pazienza</em>&#8221; &#8211; ci suggerisce la saggezza del giardiniere, <em>&#8220;per stare qui</em>&#8221; &#8211; questa volta è l&#8217;immobile e parmenidea pietra a parlare, &#8220;<em>per contare fino a tre</em>&#8221; &#8211; è l&#8217;ovvia risposta del numero in questione, &#8220;<em>per accarezzare le nuvole</em>&#8221; &#8211; è quella poetica dell&#8217;aviatore, &#8220;<em>per amare la vita</em>&#8221; &#8211; è la dialettica e sibillina risposta della morte&#8230; Ma la risposta più simpatica è quella dell&#8217;anatra (la stessa che sarà protagonista di un successivo meraviglioso <a href="http://mariodomina.wordpress.com/2007/05/16/la-morte-raccontata-ai-bambini/">albo</a> proprio sulla morte): &#8220;<em>non ne ho la più pallida idea</em>&#8220;.<br />
Il libro si chiude con due pagine interamente bianche &#8211; cosa che fa notare alla solita Martina come tutti i personaggi latori di risposte escano a loro volta dalla pagina vuota, e dunque dal nulla, annotazione intelligente al quadrato visto che: a) è concettualmente così; b) è anche una precisa scelta estetica dell&#8217;illustratore.<br />
Ma non è finita: dopo il nulla c&#8217;è ancora qualcosa, una sorta di registro in cui annotare in date successive le successive risposte. Come a dire: la relatività della risposta dipende da <em>chi</em> si è, da <em>dove</em> ci si trova e da <em>quando</em> si è &#8211; una &#8220;lezione&#8221; che è bene che i bambini imparino presto.<br />
Dimenticavo (ma non serve specificarlo, poiché si sarà già capito): la grande domanda è &#8220;<em>perché sei qui?</em>&#8220;.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Transanimali]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2009/11/13/transanimali/</link>
<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 14:47:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
<guid>http://mariodomina.wordpress.com/2009/11/13/transanimali/</guid>
<description><![CDATA[Mentre un paio d&#8217;anni fa mi baloccavo con la prospettiva del transumanesimo, sono ora tornato ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/11/coverimage-php.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-3748" title="coverimage.php" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/11/coverimage-php.jpeg" alt="coverimage.php" width="194" height="300" /></a></p>
<p>Mentre un paio d&#8217;anni fa mi baloccavo con la prospettiva del <a href="http://mariodomina.wordpress.com/2007/07/25/la-specie-la-storia-il-destino/">transumanesimo</a>, sono ora tornato alla <strong>questione umano-animale</strong>: altro che trovarsi <em>al di là</em> dell&#8217;umano, siamo in realtà ben piantati ancora nell&#8217;<em>al di qua</em> dell&#8217;animale! Ma forse, a ben vedere, non mi sono mai mosso, se è vero che il nucleo profondo della domanda circa la <strong>natura umana</strong> &#8211; il <em>che cosa siamo</em> e il <em>perché siamo qui</em> e <em>che cosa ci stiamo a fare</em> &#8211; sta proprio in quel transitare (ed oscillare) da un luogo all&#8217;altro della costellazione dei significati e delle categorie. Cioè: ci si domanda chi o che cosa si è, solo quando l&#8217;ente domandante si distacca dal suo essere l&#8217;ente-che-è per traslare verso un ente-specchio, un doppio, un altro-da-sé che lo rappresenti.<br />
Da quel che sappiamo (ma anche questa è una presunzione, nel duplice senso del pre-sumere e dell&#8217;essere presuntuoso), l&#8217;unico ente che si fa questo tipo di domanda è l&#8217;essere umano. Un ente che, evidentemente, non trova pace nell&#8217;essere l&#8217;ente-che-è, e che tende ad immaginare se stesso (<strong>immaginazione</strong> è qui parola e facoltà-chiave) come un ente in perenne divenire, e dunque un ente molteplice e cangiante, che punta a tramutare l&#8217;odiosa necessità naturale (il suo essere soltanto quel che è) in una proteiforme e continua plasmabilità (ciò che qualcuno ha definito in termini di <em>libertà</em> e <em>perfettibilità</em>).<br />
Un ente ha un senso (una direzione, un verso) o un significato (un rinvio ad altro), solo quando vive questa condizione di duplicazione, riflessione, alienazione &#8211; ovvero <em>eccentricità</em>, per usare il concetto  di cui si serve Helmuth <strong>Plessner</strong>, che vede la specificità umana proprio nell&#8217;autocoscienza, cioè nella capacità di uscire dal proprio centro biologico e di osservarsi così dall&#8217;esterno. Siamo dunque animali che non si sentono tali, umani che non si accontentano di essere tali, enti in transizione verso altro; enti traslati, eccentrici, differiti e differenti, transitori; transanimali, ma anche transumani &#8211; né bestie né dèi, come diceva Aristotele.<br />
Ma mentre mi arrovellavo su questi temi, in compagnia del buon Baruch, che già aveva contribuito non poco ad un necessitante bagno di umiltà, ecco che piomba dal cielo filosofico americano, direttamente da Miami, un libro che spariglia di nuovo le carte.</p>
<p><!--more-->Mark <strong>Rowlands</strong>, autore di <em>The Philosopher and the Wolf: Lessons from the Wild on Love, Death and Happiness</em>, ora tradotto anche in italiano, racconta della sua decennale esperienza con Brenin, il <strong>lupo</strong> che finirà per considerare come un vero e proprio fratello. Non c&#8217;è nulla di strano nel relazionarsi ad un &#8220;animale&#8221;, lo facciamo tutti e di continuo, senonché chi lo fa in questo caso è un filosofo, e l&#8217;animale prescelto è un lupo, dunque uno degli archetipi e dei simboli fondamentali della nostra costituzione antropologica (per lo meno di quella occidentale) &#8211; mentre il rapporto che li lega è davvero speciale, direi quasi orizzontale e &#8220;alla pari&#8221;. Ma soprattutto è costellato, al di là della consuetudine decennale e della passione, da una profonda riflessione sulle questioni con cui da almeno quattro anni mi vado baloccando.<br />
La relazione con un animale è un po&#8217; come guardarsi allo specchio, e infatti fin dalle prime pagine Rowlands dichiara che nel parlare di questo tipo di esperienze una delle domande di fondo resta pur sempre quella relativa alla &#8220;natura umana&#8221;, al che cosa siamo. Ciò che presumiamo ci renda &#8220;unici&#8221;. L&#8217;elenco delle risposte finora date dai filosofi, ma anche dal senso comune, è più o meno noto e risaputo:<br />
-la capacità di creare cultura allontanandoci (e proteggendoci) dalla natura<br />
-la capacità di distinguere il bene dal male<br />
-la ragione<br />
-l&#8217;uso del linguaggio<br />
-il libero arbitrio<br />
-la capacità di amare<br />
-la consapevolezza della morte<br />
Al termine del consueto elenco, Rowlands tira una bella riga rossa e suggerisce la sua risposta:</p>
<p><em>&#8220;Io non accredito nessuna di queste tesi come la testimonianza di un profondo abisso tra  noi e le altre creature. Loro fanno alcune cose che noi pensiamo non siano in grado di fare. E noi non siamo in grado di fare alcune cose che pensiamo di poter fare. Per il resto, be&#8217;, è soprattutto una questione di livello piuttosto che di genere. La nostra unicità sta invece, e semplicemente, nel fatto che noi ci raccontiamo tali storie e, soprattutto, possiamo davvero indurre noi stessi a crederci. Se volessi definire gli esseri umani con una frase, direi: gli uomini sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su se stessi. In altri termini, gli esseri umani sono animali creduloni&#8221;.</em></p>
<p>Esseri immaginari, come ben sapeva <strong>Spinoza</strong>, che non vivono in sé ma nel simulacro traslato di sé, e che oltretutto fingono di continuo.<br />
Rowlands tratteggia qua e là, mentre narra di Brenin, una vera e propria <em>fenomenologia antropologica</em> che parte proprio dal presupposto ontologico &#8211; transitivo ed eccentrico  &#8211; che ho brevemente schizzato sopra. Non si tratta di uno studio sistematico (il testo ha un carattere dichiaratamente divulgativo), ma questo non solo non ne inficia l&#8217;impianto teorico, ma direi anzi che la narrazione appassionata, sincera e a tratti spietata, il livello autobiografico e l&#8217;anatomia di un rapporto così speculare, l&#8217;intrecciarsi e l&#8217;alternarsi del piano emozionale con quello più distaccato della riflessione, tutto ciò ne amplifica la portata e lo rende un libro prezioso con momenti esaltanti e, insieme, di vitale esultanza. In maniera a suo modo paradossale, visto che Rowlands inclina filosoficamente al <strong>pessimismo</strong> (altro nome per indicare <em>le cose come stanno</em>, e non come ci illudiamo che siano o vorremmo che fossero) &#8211; oppure, se si preferisce, al nudo e crudo <em>vero</em> di leopardiana memoria. Senza veli né ipocrisia.</p>
<p>Ma veniamo ai punti teorici principali della riflessione che si snoda lungo il testo, e su cui intendo tornare più estesamente (qui sono solo accennati, in modo per lo più ellittico e allusivo):</p>
<p>a) il <strong>fattore-scimmia</strong>: intelligenza meccanica e machiavellica, capacità di manipolare non solo gli oggetti ma soprattutto i propri simili, arte dell&#8217;inganno e della dissimulazione &#8211; come tratti costitutivi e imprescindibili della nostra &#8220;umanità&#8221;;</p>
<p>b) un&#8217;esemplare trattazione del problema del <strong>male</strong>, come produzione sistematica dell&#8217;impotenza: gli umani sono quegli animali in grado di indebolire le cose in modo da poterle usare e, nel far questo, progettano la possibilità stessa del male;</p>
<p>c) una ri-lettura poco lusinghiera del <strong>contratto sociale</strong>, concepito come piano di esclusione dei &#8220;non equivalenti&#8221; dalle dinamiche di potere e come apologia dell&#8217;apparenza. Qui Rowlands,  partendo dal concetto rawlsiano di &#8220;posizione originaria&#8221;, avanza alcune proposte interessanti, secondo cui il contratto deve poter estensivamente valere per soggetti deboli ed animali;</p>
<p>d) alcune note paraepicuree sulla <strong>morte</strong> da intendersi come puro limite della vita;</p>
<p>e) connessa a queste ultime, una finale esplorazione del nodo della <strong>temporalità</strong> umana e della sua fondamentale eccentricità (con alcune interessanti considerazioni critiche su felicità, desiderio, progettualità), che si ricollega ai temi che ho esposto in apertura.</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p><em>Che cosa siamo, in fin dei conti?</em><br />
Fondamentalmente animali, o per meglio dire scimmioni (od anche scimmiette) con un cervello un po&#8217; più grosso, una socialità molto sviluppata, e una grande capacità di avviluppare il pianeta, fare del male, ingannare gli altri e noi stessi, e vivere in ultima analisi in una condizione di perenne differimento: sperare, desiderare, tendere verso ciò che non siamo. Frecce temporali incendiarie, come con azzeccata metafora ci descrive Rowlands.<br />
Tutto qui.</p>
<p><em>(naturalmente, continua&#8230;)</em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Proprietà, deiezioni, deviazioni]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2009/09/18/proprieta-deiezioni-deviazioni/</link>
<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 08:24:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
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<description><![CDATA[Nel suo breve e però densissimo saggio Il mal sano: contaminiamo per possedere? (Le Mal propre, edit]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/09/serres1.gif"><img class="alignright size-medium wp-image-3348" title="Serres" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/09/serres1.gif?w=197" alt="Serres" width="158" height="240" /></a>Nel suo breve e però densissimo saggio <em>Il mal sano: contaminiamo per possedere?</em> (<em>Le Mal propre</em>, edito in Italia dal Melangolo nel 2009), il filosofo francese<strong> Michel Serres</strong> delinea con il suo linguaggio tipicamente enigmatico-allusivo una sorta di fenomenologia umano-animale delle strategie di <strong>appropriazione</strong>. La domanda cruciale, per quanto antropomorficamente posta, è se gli esseri viventi, <em>esistenti in quanto insediati in un luogo</em>, sono di questo &#8220;proprietari&#8221; o &#8220;affittuari&#8221;. Naturalmente non sarebbe così fondamentale rispondervi se una specie animale non avesse sopraffatto tutte le altre proprio per quanto concerne le dinamiche di appropriazione e non si fosse messa così nella situazione di farsi domande vagamente apocalittiche. Resta però il fatto che quella specie, autodenominatasi <em>Homo sapiens</em>, si innesta originariamente nello spazio che ha poi via via integralmente occupato, attraverso modalità del tutto &#8220;naturali&#8221;: gli umani (specie maschi) marcano in origine gli oggetti, i territori, gli spazi, ed anche gli altri corpi (specie di donne e bambini), attraverso le secrezioni del corpo &#8211; dall&#8217;urina allo sperma, fino ad arrivare al sangue che inzuppa le terre delle nazioni in guerra.<br />
Questo <em>marcare</em> (Serres, che è anche un linguista, ci apre spesso interessanti scenari etimologici), in origine &#8220;<strong>duro</strong>&#8220;, cioè secondo la terminologia utilizzata dall&#8217;autore attinente alle forze fisiche, all&#8217;energia, alla materia, si propaga lungo tutta la storia <em>ominescente</em> della specie fino alla modalità &#8220;<strong>dolce</strong>&#8221; dell&#8217;epoca attuale, una forma cioè eminentemente costituita da codici, segni, linguaggi &#8211; quelli ad esempio dei marchi pubblicitari, dei loghi, delle firme.</p>
<p><!--more--> (A tal proposito sarebbe interessante riflettere sul termine &#8220;pubblicità&#8221; e sulla sua apparente paradossalità, al limite dell&#8217;ossimoro, laddove viene reso massimamente pubblico ciò che è massimamente proprio e privato &#8211; il marcare l&#8217;oggetto con la firma, un&#8217;orina simbolica e inodore, e il renderlo desiderabile, disponibile, &#8220;proprio&#8221; per chi lo acquista, tramite quell&#8217;altro incredibile arcano denominato &#8220;denaro&#8221;&#8230; anche se in realtà, come suggerisce Serres, il recare sul proprio corpo o intorno a sé i segni di quel marchio finisce per significare non che l&#8217;oggetto sia <em>mio,</em> ma che io appartenga all&#8217;oggetto, e, dunque,  per proprietà transitiva al suo reale proprietario-detentore).<br />
Questo processo <em>naturale</em> e in linea con i comportamenti animali (in particolare dei mammiferi) smentirebbe clamorosamente l&#8217;assunto roussoiano della <strong>convenzionalità della proprietà</strong> (&#8220;Il primo che, avendo recintato un terreno&#8230;&#8221;): al contrario, sostiene Serres, vi si percepisce &#8220;un sentore di urina, deiezioni, sangue, cadaveri in putrefazione&#8221; (p. 20).<br />
Il problema sorge nel momento in cui tale massa di deiezioni  si fa pressante ed intollerabile, non solo sulle altre specie ma anche sulla specie emittente: da una parte con montagne di rifiuti, di emissioni &#8220;dure&#8221;, dall&#8217;altra con il profluvio di quelle &#8220;dolci&#8221;, la bolla inquinante cioè costituita dalle &#8220;immagini e i vari tsunami della scrittura, del segno, del logo&#8221;, da quell&#8217;affollamento di codici, con il proliferare di rumori, di informazioni, il bombardamento costante di messaggi, l&#8217;induzione sistematica a desiderare ogni cosa e ad espandersi in  ogni luogo &#8211; una contaminazione <em>moderata</em> ma ancor più invasiva di quella sottesa delle scorie e dei dissesti ambientali.<br />
Da questo punto di vista, Serres ci fa notare come le strategie di appropriazione siano strettamente connesse ai<strong> saperi</strong>, <em>in primis</em> a quelli <strong>geografici</strong> (in senso lato): il nostro mappare &#8211; ed irretire &#8211; il mondo e lo spazio, costituiscono la crosta dura dell&#8217;appropriazione, anzi si potrebbe dire, rovesciando, che è l&#8217;appropriazione in quanto copertura originaria del mondo, il modo in cui noi lo guardiamo e lo consideriamo: la proprietà diventa così rappresentazione e codice unico del mondo &#8211; cioè, parafrasando Schopenhauer, il <em>mondo come proprietà e rappresentazione</em>. Mi verrebbe da aggiungere che il mondo appartiene in primo luogo alla classe più o meno ristretta e storicamente variabile di possidenti che<em> se ne appropria perché sa e sa perché se ne appropria</em> &#8211; esso è così la rappresentazione di questa classe, e a tutti gli altri in via gerarchica e verticale vengono lasciate le briciole, e sempre più spesso la <em>monnezza</em>&#8230;</p>
<p><em>Che fare,</em> giunti a questo punto?<br />
Solo una rimozione e un costruire riserve ci potrà salvare.<br />
<strong> Rimuovere</strong>: innanzitutto quella crosta, quella patina contaminante e insozzante, e scoprire dietro di essa l&#8217;in-definito, il non-proprio, ciò che non può essere irretito: un&#8217;assenza, probabilmente, oppure territori i cui nomi evocati da Serres sono il bello, il niente, persino dio!<br />
<strong> Riservare</strong>: considerarsi <em>affittuari</em>, non <em>proprietari</em>: &#8220;Affittuario, libertario&#8221;, lo slogan che ci viene suggerito. Serres tiene costantemente a vista il &#8220;dato&#8221; duro e assodato della nostra condizione animale e naturale: sprovvisto di luogo nessun essere vivente può esistere, cosa che denota una sorta di &#8220;debolezza universale&#8221;, una vera e propria fragilità ontologica e costitutiva.</p>
<p>(<em>En passant</em>,  il filosofo francese trova nella figura di <strong>Gesù</strong> un interessante esempio di deviazione da tale condizione naturale: colui che nasce da madre vergine, dunque privo di collocazione fin nell&#8217;utero, il nato senza tetto, il nomade che vaga nel deserto e in giro per la Galilea, e che verrà infine sottratto anche al luogo ultimo, quello della tomba&#8230; Vorrei a tal proposito accostare a quella di Gesù una figura molto più modesta e dimessa, il mio personale eroe libertario e antimilitarista, e cioè il Michael K di <strong>Coetzee</strong>, colui che fugge da tutti i luoghi della reclusione forzata, dai campi, dai fili spinati, e la cui casa provvisoria è un piccolo orto con qualche zucca, ma ancor più la strada, e un cucchiaino ripiegato per cavare l&#8217;acqua dal pozzo &#8211; tutto quello che basta per vivere&#8230;).</p>
<p>&#8220;Il primo che, avendo chiuso un giardino, osò dire &#8216;questo mi basta&#8217; e rimase <em>egonomo</em> senza ambire a più spazio, fece la pace con i suoi vicini e mantenne il diritto di dormire tranquillo, di scaldarsi, e inoltre il diritto divino di amare&#8221; (107). Ecco del Jean-Jacques in versione Serres&#8230; <em>Riserva</em> diventa qui la parola-chiave, in un triplice significato: il mondo come scorta e tesoro; la nostra disposizione soggettiva fondamentale dovrà essere a sua volta riservata (&#8220;cautela, organizzazione, moderazione, modestia, rispetto, discrezione, decenza, pudore, ammirazione sconfinata&#8230;&#8221;); infine, il dovere ereditario di riserva per le future generazioni.</p>
<p>Non ho fondamentalmente nessuna obiezione (per lo meno in termini generali) da muovere al discorso di Michel Serres &#8211; anche la solita di tipo politicistico, che scatta in me come un riflesso condizionato (cioé: come passare dalla teoria alla prassi, dalle parole ai fatti? quali proposte politiche concrete, quali prospettive, forme di organizzazione, ecc.) &#8211; ebbene quell&#8217;obiezione risulta essere sempre meno pertinente, anche perché  mi sto vieppiù convincendo che al &#8220;fare&#8221; smanioso occorre contrapporre un &#8220;non fare&#8221;, un astenersi o un contro-fare critico, che non vuol dire certo ritirarsi in campagna o rinunciare.<br />
Bisognerebbe però indagare meglio il presupposto di base (forse presente nei suoi testi <em>Hominescense</em> o<em> Qu&#8217;est-ce que l&#8217;humain?</em> ), a proposito del rapporto della specie umana con la sua base naturale, non tanto perché essa abbia una base meta-naturale, un non-luogo immateriale da cui prende le mosse o a cui dovrebbe tendere, ma perché deve poter rispondere alla domanda sulla capacità di gestire ed eventualmente di modificare questo rapporto.<br />
Seguendo il filo del ragionamento di Serres, si aprirebbero in sostanza i seguenti scenari:<br />
A) il processo di appropriazione è naturale e siamo predestinati a percorrerlo fino in fondo, fino all&#8217;esito finale, foss&#8217;anche il disastro e l&#8217;estinzione &#8211; e ogni alternativa è puramente illusoria;<br />
B) vi sono risorse sia a livello razionale che a livello istintivo (magari nello stesso impulso all&#8217;autoconservazione) che possono essere mobilitate per modificare quel corso, gestirlo e dargli sbocchi diversi;<br />
C) né <strong>necessità</strong> né <strong>libertà</strong>: solo il caso, l&#8217;ignoto, le sorprese riservateci dalla <strong>possibilità</strong> potranno interrompere e deviare la mega-macchina su altri binari.<br />
Ma tutto questo ci riporta agli eterni dilemmi, e alla magnifica (e ingegnosa) sintesi che ne ha dato il grande <strong>Epicuro</strong>: siamo una cascata lineare, una pioggia atomica inarrestabile (come voleva il padre del materialismo Democrito), ma qualcosa ad un certo punto può sempre indurre una leggera deviazione, un <strong><em>clinàmen</em></strong> che potrà condurci in altri luoghi &#8211; o non-luoghi&#8230;.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Pillole filosofiche]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2009/08/08/pillole-filosofiche/</link>
<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 22:10:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
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<description><![CDATA[La piccola casa editrice veneta Edizioni del Baldo, specializzata in manualistica, ha pubblicato lo ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/08/coverimage-php1.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3199" title="coverimage.php" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/08/coverimage-php1.jpeg?w=88" alt="coverimage.php" width="88" height="150" /></a>La piccola casa editrice veneta Edizioni del Baldo, specializzata in manualistica, ha pubblicato lo scorso maggio un libriccino intitolato <em><strong>Aforismi di filosofia</strong></em>, che raccoglie frammenti, &#8220;pillole&#8221; filosofiche, e perle di saggezza spaziando dalla filosofia antica a quella contemporanea con qualche incursione in Oriente. Nella breve introduzione viene data una definizione di &#8220;aforisma&#8221; con alcune note sulle sue condizioni di riuscita: innanzitutto la brevità e la concisione, non disgiunte però dalla profondità; non guasta  un pizzico di ironia; ma ancor più l&#8217;abilità della scrittura. Viene cioè richiesta all&#8217;<em>aforista</em> &#8220;una profonda padronanza del concetto per riuscire a bilanciare la massima densità sostanziale in un minimo di brevità formale&#8221;, oltre ad una sorta di equilibrismo tra leggerezza e sostanza, arguzia e riflessione. Quando riesce, l&#8217;aforisma è un &#8220;breve accordo armonico che a volte apre a un approfondimento, altre invece, sottile, insinua un dubbio, un ripensamento&#8221;.</p>
<p>Non si può che essere d&#8217;accordo, senonché il tentativo di raccogliere &#8211; suddivisi per argomenti (definizioni di filosofia, tempo, libertà, amore, bellezza, ecc.) &#8211; pensieri  espressi attraverso modalità così diverse tra loro, non è detto sia semplice e soprattutto che sortisca gli effetti sperati. Anche perché si potrebbe generare una commistione indigesta di stili, dovuta al fatto che si giustappongono aforismi per davvero (scritti con quell&#8217;intenzione) e semplici estrapolazioni o citazioni, non sempre limpide o pertinenti.<br />
E&#8217; tuttavia possibile operare una scelta, e decidere se è il caso di calarsi il libro, con le pillole in esso contenute, tutto in una volta (giusto per vedere l&#8217;effetto che fa), oppure se spigolare qua e là, di tanto in tanto, un po&#8217; come mandar giù una caramella&#8230;</p>
<p>Non ho però potuto esimermi dallo sceglierne alcuni che mi sono piaciuti particolarmente. Ne ho selezionati <strong>sei</strong>: il primo per profondità, il secondo per il pathos poetico, i successivi tre per l&#8217;originalità e la precisione della metafora utilizzata &#8211; mentre l&#8217;ultimo, quello di <strong>Platone</strong>, che a rigore non è un aforisma, è però così potente e lapidario da apparire quasi come l&#8217;essenza del platonismo in una riga&#8230;</p>
<p><!--more--><em>&#8220;Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure toccati”</em> (Wittgenstein)</p>
<p><em>“A rigore la filosofia è nostalgia, il desiderio di trovarsi dappertutto come a casa propria” </em>(Novalis)</p>
<p><em>“Capita alle persone veramente sapienti quello che capita alle spighe di grano: si levano e alzano la testa dritta finché sono vuote, ma quando sono piene di chicchi cominciano a umiliarsi e ad abbassare il capo” </em>(Montaigne)</p>
<p><em>&#8220;La filosofia è la balia asciutta della vita. Veglia sui nostri passi, ma non per allattarci”</em> (Kierkegaard)</p>
<p><em>&#8220;La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare&#8221; </em>(Schopenhauer)</p>
<p><em>&#8220;La scienza non è altro che percezione. Non si possono concepire i molti senza l&#8217;uno&#8221;</em> (Platone)</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Sedicenti blog e Medioevo 2.0]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2009/07/03/sedicenti-blog-e-medioevo-2-0/</link>
<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 08:56:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
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<description><![CDATA[Sedicente blog filosofico: era stata questa l&#8217;espressione utilizzata qualche tempo fa da Vince]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/06/cropped-botte1.jpg"></a><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/06/coverimage-php.jpeg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2966" title="coverimage.php" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/06/coverimage-php.jpeg?w=86" alt="coverimage.php" width="86" height="150" /></a><img class="size-full wp-image-2962 alignleft" title="cropped-botte" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/06/cropped-botte1.jpg" alt="cropped-botte" width="251" height="66" /></p>
<p><em>Sedicente blog filosofico</em>: era stata questa l&#8217;espressione utilizzata qualche tempo fa da Vincenzo Cucinotta, in un commento sul suo <a href="http://ideologiaverde.blogspot.com/">Sito dell&#8217;ideologia verde</a>, nel riferirsi al &#8220;mio&#8221; blog. Chiarisco subito che il termine non sembrava voler avere nessuna connotazione particolare, tantomeno negativa, anche se non ho potuto esimermi dal rimarcare, un po&#8217; piccato, la stranezza di quel &#8220;sedicente&#8221;. Eppure, forse involontariamente, direi che quella qualificazione mostrava uno dei nervi più scoperti del mondo<strong> Web 2.0</strong>, in particolare della <strong>blogosfera</strong>. La parola &#8220;se-dicente&#8221; ci rivela il suo significato nel modo stesso in cui è stata costruita: &#8220;ciò che uno dice di sé&#8221;, l&#8217;autodefinirsi e autonominarsi, con la connotazione però negativa dello &#8220;spacciarsi per ciò che non si è&#8221;, &#8220;che si qualifica in modo abusivo&#8221;, come recita  lo Zingarelli (ecco perché, mi perdoni l&#8217;amico Vincenzo, un po&#8217; mi ero risentito).</p>
<p><strong>Fabio Metitieri</strong> nel suo interessantissimo libro <em>Il grande inganno del Web 2.0</em> uscito di recente per i tipi di Laterza, purtroppo in concomitanza con la sua morte improvvisa, indica come uno dei grandi problemi oserei dire &#8220;ontologici&#8221; dell&#8217;informazione in rete, proprio quello della <strong>validazione delle fonti</strong>.<br />
Premetto subito che non dovrei essere molto contento di quel che in questo libro viene detto a proposito dello strumento blog e del mondo dei bloggher &#8211; dunque anche dello spazio che quotidianamente sto utilizzando da due anni e mezzo circa &#8211; dato che l&#8217;autore non perde occasione per criticarli e, talvolta, in modo piuttosto rude e impietoso, non sempre condivisibile. Autoreferenzialità, poca autorevolezza, diffusa pratica del copia-e-incolla, superficialità, ideologia nuovista, una rigida linkogerarchia &#8211; e soprattutto un mare di inutile e ridondante &#8220;fuffa&#8221;: queste in soldoni le caratteristiche principali della blogosfera. Mi verrebbe da dire: <em>e come dargli torto? </em>senonché significherebbe propriamente sputare nel piatto in cui sto mangiando.<br />
Ma vediamo meglio, anche se per sommi capi, i punti più salienti delle tesi esposte da Metitieri (che, giova ricordarlo, si è occupato di Internet fin dal 1992, è stato giornalista, esperto di comunicazione e di biblioteche in rete &#8211; argomento quest&#8217;ultimo al quale sono oltretutto direttamente interessato).</p>
<p><!--more-->1. Metitieri parte con il denunciare il problema cruciale della <strong>riduzione </strong>delle fonti informative e della conoscenza (non sto qui a sottilizzare sulla distinzione tra <strong>informazione</strong> e <strong>conoscenza</strong>, che pure è notevole). Paradossalmente, nell&#8217;era dell&#8217;accesso e della libera circolazione del sapere, il rischio è invece quello di un suo drastico impoverimento, di una più rigida gerarchizzazione e, soprattutto, quello del <em>riduzionismo</em>: il sapere ridotto-ad- internet ridotto-a-google ridotto-a-wikipedia, e via restringendo e semplificando. Prova ne sia la modalità con cui le nuove generazioni di studenti, i cosiddetti <em>nativi digitali</em>, svolgono le loro ricerche: dal copia-e-incolla wikipediano che anch&#8217;io osservo quotidianamente nella mia biblioteca alle richieste universitarie di validazione bibliografica a posteriori. &#8220;<em><strong>Tutto è google</strong></em>&#8220;, questo è il motto generale, con una pericolosa quanto generalizzata assenza (e mi ci metto anch&#8217;io) di una corretta mappa mentale della rete e degli adeguati strumenti metodologici per un suo utilizzo. Ci si dovrà prima o poi porre, anche in Italia, questo problema, e conseguentemente il compito di operare in direzione di una diffusa, capillare e sempre più indispensabile <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Information_literacy">information literacy</a>.</p>
<p>2. Critica dell&#8217;idea stessa<strong> </strong>di <strong>Web 2.0</strong>: si tratterebbe in verità di una semplice operazione di marketing, dato che il web per definizione contiene già l&#8217;elemento dell&#8217;interazione tra le persone. 2.0 non è nient&#8217;altro che ideologia <em>nuovista</em>, una rivoluzione sbandierata quanto inesistente. Non ci sarebbe cioè, a parere di Metitieri, una cesura tra il web (presunto) 1.0 e il web (autonominatosi, e dunque davvero sedicente) 2.0: tutti gli strumenti presenti ora in rete c&#8217;erano già prima, l&#8217;unica differenza, semmai, è che sono più facili da usare.</p>
<p>3. La <strong>blogosfera</strong> sarebbe l&#8217;emblema della fallita rivoluzione Web 2.0: quella che doveva essere una grande avanzata della libera informazione, della democrazia dal basso, della circolazione orizzontale del sapere, della discussione appassionata e dell&#8217;arricchimento contenutistico dei luoghi virtuali e delle menti, si è in verità rivelata come il regno della caoticità, dell&#8217;inadeguatezza, dell&#8217;autoreferenzialità, di un nuovo sistema piramidale rigido e gerarchico dominato dalla &#8220;<em>struggle for attention</em>&#8220;, con il risultato  di un sistema quantomai discutibile di <em>linkocrazia</em>. Metitieri denuncia come in realtà, specie in Italia, il fenomeno dei blog sia pura apparenza: un mare magnum di siti che mai emergeranno in superficie, dove beccheggia la casta dominante dei <a href="http://webgarden.bloglist.it/dossier/very-important-blogospherian-2008/">Vib</a> letti, quando va bene, da non più di 500 lettori fissi ciascuno &#8211; una cifra davvero risibile.</p>
<p>4. Metitieri non le manda a dire nemmeno agli <em>old media</em> (soprattutto quotidiani e periodici), in profonda crisi, non solo di vendite ma anche di autorevolezza informativa. D&#8217;altro canto, l&#8217;alternativa dei <em>new media</em> &#8211; il giornalismo dal basso annunciato dall&#8217;ideologia Web 2.0 &#8211; decisamente arranca. I cosiddetti UGC, gli <em>user generated content</em>, cioè i <strong>contenuti generati dagli utenti</strong>, non si stanno rivelando all&#8217;altezza del compito, anch&#8217;essi in difetto per quanto riguarda la puntualità, l&#8217;autorevolezza, la precisione, l&#8217;approfondimento, ecc. Fuffa e copia-incolla, insomma, la farebbero anche qui da padrone.</p>
<p>5. L&#8217;unico strumento del Web 2.0 che viene &#8220;salvato&#8221; da Metitieri è il sistema <strong>wiki</strong>: nonostante i difetti presenti (validazione, affidabilità, stabilità, neutralità e, aggiungerei io, il pericolo &#8220;riduzionista&#8221; di cui sopra), gli esperimenti in rete come quelli di <strong>Wikipedia</strong> si stanno rivelando molto interessanti e produttivi, poiché sfruttano e si rifanno alle intenzioni originarie dell&#8217;attività in rete, cioè al principio comunitario, orizzontale e democratico. L&#8217;anonimato, in questo caso, non sarebbe deleterio come per altre sezioni della rete (specie la blogosfera), poiché a prevalere è qui lo spirito collaborativo e interattivo, il <strong>disinteresse</strong> e non le mire per quanto innocenti di un individuo <em>x</em> in cerca di visibilità. E&#8217; un po&#8217; il motto di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ubuntu"><strong>Ubuntu</strong></a> &#8220;<em>io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti</em>&#8220;. Oltretutto la cosiddetta <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Swarm_intelligence">swarm intelligence</a> può funzionare molto meglio in questo caso.</p>
<p>6. Tra l&#8217;altro, a proposito di quest&#8217;ultimo aspetto, Metitieri auspica la convergenza, almeno virtualmente, delle nuove potenzialità del lavoro intellettuale in rete con le vecchie manie classificatorie e tassonomiche dei bibliotecari: una produzione e una condivisione vorticosa e continua di contenuti, razionalizzata (ma non posta sotto controllo) tramite nuove metodologie tassonomiche. Basti pensare alla potenzialità dei <strong>tag</strong> (e della cosiddetta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Folksonomia">folksonomia</a>) o alle recensioni dei lettori, materiale che, se ben utilizzato, potrebbe benissimo entrare a far parte a tutti gli effetti del patrimonio biblioteconomico e informativo a disposizione di tutti.</p>
<p>Mi pare che i punti 5 e 6 rivelino un altro degli assi portanti del discorso critico di Metitieri (oltre a quello, senz&#8217;altro da riprendere ed approfondire, delle fonti e della loro autorevolezza): ci sarebbero in sostanza in lizza due modalità di intendere il web e la comunicazione in rete. Un&#8217;idea collaborativa e socializzante, per ora incarnata essenzialmente da Wikipedia (ma forse si potrebbero aggiungere gli sviluppatori delle forme <em>open source</em> o anche esperimenti comunitari come <em>Second Life</em>), contro un&#8217;idea più individualista e vippista, incarnata essenzialmente dalla blogosfera, che nonostante le grandi promesse si sta rivelando piuttosto deludente. Rimane certamente sullo sfondo la questione dei contenuti e della loro validità: la <em>swarm intelligence </em>cui abbiamo già accennato, che dovrebbe essere una sorta di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Wisdom_of_Crowds">wisdom of crowds</a>, di saggezza delle folle, non si sarebbe rivelato uno strumento attendibile, anzi, talvolta sarebbe vero il contrario, anche perché il funzionamento dei motori di ricerca risulta alquanto discutibile e presenta ancora non pochi problemi.<br />
<em> Chi immette cosa e perché</em> e con quali competenze da una parte, <em>chi legge cosa e perché</em> e con quali capacità di discernimento dall&#8217;altra: questo il vero nodo da sciogliere  &#8211; per quanto la vera web-rivoluzione (e il vero problema della validazione) passa proprio attraverso la caduta della barriera tra produttore e fruitore di contenuti, tra scrittore e lettore, laddove ogni lettore può ora diventare facilmente scrittore. Cosa di per sé straordinaria, se non ci fosse il piccolo dettaglio della &#8220;responsabilità autoriale&#8221; e della autorevolezza delle fonti (qualità quest&#8217;ultima che, ovviamente, era, è e rimane del tutto <strong>convenzionale</strong>, anche nel vecchio regno culturale cartaceo, a meno di voler reintrodurre l&#8217;elemento divino o l&#8217;illuminazione dall&#8217;alto&#8230;).</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p>Per concludere, devo dire che, sempre sputacchiando nello stesso piatto, non posso non convenire con la buona parte dei giudizi di Metitieri. In particolare chiuderei (lasciando però apertissime le questioni sollevate) con due osservazioni, una più specifica l&#8217;altra di ordine generale:</p>
<p>1. Il <strong>blog</strong> è uno strumento di scrittura tra gli altri. Certo, a differenza degli altri è più facile, più immediato, ma anche più problematico. In  questi due anni (come ho <a href="http://mariodomina.wordpress.com/2008/12/19/ma-ha-davvero-senso-un-blog-filosofico/">già osservato</a>) è stato per me un&#8217;esperienza utile, che ha assolto ad una pluralità di funzioni: una sorta di scrittoio virtuale, un luogo dove mettere ordine e fare sintesi, un&#8217;area di discussione e di confronto, ecc. Ma i difetti denunciati da Metitieri restano tutti: come si misura l&#8217;autorevolezza di quel che scrivo qui? serve a qualcosa o a qualcuno, davvero? e poi: non c&#8217;è forse troppo individualismo e <strong>narcisismo</strong> in uno strumento che mette sempre in primo piano quel che pensa l&#8217;autore e, piuttosto nascosti e in secondo piano, gli argomenti degli altri? Ho sempre pensato che questo blog dovesse essere un passaggio provvisorio verso qualcosa di più <strong>collettivo</strong>, e devo dire che ne sono ancor più convinto oggi.</p>
<p>2. Rimane il problema epocale dell&#8217;<strong>accesso alla conoscenza</strong>: al di là di internet (che pure si trova al centro di questo problema), la mia più grande preoccupazione è che si riproponga, contraffatto dalla finta orizzontalità della rete, lo schema di sempre: sapere di alto livello, più o meno specialistico e approfondito, per pochi, con relativi nuovi assetti verticali e gerarchici della conoscenza, contro un mare di fuffa per tutti gli altri, con in sovrappiù la pia illusione di partecipare ad un grande quanto <em>sedicente</em> progetto epocale di rinnovamento del sapere. Quello che Metitieri definisce con una formula efficace il pericoloso riproporsi di un <strong>Medioevo 2.0</strong>.<br />
I suoi critici e detrattori, cui peraltro ora non può più replicare, ritengono che la rete abbia in sé gli strumenti per autogestirsi ed autodeterminarsi, e quindi per ovviare ai problemi che via via si presentano &#8211; ma ciò mi ricorda un po&#8217; troppo la favola del mercato e della mano invisibile&#8230; (d&#8217;altra parte, lungi da me l&#8217;idea di invocare interventi regolatori, soprattutto da parte di politici o delle accademie o di qualsivoglia potere &#8211; molto meglio una sana e caotica anarchia rispetto a quella che sarebbe comunque una forma di controllo e di censura). E&#8217; vero però che l&#8217;<strong>astuzia della ragione </strong>e, soprattutto, la condivisione delle intelligenze potranno anche riservare delle sorprese&#8230;</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ronda su ronda]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2009/05/15/ronda-su-ronda/</link>
<pubDate>Fri, 15 May 2009 07:44:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
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<description><![CDATA[Nella mia consueta selezione bibliotecaria dei libri per ragazzi più interessanti dell&#8217;anno pr]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/05/isola.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2754" title="isola" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/05/isola.jpg" alt="isola" width="172" height="239" /></a><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/05/onda.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2755" title="onda" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2009/05/onda.jpg" alt="onda" width="269" height="229" /></a></p>
<p>Nella mia consueta selezione bibliotecaria dei <strong>libri per ragazzi</strong> più interessanti dell&#8217;anno precedente, ho avuto la fortuna di intercettare e presentare (e spero utilizzare largamente in futuro) due libri molto particolari, sia per i loro contenuti &#8211; specie in termini grafici &#8211;  che per l&#8217;alto significato simbolico che rivestono in questo periodo a dir poco oscuro della nostra storia.</p>
<p>Parto dal primo, <em><strong>L&#8217;isola</strong></em>, di Armin Greder, tradotto da Alessandro Baricco, edito da Orecchio Acerbo. Come recita il sottotitolo, è &#8220;<em>una storia di tutti i giorni</em>&#8221; nella quale ci viene narrato di un naufrago che approda ad un&#8217;isola, tramite una zattera di fortuna. Qui viene <em>raccolto</em> (non <em>accolto</em>), grazie all&#8217;intermediazione di un pescatore. Lo straniero passa così attraverso il più classico dei calvari: prima recluso in una stalla maleodorante, poi messo ai lavori forzati e infine cacciato senza pietà. Quel che però colpisce di più in questo libro è la tecnica illustrativa, di un impatto che trovo inquietante e, a tratti, sconvolgente: lo straniero viene rappresentato nella sua nudità (l&#8217;inerme, la nuda vita); spesso sono i forconi imbracciati da poderosi omaccioni a indicargli il suo destino; la paura suscitata dall&#8217;estraneo viene rappresentata attraverso volti deformati dal terrore; infine, l&#8217;isola diventa una fortezza dai muri altissimi e insormontabili, dove persino i gabbiani e i cormorani vengono trafitti affinché nessuno possa rilevarne l&#8217;esistenza dall&#8217;esterno. E di fatti i colori delle tavole sono scuri, cupi, desolanti, così come cupo e desolante è lo stato d&#8217;animo degli abitanti, ossessionati dall&#8217;<em>altro</em> al punto da immunizzarsi con il risultato di espungere da sé la vita, rendendola grigia ed esangue.<br />
Un libro crudo e spietato, troppo duro, si dirà, per dei ragazzi (anche se spesso si dimentica che la tradizione fiabesca è piuttosto orrorifica). Ma d&#8217;altra parte perché nascondere loro una realtà che lo è ancor di più?</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p>Veniamo al secondo, molto più arioso e poetico, apparentemente di tutt&#8217;altro genere, in realtà contiguo per alcuni temi col primo:<em> <strong>L&#8217;onda</strong></em>, dell&#8217;illustratrice coreana Suzy Lee, edito da Corraini.</p>
<p><!--more-->Si tratta di un <em>silent book</em>, come dicono gli inglesi con un&#8217;espressione che a me piace molto e che non trova un corrispondente nella nostra lingua, un libro cioè che racconta una storia solo attraverso le illustrazioni. La protagonista è una bambina che, forse per la prima volta , si trova da sola di fronte al mare. In un primo momento i due soggetti sono ben confinati l&#8217;uno nella pagina di sinistra, l&#8217;altro nella pagina di destra. Poi la bambina varca il confine, attraversa la soglia, supera la sua paura, e prova a far esperienza di quel che sta dall&#8217;altra parte. Senonché una grande onda sorge e la travolge (a quel punto le due pagine vengono interamente sommerse dagli schizzi azzurri). La ritroviamo però subito dopo, bagnata da capo a piedi, mentre si guarda attorno e scopre che l&#8217;onda le ha lasciato un dono: un&#8217;intera collezione di conchiglie e stelle marine. L&#8217;autrice ha molto ben caratterizzato le espressioni della bambina, che si susseguono in un caleidoscopio emozionale che va dalla paura alla sorpresa, dall&#8217;ansia alla perplessità, con alcuni momenti di sicumera che si spingono fino alla spavalderia e alla sfida.<br />
Ho avuto la fortuna di presentare questo libro qualche giorno fa a due gruppi di bambini di 8-9 anni. Io mi sono limitato a mostrarlo, sfogliando lentamente le pagine: tutte le cose che ho brevemente esposte qui sono state colte, comprese ed apprezzate con grande attenzione e competenza semiotica e linguistica. Evidentemente si tratta di bambini che non vivono ancora sull&#8217;isola. Forse ancora per poco. Ma è bene che qualche storia un po&#8217; <em>diversa</em> dalla marea omologante che presto li sommergerà dia loro almeno un&#8217;opportunità.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[COSMICA CASSERUOLA]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2008/12/22/cosmica-casseruola/</link>
<pubDate>Mon, 22 Dec 2008 10:13:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
<guid>http://mariodomina.wordpress.com/2008/12/22/cosmica-casseruola/</guid>
<description><![CDATA[Meraviglioso racconto questo Nel paese dei ciechi (titolo originale The country of the blind) di H.G]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignnone size-medium wp-image-1766" title="bruegel.la parabola dei ciechi" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/12/bruegel.jpg?w=300" alt="bruegel.la parabola dei ciechi" width="300" height="165" /></p>
<p>Meraviglioso racconto questo <em>Nel paese dei ciechi (</em>titolo originale<em> The country of the blind</em>) di <strong>H.G</strong>. <strong>Wells</strong>, ripubblicato di recente da Adelphi. Racconto quantomai filosofico, filato dalla fervida e anticipatrice mente dell&#8217;inventore, insieme a Jules Verne, della <em>science fiction</em>, e molto vicino a noi proprio per la sua sensibilità per i temi biopolitici e tecnologici, etici, esistenziali che affliggono (e però rendono paradossalmente intrigante) la nostra epoca. Con tutte le connesse paure: basti pensare all&#8217;incubo alieno, alle mutazioni genetiche, alla guerra batteriologica &#8211; <em>L&#8217;isola del dottor Moreau</em> è del 1896 e<em> La guerra dei mondi</em> è del 1898!<br />
L&#8217;esperimento condotto <em>Nel paese dei ciechi</em> è riconducibile, per certi aspetti, al tema della <a href="http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaC/CONDILLAC_%20LA%20STATUA%20ANIMATA.htm">statua</a> di <strong>Condillac</strong>, secondo cui i sensi (ciascuno dei quali ha una sua logica specifica, con un ruolo forse prioritario del tatto) costituiscono dinamicamente la nostra esperienza e le nostre facoltà. Si provi allora ad immaginare che cosa succederebbe se qualcuno, dotato dei canonici cinque sensi, piombasse in un villaggio isolato dal mondo, dove da generazioni i suoi abitanti hanno perso l&#8217;uso della vista. La prima impressione che, secondo quanto immagina Wells, ricaverebbe questo visitatore &#8220;normodotato&#8221; sarebbe quella di ritrovarsi in una sorta di &#8220;cosmica casseruola&#8221;, un luogo sigillato e asfittico oppresso da un &#8220;tetto orribile sotto il quale si curva la vostra immaginazione&#8221;, il limite oltre il quale non è dato andare.</p>
<p><!--more--> <img class="size-thumbnail wp-image-1807 alignright" title="copertina" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/12/copertina.jpg?w=57" alt="copertina" width="57" height="96" />Ed è appunto attraversando casualmente quel confine che arriva Nunez, lo Straniero. Comincerà allora una partita sensoriale, esistenziale, psicologica ed anche metafisica che manifesta tutta l&#8217;inconciliabilità dei due mondi. Ancora di mondi alieni e di guerra si tratta (come nel libro più famoso di Wells), ma qui tutto è più sfumato e surreale, più impalpabile e sottile, forse persino più inquietante. Nunez (ribattezzato dai ciechi a causa del misterioso luogo da cui proviene &#8220;Bogotà&#8221;) crede di poter mettere in pratica facilmente il proverbio &#8220;in terra di ciechi il guercio è re&#8221;, ma si scontrerà con difficoltà insormontabili, con una vera e propria frattura ontologica e antropologica.<br />
a) <strong>Ontologica</strong>, perché<em> ciò che è</em> per i ciechi <em>non è  per lui</em> e viceversa. Le configurazioni del mondo sono diverse, le verità si rovesciano, il contrasto luce/buio diventa quello caldo/freddo, sensi e intelletto organizzano diversamente la rappresentazione e le relazioni tra le cose (secondo quanto pensava Condillac);<br />
b) <strong>Antropologica</strong>, perché Nunez, che vorrebbe &#8220;addomesticare i ciechi&#8221;, renderli partecipi (come poi?) del suo <em>punto di vista </em>(anche il linguaggio tradisce la differenza), &#8220;ridurli a ragione&#8221;, viene in realtà considerato dagli indigeni un &#8220;selvaggio&#8221;, un essere inferiore e involuto, i cui sensi (ad esempio il tatto o l&#8217;olfatto o l&#8217;udito) sono tutt&#8217;altro che sviluppati.<br />
Il prezzo che dovrà pagare per essere ammesso nella comunità (i cui confini e il cui ordine non devono essere sconvolti) e per sposare la donna di cui si è innamorato, è quello di farsi asportare chirurgicamente gli occhi &#8211; escrescenze inutili &#8211;  che turbano il suo equilibrio mentale e, di riflesso, l&#8217;armonia sociale. Omologarsi, questa l&#8217;unica possibilità di convivenza. Del resto lui avrebbe altrettanto preteso la loro <strong>omologazione</strong> a una presunta verità/visione del mondo (e &#8220;cieca&#8221; obbedienza), contemplante a sua volta l&#8217;ammissione di una menomazione.</p>
<p>Nunez-Bogotà, oscillante e in piena crisi identitaria, si spingerà ancora ai confini di quel mondo, oltre quel &#8220;tetto orribile&#8221;, quella &#8220;casseruola&#8221; sigillata tra impervie montagne, e dovrà riflettere bene su cosette come libertà, rinuncia, amore, destino (a dimostrazione del fatto che l&#8217;ontologia ha sempre a che fare con la prassi e con l&#8217;etica); per poi dover scegliere tra l&#8217;uscire &#8220;a riveder le stelle&#8221; e il tornare all&#8217;amor cieco, e prendere così una decisione comunque dolorosa. Quale sarà?</p>
<p style="text-align:right;">immagine: Bruegel il vecchio, <em>La parabola dei ciechi</em>, 1568</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[I CONTRARI E LA MERAVIGLIA FILOSOFICA]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2008/12/04/i-contrari-e-la-meraviglia-filosofica/</link>
<pubDate>Thu, 04 Dec 2008 07:58:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
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<description><![CDATA[L&#8217;ottima casa editrice Isbn ha pubblicato un libro filosofico per ragazzi sul tema dei contrar]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/12/contraires.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1698" title="contraires" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/12/contraires.jpg" alt="contraires" width="300" height="298" /></a></p>
<p>L&#8217;ottima casa editrice Isbn ha pubblicato un libro filosofico per ragazzi sul tema dei <strong>contrari</strong>. L&#8217;autore dei testi è <a href="http://www.brenifier.com/">Oscar Brenifier</a>, professore francese esperto di pratica filosofica, didattica e filosofia con i bambini, di cui sono già stati pubblicati in Italia, da Giunti, alcuni titoli nella collana &#8220;Piccole grandi domande&#8221;.<br />
<strong><em>Il libro dei grandi contrari filosofici</em></strong> è però più ambizioso, sia per la veste grafica che per il contenuto. Innanzitutto tenderei a non relegarlo nel solo ambito scolastico o della filosofia per bambini (la cosiddetta <em>P4C</em> nell&#8217;area anglofona). Si tratta in realtà di un testo che si rivolge a tutti: il livello concettuale è piuttosto alto, e però il testo e le immagini di grande effetto che lo accompagnano, parlano un linguaggio immediato e comprensibile anche ai ragazzi. Queste le coppie trattate (come si noterà alquanto impegnative):</p>
<p style="text-align:center;">Uno e molteplice<br />
Finito e infinito<br />
Essere e apparenza<br />
Libertà e necessità<br />
Ragione e passione<br />
Natura e cultura<br />
Tempo ed eternità<br />
Io e l&#8217;altro<br />
Corpo e mente<br />
Attivo e passivo<br />
Oggettivo e soggettivo<br />
Causa ed effetto</p>
<p><!--more-->Lo schema espositivo è per ogni coppia in tre fasi: prima sono presentati singolarmente i due concetti; viene poi posta una domanda (spesso in forma di dilemma) che li implica entrambi; ed infine viene suggerita una traccia di ragionamento, quasi sempre di carattere <strong>dialettico,</strong> con il chiaro intento di indicare dei possibili sviluppi mai conclusivi.<br />
Ecco due esempi di domanda: &#8220;<em>L&#8217;essere è sempre rivelato dall&#8217;apparenza?</em>&#8220;; &#8220;<em>L&#8217;uomo è un corpo, limitato nello spazio e nel tempo, o una mente, che non si trova da nessuna parte, che può pensare l&#8217;intero universo e la storia tutta, e può aspirare all&#8217;immortalità?</em>&#8220;. Qualche esempio di argomentazione: &#8220;<em>Tutto ciò che conosciamo è allo stesso tempo una cosa e più cose. A seconda di quello che vogliamo dire o fare, useremo l&#8217;unità o la molteplicità&#8221;; &#8220;L&#8217;universo, quindi, è un infinito di infiniti composto da oggetti finiti. La nostra mente si perde nella sua immensità, eppure questo infinito ci attira, come se ne avessimo bisogno per capire dove siamo, chi siamo e quali parti di finito e di infinito ci sono in noi&#8221;</em>.<br />
Il <strong>presupposto gnoseologico</strong> da cui parte Brenifier è che a strutturare il nostro pensiero (di sicuro quello occidentale, giusto per relativizzare) sono proprio alcune grandi opposizioni universali: del resto &#8220;come potremmo concepire la mente senza contrapporla al corpo&#8221;, l&#8217;infinito senza il finito, l&#8217;essere senza l&#8217;apparenza? Aggiungo io che anche il <strong>presupposto ontologico</strong> da cui muove il pensiero filosofico ha una natura oppositiva e dialettica (basti pensare ai <strong>presocratici</strong>: Anassimene, Anassimandro, Empedocle, Pitagora, Eraclito, lo stesso Parmenide&#8230;). Lo spazio filosofico originario si fonda proprio sull&#8217;opposizione degli enti, dei concetti, delle facoltà, delle forze interne alla <em>physis</em>. Ci sarebbe naturalmente qui da chiedersi se il nostro pensare per opposizioni sia l&#8217;unica forma possibile di pensiero o la più ricca ed esaustiva &#8211; magari potrà essere il tema di un prossimo post&#8230;</p>
<p>Due parole, infine, sulle illustrazioni di <a href="http://www.jacquesdespres.eu/">Jacques Després</a>: i protagonisti delle tavole, quasi sempre a piena pagina, sono teneri bimbi-pupazzi in tuta che si muovono all&#8217;interno dei vari contesti, a volte in modo spensierato, a volte con espressioni di sorpresa, come sotto una sorta di effetto-spaesamento, e dove lo spazio, la luce, gli oggetti, le forme geometriche sono rappresentati con grande cura e soluzioni geniali. La migliore rappresentazione possibile, credo, della &#8220;meraviglia&#8221; come sentimento originario e sorgivo della conoscenza filosofica.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[EMO-NEORINASCIMENTO]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2008/12/01/emo-neorinascimento/</link>
<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 09:09:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
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<description><![CDATA[Al termine del suo primo libro autobiografico, Giovanni Allevi sostiene che è la ragione, in quanto ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/11/allevi1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1667" title="allevi1" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/11/allevi1.jpg?w=300" alt="allevi1" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Al termine del suo primo libro autobiografico, Giovanni <strong>Allevi</strong> sostiene che è la <strong>ragione</strong>, in quanto facoltà che divide e differenzia e che pretende di conoscere il mistero, ad essere all&#8217;origine della <strong>violenza</strong>. E&#8217; quindi venuto il momento, a suo parere, di affidarci a una nuova epoca, quella che lui chiama l&#8217;<em>Era dell&#8217;Emozione</em>, dove siano l&#8217;<strong>arte</strong> e la <strong>bellezza</strong> ad essere le protagoniste. Mi astengo per una volta dal commentare o dare giudizi, e mi limito a riportare alcuni passi dell&#8217;ultimo capitolo:</p>
<p><em>&#8220;Un Nuovo Rinascimento è alle porte.<br />
Proprio in un&#8217;epoca buia, fatta di meccanismi inceppati, di sistemi saturi e non più sicuri, siamo costretti a tornare alla sorgente del nostro agire: la spinta ideale, il sogno, la visione, per prendere di nuovo in mano le redini del nostro destino, metterci in gioco e vedere il disegno realizzarsi, qualunque esso sia, poco per volta.<br />
L&#8217;esistenza si trasforma in un&#8217;avventura e ciò che si costruisce cresce, anche se di un solo millimetro all&#8217;anno. Tornano a far parte di noi l&#8217;entusiasmo, l&#8217;ebbrezza della sfida agli impedimenti reali, la relatività della ricchezza materiale e la scoperta del genio, un concetto che sembrava relegato a un passato remoto. La scoperta anche di una cospirazione divina, che finisce per premiare chi più crede nelle proprie idee, attraverso l&#8217;inaspettato aiuto di energie e forze esterne.<br />
A intuire tutto ciò in maniera forse inconsapevole, ma per questo autentica, sono le nuove generazioni.<br />
[...]<br />
Le nuove generazioni trascineranno il mondo verso un Nuovo Rinascimento&#8221;.</em></p>
<p>(Giovanni Allevi, <em>La musica in testa</em>, Rizzoli 2008; foto: Allevi discute con gli ammiratori a San Siro, by md).</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[UBERMENSCH A FUMETTI]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2008/11/12/ubermensch-a-fumetti/</link>
<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 09:05:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
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<description><![CDATA[Può sembrare bizzarro o fuori luogo parlare di un fumetto &#8211; anzi di un singolo albo di un fume]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/11/julia01221.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1562" title="julia01221" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/11/julia01221.jpg?w=229" alt="julia01221" width="183" height="240" /></a></p>
<p>Può sembrare bizzarro o fuori luogo parlare di un <strong>fumetto</strong> &#8211; anzi di un singolo albo di un fumetto &#8211; all&#8217;interno di un blog filosofico. Ma chi è aduso a leggere queste pagine di certo non si stupirà. Del resto la filosofia si annida ovunque, e poi ho smesso da molto tempo di contrapporre &#8220;alto&#8221; e &#8220;basso&#8221; in ambito culturale. Un mio amico superfilosofico sosteneva invece che il fumetto, per sua natura, non può essere filosofico, perché troppo invischiato col mondo delle immagini. Sarà&#8230;<br />
L&#8217;ultimo numero di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Julia_(fumetto)"><strong>Julia</strong></a> (una serie della casa editrice Bonelli, quella di Tex e Dylan Dog) si intitola <em>I superuomini </em>e racconta di un trio di adolescenti il cui leader, Robin, ha fatto di alcuni passi di <strong>Nietzsche</strong> malamente intesi il proprio &#8220;credo&#8221;: &#8220;<em>l&#8217;uomo è un cavo teso tra la bestia e l&#8217;oltreuomo, un cavo al di sopra di un abisso</em>&#8220;; &#8220;<em>il futuro influenza il presente tanto quanto il passato</em>&#8220;; &#8220;<em>cos&#8217;è male? tutto ciò che deriva dalla debolezza</em>&#8220;; &#8220;<em>bisogna avere in sé il caos..</em>. (questa la conoscono tutti ed è scritta dappertutto) &#8211; e così via.</p>
<p><!--more--> Non solo. La protagonista della serie, Julia Kendall, una criminologa che si divide tra l&#8217;insegnamento universitario e la collaborazione con la polizia, cita ad un certo punto della vicenda, durante una lezione, Umberto <strong>Galimberti</strong> a proposito della sua lettera aperta ai ragazzi del cavalcavia, citata anche ne <em>L&#8217;ospite inquietante</em>. Addirittura in una pagina si parla del concetto di <em>anomia</em> utilizzato dal sociologo francese <strong>Durkheim</strong>. Dunque il tema dell&#8217;episodio è piuttosto &#8220;alto&#8221;, nientemeno che il <strong>nichilismo</strong> e il suo pericoloso (e talvolta fascinoso) rapporto coi giovani.<br />
Un altro ingrediente importante della storia, che non poteva mancare, è la rete, nella fattispecie il blog di Robin, un blog <em>a senso unico</em>, senza possibilità di lasciare commenti, dove le frasi di Nietzsche, prive di contesto, vengono ammantate di propositi mortiferi, distruttivi e autodistruttivi.<br />
Non svelo il finale, che comunque è drammatico e ricalca fatti terribili successi in alcune scuole americane (ma ormai anche europee), così come non entro nel merito dei temi, già più volte discussi in quest blog multisenso e <em>multiverso,</em> anche se mai abbastanza.<br />
Certo, si tratta di un fumetto e non dell&#8217;esegesi heideggeriana di Nietzsche, ma credo che quel mio amico dovrebbe rivedere il suo giudizio così <em>tranchant</em> su strisce e comics&#8230;</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[BISOGNA SDRAIARSI PER TERRA TRA GLI ANIMALI]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2008/09/23/bisogna-sdraiarsi-per-terra-tra-gli-animali/</link>
<pubDate>Tue, 23 Sep 2008 08:48:53 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
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<description><![CDATA[Nel dicembre 1917, la rivoluzionaria e pensatrice comunista e antimilitarista Rosa Luxemburg si trov]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/09/rosa_luxemburg.jpg"><img class="size-medium wp-image-1206 alignright" title="rosa_luxemburg" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/09/rosa_luxemburg.jpg?w=248" alt="" width="248" height="300" /></a></p>
<p style="margin-bottom:0;">Nel dicembre 1917, la rivoluzionaria e pensatrice comunista e antimilitarista <strong>Rosa Luxemburg </strong><span>si trovava rinchiusa nella prigione di Breslavia, in Polonia. Di lì a un anno sarebbe stata massacrata con il compagno di militanza </span><strong>Karl Liebknecht, </strong><span>a colpi di calcio di fucile, dai soldati dei Freikorps agli ordini del governo del social-democratico Ebert. In quel mese di dicembre ebbe a scrivere una lettera a Sonja Liebknecht, moglie di Karl, dalla quale traspaiono, a onta del luogo in cui si trova, una serenità e una felicità sorprendenti: <em>“Intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito”</em>. Senonché questa “letizia interiore” viene profondamente turbata da un episodio cui la donna ha assistito, e che ci viene minuziosamente riportato: un soldato aveva frustato a sangue, usando la parte del manico, un bufalo utilizzato come bestia da soma. Alla guardiana che redarguisce il tipo brutale, costui risponde che “neanche per noi uomini c&#8217;è compassione” e riprende a battere con maggiore violenza. Scrive una Rosa sconvolta da quel che va accadendo di fronte a lei: <em>“&#8230;gli stavo davanti e l&#8217;animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza”.</em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><!--more--><span>Credo che questo piccolo episodio ci dica, senza tanti fronzoli teorici, come non sia pensabile alcuna “liberazione” o alcun riscatto dell&#8217;umanità (da guerre, sofferenze, ingiustizie) senza la comprensione e partecipazione dei non-umani, </span><em><span>in primis </span></em><span style="font-style:normal;"><span>di quei viventi prossimi e del tutto simili a noi che sono gli animali; che senza il superamento della “grandiosa guerra” che passa davanti agli occhi di Rosa Luxemburg, senza l&#8217;estirpazione di quella violenza originaria non ci sarà pace possibile in nessun luogo del pianeta; che senza l&#8217;esercizio costante di quello che Rousseau e Levi-Strauss considerano un istinto primario che ci accomuna con tutto il vivente – e cioè la </span></span><em><strong>pietas</strong></em> &#8211; non ci potrà mai essere salvezza.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:right;"><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/09/copertina-un-po-di-compassione.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1214 alignleft" title="copertina-un-po-di-compassione" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/09/copertina-un-po-di-compassione.jpg?w=58" alt="" width="58" height="96" /></a><span>La lettera è stata pubblicata nel 2007 da Adelphi con il titolo </span><em><span>Un po&#8217; di compassione, </span></em><span style="font-style:normal;"><span>in un libretto rosso della collana “Biblioteca minima”, insieme ad alcune note di commento di Karl Kraus, e con l&#8217;aggiunta di alcuni brevi scritti di Franz Kafka, Elias Canetti e Joseph Roth. Angosciantissimo il racconto di </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>Kafka</strong></span><span style="font-style:normal;"><span> (“Una vecchia pagina” dalla raccolta </span></span><em><span>Il messaggio dell&#8217;imperatore</span></em><span style="font-style:normal;"><span>, dove con visionaria lungimiranza viene evocato uno scenario nel quale i “barbari” minano la “civile” capitale dell&#8217;impero), del quale riporto un brano:</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><em>“Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un&#8217;ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e  mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva. Il silenzio regnava da tempo quando mi arrischiai a uscire; i nomadi giacevano stanchi intorno ai resti del bue come bevitori intorno a una botte”.</em></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-style:normal;"><span>Segnalo infine un brano straordinario di Elias </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>Canetti</strong></span><span style="font-style:normal;"><span>, a commento dell&#8217;espressione kafkiana “angoscia della posizione eretta”, che ritengo una buona base di partenza, per lo meno in termini di principio, per reimpostare la questione del rapporto umano-animale e rivedere radicalmente la produzione del dispositivo antropologico che su quella dicotomia si fonda:</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;"><em>“Bisogna sdraiarsi per terra fra gli animali per essere salvati. La posizione eretta rappresenta il potere dell&#8217;uomo sugli animali, ma proprio in questa chiara posizione di potere egli è più esposto, più visibile, più attaccabile. Giacché questo potere è anche la sua colpa, e solo se ci sdraiamo per terra tra gli animali possiamo vedere le stelle che ci salvano dall&#8217;angosciante potere dell&#8217;uomo”.</em></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-style:normal;"><span>Ecco, mi pare che Canetti metta il dito sulla piaga: è di nuovo la questione del </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>potere</strong></span><span style="font-style:normal;"><span> &#8211; e dunque della </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>responsabilità </strong>-<strong> </strong></span><span style="font-style:normal;"><span>che necessità di una profonda revisione, e che quindi mette in discussione il nostro modo di relazionarci all&#8217;altro (e per altro s&#8217;intenda: l&#8217;altro umano, l&#8217;animale, compreso quello che è in noi, gli esseri viventi, la natura e l&#8217;essere in generale). Se la potenza e la logica del dominio che derivano dall&#8217;esercizio della ragione (il guardare dall&#8217;alto) non vengono temperate dall&#8217;impulso primario del com-patire (il guardare orizzontale), della </span></span><em><span>sym-patheya</span></em><span style="font-style:normal;"><span>, non si uscirà mai dalla logica distruttiva (e autodistruttiva) della guerra. </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>Pietà</strong></span><span style="font-style:normal;"><span> e </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>ragione</strong></span><span style="font-style:normal;"><span> </span></span><em><span>insieme </span></em><span style="font-style:normal;"><span>possono congiurare per una nuova epoca in cui il com-patire sia insieme un con-agire consapevole. Tanto per parafrasare Kant, la pietà senza la ragione sarebbe un impulso cieco, ma la ragione impietosa sarebbe una letale marcia verso il nulla. Che poi la “direzione” di questo nuovo corso sia daccapo una modalità dell&#8217;<strong>antropocentrismo</strong> – cioè, tanto per cambiare, farina del sacco umano – è una contraddizione dalla quale non credo sia possibile uscire.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;">
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[SEMPRE NEL MAI]]></title>
<link>http://mariodomina.wordpress.com/2008/09/19/sempre-nel-mai/</link>
<pubDate>Fri, 19 Sep 2008 08:30:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>md</dc:creator>
<guid>http://mariodomina.wordpress.com/2008/09/19/sempre-nel-mai/</guid>
<description><![CDATA[Non amo molto i best-sellers. Sono costretto ad occuparmene per motivi professionali &#8211; un po]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/09/riccio.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1182" title="riccio neonato" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/09/riccio.jpg?w=300" alt="" width="300" height="176" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Non amo molto i best-sellers. Sono costretto ad occuparmene per motivi professionali &#8211; un po&#8217; come un bravo insegnante si deve occupare suo malgrado di registri e burocrazia, infinite e pallose riunioni, ma poi torna ai suoi ragazzi e all&#8217;insegnamento e riprende a respirare. Così anch&#8217;io da bibliotecario scrupoloso, dopo essermi occupato di statistiche, ordini e fatture, con quintali di cartaccia contenente thrilleroni grondanti sangue o l&#8217;ultimo mistero sul santo graal o lo shopping delle mutande di pizzo nelle boutiques di New York&#8230; alla fine riemergo e mi prendo una boccata di ossigeno aprendo un libro e leggendo qualcosa di sensato. Sì, ogni tanto succede.<br />
<em><strong>L&#8217;eleganza del riccio</strong></em> è indubitabilmente un best-seller (400.000 copie in Italia, 1 milione in Francia), oltretutto fa parte di quelli non annunciati o programmati, ma come si suol dire dovuti al passaparola (che comunque non è lo stesso una garanzia, visti i precedenti di Moccia o Melissa P.), eppure è un libro interessante, ben scritto e a tratti geniale. Ne parlo qui perché ha anche la caratteristica di essere a tutti gli effetti un romanzo filosofico &#8211; o, per la precisione, sociofilosofico o antropologico-filosofico, o come si preferisce.</p>
<p style="text-align:justify;"><!--more--><a href="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/09/l-eleganza-del-riccio3.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1189 alignright" title="l-eleganza-del-riccio3" src="http://mariodomina.wordpress.com/files/2008/09/l-eleganza-del-riccio3.jpg?w=60" alt="" width="60" height="96" /></a><br />
La storia è nota e, per certi aspetti, persino banale: la protagonista Renée è una sciatta portinaia che lavora in un palazzo dell&#8217;alta borghesia parigina, e che dietro il suo aspetto stereotipato e conforme al ruolo sociale che ricopre, nasconde in realtà una mente e una cultura superiori &#8211; superiori in particolare alla generalità dei condomini riccastri e con la puzza sotto il naso. Dietro la sciatteria e la trasandatezza vi sono la raffinatezza e l&#8217;eleganza di un riccio protetto ad arte dai suoi aculei (ed ecco che il titolo-metafora riesce ad indicare l&#8217;essenza della vicenda).<br />
La coprotagonista, che alterna alla storia narrata in prima persona da Renée una serie di monologhi, è altrettanto improbabile, visto che si tratta di una dodicenne anch&#8217;essa filosofa, colta e con tendenze suicide, che vive infelicemente in una delle famiglie del palazzo. Bene: siamo in presenza di due personaggi-limite, fortemente inverosimili, che si mettono a filosofare, inizialmente in perfetta solitudine e che poi, ma solo per un attimo e solo alla fine , entreranno in contatto. Quel che rende credibile l&#8217;incredibile e plausibile l&#8217;implausibile è proprio il filosofare: come dice <strong>Epicuro</strong>, non c&#8217;è età, condizione o stato sociale che possa essere considerato inadatto alla filosofia.<br />
Veniamo dunque ai contenuti &#8211; l&#8217;elemento vincente del romanzo, visto il suo intreccio minimale e la conclusione un po&#8217; precipitosa. Mi pare che i temi più rilevanti siano quelli del significato dell&#8217;esistenza e dell&#8217;ipocrisia/incomunicabilità. Nulla di originale e di nuovo si dirà: senz&#8217;altro, ma 1) sono gli umani a ripetersi e a farsi di continuo le stesse domande; 2) la grazia e il linguaggio con cui l&#8217;autrice, <strong>Muriel Barbery</strong>, li tratta valgono da soli la lettura.<br />
Renée &#8211; e di riflesso Paloma, la ragazzina infelice e geniale &#8211; si interrogano di continuo sul senso dell&#8217;esperienza umana al di là del suo sostrato animale-biologico: c&#8217;è veramente qualcosa di ulteriore rispetto a territorio, gerarchia, guerra, a ben vedere il dato nudo e crudo della condizione umana? Tutto il resto, e in ispecie le convenzioni sociali e la stessa cultura, non sono in ultima analisi orpelli utili solo ad abbellire la nostra animalità e ghirlande di fiori sparpagliate sull&#8217;abisso? Se tutto questo è vero, non può non ingenerarsi un fraintendimento di fondo &#8211; una diffusa patina di ipocrisia &#8211;  sulla sostanza dei rapporti sociali: uguaglianza e democrazia sono solo parole vuote, quel che conta è la gerarchia, l&#8217;ordine sociale, e quindi che le portinaie e le ragazzine sfigate, e soprattutto i poveracci, stiano al loro posto, inchiodati al loro ruolo, alla classe e alla &#8220;razza&#8221; sociale cui appartengono. La ragazzina-filosofa scrive in uno dei suoi monologhi &#8220;abbiamo rinunciato all&#8217;incontro&#8221;: quel che vediamo nell&#8217;altro è sempre e solo il suo ruolo sociale, che è poi il nostro ruolo sociale; l&#8217;altro è solo il nostro riflesso e mai un altro concreto e in carne e ossa da incontrare.<br />
Non c&#8217;è tuttavia solo seriosità e profondità in questo romanzo, ma molto sano e puro <em>divertissement </em>intellettuale. Cito in proposito due esempi. Il primo riguarda la reazione della protagonista di fronte alla fenomenologia husserliana: &#8220;Quando l&#8217;uomo ha un prurito da qualche parte, si gratta e ha coscienza del fatto che si sta grattando. Chiedetegli: che cosa stai facendo? E lui risponderà: mi gratto [...] L&#8217;uomo, sapendo che si gratta e che ne è cosciente, ha forse per questo meno pruriti?&#8221;. Il secondo esempio riguarda la riflessione a proposito della contaminazione/omologazione culturale degli intellettuali dei nostri tempi: il professore di lettere classiche duro e puro che un tempo avrebbe ascoltato Bach, letto Marx o Mauriac o Flaubert, guardato film d&#8217;essai, e così via, oggi passa tranquillamente da Haendel all&#8217;hip-hop, da Visconti a <em>Terminator</em>, dagli hamburger al sushi senza soluzione di continuità&#8230;<br />
C&#8217;è poi nel romanzo una progressiva inserzione di elementi e riferimenti alla cultura giapponese (magari un po&#8217; <em>à la page</em>, ma la nippomanìa sembra non tramontare mai, e poi mi pare d&#8217;aver letto che la Barbery si sia di recente trasferita laggiù).<br />
Che cosa resta, al di là di una conclusione piuttosto drammatica quanto a suo modo sbrigativa? Che forse, seppure non c&#8217;è un significato o un senso complessivo di tutte le cose (o, per altri versi, seppure la verità sia leopardianamente insostenibile) &#8211; ebbene, in ogni singola cosa, anche nella più piccola, persino in una camelia o nell&#8217;attimo di una nota  musicale o in un <em>haiku</em> o in una tazza di té al gelsomino o nella sorpresa di un incontro, possono nascondersi la <strong>Bellezza</strong> e l&#8217;<strong>Eternità</strong>. Una sospensione, un altrove, un&#8217;uscita possibile, quanto paradossale, dalla disperazione: il sempre nel mai.</p>
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