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	<title>marco-marzuoli &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/marco-marzuoli/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "marco-marzuoli"</description>
	<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 09:55:28 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[TUBE CULT FEST 2009]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2009/05/27/tube-cult-fest-2009/</link>
<pubDate>Wed, 27 May 2009 00:50:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[Sesta Marconi, Kongh, Last Minute To Jaffna, Doomraiser, Zippo 22 – 23/05/2009 Orange Rock Cafè (Pes]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><em>Sesta Marconi, Kongh, Last Minute To Jaffna, Doomraiser, Zippo<br />
22 – 23/05/2009<br />
Orange Rock Cafè (Pescara)</em><br />
<img class="alignnone size-full wp-image-2008" style="border:1px solid black;" title="l_6f2ab400741b47318c2faa46a008935a" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2009/05/l_6f2ab400741b47318c2faa46a008935a.jpg" alt="l_6f2ab400741b47318c2faa46a008935a" width="200" height="560" /></p>
<p style="text-align:left;"><em>PRIMA PARTE<br />
SESTA MARCONI / KONGH<br />
22/05/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">Ad un anno dalla sua riuscitissima prima edizione, ecco il secondo capitolo del <em>Tube Cult Festival</em>, rassegna “adriatica” dedicata al reame della valvola satura. Cinque band divise in due serate ben assortite: stoner, doom, sludge, post-core e molto altro, le coordinate fondamentali son dettate dal suono, da quell’impasto di bollenti e fangose sensazioni uditive che solo chi ha il deserto nell’anima riesce ad offrire.<br />
Si parte con un accoppiata tanto inedita quanto affascinante: <em>Kongh</em> e <em>Sesta Marconi</em>. I primi, immersi nel bel mezzo del loro tour europeo, promettono uno show mozzafiato e caricato di aspettative dalla loro ultima release <em>Shadows of the Shapeless</em> (secondo ottimo album), gli altri invece, reduci dalle mirabolanti imprese dell’ultimo <em>Stoned Hand Of Doom</em>, son pronti ad offrirci un set molto più ricco ed interessante di un semplice opening act. Partono i <em>Sesta Marconi</em>, la band di Campobasso sforna un lotto di song ben eseguite ma non lontane dai canoni del genere: <em>Black Sabbath</em>, <em>Cathedral</em>, <em>Pentagram</em>, <em>Candlemass</em>, i classici del doom fan capolino in ogni angolo del loro sound evidenziando una buona tenuta live seppur penalizzata da idee che, di tanto in tanto, sfiorano l’anacronismo. I margini di miglioramento ci son tutti e le capacità anche, c’è da augurarsi che i quattro puntino sulla creatività ed arricchiscano di sfumature più cangianti la loro proposta.<br />
Cambio palco: il caldo dell’<em>Orange</em> ci impone di bere e le svariate birre fluidificano a sufficienza le sinapsi prima del cerebrale concerto degli svedesi <em>Kongh</em>. Tuttavia la presenza di pubblico non è massiccia come si sperava, ma poco importa, gli spettatori sono ben preparati ed attenti ai bordi del palco. Il power-trio scandinavo inizia il set sconvolgendo il pubblico con un sound che può tranquillamente esser eletto come il migliore della giovane vita del locale pescarese. Precisi, caldi e neri come la pece, in sede live il gruppo è libero di scavalcare con i suoi watt ogni barriera strutturale ed architettonica, dimostrando che il “disco”, spesso, non è che una gabbia. I Nostri eseguono in prevalenza pezzi tratti dall’ultimo full-length: un tempestoso oceano di post-core e sludge in cui trovan spazio assalti prog degni dei migliori <em>Mastodon</em>. A tratti sembra di aver a che fare con la versione funeral-doom dei primissimi <em>Cult Of Luna</em> e quando la nebbia cala e l’aria si fa opprimente la tempesta torna ad imperversare lasciando che quel maestoso maelstrom chiamato <em>Kongh</em> inghiotta ogni forma di vita. Dieci e lode, un performance solida, oscura e densa, in cui perdersi senza curarsi della fine, della vita, della speranza.<br />
Il refrigerio della brezza marina chiude questo primo gioro di valzer.</p>
<p style="text-align:left;"><em>SECONDA PARTE<br />
LAST MINUTE TO JAFFNA / DOOMRAISER / ZIPPO<br />
23/05/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">La giornata più attesa resta però la seconda ed ultima, vuoi per la presenza dei local heroes <em>Zippo</em>, vuoi per la sua poliedricità artistica, capace di sintetizzare le coordinate principali della scena heavy-psy italiana.<br />
I primi ad esibirsi sono i torinesi <em>Last Minute To Jaffna</em>. Seppur le coordinate siano chiare (post-core di derivazione “neurotica”) il live si dimostra struggente e ben strutturato, spingendosi spesso oltre i confini stilistici del genere con afosi drone, furiose accelerazioni ed un cantato da pelle d’oca capace di alternare pulito e distorto con una incommensurabile classe. Il caldo si fa sentire, ma non impedisce ad i piemontesi di eseguire un set adattissimo alla situazione. Unica toppa l’amplificazione della voce, spesso troppo bassa.<br />
La temperatura ora è sempre più tropicale, all’interno del locale si ha l’impressione di esser in Brasile, ma i loschi individui che si apprestano a suonare non sono i <em>Ratos de Porão</em>, bensì un’altro gruppo di culto: i <em>Doomraiser</em>. Fiore all’occhiello dell’intero panorama doom nazionale, gli oscuri capitolini si dimostrano da subito una delle realtà italiane più rodate nel rito dell’invocazione di Satana. Pezzi tratti dal nuovissimo <em>Erasing the Remembrance</em>, intersecati dai “classici” del loro repertorio, sottolineano una tenuta live disumana: i romani sono degli animali da palco ed il pubblico, inebriato dai riff sabbathici, non stenta ad accorgersene. L’atmosfera, solenne e spettrale, è di livello internazionale e, nonostante il radicalismo artistico dei <em>Doomraiser</em>, lo show scorre con estrema “piacevolezza”, impreziosito dagli splendidi vocalizzi del carismatico Cynar. Onore a chi, da anni, dà tutto per la musica.<br />
Ed ecco, come da copione, il tassello più atteso dal pubblico pescarese: gli <em>Zippo</em>. Ad un anno di distanza della prima edizione del <em>Tube Cult Fest</em> sarebbe inumano tirare le somme senza notare la crescita esponenziale della band in questione. <em>Road To Knowledge</em>, uscito a fine 2008 per <em>Subsound</em>, ha finalmente consacrato i cinque barbuti stoners in tutto lo stivale, ora il combo non è solo un fenomeno circoscritto al centro Italia, ma una delle migliori nuove offerte che la nostra nazione possa lanciare nella bagarre europea. L’<em>Orange</em> è pieno e gronda sudore, clima “ideale” per perdersi nelle digressioni castanediane di Sergente e compagni. Il “solito” set fatto di fuoco e sangue, una vortice di sapori e sensazioni innalzato al cielo con estrema precisione; qualche pezzo di <em>Ode To Maximum</em> lanciato al momento giusto, e l’illusione è compiuta.<br />
Nella grama estate pescarese, il <em>Tube Cult</em> si consolida come l’oasi più refrigerante della stagione.</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
<p style="text-align:center;">PHOTOGALLERY PRESTO ONLINE</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ISIS - Oceanic]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2009/05/17/isis-oceanic/</link>
<pubDate>Sun, 17 May 2009 19:00:39 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2009/05/17/isis-oceanic/</guid>
<description><![CDATA[(2002, Ipecac) Quale accezione musicale avrebbe avuto quel prefisso “post” (relativamente al rock pi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2002, Ipecac)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1961 aligncenter" title="Isis - Oceanic" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2009/05/isis-oceanic.jpeg" alt="Isis - Oceanic" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Quale accezione musicale avrebbe avuto quel prefisso “post” (relativamente al rock più duro) se nei primi 2000 gli <em>Isis</em> non avessero trasportato &#8220;l’inferno&#8221; in una dimensione tanto post-moderna e reale quanto eterea?<br />
Reduci da qualche EP e da un sorprendente debut (<em>Celestial</em>), Turner e compagni arrivano ad <em>Oceanic</em> con un bagaglio di brillanti soluzioni artistiche, calibrate e definite negli ingredienti, ancora troppo acerbe per far traboccare quell’enorme vaso denominato post-metal. L&#8217;infuso sonoro delle prime uscite, fatto di spiritualismo e disperazione, di ciclicità e rabbia, si dimostrava incapace di liberarsi di quell’indissolubile “link” che legava i primi passi della band ad i suoi padri putativi. Seppur il disco d’esordio ne avesse dipinto già d’oro le talentuose prospettive, i Nostri, dovevano ancora trovar una dimensione propria e canalizzare quei preziosi germogli sbocciati in <em>Celestial</em> in un sound libero da retaggi musicali ed autosufficiente.<br />
Figli di quell’apocalittica pulsione che anni a dietro aveva trasportato l’hard core ad i confini dell’industrial, del noise e dei rantoli dell’umano nichilismo, gli <em>Isis</em> affondano le loro matrici artistiche nel suono di due delle band più influenti ed importanti di fine millennio: <em>Neurosis</em> e <em>Godflesh</em>; se vi aggiungiamo un’intelligente fascinazione per il post-rock e certo ambient (maturata successivamente al disco del 2000), oltre ad un marcato mood progressive, la strada per <em>Oceanic</em> diviene ben più visibile e l’alchimia, che ne individua le probabili chiavi di lettura, maggiormente decifrabile. Ridurre quindi il suono dei musicisti di Boston ad una logica evoluzione dello sludge più grezzo di fine secolo è ora più che mai inappropriato, tant&#8217;è la poliedricità dell’offerta proposta. Il disco del 2002, infatti, pur spiazzando parte del pubblico, riesce subito a sottolineare la sua completezza e maturità, facendo presagire che in futuro, il germe che vi cova in seno, possa contagiare buona parte della scena di riferimento. Il peso specifico delle nove tracce in questione è enorme e trapassa il semplice aspetto sonoro. Concept strutturato attorno alle vicende di un uomo succube della sua vita sentimentale, e della sua esistenza (vittima di un incestuoso tradimento che lo porterà al suicidio), <em>Oceanic</em>, trova nelle sue fandamenta elementali la chiave per la trascendenza spirituale e sensoriale: un universo subcosciente in cui l’acqua è padrona incontrastata delle forme; il dolore sconfina così in una dimensione “metal” vergine ed esclusiva in cui amplifica alcune percezione di se e ne indebolisce altre.<br />
Mai scontato e sempre teso, il full-length, si allontana dai prestabiliti immaginari del suo retroterra culturale, immergendosi in ambienti sociali concreti, dove l’onirico e l’ultraterreno non sono che trasposizione del quotidiano. Un rabbioso viaggio nella depressione e nel malessere che scava fra le macerie dell’animo senza mai perder di poesia e senza cedere alla tangibile brutalità della materia. <em>Oceanic</em> si presenta quindi come una grande opera umana sin nei suoi cavilli: dalla produzione ad i suoni, dal growl imperfetto alla malinconia dei suoi momenti  più dilatati,  ogni rifinitura è priva di artefazione ed il risultato del plot è così profondamente “vicino” e sensibile.<br />
L&#8217;esperienza di annegare nel nero oceano dipinto dai cinque è totale, nello sprofondare si incontrano paure recondite e frustrazioni e man mano che si scende la perdita di senso sublima la realtà, dipingendo un sentiero che porta sin alla trascendenza dell&#8217;animo: un tunnel di nichilsmo sul cui fondo splende abbagliante una luce, la luce dello spirito.<br />
Ora, ad anni dalla sua uscita, questo &#8220;secondo atto&#8221; resta indiscutibilmente il momento più alto della carriera degli <em>Isis </em>e, probabilmente, il più degno erede di quel <em>Through Silver in Blood</em>, che nell&#8217;ormai lontano 1996, iniziò l’opera di reinvenzione di buona parte della musica heavy.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. The Beginning and the End<br />
2. The Other<br />
3. False Light<br />
4. Carry<br />
5. &#8211;<br />
6. Maritime<br />
7. Weight<br />
8. From Sinking<br />
9. Hym</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ISIS - Wavering Radiant]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2009/05/17/isis-wavering-radiant/</link>
<pubDate>Sun, 17 May 2009 17:30:37 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2009/05/17/isis-wavering-radiant/</guid>
<description><![CDATA[(2009, Ipecac) Confrontarsi con realtà che riescono a radicarsi capillarmente negli ascolti di vaste]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2009, Ipecac)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1906 aligncenter" title="200px-isis_wavering_radiant" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2009/04/200px-isis_wavering_radiant.jpg" alt="200px-isis_wavering_radiant" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Confrontarsi con realtà che riescono a radicarsi capillarmente negli ascolti di vaste fette di pubblico non è mai semplice, soprattutto se esse sono di buona fattura e  non difficile fruizione per differenti percorsi e background musicali. Procedere con un’analisi fredda ed imparziale è quindi impossibile ed insensato; non ci resta, quindi, che proporvi una probabile chiave di lettura, assolutamente non univoca, ma ben ponderata e calibrata sul materiale in questione.<br />
Giunti ad un fondamentale crocevia della loro carriera tornano gli <em>Isis</em>, con quella che si preannunciava come una delle uscite più attese dell’anno. Frutto di una lenta gestazione, <em>Wavering Radiant</em>, arriva a sancire l’ennesima sterzata di Turner e compagni, che, dopo <em>In The Absence Of Truth</em>, si dimostrano sempre più distanti da quella visceralità ed urgenza espressiva che li aveva accompagnati sino alle porte dell’osannato <em>Panopticon</em> ed abbandonati definitivamente nel 2006. Il disco in questione si presenta, così, epifania di una precisa scelta evolutiva, che, se da una parte rischiara e riabilita <em>ITAOT</em> (dipingendolo come anticamera della loro ultima fatica), dall’altra scambia definitivamente il fango, che caratterizzava i primi dischi, con spigoli e geometrie che portano la band di Boston in terreni ove iper-meticolose costruzioni progressive spalmano, in un’ora scarsa di musica, soluzioni formali tanto evolute quanto studiate a tavolino, in cui sludge e hardcore non son altro che cavie da laboratorio estrapolate dal loro ambiente naturale ed isolate in freddi comparti stagni prima di esser sezionate. Con questo stesso modus operandi i “nuovi” <em>Isis</em> manipolano altre sonorità, fin ora più o meno lontane dalle loro corde, che riempiono <em>WR</em> di atmosfere psy e meccanismi sempre più vicini a quelli di casa <em>Tool</em>. E’ quindi lampante che l’operato dei cinque “ex” post-corers si sia catapultato in ambienti prettamente rock (seppur evoluti), dove l’assoluta freddezza compositiva della band non fatica a recuperare tasselli esterni alla sua scena d’appartenenza, tentando spesso di far proprie soluzioni che, nel 2009, sfiorano l’accademismo: giri di basso circolari, assoli ben definiti e tappeti elettronici sembrano rievocare stratagemmi dei <em>Pink Floyd</em> di fine anni settanta e della relativa scena prog-rock successiva a quest’ultimi.<br />
Nonostante la variegata quantità di materiale, però, <em>Wavering Radiant</em> non riesce a tener costanti tensione e  feeling con l’ascoltatore: le ricerche sonore dei nostri lamentan in più punti carenze contenutistiche ed emozionali, e concedono eccessivo spazio ad evoluzioni strutturali che contorcono eccessivamente svariati segmenti della composizione rendendoli poco chiari e scorrevoli. L’album, giunti alla sua parte centrale (<em>Hand Of The Host</em>), perde di fascino ed attenzione (se non nella ben riuscita titletrack), fino allo splendido finale di <em>Threshold Of Transformation</em> che dimostra, con la sua compiutezza, le lacune di riffing e melodia di buona parte del full-length. E’ innegabile però che la band abbia maturato tecnica e suoni fuori dal comune, componenti non trascurabili che mantengono il livello qualitativo del combo oltre la norma.<br />
L’impressione che si ha dopo aver smontato e rimontato più volte questa ultima circolare costruzione degli <em>Isis </em>è di essere al cospetto di una imponente opera d’ingegneria meccanica: una fuoriserie d’ultima generazione. Ma che senso ha aver un tale “mezzo di trasporto” se non vi è la necessità di spostarsi ? (&#8230;si noti come ciò sia agli antipodi del concetto di hardcore)<br />
La speranza è quindi che i cinque possano recuperare un’ispirazione che vada oltre le note ed il suono e che possa esistere, vivida e solida, anche quando l’interruttore è pigiato sull’OFF. Infondo si tratta “solo” di subordinare le “nuove scoperte” all’indicibile, a ciò che, forse, dovrebbero essere l’esigenza prima durante la stesura d’un opera e che segna quella sottile linea che delimita arte ed artigianato: la poesia.<br />
Per i più feticisti, quantificando, il giudizio di chi scrive si potrebbe riassumere con un bel 7: <em>WR</em>, nonostante sia ben lontano dai capolavori della band (<em>Oceanic</em> e <em>Celestial</em> su tutti), va ben oltre il semplice compitino ma, con la sua arte per l’arte, con il suo autoreferenzialismo, si dimostra più un orpello che un sentiero percorribile in futuro, se non in chiave squisitamente tecnico-tattica.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Hall Of The Dead<br />
2. Ghost Key<br />
3. Hand Of The Host<br />
4. Wavering Radiant<br />
5. Stone To Wake A Serpent<br />
6. 20 Minutes / 40 Years<br />
7. Threshold of Transformation</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[KHANATE – Clean Hands Go Foul]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2009/03/30/khanate-%e2%80%93-clean-hands-go-foul/</link>
<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 17:05:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2009/03/30/khanate-%e2%80%93-clean-hands-go-foul/</guid>
<description><![CDATA[(2009, Hydrahead) Un agorafobico tempio del sottrazionismo esistenziale, in cui “l’assenza” libera d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2009, Hydrahead)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1830 aligncenter" title="disc_1991" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2009/03/disc_1991.jpg" alt="disc_1991" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Un agorafobico tempio del sottrazionismo esistenziale, in cui “l’assenza” libera definiti spazi dalle sovrastrutture e dalle forme (tutte) della società occidentale. I non-luoghi di Clean Hands Go Foul son la traccia dell’essenza umana: spartane “stanze” s-vuotate si ergono a paradigma dell’isolazionismo e della de-pressione, negando tanto i contatti con l’esterno, quanto esaltando la carnalità della vita. Non è un caso che l’ultimo palpito di O’Malley e compagni sia rimasto nascosto per ben quattro anni prima di veder la luce, un periodo d’incubazione utile a conferir coscienza di se a tutto il lavoro. Le differenze con i precedenti dischi sono evidenti, quest’ultima fatica dei Khanate, mette in evidenza la sua profonda esigenza di slegarsi dai retaggi stilistici e lo fa eliminando il superfluo individuato, tra l’altro, nel “doom” stesso. Ciò che resta sono quattro tracce, quattro ambienti appartenenti ad un unica dismessa area, pervasi da atmosfere baconiane, in cui il concetto di tempo è mutato: non vi è speranza nè futuro, solo a-segnici graffi del pessato, impossibili da astrarre e custodi di un nichilistico senso d’abbandono. Un regno in cui il malessere si assolutizza in toccanti e dissonanti picchi, esaltati dalle minimalistiche macerie in cui cova.<br />
Probabilmente il punto più alto dell’intera discografia dei nostri, Clean Hands Go Foul, elimina il non-necessario dal suo essere, consegnandoci un’ora di passione radicale e free. Un disco che riesuma la lezione dei Colossamite inserendola in contesti ambient-drone dove tutto si svolge in assenza di luce,  in cui l’aria è rada e le spigolose forme noise si perdono in una realtà conflittuale, morente, ove un ferroso telaio intreccia il nero background della band ad asimmetriche dinamiche post-rock a la Storm &#38; Stress. Una lenta catarsi fra le ferite dell’animo, in cui emozione e rarefazione si alternano, con proporzionalità, in un chiasmico crescendo/diminuendo, dove l’iniziale celebrazione del dolore (che a tratti ricorda, con molte virgolette, dei Converge privati della componente hard-core) sprofonda gradualmente nell’oscuro minimalismo dell’ultima traccia, che rispolvera colti momenti compositivi del macrogenere in questione.<br />
Non vi è speranza nell’esistere, se non nelle cicatrici, ma vi è la certezza che Clean Hands Go Foul, rappresenti, già da ora uno degli apici di questo 2009.<br />
Perfettamente consonante alla musica l&#8217;ottimo artwork, capace di visualizzare e sintetizzare questa struggente ora di suono.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Wings From Spine<br />
2. In That Corner<br />
3. Clean My Heart<br />
4. Every Good Damn Thing</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ÆTHENOR – Faking Gold &amp; Murder    ]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2009/03/24/%c3%a6thenor-%e2%80%93-faking-gold-murder/</link>
<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 13:03:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2009/03/24/%c3%a6thenor-%e2%80%93-faking-gold-murder/</guid>
<description><![CDATA[(2009, Vhf Records) La debacle dell’umano sentire: esoterismo percussivo, drones profondi ed “Anok P]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2009, Vhf Records)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1822 aligncenter" title="disc_1943" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2009/03/disc_1943.jpg" alt="disc_1943" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">La debacle dell’umano sentire: esoterismo percussivo, drones profondi ed “Anok Pe” David Tibet (magnetica voce dei Current 93). Già, David Tibet. Assieme a Alexander Tucker, Nicola Field ed Alex Babel, completa una line-up, già formata da Daniel O’Sullivan (Guapo, Mothlite, etc..), Stephen O’Malley (Sunn O))), Khanate, etc..) e Vincent De Rougin (Shora), che con “Faking Gold &#38; Murder” (terzo parto del collettivo Æthenor), contribuisce ad ordire la trama (a)melodica definitiva per gli amanti delle sonorità “avant” oscure. “I” docet.<br />
La velata furia impro d’apertura, collide con il drone/dark ambient, là dove il sentimento esoterico “Tibetiano” traspare in vocalizzi d’oltretomba. La lenta materializzazione del magma sonoro si riveste di un espressività funerea, mentre le chitarre si fondono in unico richiamo mistico. Trasporre l’occulto in musica, spogliarlo del rumore in eccesso e fonderlo con ciò che si ritiene astratto o con quel che possono essere le esperienze paranormali.<br />
Si veda Tangerine Dream, Current 93, La Monte Young, Terry Riley, incorniciati e trasposti da Alexander Tucker (il suo lavoro oscuro agevola il viaggio oltre-la vita del LP rifinendo con il consueto tocco onirico/psy-folk l&#8217;intero disco) e, soprattutto,  dall&#8217;intero background musicale dello stesso O&#8217;Malley (capace di dare una forte identita all&#8217;intera cromatura del disco): un sinistro carosello di entità, di cui, tutt’ora, non se ne delineano le spropositate capacità artistiche.<br />
L&#8217;epifanica immagine è quella di un baule pieno di extra-sensoriali oggetti, racconti di Poe, infernali nenie e spezzoni di vecchi film del “Terrore” di Bava, in cui la speranza è bandita ed il reale pare esser catartica anticamera dell&#8217;apocalisse.<br />
Ossequi alla bravura di O’Malley &#38; Co. facoltosi di un concepire musicale oltre ogni catalogazione, giunto, dopo gli inziali ed acerbi rantoli avant-doom di “Deep In The Ocean Sunk The Lamp Of Light” (2006) e l&#8217;ottima, ma incompleta, maturazione di “Betimes Black Cloudmasses” (2008), alla dischiusura di un “pandoraceo” panopticon custode del maligno e volgarmente chiamato “Faking Gold &#38; Murder”.<br />
Secondo capolavoro, dopo &#8220;Clean Hands Go Foul&#8221; dei Khanate, targato 2009.</p>
<p><strong><em>Tracklist:</em></strong><br />
1. I<br />
2. II<br />
3. III<br />
4. IV</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:tonno@baronedelmale.com">Damiano Rizzo</a></p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[KEEP OUT – See It Through]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2009/03/03/keep-out-%e2%80%93-see-it-through/</link>
<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 18:25:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2009/03/03/keep-out-%e2%80%93-see-it-through/</guid>
<description><![CDATA[(2009, Black Nutria) Che il grunge ed i suoi strascichi non sian un fenomeno ristretto agli anni nov]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2009, Black Nutria)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1711 aligncenter" title="l_760938ccd9234a518b294d2f0a609acc" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2009/03/l_760938ccd9234a518b294d2f0a609acc.jpg" alt="l_760938ccd9234a518b294d2f0a609acc" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Che il grunge ed i suoi strascichi non sian un fenomeno ristretto agli anni novanta è sempre più evidente, le nuove generazioni vi attingono ed una bella fetta dell&#8217;attuale rock alternativo non è altro che l&#8217;evoluzione del vituperato suono di Seattle. Certo la forza iconografica del compianto Cobain non è la stessa dei decenni trascorsi, ma non per questo la rivoluzione sociale di dischi come Nevermind è confinabile in poche ore di suono. Un patrimonio storico traversale: dalla moderna glorificazione degli iper-influenti Melvins fino al successo commerciale dei Korn, gli ultimi rantoli del rock “più easy” di fine secolo arrivano integri e prepotenti al 2009, guardando dritto negli occhi quei suoi pargoli, un tempo allattati con biberon di seconda generazione e jeans “stropicciati” a loro volta reduci del tardo modernismo degli &#8216;80. Proprio in questo paesaggio si poggiano le prime pietre del sentiero che i pescaresi Keep Out han appena iniziato a segnare; un esordio quanto mai convincente, privo di pretenziose mire avanguardistiche, ma ricco di passione e dedizione. See It Through alloca le sue nove traccie attorno alla lezione di King Buzzo, alle progressioni e rarefazioni dei Tool, a rimembranze &#8220;pattoniche&#8221;, alla visceralità strozzata di Layne Staley, senza perder per un secondo di personalità e tenendo costantemente tesa la sua annerita carica emozionale. Poco più di un&#8217;ora dalle idee ben chiare, capace di sostituire con agevolezza l&#8217;inflazionato suffisso “core” con “grunge”, rendendo così quanto mai affascinante quel  “post-” oggi sempre più in voga. Ottima la cura dei suoni e la produzione, frenata di tanto in tanto dalle poco organiche suite elettroniche.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Luxuria<br />
2. The Looser<br />
3. Raaat-Face<br />
4. Sputnik<br />
5. Raaat-Me<br />
6. Into The&#8230;<br />
7. Muddy<br />
8. Phobia<br />
9. Parkinson</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ZU - Carboniferous]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2009/03/02/zu-carboniferous/</link>
<pubDate>Mon, 02 Mar 2009 17:57:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(2009, Ipecac) “In linguistica con significante si indica il piano dell&#8217;espressione, correlato]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2009, Ipecac)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1649 aligncenter" title="3218" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2009/02/3218.jpg" alt="3218" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;"><em>“In linguistica con significante si indica il piano dell&#8217;espressione, correlato al significato, o piano del contenuto, all&#8217;interno di un segno. Il significante è la forma, che rinvia a un contenuto. L&#8217;unione di forma e contenuto, la relazione fra significante e significato, definisce il segno. Significante e significato sono legati da un rapporto di presupposizione reciproca : la forma espressiva articola il contenuto; il contenuto può essere manifestato solo attraverso una forma significante. Per questo si dice che significante e significato siano come i due lati di uno stesso foglio.”</em></p>
<pre style="text-align:right;">da wikipedia</pre>
<p style="text-align:justify;">Dinanzi alla granitica maestosità di Carboniferous, le regole fondamentali della linguistica sono, probabilmente, il mirino ideale per centrare il cuore dei “nuovi” Zu, carpendone l’essenza senza lasciarsi ipnotizzare da quella sublime e programmatica produzione che li rende tanto “patrimonio dell’umanità” quanto l’ennesimo gioiellino di casa Patton. Stando proprio ad una dicotomica scissione fra significato e significante, l’ultima fatica dei tre romani, diviene più comprensibile e decisamente “rock”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Significato:</strong> Gli Zu rappresentano ora più che mai la vetta della nostrana scena jazz-core, di quel magmatico ribollire di gruppi (in prevalenza romani) che girano attorno ad attitudini free-jazz pur vivendo in ambiente decisamente più core, di essi però han perso la freschezza espressiva inglobando nel loro bagaglio musicale materiale un tempo definito “estremo” ma ora sempre più di uso comune: in Carboniferous è facile trovare quel carosello stilistico che ormai fa parte del “rock tutto” e pianifica prepotentemente l’architettura progettuale dell&#8217;intero disco, liquefacendo così l’attitudine selvaggia che ne caratterizzava i live ed allo stesso modo la cripticità dei dischi.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Significante:</strong> Il combo ostiense non è che la massa dell’impasto, non il tutto, Mike Patton, King Buzzo e Giuglio Favero son parte fondamentale di un full-length che si è riappropriato della forma canzone ed ha digerito tutti canoni di casa Ipecac approdando così in una dimensione identitaria più fruibile. Potremmo apporre agli Zu, alla luce delle loro ultime mosse, quella miriade di etichette che sempre più confezionano la musica: avant, free, math, sludge, core, noise, etc… e che ora sono termini perfettamente accostabili alla produzione della band.</p>
<p style="text-align:justify;">Con ciò, chi scrive, non tenta di negare l’enormità del disco e degli artisti, tantomeno di criticare il loro approdo in casa Ipecac (con conseguente aumento di visibilità), ma, più semplicemente, di sottolineare che alla base di Carboniferous vi sono delle scelte, che comportano dei guadagni e delle perdite (non parlo solo dell&#8217;aspetto economico), degli apprezzamenti e delle critiche, a cui ogni grande opera, se ritenuta tale, deve sottoporsi prima di esser idolatrata e radicarsi nella storia.<br />
In definitiva ci troviamo al cospetto di dieci tracce più vicine ai Fantomas che ai Naked City, in cui si sente prepotente l’influenza di certo rock “math-oriented”, codificato dai Trans AM e recentemente riportato in auge da band come i Battles, su cui si adagiano momenti più grassi e vicini al noise dei Melvins, capaci di gonfiare di fatica l’intero lavoro a tal punto da renderlo strettamente consonante all’evocatoria copertina. Una scalata resa ancor più ardua dalla morfologia a tratti sludge del territorio, vicina, per certi versi, a soluzioni degli ultimissimi MoRkObOt. L’iter di Carboniferous sa concedersi però anche liberatori momenti di più ampio respiro, costruiti su landscape affini ai voli pindarici del moderno post-sludge strumentale e che per certi versi si intessono nel telaio sonoro ricordando le aperture degli ultimi Dub Trio.<br />
Un disco da maneggiare con, molta, cautela.</p>
<p><strong><em>Tracklist:</em></strong><br />
1. Ostia<br />
2. Chthonian<br />
3. Carbon<br />
4. Beata Viscera<br />
5. Erinys<br />
6. Soulympics<br />
7. Axion<br />
8. Mimosa Hostilis<br />
9. Obsidian<br />
10. Orc</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[LAST MINUTE TO JAFFNA – Volume I]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/12/31/last-minute-to-jaffna-%e2%80%93-volume-i/</link>
<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 03:16:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(2008, Concubine Records/Swarm Of Nails/Hypershape Records/Consouling Sounds) Quando l&#8217;obietti]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2008, Concubine Records/Swarm Of Nails/Hypershape Records/Consouling Sounds)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="alignnone size-full wp-image-1394" title="last_minute_to_jaffna_volume_i" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/12/last_minute_to_jaffna_volume_i.jpg" alt="last_minute_to_jaffna_volume_i" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Quando l&#8217;obiettivo primo di una produzione artistica è l&#8217;esprimersi, la più grande difficoltà è senza dubbio riuscire a fermare le idee prima che esse implodano. I Last Minute To Jaffna ci han provato. Nonostante i numerosi cambi di line-up, la band torinese, dà, con questo Volume I, una forma più definita al materiale accumulato nel corso della sua giovane vita, scolpendo l&#8217;esperienza live e gli ottimo spunti del precedente promo con granitici colpi di classe e buon gusto.<br />
Dalle cinque songs non trapela nessuna frettolosa inclinazione avanguardista, ma tanta consapevolezza nei propri mezzi e conoscenza del materiale proposto. Una ricerca dall&#8217;attitudine quasi scientifica che si prefigge di trovare spunti percorribili a quel mood hardcore divenuto marchio di fabbrica dei Neurosis (post-Through Silver In Blood) senza snaturarne atmosfere e dinamiche. La finalità ultima diventa quindi avvicinare dei canovacci musicali già esistenti al proprio vissuto, alle proprie necessità espressive, al proprio background culturale.<br />
L&#8217;intero iter del disco si dipana simmetrico attorno ad influenze ben marcate: la solenne alternanza di pieni e vuoti dei quarantacinque minuti ondeggia fra deflagrazioni rimembranti i Cult Of Luna e progressioni alla Isis; il riffing interseca doom a geometrie di matrice Tool, concedendo addirittura leggere cavalcate black e disperati assalti in stile Converge. Lo splendido avvallamento centrale ambient/drone impenna qualitativamente tutto il full-length, impreziosendolo con venature isolazionistiche (echeggianti agli oscuri paesaggi di Lustmord), ed aprendone una seconda parte decisamente superiore alla precedente. Chapter V e Chapter XI, infatti, si rivelano i brani più riusciti ed identitari dell&#8217;intero album, grazie soprattutto ad una prova vocale variegata e fortemente emozionale, che sa alternare l&#8217;urlato classico del genere con soluzioni raffinate e poco inflazionate; il gran merito del vocalist, infatti, è quello di depurare le esplosioni growl delle “convenzioni” del post-core, caricandole di phatos attraverso anticamere che rimandano tanto al sussurrato dei primissimi Calla (Chapter XI) quanto a cavernose sonorità degli anni ottanta (vedi incipit di Chapter V), dimostrazione che la lezione canora di Von Till non è l&#8217;unica via di fuga.<br />
Ottima prima per un gruppo che mostra grande professionalità e passione, oltre, soprattutto, ad un&#8217;umiltà compositiva capace di esaltare alla perfezione l&#8217;interiorità dei suoi membri; se i Last Minute To Jaffna avranno la parsimonia di continuare il loro minuzioso lavoro di sfumature sarà lecito aspettarsi un futuro solido e portatore di belle sorprese, tanto in ambito nazionale quanto internazionale.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Chapter X<br />
2. Chapter VI<br />
3. Chapter VIII<br />
4. Chapter V<br />
5. Chapter XI</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[MORKOBOT – Morto]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/12/25/morkobot-%e2%80%93-morto/</link>
<pubDate>Thu, 25 Dec 2008 17:31:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(2008, SupernaturalCat) “MoRtO, l’ultimo esperimento scientifico realizzato da Lin, Lan, Len (i mess]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2008, SupernaturalCat)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="alignnone size-full wp-image-1364" title="f_morkobotmorm_c7ee3eb" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/12/f_morkobotmorm_c7ee3eb.jpg" alt="f_morkobotmorm_c7ee3eb" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;"><em>“MoRtO, l’ultimo esperimento scientifico realizzato da Lin, Lan, Len (i messaggeri di MoRkObOt) ha finalmente terminato il suo periodo di putrefazione.”</em></p>
<p style="text-align:justify;">Come spesso capita in casa SupernaturalCat, l&#8217;artwork è quantomai preciso sunto iconografico della materia sonora contenuta nel disco. Ad incidere il nero fondo della copertina di MoRtO, vi è un una forma, tanto archetipica quanto misterica, molto simile ad un uovo. Essa racchiude decorazioni dal profumo tantrico appartenenti ad una realtà altra, ignota, primitiva. Ed è proprio il “primitivismo” ad elevare l&#8217;ultima fatica dei lombardi MoRkObOt in un iperuranio espressivo degno degli astrattismi brâncuşiani, dove il rifiuto del modernismo si fonde con la ricerca dell&#8217;immagine primordiale e primigenia, perseguita attraverso l&#8217;esponenziale ripetizione di colpi di machete. Un opera, quindi, tanto fisica quanto evocativa e lontana, in cui il sudore speso nella sua creazione si fonde con lo spirituale perseguimento dell&#8217;origine.<br />
Quaranta minuti sbilenchi e liberi, divisi, per comodità “gestionale”, in tre momenti; quest&#8217;unitario e monolitico flusso chiamato MoRtO, come i precedenti MoRkObOt e MoStRo, fagocita con voracità una moltitudine di linguaggi uditivi, tramutandoli in un prodotto nero e criptico, di difficile riconduzione, e paradigma di un modus operandi che oltrepassa i limiti fisici del “disco”. L&#8217;alternanza di pieni e vuoti e la capacità segnica di frammentare l&#8217;assenza, rendono l&#8217;album in questione esterno ad ogni circuito e scena musicale. Il full-length si sviluppa su codici fortemente identitari, che, in bilico fra noise, industrial, space e kraut, alternano fascinazioni cosmiche a momenti di pachidermica progressione confondendo celato e svelato. Nel seme di MoRtO si scorgono sfaccettature doom/drone giustapposte ad echi decisamente più affini alla musica elettronica:  un mosaico liberato da vincoli stilistici tramite le stesure “free” dei pezzi.<br />
Questo terzo capitolo della trilogia iniziata nel 2005 da Lin, Lan e Len conferma ed esalta caratteristiche e attitudini  della band, acuendone il sottrazionismo strumentale (azzerato completamente l&#8217;uso della chitarra, diminuito quello di synth ed effetti) e maturandone le sperimentazioni, che ora si avvicinano, per certi versi, alla musica concreta (vedi l&#8217;uso di lavatrici e ferraglia varia).<br />
Per la scena italiana, MoRtO, rappresenta uno dei momenti più alti del suo 2008, definendo anche i massimi storici dei tre musicisti in questione.<br />
In definitiva un “trip” magnetico ed ancestrale che, valorizzato dalla spaziale ironia del combo, evita agevolmente il baratro dell&#8217;intellettualismo, stazionando con integrità in una dimensione “RoCk” umana ed attualissima.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Morto Part. 1<br />
2. Morto Part. 2<br />
3. Morto Part. 3</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[LLEROY – Juice Of Bimbo]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/12/05/lleroy-%e2%80%93-juice-of-bimbo/</link>
<pubDate>Fri, 05 Dec 2008 16:14:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(2008, Valvolare/MarinaioGaio/BloodySound/SweetTeddy) Che a Jesi ci siano eccessive vibrazioni della]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2008, Valvolare/MarinaioGaio/BloodySound/SweetTeddy)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1275 aligncenter" title="juice" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/12/juice.jpg" alt="juice" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Che a Jesi ci siano eccessive vibrazioni della crosta terrestre? A sentir bene Gerda e questi Lleroy c&#8217;è da preoccuparsi.<br />
Scosse telluriche da sesto grado della scala “Noise”. Derive radicali e ricercate per i Gerda (in bilico fra crust, math-core e Neurosis era Through Silver In Blood), più dirette e d&#8217;impatto per i Lleroy (dal grunge al punk passando per Unsane e The Jesus Lizard).<br />
Registrato e mixato da Giulio Favero (Putiferio, Teatro Degli Orrori, One Dimensional Man) e coprodotto da quattro etichette marchigiane indipendenti, questo “Juice Of Bimbo” vira la lezione noise-rock dei primi nineties verso un post-core ben strutturato e compresso: dalle taglienti songs dei nostri trapela infatti il ricordo di una giovinezza sonica sospesa fra Seattle e le vecchie rugginose glorie di casa nostra (vedi primissimi Marlene Kuntz), sensibile ai movimenti punk-hardcore dell&#8217;underground urbano e ricolma di liberatoria e furiosa espressività.<br />
In parole povere una mazzata tra capo e collo. Miscela abrasiva per maniaci omicidi che si comprime e poi si slaccia in 30 minuti di assalto frontale, senza mai concedere tregua.<br />
Riccardo abbina geometrie quasi math con il tocco di un fabbro, Giacomo affila le armi ritmiche con plettrate al fulmicotone, Francesco sbraita a più non posso in lingua madre e disegna rumori chitarristici prima taglienti e poi acidi, ricordando di tanto in tanto gli schizofrenici assalti di Mayo ed i suoi La Crisi.<br />
Come fosse l&#8217;impasto definitivo tra Hammerhead, Dazzling Killmen, Helmet, Unsane e Nirvana era “Bleach”; “Juice Of Bimbo” sorprende e sbotta un trono noise/hard-core tutto italiano che vedeva beati ed indisturbati Dead Elephant e Putiferio.</p>
<p><strong><em>Tracklist:</em></strong><br />
1. The Lost Battle Of Minorca<br />
2. Magnete<br />
3. Debbie Suicide<br />
4. In My Head<br />
5. 1-2-3 Kid<br />
6. Tetsuo<br />
7. Naked Violet<br />
8. Border</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:tonno@baronedelmale.com">Damiano Rizzo</a></p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ZIPPO – The Road To Knowledge ]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/11/27/zippo-%e2%80%93-the-road-to-knowledge/</link>
<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 11:14:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2008/11/27/zippo-%e2%80%93-the-road-to-knowledge/</guid>
<description><![CDATA[(2008, Subsound Records) Non vi è stato modo di tenerli a bada, di chiuderli in uno scatolone, appor]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2008, Subsound Records)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1219 aligncenter" title="300" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/11/300.jpg" alt="300" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Non vi è stato modo di tenerli a bada, di chiuderli in uno scatolone, apporvi un etichetta ed inserirli nello scaffale delle meteore; prima che tutto ciò accadesse i cinque giovanotti pescaresi han deciso di guardarsi negli occhi e saltare nel vuoto, liberando così le loro menti da vincoli espressivi, direzioni obbligate e riflessi condizionati.<br />
A più di tre anni da <em>Ode To Maximum,</em> piccola perla dell&#8217;underground stoner apprezzabile per impatto e freschezza espressiva, tornano gli <em>Zippo</em>. La band ora dimostra di aver radicalizzato le sue virtù ed averle usate per elevare il proprio cosciente a ben più alti stati percettivi.<br />
<em>The Road To Knowledge</em> è una dichiarazione di maturità ed identità satura e monolitica, capace di conservare e perfezionare le migliori soluzioni tecniche degli esordi plasmandovi addosso le visioni e le influenze che l&#8217;esperienza ha consegnato ai nostri: un lavoro capillare e policromo, liquido (per il suo modo di adattarsi alle cose e poi fuggir incontrollato), eclettico, barocco.<br />
Frutto e surrogato delle induttive ricerche del combo abruzzese, il full-length in questione, si alloca sulle vicende narrate ne <em>“Gli Insegnamenti di Don Juan”</em> di <em>Carlos Castaneda</em> (concept e canovaccio del disco), fondamentale libro-interprete del materiale sonoro, nonché unico e solo collante della miriade di input sviluppati nei cinquantanove minuti.<br />
Album per nulla semplice ed a primo acchito lussuriosamente eccessivo, questo degli <em>Zippo </em>echeggia nel suo corso a continue esperienze musicali, fondate prevalentemente su matrici prog, ma provenienti dai più disparati angoli del “rock” contemporaneo e non. Un intrico di sonorità grasse, riff heavy “mastodontici”,  periodi sbilenchi e pattoniani, strutture seventies decostruite e progressive, latineggianti alleggerimenti acustici, voli pindarici, esplosioni di volume dal sapore “Neur-Isis”, stoneraccio&#8230; insomma una tela degna del miglior <em>Henri Rousseau</em>, in cui le visioni orfiche dei musicisti si confondono con la loro esotica immagine dell&#8217;America Latina e la sciamanica voce di Dave si erge a stella polare.<br />
<em>The Road To Knowledge</em>, pur essendo indissolubilmente ancorato all&#8217;alba del rock &#8216;n roll, riesce ad essere di sconvolgente attualità: le sue songs si alternano nella sequenza strutturale del disco con cadenza simile a quella dei recenti <em>Tool</em>, molteplici parti chitarristiche si sovrappongono ed intrecciano sorridendo ai <em>Mastodon</em> prima di sfoggiare graffianti attacchi stoner-prog accostabili a <em>Kylesa </em>e <em>Baroness</em>. Tuttavia i momenti più riusciti restano quelli più lineari e graduali (vedi le ottime <em>The Road To Knowledge </em>e <em>Ask Yourself A Question</em>), in cui i tappeti strumentali, a volte quasi in bilico fra <em>Pelican </em>ed <em>Explosions In The Sky</em>, trapassati dalle profonde linee vocali, riprendono il discorso lì da dov&#8217;era stato lasciato rievocando i sapori di <em>The Elephant March</em>. Meno incisive le strutture più intricate, a volte ridondanti ed artificiose.<br />
Fondamentale nell&#8217;economia del concept, e splendido nella resa, il mescalinico sapore latino di arrangiamenti e riff, capace di dare un&#8217;identità ponderata e personalissima a tutto il plot.<br />
Ora gli <em>Zippo</em> si propongono definitivamente come una delle realtà di spicco della rock italiano pur avendo dinanzi tutto il tempo per crescere ulteriormente.<br />
Produzione sontuosa.</p>
<p><strong><em>Tracklist:</em></strong><br />
1. Don Juan&#8217;s Words<br />
2. El Sitio<br />
3. The Road To Knowledge<br />
4. He is Outside Us<br />
5. Chihuahua Valley<br />
6. Ask Yourself A Question<br />
7. Lizards Can&#8217;t Be Wrong<br />
8. El Enyerbado<br />
9. The Smoke Of Diviners<br />
10. Reality Is What I Feel<br />
11. Mitote<br />
12. Three Silver Crows<br />
13. Diablera</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[STORM{O} – S/t ]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/11/21/storm-o-%e2%80%93-st/</link>
<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 13:48:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2008/11/21/storm-o-%e2%80%93-st/</guid>
<description><![CDATA[(2007, Autoprodotto/Rizoma Produzioni) Già dal suo nome, la band veneta, fa capire di aver mischiato]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2007, Autoprodotto/Rizoma Produzioni)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1169 aligncenter" title="l_649d03feb5d0ebf1e1cbdfa99bcea100" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/11/l_649d03feb5d0ebf1e1cbdfa99bcea100.jpg" alt="l_649d03feb5d0ebf1e1cbdfa99bcea100" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Già dal suo nome, la band veneta, fa capire di aver mischiato le carte sul tavolo del “post” dando vita ad una creatura multiforme, tanto giovane quanto sinistra.<br />
Il sapore di stasi violata è la vera arma vincente delle songs: continui e schizofrenici raptus math-grind devastano la sedentaria ed autunnale atmosfera post-rock del disco, generando un inaspettato vortice dinanzi a cui non si può far altro che autocommiserarsi prima della fine. Una sorta di testa-coda stilistico, di “tempesta dopo la quiete” che incorpora al suo interno svariato materiale e plurime fascinazioni. Insomma come complicarsi la vita in circa quindici minuti. Cinque tracce cinicamente esistenziali si aggrovigliano attorno ad intricate trame vicine alle evoluzioni dei primi The Dillinger Escape Plan e degli psicopatici noisers Daughters, su cui il cantato, prevalentemente in italiano, compie l&#8217;ennesima mirabolante acrobazia radicando geograficamente la materia sonora e rievocando la nostra gloriosa scena hardcore dei tempi che furono (vedi alla voce Negazione).<br />
Gli Storm {o} denotano inoltre un&#8217;ottima padronanza tecnica, insita al genere di riferimento e non solo, con cui non faticano a rettificare, attraverso echi free-jazz, disperate frasi “convergiane” in periodi più deliranti, freddi e matematici.<br />
Insomma un&#8217;alchimia riuscitissima che sa scrivere e descrivere, accelerare e rallentare, facendo virtù dell&#8217;accavallarsi di tali dicotomiche estremizzazioni. Certo è solo un primo passo, che, limato a dovere , potrebbe aver avanti a se una lunga strada.<br />
Di buon livello anche produzione e digipack.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Disfonia<br />
2. Inconsiderata Putrefazione<br />
3. Abbandono La Mia Volontà<br />
4. Quando Non Ci Sei<br />
5. Al Punto Di Non Ritorno</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ROSE KEMP -  Unholy Majesty ]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/10/22/rose-kemp-unholy-majesty/</link>
<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 10:08:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(2008, One Little Indian) Per troppi giovani artisti la scena è grazia e delizia, padre e padrone de]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2008, One Little Indian)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1036 aligncenter" style="border:1px solid black;" title="cd_rosekemp" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/10/cd_rosekemp.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Per troppi giovani artisti la scena è grazia e delizia, padre e padrone della loro crescita, legame inscalfibile tanto con la visibilità quanto con il “rigore tattico”; sono davvero rarissime le condizioni sociali che permettono ad un musicista in rampa di lancio di agire indisturbato direzionando la sua freschezza espressiva nel territorio che più lo affascina in maniera libera ed istintiva. Esser figli d&#8217;arte di ex folk-rockers, infatti, in questo schematico terzo millennio, è un ottimo viatico verso l&#8217;iperuranio creativo, e se ad esserlo è una ragazza tanto talentuosa quanto consapevole dei propri mezzi il risultato non può che aver del miracoloso.<br />
La giovane Rose Kemp (ormai al secondo album in studio) è uno splendido fiore da giardino all&#8217;inglese, sbocciato accanto a fascinosi ruderi &#8216;70 e cresciuto sotto l&#8217;angosciante cielo plumbeo del post-metal: una rosa ancora non dischiusa capace di ammaliare con suadenti tinte scure e pronta a punger, con acuminate e rigide spine, chiunque tenti di coglierla. L&#8217;ultima fatica dell&#8217;ugola britannica, sviluppandosi su un canovaccio stilistico simile a quello recentemente delineato dai Battle Of Mice, compone un&#8217;attitudine strumentale heavy-psych ad un songwriting cantautorale e raffinato. Unholy Majesty è un orgia di echi bilanciata e mai volgare: strutture rilucenti di Red Sparowes si perdono in timbriche vintage-prog, melodie rimembranti Lisa Germano inseguono vocalizzi oscuri e serpentini alla Diamanda Galás, delicate rarefazioni d&#8217;autore spolverano la copertina ad i dischi di Tim Buckley, impastati riff doomy incontrano i tasti d&#8217;organi e synth d&#8217;altri tempi generando alchimie simil Jex Thoth, sensuali note di violino si tendono psichedeliche.<br />
Un disco intimo e toccante , ma saturo nelle valvole ed orfico, dove il rock post-sessantottino si libera in molteplici caleidoscopiche varianti.<br />
Dieci tracce ineccepibili dettano i tempi di un full-length pesato nelle dinamiche. Le prime songs, più piene e dirette, disarmano l&#8217;ascoltatore e spianano la strada ad una parte centrale strappalacrime e capace di insinuarsi nell&#8217;intimo prima dei solenni monoliti di chiusura.<br />
Rose Kemp sforna così un album trasversale a gran parte del materiale musicale ora in circolazione, segnando con esso l&#8217;ennesima ottima uscita del 2008.<br />
Non ci resta ora che seguire la crescita della giovane cantante di Bristol (classe 1984), incrociando le dita nell&#8217;attesa di ascoltare produzioni che possano incidere definitivamente sul corso degli eventi.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Dirty Glow<br />
2. Nanny&#8217;s World<br />
3. Bitter and Sweet<br />
4. Flawless<br />
5. Saturday Night<br />
6. Nature&#8217;s Hymn<br />
7. Wholeness Sounds<br />
8. Vacancies<br />
9. Milky White<br />
10. The Unholy</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
<p style="text-align:right;">
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[SLINT – Spiderland ]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/10/16/slint-%e2%80%93-spiderland/</link>
<pubDate>Thu, 16 Oct 2008 21:26:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(1991, Touch &amp; Go) “Serendipità è dunque &#8211; filosoficamente &#8211; lo scoprire una cosa no]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(1991, Touch &#38; Go)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-1002 aligncenter" style="border:1px solid black;" title="cover" src="http://files.splinder.com/c63583726757090b2aed44276d704dba.jpeg" alt="" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;"><em>“Serendipità è dunque &#8211; filosoficamente &#8211; lo scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un&#8217;altra. Ma il termine non indica solo fortuna: per cogliere l&#8217;indizio che porterà alla scoperta occorre essere aperti alla ricerca e attenti a riconoscere il valore di esperienze che non corrispondono alle originarie aspettative.”<br />
</em></p>
<p style="text-align:right;">(da wikipedia)</p>
<p style="text-align:justify;">Una serie infinita di meccanismi fenomenologici m&#8217;illuminano il cervello, minando quello che dovrebbe essere uno dei dogmi della musica contemporanea, ogni volta che si parla di <em>Spiderland </em>come genesi del post-rock: l&#8217;attitudine alla frammentazione temporale, forse legata a facili standard lessicali, mettendo i paletti “post” e “avant” prima di ogni tornante dalla scarsa visibilità, appare come un tentativo d&#8217;interruzione di flussi creativi talmente spontanei da divenir poco digeribili. Il disco in questione è un capolavoro, e come ogni grande opera d&#8217;arte porta con sé un bagaglio culturale non pianificabile,  impossibile da smontare e rimontare, e che, analizzato al microscopio, potrebbe far perder i lumi della ragione al più razionale studioso.<br />
Per fortuna il contesto storico ci viene in aiuto facilitandoci la fruizione dell&#8217;intero album. L&#8217;operato della band di Louisville, infatti, si inserisce in un paesaggio che, a tratti, vive di dinamiche simili a quelle di fine anni sessanta, in cui il curato approfondimento del materiale artistico si fa sempre più fitto ed autoreferenziale, a tal punto da generare ricerche sonore tanto interne alla materia quanto spontanee e diffuse. Il collettivo <em>Slint</em> nasce negli anni in cui l&#8217;hardcore di prima scuola, dopo aver sconvolto tutto, inizia ad accusare mutamenti strutturali causati dalla eccessiva variegazione e differenziazione dei circuiti in cui vive, impadronendosi e fagocitando attitudini e suoni più eterogenei da quelli primitivi. Col passare degli anni le acerbe sperimentazioni post-<em>Black Flag</em> iniziano a consolidarsi attorno ed una schiera di talentuosi giovani che sviluppano interessanti proposte musicali. Uno dei casi è quello degli <em>Squirrel Bait</em> (band composta fra gli altri dai 2/4 dei futuri <em>Slint</em> e <em>David Grubbs)</em> vera e propria anticamera dei paladini dello slow-core. Non possiamo dunque parlare di <em>Slint</em> svincolandone la produzione da riferimenti esplicitamente hardcore quali <em>Minor Threat</em> ed <em>Hüsker Dü</em>, tanto meno possiamo codificare i loro primi passi come surrogato della scena in questione. A fine anni ottanta, infatti, le decostruzioni noise dei <em>Sonic Youth</em> di <em>Daydream Nation</em>, ed i taglienti suoni dei <em>Big Black,</em> marcano imprescindibilmente il rock, influenzando anche la musica di Pajo e compagni, che ne risente e vi si sviluppa attorno. Già in <em>Tweez</em> (1988), debut, la forte attitudine noise è padrona incontrastata (merito anche della produzione di Albini) e le strutture compositive rasentano  il progressive di gruppi storici come i <em>King Crimson</em>. La band però deve ancora affinare il tiro. Solo tre anni dopo, nel 1991, si compie il miracolo. L&#8217;embrionale suono dei nostri è cresciuto velocemente, forse troppo, raggiungendo terreni ancora sconosciuti. Alla sua uscita, <em>Spiderland</em>, suona troppo evoluto per esser apprezzato a dovere, forse per l&#8217;allontanamento dagli stilemi in circolazione. Il disco è il consapevole frutto della maturazione artistica dei musicisti: sicuro di se, robusto e dannatamente lento. I quattro di Louisville demoliscono così il concetto di matrice liberando le loro frasi in brani dalla sintassi anarchica che sfiorano il free-jazz. Tuttavia la forte fascinazione verso il minimalismo-acido (vedi <em>Velvet Underground</em>) e la pesante radice hardcore vincolano il risultato alla natura “popolare” del rock, evitando agli artisti in questione di sprofondare negli avvilenti terreni intellettualoidi che decenni prima causarono l&#8217;estinzione del primo progressive.<br />
I trentanove minuti divisi in sei tracce che intessono questo secondo (ed ultimo) album del combo assomigliano ad una magistrale composizione in slow-motion. Linee melodiche piene di intrichi prog devastano la forma canzone, spigoli vivi combinati fra loro tengono in tensione le geometrie del full-length, la ragnatela di equilibri sonori, allo stesso tempo leggera e solida, permette alla linea vocale di muoversi agevolmente anche in assenza di melodia. Un disco nuovo ed al contempo famigliare: quasi un eco nella memoria. <em>Spiderland</em> intrappola la sua vittima in un regno di rapporti di forza cristallini e netti, dove i neuroni della preda vengono narcotizzati dal cantato/parlato di Brian McMahan. Il dipanarsi lento della metafisica opera è totalizzante: la storia lo confermerà incoronandola assoluta pietra miliare per le generazioni a venire.<br />
Gli <em>Slint</em> suonano quello che sono dimostrando a tutti di posseder una capacità di sincresi sonora mai vista prima, probabilmente riconducibile alla profondità umana dei musicisti stessi.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Breadcrumb Trail<br />
2. Nosferatu Man<br />
3. Don, Aman<br />
4. Washer<br />
5. For Dinner&#8230;<br />
6. Good Morning Captain</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
<p style="text-align:right;">
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[HAVE A NICE LIFE -  Deathconsciousness ]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/10/02/have-a-nice-life-deathconsciousness/</link>
<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 12:39:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(2008, Enemieslist) Una catartica discesa nel profondo, nella stanza dei ricordi rimossi, dove il ne]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2008, Enemieslist)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-914 aligncenter" title="have-a-nice" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/10/have-a-nice.jpg" alt="" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Una catartica discesa nel profondo, nella stanza dei ricordi rimossi, dove il nero avvolge ogni cosa e l&#8217;agorafobia dell&#8217;essenza umana confonde la linea d&#8217;orizzonte con i piani verticali. Uno spaccato degno del miglior Bacon in cui l&#8217;indifesa carnalità è messa a nudo ed abbandonata a se stessa, dove  la coscienza si gonfia di tristezza e di gotico nichilismo come non faceva da quasi due decenni; il tutto suggellato sardonicamente da un nome quanto mai avvilente: <em>Have A Nice Life</em>. Bastano pochi minuti al duo statunitense per farci abbassare la guardia; é fin troppo semplice conceder loro la nostra anima mentre oppiacei fumi riempiono la poca aria ed un forte sapore di laudano ci invade la lingua. Pare sentir la vita abbandonare le nostre membra, come nel celebre “Marat Assassinato” di David (scelto come copertina). Similmente al caldo tepore dell&#8217;acqua che riempie la vasca, protagonista celato del dipinto in questione, <em>Deathconsciousness</em> facilita la perdita di sangue senza darlo a vedere, senza arroganza, anzi avvolgendoci in un ovattato e godivo senso di benessere pre-rigor mortis.<br />
Gli <em>Have A Nice Life</em> suonano dark-wave guardandosi le scarpe, adorando in ogni momento della loro musica la sacra triade dello shoegaze e celebrandola accavallandone l&#8217;autolesionistica malinconia di <em>Psychocandy</em> (<em>The Jesus &#38; Mary Chain</em>), agli strati sonori di <em>Loveless</em> (<em>My Bloody Valentine</em>) ed alla sulfurea delicatezza orfica di <em>Just For A Day</em> (dei grandiosi <em>Slowdive</em>).<br />
Un&#8217;imponente opera di genere divisa in due atti, in cui alcune dinamiche strutturali si avvicinano a quelle dei <em>Nine Inch Nails</em> di <em>The Fragile</em> e tutto è pervaso da un savoir-fair e da un coinvolgimento ripescati direttamente dal primo post-punk. Nelle tredici tracce vagano lenti i fantasmi di <em>Ian Curtis</em>, dei <em>Cure</em> più oscuri di <em>Pornography</em> e <em>Disintegration</em>, dei <em>Sister Of Mercy</em>, strattonati di tanto in tanto da parti più ritmate ed immediate evocate dall&#8217;avvolgente circolarità delle frasi. Un lavoro pesato al millesimo, dove nulla e fuori posto e tutto è ben bilanciato.<br />
Quest&#8217;album, seppur nostalgico, non è mai vintage, e non suona come un revival, ma anzi si dimostra fortemente attuale e, volendo, originale. Forse per via del suono, che rasenta spesso il drone e strizza l&#8217;occhio a <em>Justin K Broadrick</em>, <em>Deathconsciousness</em>, si inserisce con prepotenza fra le migliori uscite di quest&#8217;ottimo 2008 regalandoci una quantità di songs riuscite (vedi <em>Bloodhail</em> e <em>Hunter</em>) da far invidia ad i grandi capolavori della storia del rock.<br />
Un meticoloso manufatto “DIY” realizzato in mezzo decennio; <em>Dan Barret</em> e <em>Tim Macuga</em> intessono così, per l&#8217;artigianale ed esoterica <em>Enemieslist</em>, un concept ben lontano dai circuiti commerciali, non in vendita nei negozi e decadentemente riempito di nero simbolismo religioso.<br />
Gli <em>Have A Nice Life</em> conoscono e sono padroni di ciò che suonano, lasciando trasparire una cultura musicale capace di pescare anche da generi apparentemente lontani dal loro suono (black metal) o solo accennati in questo debut (folk apocalittico).<br />
Probabilmente sarà una mia infatuazione personale, ma questo disco, pian pian, sta lasciando un profondo segno negli ascolti e nelle aspettative.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
<em>CD1: &#8220;The Plow That Broke the Plains&#8221;</em><br />
1. A Quick One Before The Eternal Worm Devours Connecticut<br />
2. Bloodhail<br />
3. The Big Gloom<br />
4. Hunter<br />
5. Telephony<br />
6.Who Would Leave Their Son Out In The Sun<br />
7. There Is No Food<br />
<em>CD2: &#8220;The Future&#8221;</em><br />
1. Waiting For Black Metal Records To Come In The Mail<br />
2. Holy Fucking Shit: 40,000<br />
3. Deep, Deep<br />
4. The Future<br />
5. I Don&#8217;t Love<br />
6. Earthmover</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[NEGATIVE TRIP - Ep  ]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/09/25/negative-trip-ep/</link>
<pubDate>Thu, 25 Sep 2008 16:59:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(2007, Autoprodotto) Non poteva che nascere dalla ferruginosa provincia centro-meridionale quest]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2007, Autoprodotto)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-full wp-image-891 aligncenter" title="negativetrip_cover" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/09/negativetrip_cover.jpg" alt="" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Non poteva che nascere dalla ferruginosa provincia centro-meridionale quest&#8217;essere; dai luoghi in cui la plastica tarda a sostituire il metallo e le scorie delle stantie reminiscenze post-moderne degli anni novanta si ergono a simbolo del declino di un intere sistema urbano e sociale. Compiuti i primi passi nel regno del tetano, la “nostalgica” band pescarese colloca senza pudore il suo background fra gli dei del noise-rock di fine secolo, rivelando con estrema lucidità i suoi cerebrali meccanismi e la sua attitudine dissonante e psichedelica. Le quattro tracce dell&#8217;Ep sono certo troppo poche per riuscire ad elaborare un profilo preciso del gruppo, ma le prime meccaniche pulsazioni dei Negative Trip parlano chiaro e lasciano riporre grandissime speranze nel loro futuro. Un primo passo incastrato fra riff e dinamiche di scuola Shellac ed espressionismo esistenziale  di “nirvaniana” memoria, dove la luce per la maturazione sembra illuminare tanto le convulse lezioni di King Buzzo quanto le spigolose e dilatate costruzioni degli Slint. Nulla di più di una semplice ed efficace dichiarazione di intenti, sia chiaro, ma le potenzialità insite nel combo fanno ben sperare.<br />
In definitiva un tagliente quadrilatero dagli spigoli vivi, in cui il bisogno di dominare il rumore e la struggente visceralità del caos si pongono ottimamente a base di un&#8217;identità rock ancora tutta da costruire e che non mi sbalordirei se in futuro si avventurasse sui sentieri percorsi degli ultimi Boris di Smile, tanto meno se si lasciasse affascinare dalle sperimentazioni più “facili” di Merzbow.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Implosion<br />
2. Gonzales<br />
3. HTF<br />
4. Zero Drive</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[PIETRE DAL CIELO DI SENIGALLIA]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/08/27/pietre-dal-cielo-di-senigallia/</link>
<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 22:19:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2008/08/27/pietre-dal-cielo-di-senigallia/</guid>
<description><![CDATA[Neurosis, A Storm Of Light, The Ocean 23/08/2008 Mamamia Music Club Senigallia (An) Sapevo. Sapevo b]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><em>Neurosis, A Storm Of Light, The Ocean<br />
23/08/2008<br />
Mamamia Music Club<br />
Senigallia (An)</em></p>
<p style="text-align:center;"><img src="http://files.splinder.com/97e79d91911bb91ba70f5052c6844b87.jpeg" alt="" /></p>
<p style="text-align:justify;">Sapevo. Sapevo benissimo già da molto tempo che non sarebbe stato un semplice concerto, ma un vero e proprio giro di boa.<br />
Ricordo ancora perfettamente quella mattina in cui lessi che i <em>Neurosis </em>avrebbero suonato in Italia, il mio stupore fu tanto che stentavo a crederci. In quei giorni l&#8217;incredulità veniva smorzata dall&#8217;allora recente reperimento di <em>Eternal Kingdom</em>, ma nonostante ciò scandagliavo il web da capo a piedi in cerca di notizie più chiare e attendibili. Da quel momento la presa di coscienza di ciò che sarebbe accaduto qualche mese a venire diveniva sempre più ponderata, e la data del 23 Agosto si incideva, autonomamente e lentamente, a fuoco sulla mia vita, divenendo inevitabile ed irremovibile quanto la scoperta della morte per un bambino che compie i primi passi nel mondo degli adulti.<br />
Arriva così la calda mattina di quel sabato di fine estate, tanto calda da render poco immaginabile il serale concerto della band Californiana. A questo punto manca davvero poco, le distrazioni sono ridotte all&#8217;osso, neppure il traffico autostradale mi distoglie dal pensare a ciò che di lì a poco sarebbe accaduto.<br />
Il sudore gronda ma le fatiche del tribolato viaggio svaniscono subito, quando, dal parco che antecede il <em>Mamamia</em>, si scorgono due panciuti buontemponi sulla quarantina. <em>Scott Kelly</em> e <em>Steve Von Till</em> sono lì: è tutto vero.<br />
Panini e birre in contemporanea con gli ultimi ritocchi dei gruppi spalla e siamo pronti per addentrarci nel luogo del delitto.</p>
<p style="text-align:justify;">Dall&#8217;esterno si capisce che il breve soundcheck dei <strong><em>The Ocean</em></strong> si sta trasformando nel vero e proprio live set delle band tedesca, mi affretto, ed una volta al cospetto del palco, mi accorgo che c&#8217;è qualcosa che non quadra: il collettivo è ridotto all&#8217;osso e mancano ben tre (fondamentali) elementi. I quattro crucchi attaccano e danno l&#8217;impressione di aver ben chiaro che il loro obiettivo è quello di limitare i danni ed evitare figuracce nel cinico confronto con gli artisti che suoneranno di lì a poco. Tuttavia, con una formazione così rimaneggiata, è praticamente impossibile soddisfare il palato del pubblico dei <em>Neurosis</em> e tanto meno esser giudicabili. <em>Staps</em> e compagni si agitano cercando di dare il meglio, ma il risultato resta anacronistico e non capace di rispecchiare le loro potenzialità (chi li ha visti al completo ne sa qualcosa). La setlist va esaurendosi giustapponendo pezzi di <em>Precambrian</em> ad altri <em>Aeolian</em> e, colpa anche delle pacchianissime e “dillingerose” luci e di un soundcheck forse affrettato, inizia a stufare un pubblico in cerca di suoni di altro tipo. Col senno di poi credo che quella di inserire i <em>The Ocean</em> nella serata sia stata una scelta sbagliata, sarebbe stato meglio dar spazio ad una buona realtà del nostro paese più in linea con lo style dell&#8217;evento (vedi <em>Ufomammut</em> e <em>Lento</em>). In definitiva, come incipit della nottata, i riffoni metalcore dei quattro potrebbero anche esser stati utili per ambientarsi, ottimi per capire come muoversi nel locale e prendervi confidenza senza incupire prima del dovuto un&#8217;atmosfera che va pian piano oscurandosi. Ma l&#8217;aria sta cambiando e si nota subito, il sole è calato e gente continua a confluire nel club marchigiano.</p>
<p style="text-align:justify;">Inizia il cambio di palco, momento perfetto per abbeverarsi e provvedere a predisporre i neuroni ad un assorbimento più totale del live, ma le tempistiche si dilungano e riprender la posizione iniziale al fianco della troupe baronale è ormai impresa ardua. Per fortuna il rado manto erboso mi viene in soccorso, rivelandosi, poi, fondamentale per una fruizione che sarebbe potuta divenire molto più faticosa del previsto. Nel frattempo anche gli <strong><em>A Storm Of Light</em></strong> han preso posto e son pronti per accompagnarci fin davanti alle porte dell&#8217;inferno.<br />
Quella di New York alla vigilia era una creatura che mi lasciava perplesso. Un solo disco, decisamente monocorde, sulle spalle di una line-up indiscutibilmente professionale, rappresenta un bagaglio troppo esiguo per poter prevedere le dinamiche di uno show dai forti contenuti visivi. La curiosità non è poca. La proiezione dell&#8217;artwork di <em>And We Wept The Black Ocean Within</em> sul telo e le due batterie sotto il cielo stellato incuriosiscono ancor di più. Ci siamo, <em>Graham</em> e compagni attaccano, i suoni ed i volumi non sono affatto gli stessi di quelli usati dai <em>The Ocean</em>, l&#8217;aria è cambiata e si sente. Plettrate sludge e tempi monolitici si pongono a binari del percorso filmico alle spalle dei musicisti e proprio in quel momento capisco perché ho faticato a digerire il loro album: gli <em>A Storm Of Light</em> esplicitano che la loro musica non è valutabile in sé, ma necessita di esser inserita in un immaginario definito in cui la clip alle loro spalle è padrona assoluta. Oceani, iceberg, balene, squali martello e tempeste fanno da sfondo ad accecanti raggi di luce, allo stesso modo i tappeti sonori ricamati con voce e chitarra dall&#8217;ex <em>Red Sparowes</em> evidenziano la solennità delle ritmiche del monumentale <em>Signorelli</em>. Col passare del tempo il live diventa sempre più monotono e manieristico rivelando azzeccata la scelta di restar seduto a terra, posizione ottimale per estrapolare godimento dal derivativo “Naufragio della Speranza”.</p>
<p style="text-align:justify;">Ormai manca davvero pochissimo al ritorno nello stivale di una delle band più influenti degli ultimi anni, lo si sente nell&#8217;atmosfera, sulla pelle. Mi alzo di scatto e guadagno un posto nelle prime file. In quel momento la mente è sgombera, pronta per assistere ad uno show atteso da troppo tempo. Il pubblico sembra teso ed allo spegnersi delle luci tutti gli interrogativi che addensavano le  giornate precedenti al concerto sembrano non aver più alcun peso. Chi come me era stato attento alle indiscrezioni sapeva a cosa andava incontro, sapeva quale sarebbe stata la probabile setlist, l&#8217;eventuale durata del live, sapeva che la cricca di <em>Von Till</em> non era più quella di <em>A Sun That Never Sets</em> e che negli ultimi anni vi era stato un ennesimo e rivelatorio cambio di direzione dal nome <em>Given To The Rising</em>.<br />
Ultime rifiniture cullate da atmosfere synth-dream pop di marca Stereolab e la sensazione di star per assistere ad uno spettacolo musicalmente totalizzato. Ma non c&#8217;è più tempo per pensare, un catartico paesaggio ambient/drone in tre dimensioni invade la notte, l&#8217;oscurità avvolge ogni cosa&#8230; i <strong>Neurosis</strong><em> </em>sono pronti ad aprire le danze. Il primo riff della titletrack dell&#8217;ultimo disco, come uno tsunami di olio bollente deflagra sulla platea, ma l&#8217;effetto non è così apocalittico quanto ci si aspettava, colpa di un&#8217;amplificazione che in quanto a potenza dimostra tutti i suoi limiti. Anche i cinque esperti musicisti sembrano restar per un attimo delusi dall&#8217;impatto, ormai non c&#8217;è tempo per le idee, la posta in palio è troppo alta. I primi a prenderne coscienza sono loro stessi; la seconda parte di <em>Given To The Rising</em>, infatti, alza il livello apparendo, agli occhi di un pubblico non uniformemente sbalordito, più sentita del suo inizio. Il live comincia ad entrare nel vivo ed una seconda psichedelica trama, intrecciata con le immancabili proiezioni sferiche e monotonali, palesa che il set è più implosivo, velenoso e subdolo delle attese, oltre che pervaso da una radicalizzata attitudine composta e minimalista. La discesa nell&#8217;inconoscibile procede, le selvatiche fascinazioni simil <em>Jack London</em> lasciano il posto a visioni più sinistre ed apocalittiche in cui gli spigoli di <em>At The End Of The Road</em> lacerano gli ultimi brandelli di umanità lasciati illesi dall&#8217;oscuro cerimoniale purificatorio. Seppur la band lamenti qualche anno e chilo di troppo, e la probabile stanchezza di fine tour il pubblico è ipnotizzato. La proposta sonora dei Nostri, come si direbbe per un buon vino, è invecchiata molto bene, e nelle botti di abete californiano nelle quali ha riposato in questi anni ha saputo miscelare la recuperata disperazione noise-core degli albori agli aromatici sapori folk-apocalittici di <em>The Eye Of Every Storm</em> producendo un siero dalle solenni alchimie post-doom. Perfettamente in tempo per sottolinearlo arriva <em>Distill.</em> Il colare dal progressivo incedere delle note è forse fra i più alti momenti del live, le voci dei due frontman si intersecano alla perfezione in una song tanto maligna quanto struggente che sotto il cielo stellato ci spazza via dalla realtà, abbandonando il nostro razionale e caduco conscio nella solitudine lunare di verdastri alambicchi, vetrate polverose e rilucente e nera pece. Il percorso iniziatico adesso non dà alcun adito alla speranza, non vi è più distinzione fra archetipi reali ed immagini misteriche, i <em>Neurosis </em>han scavato nel profondo e sono pronti a sguainare lo stiletto per immergerlo a fondo nel cuore. L&#8217;acuminato arpeggio di <em>Locust Star</em> è una ferita mortale. Ora la definitiva perdita dei sensi coincide con il cambiamento cromatico delle proiezioni, colori più caldi accompagnano gli spasimi del nostro corpo nell&#8217;oltretomba. Quello che forse possiamo considerare come uno dei più importanti pezzi della prima era, in “quel” modo ed in “quel” momento, dimostra che la band è ben consapevole della sua evoluzione e non dimentica neppure per un istante i fasti del suo passato. A sancire il trapasso ci pensa il delicato incipit di <em>To The Wind</em> gonfiato d&#8217;umanità da qualche semi impercettibile pecca nell&#8217;esecuzione. Ma è un&#8217;umanità cosmica e pronta ad eclissarsi dietro sconosciute silhouette astrali fatte di impastati riff e stratificazioni sonore dalle infatuate movenze. Il <em>Mamamia</em> non esiste più, darsi una collocazione fisica ora è impossibile.<br />
I pezzi più vecchi sono praticamente assenti dalla setlist, eccezione fatta per <em>Locust Star,</em> scambiati con una maggior organicità espressiva dei contenuti che però inizia a pesare; ecco infatti tirar fuori dal cilindro un eco di <em>The Eye Of Every Storm</em>: <em>Left To Wander</em>. I suoi rarefatti landscape dai colori aurorali si disciolgono a bassa quota sul prato del locale parendo vaganti spiriti di dannati.  La musica acquista una tridimensionalità pazzesca, seppur limitata dalla forma non smagliante di <em>Scott Kelly </em>e dagli spazi troppo aperti della location. Ormai siamo pienamente nella seconda parte del live, quella della redenzione. I <em>Neurosis</em> sanno di non aver più nelle loro corde il contatto stretto col pubblico, la soluzione, quindi, è delegare il suono. Paesaggi sonori poliedrici e caleidoscopici infatti invadono la notte, la narcosi ora è nella sua fase più onirica. Sinceramente, alla vigilia, avrei preferito altri brani dal penultimo disco, ma mi devo ricredere, la tenuta live del pezzo appena eseguito è fra le più sorprendenti dell&#8217;intero show. Si torna a <em>Give To The Rising</em> con <em>Fear  And Sickness</em>: un groviglio di pennate “flangerate” e frasi “sabbathiche” fanno da monolitici apri strada ad uno schermo che diviene sempre più portale dimensionale. Il palco è un&#8217;orgia di ectoplasmi e sentimenti reconditi. A tratti si ha l&#8217;impressione che i cinque abbiano accademizzato il loro passato: forse non sono loro ad averlo voluto, ma la storia del rock. L&#8217;immensa qualità dei ripetuti drone infatti testimonia la padronanza lessicale della formazione. Mancano pochi tasselli alla quadratura della performance: le aspettative per il finale sono altissime. Molti nostalgici dei fasti di <em>Through  Silver In Blood</em> si sono appena ambientati nel nuovo climax, chi li ha persi un po&#8217; di vista confida nell&#8217;esecuzione di molti altri pezzi per portar a termine l&#8217;orgasmo, stimolato forse con un po&#8217; di ritardo. Siamo all&#8217;apice della tensione ed i barbuti chitarristi sanno di aver in pugno i loro fruitori. <em>Water Is Not Enough</em> casca a fagiolo, il suo riffing serrato e sludge prende a schiaffi gli storditi spettatori e la stanchezza cerebrale inizia ad affiorare; lo stridere dei synth fa accapponare la pelle ma nonostante la devastante carica nevrotica la gente non accenna a somatizzare il pezzo, preferendo un rapporto più intimistico con le sfumature del suono. Lentamente, forse con latitante  tempismo, anche i fonici si sono adoperati per migliorare la resa, sottolineando un set crescente . I “custodi del fuoco” continuano a frustare e quando il pezzo giunge al termine non si può  che portar le mani al petto e spalancare gli occhi: un miracolo sta per compiersi. Dopo averci avvelenato, picchiato, ucciso, dopo aver frustato il nostro cadavere&#8230; la resurrezione è prossima. Adesso è il silenzio a far paura, il vuoto e la sua mancanza di riferimenti; le anime perse nel loro isolazionismo sono in attesa di tornare a nuova vita, di riaver in dietro la loro esistenza depurata. Il cielo di Agosto fa sentire la sua pressione ed il peso di quelle sue “pietre” luminescenti come stelle. <em>Stones From The Sky</em> è il sigillo sul concerto. I rintocchi delle campane ed il funereo volo del corvo si liberano nella loro maestosa possenza annichilendo e benedicendo con il loro sublime romanticismo. La trance è totale e penetra nella rinnovata carnalità di chi si pone sotto il palco. Lascio immaginare chi non c&#8217;era e ricordare chi ha presenziato. La finale prova chitarristica di <em>Von Till</em> è totale e strappa più di qualche lacrima, il suono dei <em>Neurosis</em> è strepitoso.<br />
Il live termina tornando nel vaso di Pandora da cui si è liberato.</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
<p style="text-align:right;">

</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[U.S. CHRISTMAS - Eat the Low Dogs]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/08/08/us-christmas-eat-the-low-dogs/</link>
<pubDate>Fri, 08 Aug 2008 15:37:32 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(2008, Neurot) Se questo disco fosse uscito meno di quarantanni fa sarebbe indiscutibilmente uno dei]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2008, Neurot)</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://baronedelmale.files.wordpress.com/2008/08/51cdp6tuwjl_ss500_.jpg"><img class="size-full wp-image-597 aligncenter" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/08/51cdp6tuwjl_ss500_.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Se questo disco fosse uscito meno di quarantanni fa sarebbe indiscutibilmente uno dei capisaldi della storia del rock, ma oggi, nel 2008, la classificazione qualitativa di <em> Eat the Low Dogs</em> deve tener conto di un panorama musicale tanto zavorrato agli anni &#8216;70 quanto evoluto e distante. Con ciò non intendo giudicare anacronistico il lavoro in questione, bensì considerarlo come il giusto tributo, del contemporaneo post-metal, a certi suoni psichedelici e vintage sempre più fondamentali per le sonorità del nuovo millennio. Della potenza citazionista della band del Marion s&#8217;è  accorta anche la Neurot che non ha esitato a produrre questa ultima fatica degli <em>U.S. Christmas</em>, rendendo così omaggio a certe soluzioni stilistiche ed atmosfere che intessono profondamente l&#8217;operato, da produttori e non, di Scott Kelly e compagni.<br />
Smorzata l&#8217;asprezza e la spigolosità del precedente <em>Salt The Wound</em>, la band di Nate Hall ora è pronta per condurre in un cosmico e lisergico viaggio un&#8217;intera scena musicale che troppo spesso rischia di dimenticare le sue radici.<br />
Il multistrato sonoro di <em>Eat the Low Dogs</em> è infatti il risultato di una perfetta interazione di elementi del passato accompagnati da rifiniture di recente fattura. I  perpetui tappeti psy-synth del disco, ricamati con ricercata strumentazione d&#8217;epoca (theremin e synth), impongono basi ed atmosfere krout-space a tutto il lavoro: richiami continui ad <em>Ash Ra Temple</em>, <em>Tangerine Dream</em> (vedi <em>The Light And Trails</em>) ed <em>Hawkind</em>, oscure patine ammiccanti alla psichedelia floydiana e molte altre fascinazioni dei tempi che furono, trasportano l&#8217;ascoltatore in spazi ignoti e stellari, lontani dal conscio, ma vicini all&#8217;energia intrinseca dell&#8217;uomo e diretti verso orizzonti gonfi del senso di purezza e di verità degni della ricerca dei <em>Neurosis</em>. A riempire di umanità il full-length ci pensano le splendide derive noise-blues del cantato e delle frasi musicali, la voce, dall&#8217;attitudine molto vicina a quella di Eugene Robinson (<em>Oxbow</em>), porta con se i postumi dell&#8217;amore per <em>Neil Young</em>, gli stessi che traspaiono anche in certi arrangiamenti di chitarra.<br />
Per alcuni versi  <em>Eat the Low Dogs</em> si muove su un sentiero, più che stilistico, emotivo, delineando così un percorso che pesca a pieno anche da traguardi di fine secolo in cui, movenze per certi versi simili a quelle dei <em>Codeine</em>, avvicinano, seppur marginalmente, gli <em>U.S. Christmas</em> allo shoegaze-slowcore di prima scuola.<br />
Ottimo album, che forse si rinchiude in se stesso nel finale, ma realizza una proposta ricercata ed inusuale. Sicuramente fra le uscite Neurot migliori del 2008.</p>
<p><strong><em>Tracklist:</em></strong><br />
1. In The Light Of All Time<br />
2. The Scalphunters<br />
3. Say Sister<br />
4. Silent Tongue<br />
5. The Light And Trails<br />
6. Uktena<br />
7. Gallows Humor<br />
8. Black Lung<br />
9. Pray To The Sky</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[HELMET - Meantime]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/07/30/helmet-meantime/</link>
<pubDate>Wed, 30 Jul 2008 23:32:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(1992, Interscope Records) Pur sforzandomi non riesco ad immaginare quale sarebbe stato il destino d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(1992, Interscope Records)</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://baronedelmale.files.wordpress.com/2008/07/4873pd4.jpg"><img class="size-full wp-image-525 aligncenter" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/07/4873pd4.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Pur sforzandomi non riesco ad immaginare quale sarebbe stato il destino del rock se la fervida mente di Page Hamilton non avesse dato vita a quella tanto siderurgica quanto granitica creatura dal nome <em>Helmet</em>.<br />
Una vera e propria rivoluzione iniziata nel 1990 con <em>Strap It On</em>. Probabile capolavoro assoluto della band, il dissonante ed aspro debut si rivelerà in seguito forse all&#8217;apice di un intero percorso di ricerca stilistica, quello di fine anni ottanta, devastandone alcune delle ancestrali barriere culturali. La prima dei rockers di New York è una gabbia di noise, targata, tanto per cambiare, <em>Amphetamine Reptile</em>, in cui il bagaglio jazz-fusion di Hamilton incrocia i ferruginosi suoni dei <em>Big Black,</em> le dissonanze dei <em>Sonic Youth</em> e le taglienti frasi dei <em>Prong</em>.<br />
Suscitato il clamore degli addetti ai lavori, gli <em>Helmet</em> “<em>post-Strap It On</em>”, agevolati dal fresco contratto con la major <em>Interscope Records</em>, ora sono pronti ad incidere definitivamente sul futuro del rock duro e non solo. Nel 1992, in pieno clima grunge, nasce <em>Meantime</em>.<br />
I suoni non sono più quelli di un tempo, così come la produzione: tutto è più ripulito, pianificato, meno viscerale, ma il tiro e quello giusto per assestare il colpo del KO ad una scena che troppo spesso si piange addosso. La maggior cura nella resa sonora del disco valorizza anche la tecnica individuale dei musicisti: gli assoli, reduci dei seminali trascorsi collaborativi con <em>Glan Branca</em>, aprono agli occhi delle nuove leve orizzonti raramente contemplati prima, la ritmica, cerebrale e chirurgica, diviene lentamente ed esponenzialmente un must, ed il riffing, che nel frattempo ha trovato la sua posizione storica grazie all&#8217;acquisizione di trame “sabbathiche”, è pronto a vincolare a se stesso i decenni a venire.<br />
Tutte le intuizioni degli albori ora sono coordinate organicamente all&#8217;interno delle dieci tracce, <em>Meantime</em> è il risultato di un discorso musicale, meno criptico e puro degli inizi, ma più fruibile, dinamico e capace di durare nel tempo. Il milione di copie vendute, ed il relativo disco d&#8217;oro, fanno storcere il naso ai puristi del noise ed a parte della critica, ma impregnano capillarmente il background musicale delle generazioni di musicisti a loro successivi. Quello in questione è un full-length quadrato ed inscalfibile, in grado di dare un&#8217;impronta precisa, primigenea e percorribile all&#8217;operato dei quattro (l&#8217;altenative metal).<br />
Immaginare quindi il nuovo millennio senza <em>Meantime</em> è una follia; pensare al probabile suono di gruppi del calibro di <em>Tool</em>, <em>Deftones</em> e <em>Korn</em> (e per successione di migliaia di altri) privi della lezione degli <em>Helmet</em> è a dir poco una bestemmia.<br />
Probabilmente, come già accennato, parte della critica attribuisce a questo album la colpa di aver portato la purezza espressiva di <em>Strap It On</em> su terreni decisamente più mainstream generando così una stirpe di gruppi “da discount”, ma qui nel Baronato i buoni prodotti si acquistano, se necessario, anche nei centri commerciali, trovando godimento nel condividere la qualità spendendo poco.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. In the Meantime<br />
2. Ironhead<br />
3. Give It<br />
4. Unsung<br />
5. Turned Out<br />
6. He feels Bad<br />
7. Better<br />
8. You Borrowed<br />
9. FLBA II<br />
10. Role Model</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[DUB TRIO -  Another Sound Is Dying ]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/07/19/dub-trio-another-sound-is-dying/</link>
<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 18:56:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[(2008, Ipecac) Usare il dub come collante universale per accorpare in una dadaistica figurazione sva]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2008, Ipecac)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="size-medium wp-image-413 aligncenter" style="border:1px solid black;" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/07/dubtrio1.jpg?w=200" alt="" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Usare il dub come collante universale per accorpare in una dadaistica figurazione svariati generi musicali, perlopiù legati al rock più duro, oggi non è solo un&#8217;idea, ma una vera e propria realtà. Alfieri di tale avanguardististico e singolare tentativo sono i <em>Dub Trio</em>, band giunta ormai al quarto album, protetta (e prodotta) dal “sapiente” fiuto manageriale del buon vecchio <em>Patton</em>, con cui condivide il progetto <em>Peeping Tom</em>.<br />
Sedate le sfuriate punk dei precedenti lavori, il combo di Brooklyn sfoggia tutto il suo repertorio in quattordici tracce strumentali, eccetto una cantata da <em>“Michelino”</em>, ben suonate e ben coordinate, che evocano una sorta di gattino schizoide e sanguinario (vedi artwork) in preda a convulsioni lisergiche.<br />
Un micidiale mix sonoro di contrazioni, crisi epilettiche ed annebbiamenti che si estende su più terreni stilistici: cadenzati ondeggiamenti dub intersecano sinistri riff doomy,  possenti cimeli dei <em>Refused</em> rimbalzano su tappeti post-rock di manifattura mogwaiana, contorsioni noise, spruzzi di punk, velluti psy e chi più ne ha più ne metta. Insomma un minestrone, degno del leader dei <em>Mr. Bungle</em>, dal piglio accattivante e dalle strutture progressive.<br />
Se non fosse per l&#8217;estrema instabilità mentale, che lo costringe sovente a mordersi la coda, il piccolo felino miracolosamente generato dal power trio potrebbe tranquillamente proporsi come nuovo sbandieratore <em>Ipecac</em>, purtroppo, invece, deve accontentarsi dei sorrisi e gli assensi provenienti dai suoi compiaciuti padroncini e da qualche loro amico di famiglia.<br />
<em>Another Sound Is Dying</em> resta un buon disco, decisamente troppo lungo ed a volte monotono, ma di apprezzabile fattura.</p>
<p style="text-align:justify;"><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Not For Nothing<br />
2. Jog On<br />
3. Bay Vs. Leonard<br />
4. Felicitacion<br />
5. Mortar Dub<br />
6. Regression Line<br />
7. Who Wants To Die?<br />
8. Respite<br />
9. No Flag (featuring Mike Patton)<br />
10. The Midnight Rider<br />
11. Safe And Sane<br />
12. Agonist<br />
13. Fuck What You Heard<br />
14. Funishment</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[300]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/07/16/388/</link>
<pubDate>Wed, 16 Jul 2008 11:21:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[Zack Snyder, 2006 Di solito evito sempre di fare un resoconto della trama, ma questa volta lo farò. ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Zack Snyder, 2006</p>
<p style="margin-bottom:0;"><code><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/FuoRYwck3sE&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/FuoRYwck3sE&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></code></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Di solito evito sempre di fare un resoconto della trama, ma questa volta lo farò.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">300 è la storia di un esiguo “fascio” di soldati, dediti al culto della forza e dell&#8217;onore, che, condotti dal loro “duce” Leonida, affronta, cedendo solo nel finale, un esercito di un milione di uomini, composto da transessuali, neri, arabi, lussuriosi, storpi, deformi, mostri, mercenari e corrotti provenienti dalla Persia.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Oltre alla veridicità storica del tutto traviata, ma perdonabile (poiché la sceneggiatura è basata sull&#8217;omonimo fumetto di Miller), questo film è un obbrobrioso omaggio agli attributi propri della cultura fascista: si va dal nazionalismo, al razzismo, passando per il culto del corpo e della patria (il tutto riconducibile alla distorta volontà di produrre una pellicola “epica”!).</p>
<p style="text-align:justify;"><!--more--></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Un folle e disgustoso mix di valori sbagliati, dalla forma, però, molta affascinante.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">L&#8217;impatto visivo di 300 è imponente e la ricercatezza e la resa grafica (sulla falsa riga di Sin City) sono maniacali; le splendide scene di lotta (fra le più belle del cinema recente), mixate all&#8217;ottima colonna sonora, danno vita a danze dall&#8217;aspetto classico e dal suono industrial, che, intessute in una struttura omologata e scontata, tipica del cinema d&#8217;azione made in USA, rende (in una visione grossolana e superficiale) fin troppo gradevole il movie.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Il lavoro di Snyder, ed il suo successo, rappresentano quindi una veritiera cartina di tornasole della produzione cinematografica a stelle strisce, che dedita al commercio, continua a sfornare prodotti vuoti (in questo caso moralmente inaccettabile) e plastificati, mascherando con l&#8217;estetica (molto spesso decisamente di basso livello) e gli effetti speciali la crisi intellettuale delle nuove leve della fruizione mondiale.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">300 è l&#8217;occasione per riflettere sulla perdita della memoria storica che invade gli esseri umani, e su come il “regno della celluloide” sia vittima del totalitarismo hollywoodiano.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Un film da vietare a chi ha il cervello sottolio, che può risultare simpatico solo riuscendo a tenere lo sguardo distaccato.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">PS: 300 si bacca un bella bocciatura, simbolo della bassissima considerazione che l&#8217;impero della mente ha degli attuali “blockbuster”.</p>
<p style="text-align:right;"><a href="mailto:marco@baronedelmale.com">Marco Marzuoli</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[TRON]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/07/16/tron/</link>
<pubDate>Wed, 16 Jul 2008 11:13:18 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2008/07/16/tron/</guid>
<description><![CDATA[Steven Lisberger, 1982 Dopo venticinque anni di effetti speciali, parlare di “Tron” è doveroso. “Tro]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="margin-bottom:0;">Steven Lisberger, 1982</p>
<p><code><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/V2u9Q0mzcM8&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/V2u9Q0mzcM8&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></code></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Dopo venticinque anni di effetti speciali, parlare di “Tron” è doveroso.</p>
<p style="text-align:justify;">“Tron” non è stato solo uno dei film “minori” della storia della Disney, ma anche il primo film in assoluto ad introdurre nel cinema la realtà virtuale e la computer graphic. Cosa sarebbe stato l&#8217;attuale cinema d&#8217;intrattenimento made in USA senza questa produzione Disney???</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Il film di Lisberger (regista e mastermind) tesse le sue vicende ed i suoi appariscenti effetti speciali su un canovaccio prepotentemente simile a quello di “Star Wars”, in cui, la lotta fra il bene ed il male coincide con quella fra “creativi” e produttori del mercato dei videogame.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Una fiaba affascinante e metafisica, in cui l&#8217;aspetto visivo rappresenta più del 80% del valore artistico di  un film per cui la Disney investì più 18 milioni di dollari e tre anni di lavorazione. All&#8217;uscita nelle sale la pellicola si rivelò un clamoroso flop (forse perché non venne capita da un pubblico non ancora prono a tali proiezioni), il contrario di ciò che si aspettava chi aveva investito su di essa per risollevare le casse dell&#8217; “Impero di Topolino” dopo il fiasco del precedente “Red e Toby”, puntando, quindi, su un prodotto decisamente “meno antiquato”.</p>
<p style="text-align:justify;"><!--more--></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Sparuti e mal riusciti echi del già citato “Star Wars” e del capolavoro “2001: Odissea nello Spazio”, non rendono però grazia ad un film, seppur esteticamente maestoso, privo di contenuti e legato agli stilemi del cinema commerciale americano, in cui la forte e dottrinaria morale cattolica viene mascherata da lussuosi effetti speciali conditi di tanto buonismo.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">In definitiva un film da guardale senza riflettere troppo, gustando la sua grafica assieme ad un cartoccio di Pop Corn ed una “Ben-Cola”.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Simpatica la colanna sonora di Wandy Carlos, già compositore e curatore delle musiche in film del calibro di “Shining” ed “Arancia Meccanica”.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="right"><strong>6,5/10 </strong></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[L'INQUILINO DEL TERZO PIANO]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/07/15/linquilino-del-terzo-piano/</link>
<pubDate>Tue, 15 Jul 2008 10:17:23 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
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<description><![CDATA[Roman Polanski, 1976 Siamo nel 1976, dopo soli otto anni da “Rosemary&#8217;s Baby”, Roman Polanski ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Roman Polanski, 1976</p>
<p><code><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/npCoV1Je5Ao&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/npCoV1Je5Ao&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></code></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Siamo nel 1976, dopo soli otto anni da “Rosemary&#8217;s Baby”, Roman Polanski tornò nelle sale con un altro ottimo film “L&#8217;Inquilino Del Terzo Piano”, una pellicola per certi versi molto simile al precedente e conclamato capolavoro, ma per tanti altri differente ed addirittura complementare. La storia di un giovane polacco naturalizzato francese, interpretato magistralmente da Polanski stesso, che trova casa a Parigi (al terzo piano di un palazzo abitato dal padrone stesso e da inquilini di età media molto elevata dediti ad origliare e lamentarsi della vita dei loro vicini) in un appartamento precedentemente affittato da una ragazza morta suicida. Da subito lo spettatore è posto nel contesto narrativo in posizione di intruso, come il protagonista, e trapiantato in un habitat ostile all&#8217;accettazione. L&#8217;atmosfera gotica, la cupa colonna sonora, la scenografia claustrofobica, e la regia estremamente descrittiva avvolge di mistero la pellicola e di angoscia le fruizione delle alienanti vicende durante tutto il film, producendo sensazioni di distorsione della realtà e di spaesamento.<!--more--></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Il fare sinistro con cui scorrono le vicende ed il relativo dramma psicologico, in cui l&#8217;alterità e la mancanza di accettazione sono centrali alla riflessione, fanno del film di Polanski una pungente descrizione della diversità. Il malessere dovuto al sentirsi straniero o sessualmente inaccettato,  del non essere ben visto o gradito, trasformano il signor Trelkovsky in un topo abitante un buco nel muro, provocando nel&#8217;uomo turbe psichiche devastanti. Anche qui come in “Rosemary&#8217;s Baby” l&#8217;antagonista non è incarnato da un singolo ma da una fetta di società che complotta contro il protagonista, con fare massonico, in una rete di collegamenti ben celata dalla quotidianità. Parimenti la condanna della correttezza umana con contropartite non adeguate ad essa (Polanski interpreta un soggetto dal comportamento inappuntabile) è poliedricamente leggibile come metafora e riflessione sull&#8217;artista, che simile alle descrizioni presenti nel “Funambolo” di Genet (splendida la scena in cui Trelkovsky vede i suoi vicini che ridono di una figura giollaresca mascherata con l&#8217;imitazione del suo volto), si muove su un filo, in bilico fra la follia e l&#8217;estrema razionalità, caricato di vistosità dalla curiosità e dal disgustoso senso indagatorio del suo pubblico.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Altro tema espresso nel lavoro del regista polacco è l&#8217;appartenenza storica: l&#8217;appartamento, sito al terzo piano in cui abita il giovane, sembra vivere di vita propria e dei proprio ricordi, dettando le coordinate precise al personaggio che vi abita ed una visione unitaria ed univoca a chi ha a che fare con quest&#8217;ultimo, per questo motivo l&#8217;affittuario è costretto, dagli sguardi esterni al suo ego, ad intraprendere un iter metamorfico che lo porterà ad immedesimarsi, nonostante la sua volontà contraria, nella precedente inquilina della sua dimora (mai inquadrata o descritta essa è caricata di assoluto valore simbolico); proprio a sublimare quanto detto il regista inserisce a circa metà film uno splendido ed ebbro monologo sull&#8217;appartenenza e l&#8217;importanza delle parti del corpo alla persona (intesa nel suo senso più totalizzante).</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Pervasa di citazionismo e di “tributi” la regia spicca anche per suoi riferimenti, perfettamente azzeccati ed in linea con il resto del film, alla cinematografia hitchkockia (da “Psycho” a “La Finestra Sul Cortile”) che imbevono la visione di affascinanti “profumi noire” propri del compianto maestro del brivido.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify">Un lavoro perfetto, gotico e struggente al tempo stesso, capace di stimolare l&#8217;intelletto del suo pubblico come pochi, reso ancor più bello dal delizioso doppiaggio in cui Polanski stesso si interpreta, caricando il suo personaggio di un grazioso accento in linea con tutta l&#8217;atmosfera del film.</p>
<p style="margin-bottom:0;" align="right"><strong>8,5/10 </strong></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[MADE OUT OF BABIES – The Ruiner ]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/07/14/made-out-of-babies-%e2%80%93-the-ruiner/</link>
<pubDate>Mon, 14 Jul 2008 17:00:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2008/07/14/made-out-of-babies-%e2%80%93-the-ruiner/</guid>
<description><![CDATA[(2008, The End) Il primordiale istinto di sopravvivenza dell&#8217;essere umano, estrapolando la sos]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;">(2008, The End)</p>
<p style="text-align:center;"><img class="alignnone size-medium wp-image-352" src="http://baronedelmale.wordpress.com/files/2008/07/made_out_of_babies-ruiner.jpg?w=200" alt="" width="200" height="200" /></p>
<p style="text-align:justify;">Il primordiale istinto di sopravvivenza dell&#8217;essere umano, estrapolando la sostanza dalle viscere della cultura dell&#8217;immagine, disegna un a lui consonante habitat di graffi e rovine, di granito e rudimentali utensili, di esistenza e carne.<br />
Reduce dal positivo <em>Coward</em> (2006), la band di <em>Julie Christmas</em>, urla al cielo la propria maturità artistica con un disco che la consacra  come una solida realtà del panorama noise contemporaneo allontanando definitivamente l&#8217;ombra di un “burattinaio” dal suo percorso formativo.<br />
In <em>The Ruiner</em> il bagaglio di rumore dei precedenti dischi resta intatto, seppur smussato negli spigoli più vivi ed arricchito da progressioni più articolate: le ferrose dinamiche ammiccanti ai <em>Big Black </em> degli albori della band ora si trasformano in manifestazioni noise più moderne e cerebrali in cui sono chiari i riferimenti alla schizofrenia ipnotica melvinsiana ed alle discendenti ed introspettive ricerche della verità care ai <em>Neurosis</em>. Demolita quindi la cripticità iniziale i <em>Made Out Of Babies</em> aprono i loro orizzonti a costruzioni logiche vicine alle diffuse progressioni di <em>Tool</em> ed ultimi <em>Isis</em> dimostrando di non temere il confronto con un pubblico più vasto.<br />
Discorso a parte per i “morsi” della frontgirl che, arricchita dalla notturna esperienza con i <em>Battle Of Mice</em>, ora sa collocare con disinvoltura la propria ugola tanto sulla breccia quanto in lunari e malinconiche lande, legittimando così il proprio valore artistico ed inserendosi fra le migliori voci femminili in circolazione.<br />
In definitiva un buon disco, reso ottimo dalla performance vocale, e sicuramente fra le migliori uscite del 2008.</p>
<p><em><strong>Tracklist:</strong></em><br />
1. Cooker<br />
2. Grimace<br />
3. Invisible Ink<br />
4. The Major<br />
5. Buffalo<br />
6. Bunny Boots<br />
7. Stranger<br />
8. Peew<br />
9. How To Get Bigger</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[L'ESTATE DI KIKUJIRO]]></title>
<link>http://baronedelmale.com/2008/07/14/lestate-di-kikujiro/</link>
<pubDate>Mon, 14 Jul 2008 11:33:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>mimhe</dc:creator>
<guid>http://baronedelmale.com/2008/07/14/lestate-di-kikujiro/</guid>
<description><![CDATA[Takashi Kitano, 1999 Il tema della crescita, e della ricerca di essa, è la sostanza, la delicatezza ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="margin-bottom:0;">Takashi Kitano, 1999</p>
<p style="margin-bottom:0;"><code><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/lzMyasXpq7E&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/lzMyasXpq7E&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></code></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Il tema della crescita, e della ricerca di essa, è la sostanza, la delicatezza la forma.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Masao è un bimbo che cerca la madre ed il mare, Kikujiro (il suo nome verrà rivelato solo nelle ultime battute del film) l&#8217;ex Yakuza che lo accompagna nella sua ricerca. La trama non è che il pretesto per dipingere con colori pastello e sguardo puerile un mondo in cui tutto è più grande ed idealizzato, dove gli oggetti assomigliano all&#8217;idea comune di essi, ogni personaggio è perfettamente in linea con il suo ruolo ed ogni luogo, anche il più comune, è un enorme labirinto. Una galassia di odori, colori, sensazioni e suoni conducono il piccolo protagonista alla ricerca della maturità e della conseguente scoperta della rinuncia, rendendolo ad ogni passo più grande e più “uomo”.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Tutto è riletto con occhi di bambino, in questo iter psico-fisico dai grandi spazi aperti e dalla regia che si perde in se stessa caricandosi di una freschezza espressiva fuori dal comune. I personaggi sono tutti platonici, non hanno un nome, non si cambiano, non hanno un vero e proprio ruolo sociale e si mescolano fra loro in una scacchiera divisa fra buoni e cattivi, fra consensi e dissensi.</p>
<p style="text-align:justify;"><!--more--></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Una grande &#8220;fiaba della vita&#8221; dove tutto “è in se” e dove l&#8217;interazione fra gli elementi ed i loro rapporti creano uno spaesamento percettivo degno di “<em><a href="http://www.rpmotoring.com/stations/art/Seurat.jpeg">Bagnanti ad Asnieres</a></em><span style="font-style:normal;">” e di tutto il puntillisme pittorico di Seurat. </span></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span style="font-style:normal;">In “L&#8217;Estate Di Kikujiro” i sogni di Masao (splendidi e metafisici) si confondono con la realtà, e la pseudo-regressione infantile dei suoi compagni di viaggio (solo apparente dato il punto di vista “bambinesco” delle descrizioni) stimola profondamente la sensibilità dello spettatore e la mette a nudo durante tutta la narrazione. Gli adulti diventano bambini e caricature di se stessi ed i drammi della vita si mutano in piccoli incidenti di viaggio, non più traumatizzanti di un incubo. </span></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">La narrazione perfetta è scandita ottimamente dalla suddivisione in “capitoli”, annunciati come in un libro per bambini da colorate e divertenti immagini, fa scorrere piacevolmente le due ore della pellicola.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Un film quasi perfetto, forse un po&#8217; ridondante nella parte centrale ed eccessivamente leggero nel finale, dove tutto è a regola d&#8217;arte, dalla fotografia alla colonna sonora, passando per la recitazione ed i dialoghi.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Contenuti, seppur poco originali, sviluppati alla perfezione in un piccolo capolavoro espressivo che porta lo stesso nome del papà del regista (Kikujiro è il nome reale del padre di Kitano).</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:right;"><strong>9/10 </strong></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>

</channel>
</rss>
