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	<title>maria-laura-bufano &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "maria-laura-bufano"</description>
	<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 15:40:37 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Il mio Marocco]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/08/19/il-mio-marocco/</link>
<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 06:52:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Siamo felici di rendere pubblico sul nostro blog Il mio Marocco, di Maria Laura Bufano. Nel corso di]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><span style="color:#800000;">Siamo felici di rendere pubblico sul nostro blog <strong>Il mio Marocco</strong>, di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank"><strong>Maria Laura Bufano</strong></a>. Nel corso di un recente viaggio nel paese maghrebino la nostra Maria Laura ha avuto modo di raccogliere un gran numero di appunti e osservazioni, soprattutto del tipo che si è soliti definire sociale: la nostra autrice ha infatti osservato dall&#8217;interno<span style="color:#800000;"> </span></span><span style="color:#800000;">la vita di una famiglia allargata</span><span style="color:#800000;">, e le sue sono dunque rilevazioni di natura personale, umana. Frutto del lavoro di Maria Laura è questo &#8220;libretto&#8221;, come lo chiama lei, che proponiamo qui in forma di lungo post (è il modo più comodo di leggerlo, nel senso che la forma che proponiamo è comoda da essere stampata, soluzione che vista la lunghezza del testo consigliamo). <!--more--><strong>Il mio Marocco</strong> è il secondo volumetto che Maria Laura offre ai lettori del nostro blog, il primo <a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/category/round-robin-edizioni-on-line/" target="_blank"><strong>Il rapporto fra la popolazione maggioritaria – gagé/payos – e la minoranza sinta e romaní in Spagna e in Italia</strong></a>, è un saggio sui rapporti tra popolazioni rom e autoctone nei &#8216;nostri&#8217; due paesi. </span></p>
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<p style="text-align:center;"><strong>PREMESSA</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Questo mio libretto racconta di otto giorni che ho trascorso nel luglio appena passato nel Nord del Marocco.<br />
Per la prima volta ho attraversato quel braccio di mare che mi separa da un lembo d’Africa azzurro: nei giorni limpidi lo vedo dalla mia terrazza. Avrei potuto andarci molto prima, ma non ho voluto. Ho aspettato di avere l’occasione di poter conoscere questa terra, meta di tanti turisti, non attraverso uno sguardo turistico, di cui non mi sento capace, ma attraverso un contatto più profondo e caldo. Ho avuto il privilegio di essere ospite della famiglia allargata di un’amica marocchina che vive a Conil, con cui per qualche mese, sempre in Spagna, ho conversato settimanalmente, su argomenti molto elementari, in arabo classico, che mi ostino a studiare. Ho voluto in questa mia prima incursione nel Maghreb evitare lunghi percorsi tra suq, medine, città imperiali. Se ne avrò la possibilità, esplorerò qualche altra parte di questo paese, ma sempre cercando di conoscere le persone, e, tramite loro, un po’ più me stessa, per quel che è possibile, prima che i paesaggi e i monumenti,  belli e importanti: sono però per me funzioni delle persone che ci vivono tuttora vicino, e non cose che possano prescindere dagli esseri umani..</p>
<p style="text-align:justify;">Quest’esperienza interna a una grande famiglia del Nord del Marocco non mi permette certo di raccontare come è questo paese e come sono i suoi abitanti: ho incontrato una scheggia della società del Marocco del Nord, una sola famiglia. Certamente le altre di questi luoghi, e poi di tutto il paese, grandi e piccole, e gli individui che le formano, non sono uguali e forse in molti casi neppure simili a quelli che ho conosciuto io. Le differenze, le idiosincrasie individuali, le sfumature e i contrasti non tessono solo la vita delle persone che sono nate nei cosiddetti paesi sviluppati.<br />
Inoltre l’aver vissuto un’esperienza di otto giorni non autorizza a interpretazioni sicure e a diagnosi supponenti. Infine  – ed è la cosa più importante –la mia è una visione oltremodo soggettiva, non nel senso generico che tutto ciò che si pensa è per forza soggettivo, ma nel senso che io ero fra loro con le mie convinzioni, le mie aspettative, le mie insofferenze, le mie contentezze e le altre mie emozioni, oltre che con le rigidezze e le stanchezze proprie  della mia età, e che tutto questo faceva inevitabilmente da filtro resistente, interpretante e forse deformante, a incontri, discorsi, rapporti. Non ero insomma lì nel ruolo di antropologa, perché non sono tale, ma nella posizione di amica di una persona che mi aveva introdotta nella grande famiglia. E l’amicizia per me, non so se purtroppo o per fortuna, non è mai stata una cosa pacifica.</p>
<p style="text-align:justify;">Penso che una della forme sotto cui si annida il razzismo, oggi, possa essere l’accettazione del relativismo culturale: <em>loro</em> sono così, belli o brutti che ci appaiano. Ci si limita a guardarli dall’esterno, superficialmente, a considerarne usi e comportamenti, “culture”, come si dice oggi, come fossero fenomeni di folclore divertente o condizioni di vita meritevoli di commiserazione; oppure a giudicarli irriducibilmente diversi da <em>noi</em>, incapaci di un confronto, di fatto inferiori, anche se non lo si dice. Poi si va come al solito a cena con amici della propria stessa terra e che hanno le proprie stesse rassicuranti abitudini e magari si fa della sociologia sui ragazzini che ti assediano per chiedere una moneta, su quell’altro che si è proposto come guida e poi ti ha chiesto un compenso esagerato, ecc.: un argomento di conversazione fra mille. Certo, l’altra faccia del razzismo, più apertamente rozza e violenta, è il disprezzo aperto e sistematico, capace di assumere volti diversi, dall’alterigia alla violenza. È strettissimo il viottolo che evita le due posizioni mentali: e non è una questione di “politicamente corretto”, ma di relazioni umane che almeno cercano di essere decenti. Forse una delle possibilità per seguirlo, questo viottolo – non certo l’unica – è la conoscenza e la frequentazione di <em>loro</em> nella vita personale, quotidiana. È un tragitto certe volte un po’ faticoso: ma provare a percorrerlo da straniero in terra altrui aiuta forse a capire almeno un poco come si trovano loro, quando giungono stranieri nelle nostre terre: a partire dall’elementare difficoltà di capire la lingua che parlano gli abitanti di un territorio in cui si è appena arrivati. Certo, è più difficile per <em>noi</em> conoscere davvero, dal di dentro, la povertà, la fuga, e tutte le altre sventure.<br />
È anche importante che nella conoscenza reciproca si muovano affetti ed emozioni, di simpatia e di attrazione, ma anche di dissenso e di contrasto: sono questi movimenti del pensiero e del cuore che parlano non ideologicamente, ma nell’esperienza viva, della reale uguaglianza degli esseri umani.</p>
<p style="text-align:justify;">Non posso neppure affermare che quest’esperienza, che non propongo certo come esemplare, non abbia avuto un po’ di valore conoscitivo che meriti di essere raccontato ad altri: se così fosse, non avrebbe avuto senso scrivere queste pagine.<br />
Credo che un valore conoscitivo non certo ampissimo il resoconto che propongo ce l’abbia: soprattutto per me, forse anche per chi lo leggerà: nel senso che ha l’ambizione di contribuire ad aprire strade, di suscitare domande, di dare qualche risposta assai provvisoria su esperienze minute e particolari, di raccontare storie vive e perciò un po’ inafferrabili, come serpentelli spero non velenosi.</p>
<p style="text-align:justify;">Malika, l’amica marocchina che mi ha portato a Tetouan, è tornata in Spagna pochi giorni dopo di me, interrompendo le sue vacanze, perché l’avevano chiamata per un lavoro a cui non si sentiva di rinunciare. È venuta in questi giorni a trovarmi, le ho detto che stavo scrivendo questo libretto e le ho chiesto se mi dava il permesso di raccontare l’esperienza che avevo vissuto nelle case dei suoi familiari, e pure le storie personali che mi hanno raccontato. Mi ha detto di sì, che potevo, ma a un patto: che scrivessi quel che realmente avevo provato e pensavo. È ciò che ho cercato di fare.</p>
<p style="text-align:justify;">P.S. In questo mio testo, diversamente da quanto ho fatto per altri, non indico siti internet da cui si possano attingere informazioni sulle cose che racconto. Ciò perché al lettore che voglia approfondire non dovrebbe essere difficile trovare da solo pagine in internet o libri su questi argomenti, che sono numerosi e di facile individuazione.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>INDICE</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">1- CASE E DIVANI – Case moderne e una casina</p>
<p style="text-align:justify;">2- FAMIGLIA E FAMIGLIE – La vecchia madre e le sei figlie</p>
<p style="text-align:justify;">3- FAMIGLIA E FAMIGLIE –  I figli delle sei sorelle e qualcun altro</p>
<p style="text-align:justify;">4- FESTE –  Una regina e una piccola principessa</p>
<p style="text-align:justify;">5- TETOUAN –   La medina, la politica, la religione</p>
<p style="text-align:justify;">6- DINTORNI DI TETOUAN –  Chefchaouen</p>
<p style="text-align:justify;">7- DINTORNI DI TETOUAN – La spiaggia sul Mediterraneo e la strada per Ceuta</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>1- CASE E DIVANI – Case moderne e una casina</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Alcuni  edifici in cui diversi membri della Grande Famiglia (come dirò poi, si tratta di decine e decine di persone) di Malika hanno il proprio appartamento si assomigliano: sono condomini che non hanno più di vent’anni d’età; si apre il portone e si incontrano due scaloni di accesso – forse una decina di gradini ciascuno &#8211; di una pietra grigio-scuro: mi pare che abbiano solo la funzione di dare solennità all’ingresso. Io mi aspetterei una struttura così all’esterno di un edificio, non all’interno.<br />
Saliti i due scaloni, c’è il pianerottolo con l’ascensore. Questi edifici moderni sono alti una decina di piani. Per prendere l’ascensore occorre una carta con codice magnetico. Mi spiegano che viene tolta a quelli che non pagano le spese di condominio, una media di 120 euro l’anno. Però, se anche non la si ha e si è in gruppo, si ha il modo di utilizzare lo stesso l’ascensore: il gruppo entra nella cabina, e una ragazzina sale (o scende) velocemente e chiama l’ascensore dall’esterno, dai pianerottoli che via via raggiunge di corsa.</p>
<p style="text-align:justify;">Gli appartamenti di questi condomini sono ampi. Una o due stanze con letti, cucina grande e almeno un paio di sale, che sono la parte più interessante della casa. Le sale hanno lunghi divani, blocchi unici che corrono intorno a tre pareti su quattro, certe volte anche sotto la finestra: i sedili sono parallelepipedi (a volte appena un po’ più corti delle pareti perché negli angoli ci possono essere tavolini con sopra lumi). La base di questi lunghi divani è costituita da pedane di legno alte una decina di centimetri e i sedili hanno la stessa altezza di quella delle nostre sedie occidentali. Dentro questi divani devono avere un’imbottitura molto resistente, credo di plastica dura, la ricopertura è di grosso broccato dai colori molto vivaci, quello che mi pare il più bello di tutti ha fiori rossi tra grandi riquadri marroni su fondo avorio. Come schienale c’è una fila di cuscini, anche questi devono essere molto resistenti, e sono ricoperti con la stessa stoffa dei sedili. I divani delimitano lo spazio rettangolare al centro della stanza, che è ricoperto di tappeti. Si entra in queste sale dopo aver tolto le scarpe, come si fosse in piccole moschee. Sui divani ci si siede, ma si può pure dormire; e ci si può coricare anche sui tappeti che ricoprono lo spazio centrale, su cui all’occorrenza si stendono specie di imbottite ed eventualmente lenzuola. In ogni sala possono dormire molte persone: naturalmente tutte donne o tutti uomini. Sui tappeti, non proprio a ogni richiamo del muezzin, ma comunque spesso, chi vuole si prostra, dopo essersi purificato lavandosi per tre volte le mani (tutto il corpo se ha avuto rapporti sessuali poco prima): ogni preghiera dura pochi minuti.</p>
<p style="text-align:justify;">Un cenno sulle trasformazioni di questi arredi nel tempo. Ho chiesto alle amiche che mi ospitavano se nel passato erano così e mi hanno risposto che erano un poco diversi. La pedana, sempre molto bassa, era di terracotta, e sopra erano stesi lunghi materassi di lana, certamente ben più bassi dei sedili attuali. Forse – mi sono detta – questi arredi possono essere il simbolo, o meglio, dato il loro volume, l’allegoria, dell’incontro, non certo limpido e privo di contrasti, fra tradizione e modernità, fra società musulmane tradizionali e gli usi e gli arredi dell’occidente europeo. I tavolini sono restati per lo più bassi, per le nostre abitudini non adatti a coordinarsi con gli attuali, troppo alti, divani: bisogna chinarsi per prendere il cibo o addirittura per mangiare dal piatto appoggiato su queste mense nane.</p>
<p style="text-align:justify;">La casa della madre di Malika si trova non in un condominio, ma in una delle tante viuzze sterrate, traverse di una strada principale bene asfaltata. Mi dicono che non è proprietà dell’anziana signora, ma ha l’affitto bloccato e perciò bassissimo, ci vivono da più di settant’anni, le sei sorelle, Malika compresa, che sono nate lì. Perciò si paga pochissimo. La casetta ha un patio piccolino con un cancelletto che non viene mai chiuso davvero: tirando una cordicella, si apre dall’esterno. Viene proprio naturale usare i diminutivi per descrivere questa casa: non tanto per le dimensioni, ma dà proprio – e non saprei spiegare razionalmente il motivo – l’impressione di una casina. Mi dicono che un tempo quel patio era più grande e aveva anche alberi da frutta. Ora è un cortiletto, su cui si affacciano un’ampia cucina, un piccolo gabinetto alla turca (un secondo con il water “normale”, il lavandino e la doccia si trova nella casa) e il corridoio che passa attraverso le stanze per finire alla porta del bagno. Le stanze sono due “sale” con i lunghi divani e tappeti e la piccola camera da letto dell’anziana signora, in fondo, ingombrata delle valigie dei migranti. In tutto, esclusa la cucina e il cortiletto che fanno parte a sé, penso che sia una casina di meno di cinquanta metri quadrati, linda e piacevole, che accoglie ogni giorno ondate di persone che vengono e vanno. Le amiche mi spiegano che tanti anni fa, quando nascevano ancora bambine in quella casa, era possibile che ci vivessero stabilmente quelli che ne avevano bisogno perché le ragazze si sposavano assai precocemente: quindi, quando nascevano le sorelline più piccole, le più grandi se ne erano già andate altrove con i loro mariti.</p>
<p style="text-align:justify;">La madre di Malika, di 75 anni può considerarsi la “matriarca” di un ramo della Grande Famiglia &#8211; il marito e “patriarca” è morto da tempo-: viso minuto e bello, corpo diventato asimmetrico e  piccolo, ma ancora sorprendentemente agile; sei figlie (l’unico figlio morì in tenera età, e morì pure una settima figlia, quando era ragazza), tutte sposate, alcune con mariti ancora vivi e con figli propri che sono naturalmente nipoti della matriarca: in tutto 31; i figli di questi giovani, già nati – bisnipoti della “patriarca”–, sono 32, qualcun altro nascerà nei prossimi mesi. Finora, quindi, il ramo principale, che discende da un’unica coppia (partner viventi compresi), conta più di 70 persone; poi ci sono i rami collaterali, le innumerevoli diramazioni dei cugini delle sei sorelle.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>2- FAMIGLIA E FAMIGLIE  – La vecchia madre e le sei figlie </strong></p>
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<p style="text-align:justify;">La vecchia madre è sempre vestita di bianco, anche il velo. La trattano tutti con molto rispetto, a volte le baciano la mano. Non smette mai di sorridere, parla esclusivamente in darija, anche con me, pare non aver dubbi sul fatto che la capisca. Le altre donne –vivo quasi sempre con sole donne &#8211; parlano in darija e in francese, qualcuna anche in spagnolo. Malika ha frequentato da piccola la scuola coranica: da quando aveva due anni, sedeva con altre bambine di fronte a un imam armato di una lunga canna, che cantava versetti del Corano e glieli faceva ripetere. Poi, quando crebbero, insegnò loro anche a leggerlo, il Corano, che è scritto nell’arabo classico per eccellenza, tutto vocalizzato (non bisogna sbagliare nel pensare o pronunciare le parole della rivelazione!)<br />
Le sei sorelle, figlie della matriarca, sono Mariam, Leila, Amina, Khadigia, Malika, Fatima.</p>
<p style="text-align:justify;">Mariam è sempre vissuta in Marocco, pare di un’altra generazione rispetto alle sorelle, anche lei, come la madre, va vestita sempre di bianco, è già vecchia e venerabile, non solo anziana. Le sorelle più giovani la trattano con lo stesso rispetto con cui si rivolgono alla madre. Ha, come ho già detto, 11 figli, so che me li hanno presentati in qualche occasione, ma non li ricordo, salvo lo sposo di un matrimonio di cui parlerò in seguito.</p>
<p style="text-align:justify;">Leila, che ora ha sessantacinque anni, tre figli e qualche nipote, mi ha raccontato la sua storia matrimoniale: a un giovane era stata promessa in sposa una sorella di Leila, che però era morta prima di giungere al matrimonio. Lui allora insistette per sposare un’altra figlia, e il padre di Leila gli “assegnò” lei, che aveva circa dieci anni. Per qualche anno il marito regalò giocattoli alla bambina e la portava a volte a divertirsi con le amichette, presso casa: doveva aspettare che si sviluppasse per avere rapporti sessuali con lei. Leila ricorda i pianti che si fece quando, dopo qualche anno, si rese conto di quel che significava essere moglie. Ebbe tre figli. È povera – anche se è riuscita a far terminare gli studi a una figlia che adesso fa la maestra -; vive in una casa in affitto che non ho visto. Ora nel primo pomeriggio va a Ceuta, a far pulizie in un bar, e torna a Tetouan ogni sera: 120 chilometri andata e ritorno. Viaggia in taxi pieni zeppi di persone, in cui si spende l’equivalente di 2 euro per ciascuna tratta. Le rimangono, di quel che guadagna, circa 150 euro mensili.  La mattina, prima di partire, prepara da mangiare al vecchio marito e pulisce la casa.</p>
<p style="text-align:justify;">Amina, una delle sue sorelle maggiori, ha lavorato per molti anni in Spagna, ora percepisce la pensione e non ha problemi economici – mi dicono &#8211; perché riceve un’altra pensione –una sorta di reversibilità – del marito morto ( mi pare che qui siano molti gli uomini che se ne scappano dal mondo, quasi tutti, a poco più di sessant’anni: peggio che da noi!). Ha diversi figli, ne ho conosciuti due. Possiede, in uno degli edifici moderni di cui ho parlato, una casa doppia: due piani molto ampi, al secondo si accede attraverso una scala interna. In questa casa è possibile fare le feste, ma di ciò parlerò in seguito. Mi pare che Amina faccia un po’ pesare la condizione di maggiore benessere di cui gode. Certamente non ha un buon carattere, non ha la cortesia delle sorelle, anche se presta la sua casa per feste e dà il suo contributo, sotto varie forme, alla Grande Famiglia.</p>
<p style="text-align:justify;">Khadigia, quella a cui mi sono legata di più, un’espressione sorridente e un po’ ironica pure quando è stanca, fu data in moglie, per forza, quando aveva 15 anni, a un cugino molto più anziano di lei. Fuggì dalla casa del marito, arrivarono i parenti di questi e la riportarono a lui; rifuggì e rifuggì, fino a quando il padre rinunciò a costringerla e ottenne il divorzio per lei. Era bellissima – c’è in una delle “sale” della piccola casa della vecchia madre, appesa al muro, una foto di lei ventenne, i bruni capelli piuttosto corti e cotonati, gonfi come anche in Italia li usavamo noi, ragazze di quella generazione–; si innamorò poi di un uomo già sposato e lui la prese come seconda moglie, naturalmente con disappunto della prima. Le due mogli vissero in due case separate. Khadigia  ebbe  un solo figlio, Yusuf. Poi, mi racconta, ha fatto amicizia con la prima moglie di suo marito. “Dovevamo stare per sempre in lite per un uomo? Per uno che ora, fra l’altro, non è neppure più su questa terra? Anche se lui… ah, com’era bello, era proprio bello, e anche buono con me, ci amavamo tanto.”<br />
Una mattina mentre stiamo chiacchierando nella casa della madre, entra una ragazza alta, un poco spigolosa: baci a Khadigia, poi anche a me, che le sono stata presentata come “l’amica italiana”. Mi informano che studia lingue all’università. E io le dico: “Certo, arabo classico!” E lei: “No, non mi piace affatto e poi è troppo difficile. Voglio studiare il francese e lo spagnolo.” Quando la ragazza va via, Malika mi spiega, di fronte alla sorella che sorride, che quella ragazza è nipote (figlia di una figlia) della prima moglie del marito di Khadigia, e che è molto più attaccata a quest’ultima che alla sua vera nonna. Non posso fare a meno di pensare che la poligamia deve avere pure un suo respiro, una sua ampiezza mentale, nonostante l’iniquità, le sofferenze e le umiliazioni che porta con sé. Mi dice Khadigia – e Malika consente- che certe volte nel passato era la prima moglie a cercarne una seconda per il marito. Chiedo io: “Ma perché lui era proprio impossibile da sopportare?” E loro mi rispondono che era proprio così.<br />
Khadigia possiede una casa grande, che però non può farmi vedere: una parte è affittata, ma a prezzo bloccato, prende molto poco. Lei vive nella casina della madre, che accudisce personalmente.</p>
<p style="text-align:justify;">Malika, divorziata da un primo marito maltrattatore, si è poi risposata con un altro, un bell’uomo, autoritario, che vende tappeti nei mercati; vivono, salvo che durante le vacanze, in una casa popolare a Conil con i tre bambini; sta pure a Conil, ma in una casa separata, anche il figlio che Malika ebbe dal primo marito, ormai adulto e autonomo.<br />
Malika mi dice e mi ripete mille volte che in Marocco ora non è più possibile a un uomo prendersi un’altra moglie senza il consenso della prima. “Se la prima moglie non firma l’autorizzazione e lui si prende un’altra moglie, va dritto in prigione, lo mettono proprio  in prigione, in prigione, lo sai? E poi il Corano dice che uno che prende più mogli deve garantire a tutte non solo lo stesso tenore di vita, ma anche lo stesso amore: se no va all’inferno. E come può un uomo amare tutte le mogli allo stesso modo? Non è possibile. Quindi vedi, il Corano stesso, alla fine, proibisce all’uomo di prendere più mogli.” Khadigia sorride e sussurra: “Non le dar retta. Anche oggi gli uomini prendono un’altra moglie, fanno quel che vogliono.” Io non oso attizzare un confronto aperto fra le due sorelle, e mi tengo i miei dubbi.<br />
Vengo anche a sapere &#8211; e su questo tutte concordano – che ora l’età minima del matrimonio, per l’uomo e per la donna, è per legge di 18 anni. E mi dicono anche che matrimoni combinati non ce ne sono più e si affannano a portarmi esempi e prove, raccontandomi come si sono sposati i figli e le figlie.</p>
<p style="text-align:justify;">Fatima vive in Francia, è l’unica che possa esibire un marito (anche Malika, l’ho detto prima, ce l’ha, ma l’ha lasciato in Spagna con i figli maschi perché durante i mesi di vacanza lavora bene nei mercati). Questo marito di Fatima dorme per lo più nella casa della matriarca, probabilmente non c’entra nella sua, perché ci sono figli  con i loro partner e nipoti. È un uomo silenzioso, non lavora più, va spesso in moschea a pregare. Vive in queste vacanze come in punizione, tra tante donne, e forse si annoia.</p>
<p style="text-align:justify;">La legge di famiglia del 2004, la nuova Moudawana – lo verifico una volta tornata in Spagna &#8211; è considerata la più avanzata tra quelle dei paesi musulmani. Non esclude la poligamia ma la rende difficile e comunque la prima moglie, già nel contratto di nozze, sceglie se accetta o no questa possibilità; eleva l’età di matrimonio da 15 a 18 anni, e riconosce diversi altri diritti alla donna: per esempio, quello di sposarsi senza il consenso dei genitori, quello di tenere con sé i figli in caso di separazione, quello di chiedere il divorzio, quello di avere un aiuto economico dall’ex-marito, quello di restare nella casa coniugale, in caso di divorzio, se le sono stati affidati i figli…  Il giudice ha ampio margine di decisione, e può anche prescrivere eccezioni alla legge, soprattutto rispetto all’età minima per le nozze, e questo avviene ancora con una certa frequenza.</p>
<p style="text-align:justify;">Chiedo alle mie amiche del controllo delle nascite. Malika mi spiega che ora girano per le case infermieri inviati dalle pubbliche istituzioni (pur se in Marocco non c’è una vera sanità pubblica). Chiedono alle donne se vogliono la pillola, e a quelle che accettano di prenderla portano ogni mese una scatoletta. Pare ci sia anche una ginecologa a disposizione di chi ha bisogno di risolvere dubbi e di farsi controllare. “E gli imam che dicono?” “Loro dicono che è peccato… ma che vuoi, non si possono fare tanti figli.” Ricordo vagamente un incontro interculturale che ci fu a Bergamo, diversi anni fa: ci partecipò un imam di Milano, molto severo. Disse però che l’islam non era contrario al controllo delle nascite. Lo disse davvero o è la mia memoria a farmi scherzi? Certo, i musulmani non hanno un papa, e perciò può darsi che tra loro, anche tra quelli considerati guide spirituali, ci siano in proposito opinioni differenti.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>3- FAMIGLIA E FAMIGLIE  –  I figli delle sei sorelle e qualcun altro </strong></p>
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<p style="text-align:justify;">I figli di Mariam, come ho già detto, devo averli conosciuti fugacemente, ma non li ricordo. Lo sposo di cui parlerò in seguito è suo figlio, ma non ho potuto parlarci.</p>
<p style="text-align:justify;">Leila ha diversi figli, ne ho conosciuta meglio una, cui ho già accennato, che fa la maestra, è sposata con un giovane che possiede un bazar, e ha un bambino di un anno e mezzo. Mi dice che in Marocco la scuola dell’obbligo dura sei anni, che è difficile portare tutti i bambini al termine, molti abbandonano. Deve essere un bel problema insegnare ai bambini a leggere e a scrivere. La lingua parlata è un dialetto, il darija, che ha molte parole arabe, ma non ha una propria scrittura; nel caso uno debba proprio scrivere qualcosa in darija, usa l’alfabeto latino. Nella scuola, però, si insegna l’arabo scritto, che è l’arabo classico (come se noi parlassimo in un italiano che non viene scritto, perché è solo un dialetto, e scrivessimo in latino!). Si insegna anche, come seconda lingua obbligatoria, il francese. Quindi due alfabeti.<br />
Una maestra prende 350 euro al mese, ha un modesto incremento dello stipendio per anzianità; ogni sei anni però può fare un concorso, e se lo vince può aumentare il suo stipendio in misura rilevante.<br />
Ho parlato di lingua e di scuola anche con Latifa, figlia di una zia di Malika e di un imam – l’ho incontrata in una festa –; insegna a Rabat, nel Baccalauréat, gli ultimi due anni di scuola superiore che danno accesso all’università. Mi spiega che i ragazzi studiano in francese le materia scientifiche, in primis matematica; in arabo classico le materia umanistiche, compresa storia. Non so se la divisione sia proprio rigida.  Le dico che cerco di studiare arabo classico anch’io, mi fa lì per lì un’interrogazione cattivissima sulla grammatica: me la cavo con un 6-. Poi sento che dice a un’altra: “Ieri siamo andati a Chefchaouen a mangiare il couscous.” E traduco scolasticamente, trasformando la subordinata in coordinata: “’Amsi nahnu dhahabnā ilā Chefchaouen ūa ’akalnā ’lcouscous.”. Mi dice: “Benino. Se vieni a stare a Rabat per un periodo, ti trovo una stanza in affitto e ti do io lezioni di arabo classico!”<br />
A proposito di lingua: Malika, con cui ho fatto nel tempo, a Conil, un po’ di conversazione in arabo classico, qui non si spreca per niente: non c’è verso che, mentre conversano, mi traduca un pezzetto di quel che dicono in darija, mi evidenzi una delle mille parole comuni all’arabo classico. Passo ore e ore a cercare di cogliere dalle labbra dei parlanti una parola che mi sia familiare e dentro di me mi arrabbio con lei. Ricordo i primi tempi a Conil, le infinite ore trascorse seduta a un tavolino di bar, ad ascoltare senza capire – con la voglia di mandare tutti al diavolo &#8211; le chiacchiere velocissime che gli amici andalusi scambiavano fra loro, in questo quasi-castigliano a cui sono state strappate tante consonanti. Così ho imparato a capirlo, ma l’arabo è molto più difficile e il rapporto fra l’arabo e il darija molto più complicato di quello tra spagnolo di Castiglia e spagnolo di Andalusia.</p>
<p style="text-align:justify;">Amina ha un figlio e una figlia entrambi sposati. La figlia lavora con il marito in Spagna, a Malaga, in un bazar, il figlio lavora in Marocco/Spagna, a Ceuta, in qualcosa che si occupa di investigazioni e di sicurezza. La figlia e la nuora di Amina sono giovanissime, entrambe di 22 anni, belle ragazze, e hanno un figlioletto per una. Quella che lavora a Malaga mi dice che gli spagnoli sono assai razzisti: le chiedo di portarmi qualche esempio del razzismo che lamenta e lei mi racconta che sono molti che le chiedono, d’estate, se non sente caldo per via del fazzoletto che porta in testa. Bah, non mi sembrano, questi, gravi sintomi di razzismo, ma non commento.</p>
<p style="text-align:justify;">Fatima, che vive in Francia, ha una figlia bella come una dea, sposata con un ragazzo berbero, alto e assai gradevole, professore di informatica; anche lei lavora, ma non ricordo in quale ambito, e aspetta un secondo figlio. Hanno infatti già una figlioletta di tre anni, bruna, sottile, molto europea, negli atteggiamenti: esigente come una bambina europea; le parlano in francese perché, mi spiegano, il padre usa come lingua originaria il berbero, la madre il darija (il dialetto arabo del Marocco): sarebbe stato troppo parlare alla bambina in tre lingue.<br />
Il secondo figlio di Fatima, maschio, è fidanzato con una ragazza di Parigi che ha il padre armeno-libanese, la madre francese. La ragazza, seguendo un costume certamente occidentale ed europeo, non certo marocchino, ha seguito il fidanzato e la famiglia del fidanzato nella vacanza a Tetouan.</p>
<p style="text-align:justify;">Il figlio di Khadigia, Yusuf, lavora in banca, ha conosciuto la moglie a Marrakesh, lei lavorava (e lavora) nella stessa banca. “Se l’è scelta lui. Nessuno più li obbliga a sposarsi con chi non vogliono”, dice Khadigia.  Hanno una bella bambina di due anni, Lina, di cui, mentre loro sono al lavoro, si prende cura una donna. Faccio a Lina il topo con il fazzoletto, sono bravissima a muovere le dita della mano destra in modo che la bestia di pezza scappi quando lei l’accarezza: con questo trucco divento quasi una terza nonna per lei.</p>
<p style="text-align:justify;">Malika, come ho già detto, ha quattro figli; non conosco il maggiore, figlio del primo marito: vive a Conil per conto suo. Gli altri tre hanno tra gli 8 e gli 11 anni. Mariam, la bambina che sarà festeggiata, non legge e a mio giudizio mangia troppe schifezze: la minaccio di farla arrosto, un giorno o l’altro, e lei risponde che non devo arrostirla, ma farle un bel regalo.</p>
<p style="text-align:justify;">Molte fra le famiglie che formano la Famiglia sono arrivate, per le vacanze estive, da diversi Paesi d’Europa: prevalentemente dalla Francia e dalla Spagna, qualcuna anche dal Belgio, dall’Olanda. Altre vivono in Marocco, qualcuna ha un membro che lavora a Ceuta, per conto di imprese spagnole. Mi pare siano i più poveri quelli che vivono e lavorano in Marocco, anche se non tutti.</p>
<p style="text-align:justify;">I vestiti che usano le donne sono soprattutto il jellaba e il caftano. Il jellaba è una veste lunga, larga, molto comoda, d’estate assai leggera, che si usa tutti i giorni, per uscire e anche per casa; ha sempre il cappuccio. Ce ne sono di bellissimi, con ricami colorati fatti a macchina o a mano, nel mercato; ne ho comprati diversi anch’io, sei o sette euro ciascuno: naturalmente ero accompagnata dalle amiche marocchine, se no avrei – giustamente &#8211; pagato almeno cinque volte tanto. Il caftano è un vestito lungo, di broccato o di altre stoffe incrostate di fili dorati e argentati, con passamaneria ed eventualmente ricami, e si usa per le feste importanti; viene stretto in vita da un alto cinturone coloratissimo. La donne dai quarant’anni in su, in stragrande maggioranza, si coprono i capelli con un velo di diverse fogge. Le giovani un po’ lo portano, un po’ no; molte non lo portano affatto. Forse le nuove generazioni si stanno emancipando dall’uso del velo, o forse le giovani osservano meno gli usi della tradizione, e poi, quando crescono gli anni, si lasciano un po’ andare, diventano meno vanitose, accettano di coprirsi la testa. Comunque non mi pare ci sia alcuna pressione delle anziane sulle giovani per quanto riguarda l’uso del velo. C’è anche il jellaba maschile, ma per le feste e anche nella vita quotidiana, gli uomini, soprattutto quelli non anziani, usano per lo più abiti occidentali.</p>
<p style="text-align:justify;">Il jellaba domestico ha, a mio parere, una funzione legata all’organizzazione interna delle case e alla Grande Famiglia. Negli otto giorni in cui mi sono trattenuta a Tetouan, ho cambiato più volte casa e giaciglio: e non solo io, anche diverse persone della Grande Famiglia. Si corre da una casa all’altra, continuamente: per mangiare, per andare a bere il tè alla menta e fare merenda, per dormire. Non so se ques’uso sia dettato solo dal senso del dovere o dia anche piacere o sia ansia di acciuffare un’identità tradizionale che se ne sta scappando. Certo è che pare di essere investiti continuamente da poderose correnti di vento, che hanno direzioni assolutamente casuali, e ti trascinano da una parte all’altra, da una casa all’altra. Non so se in passato la Grande Famiglia vivesse più unita nello spazio. Certo è che ora i suoi membri ricercano quest’unità forse un poco mitica correndo da una casa all’altra e incrociando la propria corsa con quella di altri.<br />
Nella casa della piccola matriarca arrivano a ondate, durante le ventiquattro ore della giornata: ci sono sempre cibi buonissimi da mangiare, si può cenare anche dopo mezzanotte, anche alle due di notte. Ci sono sempre posti per mettersi a dormire, a qualsiasi ora della giornata. Non si sta mai mai mai soli. Il jellaba, in questa vita, è utilissima: è veste da casa, veste per uscire a fare commissioni, ma può diventare anche camicione da notte: ti prendi il tuo spazio sul lungo divano, lo delimiti con cuscini e la cuccia è pronta: anche se le mie amiche  insistono per dare a me ospite pure le lenzuola e le federe.</p>
<p style="text-align:justify;">È capitato che qualche amico e qualche amica di Bergamo che sono venuti a passare alcuni giorni a Conil si siano scandalizzati per due cose: per il chiasso che fanno le persone di notte, se l’indomani non è giorno di lavoro, e per la lentezza con cui ti servono nei negozi. Io ho sempre obiettato a questi lamenti così: “O ci sono i quartieri-cimiteri o ci sono casino e fracasso. O ci sono le macchine che rischiano di travolgerti sulle strisce pedonali (a me è capitato due volte di essere stata messa sotto da automobili, a Bergamo) oppure macchine che si fermano anche per qualche minuto ad aspettare che tu attraversi le zebre: ma nell’ultimo caso trovi anche i negozianti che ti servono senza fretta e magari si mettono a discorrere con un cliente su “lo que ha pasado a su prima”. La nostra specie si è evoluta in modo pazzo: desidera sempre quel che non può avere. Da sempre vagheggia un giusto mezzo che non esiste. Si schizza continuamente fra i due estremi. Io preferisco il baccano al cimitero, le macchine che si fermano alle strisce a quelle che ti travolgono e per questo rinuncio anche ad essere servita rapidamente nei negozi.”  Per come siamo fatti, continueremo per sempre a cercare l’araba fenice del giusto mezzo, e forse è giusto così, ma almeno non ci si dovrebbe arrabbiare se non la si trova.</p>
<p style="text-align:justify;">Su questi divani, io che sono insonne mi addormento subito, profondamente, non mi sveglio mai di notte, alla mattina dormirei fino alle 11. L’essere sempre in una compagnia dedita agli affetti, al cibo, alla Grande Famiglia svuota la testa dalle ansie, e anche, in parte, dai pensieri, il sonno e la veglia si susseguono senza scosse. Non riuscirei a vivere sempre così, ma so bene che, data l’abissale imperfezione dei rapporti umani, ci sono solo due estremi: da una parte la solitudine che tante volte ti addenta, ladra del sonno, ma anche pungolo del pensiero; dall’altra uno stare insieme morbido, e al tempo stesso volubile, in cui ti sembra di dissolverti. Non saprei davvero che scegliere, se potessi scegliere.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>4- FESTE- Una regina e una piccola principessa</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">La prima spinta ad andare in Marocco, questo luglio, è stato l’invito a una  festa di nozze di uno dei numerosi nipoti di Malika. I matrimoni musulmani non si celebrano in moschea, non hanno il valore del “sacramento” cristiano: sono patti civili che devono comunque sottostare a regole. Questa festa quindi non ha quindi una parte religiosa (anche se so che in qualche caso e forse in altri luoghi in moschea si può ricevere una sorta di benedizione) e ha inizio alle 19 di sera.<br />
Adesso è consuetudine, anche per persone che non sono ricche né benestanti, affittare un locale. Per questa festa, è stato scelto un ristorante che ha un grande salone a piano terra, collegato a un altro ampio locale che si trova a un livello un po’ più alto; tra i due locali c’è una specie di corridoio che finisce ai piedi di un podio su cui sono sistemate due sedie simili a troni. Nella parte più ampia e più bassa, in cui ci sono molti tavolini con sedie, ci sistemiamo noi donne; nella parte un po’ più alta, ma aperta sulla prima, c’è un’orchestra con un cantante; in un’altra zona della parte sopraelevata si sistemano gli uomini. In tutto, sicuramente, più di cento persone. C’è poi, lo vedrò più tardi, un piano superiore, una grande veranda con tavoli all’occidentale. Gli sposi arriveranno più tardi.<br />
Malika mi viene vicina e mi dice: “Questa è la Famiglia, sono pochi gli amici. E non è neppure tutta, ci sono tanti che non sono potuti venire.”</p>
<p style="text-align:justify;">Passano continuamente camerieri, ovviamente presi in affitto per quella sera, con fiumi di tè alla menta e vassoi pieni di piccole cose da mangiare. Tutto buonissimo, in particolare certi fagottini ripieni di pezzetti di pollo zuccherato con mandorle e non so quali erbe, e dei triangoli di pasta sfoglia ripiena di un formaggio di capra leggermente acido e dolce. Poi tutto ciò che di dolce si può costruire con le mandorle, con il miele, con i pistacchi, con le varie farine. Si mangia moltissimo, non riesco a sottrarmi. Le donne, amiche o sconosciute, parlano in darijia, ma qualcuna anche con me. L’orchestra suona musiche e canzoni dai ritmi arabi, il cantante fa bene il suo mestiere.<br />
Qualcuna mi spiega perché tutte restano sedute: ora che si usa affittare un locale, e che quindi nella festa sono riuniti uomini e donne, queste ultime hanno vergogna di ballare.</p>
<p style="text-align:justify;">Ricordo a tal proposito una festa di matrimonio a cui partecipai in Palestina, nella Striscia di Gaza, nel 1995. Erano allora in faticosa marcia gli accordi di Oslo, una parte di Gaza stava rifiorendo, c’erano giardini pubblici rigogliosi pieni di giochi per bambini. Certo, c’era anche un immenso campo profughi, ma in tante persone si leggeva la speranza e te la dicevano anche apertamente.<br />
Le donne italiane del gruppo, tra cui c’ero anch’io, furono invitate dunque a questa festa, che si teneva in un grande giardino privato, credo della famiglia della sposa: secondo l’uso musulmano, a Gaza c’era la festa per le donne separata da quella per gli uomini. Tutte ballavano, dalle bambine di tre anni alle anziane: la danza del ventre. Nella danza del ventre bisogna saper muovere simultaneamente la pancia, il culo, le gambe soprattutto nella parte alta, le spalle, le braccia, le mani: così si crea quella sensazione di tremore ipnotico che incatena lo spettatore.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi pare che anche in Marocco tutti gli esseri umani di sesso femminile imparino assai precocemente la danza del ventre, ma in questi matrimoni che si festeggiano in locali presi in affitto – costerebbe troppo affittarne due per fare due feste separate – le donne restano sedute. Solo qualche ragazza più audace si lancia per qualche minuto nella zona libera dai tavolini, nel corridoio che porta al podio dei troni. Nessuno, proprio nessuno, disapprova o si scandalizza: eppure sono poche quelle che osano.<br />
Infine arrivano gli sposi: vestiti quasi completamente all’occidentale. Lei con un abito bianco, leggermente scollato, le maniche corte, il velo e lo strascico; l’unica concessione alla tradizione del proprio paese è una corona d’argento sulla testa, che la fa regina delle mille e una notte; lui in abito scuro. Naturalmente tutti applaudono e loro vanno a sedersi sui troni, dove resteranno per molto tempo, immobili e stanchissimi, a farsi fotografare con invitate e invitati che a turno, a gruppi di due o tre, salgono sulla pedana e si mettono in posa accanto agli sposi. Dopo almeno un paio di ore ha termine la lunga cerimonia delle fotografie. I due si alzano e ritornano dietro le quinte, cioè in una stanza in cui non hanno accesso gli altri. Lui ricompare subito, e viene immediatamente circondato dai suoi amici maschi che gli mettono addosso una specie di mantellina con un cappuccio che gli tirano davanti agli occhi; poi lo portano in giro, dicendogli qualcosa con l’atteggiamento di chi fa la predica: naturalmente, parlano nel mio “amato” darija. Io chiedo a chi mi sta vicino di spiegarmi almeno qualcosa, e mi viene detto frettolosamente che la sposa sta cambiandosi il vestito, e gli amici dicono allo sposo che deve essere forte per riuscire a sostenerne la bellezza, quando comparirà.</p>
<p style="text-align:justify;">Anche a Gaza, nel 1995, nei giardini, c’era una coppia di sposi vestiti all’occidentale. Lei indossava, ricordo, un vestito bianco molto scollato; era rossa di capelli, aveva carnagione bianca piena di lentiggini. Li ripresi con una piccola macchina fotografica  &#8211; non certo digitale – che, mi resi conto dopo, era felicemente impazzita: scattava più fotografie sullo stesso pezzo di pellicola. Uscirono foto bellissime e magiche, con più paesaggi sovrapposti, come fossero di nebbia o di velo. Ma quelle degli sposi non uscirono.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando tutto mi pare finito – gli sposi se ne sono andati da un bel pezzo e io mi sento piena come una tacchina – mi dicono che si va a mangiare. Io trasecolo, ma faccio finta di niente e seguo il gruppo in cui mi trovo. Si va a turno ai tavoli sulla veranda del piano superiore, dove ci portano enormi vassoi pieni di carne e cuscini di pane arabo, così caldo e affettuoso che viene la voglia di abbracciarlo e baciarlo. Non riesco a toccare la carne, che per tradizione si mangia con le mani; però inzuppo due pezzetti di pane strappati crudelmente a quelle dolci pagnotte nell’intingolo che è buonissimo e sarebbe divino se non fossi già così piena.<br />
Vengo a sapere dopo che ogni volta che si fa una festa di matrimonio si sacrifica un toro. Gli interessati vanno a sceglierlo in un allevamento, quindi la povera bestia viene uccisa, cucinata e servita.</p>
<p style="text-align:justify;">Nei giorni successivi chiedo poi alle mie amiche da quanto tempo c’è questa consuetudine di festeggiare le nozze in locali pubblici, presi in affitto. Mi dicono che c’è da poco: prima le feste si facevano in casa. D’accordo, ma uno doveva avere una casa<br />
ben grande per accogliere tutta la Famiglia. Mi rispondono che se uno aveva una casa troppo piccola, chiedeva una casa grande in prestito a vicini che ce l’avevano. Ah, allora si affittavano le case dei vicini… Ma no, non si affittavano, le prestavano; e quando si andava per preparare la festa, si trovava la casa pronta, pulita, lucente.</p>
<p style="text-align:justify;">Faccio la sfrontata e chiedo quanto può costare un locale come quello in cui si è festeggiato il matrimonio; costa circa 1000 euro (è facilissimo trasformare i dirham in euro, basta dividere per 10: è una misura un po’ approssimativa, bisognerebbe in realtà dividerli per 11 virgola qualcosa): certo, costa così un locale di quel tipo e di quelle dimensioni, ma ce ne sono di molto più belli e più cari. Chiedo quanto costa un toro: altri 1000 euro. Poi ci sono i dolci, l’orchestra, i vestiti, l’acconciatrice che va a pettinare, a truccare, a porre la corona e il velo alla sposa…<br />
Osservo: ma se uno non ha i soldi per fare tutto questo? Io, per esempio, se si sposasse un mio figlio, non potrei permettermi queste spese. Allora, mi dicono, interviene la Famiglia: uno si impegna a pagare il locale, l’altro il toro, l’altro  i dolci, l’altro l’orchestra…</p>
<p style="text-align:justify;">Dopo qualche giorno, un’altra festa: per la presentazione ufficiale della bambina di Malika, di otto anni, vestita da principessa, alla Famiglia. È un po’ come la vostra prima comunione, mi dice la mia amica. Sì, preciso io, però non tutti, in Spagna e in Italia, fanno fare la comunione ai figli, non tutti sono cristiani, e meno che mai cattolici: i miei figli, per esempio, non hanno fatto né il battesimo né la comunione.<br />
La festa si tiene nella grandissima casa di Amina. Le donne stanno al piano di sopra, gli uomini al piano di sotto, dove c’è anche la cucina.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi trovo al piano di sotto a far qualcosa. Ad un certo punto sento venire dal piano di sopra un suono forte di tamburi e qualcuno mi dice: “Corri su, comincia la musica.” Salgo le scale di mala voglia, che cosa strana, quella musica. Ma quando arrivo su, al suono dei tamburi – strumenti di varia forma e grandezza – si è unito il canto. Cinque donne vestite con caftani bianchi e con veli grigi che coprono i capelli e sono legati dietro, sulla nuca, come si legava il foulard Claudia Cardinale – avranno tra i quaranta e i cinquant’anni – suonano con tamburi di varie forme e dimensioni e cantano con voci piene e forti una musica bellissima, che ti porta dritta fra le stelle. Le amiche mi dicono che sono canti sufi in lode del Signore. Le parole sono semplici, mi spiegano: Lode ad Allah e al suo Profeta e poco altro. Ah, il sufismo, lo conosco… Ibn Arabi… Mi guardano con ammirazione: sai proprio tante cose di noi, della nostra religione.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma io sono stregata da questa musica. Davvero, è come se ti trovassi in movimento circolare che non si arresta mai, fluente ed energico, non violento. È certamente l’esperienza più bella di questo mio viaggio in Marocco. Le musiciste cantano e suonano i tamburi con molta scioltezza, come se generassero vita, non musica. Mi siedo di fronte a loro e sto a sentirle e a guardarle. Ogni tanto si fermano e soprattutto una, molto bruna e magra, quella che canta più spesso delle altre, con una voce potente, mi sorride. Ogni tanto bevono dell’acqua.</p>
<p style="text-align:justify;">Intanto Malika è chiusa con la figlia e l’acconciatrice in una stanza da letto. Infine la bambina e la mamma si affacciano nel salone. Le musiciste tacciono e Malika tiene per mano la bambina incoronata da principessa, vestita d’oro e d’argento, gli occhi lunghissimi per il trucco. La fa avanzare a passetti piccolissimi e il loro incedere dà l’impressione di un movimento meccanico di bambole camminanti oppure cinesine di un tempo con i piedi costretti e restare piccoli, infilati in zoccoletti tormentosi. La bambina si va alla fine a sedere su un sedile ornato &#8211; non proprio un trono, ma quasi – che non si trova su una pedana isolata, ma è stato costruito sulla parte centrale di un lungo divano, con l’ausilio di cuscini e di drappi. Là avviene la cerimonia delle fotografie: non c’è però un fotografo ufficiale, ma la cugina che viene dalla Francia le scatta con una macchina digitale.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando ha termine il rito di presentazione della principessina alla Famiglia, le cinque musiciste riprendono a battere sui tamburi e a cantare. E diverse signore e signorine si gettano nella danza. Ma come, – chiedo io a Khadigia – la danza del ventre al ritmo di musiche mistiche? Ma certo, – mi risponde – Dio non è contrario a questi balli, non c’è nulla di male.</p>
<p style="text-align:justify;">E infine l’epilogo. Dopo che mi sono di nuovo riempita di cose buonissime, vedo arrivare grandi vassoi con su non pezzi di toro, ma poveri polli arrostiti con tante mandorle. Anche questa volta mi limito ad annusarne il profumo e a mangiare un pezzetto di pane imbevuto nel sugo, ma la carne proprio non ce la faccio a toccarla.</p>
<p style="text-align:justify;">Alla fine riesco una volta ancora a fare qualche conto in tasca alle mie amiche: non credo certo che i soldi siano tutto, ma pure mi paiono indizi importanti… di che cosa? Non lo so.<br />
Comunque: per l’acconciatrice, 50 euro (sono molti di più per una sposa adulta); per le musiciste, almeno 5 o 6 ore di canto e tamburi, complessivamente 60 euro. Mi dicono, le sorelle: “Guadagnano bene, in questa stagione. Vanno a due o tre feste al giorno! Sono molti a fare le feste durante le vacanze estive, quando i familiari arrivano dai paesi europei.” Io mi domando: “Ma come fanno a cantare per tante ore? Per 12  e più ore al giorno? E come possono essere considerate ricche e fortunate? ” Sono domande cui non so rispondere.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>5- TETOUAN-  La medina, la politica, la religione</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">La città (circa 300.000 abitanti) si trova in una vallata, ai piedi e anche sulle prime pendici delle montagne del Rif. Dalla mia terrazza, in Andalucía, nei giorni limpidi, si vede il profilo di questa catena montuosa. Da quei monti aspri scesero, nel 1921, guerrieri che si ribellarono all’incipiente colonialismo spagnolo: erano guidati da Abd-el-Krim, e uccisero migliaia di spagnoli. Furono piegati dopo tre anni di guerra con l’intervento dei francesi, che arrivarono con 25.000 soldati al comando del generale Petain: colui che avrebbe formato, dopo press’a poco vent’anni, il governo di Vichy, collaborazionista con i nazisti durante la seconda guerra mondiale.<br />
Un’arteria larga e ben tenuta parte da una piazza in cui c’è il monumento a una colomba bianca, simbolo della città e corre corre fino alla parte antica. Questa lunga strada costeggia giardini pubblici ben curati e pieni di persone: Malika, quella tra le sei sorelle con cui esco più spesso nelle strade di Tetouan, me li indica con orgoglio. E a sera mi indica i lumicini sulle pendici della montagne e mi dice: “Guarda che bello!”  Molte delle traverse però diventano presto strade sterrate, senza pavimentazione: in una di queste stradine c’è la casa della matriarca. Mi dice Khadigia: “Qui intorno abitavano molti cristiani ed ebrei. I cristiani allevavano tanti di quei maiali…” “E che ne facevano? Qui non si mangia carne di porco.” “Ne facevano prosciutti che portavano in Spagna. Prosciutti pregiati, guadagnavano molto.” “E gli ebrei?” “Facevano molti mestieri, come noi. Con alcune ebree eravamo molto amici, erano buone buone persone, che pianti quando se ne dovettero andare!”</p>
<p style="text-align:justify;">Avevo letto che in Marocco c’erano molti ebrei, circa 300.000, legati da antica amicizia agli arabi. E che furono cacciati o fuggirono negli anni successivi alla costituzione dello Stato d’Israele – la maggioranza a metà degli anni cinquanta &#8211; e che la separazione dagli abitanti del Marocco era stata lacerante per entrambe le parti. Ora restano nel paese solo qualche migliaio di ebrei. Sapevo queste cose dai libri, e sentire come la grande storia si trasforma in memorie personali, diventa viva, prende le sembianze di una persona che ti sta di fronte e ti parla, è emozionante. Khadigia, quando gli ebrei se ne andarono in massa, doveva essere una bambina. Penso al libro di Abraham Yehoshua, Viaggio alla fine del millennio: un romanzo neostorico, naturalmente con forti tratti postmodernisti che in genere non mi fanno impazzire. La vicenda è ambientata negli ultimi anni del primo millennio dell’era volgare, fra Al-Ándalus, Marocco, Francia e Germania. Fa sentire davvero i profumi della cucina araba e andalusa, ed è un bell’omaggio alla mitica (non sempre reale) fratellanza fra magrebini, arabi, ebrei, e anche a una poligamia che nel romanzo è larga e buona, non ha le durezze e l’ipocrisia che il mercante ebreo protagonista trova poi nelle comunità dei suoi correligionari dell’Europa continentale, di Parigi e di Worms, fortemente influenzate dal cristianesimo.</p>
<p style="text-align:justify;">La medina – la parte centrale della città, dove c’è un grandissimo suq (mercato) corre per un tratto lungo la piazza del bel palazzo reale, costruito qualche secolo fa e poi rinnovato. La piazza, grande e bella, anche se il re non c’è, è chiusa da transenne. Mi viene da dire: “Ma perché tutta per un re che oltre tutto viene qui solo per periodi limitati?” Nel suq ci sono molti mendicanti, proprio miseri, e per lo più vecchi.<br />
Ma Malika e anche Karim, figlio di un’altra sorella, e poi Yusuf, il figlio di  Khadigia, mi dicono in più occasioni tutta la loro ammirazione e fiducia in questo re, Mohamed VI. “Aiuta i poveri.” “Il Nord del Marocco si sta trasformando rapidamente, con una velocità a cui non riusciamo neppure a tener dietro. Il re ha costruito strade, ha ristrutturato parti della città. Sta cambiando tutto”.  “Questo re sta rinnovando il paese e soprattutto sta valorizzando il Nord, che dai precedenti re era stato lasciato nell’abbandono.”</p>
<p style="text-align:justify;">Con Yusuf ho l’occasione di discutere per un poco, a casa sua: ha invitato buona parte della famiglia a cena, e anche. Lui ha fatto gli studi superiori, legge, ascolta musica raffinata, è una delle persone colte della Famiglia. È credente, come mi pare siano tutti. Mi dice che il Corano è all’origine di tutto, più antico di ogni libro e di ogni sapere; che la loro  monarchia è meglio delle democrazie occidentali, in cui uno che governa cerca di essere popolare, e magari di essere rieletto, e perciò lavora per sé e non riesce a fare piani a lungo termine; che la banca islamica, in cui lavora, è diversa da quelle occidentali e che la crisi economica mondiale dovuta alla speculazione finanziaria sta dando ragione a loro… Io obietto qualcosa, ma soprattutto vorrei sapere come funzionano le banche in Marocco. Purtroppo la cena è pronta e mi rendo conto che è difficile “catturare” uno di loro, un maschio, e farlo parlare a lungo, in quest’organizzazione domestica. Anche se Yusuf, che ha studiato pure italiano a scuola, ha davvero modi occidentali, si occupa della bambina più di quanto facciano con i loro figli molti padri nostrani e chiacchiera volentieri e vuole sentire anche la mia opinione. Nella conversazione non abbastanza lunga che abbiamo avuto, mi ha anche accennato alla filosofia e alla scienza araba; io gli ho parlato del mio interesse per la poesia di Al-Ándalus. So da Malika, quando la vedo in Spagna, che Yusuf avrebbe avuto piacere di continuare la conversazione, ci aveva invitate di nuovo a cena, ed è rimasto dispiaciuto quando ha saputo che sono partita.</p>
<p style="text-align:justify;">So che il re del Marocco, salito al trono dieci anni fa, ha posto in marcia riforme, ha dato più poteri al parlamento; proprio in questi giorni pare abbia ripreso in mano la questione del Sahara occidentale, che rivendica da decenni l’indipendenza, per proporre un compromesso con il Fronte Polisario: basato riconoscimento di un’ampia autonomia, ma non dell’indipendenza. Come ho già accennato in altro articolo di questo mio resoconto, ha promosso la riforma del diritto di famiglia: la legge della famiglia, varata nel 2004, è la più avanzata tra quelle dei paesi islamici. Lui stesso ha sposato una ragazza che ha la laurea di ingegnere informatico, emancipata, non usa nemmeno il velo; vanno a passare nel palazzo di Tetouan buona parte dell’estate.<br />
Ma è in tutto un buon re? Viene accusato da alcuni di violazione dei diritti umani. Forse per cancellare almeno in parte questa cattiva fama, giorni fa, nel decennale del suo regno, ha concesso un’ampia amnistia; forse anche per questo sta cercando di tessere un accordo con il Fronte Polisario. Chissà.</p>
<p style="text-align:justify;">Si sente il richiamo del muezzin in tutta la città. Di prima mattina, quando è ancora buio, questo richiamo dura molto. Quando arriva il giorno e siamo tutti in piedi, chiedo a Malika perché è così lungo, e lei mi risponde che cerca di svegliare le persone che non vogliono svegliarsi. Il muezzin chiama, chiama: “Sveglia, sveglia, è meglio pregare che dormire, è meglio pregare…”<br />
Un giorno mi spiegano che loro non possono mangiare e neppure bere fino a sera: che c’è per loro un piccolo Ramadam, che dura una sola giornata. Si commemora la salita al cielo del Profeta, il mi’râj. Io dico subito che conosco questa denominazione (ho letto <em>L’escatologia islamica nella Divina Commedia</em> di Miguel Asín Palacios, e pure il <em>Libro della scala</em>, un hadîth, un racconto, in questo caso considerato apocrifo, sul viaggio compiuto dal Profeta, che però è simile ad altri racconti ritenuti autentici dai savi). Mi guardano con ammirazione e Malika mi dice: “Beh, sai proprio tutto, ti manca solo di farti musulmana.” Io ribadisco quello che le ho detto mille volte: non sono credente, non sono cristiana, non diventerò mai musulmana, non sono neppure davvero atea… si può vivere sapendo che non si può sapere. E non si è peggiori di chi crede, se non si crede, anzi certe volte si è migliori. Finita la predica, le chiedo: “Ma non credi che ci siano i sette cieli, vero? Ora si vedono le cose in un altro modo, no?” E lei: “No, il Corano non si interpreta, dice la verità così com’è. Ci sono, i sette cieli.” “Ma Malika, gli uomini sono andati o no sulla luna? E allora, dove sono i sette cieli?” “Sono andati sulla luna, non sul sole.” “Beh, ovvio, sul sole non ci potrebbero arrivare, brucerebbero prima.” “Vedi che ci sono i cieli? Gli uomini non possono andare oltre la luna. E sopra tutti i cieli c’è il trono di Dio.” “Senti, potresti ammettere almeno che quando ci fu la rivelazione al Profeta, Dio parlò in modo che gli uomini di allora potessero intenderlo. Ma oggi, come si fa a pensare che queste cose vadano prese alla lettera?” Lei insiste, e io, pur un po’ arrabbiata perché sono convinta che sia più testarda che inconsapevole, lascio perdere, come mi succede tante volte in questi giorni.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>6- DINTORNI DI TETOUAN &#8211; Chefchaouen</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Un giorno vado con Malika a Chefchaouen, che si trova sulle montagne del Rif, famoso fra i ragazzi occidentali come luogo ideale per spinellare (non so perché, non so se là si trovi l’haschish migliore o a più basso prezzo o se ci sia qualche altra ragione che gli fa scegliere questa meta). Ci arriviamo con un taxi in cui ci sono altri quattro viaggiatori, schiacciati nel sedile anteriore e in quello posteriore (anche noi, naturalmente). Costa due euro viaggiare in queste condizioni per oltre 60 chilometri. È strana la differenza di regole per taxi urbani e taxi extraurbani: quelli urbani, gialli, hanno il divieto, che rispettano tassativamente, di caricare più di tre persone; quelli extraurbani, bianchi, possono caricare tutti quelli che ci stanno dentro.</p>
<p style="text-align:justify;">Chefchaouen, un paese azzurro, si arrampica sul monte come una capra, ma è attraversato da parchi semiselvatici e da una grossa fonte di acqua gelida che cade in cascatelle e si spande, qui e là, su piattaforme di roccia, su cui le persone scendono a bagnarsi i piedi. Ci sono scesa anch’io, non ho resistito più di qualche secondo al gelo, forse perché sono un poco anziana. Però quel pediluvio nel ghiaccio ha spezzato il caldo forte che c’è in questo paese interno, e non a Tetouan, dove soffia quasi sempre un vento rinfrescante.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono un poco nervosa, perché ricordo una mattina di due anni fa, che passai a Vejer: un pueblo bianco, anche lui un poco, non vertiginosamente, arrampicato, non su aspre montagne, ma sulle dolci colline andaluse, anche lui proprio arabo e/o maghrebino e/o berbero. Vejer è gemellato con Chefchaouen e quella mattina si celebrava non so quale anniversario di questo hermanamiento. Nella sala del comune di Vejer ascoltai la lezione di uno storico del Marocco, un signore sicuramente più anziano di me, vestito in modo tradizionale: disse, fra l’altro, che, insieme ad altri saggi, aveva scritto al re di Spagna per chiedere – esigere – che agli arabi, ai musulmani, ai maghrebini, insomma, a quelli che avevano vissuto in Al-Ándalus nei secoli passati e poi erano stati cacciati dai cristiani, fosse subito riconosciuta la cittadinanza spagnola. La grande espulsione dei musulmani da Sefarad avvenne nel 1608, quindi dopo quella degli ebrei, cacciati poco dopo la caduta del regno di Granada (1492). Diceva lo storico del Marocco che nella lettera erano indicate le famiglie che potevano vantare questo diritto e i loro alberi genealogici. Io avevo letto di ricerche di questo tipo a proposito degli hadîth: infatti i savi, per stabilire la canonicità di questi racconti sulla vita del Profeta, ricorrevano a ricostruzioni delle catene dei narratori orali, che potevano coincidere, almeno in parte, con catene dinastiche.<br />
Pensai che questa richiesta fosse uno degli innumerevoli scherzi di un culto aggrovigliato della memoria, che, anziché limitarsi ad ammonire, si illude di poter riportare la storia indietro e cancellare retroattivamente le nefandezze compiute dagli uomini. Lo storico lamentò che il re di Spagna non gli avesse neppure risposto. Nonostante le mie riserve sul suo progetto, pensai che sarebbe stato bello avere quel documento: poter leggere alberi genealogici che andavano indietro di quattro secoli, sapere qualcosa di persone che in tempi ormai remoti erano vissute dove abito ora io. Perciò, al termine della lezione, mentre tutti si alzavano, mi avvicinai allo storico e per prima cosa mi presentai: ”Sono italiana.” Lui si aprì in un grande sorriso: “Ah, Mussolini!” Io sussultai e dissi subito: “No, non sto da quella parte. Mussolini non era una brava persona!”  Lo vidi irrigidirsi, e comunque gli chiesi della lettera al re, se potessi averne una copia. Lui mi rispose duro: “Arriverà qui, al Comune di Vejer. Venga a prendersela.”</p>
<p style="text-align:justify;">La maledizione della memoria divisa. Ho colto anche in qualcuno degli amici di Tetouan una sorta di nostalgia per il tempo in cui il dittatore Francisco Franco comandava sulla Spagna e anche sul Nord del Marocco, che era colonia spagnola. Franco iniziò la rivolta alla Repubblica spagnola, nel 1936, proprio partendo da Tetouan, e tirandosi dietro truppe marocchine, a cui diede in premio, fra l’altro, la libertà di violentare e massacrare molte donne di parte repubblicana: con la benedizione di Santa Madre Chiesa. E naturalmente, una volta che vinse, riservò alla colonia un trattamento di favore.<br />
Per un po’ di tempo, mi diceva qualcuno nel luogo dove vivo, la parte “democratica” degli spagnoli era risentita e diffidente con i marocchini; ora il risentimento è passato.<br />
Certo, quelli che seguirono Franco, esercitarono così la loro rivalsa violenta contro decenni di colonialismo.<br />
Mi riesce impossibile dire a queste “mie” donne che allora non erano ancora nate e che, anche se fossero state adulte, non avrebbero certo saputo ciò che avevano fatto i loro uomini, la mia condanna di Franco, di Mussolini, di quelli che da Tetouan e pure da questo bellissimo paese di montagna, da altri borghi del Rif, seguirono il caudillo in Spagna. Davvero, ho l’impressione che in questa terra e allora – e non dovunque e non sempre, come uno stereotipo vorrebbe  – le donne fossero innocenti, che davvero non portassero la responsabilità degli orrori. So bene che allora i Paesa arabi e anche il Maghreb, il Gran Muftì di Gerusalemme, erano legati all’Italia fascista e anche a Hitler, non certo ai paesi alleati che liberarono l’Europa dal nazifascismo, ma che erano da loro avvertiti come oppressori.</p>
<p style="text-align:justify;">Comunque i pensieri nervosi se ne vanno e camminiamo con Malika per i viottoli di Chefchaouen, beviamo l’acqua che esce da buchi nella roccia, ci sediamo sotto gli alberi e ci raccontiamo qualcosa della nostra vita, dei nostri figli.<br />
Poi, tornando al centro del paese, compro qualche jellaba  maschile come veste da casa per i miei figli: ho considerato sempre gli uomini gravemente svantaggiati perché non possono usare gonne larghe, neppure d’estate, quando i pantaloni si appiccicano alle gambe. Questo regalo sarà un’assai parziale riparazione di questa ingiustizia.</p>
<p style="text-align:justify;">Poi ci sediamo al tavolino di un bar e mangiamo per un euro cibo di dei: passato di fave con peperoncino piccante.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>7- DINTORNI DI TETOUAN &#8211; Al mare e tra Tetouan e Ceuta</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Andiamo in autobus al mare, con Malika e Leila, a casa della figlia di Leila, la maestra. Lei e il marito hanno preso una casa in affitto al mare, a Martil, un piccolo centro sul Mediterraneo. Resteremo a dormire là per una notte. Le viuzze interne del paesino sono molto dissestate, mentre la strada della passeggiata lungo la spiaggia è abbastanza nuova, piena di bar, locali simili a quelli dell’Andalusia, dove si possono mangiare tante cose spendendo poco. Spicca l’insegna di una gelateria: BELLA ITALIA.</p>
<p style="text-align:justify;">Malika continua a ripetermi che qualche decennio fa lì non c’erano tutte quelle case disordinate, c’erano ville e villini e tanto verde, tanti alberi.<br />
La spiaggia dà su uno specchio d’acqua molto calmo: è il Mar Mediterraneo, che ora mi sembra insopportabilmente fermo.<br />
Spiaggia affollata, ma non c’è traccia di turisti. Le sole che usino il costume da bagno, spesso il due pezzi, sono le ragazzine fino a quindici anni. Le altre usano per bagnarsi o jellaba molto leggere oppure pantaloni al ginocchio; considerano più lecito alleggerirsi nella parte superiore, dove, sui pantaloni, sbucano i corpini di normali costumi da bagno interi.<br />
C’è una cosa che mi ricorda i miei tredici anni. A quel tempo, anche in Italia, in Puglia, solo le ragazze un po’ spregiudicate usavano costumi a due pezzi, e certo non ridotti come quelli attuali. Sulle mutande erano spesso applicate gonnelline che non nascondevano nulla più di quello che nascondeva il pezzo che stava sotto, ma erano una specie di omaggio simbolico al pudore. Anche su questa spiaggia alcune ragazzine portavano, attaccate alle mutande del due pezzi, una leggera e cortissima gonnellina. Proprio come nei nostri anni cinquanta. Mi è parso in questi giorni di rivivere tante piccole esperienze e ricordi dei miei anni cinquanta.</p>
<p style="text-align:justify;">La sera andiamo a passeggiare e a mangiare fuori. Camminiamo a lungo, c’è anche una libreria. Malika mi dice che forse vendono libri di poeti di Al-Ándalus, e davvero ci sono: libri molto ornati, con copertine dure. Le dico che non posso scegliere questi libri a mezzanotte, e che ho lasciato a casa la lista dei poeti che mi interessavano. Però entro lo stesso nella libreria: compro un libretto che dà i primi rudimenti di italiano a quelli che parlano in arabo. Lo sfoglio incuriosita: ci sono molte cose curiose, certamente una marea di errori in italiano. Poi vedo su uno scaffale il Mein Kampf di Hitler tradotto in arabo. La stramaledizione delle memorie divise, ignoranti e crudeli. Se parlassi alle mie amiche di Hitler, forse non saprebbero quasi chi è.</p>
<p style="text-align:justify;">Ritorniamo al pomeriggio a Tetouan. L’indomani devo partire, anche se fanno qualche tentativo per trattenermi. In autobus dico a Malika: “Stasera si resta in casa, vero? Siamo un po’ stanche, no?” E lei risponde di sì. Torniamo nella casina della matriarca. Però, verso le undici di sera, mentre sto pensando che tra poco mi farò la cuccia su un divano, Khadigia viene e mi dice: “Abbiamo pensato di farti una sorpresa. Ti piacerà. Ti portiamo in un bel posto. Ma torniamo a casa presto, non ti preoccupare.” Voglio bene a tutte loro, vado a prepararmi per uscire.<br />
Saliamo sulla macchina di uno dei nipoti, quello fidanzato con la ragazza francese-libanese- armena, che gli siede accanto, davanti. Siamo in quattro dietro: Malika, Khadigia, Fatima e io. Insistono perché io mi appoggi sullo schienale, mentre quella che mi sta vicino si accartoccia in avanti, restando seduta sul bordo del sedile. Corriamo fuori città, per una strada a più corsie, nuova, che da Tetouan porta a Ceuta.<br />
Passiamo davanti a un palazzo mille e una notte: tante cupole e cupolette a cipolla, azzurre e d’argento. Questo è il posto più bello da affittare per feste di matrimonio, mi dicono. Un’intera giornata, da una mattina a quella successiva, costa 3000 euro. Era un ristorante, l’ha comprato un signore, che l’ha restaurato e ingrandito. Ora guadagna davvero molto. La figlia di Fatima, la ragazza-dea sposata con il bel professore berbero, fece la festa di nozze qui.  Mi chiedo, tante fatiche, tanto lavoro da emigranti, per pagare una festa di nozze? Ma è così, e in passato era ancor più così anche in Italia. E lo è pure, tuttora, nella socialista Andalusia, da quel che so: non sono pochi quelli che fanno i debiti per la festa di nozze, ma anche per prendere in affitto una casetta di tela alla fiera di Siviglia, dove poter invitare gli amici.</p>
<p style="text-align:justify;">Dopo un po’ compaiono ai bordi dell’autostrada  palme in fila, con i fusti ricoperti da reticoli di piccole luci azzurre. Mi dicono i miei amici: “Vedi, tutto questo, la strada e il resto, l’ha fatto il re. Ma non con i soldi dello stato, con il suo patrimonio personale.” Mi dico che noi italiani non possiamo proprio meravigliarci del fatto che grandi opere pubbliche siano state fatte da un re con i suoi soldi, che un re abbia tanti soldi. Non ci siamo fatti una specie di re, abbiamo fatto re un uomo vecchio e brutto, con il nostro voto: ma il nostro re non investe certamente le sue ricchezze in opere pubbliche né cerca di fare avanzare, pur se un po’ a zig-zag, la democrazia.<br />
Il re Mahamed VI fa dunque queste strade belle, modernissime, le abbellisce con luci. C’è una grande ansia di modernizzazione, da parte dei marocchini che conosco: mi chiedo se non sia persino più forte dell’attaccamento alle tradizioni, al culto della Grande Famiglia.</p>
<p style="text-align:justify;">Giungiamo a M’diq, un paese di pescatori ben curato, con case e alberghi nuovi, le strade affollatissime, Anche qui c’è stato l’intervento diretto del re. Le palme ne sono forse un segno: ancora ornate di lucine, ma queste palme non hanno i fusti ricoperti di reticoli luminosi, hanno stelline di lampadine azzurre sulle ciambelle di rami tagliati che si trovano alla base dei nuovi rami. C’è una grande piazza, tutta messa a nuovo, dove, mi dicono, vanno ad esibirsi i più famosi cantanti e gruppi del paese. Ci sediamo a rimangiare: ho fatto più che uno spuntino a casa della matriarca e mi sottraggo il più possibile. Ci raggiungono altri della Grande Famiglia, sono molti, si devono unire più tavoli sulla piazzetta per poterci stare tutti. Portano con sé bambini piccolissimi che un po’ dormono, un po’ si svegliano e mangiano. Dopo la ri-cena si va sulla terrazza di un ristorante che sta chiudendo i battenti: lì si mangia un buon gelato in grandi coppe, come in Italia, e le donne del gruppo convincono il cameriere a darcelo anche se è tardi. Di fronte c’è una conca di mare, chiusa: sulla riva di fronte si vedono i lumicini delle case lontane. Si è fatto tardi, tutto tace.  Mi chiedono: “Non è bellissimo?” Ne convengo. Una mamma tira fuori dal passeggino il bambino che si sveglia, lo mette a sedere sul tavolino, e gli dà qualche cucchiaino di gelato. Ce ne sono tre, di bambini piccoli, nella comitiva, nessuno piange, tutti mangiano, rimangiano e si rimettono a dormire nel rispettivo passeggino. Nessuno piange, sono stregati.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi chiedo se quest’uso della notte, anche per i bambini, venga dalla tradizione o dalla modernità. Forse giunge dal Ramadam, che non è solo un periodo di purificazione e di digiuno, ma anche di grandi feste notturne: si può, anzi si deve mangiare, e cibi il più possibile abbondanti e prelibati, quando scende la sera: si può rompere il digiuno nel momento in cui non è più possibile distinguere, con la luce della natura, se un filo di lana è nero o bianco. Ora non si fa la prova del filo, ma è il muezzin che annuncia l’inizio della sera. Però può anche esserci un’altra spiegazione a questa vita notturna in cui sono coinvolti anche i neonati: potrebbe derivare dalle ansie di modernità, dalla voglia di quella vita notturna che in Spagna è così consueta.</p>
<p style="text-align:justify;">Ritorniamo a Tetouan che sono passate le quattro: io ho bisogno delle mie medicine che non ho pensato di portare con me, il giovane nipote delle amiche ferma la macchina presso la casa della matriarca e Khadigia va a prendere piano piano, senza svegliare nessuno- ci devono essere delle persone sdraiate sui divani &#8211; il mio zainetto. Poi andiamo tutte a dormire a casa di Fatima.</p>
<p style="text-align:justify;">L’indomani parto. Compro un po’ di posti al taxista, in modo che non inzeppi l’auto e possiamo viaggiare più comodamente, e mi accompagnano a Tangeri Khadigia e Malika: sono contente perché possono andare a trovare una vecchia zia che sta male e non è potuta venire ai festeggiamenti. Mi accompagnano fino al punto di controllo dei passaporti, e al momento degli abbracci e dei baci contenti e anche un poco laceranti mi consegnano un pacchetto che avevo visto passare dalle mani dell’una a quelle dell’altra: “Sono i nostri dolci. Per tuo figlio (sanno che arriverà presto). Mettili in freezer e quando lui arriva, li tiri fuori, saranno freschi come fossero fatti nello stesso giorno.” Sono graziose, penso, sono affettuose, della care amiche.</p>
<p style="text-align:justify;">Vedo dal finestrino della nave il Rif che si allontana. In quaranta minuti sono in terra di Spagna. Quando sbarco nella bellissima Tarifa, mentre un taxi mi porta alla stazione degli autobus, attraversando la campagna verdissima, mi dico: “Sono nel mio paese”. Un sussulto e mi ridico: “Ma che razza di pensieri sono questi? Anche tu ora ti metti a costruirti una patria? E che te ne fai?”</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Immigrazione in Spagna e in Italia - 1 -]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/07/05/immigrazione-in-spagna-e-in-italia-1/</link>
<pubDate>Sun, 05 Jul 2009 22:56:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/07/05/immigrazione-in-spagna-e-in-italia-1/</guid>
<description><![CDATA[Inizio luglio 2009 – Norme sull’immigrazione in Spagna Inizio luglio 2009 – Norme sull’immigrazione ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/07/09/immigrazione-in-spagna-e-in-italia-2/" target="_blank"><strong>Inizio luglio 2009 – Norme sull’immigrazione in Spagna</strong></a></p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/07/13/immigrazione-in-spagna-e-in-italia-3/" target="_blank"><strong>Inizio luglio 2009 – Norme sull’immigrazione in Italia</strong></a></p>
<p style="text-align:center;"><strong> Inizio luglio 2009 &#8211; I numeri e le percentuali</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong><br />
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<p style="text-align:justify;">Come si sa, è stato convertito in legge, dal Parlamento italiano, con voto di fiducia, il decreto sulla sicurezza. In Spagna, in questi stessi giorni, è viva la discussione e la polemica sull’ultima <em>Ley de extranjería </em>(Legge sull’immigrazione) che, approvata dal Governo, andrà, non so quando, in Parlamento (non ci saranno ricatti di voti di fiducia che blocchino la discussione parlamentare e potrà perciò essere ulteriormente emendata).</p>
<p style="text-align:justify;">Prima di ogni altra considerazione, fornisco dati comparativi sulla popolazione spagnola e su quella italiana. Si riferiscono all’anno 2007 e sono tratti da un <a href="http://www.elpais.com/articulo/espana/poblacion/espanola/crecio/2007/gracias/inmigrantes/elpepiesp/20081230elpepinac_10/Tes" target="_blank">articolo de El País</a>, e da uno de <a href="http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/istat/istat-rapporto-immigrati/istat-rapporto-immigrati.html" target="_blank">La Repubblica</a>. Solo per la Spagna dispongo anche di <a href="http://www.elpais.com/articulo/espana/Espana/tiene/cerca/47/millones/habitantes/elpepiesp/20090604elpepinac_14/Tes." target="_blank">dati più aggiornati</a>.<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>SPAGNA </strong><br />
<strong>Popolazione</strong>: 46.157.000<br />
<strong>Immigrati</strong>: 5.200.000, L’11% della popolazione complessiva<br />
<strong>Origine degli immigrati</strong>: Romania: 728.576; Marocco: più di 700.401; e poi Ecuador, Colombia, Cina, Perù, Argentina, Paraguay, Repubblica Dominicana e altri. Nel 2008 c’erano anche 374.600 inglesi: pare siano in buona parte pensionati, mi dicono qui che c’è un esteso “turismo sanitario” dall’Inghilterra in Spagna, visto che la Spagna garantisce molte più prestazioni gratuite.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>ITALIA</strong><br />
<strong>Popolazione</strong>: 59.620.000<br />
<strong>Immigrati</strong>: 3. 400.000, il 5,8% della popolazione complessiva<br />
<strong>Origine degli immigrati</strong>: Romania: 625.278; Albania: 401.949; Marocco: 365.908; poi Cina, Ucraina e altri paesi.</p>
<p style="text-align:justify;">Avverto i lettori italiani: in questi dati non c’entrano o c’entrano solo in parte le minoranze zingare italiane e i gitani spagnoli, di cui ricapitolo di seguito i numeri. In Italia più della metà degli zingari, sinti e rom, hanno almeno teoricamente cittadinanza italiana (di fatto sono pochi quelli che godono davvero dei diritti di cittadinanza). I dati sono comunque molto confusi. Il ministro Maroni, che attraverso le misure crudeli arcinote (irruzioni di polizia nei campi nomadi-lager di prima mattina, censimenti con impronte anche ai bambini ecc.) prometteva di fare chissà quale chiarezza, nella conferenza stampa dell’ottobre 2008 diede <a href="http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE49L0O720081022" target="_blank">dati che non si capiscono</a>, promettendo fra l’altro di fare cose che sarebbero state d’esempio per tutta l’Europa.</p>
<p style="text-align:justify;">In Spagna i gitani già stanziali e tutti con cittadinanza spagnola, prima dell’ultima migrazione romena, a metà degli anni Novanta, erano fra i 500.000 e i 700.000, circa l’1,5 della popolazione totale; oggi pare siano fra 800.000 1.000.000, una percentuale non molto più alta della precedente, dato che la popolazione complessiva è aumentata a causa dell’immigrazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Pare che sinti e rom in Italia siano oggi in Italia tra i 120.000 e 160.000, circa lo 0,2 della popolazione complessiva.</p>
<p style="text-align:justify;">Per dati più completi su queste minoranze in Spagna e in Italia, rimando a quanto ho pubblicato mesi fa su <a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/11/05/un-confronto-tra-spagna-e-italia-nei-rapporti-fra-la-popolazione-gage-payos-e-le-minoranze-rom-e-sinti/" target="_blank">questo blog</a>.</p>
<p>(<a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/07/09/immigrazione-in-spagna-e-in-italia-2/" target="_blank">continua&#8230;</a>)</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Maria Laura Bufano</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Intervista a Juan José]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/25/inetrvista-a-juan-jose/</link>
<pubDate>Thu, 25 Jun 2009 10:56:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/25/inetrvista-a-juan-jose/</guid>
<description><![CDATA[Mediatore culturale  che ha lavorato con i rom di Conil Ho intervistato il giovanissimo Juan José. L]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><em><strong>Mediatore culturale  che ha lavorato con i rom di Conil</strong></em></p>
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:justify;">Ho intervistato il giovanissimo Juan José. Lavorava fino a pochi giorni fa come mediatore culturale, si occupava del collettivo dei rom, per conto del Comune di Conil de la Frontera. È stato costretto a lasciare per terminare la facoltà di magistero: “Me encanta la profesión de maestro y también el trabajo de  mediator cultural.”<br />
Prima di passare all’intervista sulla sua esperienza con i rom (i “gitani romeni”, di recentissima immigrazione) che vivono a Conil, ricapitolo per il lettore qualche informazione che ho fornito in articoli precedenti.<br />
Romeni immigrati in Spagna negli ultimi anni, fra cui moltissimi rom: 800.000<br />
Numero gitani precedentemente residenti in Spagna: fra 500.000 e  700.000; 250.000 solo in Andalusia.<br />
Conil de la Frontera: pueblo andaluso di 20.000 abitanti, fra cui un numero cospicuo di gitani giunti con precedenti immigrazioni.</p>
<p style="text-align:justify;">M.L. – Quanti sono a Conil i romeni? E di questi quanti sono rom?<br />
J.J.- Il 95 per cento degli immigrati dalla Romania sono rom. Finora hanno chiesto la residenza nel Comune di Conil 63 uomini, 73 donne (compresi anche bambini e bambine). Quelli con cui ho lavorato sono 45  uomini, tra 0 e 60 anni, e 60 donne, tra 0 e 75 anni. Ce ne sono molti non registrati: non conoscono ancora i loro diritti e si spostano in cerca di opportunità migliori di vita.<br />
M.L. – Quando sono arrivati?<br />
J.J. – Da non più di cinque anni, molti più di recente.<!--more--><br />
M.L. –  Dice Gamella [è un antropologo di cui ho parlato in articoli precedenti] che quasi tutti questi rom, immigrati di recente, hanno in mente di tornare in Romania, quando potranno. Tu sai qualcosa di questo?<br />
J.J. – Se hanno quest’intenzione a me non lo raccontano. O meglio, una sola famiglia ha dichiarato di voler tornare. Vengono qui perché – dicono – la vita in Romania è molto cara, insostenibile per loro, in relazione a quel che riescono a guadagnare lì.<br />
M.L. – Che fai con loro? Di che cosa ti occupi?<br />
J.J. – La prima cosa che faccio è cercare di convincerli che possono chiedere la residenza in Spagna come cittadini europei: se hanno la residenza e prendono il DNI [documento nazionale d’identità], hanno pieni diritti.<br />
M.L. – Come vivono? Che lavori fanno?<br />
J.J.- Gli uomini lavorano per lo più in campagna, in agricoltura; ma anche nell’edilizia – che ora però è abbastanza ferma per la crisi -; in ristoranti e bar; in parcheggi, nei chiringuitos [bar che vengono montati nella buona stagione sulla spiaggia].  Le donne vanno a fare le pulizie domestiche o ad accudire gli anziani.<br />
M.L. – E quanto prendono per questi lavori?<br />
J.J. – Per accudire una persona anziana, 5 o 6 ore al giorno per 6 giorni alla settimana – in genere si tratta di lavoro nero, non gli fanno il contratto regolare – prendono tra gli 800 e i 900 euro al mese.<br />
M.L. – Ho letto nel libro di un’antropologa che insegna nell’università di una città vicina a Milano [Pavia] di qualche caso rarissimo di zingare italiane che vanno a fare le pulizie a casa di signore: 10 euro al giorno, per diverse ore di lavoro…<br />
J.J. – Davvero? Qui in verità c’è un caso così, uno solo, di una famiglia rom, a cui un tizio proprietario di molte case in campagna ne ha data in affitto una, che si trova in condizioni terribili: è un rudere, acqua corrente sporca, una fossa biologica scoperta che emana cattivo odore. E questo signore sfrutta la famiglia rom, li fa lavorare con compensi bassissimi, perché dice che devono pagargli l’affitto. Ho cercato di convincerli a denunciarlo, ma hanno una grande paura di quel che potrebbe capitargli se lo facessero, il tipo deve averli terrorizzati, e non si decidono.<br />
M.L. – Ci sono anche dei tipi così… con una mentalità propria del tempo di Franco, vero? Vecchi padroni terrieri, rozzi, reazionari e avari. Qualcuno l’ho conosciuto anch’io.<br />
J.J.- Sì che ci sono.<br />
M.L. – C’è razzismo nei confronti dei rom?<br />
J.J.- Sì che c’è. La stampa e la televisione ne hanno la responsabilità. Perché parlano degli immigrati come se ci fossero immigrati di prima categoria e immigrati di categorie più basse…<br />
M.L. – E chi sarebbero quelli di prima categoria?<br />
J.J. – Per esempio, i marocchini.<br />
M.L. – Ma quali sono i pregiudizi contro i rom?<br />
J.J. – Dicono che sono ladri. Sporadicamente hanno rubacchiato nei supermercati, per mangiare. L’anno scorso è nata una strana voce, non so chi l’abbia messa in giro: che rubavano i bambini. Poi d’improvviso è cessata, oggi nessuno più ci pensa.<br />
M.L. – Beh, in Italia, moltissime persone sono convinte di questo [gli racconto di casi risalenti press’a poco all’ultimo anno: i giornali scrivono che una zingara ha cercato di rubare un bambino, che la madre o qualche altra donna ha dato l’allarme; poi la notizia sparisce e solo chi ha la costanza di cercare, scopre in internet e raramente in pagine interne degli stessi giornali che la zingara non è stata neppure denunciata, che non c’era nulla di vero]. C’è paura che i rom violentino ragazze, che facciano del male a spagnoli?<br />
J.J. – No no, questo no. Se mai, litigano anche forte fra loro: a volte litigi notturni. Il razzismo che c’è tuttora da parte degli spagnoli nei loro confronti si esprime in modo non violento e loro non sono considerati pericolosi. Alla feria del Colorado [il Colorado è una frazione di Conil lontana qualche chilometro dal pueblo], quest’anno, si vedevano rom che vendevano le loro cose accanto alle persone del posto, e andavano d’accordo, si aiutavano, non c’erano gesti di insofferenza. A proposito dei litigi fra loro, capita che quando una famiglia si sente offesa da un’altra, esiga che quest’ultima paghi il perdono. Una famiglia romaní ha dovuto andarsene da Conil per questo: non aveva soldi per pagare il perdono a un’altra.<br />
M.L. –  Ma lo decide qualcuno? C’è un’autorità interna alla comunità dei rom?<br />
J.J.- Non lo so, le loro comunità sono state certamente disfatte dal movimento migratorio. Può darsi che qualche anziano abbia particolare influenza in queste cose.<br />
M.L. – Dove vivono?<br />
J.J.- Per lo più in case in campagna. Però ora 5 famiglie (press’a poco 20 persone) abitano in case affittate nel pueblo, in genere vanno d’accordo con i vicini che, conoscendoli direttamente e facendoci amicizia, superano molti pregiudizi. C’è stato solo un caso di litigio, cui è seguita una denuncia: un medico si è arrabbiato con una famiglia perché di notte facevano festa.<br />
Poi ci sono 2 famiglie (9 persone) che stanno occupando, proprio in questi giorni, una specie di rimessa vuota, un garage, sempre in campagna. Intorno c’è della terra che il vecchio padrone aveva venduto a un’immobiliare. Sono andato a chiedere a quelli dell’immobiliare che intenzioni avessero. Hanno detto che fino a che non vendono quella terra, li lasciano stare, non hanno voluto dire altro.<br />
M.L. – E i bambini?<br />
J.J. – La scuola è il problema maggiore. Ci sono 21 bambini che vanno alla scuola di base [in Spagna corrisponde alle elementari più un pezzo di medie italiane e dura 7 anni]. Hanno molti problemi con la lingua. Li si mette nella classe corrispondente alla loro età, molte volte però devono ripetere. È presto per dire se si riuscirà a recuperarli pienamente. Bisogna aspettare e vedere.<br />
M.L. – Hanno insegnanti di appoggio? Quanti bambini ci sono in una classe?<br />
J.J. – Hanno insegnanti d’appoggio, ma per troppo poco tempo. I bambini di una classe della scuola di base dovrebbero essere 20, qualche volta però se ne aggiungono uno o due.<br />
M.L. – Con i gitani che sono in Spagna da più tempo, che rapporti hanno i rom?<br />
J.J. – Nessun rapporto.<br />
M.L. – Ma come fate a comunicare, visto che parlano un’altra lingua?<br />
J.J. – Quelli che come me lavorano con gli immigrati ricevono dalla Comunità dell’Andalusia un telefono che fa la traduzione simultanea in diverse lingue, anche in romaní. Però i rom non vogliono usare questo strumento: dopo due mesi che sono qui, in ciascun gruppo familiare c’è almeno uno di loro che riesce a comunicare benissimo in castigliano. Soprattutto le donne. Sono quelle che se la sbrigano con tutto: con i servizi sociali, con la Caritas, con la scuola dei bambini, con tutte le istituzioni. Sono molto sveglie e attive. Imparano presto a ottenere tutto ciò che possono dai servizi sociali.<br />
M.L. –  La signora anziana che chiede l’elemosina di fronte all’Eroski [è un grande supermercato] è una di loro? Porta in mano un cartello in cui sono elencate tante di quelle disgrazie… ci ho fatto amicizia, ha un bel viso, sorridente. Non ha proprio l’aria di una colpita da tragedie familiari.<br />
J.J. – Sì, fa parte di una delle due famiglie che stanno in questi giorni occupando il garage in campagna. Naturalmente non è vero quello che sta scritto sul cartello. Ne fanno tanti, di cartelli così. Hanno una tale capacità di inventarsi la vita…</p>
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<p style="text-align:right;">Maria Laura Bufano</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Cattolici ribelli in Spagna - 3]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/12/cattolici-ribelli-in-spagna-3/</link>
<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 23:22:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Comunità cristiane tra Spagna e America Latina: intervista a Gesù Da un bel po’ di tempo vado pensan]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><strong>Comunità cristiane tra Spagna e America Latina: intervista a Gesù </strong></p>
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:justify;">Da un bel po’ di tempo vado pensando che la vischiosa visione confessionale (non limpidamente religiosa!) della vita e dei rapporti, tanto diffusa oggi in Italia, dipenda anche dal fatto che nel caso di una vicenda come quella di Beppino Englaro troppi laici si limitino a dire: “La Chiesa faccia il suo mestiere di parlare ai credenti, lo stato laico deve decidere in autonomia”. Nella Spagna di oggi – e forse non solo in Spagna -, di fronte a spettacoli simili a quelli di cui in Italia sono stati protagonisti recentemente (e anche in tempi passati) uomini potenti e ricchi, molti sarebbero entrati pubblicamente nel merito e avrebbero dichiarato che le gerarchie ecclesiali usano continuamente due pesi e due misure: sono feroci con quelli che non hanno potere, cautissime, indulgenti, discrete, problematiche, con i potenti arroganti, pur quando qualche rimprovero non possono proprio fare a meno di muoverlo.</p>
<p style="text-align:justify;">Non solo su vicende quotidiane, ma anche sulle culture religiose, i laici, credenti o no, stentano a entrare nel merito: per esempio, a criticare l’ignoranza in cui vengono lasciati, non per caso, i fedeli dagli stessi ministri di culto. <!--more-->Quando ero ancora insegnante di liceo, prima di iniziare a parlare di Dante, ogni volta ogni volta ogni volta ero costretta a dare una sorta di “ragguaglio teologico”: i ragazzi, anche i cattolici osservanti che frequentavano le lezioni di religione e le parrocchie, non distinguevano fra dogma e semplice prescrizione morale, fra la fede nel mistero della trinità – fondante del cristianesimo di Roma, a partire dal primo concilio di Nicea del IV secolo, a cui partecipò anche l’imperatore Costantino &#8211; e l’imposizione del celibato ai preti, regola morale e di opportunità che potrebbe essere rimossa in qualunque momento senza sconvolgimenti dottrinari.</p>
<p style="text-align:justify;">Un atteggiamento del tutto diverso, attento alla tradizione e anche all’oggi, consapevole, critico, testardo, ribelle, è quello della Comunità cristiane di base sudamericane, che sono legate a quella spagnola di cui ho parlato nel precedente articolo, e anche ai <em>Comités Romero</em> diffusi in America Latina e in Spagna: questi <em>Comités</em> prendono il nome da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/%C3%93scar_Romero" target="_blank">Monsignor Óscar Arnulfo Romero</a>, che mentre celebrava la messa fu ucciso con un colpo di fucile da un cecchino. In Salvador c’era allora una dittatura di destra, mentre proprio in questi giorni per la prima volta è stato eletto un presidente di sinistra, <a href="http://www.elpais.com/articulo/internacional/Funes/anuncia/gobernara/Salvador/modelo/politico/Lula/Obama/elpepiint/20090602elpepiint_11/Tes" target="_blank">Mauricio Funes</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Espressione di alcune di queste Comunità cristiane è un <a href="http://www.emisoraslatinas.net/" target="_blank">sito internet</a>, da cui è possibile scaricare liberamente “100 INTERVISTE ESCLUSIVE A GESÙ”, che sono state raccolte pure in un volume cartaceo e hanno suscitato un vasto dibattito. Si immagina che Gesù, bello e sorridente, di carnagione abbastanza scura, sia tornato a visitare il mondo e venga intervistato da Rachele, giornalista della rete televisiva Emisoras Latinas, che ha forse letto acriticamente qualche passo evangelico senza interessarsi davvero di questioni di fede, ha la testa piena di luoghi comuni e segue il Nazareno con l’apparato tecnologico necessario a diffondere le sue parole in tutto il pianeta. L’atmosfera in cui si svolgono i dialoghi è quella di una Gerusalemme e di una “terra santa” percorse dalla modernità. Ciascuna intervista è seguita da un ragionamento dottrinario che fa riferimento a specifici passi dei Vangeli. Sono autori di questi scritti María López Vigil, cubana, ex-religiosa teresiana, che vive a Managua; e José Ignacio López Vigil, ex-gesuita, nato a Cuba e vissuto in diversi paesi dell’America Latina.</p>
<p style="text-align:justify;">Questi racconti dialogati sono semplici, brevi, assai vivaci, e propongono intorno alla figura storica e divina di Gesù interpretazioni originali, che però hanno molti punti di contatto con ciò che hanno detto negli ultimi decenni studiosi cristiani, ebrei, credenti e non credenti, la cui riflessione ha per lo più preso le mosse dalle consistenti tracce di antigiudaismo presenti nel cosiddetto Nuovo Testamento. In molte di tali ricerche si avverte il vento vigoroso del Concilio Vaticano II. Approfitto per segnalare, pur se in modo disordinato e tutt’altro che esauriente, qualcuno di questi libri di esegesi critica dei Vangeli che ho letto negli anni passati. Innanzi tutto, un testo di base molto utile, il “Vademecum per il lettore della Bibbia”, a cura di J.A.Soggin e P.De Benedetti. Poi “Jesus” di David Flusser e “La pietra scartata” di René Girard (di quest’autore c’è un’<a href="http://www.radio.rai.it/radio3/libri/interviste/girard.htm" target="_blank">intervista</a>); pubblicazioni dell’<a href="http://www.biblia.org/" target="_blank">associazione Biblia</a>. Si possono cercare anche in Internet interventi di Paolo Ricca, che alcuni anni fa tenne splendide lezioni sulle origini del Cristianesimo nella trasmissione di Raitre, “Uomini e profeti”.  A livello divulgativo, “Paolo. L&#8217;ebreo che fondò il cristianesimo” e “Gesù ebreo” di Riccardo Calimani; e il più recente libro di Corrado Augias, “Inchiesta su Gesù”, che presenta con linguaggio non specialistico contributi critici di molti studiosi precedenti. Tutti questi ragionamenti sul cristianesimo costituiscono certamente un terreno di confronto fra credenti, laici, atei e agnostici che rivendicano senza complessi la dignità e l’altezza morale della loro posizione. Lo aveva ben capito il cardinale Carlo Maria Martini, quando, in anni recenti ma che oggi sembrano preistoria, aveva fondato la <a href="http://www.katciu-martel.it/risposte cardinale.htm" target="_blank">Cattedra dei non credenti</a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Ho scelto tra le 100 Interviste quella che ha per titolo una domanda: “Poveri di spirito?”. Mi pare particolarmente stimolante, nei giorni che stiamo vivendo, questo testo, perché l’espressione del Vangelo di Matteo “poveri di spirito” è stata spesso intesa come sinonimo di “persone che non sanno”, e oggi, nel nostro mondo sviluppato e così spesso volgare, sono tanti a identificarsi persino orgogliosamente con l’ignorante, con colui che vanta una falsa umiltà intellettuale, con chi magari è ricco oltre ogni immaginazione, ma apparentemente semplice e diretto; e sono pure tanti quelli che ostentano disprezzo per la conoscenza profonda, fatta di esperienza, di lavoro, di studio e di pensiero; e pure tanti quelli che evitano di guardare in faccia la povertà (non di spirito!) che si manifesta in mille forme e in mille esistenze, tra i riti di un benessere grossolanamente ostentato.<br />
Ecco dunque l’intervista n. 25.</p>
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<p style="text-align:center;">POVERI DI SPIRITO?</p>
<p style="text-align:justify;">[…]<br />
RACHELE &#8211; Per quel che so, su questo monte lei parlò della legge e dei profeti, della necessità di porci nelle mani della provvidenza, di confidare nell’efficacia della preghiera, nella regola d’oro…<br />
GESÙ &#8211; Non so se parlai di tante cose … Certo, ricordo che pronunciai il discorso più importante relativo al Regno di Dio.<br />
RACHELE &#8211; Si riferisce, senza dubbio, alle beatitudini, perché questo monte si chiama proprio così, Monte delle Beatitudini.<br />
GESÙ &#8211; Piovve molto la notte prima, lo ricordo… Cadde anche grandine. I contadini persero la raccolta, persero tutto. I proprietari terrieri non volevano aprire i loro granai, gli usurai già affilavano le loro zanne.<br />
RACHELE &#8211; E in questa difficile situazione, lei riunì le persone e parlò loro.<br />
GESÙ &#8211; Sí, eravamo in moltissimi, il popolo era disperato, i bambini non avevano da mangiare, le vedove chiedevano l’elemosina …<br />
RACHELE – Fu allora che lei promise loro il regno dei cieli&#8230;<br />
GESÙ &#8211; Come, il regno dei cieli?<br />
RACHELE &#8211; Cioè… lei disse loro che dopo aver attraversato questa valle di lacrime, sarebbero giunti al regno dei cieli. Non disse così?<br />
GESÙ &#8211; No, io non dissi questo.<br />
RACHELE – Lei disse: Beati i poveri di spirito perché…<br />
GESÙ &#8211; No, no, no. Io dissi: i poveri. Solo questo. I poveri-poveri.<br />
RACHELE &#8211; Però… però in uno dei Vangeli, credo sia quello di Matteo, lei si riferisce ai poveri di spirito …<br />
GESÙ &#8211; Beh, mi giocò un brutto scherzo, l’amico Matteo. Lo avrà fatto certo con la migliore delle intenzioni. Però coloro che vennero poi lo interpretarono in modo da cambiare il significato di quel che avevo detto.<br />
RACHELE &#8211; Non si riferiva, lei, alle persone dal cuore umile?<br />
GESÙ &#8211; Io mi riferivo ai poveri. Agli affamati. Alle persone che piangono per il freddo. A coloro che non hanno un tetto, che non hanno terra, che non hanno lavoro. A noi che non abbiamo un pezzo di pane da portare alla bocca.<br />
RACHELE -  “Non abbiamo”?&#8230; Lei dunque includeva se stesso tra questi poveri?<br />
GESÙ- Sí, io ero uno dei tanti. Anche io conobbi la fame. Perciò mi dicevano: “Medico, cura te stesso”. Perché io ero un povero diavolo senza neppure una moneta nella borsa … E parlavo della liberazione dei poveri!<br />
RACHELE &#8211; La liberazione nel regno dei cieli, nell’aldilà.<br />
GESÙ &#8211; No, Rachele. La liberazione su questa terra, nell’aldiqua.<br />
RACHELE – Può spiegarsi meglio?<br />
GESÙ &#8211; Io parlai del Regno di Dio, e, da quel che vedo e sento, alcuni intesero Regno dei Cieli.<br />
RACHELE – E quale è la differenza? Non ci arrivo.<br />
GESÙ &#8211; Sta nel fatto che i cieli si trovano molto in alto e sono molto lontani. E che quella del Regno dei Cieli è una promessa che si adempirà molto tardi, una consolazione rinviata all’oltretomba.<br />
RACHELE – E non fu ciò, quello che lei predicò in tante occasioni?<br />
GESÙ &#8211; Tutto il contrario, Rachele. Il Regno di Dio è per questa vita. Per l’oggi. Non è per l’altra vita, ma proprio per questa vita.<br />
[…]</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Chi vuole leggere la giustificazione critica e dottrinaria di quest’intervista, che fa riferimento alla composizione e a passi specifici dei Vangeli, può facilmente trovarla nel sito che ho indicato sopra.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/05/25/cattolici-ribelli-in-spagna-1/" target="_blank">Cattolici ribelli in Spagna &#8211; 1</a><br />
</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/01/cattolici-ribelli-in-spagna-2/" target="_blank"><strong>Cattolici ribelli in Spagna &#8211; 2</strong></a><em><br />
</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;"><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a><em><br />
</em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[“Interno con rivoluzione”: tra Garcia Marquez e Revolutionary road - <i>City</i>]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/05/%e2%80%9cinterno-con-rivoluzione%e2%80%9d-tra-garcia-marquez-e-revolutionary-road-city/</link>
<pubDate>Fri, 05 Jun 2009 14:57:52 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Interno con rivoluzione, di Maria Laura Bufano (Round Robin editrice, pp 360, € 15), narra le vicend]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2070" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.wordpress.com/files/2009/06/interno-con-rivoluzione.jpg" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="180" height="259" /> <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank"><strong>Interno con rivoluzione</strong></a>, di <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a> (Round Robin editrice, pp 360, € 15), narra le vicende di due personaggi di differente origine geografica e sociale: Lidia, pugliese di famiglia laico-borghese, in parte di estrema destra, in parte antifascista; e Paolo, di famiglia proletaria lombarda, con padre fascista e madre comunista. La storia, inizialmente giocata sull&#8217;inseguirsi e il crescere dei protagonisti è interamente affidata alla narrazione di lei e si svolge in un arco di tempo compreso fra il 1942 e la primavera del 1973. L&#8217;incontro nella città lombarda di F., il crescere delle rispettive personalità sullo sfondo della sezione del PCI e l&#8217;immersione nelle battaglie politico-sociali degli anni &#8216;60 e &#8216;70 forniscono l&#8217;ambiente e le motivazioni incidentali del romanzo. In questo orizzonte si svolgono le travolgenti, toccanti vicissitudini amorose dei due, le fughe, gli inseguimenti, le partenze, i ripensamenti, la nascita dei figli. Traspaiono insieme la forza, la sicurezza di Lidia, e l&#8217;aerea essenza di uomo moderno di Paolo, nuova figura di padre capace di curarsi dei figli piccoli senza timore dello scandalo che tali premure avrebbero potuto provocare nell&#8217;ambiente dell&#8217;epoca.<br />
<!--more--><br />
Il romanzo coinvolge il lettore e lo lascia senza scampo. Impossibile staccarsene. Pur con una studiata uniformità stilistica, un linguaggio semplice e netto come un&#8217;incisione nel legno, e un misurato equilibrio narrativo (le parti dedicate a Paolo e a Lidia si equivalgono) Maria Laura Bufano riesce a trasportarci dalle realtà (quasi) contadine (seppure benestanti) del nostro paese, come la Puglia degli anni &#8216;40, agli essenziali fermenti politici che animavano la sinistra del dopoguerra. Si respira con la stessa fedeltà l&#8217;aria da realismo magico della provincia pugliese &#8211; da cui il riferimento a Garcia Marquez &#8211; e l&#8217;arredamento essenziale dell&#8217;appartamento lombardo dei due: specchio della precarietà esistenziale e dei loro contrastanti impulsi vitali. Rapporto a due che richiama alla mente il Richard Yates di “Revolutionary Road”, riferimento forse lontano dalle letture dell&#8217;autrice ma che ci aiuta a illustrare la sapiente vastità della narrazione e la notevole capacità di ricostruire i punti di vista maschile e femminile, con una veridicità tanto intensa da risultare sconvolgente.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Spero che chi giunga alla fine del libro, concordi con me su un punto: protagonista della storia è Paolo, più che Lidia.</em><br />
<em>Ma lei, per farlo vivere in queste pagine, gli ha regalato pezzi di se stessa. […] La parola identità è per lei sopportabile, e persino cara in un solo significato: quando indica il prodigio che talvolta sorprende esseri umani, agli occhi del mondo distanti o addirittura contrapposti, nel momento in cui scoprono ampie zone di se stessi non solo somiglianti a quelle dell’altro, ma in tutto identiche.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Benedetto Grasso, <em><strong>City</strong></em> (Roma)<em><br />
</em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Cattolici ribelli in Spagna - 2]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/01/cattolici-ribelli-in-spagna-2/</link>
<pubDate>Sun, 31 May 2009 23:15:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/01/cattolici-ribelli-in-spagna-2/</guid>
<description><![CDATA[Comunità cristiane di base fra Spagna e America latina Scoprendo il cattolicesimo ribelle in terra d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><strong>Comunità cristiane di base fra Spagna e America latina</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Scoprendo il cattolicesimo ribelle in terra di Spagna, di cui ho parlato <strong><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/05/25/cattolici-ribelli-in-spagna-1/" target="_blank">nel post precedente</a></strong>, mi è parso che il mondo si slargasse, e che pure il cielo diventasse più infinito di com’è. Cerco di spiegare il perché di quest’impressione facendo ricorso anche a un giro di ricordi personali.</p>
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<p style="text-align:justify;">Non ebbi in famiglia una vera formazione religiosa. Forse proprio per questo, quando a ventisette anni da Bari mi trasferii a Bergamo – era il ’69 – restai affascinata dal fermento che c’era nel mondo cattolico. I miei compagni pugliesi del Pci mi avevano avvertita: “Vai nell’anticamera del Vaticano, però certo… Milano è vicina, la classe operaia, le lotte operaie…”. Nell’anticamera del Vaticano conobbi il mondo dei credenti e in qualche caso quasi mi dispiaceva non poterlo essere anch’io, credente, quel loro Dio mi era diventato abbastanza simpatico.<br />
Nella mia sezione barese non si era mai parlato di <em>Lettera a una professoressa</em>. Una volta avevo chiesto a un preparatissimo compagno professore universitario di storia che cosa pensasse di don Milani: “Roba da libro cuore”, mi aveva risposto. Avevo peraltro imparato molto – e lo dico senza alcuna ironia – da lui e da quelli come lui: sulla storia del socialismo in Europa, sui limiti delle società con socialismo realizzato, su ciò che era stato lo stalinismo e su tante cose che servivano non solo per rapportarsi al partito, ma anche e soprattutto per leggere il mondo di allora (e pure, attraverso ripensamenti profondi e anche assai traumatici, quello di dopo).<!--more--><br />
Però quando – rarissimamente – osai porre a qualcuno di questi compagni interrogativi privati, parlare anche dell’angustia e dell’angoscia delle scelte di lavoro che mi attendevano, mi sentii rispondere che fino a che non fossero cambiate le cose nella società i destini individuali sarebbero stati quelli che erano… c’era poco da fare. Una sospensione della vita fra il presente che fuggiva e un domani remoto chissà quanto, il domani in cui il sistema capitalistico non sarebbe più esistito e lo stesso stato si sarebbe estinto. In questo “intanto” vuoto trascorreva la vita quotidiana, che, secondo lo schema teorico che mi veniva proposto, non era dotata di per sé di un vero senso, poteva acquisire senso solo da ciò che si faceva per il futuro.</p>
<p style="text-align:justify;">
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<p style="text-align:justify;">Il cattolicesimo di base che incontrai a Bergamo mi parve concorrere fortemente alla legittimazione di un operare quotidiano finalizzato a piccoli e grandi miglioramenti della vita: una legittimazione che mi pareva desse forza, umanità e spessore all’esistenza e pure all’impegno politico. La scuola era la regina di questo fare. Tanti erano i giovani che organizzavano scuole popolari per adulti e soprattutto scuole pomeridiane per i bambini che avevano difficoltà negli studi (allora la scuola dell’obbligo era solo mattutina, come d’altra parte sta ridiventando ora, in seguito ai colpi d’accetta inferti dalla coltissima e ragionevolissima ministra attuale) e lottavano certe volte contro i preti che non volevano concedere le stanze della parrocchia. E poi la presenza in tante discussioni politiche (allora si usava discutere, forse è l’unico aspetto del passato che suscita in me qualche lieve rimpianto) dell’onda potente e lunga del Concilio Vaticano II.<br />
Certo, esperienze che avevano forti limiti, come ne aveva, di limiti pesanti, la scuola di Barbiana: esperienze che non è giusto rievocare con il solito insopportabile sospiro: “ A quei tempi sì che&#8230;” E poi non mi piace affatto la nostalgia: l’elegia, per dirla con Dante (De vulgari eloquentia), è il genere poetico delle persone infelici e io ho molta paura della tristezza troppo fonda. E infine la lode fanatica del tempo andato è un togliere il mondo da sotto i piedi dei figli, dei nipoti, non solo di quelli biologici… Per tutte queste ragioni caccio via da me la nostalgia. Ma non c’è niente di male a confrontare i ricordi, pur se sono servitori assai infedeli, con l’esperienza presente.</p>
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<p style="text-align:justify;">In Spagna sto scoprendo questo cristianesimo/cattolicesimo di base, inquieto e avverso alle posizioni oscurantiste delle gerarchie ecclesiali, non solo attraverso gli articoli dei giornali. C’è, nel vasto gruppo <em>Mujeres del mundo</em> di cui faccio parte anch’io, un’amica andalusa, di Cádice, che lavora anche in una vasta comunità cristiana di base ribelle, ramificata fra Cadice, Jerez, Malaga e poi in altri centri andalusi e spagnoli. La comunità accoglie cattolici ribelli alle gerarchie romane, cristiani che si sono staccati dalla Chiesa di Roma, fors’anche cristiani di altra provenienza. Il <a href="http://www.ccp.org.es/" target="_blank">sito di questa comunità </a>è ricchissimo, attesta un impegno di ricerca e confronto assai ampio.</p>
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<p style="text-align:justify;">E poi  ci sono tante donne sudamericane: Colombia, Bolivia, Perù, Uruguay, Cile, Argentina. Le nostre riunioni, a cui partecipano talvolta anche uomini, hanno  sempre un tono di festa del tutto sconosciuto in Italia (è d’obbligo precisare che oltre alle sudamericane, ci sono anche spagnole, marocchine, rumene, una serba, e infine un’italiana che è ossessionata per i guai del suo paese e che le altre cercano di consolare). Tra le amiche sudamericane ci sono credenti, non credenti ma osservanti, credenti ma non osservanti, non credenti e non osservanti (queste ultime sono pochissime). Le credenti e le osservanti, che su definiscono cattoliche o cristiane,  portano la testimonianza – o meglio, l’esperienza diretta – di preti che, appartati e forse ignorati dalla Chiesa ufficiale, fanno vivere ancora nel lavoro quotidiano, in villaggi e in città del Sud del mondo, quella teologia della liberazione che quando ero giovane leggevo nei libri. È straordinario incontrare in carne ed ossa, vivo e vigoroso, ciò che trenta o quarant’anni prima ci era parso un mito avvincente e remoto, che poi avevamo perso di vista.</p>
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<p style="text-align:justify;">Il sentore del mare è uno degli elementi che marca fortemente la differenza fra i ricordi del cristianesimo/cattolicesimo postconciliare di cui feci esperienza nella città lombarda circondata dalle prealpi Orobie e quello che sto conoscendo qui, in questa zona dell’Andalusia in cui mi trovo quasi per caso a vivere, che si affaccia all’oceano, al di là del quale c’è il continente americano. Penso a questo proposito al bellissimo libro di Paolo Rumiz, <em>La secessione leggera</em>, pubblicato dieci anni fa (se l’avessero a suo tempo letto e meditato più persone di buona volontà forse oggi l’Italia non si troverebbe in questa situazione): l’autore, fra le infinite osservazioni che porta sulla società italiana e anche europea di quel periodo, evidenzia la differenza fra zone lambite dalle acque di fiumi larghi e maestosi o del mare, e zone interne, circondate da montagne. I movimenti localistici moderni, diceva Rumiz, avevano difficoltà a svilupparsi in luoghi prossimi alle vie d’acqua. Forse non è più vero neppure questo, per l’Italia di oggi.</p>
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<p style="text-align:justify;">Il nostro cattolicesimo postconciliare, il cristianesimo del dissenso della fine degli anni ’60, tanto vivo in Lombardia, è stato poi sbaragliato dal localismo e dai fondamentalismi, dalle dissennate spinte identitarie di segno religioso, politico, persino mangereccio, e dagli altri strani fenomeni che hanno investito l’umanità che vive in queste zone. Il male si è diffuso e fuso con altri mali già presenti nella penisola, ha contaminato anche luoghi aperti al mare. Certo, ci sono cristiani e pure cattolici che in Italia cercano tuttora di opporsi a questa deriva: per esempio, in buona misura, l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi e in altra zona d’Italia la comunità di Ariccia, che si è accorta della <a href="http://ariccianontace.wordpress.com/2009/04/20/spagnamanifesto-che-denuncia-la-crisi-della-chiesa/" target="_blank">rivolta degli spagnoli</a>;  c’era don Peppe Diana e altri, tanti: erano e sono resistenti valorosi e necessari, ma paiono più isole piccole, continuamente minacciate da tremendi tsunami, che parti di un fiume che scorra ampio e quieto o del vasto mare.</p>
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<p style="text-align:justify;">Qui in Spagna il cattolicesimo/cristianesimo ribelle che sto vivendo da agnostica è bagnato dall’oceano, attraversa l’oceano, è oceano: è fatto di mille esperienze lontane fra loro, che poi si sono incontrate, mescolate e potrebbero da un momento all’altro tornare a separarsi; è vasto e mutevole come le onde o come un intrecciarsi di infiniti banchi di pesci lucenti. È perciò vitale, mobile, inafferrabile, allegro, e forse per questo riuscirà a sfuggire alle reti che già da anni hanno imbrigliato e quasi ucciso il movimento cristiano ribelle della nazione sorella.</p>
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<p style="text-align:justify;"><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/05/25/cattolici-ribelli-in-spagna-1/" target="_blank"><strong>Cattolici ribelli in Spagna &#8211; 1</strong></a></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/12/cattolici-ribelli-in-spagna-3/" target="_blank"><strong>Cattolici ribelli in Spagna &#8211; 3</strong></a></p>
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<p style="text-align:right;"><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a></p>
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</item>
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<title><![CDATA[Cattolici ribelli in Spagna - 1]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/05/25/cattolici-ribelli-in-spagna-1/</link>
<pubDate>Mon, 25 May 2009 07:54:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Qualche settimana fa la stampa spagnola ha dato notizia della rivolta di cattolici – non solo comuni]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Qualche settimana fa la stampa spagnola ha dato notizia della rivolta di cattolici – non solo comunità di base, ma anche teologi ed ecclesiastici – alle direttive della gerarchia, soprattutto in materia di libertà di pensiero e di aborto.<br />
In questo mio primo scritto sull’argomento mi limiterò a tradurre/riassumere un articolo de <em>El País</em> del 14 aprile, che dà ampia informazione su tali vicende, riservando una personale riflessione a una seconda puntata.</p>
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<p style="text-align:justify;">Come si sa, in questi anni la<em> Conferencia Episcopal </em>ha lanciato crociate contro tutte le leggi laiche del governo socialista: contro il matrimonio gay e il riconoscimento delle coppie di fatto, poi contro la <em>Ley de educación para la ciudadanía</em>, ora si scaglia contro la nuova legge sull’interruzione della gravidanza molto simile alla 194 che c’è in Italia dal 1978 (ricordo che, dal momento in cui è entrata in vigore, per ragioni che non posso spiegare qui, si è ridotto moltissimo il numero delle interruzioni di gravidanza nel nostro paese). Queste sono comunque reazioni che conosciamo bene, in Italia  e in Spagna: “Questa qui la conosco, purtroppo”, canta Don Giovanni nell’opera di Mozart. Ma il fatto straordinario è costituito dalla grandiosa e alata contestazione che si è levata contro le gerarchie da parte di settori significativi della stessa Chiesa.<br />
Sono stati pubblicati due manifesti: quello uscito per primo si intitola <em>A proposito dell’aborto</em>; il secondo <em>Di fronte alla crisi della Chiesa</em>. <!--more--><br />
Inizio, per esigenze di organicità espositiva, dal manifesto secondo in ordine temporale, che tematizza  la crisi della Chiesa legata alle restrizioni che impone alla libertà di pensiero e di espressione. È stato sottoscritto da 300 tra teologi, ecclesiastici, docenti universitari. Anche se al lettore italiano questi nomi non dicono molto, ritengo importante riportarli. Ci sono esponenti di altissimo livello di congregazioni religiose: tra i gesuiti, Juan Antonio Estrada, José Ignacio González Faus, Juan Masiá e Xavier Alegre, tra i domenicani, Quintín García, tra i francescani, José Arregui, tra i clarettiani, Evaristo Villar y Benjamín Forcano e poi moltissimi altri. Lo sottoscrivono anche i principali esponenti della Asociación de Teólogos Juan XXIII, Julio Lois (presidente) e Juan José Tamayo (segretario general), il senatore cattolico del PSOE Imanol Zubero e il diplomatico Yago Pico de Coaña de Velicourt. Le firme, per ordine alfabetico, riempiono 10 fogli, ed è notevole la presenza delle donne.</p>
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<p style="text-align:justify;">Dicono fra l’altro i firmatari di questo manifesto: “Siamo coscienti del fatto che questo scritto costituisce un atto straordinario, ma sottolineiamo che sono straordinarie le ragioni che lo motivano: la perdita di credibilità della Chiesa cattolica sta raggiungendo livelli preoccupanti. Questo discredito può dare occasioni ulteriori per attaccare la Chiesa a molti che non credono, ma per tanti credenti è motivo di dolore e di sconcerto. “La causa principale della crisi è da loro individuata  “nella infedeltà al Vaticano II e nella paura di fronte alle riforme che il Concilio rendeva necessarie”. E ancora: “Già durante il Concilio Vaticano II furono portate durissime critiche alla curia romana. Più tardi Paolo VI cercò di dare inizio a una riforma della curia, ma quest’ultima riuscì a bloccare tale tentativo. Nei pontificati che precedettero quello di Benedetto XVI si commise l’errore di accettare il blocco di quell’urgente riforma che avrebbe riguardato l’entourage del papa”. La conseguenza, secondo il manifesto, “è l’ingiusta prevalenza del potere della curia romana sul collegio episcopale: il collegio episcopale si costituisce con nomine di vescovi che hanno poco a che fare con le realtà ecclesiali locali; si cercano non pastori di cui hanno bisogno tali realtà, ma guardiani – ‘peones’, dice il testo spagnolo – obbedienti, che difendano gli interessi del potere centrale e non quelli del popolo di Dio”.<br />
Tra le conseguenze sempre più pesanti di tale deriva spicca un duplice atteggiamento da parte della Chiesa:  mano tesa verso le posizioni prossime all’estrema destra autoritaria (“anche quando siano contrarie al vangelo e persino atee”), e  “colpi senza misericordia contro tutte le posizioni prossime alla libertà predicata nei vangeli, alla fraternità cristiana e alla eguaglianza di tutti i figli di Dio… tanto clamorosamente negata oggi&#8221;.<br />
Altra conseguenza sta nella “incapacità di ascolto”, che fa sì che l’istituzione ecclesiale commetta “assurdità ancor più grandi di quelle che commise nella vicenda di Galileo”. Oggi la scienza porta dati che la curia romana preferisce ignorare: per esempio, quelli relativi all’inizio e alla fine della vita. Perciò, “la tanto sbandierata necessità di sintesi fra fede e ragione è di fatto preclusa”. Un argomento centrale del manifesto è la libertà interna alla comunità dei fedeli. Viene detto: “Per gran parte della sua storia, la Chiesa promosse la libertà di parola. Nella situazione attuale, invece, sarebbe impossibile sentire un santo come Antonio da Padova, di animo tanto gentile, dichiarare in prediche pubbliche che mentre Cristo aveva comandato di nutrire le loro pecorelle, i vescovi del suo tempo si preoccupavano soltanto di sfruttarle e tosarle. E neppure sarebbe oggi possibile al mistico san Bernardo scrivere al Papa accusandolo di non comportarsi come successore di Pietro, ma come successore dell’imperatore Costantino”.<br />
Nonostante tutto, i 300 non intendono rompere con la Chiesa, anche se dovranno sopportare “l’ira della sua gerarchia”. E aggiungono: “Possiamo superare questa dura fase senza perdere la pazienza e neppure il buon umore e neppure l’ amore verso tutti, inclusi quelli che siamo moralmente obbligati a criticare per il modo in cui gestiscono il potere pastorale. E andando oltre le diagnosi dei mali, vorremmo dar slancio a forme di fede viva, forte e resistente, necessaria per questi tempi neri del cattolicesimo romano”.<br />
L’altro manifesto, il primo in ordine di tempo, che verte sull’atteggiamento dei vescovi di fronte alla legge dell’aborto, è invece opera della Chiesa di Base di Madrid, che raggruppa migliaia de fedeli. Questa la dichiarazione riportata nella parte introduttiva: “Dobbiamo riconoscere che non tutte le comunità hanno identica posizione su questo tema e su tutti gli aspetti che ad esso si relazionano. Nonostante ciò, siamo tutti d’accordo sul fatto che le opinioni della gerarchia sull’aborto non rappresentano le posizioni della totalità della comunità cattolica”. E aggiungono che “l’aborto è un fenomeno complesso, con implicazioni personali, sociali, politiche e religiose”; chiedono quindi che le diverse posizioni sulla questione possano esprimersi “senza che nessuno pensi di avere il monopolio della verità su tale tema”.<br />
E concludono: “Si dovrebbe rispettare la distinzione tra i diversi piani; giuridico,  etico, scientifico, religioso. L’aborto non è un tema esclusivamente cristiano. Per regolamentarlo, l’etica civile, comune a tutti i cittadini, deve prevalere sulla morale religiosa, specifica di ogni fede. Nessuno dovrebbe utilizzare come fosse una bandiera politica o religiosa questo dramma tanto profondamente umano e che non è un piacere per nessuno. Ci opponiamo decisamente alla scomunica ed esigiamo che questa sanzione sparisca dal Codice di Diritto Canonico. Infine, consideriamo fondamentale l’informazione e la formazione di tutti i cittadini su questo tema”.<br />
Qualche mia personale riflessione alla prossima.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/01/cattolici-ribelli-in-spagna-2/" target="_blank">Cattolici ribelli in Spagna – 2</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/06/12/cattolici-ribelli-in-spagna-3/" target="_blank">Cattolici ribelli in Spagna – 3</a></strong></p>
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<p style="text-align:right;"><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a></p>
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</item>
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<title><![CDATA[Forme della scrittura autobiografica. Tre esempi - <i>Interno con rivoluzione</i>]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/04/25/forme-della-scrittura-autobiografica-tre-esempi-estratto-su-interno-con-rivoluzione/</link>
<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 09:20:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Dalla tesi Forme della scrittura autobiografica. Tre esempi con la quale Wu Ming-F si è laureato in ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><span style="color:#800000;">Dalla tesi <em><strong>Forme della scrittura autobiografica</strong>. <strong>Tre esempi</strong></em> con la quale Wu Ming-F si è laureato in <strong>Scienze del testo</strong>, all<em>&#8216;<strong>Università La Sapienza</strong></em> di Roma. Relatore della tesi il professore di <em>Letteratura italiana moderna e contemporanea</em> Aldo Mastropasqua, correlatore il prof. Rocco Paternostro (Critica letteraria). Uno dei tre testi presi in esame da Wu Ming-F nella sua tesi è il nostro<strong> <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a></strong>. Pubblichiamo qui l&#8217;estratto di tesi che parla del romanzo. Si avvertono i lettori che  data l&#8217;estesa trattazione tesistica (comprendente anche un corposo riassunto del romanzo), si consiglia la conoscenza del testo. Si sconsiglia altresì la lettura a chi avesse intenzione di leggere il romanzo di Maria Laura Bufano e non l&#8217;avesse ancora fatto: vengono anticipati completamente trama e motivi. </span></p>
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<p style="text-align:center;"><strong>2.1 <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a></strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Mi preme riassumere brevemente in queste primissime pagine la storia della “scoperta” e della pubblicazione di I<em>nterno con rivoluzione</em>, che, in parte, mi riguardano direttamente. Ormai da un paio d’anni infatti lavoro come editor per la <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank"><em>Round Robin editrice</em></a></strong>, la piccola, audace casa editrice romana che, al momento della discussione di questa tesi, avrà pubblicato il romanzo d’esordio di Maria Laura Bufano. <!--more-->Il progetto iniziale della tesi – se fossi riuscito a laurearmi secondo le mie prime previsioni (in parte, bisogna ammettere, deliranti) – sarebbe stato infatti ben più azzardato: l’idea di partenza era quella di sviluppare un lavoro su due testi editi, gli altri due romanzi trattati, e uno in corso di pubblicazione, ma, di fatto, non ancora pubblicato: progetto alquanto provocatorio quello della trattazione tesistica, o più in generale della critica, di un’opera che in quanto non edita allo stato ontologico delle cose, di fatto, non esiste. Il naufragio della prospettiva borgesiana di questo lavoro lo rende, paradossalmente, più solido dal punto di vista scientifico: si parla infatti di tre romanzi tutti con egual diritto di cittadinanza nel mondo delle lettere. Ma l’acquisizione di questo diritto è costata cara a Interno con rivoluzione, che per bene tre volte – nonostante l’ammissione con il titolo di Pater alla finale dell’edizione 2001 del premio Calvino – ha visto sfumare in dirittura d’arrivo il momento dell’effettiva pubblicazione. Il testo dopo aver mancato l’edizione per un piccolo editore di Bari, per <em>Manni</em> e infine per <em>Edizioni associate</em>, è giunto nelle nostre mani per via indiretta e a distanza di tempo, quando ormai l’autrice forse non sperava più in una risposta positiva da parte di uno dei tanti editori cui aveva inviato in lettura le bozze. E la risposta positiva alla fine non è giunta da uno degli editori contattati, ma dalla giovane Round Robin, casa editrice che nel 2002 doveva del resto ancora vedere la luce. Pater – questo il titolo provvisorio allora assegnato al romanzo &#8211; era stato spedito nel 2002, tra le altre, alla casa editrice Empiria, dove allora lavorava come stagista addetto alla lettura, alla compilazione delle schede e al rifiuto (sic) delle bozze Davide Martirani <strong>[1]</strong>, anche lui futuro editor della <em>Round Robin editrice</em>. Martirani che al tempo della collaborazione con Empiria ebbe occasione di parlarmi piuttosto male di tutta la trentina di incartamenti di quart’ordine che gli toccò spulciare, schedare e rifiutare per conto del vecchio editore (ugual sorte toccava alle tornate di saggi pretestuosi, alle risme di “legnosi polizieschi pieni di luoghi comuni e frasi fatte”, o alle “raccolte di poesie minimaliste un po’ autocompiaciute e di corto respiro…”), giudicò degno di essere salvato dal mazzo dei dinieghi solo un testo, un lungo romanzo a carattere autobiografico (“un ottimo libro, di quelli che quando finiscono ti mancano i personaggi, e vorresti sapere che fine hanno fatto, e come stanno”), dal faticoso titolo: Pater. Diceva Martirani di essere anche entrato in contatto con la strana autrice “bergamasca” <strong>[2]</strong>, di averci fatto amicizia. Passati tre anni, una volta ritrovatici a collaborare come editor nella nuova casa editrice un giorno mi tornò in mente la storia di quel lungo romanzo, domandai a quel punto al mio amico cosa ne fosse stato di quel libro, se per caso fosse edito e se in caso contrario (come prontamente gli confermò l’autrice) fosse ancora possibile leggerne le bozze. Lui le aveva ancora, mi avvertì di “sopportare” la narrazione apparentemente troppo autoreferenziale delle prime cartelle, mi rassicurò che tutte quelle informazioni familiari sarebbero servite poi, poi se ne sarebbe apprezzata l’importanza nella costruzione psicologica dei personaggi principali e mi consegnò l’incartamento. Lessi furiosamente le centosettanta cartelle A4 che costituivano le bozze del romanzo. Poi mi feci dare l’indirizzo e-mail dell’autrice, a quel punto trasferitasi in Spagna, a Conil de la Frontera, e le scrissi. Copierò qui di seguito alcuni stralci delle entusiastiche lettere che io e Davide abbiamo spedito via e-mail alla signora Bufano, non per un semplice esercizio di autorappresentazione <strong>[3]</strong>, ma perché la fortissima impressione che il lungo romanzo della sessantacinquenne Maria Laura aveva esercitato su due lettori di quarant’anni più giovani è un modo efficacemente esplicativo e, a mio avviso, costruttivo, per entrare nell’abisso di vita e di politica in cui ci immerge Interno con rivoluzione, il primo dei romanzi analizzati in questa seconda parte della tesi.<br />
Dalla e-mail inviata da Martirani a Maria Laura Bufano il 9 marzo 2005:</p>
<p style="text-align:justify;">Gentile signora Bufano,<br />
mi scusi se mi permetto di scriverle questa mail, pur non conoscendola. Sono un ragazzo di 22 anni, laureato in lettere presso l’università di Roma, che ha trascorso un periodo come stagista presso la casa editrice Empiria. In quei due mesi la mia occupazione principale è stata la lettura e la valutazione dei manoscritti inediti che affollavano la nostra cassetta della posta quasi quotidianamente. Non ricordo con precisione il numero delle opere da me esaminate (fra romanzi, raccolte di poesie e di racconti, saggi etc), ma sicuramente si aggira intorno alla trentina. Avevo ricevuto direttive molto chiare: tendenzialmente non si pubblica niente di ciò che viene proposto (perchè la casa editrice è piccola e stenta a sopravvivere, perciò non può permettersi quasi mai di puntare sugli esordienti), ma bisogna controllare sempre la qualità delle opere, sia per rispetto verso gli autori che per evitare di rifiutare un eventuale (rarissimo) capolavoro.<br />
Forse le potrebbe venire in mente che affidare un compito così delicato ad un ragazzo del tutto inesperto non sia una cosa molto professionale, e che denoti scarso interesse dell’editore per le proposte che riceve dall’esterno. Non spetterebbe a me rispondere a questa domanda, ma credo che la sensibilità e la capacità di discernimento necessarie a dividere il grano dalla pula siano in gran parte una dote naturale, che l’esperienza può affinare ma non creare dal nulla. […]<br />
Dunque ho letto centinaia e centinaia di pagine, non sempre con piacere, e ho scritto decine di risposte agli autori, in cui spiegavo gentilmente il motivo per cui non potevamo prendere in considerazione le loro opere.<br />
Fra i primi romanzi che mi è capitato di leggere c’è stato proprio il suo Pater, in una tornata che comprendeva un legnoso poliziesco torinese, pieno di luoghi comuni e frasi fatte, e una raccolta di poesie minimaliste, un po’ autocompiaciute e di corto respiro.<br />
Il suo romanzo inizialmente mi aveva spaventato: la lunga descrizione delle due famiglie mi aveva fatto temere un eccesso di autoreferenzialità, una minuta analisi privata che poco interesse poteva suscitare in un estraneo. Però una cosa mi colpì subito, invitandomi a continuare con attenzione: il suo stile.<br />
Il libro è scritto in una prosa asciutta, che non è arida, ma tagliente. La sua non-verbosità, la sua mancanza totale di indulgenza verso qualsiasi forma di estetismo gratuito gli consente di tenere sempre il lettore ancorato alla storia, ai personaggi e ai loro sentimenti.<br />
Infatti, dopo una dozzina di pagine, il libro mi aveva conquistato completamente, tanto da decidere di portarlo a casa per leggerlo anche fuori dalle ore di lavoro.<br />
Dopo averlo finito, ho deciso senza indugio di “sponsorizzarlo”, cioè di farlo passare in lettura alla direttrice, introducendolo nel modo migliore possibile.<br />
Ovviamente lei non poteva leggerlo subito, perchè occupata dalla pubblicazione dei titoli del periodo di Natale, e dunque il mio periodo di stage si è concluso senza che io sapessi nulla del destino che sarebbe toccato al suo romanzo.<br />
Un mese fa sono tornato a Empiria, e ho colto l’occasione per informarmi: mi hanno detto che il libro è stato letto ma non accettato, e che dunque le è stata inviata una lettera di spiegazione del rifiuto.<br />
Da qui la mia decisione di scriverle, per dirle sostanzialmente questo: il suo è un ottimo libro, di quelli che quando finiscono ti mancano i personaggi (scusi l’anacoluto, ma ci voleva), e vorresti sapere che fine hanno fatto, e come stanno. Un libro in cui l’amore e la sofferenza suonano puri, perchè veicolati da una scrittura apparentemente distaccata (un po’ come in Primo Levi, se mi consente l’enorme paragone); un libro costruito intorno alla figura bellissima e dolente di Paolo (cosa che, a mio avviso, i giurati del premio Calvino hanno completamente trascurato), sempre pronto a mettersi in discussione e a punirsi per i suoi errori. Un libro con un finale folgorante, che ne svela il senso: quella specie di Weltschmerz che parte in sordina, nell’infanzia, si traduce nelle forme della lotta politica adulta, per poi tornare a ghignare, insensato ed invincibile, nella terza parte&#8230;<br />
Un libro, soprattutto, assolutamente superiore a gran parte di ciò che viene pubblicato normalmente, da Empiria come da tutte le maggiori case editrici.<br />
Quindi, per concludere, le volevo dire solo due parole: grazie, per ciò che il suo libro mi ha dato, e insista, lo mandi in giro, lo faccia leggere. Sono certo che otterrà il riconoscimento che merita. […]</p>
<p style="text-align:justify;">Dalla e-mail da me inviata a Maria Laura Bufano il 6 novembre 2007:</p>
<p style="text-align:justify;">Gentile signora Bufano,<br />
sono Wu Ming-F, uno studente di Scienze Umanistiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, che svolge uno stage presso la Round Robin editrice, una giovane ma dignitosa casa editrice romana. Mi occupo quasi di tutto, dalla correzione di bozze alla contabilità, ed essendomi trovato a leggere alcuni manoscritti giunti in redazione veramente imbarazzanti, mi sono ricordato che un paio di anni fa il mio amico Davide mi parlò di un bel libro che gli era capitato per le mani al tempo del suo stage, presso Empiria. Si tratta del suo Pater. L’ho finito di leggere da pochi giorni, aspettavo, per scriverle, che ne assaporasse la sostanza anche Stefano, il nostro comune amico (di Davide e mio), nonché direttore editoriale della Round Robin editrice. Per quanto riguarda me, io ho letto il libro &#8211; che mi pare per forma e vibrazioni essere un’opera prima nonché una dolorosa autobiografia &#8211; e non posso che ringraziarla di aver volto in parole le sue memorie. Secondo me il romanzo per forma, capacità di definizione e presentazione dei personaggi, per l’acutezza e la pulizia del punto di vista femminile &#8211; ma non femminista, per la solidità della prosa e la sua naturale tensione narrativa meriterebbe di essere nel catalogo Einaudi o in quello Adelphi. Fortunatamente questi editori non credo si prendano la briga di sfogliare tutte le opere prime di illustri sconosciuti che vengono loro inviate e allora spero che se un giorno lo vorranno accludere alla loro biblioteca dovranno venire a comprarlo da noi. Non le parlo di certezze ma mi pare di capire che, nonostante le difficoltà logistiche (la sua attuale residenza andalusa renderà difficoltosa, immagino, la sua presenza alle presentazioni, per esempio), il libro entro la fine del 2008 noi saremo in grado di pubblicarlo (per i contatti ufficiali le scriverà più avanti l’editore). Questa mia mail non serve in effetti a molto ma avevo piacere di salutarla e di comunicarle la mia ammirazione. […] Ho molto sofferto trovando tra le pieghe dei suoi ricordi, e di quelli di Paolo, momenti che mi è sembrato aver vissuto (specie tra quelli della fine della prima parte, quando i protagonisti attraversano la mia età), ho sofferto e sperato leggendo. Uno di quei libri che quando cominciano a mancare 50 pagine alla fine ti chiedi perché una narrazione dotata di un tale respiro stia già volgendo al termine. Non mi riesco a esprimere al meglio, […] le copio alcune righe dalla scheda di valutazione che ho scritto:</p>
<p style="text-align:justify;">Questo è un romanzo. In Italia non se ne vedono. Altra caratteristica che dovrebbe far trasalire qualunque editore. Il dispiegarsi delle vite dei personaggi – i fatti sono di evidente e vibrante ispirazione autobiografica – coinvolge il lettore fino alla sofferenza. L’alternarsi nella prima parte del punto di vista femminile e di quello maschile sono capaci di far provare rabbia, invidia, desiderio, nostalgia, fretta, frenesia, felicità, dolore. Si sente l’ambiente dell’Italia del dopoguerra come una cosa vera, comprensibile. Si legge l’inseguirsi degli amori e delle speranze dei due – all’inizio lontani, lei del sud lui del nord. Si ha voglia di litigare con questo o quel personaggio, con la voce narrante a volte, per certe scelte, per certe frasi, per il fatto che magari un uomo lì non avrebbe fatto così, non avrebbe detto così. È un fatto grandioso. La voce femminile esce incisiva e non presuntuosa, anche dal punto di vista politico. L’impegno sincero e consapevole non impedisce alla protagonista di non capire le pose assunte da certi compagni “compagni per modo di dire” e dal femminismo “completamente incapace di vedere aspetti della vita, che anzi calpesta”. Ci sono momenti in cui è facile riconoscersi, le storie d’amore sono tutte uguali, ma lì si soffre sinceramente, occorre fermarsi, rileggere e rigirarsi nel letto con le mani strette alle coperte. Le vite si ripetono. Il dolore è una dimensione dell’esistenza e qui soprattutto è in scena la vita, con tutte le sue meravigliose, prevedibili e infinite banalità, ricchezze, effimere caducità.</p>
<p style="text-align:justify;">Spero davvero che si possa arrivare alla pubblicazione di questo libro. Mi spenderei anche molto per una promozione che sarebbe necessariamente un po’ distante dai nostri standard. Naturalmente, questo glielo posso anticipare già da ora, qualche piccolo appunto mi permetterei di muoverlo. Il primo riguarda il titolo, molto impegnativo, faticoso direi: non so se i miei colleghi […] lo digeriranno. Io le consiglierei di cambiare anche i titoli dei singoli paragrafi, sono migliorabili. E infine le poesie sistemate all&#8217;inizio dei capitoli. Se ce le volesse tenere io mi permetterei di consigliarle di slegarsi dalla rima, in questi casi non serve, cerchi la musica nei singoli versi, in questi casi il suono sta nel senso <strong>[4]</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora, per consentire una migliore chiarezza argomentativa nelle successive fasi della trattazione propongo senza ulteriori indugi un riassunto dettagliato del romanzo in questione.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>2.1.1 Riassunto dell’opera</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Protagonisti del romanzo sono due personaggi di differente origine geografica e sociale: Lidia, pugliese di famiglia laico-borghese, in parte di estrema destra, in parte antifascista-crociana; e Paolo, di famiglia proletaria piemontese-lombarda, di padre fascista e madre comunista. La storia si svolge in un arco di tempo compreso fra il 1942 e la primavera del 1973.</p>
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<p style="text-align:center;">PRIMA PARTE Io &#8211; Paolo</p>
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<p style="text-align:justify;">IO (Lidia) &#8211; Il padre di Lidia è un ufficiale che ha partecipato come volontario alla campagna etiopica, e quando Lidia nasce si trova in guerra in Africa Orientale, dove dopo qualche mese viene preso prigioniero dagli inglesi. La madre, molto giovane, è vissuta sempre nelle ex-colonie italiane, soprattutto in Eritrea, e ha conosciuto il futuro marito mentre questi era in licenza premio al termine della campagna etiopica.<br />
Lidia vive nei primi quattro anni con la madre, una sorella e un fratello di qualche anno più grandi, Isabella e Michele, quattro zie molto anziane e uno zio liberale e crociano &#8211; il fratello maggiore del padre &#8211; nella “casa grande”, in un paese dell’entroterra pugliese. Gli zii possiedono molta campagna, coltivata dai braccianti, non si soffrono le privazioni della guerra e del primo dopoguerra.<br />
Quando torna il padre dalla prigionia e il nucleo familiare si trasferisce in un appartamento in città, la felicità della primissima infanzia si dissolve e inizia un contrasto fra la bambina (che adora lo zio), e il padre, nervoso e rigido; contrasto che si protrarrà negli anni, fino all’età adulta della protagonista.<br />
Il padre e la madre hanno fra loro un rapporto turbolento, litigioso, passionale, che scandisce la vita dei figli. Pur non credenti, mandano le bambine in una scuola femminile di suore, perché ritengono che così siano protette dall’altro sesso e educate a “valori” perbene. Lidia riesce a evitare l’asilo, prima perché si ammala, poi perché rifiuta di andarci. I genitori non si occupano molto degli studi delle bambine, destinate nelle loro previsioni al matrimonio, mentre forzano Michele, per cui avevano progettato una carriera da medico, a bruciare le tappe. Nella casa degli zii, da cui Lidia e i fratelli vanno spesso, si allentano le tensioni accumulate nella famiglia nucleare. Le zie vanno ancora in campagna in carrozza, e raccontano ai nipoti episodi della propria infanzia ottocentesca. Dopo le elementari, Lidia, più ribelle di Isabella, ottiene di essere iscritta a una scuola media pubblica. La scuola diventa per lei sempre più un’occasione di fuga e di liberazione dalla famiglia. Negli anni del ginnasio e del liceo la ragazza matura le prime scelte politiche e si innamora di un giovanissimo, strano professore di lettere dalle idee progressiste. È però costretta a cambiare città e scuola a causa del trasferimento di suo padre. Vive i primi vani innamoramenti. In occasione di uno sciopero patriottico-studentesco per la questione altoatesina, Lidia rifiuta di partecipare e con un’amica scrive una lettera all’Espresso denunciando l’atteggiamento della presidenza del liceo, che ha favorito apertamente la manifestazione. La lettera viene pubblicata e nella piccola città del sud in cui vive la ragazza si scatena il pandemonio: le due studentesse vengono attaccate sul giornale locale come “marxiste che dormono in lenzuola di seta”. Quando il padre di Lidia è informato della vicenda, se la prende violentemente con la figlia e va a chiedere scusa alla vicepreside. Lidia, da quel momento sorvegliata continuamente, cade in una sorta di depressione e, mentre si trova ancora al liceo, accetta di fidanzarsi “ufficialmente” con un ragazzo perbene, Umberto, laureando in legge. Inizia quindi la frequenza dell’università in una condizione di passività e indifferenza. Dopo qualche tempo lascia d’improvviso il fidanzato, che resta stupefatto per la repentinità della decisione, e poco dopo si innamora di un ragazzo bellissimo, viziato, di destra, ufficiale di marina, che ha una visione della vita opposta alla sua. La storia finisce male e Lidia da quel momento ritorna a interessarsi della vita politica e decide di non legarsi a nessuno finché non sarà andata a vivere per conto proprio. Si concentra nello studio, recupera il tempo perduto e poco prima di laurearsi si iscrive al Partito comunista. Partecipa al movimento nell’Università. È il ’68. I genitori ora considerano assai più allarmante la sua militanza politica che il fatto che esca con dei ragazzi. Gli attriti familiari terminano con la partenza di Lidia, nell’ottobre del ’69, per una città lombarda, dove ha avuto la nomina per l’insegnamento in un liceo.</p>
<p style="text-align:justify;">PAOLO &#8211; Il padre di Paolo è fascista, lavora in una fabbrica di F., una città lombarda. La madre va a servire in case di signori. La famiglia abita al piano terra di un freddo fatiscente edificio del borgo storico. Paolo è l’ultimo di cinque figli, ha una sorella, Liliana, di tredici anni, e tre fratelli, Bruno, Franco e Giorgio. Nei primi anni di vita del bambino, c’è anche nella sua città l’occupazione tedesca e gli attacchi degli alleati. Il padre beve, è spesso violento con la moglie, e Liliana, quando lui torna a casa ubriaco, cerca di tenere i fratelli in silenzio, per evitare che si infuri. La madre di Paolo è presto costretta a lasciare il bambino a Liliana, per poter andare a lavorare nelle case signorili. Ma poi la ragazzina inizia a fare da badante ad un’anziana signora, la madre trova un posto fisso in casa di persone abbienti, e Paolo viene affidato a Bruno, che non va più a scuola. Intanto Franco e Giorgio frequentano le elementari in un istituto di suore, che li tengono “per carità”, in cambio di lavori che la madre fa per loro. La madre, purché le tengano i figli, finge anche di essere devota e si inginocchia nella cappella, mentre in realtà non crede in Dio ed è comunista. Paolo, ancora molto piccolo, assiste ad atti di violenza del padre nei confronti della madre, e crede di vedere un cane nero senza occhi, orecchie e coda che sta per entrare dalla finestra. Viene bombardata la fabbrica in cui lavora il padre di Paolo, che riesce a salvarsi. Quando Paolo ha quasi tre anni, Bruno trova lavoro e la madre chiede alle suore di prendere Paolo all’asilo. Una volta inserito il bambino viene picchiato dalle monache perché dice brutte parole, imparate da Bruno e dai suoi amici di strada. Resta violentemente affascinato da una bambina, ma la suora gli cambia posto allontanandolo da lei. In seconda elementare, Paolo viene cacciato dalle suore, perché è riuscito a incontrarsi nel cortile con una fanciulla, figlia di un dottore, che frequenta una classe femminile lontana dalla sua. È costretto ad andare alla scuola pubblica, resta per molte ore per strada, senza alcun controllo, e il pomeriggio, mentre la madre e i fratelli sono al lavoro, con degli amici fa scorribande nella città e negli immediati dintorni. Su una collina i ragazzini scoprono una dimora disabitata e ne fanno la loro “reggia” segreta. Dopo qualche tempo saranno costretti ad abbandonarla a causa degli operai e dei camion giunti per ristrutturarla. Intanto, dopo che Giorgio si è messo a cercar lavoro, la madre abbandona le suore e quando può, senza che il marito lo sappia, va alla sezione del Partito comunista. Racconta spesso ai figli storie della sua vita ed episodi della recente lotta partigiana. Riesce a portare qualche volta i bambini a scampagnate organizzate dall’Udi, ma il padre lo viene a sapere e reagisce violentemente. Paolo, nonostante la violenza del padre, ha un rapporto affettuoso con lui, che lo tratta meglio di quanto faccia con gli altri figli. Mentre il bambino frequenta la quarta elementare, il padre ha il primo episodio di delirium tremens. Dopo un po’, la madre e i fratelli si accorgono che anche Bruno ha preso a bere.<br />
Quando Paolo finisce le elementari, la madre, consigliata dalla vecchia maestra, decide che almeno questo figlio non abbandonerà la scuola. Il ragazzo viene iscritto all’avviamento professionale. Nella nuova scuola diventa ambizioso. Va bene soprattutto in matematica, frequenta, oltre i vecchi amici di strada, anche figli di famiglie “perbene”. Mentre Paolo è in terza, il padre muore di cirrosi.<br />
Dopo l’avviamento professionale Paolo viene iscritto dalla madre a ragioneria: farà due anni di scuola mattutina, poi si cercherà un lavoro e continuerà con le serali.<br />
La nuova esperienza scolastica è più difficile delle attese. Deluso e frustrato, il ragazzo non studia, va sempre peggio. Poi, dopo una reazione violenta della madre, che è stata informata dai professori del cattivo comportamento del figlio, pian piano si riprende e riesce a cavarsela. Vive le sue prime esperienze erotiche in casa di amici volgari. Prova al tempo stesso eccitazione e compassione per le ragazze che sottostanno alle loro prepotenze. Al termine del biennio di ragioneria, con l’aiuto di un ingegnere presso la cui famiglia la madre fa la domestica, Paolo trova un lavoro da impiegato presso una fabbrica di mobili. Con i guadagni di tutti, possono ora lasciare la vecchia casa fatiscente e andare in un nuovo appartamento. Paolo, che ha il compito di fare le buste paga dei lavoratori della piccola azienda, si accorge che viene dato loro meno di quanto gli spetta, si ribella e viene licenziato. La madre lo appoggia. Cerca un altro lavoro, viene assunto da un grossista di tinture, e poi in una grande azienda. Comprano la televisione, la lavatrice e il frigorifero. Paolo si iscrive alle scuole serali: professori demotivati, aule lasciate sporche dagli studenti della mattina, stanchezza infinita. Solo un prete, professore di religione, riesce a interessare e a interessarsi di quegli studenti, senza far differenza di fede. Paolo prende gusto a discutere con lui. Si innamora quindi di una ragazza bellissima e povera, Irene, considerata “facile” anche dai suoi fratelli. Suggestionato dai giudizi volgari che si danno su di lei, la tratta male e la lascia. Esce malconcio da questa vicenda e viene bocciato all’ultimo anno di ragioneria, alla scuola serale. Ripete la classe controvoglia, ma fa amicizia con un nuovo studente, Luigi, che lo inizia alla politica portandolo al Partito comunista. Terminano entrambi la scuola. La madre smette di lavorare, Paolo le consegna lo stipendio, con cui lei provvede a tutto. Trattiene per sé solo ciò che gli serve quando esce o per qualche viaggio. Conosce Marisa, ex-fidanzata di un uomo di estrema destra, e si innamora di lei che gioca a fare l’intellettuale. Ma dopo una breve relazione con Paolo lei ritorna col suo fidanzato. Intanto Bruno precipita nell’alcolismo. Paolo vorrebbe andare a vivere col suo amico Luigi, ma l’inaspettata e violenta reazione della madre lo blocca. Paolo passa spesso con Luigi le vacanze nei paesi dell’est.<br />
Il ’68 degli studenti è ormai alle spalle, si avvicina la stagione delle lotte operaie.</p>
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<p style="text-align:center;">SECONDA PARTE Io e Paolo</p>
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<p style="text-align:justify;">Lidia arriva a F. Trova casa, si presenta a scuola e poi, un pomeriggio, alla federazione del Partito comunista. Un anziano funzionario la riceve e telefona a Paolo per affidargliela. Così Lidia e Paolo si conoscono, lei fa la spaccona raccontandogli di sé, della sua uscita dalla casa dei genitori, delle sue “gesta”. Infine, dopo aver mangiato in un’osteria, vanno nella casa di Lidia, disadorna e priva di mobili. Passano la notte insieme in una piccola branda. Inizia così una convivenza appassionata e turbolenta, intrecciata con l’attività politica. Nella sezione a cui vanno Paolo e Lidia si parla del manifesto, la rivista pubblicata da un gruppo di intellettuali del Pci, comunisti radicalmente critici nei confronti della politica dell’Unione Sovietica &#8211; che nell’estate del ’68 ha stroncato con i carri armati “la primavera di Praga” &#8211; e attenti ai nuovi movimenti sorti in quegli anni. Lidia e Paolo, come la maggioranza dei compagni della loro sezione, simpatizzano per questo movimento interno al Pci. Paolo ha paura che qualcuno dei compagni gli rubi Lidia, la sola ragazza che frequenta la sezione, ma lei gli conferma di voler stare con lui. Paolo la porta a casa sua dopo una manifestazione, la presenta alla madre, e ai fratelli. La madre, anche se sospettosa, l’accetta, in parte suggestionata dal fatto che è una “professoressa”. Più tardi le racconterà di sé, delle sue esperienze, del duro lavoro, del matrimonio, delle tribolazioni. Nel novembre del ’69 vengono radiati dal Pci i fondatori del manifesto. Si comincia a pensare all’uscita dal partito e alla fondazione di un movimento esterno a esso. Intanto Lidia comincia ad avvertire il peso della presenza affettuosa, ma incombente, della famiglia di Paolo: i due vanno a mangiare quasi ogni giorno a casa della madre di lui. Paolo è diviso fra la compassione e l’affetto verso madre e sorella e la voglia di vivere con Lidia un rapporto libero dagli antichi vincoli affettivi. La crisi fra Paolo e Lidia esplode quando lui si prende una forte influenza. Lidia cerca di curarlo e nutrirlo &#8211; nella sua casa caotica e spoglia &#8211; continuando ad andare anche a scuola. Ma Paolo, quando gli passa la febbre, decide di tornare qualche giorno da sua madre: Lidia manifesta la sua disapprovazione per questa scelta che sente regressiva. Comunque la sera lei va a dormire con Poalo a casa della madre, ma il giorno seguente, insofferente di quella “schiavitù”, lo mette di fronte alla scelta di tornare con lei o rompere la relazione. Paolo, confuso e depresso, non riesce a staccarsi dalla casa materna. Lidia se ne va. Alcuni giorni dopo Paolo si sente in uno stato d’animo nuovo, va a trovarla e riprendono il loro rapporto. Lui la convince a comprare qualche mobile a rate. Anche dopo l’arrivo dei mobili la casa non risulta vivibile. Soprattutto Lidia se ne infischia dell’ordine domestico. Segue una nuova crisi. Lidia va al primo congresso del movimento politico del manifesto. La porta con la sua auto Silvio, un insegnante, che le parla della sua situazione, della moglie, della figlia. Lidia sente una forte attrazione per lui e capisce di essere ricambiata, ma nessuno ha il coraggio di prendere l’iniziativa. Al termine del congresso, sulla via del ritorno, Lidia si accorge che Silvio si è chiuso in sé, prova un’acuta nostalgia per il rapporto con Paolo e si fa lasciare a casa della madre di lui. Fanno l’amore, Paolo le propone di fare un figlio e lei dice di sì, a patto che si sposino. Sono d’accordo. Si sposano in comune dopo qualche settimana e arrivano per l’occasione anche i genitori di Lidia, che, intimiditi dalla determinazione e dall’indipendenza della figlia, sono singolarmente quieti e accondiscendenti su tutto. D’estate i giovani sposi fanno un viaggio in Romania. Lì Lidia conosce degli amici di Paolo, si accorge che alcune ragazze giovanissime lo corteggiano e prova una forte gelosia. Verso la fine dell’estate Lidia è finalmente incinta e successivamente verrà a sapere che i bambini sono due. Quello della gravidanza è un periodo felice, il marito si prende cura come un orso della compagna, la moglie continua a lavorare, ma sente svanire dalla sua mente la forza di polemizzare. I gemelli nascono un lunedì di Pasqua, in anticipo, nell’ospedale di un’altra città dove Lidia, Paolo e la madre di lui sono andati a trascorrere i giorni di festa. Dal momento della nascita dei figli, il rapporto fra i coniugi precipita. La madre di Paolo vorrebbe essere pienamente coinvolta nell’accudimento dei bambini e cerca di risparmiare fastidi al figlio, mentre Lidia vorrebbe vivere l’esperienza esclusivamente con Paolo. Quest’ultimo, avvertendo il crescere di una tremenda tensione, resta come stordito, paralizzato e diviso. Nell’ambiente circostante, anche in quello di sinistra, gli uomini non si occupano dei figli neonati: Paolo è tra i pochi che tenta di farlo, ma finisce col sentirsi in contraddizione e comincia a fuggire, a tornare a notte fonda, lasciando sola la moglie con i piccoli. Lei cerca inutilmente di parlargli. Una sosta nella solitudine di Lidia arriva quando i suoi genitori vengono a conoscere i nipoti trattenendosi per qualche giorno da lei. Non serve a sciogliere la situazione una breve vacanza in montagna, con la sorella di Lidia. Paolo, al ritorno, alterna atteggiamenti dolcissimi verso la moglie e i bambini a fughe improvvise. Diventano un tormento soprattutto i giorni di festa, in cui lui spesso sparisce. Durante le vacanze di Pasqua dell’anno successivo Paolo se ne va per conto proprio in Romania con il fratello Franco: hanno entrambi brevi storie con ragazze che incontrano durante il viaggio. D’un tratto Paolo decide di tornare a casa. Confessa alla moglie di essere partito col fratello e di aver avuto un’avventura. Lidia vive questa complicità tra fratelli come una congiura della famiglia di Paolo contro di lei. Trova l’annuncio dell’affitto di una casa di ringhiera, la prende e ci si trasferisce coi figli. L’attonito marito va spesso a trovarli e il rapporto fra i due pare rasserenarsi. Per contrasti con il padrone di casa Lidia deve ritornare nell’appartamento in cui ha lasciato il marito. All’inizio dell’estate Paolo, Lidia e i bambini vanno in vacanza in Yugoslavia. Tutti e quattro si prendono un’intossicazione, hanno la febbre alta. La preoccupazione per i figli spinge i due a imbarcarsi su un traghetto e ad andare in Puglia, dai genitori di Lidia. I bambini guariscono e Lidia, dopo tanto tempo, rivede le zie e lo zio, invecchiati moltissimo. Al ritorno a F. ricominciano le tensioni tra Paolo, Lidia e i familiari di lui. Paolo dopo molte fughe e ritorni affettuosi, decide inaspettatamente di partire ancora per la Romania, per andare a trovare Simona, la ragazza che aveva conosciuto durante il viaggio con Franco. Siamo alla fine d’agosto. Lidia, mentre Paolo è in viaggio, telefona a Silvio, si incontrano e iniziano una relazione non impegnativa. Intanto Paolo, in Romania, incontrando di nuovo Simona, si accorge che non gli importa nulla di lei e vorrebbe tornare al più presto dalla moglie e dai piccoli, ma cambia idea più volte: come per inerzia si ferma alcuni giorni. Quando ritorna a casa Lidia gli dice che vuole separarsi da lui. Paolo si dispera, trova una casa, la prepara per potervi tenere spesso i figli e vi si trasferisce. Nella separazione Paolo e Lidia riescono ad avere un rapporto sereno. Un giorno Paolo si trova a casa di Lidia per stare con i bambini, malati di varicella. Lei è andata a una gita scolastica e la sera, al suo ritorno, si accorge che Paolo non sta bene. Vorrebbe trattenerlo, ma lui se ne va a casa sua.</p>
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<p style="text-align:center;">TERZA PARTE Paolo</p>
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<p style="text-align:justify;">Paolo, giunto a casa sua, si mette subito a letto e si addormenta. Gli pare di svegliarsi. Prima di morire per un malore, vive un delirio triste e spaventoso.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>2.1.2 Analisi critica</strong></p>
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<p style="text-align:justify;">Seguendo le indicazioni sopra riassunte di Philippe Lejeune, non posso per Interno con rivoluzione che scegliere la definizione di ‘romanzo autobiografico’. Il testo è suddiviso in tre parti. Già dalla prima si può constatare di non essere di fronte ad un’autobiografia. Questa sezione è infatti caratterizzata da un’alternanza della voce narrante che cambia con l’alternarsi dei capitoli passando dalla prima alla terza persona (il titolo della prima parte del libro “Io / Paolo”, oltre a suggerire un potenziale auto/biografismo serve per sottolineare tali regolari scarti narrativi e, sempre per chiarire la duplicazione all’interno di questa prima parte, anche la numerazione dei capitoli è sempre doppia: ci sono due “1” due “2” etc). Già da questa prima parte, dicevo, è chiaro che il testo non rispetti evidentemente tutte e quattro le condizioni richieste per riconoscere nello stesso un’autobiografia (1 &#8211; forma del linguaggio: racconto, in prosa; 2 &#8211; soggetto trattato: vita individuale, storia di una personalità; 3 &#8211; situazione dell’autore: identità dell’autore &#8211; il cui nome si riferisce a una persona reale &#8211; e del narratore; 4 &#8211; posizione del narratore: identità fra il narratore e il personaggio principale; visione retrospettiva del racconto), vengono infatti disattese la seconda condizione, quella del soggetto trattato: non si parla infatti di una vita individuale, quanto piuttosto di due (isolando i capitoli di “Paolo” di questa prima parte ci troviamo anzi di fronte ad una vera e propria biografia); la terza e la quarta: per gran parte del testo non vi è identità tra autore e narratore (come già indicato nella metà della parte prima, nonché in tutta la terza), e il nome della narratrice, volendo anche isolare le parti in prima persona, non coincide con quello dell’autrice. Eppure il testo, e non solo per l’accorato e vivo tono di confessione, ricordo, ricostruzione individuale, sembra rispecchiare per grandi tratti la definizione generale di autobiografia che dà lo stesso Lejeune:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Racconto retrospettivo in prosa che una persona reale fa della propria esistenza, quando mette l’accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della sua personalità </em><strong>[5]</strong><em>.</em></p>
<p style="text-align:justify;">La stessa Maria Laura Bufano del resto mostra sin dall’epigrafe, costituita da una citazione tratta da Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz, una certa premura, quasi, potremmo dire, un’ansia, nel non voler dichiarare apertamente la natura autobiografica di ampie zone testuali (e, come avremo modo di osservare dettagliatamente, il suo atteggiamento è giustificato: Interno con rivoluzione non è infatti una semplice ricostruzione autobiografica, autoreferenziale della vita dell’autrice, quanto invece un vasto romanzo sapientemente costruito a partire dalla figura dei due protagonisti che attraversano una fase storica cruciale nella vita del nostro paese):</p>
<p style="text-align:justify;">E allora, quanto c’è di autobiografico, nelle mie storie, e quanta invenzione, invece?<br />
Tutto è autobiografia: se un giorno scrivessi una storia d’amore fra madre Teresa e Abba Eban, sarebbe di sicuro una storia autobiografica – benché non confessa. Il cattivo lettore nutre una costante ansia di sapere, subito e immediatamente, “che cosa è successo in realtà”.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>E tu, non domandare: che, sono proprio fatti veri? È così, lo scrittore? Domanda a te stesso. Delle cose tue. Quanto alle risposta, puoi serbarla tutta per te </em><strong>[6]</strong><em>.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Vero è anche che, come dice sempre Lejeune, il patto autobiografico è affidato alla presenza del nome dell’autore in copertina – “tutta l’esistenza di quel che si chiama autore è riassunta in questo nome: solo segno nel testo di indubbio fuori-testo”, e che “in molti casi, &#8211; specifica il critico &#8211; la presenza dell’autore si riduce solo al nome. Ma lo spazio riservato a questo […] è capitale: è legato per convenzione sociale, all’impegno di responsabilità di una <em>persona reale</em> <strong>[7]</strong>”, persona reale che si presuppone “presti” il proprio nome anche al narratore-protagonista del libro: in Interno con rivoluzione anche questo presupposto è disatteso: Lidia si chiama la voce narrante femminile e Maria Laura l’autrice: il nome è quindi diverso. Il cognome invece non viene indicato, o meglio non esplicitamente. C’è infatti nel secondo capitolo della prima parte di Lidia (capitolo intitolato A scuola dalle suore) il ricordo di un appello di classe, appello in cui le bambine venivano chiamate per cognome:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>La suora faceva ogni mattina l’appello: Arienzo, Baldassarre, <strong>Bufano</strong>, Conte, Ladisa, Mirabella, Tamma&#8230; </em><strong>[8]</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Bufano, lo stesso cognome dell’autrice, il segno nel testo di “indubbio fuori testo” quindi c’è: il cognome in copertina si rivela anche nella narrazione. Un’orma, per quanto velata, nascosta tra altri nomi, compare significativa. Tutta la prima parte del romanzo del resto rischia di apparire come eccessivamente autoreferenziale, i ricordi della vita di una donna messi in fila uno dietro all’altro: questo non è, lo rivela la stessa evidenza testuale: sommando le parti in prima persona (quelle di Lidia) e quelle in terza (i capitoli di Paolo), constatiamo un sostanziale equilibrio: sulle oltre 210 pagine della prima parte del romanzo la differenza tra i capitoli di Lidia e quelli di Paolo si attesta appena sulle 3069 battute: un paio di pagine (capitoli Lidia: 162.819 battute, capitoli Paolo: 165.888 battute <strong>[9]</strong>). Del resto lo stesso giro narrativo di questo primo pezzo di traiettoria delle due parabole diegetiche conferma lo studiato movimento legato all’alternanza dei racconti: i molti parallelismi fra le due storie, che le legano per somiglianza o per contrasto (come la condizione di ultimogeniti dei due protagonisti, il rapporto con le rispettive sorelle, la scuola delle monache, la frequentazione de “la casa grande” da parte di Lidia, la scoperta della “reggia” da parte di Paolo, etc) contribuiscono a creare la sensazione via via più sempre più coinvolgente di attrazione verso il centro, di precipitazione gravitazionale che attira le due eliche della galassia romanzesca sempre più rapidamente verso il suo nucleo, ossia l’incontro, nella seconda parte, e poi la conclusione. Eppure la sfasatura che fa della protagonista a tratti narratrice autobiografica a tratti narratrice onniscente &#8211; è lei la voce narrante anche delle vicende di Paolo – deve aver causato qualche turbamento nell’autrice, che, forse temendo un impatto apparentemente troppo autoreferenziale dei primi capitoli agli occhi del lettore, sin dalla brevissima introduzione cerca insieme di dichiarare il germe di duplicità &#8211; che è cifra di Interno con rivoluzione -, mostrando al contempo coscienza di quello che è uno dei principali tratti del romanzo contemporaneo da Proust in poi, in particolare dei romanzi di memorie o autobiografici. Tratto che è rappresentato dalla rifrazione dei ricordi e delle esperienze di vita proiettati su una molteplicità di personaggi, che incarnano così vari punti di vista propri dell’autore (la differenza rispetto al passato è che ora questo genere di procedimento è cosciente e spesso dichiarato):</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Spero che chi giunga alla fine del libro, concordi con me su un punto: protagonista della storia è Paolo, più che Lidia.<br />
Ma lei, per farlo vivere in queste pagine, gli ha regalato pezzi di se stessa, della sua esistenza vissuta o immaginata. Ciò non le è stato difficile, anzi le è venuto spontaneo. La parola identità è per lei sopportabile, e persino cara in un solo significato: quando indica il prodigio che talvolta sorprende esseri umani, agli occhi del mondo distanti o addirittura contrapposti, nel momento in cui scoprono ampie zone di se stessi non solo somiglianti a quelle dell’altro, ma in tutto identiche </em><strong>[10]</strong><em>.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Partendo da queste parole a questo punto è lecito domandarsi se o in quale misura “protagonista della storia sia Paolo più che Lidia”. Rimanendo ancorati alle evidenze narratologiche notiamo che mentre anche nella seconda parte – momento di incontro e di fusione delle singole vicende – pur essendo la narrazione completamente in prima persona (a raccontare è, naturalmente, sempre Lidia) si può riscontrare un sostanziale equilibrio per quanto riguarda la presenza nel racconto dei due protagonisti, nel terzo ed ultimo segmento questo non accade: il racconto che qui è invece completamente in terza persona narra attraverso visionarie, fosche, e sognanti immagini, le vicende conclusive della vita di Paolo. In questo senso, e anche perché è Lidia a narrare per tutto il romanzo, si potrebbe leggere – così come vorrebbe l’autrice &#8211; <em>Interno con rivoluzione </em>come la storia di Paolo, o, per lo meno, come la storia prevalentemente di Paolo.</p>
<p style="text-align:justify;">Conoscendo personalmente l’autrice riguardo a questo punto mi viene in realtà da domandarmi in quale misura abbia pesato nel definire programmaticamente Paolo protagonista principale di Interno con rivoluzione il timore di veder etichettato il romanzo come esempio di scrittura femminista. Circostanza del resto già verificatasi in occasione della partecipazione e dell’inclusione tra i finalisti della quattordicesima edizione del Premio Calvino – nel 2001 -, quando i giurati valutarono sotto quel segno il testo che allora non recava l’attuale, definitiva, introduzione, che pare fornire anche per questo una decisiva indicazione in tal senso <strong>[11]</strong>.<strong> </strong>E in questo caso mi permetto di sbilanciarmi decisamente in favore dell’autrice: l’impressione più forte e più viva che si ricava dalla lettura di questo libro è proprio la vitalità e lo scontro delle voci maschile e femminile. La purezza &#8211; se così possiamo dire &#8211; del punto di vista femminile è tale da spiazzare più di una volta il lettore uomo, da metterlo di fronte a un modo di intendere i rapporti interpersonali geneticamente diverso dal proprio, e tutto questo nonostante lo scorrere della vicenda sia interno alle dinamiche politiche dell’Italia degli anni ’60, interno alle correnti di partito, e in contatto anche coi movimenti femministi (contatto che però non modifica l’intonazione dell’anima che la narratrice trasmette alle parole). Pur raccontando le vicende di una donna sola in una sezione politica, il tono della voce narrante non subisce una inclinazione di segno femminista, inclinazione che la opacizzerebbe, appesantendola. Come esempio prendo una pagina della seconda parte del romanzo in cui Lidia, dopo una rottura con Paolo, annota su una pagina di diario commenti alternati a disegni, politica e vita:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Paolo aveva tante volte riso del mio modo di stare alle riunioni. Nella nuova sede non c’era più il tavolo grande con intorno le sedie, ma file di vecchie poltroncine comprate da un cinematografo che le aveva cambiate, e di fronte un tavolo stretto, su una pedana. Io non riuscivo a rimanere a lungo ferma: negli intervalli fra un intervento e l’altro, mi alzavo, avvicinavo questo o quello, chiedevo un parere, facevo un commento, poi tornavo dove ero seduta prima o cambiavo posto, e intanto fumavo e soffrivo nel dover attendere il mio turno per intervenire. Durante quel convegno, invece, me ne stetti seduta, in fondo, ondeggiante fra nostalgie e desideri di qualcosa di indefinito. Con un pezzo della mente seguivo i discorsi, con un altro pensavo alla mia vita. Ho riaperto a distanza di tanti anni la mia agenda di allora e ho trovato gli appunti di quel convegno inframmezzati da disegni e ghirigori.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Bisogni di comunismo. Non più partito-guida, partito-mediazione di interessi e di idee. Forza politica formata dall’incontro di nuovi soggetti sociali emersi in questi decenni, in questi anni. Una sagoma di testa di gatto. Bisogni di comunismo, sviluppo capitalistico insostenibile. Rivoluzione democratica possibile solo in sistemi a capitalismo avanzato. Un fiore con il gambo, le foglioline e il centro tondo. Socialismo e democrazia, coniugare socialismo e democrazia. Ruolo ambiguo dell’intellettuale di massa, ruolo ambiguo dello studente. Alleanza organica fra intellettuali e classe operaia. Bisogni di comunismo. Tramonto del modello togliattiano di partito. Irriformabilità dei regimi dell’Est. Una lumaca che striscia su una foglia. Sottosviluppo nel mondo, ipocrisia degli aiuti dell’occidente sviluppato. Aiuti dell’occidente sviluppato, accentuazione divario, apertura forbice. Programma per la scuola. Quattro ore di studio e quattro di lavoro. Scuola-parcheggio. Un serpentello che tira fuori la lingua biforcuta. Classe operaia cambia scuola, cambia cultura. Consigli. Consigli di fabbrica e consigli di zona. Superamento della divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Un porcospino che sta camminando. Democrazia e socialismo. Democrazia parlamentare e democrazia consiliare. Bisogni diffusi di comunismo in Occidente. Intellettuale collettivo, intellettuale gramsciano. Unione Sovietica e divisione internazionale del lavoro. Un uccello che vola disegnato senza sollevare la punta della penna dalla pagina. Sostegno sovietico alle borghesie nazionali del terzo mondo. Borghesie nazionali terzo mondo, società stratificate, ingiustizie sociali, regimi autoritari. Divisione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Intellettuale collettivo. Intellettuale gramsciano, operaio intellettuale. Un omino che si sta tuffando da un trampolino, con il costume da bagno a pois. Intellettuale organico. Cultura borghese, cultura dominante. Intervento della classe operaia nelle istituzioni culturali. Rivoluzione culturale cinese e rivoluzione culturale in Europa. Cina e India: differenze. Un coniglio che sta brucando un fiore. Rivoluzione maoista. Modello cinese. Irriformabilità dei regimi dell’Est. Movimento degli studenti. Movimento operaio: entra nella scuola e la trasforma. Diversità italiana. Una tartaruga che ha tirato fuori la testa. Famiglia, superamento dell’economia domestica basata sui consumi individuali. Una persona su un’auto in cui ce ne starebbero cinque. Trasmissione di valori borghesi. Socializzazione dei bisogni. Disoccupazione intellettuale. Un pesce a strisce. Ruolo ambiguo dello studente. Quattro ore di studio e quattro ore di lavoro. Un albero </em><strong>[12]</strong><em>. </em></p>
<p style="text-align:justify;">A questo punto non senza profitto ci si potrebbe fermare ad osservare il tipo di risposte che i due protagonisti danno a domande simili. La prima parte del libro sottolinea tra le innegabili differenze (geografico-sociali principalmente, lei di una famiglia laico-borghese del sud, lui di una proletaria del nord) la molteplicità delle somiglianze: e a queste premesse parallele i due protagonisti cercano invano di dare una risposta comune: le loro soluzioni, paradossalmente proprio nel momento in cui le storie finiscono per intrecciarsi, risultano differenti. Il tipo di domanda posto implicitamente dalle due vicende di vita dei protagonisti ha un sapore (inconsapevolmente?) esistenzialista. La struttura del romanzo, che segue cronologicamente i due protagonisti dalla nascita, certamente aiuta una progressione narrativa di tipo ‘formativo’. Ma già dal modo stesso di mettersi di fronte alla vita <strong>[13]</strong> si riscontrano delle differenze: mentre le scelte di rottura di Lidia appaiono decise e consapevoli, l’evoluzione di Paolo, più morbida, sembra sempre essere guidata, a tratti sostenuta, prima dalla madre, poi in qualche misura poggiata sulla stessa Lidia. Paolo ha una certamente una forte indipendenza – mostrata dalle numerose fughe nei paesi dell’est (quella del viaggiatore  <strong>[14]</strong> è per altro una delle incarnazioni segnalate ne <em>Il mito di Sisifo</em> da Camus per quanto riguarda la descrizione dell’uomo assurdo, dello spirito esistenzialista insomma), ma la sua figura di tenue uomo nuovo inconsapevolmente assurdo &#8211; per prendere parzialmente in prestito la definizione camusiana – finisce per svuotarsi verso la fine del romanzo quando pur accettando con infinita dedizione e dolcezza il ruolo di padre in un’epoca in cui gli uomini ancora non si occupavano di queste faccende allora ritenute esclusivamente femminili (in questo senso Paolo è precursore dell’uomo occidentale contemporaneo, ora all’inizio del XXI sec. questo genere di premure sono ormai comunemente considerate di competenza anche maschile), rimane solo a causa dell’ormai irrecuperabile distanza amorosa impostagli da Lidia. Paolo alla fine del romanzo è un personaggio solo e non può che morire, la sua rivoluzione si chiude come un cerchio, sebbene l’angolo di inclinazione sia ben più alto rispetto a quello che era quando partì il segno capace di tracciare la circonferenza. Il percorso di Paolo è presentato come unico, un altro personaggio partiva da premesse praticamente identiche, il fratello Bruno, con la madre e la sorella pronte ad accudirlo ma Bruno, al contrario di Paolo, si perde sull’irrecuperabile via dell’alcolismo, come il padre. Lidia invece è più compiutamente un personaggio di stampo esistenzialista (non credo che la definizione, per altro molto oscillante, sia del tutto corretta, né ritengo che l’autrice abbia scritto <em>Interno con rivoluzione</em> con questo intento, ma per comodità di giudizio critico sfrutto ancora una volta questo termine di paragone). Sin da ragazza sembra continuamente interrogarsi sul significato della vita, o meglio sul senso che abbia lo stare al mondo: nella prima parte per ben 5 volte si interroga sulla possibilità di “darsi la morte” <strong>[15]</strong>, la parola ‘suicidio’ da sola conta 4 occorrenze, l’ultima delle quali all’inizio della seconda parte nel corso del primo incontro con Paolo; da questo momento il rapporto con la vita di Lidia sembra risolversi in favore della piena accettazione di un destino, di un’esistenza, istanza, questa, di matrice puramente camusiana <strong>[16]</strong>. La continua rivolta di Lidia, verso la famiglia, nell’adesione al Partito comunista – nell’uscita dal Partito in favore del gruppo dissidente rappresentato dal nascente manifesto, verso i contrastanti amori giovanili, verso le continue irrequietudini di Paolo, verso la di lui famiglia sono segno di forza e sofferenza e soprattutto di piena e definitiva accettazione della vita, come dice ancora Camus:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Tale rivolta non è aspirazione, poiché è senza speranza, è la certezza di un destino schiacciante, meno la rassegnazione che dovrebbe accompagnarla. [...] Questa rivolta dà alla vita il suo valore. Diffusa per tutta un’esistenza, quella restituisce a questa la sua grandezza. Per un uomo senza paraocchi, non vi è spettacolo più bello di quello dell’intelligenza alle prese con una realtà che la supera </em><strong>[17]</strong><strong></strong><em>.</em></p>
<p style="text-align:justify;">La rivoluzione di Lidia è finalmente superata solo dalla nascita di una nuova famiglia, contro cui qualunque rivolta è impensabile. Il suo atteggiamento più esuberante, più prepotente – e non solo per il fatto di essere la narratrice di tutta la storia – si placa nel corpo della famiglia, nel corpo dei figli, momento nel quale culmina l’evoluzione di questo deciso personaggio femminile. La rivoluzione di Lidia che si risolve nella spirale della maternità le consente di rinunciare all’amore per Paolo, la rivolta sempre mobile trova il suo ultimo e definitivo oggetto di realizzazione, e l’istanza generatrice che c’è nel personaggio narratore è la stessa che è possibile scorgere nell’autrice: Interno con rivoluzione appare infatti in questo senso come suprema testimonianza della genesi familiare, come romanzo in cui nuovamente si incarna lo spirito e l’impulso di un nuovo, nascente libro di famiglia, raccontato da una donna.</p>
<p style="text-align:justify;">Passando all’ambientazione del romanzo è importante notare come lo stile asciutto della scrittura eviti quasi programmaticamente le descrizioni, in special modo quelle spaziali, lasciando addirittura senza nome le città in cui la storia si sviluppa: M. la città pugliese di Lidia e F. quella lombarda di Paolo. L’ambiente è formato soprattutto da persone: familiari, amici, o compagni politici. E la presenza della politica – pur fungendo più di una volta da centro propulsore delle vicende narrative (gli stessi spostamenti dei personaggi sono legati spesso a situazioni politiche, come lo spostamento per il viaggio al primo congresso nazionale del manifesto, per cui Lidia era delegata) – e pur essendo una viva testimonianza del modo di vivere la vita pubblica, di discuterne e di darle forma in un’epoca ormai socialmente e politicamente lontana (e dal punto di vista politico senza dubbio perduta, invidiabile), compare soprattutto a livello di scenario, palco nel quale si muovono i due protagonisti. Essendo in ogni caso la parabola politica dei due protagonisti socialisticamente esemplare viene da domandarsi se la Bufano non abbia tenuto in qualche considerazione le indicazioni generali del cosiddetto realismo socialista nell’ideazione del suo testo. Argomento per altro apertamente toccato da Silvio, un intellettuale compagno di sezione con cui Lidia intraprende una breve relazione durante una delle fughe di Paolo:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Rifiutava ogni forma di zdanovismo, non sopportava il realismo socialista. Ma un’alternativa a tutto questo, che non ricadesse nei vizi della cultura accademica, della letteratura come stolto privilegio, non riusciva proprio a vederla </em><strong>[18]</strong><em>. </em></p>
<p style="text-align:justify;">Parole che si avrebbe la tentazione di estendere all’interpretazione di tutto Interno con rivoluzione, che pur non possedendo la forma del romanzo classico puro &#8211; per via dello sfasamento del narratore – mette in scena un’istanza di formazione politica senza dubbio esemplare e che probabilmente sarebbe per questo passato anche al vaglio della durissima censura zdanovista sopra evocata. Sull’eventuale influenza diretta dei dettami del realismo socialista sarà utile il confronto in forma di intervista che seguirà questa parte, in cui mi riservo di porle tra le altre questa domanda. Concludo parlando del finale. La terza parte, costituita dal delirio visionario raccontato in terza persona da Lidia e che rappresenta la morte di Paolo può spiazzare per l’improvvisa e repentina variazione di tono. L’ambientazione cupa e surreale costituisce un deciso cambio di tono rispetto al resto del romanzo, la cui scrittura lineare e tagliente non concede nulla alla visione sognante, di qualunque segno. Quello che mi sento di dire è che la soluzione adottata dalla Bufano è coraggiosa e apprezzabile, il delirio della morte è così seguito con viva partecipazione da Lidia, che prova – e da narratrice onnisciente naturalmente riesce – a farcelo vivere, rinunciando in questo caso a una fredda descrizione di un corpo in un letto che estenuato dal male smette di vivere. La parentesi visionaria del resto si interrompe bruscamente con le ultimissime parole del romanzo, quando la fine si impone con la sordità di un colpo, lasciando tutti i lettori (anche a quelli che solo questo avrebbero voluto) con l’evidente, fatale rimbombo tipico delle domande impossibili:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>La risposta più importante, quella che darebbe un po’ di pace a chi è ancora all’inizio o a metà del cammino, non arriva mai, proprio mai. Il conto resta sempre e per sempre aperto. E ciò che si può dire d’ora in poi di lui ritorna a chi l’ha detto con l’evidenza di una palla battuta sul muro </em><strong>[19]</strong><em>.</em></p>
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<p style="text-align:center;"><strong> 2.1.3 Intervista a Maria Laura Bufano</strong></p>
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<p style="text-align:justify;"><strong><em>Interno con rivoluzione</em> è un romanzo. Ma forti si scorgono tratti autobiografici. Tu però sembri voler mettere in guardia il lettore, quasi scongiurare una sua interpretazione in questo senso sin dalla pagina introduttiva. La prima domanda è, perché? E poi, che rapporto hai tu con l’esperienza di vita che diventa letteratura proiettata e frazionata nella moltitudine dei personaggi, dei ricordi e dei punti di vista delle incarnazioni romanzesche?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Parto da qualche considerazione sulla memoria e le memorie. In questi anni il discorso sui doveri della memoria è diventato asfissiante, l’invito a ricordare si è fatto stereotipo, retorica, ma nel senso deteriore della parola: come tutti gli stereotipi, mantiene solo il valore dell’ossessiva ripetizione fine a se stessa, tende a smarrire per strada il suo contenuto, e soprattutto la sua genesi: il che è paradossale, trattandosi proprio di memoria. Io credo che nel considerare gli eventi del passato sia necessario attivare sguardi diversi. Per me, almeno, è necessario: per riuscire a vivere, se no mi ucciderei subito, la vita diventerebbe proprio insopportabile.<br />
La memoria delle tragedie, dei massacri, dei torti crudeli inflitti da esseri umani ad altri esseri umani, e da gruppi umani ad altri gruppi umani… questa memoria richiede uno sforzo continuo, logorante, a volte doloroso, e soprattutto che non finisce mai, di approssimazione all’oggettività, alla verità dei fatti. Non è una cosa che si possa raccattare pacificamente e distrattamente dal bordo della strada, come molti oggi credono di poter fare. E neppure con visite ad Auschwitz. Coincide in buona parte con la “grande storia”, che forse non verrebbe indagata se non fosse costellata di atrocità.<br />
Diverso il discorso per il passato individuale, per le felicità, le infelicità, e persino per gran parte dei drammi e delle tragedie di ordinarie esistenze. Forse riesco a spiegarmi con una metafora. La memoria individuale è come una pianta che ci cresce sull’omero sinistro (ai mancini, forse sul destro), e via via che si ingrandisce, si sporge dietro di noi. Diventa un albero con una miriade di foglie, caotico, pesante, che ci tira a terra, e se ne sta tra altri alberi di diverse dimensioni, i più grandi pieni di polvere e di rami rotti, trascinati da altri esseri più o meno umani, stanchissimi per questo peso. Cercare di sbrogliarlo per capire chi siamo non è possibile; raccontarlo neppure. Per quel che mi riguarda, ho preso un’ascia, con la mano destra, e ho cercato di tagliarlo più a fondo che ho potuto. Certo, non l’ho estirpato. Poi mi sono trascinata davanti tutta quella ramaglia. Ho staccato rametti, li ho puliti, curvati, intrecciati, lucidati, colorati. Di quello ch’è avanzato ho cercato di fare un bel falò. Il prodotto di tanto lavoro – forse dissennato, non so &#8211; è costituito da qualche cesta di forma il più possibile geometrica. La tensione verso una delimitazione formale è per me necessaria perché il pensiero si muova liberamente e non sia paralizzato dallo spavento… Amo abbastanza Elsa Morante, ma soprattutto l’ammiro perché è assolutamente intrepida, non ha paura di affidarsi all’eccesso, alla ridondanza, a una sorta di mimesi dell’esistenza, nel racconto di vite umane… Io non ne sarei proprio capace.<br />
I personaggi… certo, molti di loro – non tutti &#8211; hanno avuto origine da persone che ho conosciuto. Ma c’è stato un vai e vieni, nella mia mente: venivano, andavano, vengono, se ne vanno, ricompaiono, assumono nuove caratteristiche e comportamenti: qualche volta anche nei sogni. Le loro storie sono rametti lucidati, infine. Non per questo, le considero con indifferenza.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Perché ritieni che “protagonista del romanzo sia Paolo più che Lidia”, dipende solo da una reazione alle letture di stampo femminista che hanno fatto del tuo libro i giurati del Calvino o lo pensi veramente. A me pare che i protagonisti siano due e la struttura del testo sembra confermare questa ipostesi.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Ho scritto varie cose, non tantissime, ma neppure una sola. Ogni volta che mi sono messa a scrivere qualcosa di un po’ ampio, mi è successo dopo un’arrabbiatura profonda e lunga, che si è gonfiata e gonfiata nel tempo. Poi, oltre all’arrabbiatura, c’erano certamente altre cose, sensazioni, pensieri, emozioni diverse che chiedevano di prendere forma. Ma quello che legava tutto – mi sembra – era proprio la voglia di aggiustare pensieri storti – altrui, naturalmente – su cui non c’era stata possibilità di confronto e di discussione. Certo, una gran presunzione, la mia, non dico di no. Nel caso specifico, ricordo – ma può darsi che questo ricordo faccia parte dell’albero caotico di cui dicevo sopra: quindi non c’è da fidarsi – ricordo, dicevo, che era giunta al culmine un’arrabbiatura più che decennale. Gli esseri umani maschi mi parevano allora molto vulnerabili e infinitamente cari, ma anche tremendamente ricattatorî. E gli esseri umani del mio stesso sesso/genere straordinariamente ciechi dinanzi a questo ricatto. Avrei voluto che il movimento delle donne facesse manifestazioni furiose contro questa canagliata maschile di morire prima, di scapparsene dalla vita, lasciando le loro compagne a sbattersi con il dolore e le difficoltà… Invece niente. In un certo modo dar vita al personaggio di Paolo è stata la mia manifestazione di protesta, l’unica possibile: contro uomini e donne.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Di Silvio a un certo punto la narratrice afferma: “Rifiutava ogni forma di zdanovismo, non sopportava il realismo socialista. Ma un’alternativa a tutto questo, che non ricadesse nei vizi della cultura accademica, della letteratura come stolto privilegio, non riusciva proprio a vederla”. Giriamo la domanda a te: il tuo romanzo deve qualcosa alle indicazioni del cosiddetto realismo socialista?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Tra le letture della mia adolescenza e prima giovinezza, ci sono stati certamente Vasco Pratolini, Francesco Jovine, Carlo Levi (anche se a proposito di quest’ultimo si può parlare meno che per gli altri di “realismo socialista”: ma forse è difficile applicare a chiunque delle etichette). La storia di Silvio è, ma soltanto in parte, la mia. Quando mi laureai, mi si offrì subito la possibilità di lavorare nell’università. Caddi in una crisi profondissima: scrivere saggi perché li leggesse qualcuno interno al mondo accademico, o al massimo qualche laureando, e passare la vita a leggere saggi altrui e a riscrivere sui saggi altrui proprie considerazioni… Allora mi appariva così il mondo accademico. Forse esageravo, ero ingiusta. Sarebbe stato certamente velleitario presumere di rompere il circolo chiuso andandosene verso “la classe operaia”. Non credo di aver mai sofferto di quella malattia che allora si chiamava press’a poco populismo oppure operaismo. Però me ne andai a insegnare a scuola… facendo certamente all’inizio molte sciocchezze, poi diventando una bravissima insegnante.<br />
Silvio è nel romanzo un personaggio un po’ a metà. Non ha forza di sentimenti e immaginazione, e neppure il coraggio e la radicalità da kamikaze di Paolo. È un personaggio che non richiama nessuna persona da me conosciuta. È se mai un mio sdoppiamento, proprio mio, di Maria Laura, non di Lidia.<br />
Quanto al “realismo socialista”: no, non credo di essermi ispirata a quei modelli. Nel mio discorso – e in quello di Silvio – sulla cultura accademica, è adombrato il rifiuto di tutti i ricami che sono stati fatti – qualche volta con motivazioni serie, poi, il più delle volte in modo stereotipato – sulla crisi del romanzo. È questo un discorso che non posso affrontare qui. Quel ch’è certo è che questa “morte” che si attendeva non c’è stata. In Spagna c’è ora una fioritura di romanzi non di genere, che non esito a considerare grandi: per esempio El mundo di Juan José Millás. Ma il realismo socialista cui fa riferimento Silvio per me non è mai stata un’uscita, come pare sia per lui, pur se provvisoria. Il realismo socialista, anche se raccontava storie tristi, doveva essere a suo modo edificante. Non credo che questo possa dirsi di Interno con rivoluzione.<br />
Non posso parlare di “modelli”: sarebbe atrocemente presuntuoso, da parte mia. Però posso dire quali libri hanno reso la mia vita più bella. Soprattutto i grandi romanzi tra Ottocento e Novecento. Ne nomino solo qualcuno: Guerra e pace, più di ogni altro, un libro infinito. Alessandro Manzoni: mi è stato possibile amarlo moltissimo perché non sono cattolica e non lo sono mai stata davvero. È uno che dimostra l’amore per il suo paese (la futura “patria”, ai suoi tempi) dicendogliene di tutti i colori, raccontando con forza tutti i suoi mali. La sua visione tragica della storia umana, l’irrequietudine dei singoli, non diventano, di per sé, meno tragiche perché c’è un Dio, almeno su questa terra. Dopo si vedrà. Le sue prese di posizione laiche, limpide, legate al suo cristianesimo radicale, bisognerebbe ricordarle a tanti cristiani di oggi… E poi Zeno, i Buddenbrok, La famiglia Moskat, La marcia di Radezski… Anche, più recente, la trilogia di Mafhuz. O anche lo straordinario “romanzo”, di un candore assurdo, che è il Canzoniere di Saba. Non voglio assolutamente dire che pongo in relazione, neppure alla lontana, il mio libro con questi che ho nominato. Però la narrazione intensa, che cammina, si flette, prosegue per un pezzo in linea quasi retta, poi, dopo un lungo percorso, alla fine, può ritornare a saldarsi con la testa, come la coda di un gatto a ciambella, può essere un mondo grande. Trovi al suo interno spiegata la vita o raccontata l’assurdità che non si può spiegare.<br />
Ritorno al mio assai più modesto Interno con rivoluzione: almeno nelle mie intenzioni – poi so benissimo che è il lettore che deve giudicare – non è pienamente realista e non è neppure un “romanzo fantastico” (la malattia dei generi, una delle tante dei nostri anni e in particolare del nostro paese!). Lidia parla in prima persona, ma racconta Paolo come narratrice onnisciente: uno scarto evidente nella logica realistica e nelle “regole narratologiche”. Potrebbe intendersi come uno dei tanti giochi postmodernisti con cui l’autore evidenzia i “meccanismi” della sua costruzione. Nelle mie intenzioni non è questo: non è un gioco, è omaggio di una vita immaginata e raccontata, a un personaggio maschile, Paolo, confusionario, ma infine, credo, più simpatico (almeno per me lo è) di quello femminile. Una sorta di stilnovismo privato, zoppo, a cui manca, naturalmente, un Dio e un cielo, e perciò è disperato. La tremenda quotidianità che abbatte ogni grandezza. Però forse Paolo, a suo modo, resta grande.<br />
Dopo aver scritto questo testo, ho letto i romanzi brevi di Natalia Ginzburg, poco conosciuti e straordinari. Anche lei parla in prima persona e, con un atto di immedesimazione negli altrui destini che sembra del tutto naturale, fa anche la narratrice onnisciente. Non lo sapevo, ma questa scoperta mi ha confortata.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Tema di questa tesi sono le forme della scrittura autobiografica ma a queste viene anche accostata la rinascita, in forme nuove &#8211; principalmente in forma di romanzo &#8211; di un antico genere di scritture: il libro di famiglia. Tu credi che in qualche modo lo spirito del libro di famiglia abbia lasciato un segno o, anche inconsapevolmente, sopravviva all’interno del tuo testo, magari come istanza di romanzo generazionale (forma che non è esattamente quella del tuo libro, che però sembra presagire una simile possibilità)?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">La famiglia… beh, non mi è mai piaciuta questa parola e ciò che si porta dietro. In questo forse resto molto “vecchia”, molto sessantottina. Non credo che Interno con rivoluzione assomigli a quelle che molti chiamano “saghe familiari”. Sono se mai famiglie che si sgranano, che finiscono, non solo per il passare del tempo che cambia le cose, ma per una malattia interna alla compagine. Nel “libro di famiglia” ci deve essere, credo, almeno un filo di nostalgia per il mondo perduto. I rapporti fra figli e i genitori sono forze meravigliose e terribili. Quello tra zii o nonni e nipoti può essere, se si ha fortuna, molto dolce. Il rapporto fra due persone può essere di forte amore, odio, indifferenza etc. La famiglia però è un’altra cosa: è spesso un’insieme di convinzioni, apparenze, vincoli, obblighi, attese, che toglie libertà agli individui. Il “noi” è un pronome quanto meno pericoloso, a partire dal “noi” che si riferisce ai componenti di una famiglia. Il “noi” familiare può essere forse il più tremendo di tutti. Tutti o quasi tutti i personaggi della mia storia – delle mie storie – sono persone potenzialmente “buone”, dotate di una loro mitezza, che soffrono o sono deformate dalla costrizione e dalle mitologie familiari. Certo, non solo da queste, anche da qualcosa che non è definibile. Anche le zie di Lidia, sicuramente fra i personaggi più coesi e armonici del romanzo. In questo senso, ma solo in questo, il mio può essere considerato un “libro di famiglia”: un libro che critica – ma senza trovare altri esiti – la famiglia. Anche Lidia, dopo essersene baldamente andata dalla famiglia, in momenti di grande difficoltà recupera, anche se per poco, un’assurda speranza nella solidarietà familiare.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La scelta di non nominare le città, di descrivere poco i luoghi, è scelta di stile ma paradossalmente si concilia poco con l’attivismo politico di quegli anni per sua natura legato al territorio, da cosa dipende questa decisione?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">La scelta di non descrivere – o di descrivere solo ciò che serve alla narrazione – è, mi pare, coerente con questo tono, per così dire, antielegiaco. Quanto all’attivismo politico… certamente, quarant’anni fa l’attività politica era meno “globale”. Però ciò che già allora contraddistingueva la sinistra era la tensione al mondo: certo, con moltissime deformazioni, errori grossolani, semplificazioni. Ma anche con l’idea forte e a quel tempo abbastanza generalizzata &#8211; nella sinistra di tutte le sfumature &#8211; che la provenienza geografica non dovesse porre barriere fra le persone. Ciò non vuol dire che il localismo e anche la xenofobie non fossero in agguato: tutto ciò che è successo in tempi recenti nella mente della gente, anche di sinistra, anche di estrema sinistra, deve aver avuto un lungo tempo di incubazione. Ricordo che qualche anno fa – si era già, di sicuro, nel nuovo millennio – tornavo a Bergamo da Milano in treno. Era domenica. Alla stazione di Bergamo c’erano molti della Lega che avevano terminato da poco una manifestazione. Se non fosse stato per le bandiere con i loro simboli… sembrava di essere saltati dentro la conclusione di una manifestazione della sinistra dell’inizio degli anni settanta. Le stesse barbe, gli stessi capelli scompigliati, le stesse età mescolate, molti genitori giovani con bambini, quasi lo stesso stile nel vestire. I forsennati là non si vedevano. Salii sull’autobus di città per andare a casa. C’erano signore anziane che avevano assistito alla manifestazione, perfettamente uguali a quelle del tempo della mia giovinezza, che si raccontavano di quello che avrebbero cucinato – polenta, coniglio, etc. &#8211; per i giovani “guerrieri” che sarebbero arrivati a mangiare a casa loro. Pensai allora che se fossi stata giovane, mi sarei messa a studiare questa faccenda della continuità di linguaggi, di simboli, di comportamenti: qualcosa che è serpeggiato nascostamente, di cui non si aveva allora coscienza.</p>
<p style="text-align:justify;">Però, negli anni settanta, almeno nelle dichiarazioni, non erano accettate dalla sinistra le chiusure nel localismo, l’esclusione di chi arrivava dall’esterno. L’affidare al caso la scelta delle iniziali dei nomi delle due città, nel mio romanzo, ha questo antico significato di apertura.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Come ti poni di fronte all&#8217;accostamento a Camus e in generale a qualche istanza esistenzialista per quel che riguarda i tuoi personaggi? Io non classificherei il tuo romanzo come esistenzialista, e nemmeno storico, abbiamo detto che non può passare per autobiografismo vero e proprio, rimane in piedi forse proprio la narrazione di formazione realista/socialista. Che definizione daresti tu?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Non darei definizioni di genere. Detesto queste manie di classificazione in generi. Qui in Spagna mi pare che non ci sia, non così forte, almeno. Quelli che su giornali e riviste parlano de El mundo di Millás, cui ho accennato sopra, non si sognano di parlare di generi. Parla di infanzia, di strade conosciute, ma anche di un universo strano che si spalanca quando si guarda dalla finestrella di una specie di cantina… E di un quartiere in cui abitano, almeno agli occhi di certi personaggi, le anime dei morti. Con una forza che rende queste cose più reali della realtà che ci pare di vivere.<br />
Camus… uno scrittore che, non so davvero perché, ho conosciuto solo in tarda età: per merito di Davide Martirani e di mio figlio. Non so perché uno esclude dalle proprie letture, per decenni, senza una ragione, scrittori noti, importanti. Una sorta di incantesimo. È immenso, Camus.<br />
La collisione fra quello che chiamo, non in senso strettamente esistenzialista, “esistenziale” e quello che chiamo “politico” è stata forte, nella prima metà degli anni settanta. L’idea che i moti, i bisogni, i pensieri più profondi, le sofferenze di un individuo, non solo non fossero raccolti, ma spesso fossero in collisione con l’appartenenza politica, era molto viva in quegli anni: la questione era stata sollevata in gran parte dal movimento femminista, che al suo nascere era assai variegato, fatto di tante posizioni diverse, vivo.<br />
Lidia e, in modo certamente più drammatico, continuativo e autodistruttivo, Paolo, avvertono talvolta l’appartenenza politica come un involucro astratto. Tengo a precisare che, a mio parere, non tutto ciò che è astratto è brutto e cattivo. Il cosiddetto concreto può essere orrido. Nel caso specifico, però, quest’astrazione può sembrare gelida, burocratica, stupidamente e pur necessariamente dura, stritolante. Qualcosa che assomiglia al “noi” della famiglia, un’accetta che taglia o ignora quel che non rientra nei canoni, nella mitologia del gruppo. Questo è presente nel romanzo, non tanto sotto forma di colpe individuali di singoli personaggi, ma come oppressione iscritta nell’appartenenza politica, oltre che in una specifica tradizione di sinistra.<br />
Penso però, uscendo dal discorso sul romanzo, che, allo stato attuale delle cose del mondo, uno dei mezzi insostituibili per provocare cambiamenti di cui tanti hanno bisogno, stia nell’unirsi ad altri, sulla base di una relativa comunanza di propositi. Forse, se fossi giovane, ci proverei un’altra volta. Da una certa età in poi ho sentito come venir meno la legittimità di essere attiva politicamente: forse l’ossessione per la gerontocrazia che permea tutti gli aspetti della vita associata in Italia, o forse una stanchezza legata all’età, mi hanno reso impossibile una partecipazione attiva.<br />
Poi c’è sicuramente il pensiero individuale, la rivolta del singolo, che contano moltissimo e non si vedono.<br />
Certo, penso che sarebbe bello se quelle che si chiamano “forze politiche”, partiti, fossero permeabili ai pensieri, ai bisogni, alle rivolte dell’individuo: non per dare risposte, ma per scuotersi di dosso gli irrigidimenti. Certo, a furia di scossoni, rischierebbero di esserne distrutti. Non vedo al momento attuale alcuna via d’uscita a questo dilemma.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La terza parte del libro, il finale con la visione surreale della morte di Paolo, ha subito alcune critiche. Secondo te perché non è stato accettato questo scarto?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Mi dissero alcuni giurati del Comitato del premio “Calvino”, quando andai a Torino per partecipare alla festa della premiazione, che il finale era disomogeneo rispetto alla narrazione precedente, realistica. Credo di non assumere in genere posizioni rigide se qualcuno critica quel che scrivo o mi dà consigli. Però, nel caso specifico, ho mantenuto quel che avevo scritto. Sui limiti del realismo del mio romanzo ho già detto e non mi ripeto. Ma soprattutto: il tono surreale della parte finale non è così surreale ed è assolutamente legittimo, persino necessario. Come si può raccontare la morte di un ragazzo se non immaginando un suo delirio finale? Per essere più chiara… ricorro a un esempio di contrasto. Mi viene in mente il romanzo Un uomo di Oriana Fallaci. Si apre col funerale di Panagulis in un’Atene infuocata e affollatissima. Lui, Panagulis, che è stato nella prigione dei colonnelli al tempo della dittatura fascista in Grecia, viene rappresentato solo dopo come personaggio vivente, un uomo nevrotico (come d&#8217;altra parte molti personaggi maschili nella scrittura femminile); qui, in quest’inizio, è un corpo in una bara, non più una persona. Lei addolorata, saggia e grande. Questo è il racconto “realistico” di una morte. Il mio finale è proprio un’altra cosa: neppure l’opposto. Un’altra cosa. I funerali o le rappresentazioni di morti avvenute servono ai vivi, a raccontare il loro dolore, non aggiungono nulla all’immagine di chi se ne è andato. Penso di aver detto tutto.</p>
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<p style="text-align:center;">NOTE</p>
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<p style="text-align:justify;"><strong>[1]</strong> <strong>&#62;&#62;</strong> Davide Martirani, ha conseguito la laurea triennale in Scienze umanistiche nel 2004 con una tesi dal titolo “I concetti di oscurità e luce nell’opera di Carlo Michelstaedter”; la laurea specialistica in Lettere e Filosofia nel 2007 con una tesi dal titolo “Leopardi e Michelstaedter. Un dialogo”; al momento è ricercatore presso la Royal Holloway University of London e colllabora come editor alla <em>Round Robin editrice</em>.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[2] &#62;&#62;</strong> Maria Laura Bufano è nata a Bari nel 1942. Ha insegnato per diversi anni italiano e latino in un liceo scientifico di Bergamo. Nel 2001 Interno con rivoluzione è arrivato tra i finalisti del premio Calvino, e così pure, nel 2003, un suo secondo romanzo, tuttora inedito. Da due anni vive a Conil de la Frontera, un paese oceanico in Andalusia.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[3] &#62;&#62; </strong>Di certo a quel tempo non potevo avere idea che il futuro Interno con rivoluzione sarebbe diventato l’oggetto della mia tesi specialistica, né del resto poteva a quel tempo dirsi certo che l’avremmo pubblicato.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[4] &#62;&#62;</strong> Oltre alle tre poesie eliminate prima dell’inizio di ciascuna parte del romanzo e ai cambiamenti apportati sia il titolo del romanzo che i titoli dei capitoli e dei paragrafi, in fase di editing il testo non ha subito ulteriori cambiamenti.</p>
<p><strong>[5] &#62;&#62; </strong>Philippe Lejeune, (1986), Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, p. 12.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[6] &#62;&#62; </strong>Maria Laura Bufano (2008), Interno con rivoluzione, Roma, Round Robin, p. 7.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[7] &#62;&#62; </strong>Philippe Lejeune, (1986), Il patto autobiografico, cit., p. 22.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[8] &#62;&#62; </strong>Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 45.<strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[9] &#62;&#62;</strong> Il conteggio delle battute è stato calcolato includendo gli spazi.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[10] &#62;&#62;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 9.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[11] &#62;&#62;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 272.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[12] &#62;&#62;</strong> Riportiamo qui alcuni passaggi tratti dalle schede di lettura che i giurati del Premio Calvino fecero per il romanzo allora intitolato Pater: in particolare lo sbilanciamento della loro interpretazione sulla voce narrante femminile-femminista e sull’essenza della storia, a loro avviso soprattutto e decisamente ‘storia di Lidia’ devono aver messo in guardia l’autrice che ha cercato con la nuova introduzione al romanzo di offrire ai lettori un’importante indicazione: la storia ruota infatti intorno a due protagonisti, addirittura, dovendo scegliere, al centro, secondo la Bufano, più Paolo che Lidia. Copiamo qui di seguito parte delle sopra-citate schede di lettura dei giurati del Premio Calvino: “Questo romanzo racconta la storia di una donna, Lidia, partendo da una larga panoramica riguardante la sua famiglia e la vita condotta da bambina in Puglia, fino a concentrarsi sempre più sulle vicissitudini personali della protagonista, in un primo piano sempre più ravvicinato, man mano che lei cresce. In questo l’autrice ha saputo riprodurre con esattezza lo schema del romanzo classico, rispecchiandone le caratteristiche e costruendolo in maniera impeccabile. Le storie della protagonista si sviluppano lungo una serie di rapporti duali, che vedono sempre lei al centro delle vicende proposte. Si veda ad esempio, l’impegno profuso nell’attività di partito, lei e i suoi figli, lei e l’amore. Persino le storie riguardanti il suo amore Paolo, vengono filtrate attraverso gli occhi di questa donna forte, che sembra non abbattersi mai. Probabilmente questo modo di raccontare tutto attraverso lo sguardo a volte anche freddo della protagonista, avviene perché al centro c’è la sua vicenda, la sua sofferenza. Solo che l’autrice non lascia trapelare niente di tutto ciò, ma si limita raccontare con uno stile secco, quasi da documentario i fatti. Lidia è l’alter ego di Paolo [...]”. E ancora: “Scritto benissimo, il libro è la storia di una generazione, quella del sessantotto, ricostruita trent’anni dopo, da un punto di vista femminile &#8211; il che vuoi dire, per quella generazione che è anche, ma non solo, femminista. È la storia di un travaglio individuale e collettivo, di una generazione che si batteva con entusiasmo e senza risparmio di energie per cambiare il mondo e cominciava questo cambiamento dalla rottura degli schemi tradizionali e consolidati dei rapporti di genere, di classe, di lavoro. Pero è anche la storia di sofferenze personali e di cedimenti individuali irrimediabili, una storia senza idillio finale. Volutamente presentata come autobiografia &#8211; come indica l’alternarsi dei capitoli tra “Io” e “Paolo” – il libro è molto probabilmente tale, ma si presenta liberato dai residui autobiografici più limacciosi e sa diventare la storia di una generazione, anzi, delle donne di una generazione. Forse la terza parte, fulminea e onirica, avrebbe bisogno di un’ulteriore rielaborazione”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[13] &#62;&#62;</strong> Seppure forse non potrebbe essere diversamente, considerando che avvenendo le prime reazioni dei due in età adolescenziale non potrebbero che rappresentare impulsi di rottura: si pensi per esempio all’atteggiamento di Lidia nei confronti dell’oppressivo ambiente familiare. <strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[14] &#62;&#62;</strong> Cfr. Camus Albert (1947), Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, p. 60: “Nel percorrere in tal modo i secoli e gli spiriti, nel rappresentare l’uomo quale può essere e quale è, l’attore ritrova   Cfr. Camus Albert (1947), Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, p. 60: “Nel percorrere in tal modo i secoli e gli spiriti, nel rappresentare l’uomo quale può essere e quale è, l’attore ritrova quell’altro personaggio assurdo, che è il viaggiatore. Come questo, esaurisce qualche cosa e corre qua e là senza tregua. Egli è il viaggiatore del tempo e, quando si tratti dei migliori commedianti, il viaggiatore incessantemente perseguitato delle anime”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[15] &#62;&#62;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 60: “Nei momenti più cupi, cominciai a pensare che c’era comunque la possibilità di darmi la morte”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[16] &#62;&#62;</strong> Camus Albert (1947), Il mito di Sisifo, cit., p. 7: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. [...] Posso affrontare ora la nozione di suicidio. Si è già notato quale soluzione sia possibile darle. A questo punto, il problema è invertito. In precedenza, si trattava di sapere se la vita dovesse avere un senso per essere vissuta; appare qui, al contrario, che essa sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso. Vivere un’esperienza, un destino, è accettarlo pienamente”.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[17] &#62;&#62;</strong> Camus Albert (1947), ivi, p. 51.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[18] &#62;&#62;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 269.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>[19] &#62;&#62;</strong> Maria Laura Bufano, (2008), Interno con rivoluzione, cit., p. 358.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Cambiare il mondo? L'importante è provarci]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/04/12/cambiare-il-mondo-limportante-e-provarci/</link>
<pubDate>Sun, 12 Apr 2009 09:43:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Trenta anni di storia italiana, tra il dopoguerra e gli anni &#8216;70, attraverso le vite di Lidia ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1636" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.wordpress.com/files/2009/04/interno-con-rivoluzione1.jpg" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="156" height="225" />Trenta anni di storia italiana, tra il dopoguerra e gli anni &#8216;70, attraverso le vite di Lidia e Paolo. Le ansie, le contraddizioni, le incertezze, gli amori e la passione politica di due ragazzi che diventano adulti su uno sfondo che forse per loro muta troppo rapidamente. O forse sono Lidia e Paolo che cambiano, siamo noi che cambiamo e vediamo tutto da una prospettiva diversa.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Paolo guardò a terra. C&#8217;erano due grossi pesci che si contorcevano per smania d&#8217;acqua. &#8220;Chissà come gli brucia l&#8217;aria nel corpo &#8211; pensò. &#8211; E ora che sono fuori dall&#8217;acqua, non hanno neppure la forza di riconoscersi, di farsi compagnia nella morte. Ciascuno magari scambia l&#8217;altro per un sasso. </em><br />
<!--more--><br />
Si può condensare una vita in un libro? Qualcuno osserverà che è esattamente ciò che si fa nelle biografie e autobiografie. Ma biografia e autobiografia sono generi letterari particolari che obbediscono a regole tutte loro. Io parlavo di un vero e proprio romanzo.<br />
Maria Laura Bufano, nel suo Interno con rivoluzione, prova a condensare non una ma due vite, quella di Lidia e quella di Paolo.<br />
Non sarò certo io a dirvi se ci sia riuscita, per saperlo dovete leggere il libro.<br />
In questa sede proverò solo a sottolineare alcuni particolari interessanti e meritevoli, a mio avviso, di una riflessione più approfondita.<br />
Quanto è importante in un libro l&#8217;esergo, la breve o brevissima citazione, più o meno avulsa dal testo, che l&#8217;autore a volte ama inserire quale prima anticipazione della sua opera?<br />
Se l&#8217;autore ha buttato lì proprio quella frase tra le infinite possibilità, non possiamo pensare che la scelta sia stata casuale. Se il rimando non è immediato forse vale la pena chiedersi che ci sta a fare.<br />
Nel nostro caso si tratta di una citazione da Una storia d&#8217;amore e di tenebra di Amos Oz.<br />
<em>&#8220;E allora, quanto c&#8217;è di autobiografico, nelle mie storie, e quanto invenzione, invece? Tutto è autobiografia [...]&#8220;.</em><br />
Una dichiarazione spiazzante, soprattutto se ci hanno insegnato che lo scrittore crea i suoi personaggi che però poi, per essere narrativamente efficaci, devono muoversi con le loro gambe, parlare con la loro voce, autonomi e liberi a dispetto di chi ha dato loro vita. Forse vuol dire che lo scrittore è sempre immerso fino al collo nelle sue pagine, con il suo mondo emotivo, le sue esperienze, le sue speranze e le sue delusioni; lo scrittore c&#8217;è &#8211; non potrebbe essere altrimenti &#8211; ma il lettore non deve rendersene conto.<br />
Il passaggio successivo sembrerebbe quello di chiedersi quanto ci sia di Maria Laura Bufano nel personaggio di Lidia. La storia con Paolo, finzione o realtà?<br />
Attenzione ai passi falsi! La citazione da Amos Oz non era finita.<br />
<em>&#8220;[...] il cattivo lettore nutre una costante ansia di sapere, subito e immediatamente, che cosa è successo in realtà&#8221;.</em><br />
Il rischio di passare per cattivi lettori è alto, e d&#8217;altra parte quel far parlare Lidia in prima persona, sempre e solo lei, è una tentazione troppo forte, un sasso gettato nello stagno che disegna cerchi concentrici d&#8217;acqua cui non possiamo rimanere indifferenti.<br />
Proviamo a percorre un&#8217;altra strada, entrando magari nel romanzo, a partire dalla sua singolare struttura.<br />
Parte prima: <em>Io &#8211; Paolo</em><br />
Il trattino non è un trait d&#8217;union ma divide due esistenze separate, parallele, che non si sono ancora incontrate. A dare più forza al parallelismo la felice trovata di raddoppiare la numerazione dei capitoli, uno per ciascuno dei protagonisti. A ritmo alterno viviamo la vita di Lidia e Paolo, dalla nascita alla prima infanzia, le scuole elementari e le superiori, le prime esperienze affettive e di lavoro, gli amici, la politica. La passione politica è uno snodo importante per entrambi, e non potrebbe essere diversamente per chi ha vissuto gli anni &#8216;60 e &#8216;70 in prima linea.<br />
Parte seconda: <em>Io e Paolo.</em><br />
Il trattino di separazione è diventato una congiunzione. Le linee parallele, con buona pace dei matematici, si incontrano per costruire una vita insieme: l&#8217;amore, le crisi e i ricongiungimenti, i figli, ancora e sempre la passione politica, gli sbandamenti, la separazione.<br />
Parte terza: <em>Paolo</em>.<br />
Paolo è rimasto da solo. Lidia non c&#8217;è più, è scomparsa, o forse è Paolo che scompare nel suo diventare irraggiungibile.<br />
In fondo l&#8217;epilogo era già nella introduzione: &#8220;Protagonista della storia è Paolo più che Lidia. Ma lei, per farlo vivere in queste pagine, gli ha regalato pezzi di se stessa, della sua esistenza vissuta o immaginata&#8221;.<br />
Torniamo dunque alla dimensione autobiografica?<br />
Forse vale la pena di chiudere ritornando all&#8217;esergo che citava Amos Oz: <em>&#8220;E tu, non domandare: che, sono proprio fatti veri? E&#8217; così, la scrittura? Domanda a te stesso. Quanto alla risposta, puoi serbarla tutta per te&#8221;. </em></p>
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<p style="text-align:right;">Giancarlo Montalbini su <a href="http://www.lettera.com/libro.do?id=7237" target="_blank">lettera.com</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[3 - La leggenda dell'invasione e i destini individuali]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/04/08/3-la-leggenda-dellinvasione-e-i-destini-individuali/</link>
<pubDate>Wed, 08 Apr 2009 08:05:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Non posso, ovviamente, nel breve spazio di qualche articolo, dar conto della grande ricchezza di dat]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Non posso, ovviamente, nel breve spazio di qualche articolo, dar conto della grande ricchezza di dati, storie, comparazioni, riflessioni, norme assurde, leggende crudeli, che riporta la studiosa nel suo libro avvincente, strumento utilissimo a comprendere i nostri “palestinesi”, i poveri e perseguitati che vivono fra noi, e ancor più a interrogarci sullo sguardo con cui li osserviamo.<br />
In quest’ultimo mio scritto sul libro della Calabrò mi limiterò a proporre la lettura di due ampi passi particolarmente significativi.</p>
<p style="text-align:justify;">Leggiamo dunque quel che dice Anna Rita Calabrò a proposito del numero degli “zingari” presenti a Milano e della presunta invasione che sarebbe avvenuta negli ultimi anni:<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Quando si era svolta la precedente ricerca, nel triennio 1987-90, erano state censite, in 18 dei 24 campi esistenti nel Comune di Milano, 1224 persone di cui 24 gagé (in qualità mogli o mariti). Se consideriamo che il censimento si era svolto nei campi più grandi e più stabili e che, tra i 24, non erano stati considerati solo alcuni piccoli insediamenti abusivi ed occasionali, abitati prevalentemente da Rom Kanjarjia, possiamo avere un&#8217;idea di quella che poteva essere allora la popolazione complessiva che, ragionevolmente, si poteva aggirare intorno alle 2000/2500 unità.<br />
I numeri parlano chiaro: 2000/2500 alla fine degli anni &#8216;80, 5010 oggi, dopo diciassette anni. Non si può certo parlare di invasione. Se ai 5010 zingari censiti, togliamo coloro che allora non erano presenti — i Kossovari e i Macedoni, che sarebbero arrivati di lì a poco scappando dalla guerra e i Rom rumeni che sarebbero cominciati ad arrivare dal 2000, quando si prefigurò l&#8217;entrata della Romania nell&#8217;Unione Europea — rimangono 2030 persone che corrispondono grosso modo a quelle presenti venti anni fa: 1235 persone censite su un totale stimato di 2000/2500 unità. Un datò, questo, che a me sembra clamoroso perché ci parla di una comunità stabile da almeno vent&#8217;anni. Vent&#8217;anni durante i quali non si è fatto nulla per facilitare l&#8217;integrazione di un numero così modesto di persone, la maggior parte cittadini italiani e quasi la metà bambini. Non si è fatto nulla, o meglio, si è creata un&#8217;emergenza che si è rivelata tale quando sono arrivati dei profughi di guerra (i Kossovari e i Macedoni), molto spesso non riconosciuti come tali e i Rom rumeni, come era facile prevedere dopo l&#8217;entrata della Romania nell&#8217;Unione Europea.</em></p>
<p style="text-align:justify;">E ora, per chiudere, qualcuna delle molte storie individuali raccolte sempre a Milano o nelle immediate vicinanze.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>C&#8217;è Phabe F. che ha frequentato e concluso un corso professionale per parrucchiera e che adesso è disoccupata.<br />
C&#8217;è Hasimfa O., suo marito è in carcere ma lei lavora come mediatrice culturale e interprete per il Tribunale e la polizia e le sue due bambine frequentano regolarmente le scuole. Abita a Triboniano e la notte ha paura.<br />
C&#8217;è Berisa B. che ha frequentato un corso per mediatrice culturale, lavora con i detenuti al Carcere di Bollate e vorrebbe andare a vivere in una casa.<br />
C&#8217;è Ago B. che abita in via Monte Bisbino e che tutte le mattine, con sua moglie, fa il giro delle discariche con il suo camioncino in cerca di materiali da riciclare: aspetta da tempo il rilascio dei documenti per aprire una propria ditta individuale.<br />
C&#8217;è Fruska Z. che dieci anni fa, durante la sua permanenza al carcere minorile, ha coraggiosamente scelto di allontanarsi dalla famiglia, che è stata in comunità, che non ha più commesso alcun reato, che si è sposata ed ha avuto una bambina, che paga un affitto assurdo per una casa piena di scarafaggi, che riceve un salario che è la metà di quello che le sarebbe dovuto, che non ha potuto riconoscere la figlia perché ancora non è regolarizzata, che sono dieci anni che aspetta.<br />
C&#8217;è Jovic J. che è bosniaco mentre sua moglie è serba. Sono scappati durante la guerra e i loro figli sono nati in Italia: sono tutti clandestini. Suona alle feste, ai matrimoni e nei locali di Brera e la sera quando torna a casa ha sempre paura che lo fermino per un controllo dei documenti.<br />
C&#8217;è Erika M. che ha il marito in carcere e si è inventata una attività di sartoria artigianale ma teme che il Comune di Rho chiuda il campo in cui abita con i propri bambini perché non saprebbe dove andare.<br />
C&#8217;è Jagodha T. che ha sedici anni, sua madre entra e esce di prigione e questa volta ci resterà a lungo e da quando aveva otto anni pensa lei ai suoi quattro fratellini. Guadagna qualche soldo facendo le pulizie nel quartiere e piccoli lavori di sartoria al campo. Ogni giorno scrive a sua madre. Il suo rimpianto e di non aver potuto continuare la scuola e il suo sogno è un lavoro sicuro e una casa. Un poliziotto, recentemente intervistato alla televisione, ha detto con disprezzo che i bambini zingari sono bambini solo anagraficamente.<br />
Sono solo alcuni esempi di quanti, prima di essere Rom, sono persone<br />
che meritano rispetto e aiuto. Hanno un nome e un cognome, sentimenti<br />
e parole. Forse sono pochi rispetto a coloro che vivono nella zona d&#8217;ombra della cultura deviante ma ci sono.<br />
Ed è da loro che bisogna cominciare per risolvere l</em>&#8216;emergenza zingari.</p>
<p style="text-align:right;">Maria Laura Bufano</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Interno con rivoluzione, su <i>loop</i>]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/04/05/interno-con-rivoluzione-su-loop/</link>
<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 07:59:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Non è facile trovare un libro ambientato nel sessantotto con una struttura narrativa forte ed un int]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1605" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.wordpress.com/files/2009/04/interno-con-rivoluzione.jpg" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="163" height="234" />Non è facile trovare un libro ambientato nel sessantotto con una struttura narrativa forte ed un intento letterario né banale né presuntuoso. Penso alla letteratura della militanza, ai romanzi che nascono tali ma spesso deviano assumendo la forma boriosa di saggi dal contenuto trito e ritrito.</p>
<p style="text-align:justify;">In <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a></strong>, <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a> ha un obiettivo: narrare la storia di Lidia e quella di Paolo. Tutto il resto è un contorno, certamente necessario a contestualizzare il romanzo, ma mai invadente. Per una volta, insomma, gli anni della rivoluzione non rubano la scena ai veri protagonisti, cioè a chi il cambiamento l&#8217;ha voluto, l&#8217;ha perseguito e, nel suo piccolo, l&#8217;ha anche ottenuto. Lidia e Paolo. Lei fiera e battagliera, figlia di una borghesia che ama vivere al di sopra delle proprie possibilità, si ribella ai genitori e dalla Puglia se ne va in un&#8217;innominata città del nord Italia ad insegnare in un liceo. Qui incontra Paolo, taciturno e remissivo, succube ancora inconsapevole dell&#8217;asfissiante amore della madre e della sorella. <!--more-->Durante una riunione del PCI, i due giovani s&#8217;incontrano e perdono la testa l&#8217;una per l&#8217;altro. Nasce un amore forsennato, fatto di lunghe pause e d&#8217;istanti intensissimi, coronato dalla nascita dei figli, destinato ad esaurirsi in una manciata d&#8217;anni.</p>
<p style="text-align:justify;">La copertina ed il titolo di Interno con rivoluzione vanno a braccetto: il rosso-rivolta fa da sfondo ad una foto in bianco e nero degli anni settanta che ritrae dei giovani al termine di un pranzo. I ragazzi sono immortalati di spalle ma i loro volti sono riflessi in uno specchio. La particolarità è che lo specchio rivela anche presenze nascoste, come in un gioco illusionistico. E questa foto, in effetti, un&#8217;illusione la racchiude: la stessa di quei ragazzi che avrebbero voluto cambiare il mondo. Così la &#8220;rivoluzione&#8221; che sta compiendosi fuori si riproduce all&#8217;&#8221;interno&#8221; del microcosmo familiare, innescando i medesimi rapporti di gioco-forza e tante contraddizioni.</p>
<p style="text-align:justify;">Interno con rivoluzione è intriso di autobiografismo, ma attenzione: &#8220;protagonista della storia è Paolo, più che Lidia&#8221;. Quasi un monito, un&#8217;avvertenza o piuttosto una svelata chiave di lettura. Ad ogni modo non si coglie nella narrazione una &#8220;disparità di trattamento&#8221; tra i due protagonisti. L&#8217;attenzione dell&#8217;autrice è salda sia nei confronti di Lidia, sia in quelli di Paolo; ed anche il registro linguistico è lineare, calibrato. Vi è una delicatezza nel modo di scrivere della Bufano che difficilmente si coglie in un&#8217;opera prima, anche se sarebbe ingiusto definire un&#8217;&#8221;esordiente&#8221; questa signora barese trapiantata in Spagna. Lo stile della Bufano è sorprendentemente maturo: curato ma privo di sterili orpelli, preciso ma non ridondante, piuttosto &#8220;asciutto&#8221;, semplice.</p>
<p style="text-align:justify;">Interno con rivoluzione sfiora il Premio Calvino nel 2001 ma arriva tra i finalisti. Sette anni più tardi approda sul galeone della <strong><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank">Round Robin</a></strong> che ci crede e lo pubblica. C&#8217;è da augurarsi che al secondo romanzo di Maria Laura Bufano &#8211; anch&#8217;esso arrivato tra i finalisti del premio Calvino nel 2003- tocchi la stessa sorte.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">fonte <a href="http://www.looponline.info/rece1.php?id=37" target="_blank">loop</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[1 -  Identità e ambivalenza  ]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/25/1-identita-e-ambivalenza/</link>
<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 07:12:09 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[A chiusura del nostro discorso precedente (Ci vorrebbe il battipanni + commenti), una mia osservazio]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">A chiusura del nostro discorso precedente (<a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/10/ci-vorrebbe-il-battipanni/" target="_self">Ci vorrebbe il battipanni</a> + commenti), una mia osservazione e l’invito a leggere un bellissimo articolo.<br />
L’osservazione mia: pur negli articoli che in questi giorni informano sulla piena riabilitazione di Racz, alcuni giornalisti di quotidiani democratici precedentemente citati – quelli con cui vorrei avere il potere di litigare, perché penso che ci si debba arrabbiare, prima che con altri, con chi si sente in vario modo vicino &#8211; non rinunciano al soprannome “faccia di pugile”. A parte il fatto che le foto di Racz riproposte fino all’ossessione dai giornali mostrano un uomo con un viso minuto e non con una grossa “faccia di pugile”, vorrei chiedere a chi scrive così: “Perché lo fai? Che soddisfazione ti dà?”. È persino banale ricordarlo: gli stereotipi che vengono  ripetuti senza riflettere diventano facilmente armi improprie.<br />
Ed ecco l’invito: leggete lo splendido articolo di Barbara Spinelli del 15 marzo sull’uso del volto e del corpo dei deboli, <a href="http://eddyburg.it/article/articleview/12827/1/351." target="_blank"><strong>Quei romeni. Habeas vultus.</strong></a><!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Da un bell’articolo a un bel libro. Si tratta di <em>Zingari &#8211; Storia di un’emergenza annunciata</em>, di Anna Rita Calabrò, sociologa dell’Università di Pavia, edizioni Liguori 2008. In questo mio primo scritto sul libro della Calabrò, mi muoverò con una certa libertà: perché non posso fare a meno di sentire come mie, legatissime anche alla mia personale esperienza, molte considerazioni della studiosa.<br />
La Calabrò, nella parte iniziale del libro, ragionando di identità, diversità, incontri, scontri, analizzando criticamente le tesi di studiosi che si sono occupati delle popolazioni zingare, rivendica l’uso di una categoria interpretativa – l’<em>ambivalenza</em> &#8211; assai fruttuosa. Qualcosa che non conduce né all’assimilazione forzata, né all’esclusione, né al relativismo culturale, concetto che personalmente detesto come profondamente ipocrita, maschera di nuovi razzismi. L’autrice mostra, nel prosieguo della trattazione, come la categoria dell’ambivalenza continui a inzupparsi nel fiume dell’esperienza, nelle relazioni fra individui e gruppi umani e specificamente nelle relazioni fra i molteplici gruppi che chiamiamo <em>zingari</em> e i non-zingari o <em>gagé</em>. Ma in tempi di barbara semplificazione – questa è una mia riflessione -  il concetto di <em>ambivalenza</em> non gode di buona fama: scivola infatti nella mente di molti verso <em>ambiguità</em>, che a sua volta slitta verso <em>imbroglio, inganno, trappola</em>. Quindi ambivalenza, e ancor più ambiguità, nell’uso dominante, sono parole cariche di negatività. Più ci si sente disorientati e sbriciolati e furiosi, più si invoca una compattezza identitaria che non può esistere se non in una proiezione esterna di sé: nel coltello o nel bastone.<br />
La Calabrò afferma:</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>“Una cultura che si basa sulla separazione, che si rinchiude in se stessa protetta da una sorta di armatura impenetrabile all’alterità, minaccia la stessa sopravvivenza di chi ne è portatore […]. Si è abituati a pensare l’identità come una struttura psichica stabile nella sua essenza. E come tale viene rappresentata: identità come consapevolezza della continuità – di un individuo, di un gruppo – nel fluire del tempo. Ma tale stabilità è artificiosa, costruita attraverso una serie continua di rinunce. E soprattutto è una stabilità precaria che richiede di essere presidiata e difesa e, nello stesso tempo, di essere messa in discussione[…]. Questo non vuol dire che l’identità culturale non sia fondamentale per mettere a punto la nostra mappa cognitiva, né che il processo attraverso cui tale identità si costituisce non abbia caratteri universali e sia costituito da atti irrinunciabili. Tutt’altro. Le scienze biologiche ci dicono che la dotazione genetica dell’uomo, al contrario di quanto accade nel mondo animale, non ne garantisce la sopravvivenza: l’intervento della cultura e dei modelli di identità sono la risposta compensativa a un’organizzazione istintuale sottosviluppata, la mappa che consente di orientare il nostro comportamento.”<br />
</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Dunque, l’assunzione di mappe identitarie non come bandiere gloriose, ma come rimedi necessari e al tempo stesso permanentemente provvisori a una condizione &#8211; specificamente umana &#8211; fragilissima, nella sua immensa raffinatezza e complessità. Sarebbe quindi auspicabile che si avesse consapevolezza del fatto che “<strong>decidere l&#8217;identità, decidere ciò che si è e ciò che non si è, a chi si è simili e da chi si è dissimili, implica due operazioni contrapposte ma stret¬tamente connesse: la separazione, che gioca la carta del particolarismo e che costruisce l&#8217;identità sulla base di quelle caratteristiche che rendono il soggetto unico e irripetibile; l&#8217;assimilazione, che gioca la carta della generalità e riconosce appartenenze e somiglianze. Si tratta allora di decidere dove disegnarne i confini: cosa tagliare e come classificare, cosa assemblare e come costruire. […] . Ciò significa che l&#8217;identità è definita sempre in termini particolaristici e non universalistici [...]. C&#8217;è però una contraddizione evidente: se è vero che la particolarità rafforza l&#8217;identità, è altrettanto vero che la indebolisce sul piano dell&#8217;auto-rappresentazione. La rende relativa e perciò meno convincente. A fronte di ciò si opera un altro taglio, un&#8217;altra separazione: il gruppo separa la propria identità culturale dalla particolarità delle sue condizioni storiche, la &#8216;purifica&#8217; da tutto ciò che ne rivela il carattere arbitrario e fittizio. […]<br />
Ma un&#8217;identità culturale che non ammette i limiti particolaristici delle proprie forme culturali offre, di fatto, coerenza e stabilità precarie e fittizie e conduce in un vicolo cieco.”</strong><br />
Di qui l’uso virtuoso dell’ambivalenza, l’ambivalenza come opportunità.<br />
<strong>“Mi riferisco, </strong>- precisa la studiosa -<strong> quando parlo di configurazione ambivalente, a qualsiasi situazione si crea ogni qualvolta individui, gruppi o classi, istituzioni o organizzazioni, subiscono l&#8217;influenza di due diverse istanze che possono avere a che fare con le credenze, le motivazioni individuali, gli statuti normativi, i modelli di conoscenza, le forme culturali […]. Esse sono in relazione tale da essere contrapposte, irriducibili l&#8217;una l&#8217;altra, ineliminabili a vicenda perché interdipendenti, non possono essere risolte in una sintesi e creano un campo di tensione all&#8217;interno del quale agisce l&#8217;attore sociale per il quale entrambi i comandi hanno la stessa forza coercitiva. Una metafora utile a chiarire tale concetto è quella del movimento del pendolo…”.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Non si può dunque sciogliere una volta per tutte l’ambivalenza fra particolarismo e universalismo, difesa dell’identità personale e di gruppo e apertura all’altro/agli altri. Si tratta di un equilibrio delicatissimo, che si è obbligati a rifondare continuamente nel fluire della vita e dei rapporti. Quindi, nel definire se stessi e, nel caso specifico, gli altri, la scelta consapevole dell’et… et…, con le tensioni e i disorientamenti che comporta, al posto dell’aut… aut spesso feroce, proprio di un certo senso comune imbarbarito oggi come non mai.<br />
La Calabrò applica, non certo con procedimento puramente deduttivo, queste categorie alle relazioni fra le popolazioni zingare e i gagé. La maggioranza gagé, che è quella che ha maggior potere nella definizione dei rapporti, proietta spesso sulla minoranza questo bisogno di semplificazione al tempo stesso illusoriamente rassicurante e realmente feroce: gli zingari sono quindi, nella visione che ne ha la maggioranza dei gagé, o romantici “figli del vento”, o popolo compatto nel suo degrado e nella sua ostilità barbara e incomprensibile nei confronti della maggioranza gagé. Entrambe le etichette, dice la Calabrò, sono false: l’insieme di gruppi assai differenziati fra loro cui diamo il nome di “zingari” sono pienamente immersi nel flusso del mutamento, dei diversi volti che la modernità ha presentato e continua a presentare nel tempo. Le etichette che si appioppano agli altri sono funzionali a rigide e in apparenza rassicuranti definizioni identitarie di chi ha il potere di appiopparle, e lo stereotipo e il pregiudizio attivano reciprocità e poi di reciprocità irrigidite si alimentano: se definisco l’altro in modo stereotipato e ottuso, è molto facile che io stesso diventi oggetto di definizioni speculari altrettanto rigide e false.<br />
Ma vedremo la prossima volta come questo ragionamento offra un modello interpretativo quanto mai efficace delle concrete relazioni fra maggioranza gagé e minoranze zingare nel nostro paese, mentre la negazione spesso violenta dell’ambivalenza genera, come possiamo constatare quotidianamente, conseguenze devastanti per tutti.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Maria Laura Bufano</p>
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:right;">
<p style="text-align:left;"><em><strong>&#62;&#62;</strong> per saperne di più, leggi il saggio on-line di Maria Laura sul <strong><a href="http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/11/05/un-confronto-tra-spagna-e-italia-nei-rapporti-fra-la-popolazione-gage-payos-e-le-minoranze-rom-e-sinti/" target="_blank">rapporto tra la popolazione maggioritaria gagé-payos e la minoranze sinti e romanì in Spagna e in Italia</a></strong></em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ci vorrebbe il battipanni]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/10/ci-vorrebbe-il-battipanni/</link>
<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 13:27:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/10/ci-vorrebbe-il-battipanni/</guid>
<description><![CDATA[La storia che sto per raccontare non ha per oggetto l&#8217;orribile violenza patita da due ragazzi;]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">La storia che sto per raccontare non ha per oggetto l&#8217;orribile violenza patita da due ragazzi; riguarda invece le modalità con cui due grandi giornali italiani hanno a loro volta raccontato le fasi centrali dell&#8217;indagine su questa violenza. Ho preso in considerazione le cronache pubblicate negli ultimi giorni da <em>La Repubblica</em> e dal <em>Corriere della sera</em> &#8211; voci importanti della nostra democrazia. Se a dire certe cose fossero tizi che vanno in giro con maiali al guinzaglio o sparano insulti su chiunque abbia l&#8217;aria di non far parte della platea rozza e violenta dei loro sostenitori&#8230; beh, non ci sarebbe motivo di stupore e forse neppure di scandalo. Ma dalla grande stampa democratica ci si aspetta ben altro. Non so quanto questa storia possa essere considerata esemplare del modo in cui anche questa stampa, cui siamo affezionati, tratta vicende di tal genere: giudicherà il lettore.</p>
<p style="text-align:justify;">Se dovessi ricapitolare e commentare quello che è stato pubblicato su <em>La Repubblica</em> e sul <em>Corriere della Sera</em> in 17 giorni, a partire da quel 14 febbraio, mi ci vorrebbe un libro. Perciò sull&#8217;inizio della vicenda andrò in fretta, citando solo due articoli dei primi giorni. Metterò invece a fuoco con maggiore cura i resoconti pubblicati in tre giorni centrali dell&#8217;inchiesta, il 3, il 4 e il 5 marzo 2009: in queste 72 ore, nella cronaca nazionale delle due testate on-line (vivo in Spagna e consulto così i giornali italiani; non ho preso in considerazione la cronaca locale), sono usciti ben 10 articoli, più trasmissioni-video. Completezza e accuratezza dell&#8217;informazione? Vedremo.<!--more--><br />
In verità, non mi è possibile neppure condurre un&#8217;analisi particolareggiata dei contenuti di questi articoli: risulterebbe comunque uno scritto lunghissimo e i ragazzi della Round Robin rifiuterebbero giustamente di gravare il blog effervescente della giovane casa editrice con una pizza lunga un chilometro. Perciò evidenzierò solo alcune delle informazioni/considerazioni presenti negli articoli, affidando ai lettori dotati di pazienza e perseveranza il compito di una lettura critica del materiale che metterò a loro disposizione. La pizza sarà comunque lunga e pesante, ma non raggiungerà il chilometro. Beh, cominciamo&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>14 &#8211; 18 FEBBRAIO</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Riporto in questo paragrafo, come pro-memoria, un articolo de <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/violenza-sessuale/caffarella-coppietta/caffarella-coppietta.html" target="_blank"><em>La Repubblica,</em> del 14 febbraio</a> , in cui si racconta della violenza subita da due ragazzini vicino Roma il giorno di San Valentino; e uno del <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_17/stupro_caffarella_romeno_fermato_fda49b5e-fd36-11dd-b299-00144f02aabc.shtml" target="_blank"><em>Corriere della Sera,</em> del 18 febbraio</a>, in cui si dà conto dell&#8217;arresto dei presunti colpevoli. Infine un <a href="http://tv.repubblica.it/copertina/caffarella-il-luogo-dello-stupro/29462?video" target="_blank">filmato</a> sul luogo del crimine (quale sia la funzione informativa di questo video, che ritrae uno dei mille e mille luoghi degradati delle nostre periferie, lo sa il cielo, ma non è di questo che voglio parlare).<br />
Nell&#8217;articolo de <em>La Repubblica</em> è rilevante quello che si dice sulla lingua parlata dai violentatori:<br />
&#8220;<strong>Lui è stato picchiato, lei violentata e ora la polizia sta cercando i responsabili: due stranieri che, secondo quanto raccontato dalle vittime, avevano un forte accento dell&#8217;est Europa oppure arabo.<br />
&#8216;Il questore mi ha riferito che i due violentatori avrebbero un accento dell&#8217;est e una carnagione scura. Potrebbero essere rom&#8217;, dice al telefono dalla Slovenia il sindaco Gianni Alemanno.<br />
&#8216;Uscendo prima di salire in ambulanza il ragazzo ha detto che era stato aggredito da due persone che parlavano arabo&#8217; , ha raccontato un uomo che si trovava di fronte al bar dove le vittime sono state soccorse</strong>&#8220;.</p>
<p style="text-align:justify;">Naturalmente a chiunque ragioni nasce il dubbio sulla reale nazionalità dei violentatori, a causa della difficoltà che avrebbe persino una persona adulta e in condizioni normali nel riconoscere con certezza, subito, in un accento straniero l&#8217;inflessione araba o dell&#8217;Est europeo. Forse i giornali avrebbero potuto sottolineare questa difficoltà: si guardano bene dal farlo, anzi, nei giorni successivi, contraddicendosi più volte, mostrano ora di condividere certezze indiscutibili, ora di non averne alcuna. Sulla lingua parlata dai criminali vedremo in seguito altri accenni purtroppo interessanti.</p>
<p style="text-align:justify;">Nell&#8217;articolo del<em> Corriere della Sera</em>, invece, si dà conto, fra l&#8217;altro, della brillante operazione compiuta dalla polizia con l&#8217;arresto di due romeni, Racz e Loyos, e delle congratulazioni di Schifani e di Fini, presidenti dei due rami del Parlamento.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>3 MARZO </strong></p>
<p style="text-align:justify;">Facciamo un salto di 17 giorni e andiamo al 3 marzo. Gli esami del Dna sui reperti dicono che non sono stati i due imputati a usare violenza alla ragazza.<br />
Il <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_03/stupro_parco_roma_sarzanini_e955278a-07d2-11de-805b-00144f02aabc.shtml" target="_blank"><em>Corriere della Sera</em> ammette: il Dna non è dei due romeni</a>. Nell&#8217;articolo si dice, fra l&#8217;altro: &#8220;<strong>La giovane vittima ha riferito frasi pronunciate in italiano dai due violentatori, ma Racz non conoscerebbe affatto la nostra lingua</strong>&#8220;. (Racz è il romeno di 36 anni, chiamato in causa dall&#8217;amico Loyos, di 20 anni, che poco dopo essere stato arrestato aveva reso una confessione, poi ritrattata).<br />
Se è uscito in questa data un articolo su <em>La Repubblica</em>, l&#8217;ho perso.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>4 MARZO &#8211; PRIMA PARTE</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Un primo articolo de <em>La Repubblica</em> (naturalmente, in questo e in tutte le altre cronache, anche nelle precedenti, sono continuamente riproposte le foto del/degli imputati, soprattutto di Racz, tratti in arresto: tanto sono carne maledetta!) è così titolato: <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/violenza-sessuale 3/terzo-uomo/terzo-uomo.html" target="_blank">Caffarella, ora è giallo sullo stupro &#8211; un terzo uomo nella violenza al parco</a>. La stessa mattina il <em>Corriere della Sera </em>pubblica un articolo dal titolo: <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_04/caffarella_stupro_fiorenza_sarzanini 3547cd56-0881-11de-af33-00144f02aabc.shtml" target="_blank">Stupro, tutti i test scagionano i 2 romeni. </a></p>
<p style="text-align:justify;">Nell&#8217;articolo de <em>La Repubblica </em>si legge: &#8220;<strong>Il liquido seminale di chi ha usato violenza quella notte, le tracce di saliva lasciate sui mozziconi di sigarette &#8216;Winston light&#8217; fumate durante lo scempio, appartengono ai profili genetici di altri due maschi adulti che, pure, si continuano a ritenere di cittadinanza romena</strong>.&#8221;<br />
E nell&#8217;articolo del <em>Corriere della Sera</em> si dice: &#8220;<strong>La convinzione degli investigatori, ricavata grazie ad un esame accurato del cromosoma &#8216;Y&#8217; estratto dal Dna, è che bisogna ricominciare a cercare nella comunità romena. Attraverso l&#8217;analisi di questo particolare componente si può infatti ricavare l&#8217;etnia del profilo genetico e in questo caso il risultato raggiunto conferma che la nazionalità è proprio quella.</strong>&#8220;<br />
Signori giornalisti, e anche direttori di giornali: può darsi che non abbiate mai sentito parlare di Luigi Luca Cavalli Sforza e di altri simili personaggi, e ciò sarebbe già grave. Ma comunque chi lavora in testate così importanti qualche dubbio dovrebbe averlo di fronte a simili sciocchezze, e certo non gli sarebbe difficile fare una telefonata a qualche genetista amico per chiedere lumi.<br />
Si dice anche alla fine di quest&#8217;articolo del <em>Corriere della Sera</em>: &#8220;<strong>Per cercare i colpevoli si riesaminano gli identikit tracciati con le descrizioni fornite dalla ragazzina e dal suo fidanzato. Immagini che non sembrano avere alcuna somiglianza con i due arrestati. In particolare quello attribuito a Racz. &#8216;Basta guardarlo &#8211; dichiara l&#8217;avvocato Lorenzo La Marca che ieri ha potuto visionare il fascicolo processuale &#8211; per rendersi conto dell&#8217;errore&#8217;. Disegna il volto di un ragazzo tra i 20 e i 25 anni, con una folta frangia a coprire la fronte. L&#8217;uomo finito in carcere è invece completamente stempiato&#8230;</strong>&#8220;. In tante altre parti e in altri articoli di entrambe le testate, invece, si parla di assoluta certezza del riconoscimento del colpevole da parte della/e vittima/e.<br />
Nell&#8217;articolo de <em>La Repubblica </em>si legge ancora: &#8220;<strong>È un fatto che Loyos si lasci facilmente &#8217;sorprendere&#8217; il pomeriggio di quello stesso giorno, in quella stazione di Primavalle dove normalmente ciondola e chiunque lo cerchi sa di poterlo trovare</strong>&#8220;. Non si capisce che cosa l&#8217;articolista voglia dire: che significa, in questo caso, l&#8217;espressione &#8220;è un fatto&#8221;? E che significano le virgolette che chiudono la parola &#8220;sorprendere&#8221;? Forse sarò scema, ma non intendo. Leggete per giudicare e fatemi sapere se voi avete capito!<br />
E poi, in relazione all&#8217;atteggiamento dell&#8217;uomo durante l&#8217;interrogatorio: &#8220;<strong>Il romeno appare a tratti persino annoiato (in un&#8217;occasione, almeno, sbadiglia) e il suo racconto della violenza collima come un calco con quello che ne ha dato la vittima&#8221;</strong>. Una bella interpretazione dell&#8217;atteggiamento di un tizio interrogato per ore e ore! E quanto al calco, e alle sicurezze: ribadisco che se si leggono con pazienza tutti gli articoli di questi giorni, ci si rende conto del fatto che vengono continuamente affermate e smentite certezze sulla faccenda del riconoscimento, della lingua usata dai violentatori ecc..</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>4 MARZO &#8211; SECONDA PARTE </strong></p>
<p style="text-align:justify;">Escono sui due giornali altri due articoli. Quello de <em>La Repubblica</em> ha per titolo: <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/violenza-sessuale-3/indagini-uomo/indagini-uomo.html" target="_blank">Stupro Caffarella, &#8216;L&#8217;accusa regge&#8217; Investigatori negano il terzo uomo</a>.<br />
Quello del <em>Corriere della Sera</em> si titola così: <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_04/caffarella_accusa_stupro_questura_procura_e96e4552-08e6-11de-af33-00144f02aabc.shtml" target="_blank">Stupro della Caffarella, gli inquirenti: &#8216;Le accuse non cambiano di una virgola</a>&#8216;.<br />
Lasciamo perdere la domanda che viene spontanea alla mente di un lettore ragionevole: come è possibile che nulla cambi nelle accuse, se gli esiti degli esami genetici sono negativi? Andiamo avanti. Rilevo nell&#8217;articolo de <em>La Repubblica </em>una frase che è una di quelle cose che chiamiamo volgarmente lapsus freudiani (dell&#8217;articolista? Del questore?). Il questore avrebbe detto: &#8220;<strong>Vogliamo capire come mai non c&#8217;è il suo Dna dato che ha confessato con dovizia di particolari</strong>&#8220;. Forse avrebbe dovuto dire: &#8220;Vogliamo capire come mai ha confessato con dovizia di particolari dato che non c&#8217;è il suo Dna&#8221;. Pensateci: non è la stessa cosa. I giornalisti registrano (o rielaborano?) la dichiarazione del questore (se è questa), come se fosse una dichiarazione assolutamente &#8220;normale&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>5 MARZO- PRIMA PARTE</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Sulla faccenda dell&#8217;analisi genetica che indicherebbe la provenienza dei colpevoli, Paolo Garimberti, in<a href="http://tv.repubblica.it/copertina/il-giallo-della-caffarella/30136?video" target="_blank"> <em>Repubblica TV</em></a>, con l&#8217;ausilio del genetista Giuseppe Novelli, dice che è una solenne sciocchezza l&#8217;idea che si possa riconoscere l&#8217;&#8221;etnia&#8221; (che abuso viene fatto di questa parola!) dall&#8217;esame genetico. Però intanto il veleno è stato diffuso a piene mani, e nessuno, neppure il bravo Paolo Garimberti, dichiara che almeno gli dispiace che il suo giornale abbia contribuito potentemente a questa nefandezza. Ci sarebbero altre riflessioni da fare su questo video, ma le lascio al lettore.</p>
<p style="text-align:justify;">Su <em>La Repubblica</em> c&#8217;è anche un articolo dal titolo: <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/violenza-sessuale-3/brera-lite-indiziati/brera-lite-indiziati.html" target="_blank">Stupri, Racz attacca Loyos &#8216;Sta coprendo altri due romeni&#8217;</a>. Si dice di Racz, che, per discolparsi delle accuse lanciate contro di lui da Loyos, accusa del crimine altri due romeni che Loyos coprirebbe. Poi viene riportata una dichiarazione rilasciata da Racz all&#8217;on. Beltrandi, radicale, che si è recato a trovarlo in carcere, e di contusioni di cui si vedono ancora i segni sul suo viso, e dell&#8217;opinione del deputato: &#8220;<strong>A Livorno stavo in una roulotte </strong>[sono parole di Racz].<strong> La notte che sono venuti a prendermi stavo dormendo, sono entrati i poliziotti romeni e mi hanno riempito di botte. Poi sono arrivati quelli italiani, e giù altre botte. Mi hanno trasferito a Roma, e gli investigatori mi hanno picchiato di nuovo&#8217;. Quando è arrivato a Regina Coeli [Racz: è l'articolista che parla ora] era accompagnato da un verbale di pronto soccorso, ed era pieno di contusioni. Ha ancora una medicazione su un sopracciglio. &#8216;Cittadini in condizioni di debolezza affermano nuovamente di essere stati picchiati dagli investigatori, e indipendentemente dal reato di cui sono accusati ciò è inaccettabile&#8217;, protesta l&#8217;onorevole Beltrandi.</strong>&#8220;<br />
E poi una dichiarazione del &#8220;<strong>&#8216;biondino&#8217; Alexandru</strong> [Loyos]<strong>, che con l&#8217;italiano se la cava: &#8216;Sono stato picchiato e minacciato negli interrogatori &#8211; racconta al deputato radicale &#8211; prima dai poliziotti romeni e poi da quelli italiani. M&#8217;hanno fatto vedere una foto e mi hanno chiesto se lo conoscevo: certo che lo conoscevo! Era Racz. Io non l&#8217;avevo mica accusato di niente&#8230; ma mi hanno riempito di botte, e mi hanno costretto a dire che ero stato io&#8217;&#8221;</strong>.<br />
Nello stesso articolo, sono così delineate, con grande delicatezza e rispetto umano, alcune caratteristiche fisiche di Racz: &#8220;faccia da pugile&#8221; e &#8220;braccia cortissime e muscolose&#8221;. L&#8217;appellativo &#8220;faccia da pugile&#8221; gli resta appiccicato addosso e ritorna molte volte, negli articoli.<br />
Inoltre viene detto delle malefatte precedenti di un altro rom-romeno che si trova in una cella accanto ai due: il tono è &#8220;guardate che tipi sono!&#8221;; e infine è riportato l&#8217;avvertimento del sindaco Alemanno: &#8220;Niente giustizia sommaria&#8221;. <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_05/roma_stupro_parco_caffarella_romeni_cappotto_macchiato_sangue_fbfa4f4a-097c-11de-84bf-00144f02aabc.shtml" target="_blank"><em>Il Corriere della Sera</em></a> dice che anche le nuove analisi genetiche hanno confermato l&#8217;estraneità dei due alla violenza, e porta qualche altra informazione.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>5 MARZO- SECONDA PARTE</strong></p>
<p style="text-align:justify;">La notizia sulle nuove analisi genetiche è confermata da un <a href="http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/cronaca/violenza-sessuale-4/caffarella-5mar/caffarella-5mar.html" target="_blank">articolo pomeridiano de <em>La Repubblica</em></a>. Ci sarebbero aspetti purtroppo interessanti da rilevare anche negli ultimi due precedenti articoli citati, ma per ragioni di spazio tralascio.<br />
Rilevante è quello che dice un articolo pomeridiano del<a href="http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_05/stupro_caffarella_pista_bucarest_sarzanini_e4571f30-094f-11de-84bf-00144f02aabc.shtml" target="_blank"> <em>Corriere della Sera</em></a>: &#8220;I pm vanno avanti sui due romeni &#8211; E una nuova pista porta a Bucarest&#8221;. Il <em>Corriere della Sera,</em> a differenza da quel che ha fatto <em>La Repubblica</em> nella pur modesta correzione portata nel corso della mattinata di <em>Repubblica TV</em>, con cui ho aperto il resoconto sul 5 marzo, insiste sulla &#8220;pista etnico-genetica&#8221;: &#8220;<strong>E così si è scoperto che il cromosoma «Y» di uno dei profili corrisponde a quello di un uomo detenuto in Romania. Questo esclude che lui sia coinvolto, ma serve a dimostrare che il colpevole è certamente una persona che appartiene al suo ceppo. Potrebbe essere un fratello, un cugino o addirittura un parente più lontano. Ma è comunque nella sua cerchia che bisogna cercare. Nei prossimi giorni, con la collaborazione della polizia locale, il romeno sarà interrogato per sapere se qualcuno dei suoi familiari si sia trasferito in Italia o, comunque, se possa fornire altri elementi utili a capire chi c&#8217;era, il pomeriggio del 14 febbraio, in quel parco</strong>&#8220;.<br />
Un ultimo articolo del <em>Corriere della Sera,</em> dal titolo &#8220;<a href="http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_05/caffarella_bianconi_6f36414e-0950-11de-84bf-00144f02aabc.shtml" target="_blank">Il rebus dello stupro della Caffarella: dalla confessione al Dna che non torna</a>&#8220;, c&#8217;è un parziale ripensamento, ma nessun accenno autocritico: &#8220;<strong>Non saranno stinchi di santo, visti i precedenti penali in Italia e in Romania, ma qui si parla dello stupro commesso al parco della Caffarella nel pomeriggio di San Valentino, non di altro.</strong>&#8220;. Si dicono peraltro alcune cose che ancora una volta contraddicono informazioni precedenti: ad esempio, che Layos &#8220;<strong>ha tirato fuori dal cilindro un nome </strong>[quello di Racz]<strong> al quale la polizia non pensava nemmeno lontanamente</strong>&#8220;. Vedi in proposito la dichiarazione di Loyos, riportata su, che invece sostiene che la polizia gli ha mostrato la foto dell&#8217;amico. E poi si dicono altre cose &#8211; vere o false o dubbie &#8211; su cui non mi soffermo.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>AGGIUNTA &#8211; 6, 7, 8, 9 MARZO </strong></p>
<p style="text-align:justify;">Il 6 ho contato complessivi 5 articoli sui due giornali, più un video di Repubblica TV. Nessuna novità sostanziale nello stile delle cronache: in alcuni un pathos un poco scadente, varie informazioni non sempre fra loro coerenti, nessun dubbio sul proprio precedente operato di giornalisti.<br />
Il 7 e l&#8217;8 marzo nessun articolo sull&#8217;argomento nella cronaca nazionale dei due giornali on-line.<br />
Siamo al 9 marzo, ore 13,25.<br />
Si attende che il Tribunale del riesame decida sulla richiesta di scarcerazione avanzata dagli avvocati difensori dei due. Nella cronaca nazionale de <em>La Repubblica on-line</em> non ci sono finora articoli sulla vicenda. Invece si legge in un articolo del <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_09/caffarella_ricovero_racz_riesame_aab0932c-0c94-11de-aa9b-00144f02aabc.shtml" target="_blank"><em>Corriere della Sera</em></a> che probabilmente il Tribunale del riesame deciderà che Racz resti in carcere perché imputato &#8220;<strong>sulla violenza di Primavalle. Secondo l&#8217;accusa Racz era uno dei due incappucciati che stuprarono la donna di 41 anni ad una fermata del bus in Via Andersen, alla fine di gennaio. Un&#8217;accusa, anche in questo caso, suffragata da un riconoscimento &#8216;dubbio&#8217; fatto dalla vittima che dopo il confronto in varie interviste, l&#8217;ultima ad &#8220;Anno Zero&#8221;, espresse dubbi e insicurezze&#8221;</strong>. (faccio notare che in altri articoli precedenti, tra quelli che ho proposto, si leggeva invece che tale riconoscimento era assolutamente attendibile: non ho riportato le frasi su quest&#8217;argomento per ragioni di spazio).</p>
<p style="text-align:justify;">Mi fermo qui nel resoconto, non so come andrà a finire l&#8217;inchiesta su questa tragedia, se saranno trovati i colpevoli, se i due attuali imputati (lo sono ancora?) usciranno dal carcere. L&#8217;ho detto all&#8217;inizio: <em>questa mia storia riguarda solo ed esclusivamente l&#8217;informazione offerta dai due giornali</em>, non i protagonisti della vicenda.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>QUALCHE DOMANDA E CONSIDERAZIONE</strong><br />
Compito dei giornalisti è ramazzare tutto ciò che vola nell&#8217;aria e sbatterlo sulla pagina o informare ragionando, interrogando la notizia? Se si trattasse di imputati ricchi e famosi, o anche di italiani di condizione media, avrebbero trattato in questo modo le vicende? Avrebbero parlato di forma della faccia, di lunghezza di braccia ecc.? Avrebbero messo in dubbio, anche per un solo momento, la validità di risultati scientifici?<br />
Perché un giornale sia importante e democratico, basta che abbia qualche giornalista illustre, che parla di grandi questioni e certamente non si macchierebbe affermando molte delle cose che dicono suoi colleghi meno illustri? Se appena ci si ferma a riflettere su tale differenza, si capisce immediatamente che non invoco autocensure (che peraltro sono attivate tante volte, eccome!, su faccende che riguardano i potenti), ma un minimo di rigore intellettuale diffuso. E probabilmente questi articoli di livello basso raggiungono un pubblico più ampio di quello che apprezza l&#8217;amarezza tagliente e sempre documentatissima di Scalfari, le misurate e pensose diagnosi di Diamanti o la ariose atmosfere di Magris. E questo pubblico potrebbe non leggere con attenzione articoli che poi smentiscono o attenuano quel che è stato detto prima.</p>
<p style="text-align:justify;">Vorrei dire a chi ha scritto, e pubblicato, questi resoconti: non credo che lo facciate per malafede, per vocazione antidemocratica, per razzismo voluto&#8230; Credo invece che, coerentemente con i tempi mediocri in cui viviamo, non mettiate impegno nel vostro mestiere: come scolaretti sciattoni che tirano via, senza troppo occuparsi della qualità dei compiti che porteranno l&#8217;indomani a scuola. Solo che i compiti fatti male da voi giornalisti amplificano e induriscono l&#8217;epidemia di follia di cui soffriamo. Se ne avessi il potere, prenderei uno di quei battipanni che si usavano quando non c&#8217;erano ancora gli aspirapolvere. Un po&#8217; di energiche battipannate, naturalmente metaforiche, sarebbero appropriate. Per il vostro bene &#8211; come si diceva un tempo ai bambini castigati -. E anche per il bene del vostro pubblico e del nostro paese.</p>
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<p style="text-align:justify;">Diceva il Poeta:<br />
<em>Di quella umile Italia fia salute<br />
per cui morì la vergine Cammilla,<br />
Eurialo, Turno e Niso di ferute. </em></p>
<p style="text-align:justify;">Solo che non arrivò nessun Veltro, come non verrà neppure oggi. Ci siamo solo noi comuni mortali che possiamo dare un calcio a ciò che sta già andando a rotoli oppure contribuire a una difficile guarigione con un&#8217;onesta, attenta, quotidiana fatica.</p>
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<p style="text-align:right;">Maria Laura Bufano</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[<i>Interno con rivoluzione</i> su rivist@]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/07/interno-con-rivoluzione-su-rivist/</link>
<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 09:33:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[In Interno con rivoluzione, libro grazie al quale Maria Laura Bufano si aggiudica un posto tra i fin]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1419" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.wordpress.com/files/2009/03/interno-con-rivoluzione.jpg" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="180" height="259" /> In <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank"><em>Interno con rivoluzione</em></a>, libro grazie al quale <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a> si aggiudica un posto tra i finalisti del Premio Calvino nel 2001, c&#8217;è davvero molto: un&#8217;intensa saga familiare, un&#8217;appassionante autobiografia, un romanzo di formazione, le confessioni di una donna. Malgrado la varietà di spunti, l&#8217;autrice riesce ad armonizzare il tutto consegnandoci un romanzo organico, compiuto e, soprattutto, maturo.</p>
<p style="text-align:justify;">Il punto d&#8217;osservazione è quello di Lidia, pugliese di nascita, figlia del dopoguerra e di proprietari terrieri, giovane donna benestante in aperto contrasto con la volubilità della madre e l&#8217;asfissia che patisce da uno stuolo di zie zitelle, per le quali tuttavia nutre un profondo affetto che resterà immutato negli anni.<!--more--><br />
Il suo temperamento indocile la sottrae ad un destino da massaia e la conduce ad una vita di scelte in controtendenza e, adesione che manterrà salda fino agli anni Settanta, alla militanza nelle file del Partito Comunista, al quale si iscrive durante gli anni dell&#8217;università, nonostante l&#8217;ostilità manifesta della famiglia.</p>
<p style="text-align:justify;">Parallelamente alla storia di Lidia si dipana quella di Paolo. Il contesto è tutt&#8217;altro: le sue origini sono modeste, la sua è un&#8217;iniziazione alla vita difficile. Ma Paolo brilla, in una famiglia di sbandati e remissivi, di una luce speciale: a lui viene concesso studiare e ottenere un diploma che lo condurrà dritto dritto ad un quieto posto di lavoro da contabile, e alla stessa sezione di Partito cui è iscritta Lidia. I due vivranno un amore di eccessi e di mancanze, mai equilibrato, e mai ordinario. Nel loro piccolo nucleo familiare in cui ogni schema è sovvertito, i ruoli finiscono con il confondersi e i legami a perdersi. Paolo non riesce a sottrarsi al legame insano che lo unisce alla sua famiglia d&#8217;origine; neanche l&#8217;amore che nutre per Lidia e i suoi figli lo guarirà dal suo turbamento, il quale finisce con il corrompere il suo matrimonio, che ne esce a pezzi. Tuttavia questo finale malinconico ci offre il suo risvolto positivo: né Lidia né Paolo accettano di uniformarsi a ruoli preconfezionati, e non cedono alle lusinghe della facile approvazione. Entrambi si appropriano, in queste ultime pagine, della loro reale identità sociale, lasceranno infatti il Partito per collaborare alla nascita del <em>manifesto</em>, e privata: Lidia comprende di non poter vivere con Paolo, mentre quest&#8217;ultimo si riconosce finalmente come padre responsabile dei suoi bambini. L&#8217;epilogo giunge dunque a ristabilire una parvenza di ordine nella sregolata vita dei protagonisti, ordine che è costato scelte sofferte, ma che ha garantito loro la sopravvivenza.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;"><em>Francesca Iannilli, su <a href="http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliCultura.aspx?id=5612" target="_blank">rivist@</a></em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il carnevale di Cadice - 2 -]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/02/il-carnevale-di-cadice-2/</link>
<pubDate>Mon, 02 Mar 2009 08:29:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/03/02/il-carnevale-di-cadice-2/</guid>
<description><![CDATA[Ci furono vari tentativi, nel tempo, di mettere le briglie a questo carnevale, che però non si lasci]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Ci furono vari tentativi, nel tempo, di mettere le briglie a questo carnevale, che però non si lasciò regolamentare. Un documento antico che riporta una protesta di benpensanti, per esempio, se la prende con l’abitudine dei gaditani di tirare, durante Carnevale, il <em>saquillo</em>, un involto pieno di legumi, sulla testa dei passanti: immagino dei più ricchi e perbene. In un giornale gaditano dell’’800 si diceva, sempre a proposito del Carnevale appena trascorso: “Le donne erano in rivolta: il diavolo scorrazzava liberamente.”</p>
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<p style="text-align:justify;">Al tempo della guerra civile, nel 1937, Franco cancellò e proibì con un decreto il Carnevale in tutta la Spagna. Mi dicono le mie amiche che vissero durante il franchismo, che a Cadice e nei <em>pueblos</em> della provincia, come Conil, alcuni, particolarmente dotati di <em>picardía</em> (per capire il significato di questo termine, basta far riferimento all’espressione “romanzo picaresco”) e di ironía, actuaban velocemente, per disperdersi quando qualcuno li avvertiva che stava arrivando la <em>Guardia Civil</em>.<br />
Per un decennio il franchismo cercò, sebbene inutilmente, di cancellare persino la memoria del Carnevale. <!--more--><br />
Nel 1947 esplose il deposito di siluri di San Severiano, a Cadice, gettando nel lutto mezza città. Il governatore civile Carlos María Rodríguez de Valcárcel, per sollevare gli animi, permise che fuori dal periodo di Carnevale, nelle <em>fiestas</em> prossime all’estate, potessero <em>actuar</em> alcuni <em>coros</em> (non certo <em>chirigotas</em>, né <em>cuartetos</em> e neppure <em>comparsas</em>), con contenuti giocosi e sentimentali, naturalmente sotto stretto controllo della censura. Furono promosse, al contempo, <em>Las Fiestas Típicas Gaditanas</em>, organizzate e frequentate dalle autorità e dai fedeli al regime, a cui restò estranea gran parte del popolo. Erano feste piene di giochi floreali, al centro stavano la cavalcata e le celebrazioni per la regina della festa, che era sempre figlia di un ministro di Franco.<br />
Il 5 febbraio 1977 (Franco, com’è noto, era morto da più di un anno ed era iniziata la transizione alla democrazia), alle cinque e un quarto del pomeriggio, iniziò il funerale de <em>Las Fiestas Típicas Gaditanas</em>, celebrato da <a href="http://www.pdedocratas.com/hemeroteca/curiosidades/laguillotina1.htm" target="_blank"><em>La guillotina</em>, un coro che <em>functiona</em><em>democráticamente</em></a>. I membri del coro erano vestiti da cittadini della Rivoluzione Francese, e la marcia funebre era accompagnata dal suono cupissimo di due tamburi, ma anche da fischi carnevaleschi. Altri membri del coro portavano un turibolo con dentro incenso e altri oggetti simbolici propri dei vescovi. Accompagnavano la cassa da morto corone funebri con varie dediche sarcastiche; seguivano donne in lutto &#8211; alcune con in mano una candela-, che piansero per tutto il tragitto. Il direttore del coro era vestito da prete e il corteo funebre era formato da un gruppo numeroso di persone mascherate.  Infine la bara fu tirata nel mare.</p>
<p style="text-align:justify;">Le cavalcate ci sono ancora, nelle due domeniche che “attanagliano” la settimana principale dei festeggiamenti. D’altra parte già due secoli fa Vittorio Alfieri parla, nella<em> Vita scritta da esso</em>, dei cavallini di Andalusia e accenna al carnevale di Cadice, cui aveva assistito, nel corso di un suo lungo viaggio in Spagna. [Per leggere le pagine della sua autobiografia che raccontano queste cose (pp. 180 e sgg.), clicca <a href="http://books.google.es/books?id=dyQTAAAAQAAJ&#38;pg=PA180&#38;lpg=PA180&#38;dq=cavalli+andalusi+alfieri&#38;source=bl&#38;ots=s3P6vLp7Lu&#38;sig=IyW5z8Gg93Ty4SzN70sK_mhnMQo&#38;hl=es&#38;ei=sz2hSeesH9SyjAflx9nSCw&#38;sa=X&#38;oi=book_result&#38;resnum=1&#38;ct=result." target="_blank">qui</a>].</p>
<p style="text-align:justify;">Gli andalusi oggi si appassionano soprattutto alle <em>chirigotas</em>, certamente difficili da capire per chi non sia abituato al parlato di queste zone: non si tratta di un dialetto e meno che mai di una lingua a sé, ma di un castigliano assai stretto, in cui sono eliminate consonanti interne e finali e ci sono molte abbreviazioni di parole di uso comune. La recitazione-canto nelle <em>chirigotas</em> ha un ritmo e un tono particolari: nessuna enfasi, solo qualche breve e assai sporadico scatto sopra le righe, uno stile, per intenderci, opposto a quello del teatro di Dario Fo. Sembra che gli attori-cantanti delle <em>chirigotas</em> dicano al pubblico, con le parole, la musica, la gestualità: “Ora vi spieghiamo come è successo, vi facciamo capire bene come vanno queste strane faccende”. Il doppio senso, la pazzia provocano lo scoppio di risa in chi sta a guardarli proprio perché potenziati da quest’atteggiamento quieto, ragionativo, pacato.<br />
Propongo un’ampia rassegna di parti di <em>chirigotas</em> presentate nel Carnevale di quest’anno, ma non dispongo dei testi. I testi te li vendono se vai a vederle, ma ovviamente non è lecito diffonderli gratis se non c’è un consenso del gruppo. Tematizzano, queste <em>chirigotas</em>, aspetti della vita e anche del mondo culturale, televisivo, cinematografico: una delle più divertenti è quella che fa il verso a molti personaggi dell’universo di Walt Disney, del gruppo <a href="http://es.getalyric.com/index.php?search=chirigotas+2009+final&#38;criteria=escuchar" target="_blank">Las <em>muchachas</em> <em>del congelao</em></a>.</p>
<p style="text-align:justify;">Infine, ecco una comparsa che sposa la causa del recupero della memoria <em>historica</em>: <em>Era pequeño y me arrebataron</em>… Ricordo cha questo genere di <em>actuaciones</em>, a differenza dalle <em>chirigotas</em>, sono spesso serie, a volte patetiche.<br />
Quella che propongo parla di un bambino strappato ai suoi genitori nel corso della guerra civile: la storia di questo figlio di un desaparecido repubblicano è però meno crudele – i genitori adottivi sono <em>buenas personas</em>, come direbbero gli spagnoli -, di quelle che hanno per sfondo dittatura argentina e che ci ha raccontato il bel film<a href="http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=cine&#38;scheda=hijos_cast&#38;lingua=esp." target="_blank"> <em>Hijos-Figli</em></a>, di Marco Bechis e Lara Fremder.</p>
<p>Ecco il video</p>
<p style="text-align:justify;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/uKkPlu8VI04&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/uKkPlu8VI04&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p style="text-align:justify;">e la traduzione del testo di questa <em>comparsa</em>:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Ero piccolo e mi strapparono<br />
dalle braccia di un padre<br />
che era repubblicano.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><em>Sono un bambino del franchismo<br />
che fu rapito<br />
e dai suoi due fratelli fu separato.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><em>Devo quel che sono alla famiglia a cui mi consegnarono,<br />
li amai come fossero miei genitori,<br />
nonostante non fossero del mio stesso sangue,<br />
li amai e furono quelli che mi aiutarono,<br />
mi dissero a chi dovevo domandare,<br />
dove dovevo andare e per dove potevo cominciare,<br />
e dopo una vera e propria odissea<br />
incontrai le mie sorelle,<br />
mi dissero chi fu mia madre<br />
e dove è sepolta.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
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<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><em>Insieme a loro continuai la mia lotta,<br />
con il tempo potei scoprire<br />
che mio padre lottò e morì nella Guerra Civile.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
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<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><em>Lo catturarono e lo fucilarono sulla cima di un colle,<br />
fu buttato in una fossa comune<br />
come fosse un cane.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><em>Non pretendo di scoperchiare<br />
né di riportare un tempo passato;<br />
chiedo solo che mi dicano dove sta.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><em>È una questione di umanità:<br />
cerco i resti di mio padre<br />
perché possa riposare in pace<br />
a fianco di mia madre.</em></p>
<p style="text-align:justify;">
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<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Per concludere davvero, propongo a chi voglia vedere una specie di anticarnevale, di andarsi a cercare il bellissimo film, tradotto anche in italiano, <a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=4668" target="_blank"><em>La casa di Bernarda Alba</em></a>, tratto dall’omonimo dramma di Federico García Lorca. Racconta una Spagna che era agli antipodi del Carnevale ed esisteva – era forse maggioritaria – cinquant’anni fa. Consoliamoci. C’è speranza per tutti: se non per noi, almeno per i nostri figli e nipoti.</p>
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<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Maria Laura Bufano</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Il carnevale di Cadice - 1 -]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/02/23/il-carnevale-di-cadice-1/</link>
<pubDate>Mon, 23 Feb 2009 12:34:52 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Da molto tempo ho voglia di scrivere per il blog qualcosa sul Carnevale di Cadice. È  un mobilissimo]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Da molto tempo ho voglia di scrivere per il blog qualcosa sul Carnevale di Cadice. È  un mobilissimo e grande carnevale: secondo molti, con quello pur assai diverso di Santa Cruz de Tenerife (Canarie), è al secondo posto nel mondo, subito dopo il Carnevale di Rio de Janeiro. Ma è proprio difficile parlarne, è un argomento complicatissimo. Per quest’anno darò alcune informazioni basilari; mi impegno, per l’anno prossimo, a scrivere resoconti più completi e vissuti.</p>
<p style="text-align:justify;">Il Carnevale di Cádiz, oggi, è diverso da quello di Venezia e da molti altri a cui va la nostra mente. Quando sono stata nelle strade di Cádiz, fra la folla che festeggiava, ho visto poche persone adulte mascherate: certamente ci sono occasioni – balli e feste – in cui tutti si camuffano, ma la parte più originale e significativa non è costituita dalle maschere, ma dalle <em>actuaciones</em>. Si tratta brevi spettacoli con parole e canti, che si tengono nelle strade e nel Teatro Falla. Non sono professionisti, quelli che <em>actuan</em> (che si esibiscono), dopo aver composto testi e musiche: sono in genere gruppi di cittadini – uniti per attività professionale, per amicizia, per età, per interessi comuni – che lavorano tutto l’anno a scrivere parole e musiche, a imparare il repertorio, a provare insieme. <!--more-->Se sono molto bravi, accedono al grande concorso nel Teatro Falla. Ricordo che Manuel de Falla, con Isaac Albéniz, Enrique Granados e il più giovane Joaquín Rodrigo, è uno dei compositori più interessanti e intensi del Novecento spagnolo e mondiale; fu grande amico di Federico García Lorca. Qui sotto <em>El Amor Brujo </em>– <em>L’amore stregone</em> &#8211; di Manuel de Falla:</p>
<p style="text-align:justify;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/auRUxPPqDcQ&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/auRUxPPqDcQ&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p style="text-align:justify;">Le composizioni per il carnevale di Cadice seguono alcune “regole” e sono raggruppabili per generi: <em>los Coros,</em> di oltre quaranta componenti: si spostano per le strade su carri, e, nel loro repertorio, hanno molti tipi di canti, giocosi, folklorici, sentimentali, patetici; <em>las Comparsas</em>, per lo più di quattordici componenti, cantano/recitano composizioni di vario tipo: sentimentali, politici, folklorici, pur se qualche volta sono pepati nei confronti di aspetti del vivere sociale; <em>las Chirigotas</em>, in genere di dodici attori-cantanti, sono i raggruppamenti con repertorio più pungente, critico, divertente, spesso surreale (satira politica, sociale, doppi sensi ecc.); <em>los Quartetos</em>, formati di un numero di componenti tra tre e cinque, hanno al centro la parodia di personaggi e situazioni sociali, politiche, personali, e mirano a provocare il riso.<br />
È rarissima la presenza di donne cantanti-attrici: i ruoli femminili nella tradizione sono ricoperti da uomini, splendidamente camuffati. Le donne compaiono qualche volta nei coros<br />
All’interno di ciascuna formazione sono previsti diversi tipi di cantanti: <em>bajos</em>, <em>tenores</em>,<em> segundas voces</em> (accompagnano la voce principale e cantano a due toni più in basso del tenore), <em>octavillas</em> (voci che cantano a un’ottava sopra la voce del tenore), <em>contraaltos</em> (cantano a due toni sopra la voce del tenore). E anche diversi strumenti: <em>la guitarra</em>, <em>el bombo</em>, (tamburo), <em>la laúd</em> (strumento a corda di origine araba), la <em>bandurria</em> (sorella della laúd), la <em>caja</em> (un tipo particolare di tamburo), <em>el güiro </em>(strumento formato da un pezzo di canna forata, con una linguetta di carta o di altro, che vibra quando si soffia dentro), <em>las claves </em>(strumenti a percussione, si battono l’uno contro l’altro)…  Le parti – potremmo chiamarle “movimenti”? &#8211; delle composizioni sono, in varie combinazioni: <em>presentaciones</em>, <em>tangos</em>, <em>coplas</em>, <em>popurrí</em>, <em>pasodoble</em>… Non tutti questi “movimenti” compaiono in tutti i generi: c’è una certa rigidità nelle regole compositive. Ecco una breve spiegazione di alcuni di questi termini: <em>las cuplés</em> sono pezzi formati da coppie di versi; <em>los popurrí</em> derivano dal francese pout-pourri, che secondo alcuni viene a sua volta dall’espressione spagnola <em>olla podrida</em>, che significa pentola piena di cibi sfatti, di mescolanza di cibi: insomma, una sorta di satura latina; <em>el pasodoble </em>è un pezzo a ritmo binario, tipo marcia…</p>
<p style="text-align:justify;">Per dare un’idea del lavoro che comporta la preparazione di un carnevale di Cadice, e dei cantanti-attori coinvolti, basti pensare che solo nella città (per non contare le formazioni che pur ci sono nella provincia) ogni anno <em>las actuaciones </em>superano di un bel po’ il numero di cento.</p>
<p style="text-align:justify;">Gli studiosi pongono le remote origini del Carnevale di Cadice nei soliti baccanali, saturnali e lupercali. E soprattutto nel medioevo cristiano, nella trasgressione istituzionalizzata e permessa eccezionalmente, come valvola di sfogo, nel temporaneo e simbolico rovesciamento delle gerarchie sociali. Ma adesso viene una bella storia…<br />
Diversi concordano nell’individuare le origini più recenti di questo complicatissimo carnevale nell’influenza che gli italiani, e specificamente i genovesi, avrebbero avuto sulla popolazione gaditana. Dopo l’espansione turca nel Mediterraneo, i commercianti italiani spostarono l’asse delle loro attività verso Occidente e molti di loro posero basi commerciali in Cadice, per i loro traffici con l’Africa e in seguito con le Americhe.</p>
<p style="text-align:justify;">Gli storici del folklore spagnolo danno per certa quest’influenza, ma non so se in Italia, e specificamente a Genova, ci sia oggi qualcosa di simile al Carnevale di Cadice: non ne ho mai sentito parlare. Che ci possa essere stata un’influenza della Commedia dell’Arte? O è stata la fama perenne dell’ingegno degli italiani, considerati a torto o a ragione artisti per natura, a far nascere questa convinzione? Chissà.  In relazione a questo fermento teatrale e musicale, probabilmente unico al mondo, mi viene in mente anche il teatro di marionette della Tía Norica: se vi capita di andare a Cadice, non mancate di visitare il Museo Provinciale, che si trova nella bellissima Plazas  Minas, piena di alberi giganteschi e di pappagallini verdi. Se ci andrete nel pomeriggio (di mattina l’ultimo piano è chiuso), potrete vedere, oltre i due sarcofagi fenici, tanto belli, sereni, grandi, che fanno quasi desiderare di morire, anche la parte dedicata alle antiche marionette, al secondo piano dell’edificio. Fra queste c’è appunto la Tía Norica, con gli scenari della sua vita: un campo, e il toro che la fa volare per aria con una cornata nel culo, ma anche la stanza in cui la Tía sta morendo, mentre il notaio, dopo aver raccolto le sue ultime volontà, se ne sta seduto al tavolo ad aspettare. Nel 2010 dovrebbe essere pronto a Cadice il nuovo teatro di marionette intitolato a questo personaggio.<br />
La continuazione alla prossima.</p>
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<p style="text-align:right;">Maria Laura Bufano</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Testamenti vitali in Spagna e riflessioni sui fatti italiani]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/02/07/testamenti-vitali-in-spagna-e-riflessioni-sui-fatti-italiani/</link>
<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 21:11:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/02/07/testamenti-vitali-in-spagna-e-riflessioni-sui-fatti-italiani/</guid>
<description><![CDATA[In Spagna c’è un Testamento vital (l’equivalente del nostro testamento biologico) varato dalla Confe]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">In Spagna c’è un <em><a href="http://www.conferenciaepiscopal.es/servicios/testamento_vital.htm" target="_blank">Testamento vital</a> </em>(l’equivalente del nostro testamento biologico) varato dalla <em>Conferencia Episcopal</em>, che è il livello gerarchico più alto della Chiesa cattolica e rappresenta naturalmente il Vaticano. Certo, molto sommario rispetto ai modelli “laici” presenti nelle diverse <em>Comunidades</em> (che sono  regioni con marcata autonomia), su cui darò indicazioni in seguito. E tuttavia, se i vescovi l’avessero varato in Italia, certe crudelissime persecuzioni, unite a minacce alla democrazia, avrebbero trovato più difficoltà a farsi strada. Tra l’altro questo testamento steso dai vescovi spagnoli declina: <em></em></p>
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<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><em>“Chiedo che se, a causa della mia malattia, giungessi a trovarmi  in una situazione critica irreversibile, non mi si mantenga in vita per mezzo di trattamenti sproporzionati o straordinari; che non mi si applichi l’eutanasia attiva, ma neppure che mi si prolunghi in modo abusivo e irrazionale il processo che mi condurrà alla morte; che mi si somministrino le medicine adeguate per calmare il dolore.”</em><!--more--></p>
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<p style="text-align:justify;">Certamente il lettore sarà sorpreso. Come può la <em>Conferencia episcopal</em> aver varato un documento così, mentre a Roma il papa – alla cui volontà sono felici di piegarsi gli uomini del governo – tuona contro inermi disperati, accusando tutti quelli che gli capitano sotto tiro, anche il Presidente della Repubblica, di volere l’eutanasia? Non intendo assolutamente entrare nel merito del caso che in questi giorni è sotto gli occhi di tutti. Si è detto troppo, nel merito, anche cose di una crudeltà e di una volgarità che atterrisce. Voglio invece portare qualche considerazione sui meccanismi attraverso cui si esercita questo potere arrogante e spietato.<br />
Ritorniamo al testamento dei vescovi. È stato formulato in un paese, la Spagna, in cui ogni <em>Comunidad</em> mette a disposizione un proprio testamento vital, naturalmente “laico”. Ma neppure in Spagna è stato un cammino facile. Al principio del 2005, nella <em>Comunidad de Madrid</em>,  in mano al <em>Partido Popular</em>, ha avuto inizio una dura storia. Quindici medici dell’ospedale “Severo Ochoa” di Leganés furono accusati da una denuncia anonima di aver commesso 400  omicidi con sedazioni irregolari e sproporzionate. L’assessore alla Sanità, Manuel Lamela, fece da spalla alla denuncia e destituì diversi primari e responsabili dell’ospedale. Il caso giunse ai tribunali. Dopo vicende devastanti per la professione e la vita degli operatori coinvolti, all’inizio del 2008 il tribunale di Madrid ha assolto pienamente tutti i medici e gli operatori accusati e ha ordinato la loro piena riabilitazione. Per conoscere più in dettaglio questa vicenda clicca su <a href="http://quemeatiendamontes.wordpress.com/historia-de-una-infamia/" target="_blank"><em>Historia de una infamia</em></a>.<br />
Poi Zapatero ha vinto di nuovo le elezioni e ha dichiarato che si varerà una legislazione valida in  tutta la Spagna che non permetta la ripetizione di simili fatti.<br />
In questo contesto è stato varato il <em>testamento vital </em>dei vescovi. Le gerarchie ecclesiastiche hanno una straordinaria capacità tattica, accumulata in 2000 anni di esperienza: reazione ostinata, anche dura e crudele, quando si sentono abbastanza forti da poter imporre il loro potere con l’intimidazione anche solo di tipo morale (nel caso non sia possibile altra forma di costrizione); adattamento e trasformazione controllata, quando temono che una resistenza rigida faccia perdere loro rapidamente terreno, come sta succedendo in Spagna. Non solo: la diversificazione degli atteggiamenti, che solo apparentemente è in contraddizione con la pretesa proiezione universale della Chiesa cattolica, ma in realtà è stata sempre un’indispensabile strumento del suo ecumenismo, si fonda in buona parte sull’ignoranza dei fedeli e sulla disinformazione e a volte codardia dei non fedeli. Nel caso specifico, i vescovi più oltranzisti spagnoli possono affermare con disinvoltura principi e regole che il papa a Roma contraddice: tanto nessuno se ne accorge e, se per caso qualcuno se ne accorge, si sta zitto. Per pigrizia, perché ci sono cose più importanti, perché la declinazione di norme religiose è affare degli uomini di chiesa… che invece si occupano, e come, della morale e delle regole dei laici e dei non credenti.</p>
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<p style="text-align:justify;">E a questo proposito, mi pare necessario, anche se tremendamente sgradevole, richiamare un fatto di casa nostra. Si tratta di un’<a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/04_Aprile/08/veronica.shtml" target="_blank">intervista che la signora Veronica Berlusconi </a>aveva rilasciato al Corriere della sera nel 2005, all’indomani della morte del precedente papa. Aveva dichiarato di aver fatto ricorso all’<strong>aborto volontario al settimo mese di gravidanza </strong>per malformazione del feto/bambino. Nessuno, né allora, né dopo, ha ripreso nel tempo tale sconvolgente rivelazione per farci su trasmissioni televisive, per disquisire sulla legittimità di quest’atto, per frugare nell’intimità degli interessati… E questo rispetto andava bene, secondo me: infilare le mani nelle viscere degli altri, come fanno certi giornalisti televisivi e non televisivi e certi uomini di potere, è degradante per tutti. Ma oggi questa rivelazione di tre anni e mezzo fa suona come insopportabilmente arrogante: c’è chi in Italia si permette di compiere e di rendere pubblichi propri atti, che, se compiuti da comuni mortali, provocherebbero scandalo, gogne mediatiche, giudizi sommari, dibattiti morbosi, oltre che, naturalmente, anatemi tremendi da parte del Vaticano.<br />
Di fronte alla violazione dei più elementari diritti dei deboli, di fronte all’affermazione di una sorta di superomismo casereccio, che consente a pochi di sentirsi ed essere percepiti come al di sopra della morale dura e ottusa che pretendono di imporre a qualsiasi costo alle persone comuni, qualche giornalista, qualche uomo politico democratico dovrebbe avere il coraggio di svelare lo stridore fra pseudo principi morali imposti agli altri e disinvoltura sfacciata nei comportamenti privati e nelle dichiarazioni di questi potenti. E viene anche la domanda: ma perché, se è così buono e giusto costringere esseri umani a un’esistenza vegetale, non si ha notizia di ecclesiastici – curati di paese, vescovi, cardinali, papi &#8211; che siano stato sottoposto a tali trattamenti? È questa una domanda politicamente scorretta oppure umanamente ragionevole?</p>
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<p style="text-align:justify;">Per conoscere un modello di testamento vitale emanazione delle pubbliche istituzioni spagnole, <a href="http://www.jccm.es/sanidad/volprinci.html" target="_blank">clicca qui</a>: come è facile accorgersi, si tratta di un documento molto più articolato e preciso di quello formulato dai vescovi: prevede modalità, procedure, patologie e terapie specifiche ecc.. Quindi è più utile e affidabile di un insieme di dichiarazioni troppo generiche, pur se, come si è visto, significative..</p>
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<p style="text-align:justify;">A Conil si riunisce spesso, per far festa  e per concordare iniziative di reciproco aiuto, un gruppo di immigrate: la maggioranza è di sudamericane (provengono dal Cile, dal Perù; dalla Bolivia, dalla Colombia); c’è poi una serba, qualcuna del Marocco, ci sono io, che provengo dall’Italia. Fanno parte del gruppo anche andaluse, di Cordova, di Huelva, di Chiclana… Le amiche sudamericane sono cattoliche, qualcuna mi parla di Dio, anche se sa benissimo che io non sono credente. Da quel che ho capito finora di loro, mi pare che nei paesi da cui provengono abbiano conosciuto la parte migliore della Chiesa, almeno in parte erede della “teologia della liberazione”: diversi preti e religiosi che, paradossalmente, proprio <em>perché in contrasto o comunque irriducibilmente lontani</em> dall’arroganza delle gerarchie di Roma e di Madrid, attraggono credenti in buona fede e suscitano persino il rispetto di non credenti duramente critici nei confronti delle prepotenze delle gerarchie cattoliche negli stati laici. Spetta dunque ai figli infedeli di Santa Madre Chiesa di salvarne la reputazione? È una strana faccenda, ma bisogna tener conto del fatto che quella umana è una specie evolutasi in modo squilibrato.</p>
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<p style="text-align:justify;">Anche in Italia c’è qualche figlio infedele della Chiesa di Roma, che pare voler riscattare le colpe degli altri: in questi giorni ha fatto sentire la sua voce l’arcivescovo Casale, con <a href="http://www.lucacoscioni.it/rassegnastampa/intervista-monsignor-giuseppe-casale-lasciamola-morire-pace-come-facemmo-con-giovanni" target="_blank">un’intervista</a> su La Stampa. Esprime una visione articolata, fuori dal coro, delle vicende di cui siamo sgomenti testimoni; e richiama ragionevolmente la fine di Giovanni Paolo II che per sé rifiutò quegli accanimenti terapeutici che ipocriti uomini di potere oggi vorrebbero imporre a chi considerano meno che niente.</p>
<p style="text-align:right;">Maria Laura Bufano</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Maria Laura Bufano - Intervista a Radio Alma]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/02/04/maria-laura-bufano-intervista-a-radio-alma/</link>
<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 22:51:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/02/04/maria-laura-bufano-intervista-a-radio-alma/</guid>
<description><![CDATA[Maria Laura Bufano presenta Interno con rivoluzione alla belga Radio Alma di Brexelles.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a> presenta <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a> alla belga Radio Alma di Brexelles.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/FZCEwGdFMoY&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/FZCEwGdFMoY&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p><!--more--></p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/4Y6KPOPRyVs&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/4Y6KPOPRyVs&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[I pirati alla marina]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/01/26/i-pirati-alla-marina/</link>
<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 15:48:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/01/26/i-pirati-alla-marina/</guid>
<description><![CDATA[La casa editrice romana Round Robin, oltre a pubblicare opere di autori emergenti, si occupa del nob]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-998" title="nick-in-evasione" src="http://roundrobineditrice.wordpress.com/files/2009/01/nick-in-evasione.jpg?w=300" alt="nick-in-evasione" width="278" height="215" /></p>
<p style="text-align:justify;">La casa editrice romana Round Robin, oltre a pubblicare opere di autori emergenti, si occupa del nobile progetto “<em>Un libro ti fa evadere</em>” per recapitare libri ai detenuti.</p>
<p style="text-align:justify;">Il Round Robin è un’usanza marinaresca e piratesca di firmare gli accordi o le lettere di protesta. In pratica, invece di fare una lista, si scrivono le firme in maniera circolare così da non far risultare nessuno come capo o istigatore. Allo stesso principio si ispira la piccola e giovane casa editrice <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/index.aspx" target="_blank"><strong>Round Robin</strong></a> di Roma. Tanto che dalle pagine del suo sito si può leggere: “Nel maggio del 2002, nel tempo dell&#8217;attacco all&#8217;informazione e alla cultura italiana, fondare a Roma una casa editrice per divulgare saperi non allineati era un atto di pirateria”. <!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Così con il Jolly Roger al vento ed una ciurma di corsari estremamente eterogenea questo vascello compie le sue incursioni nel grande mare della letteratura. Ma non solo questo. Fedele ad un leggendario codice della pirateria, questa casa editrice si impegna a far evadere i gaglioffi che incautamente sono finiti nelle mani della legge. Così il progetto “<strong>Un libro ti fa evadere</strong>” si occupa di recapitare libri ai detenuti delle carceri italiani. In pratica, grazie a questa iniziativa qualunque libro portato presso la sede della casa editrice (<strong>Via Malaga 14, 00144, Roma</strong>) verrà spedito in omaggio dalla stessa casa editrice alle biblioteche degli istituti penitenziari. Inoltre chiunque intenda in questa maniera donare un libro ai detenuti avrà diritto a uno sconto del 50% su uno dei loro titoli.</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-997" title="copertina_internoconrivoluzione" src="http://roundrobineditrice.wordpress.com/files/2009/01/copertina_internoconrivoluzione.jpg?w=197" alt="copertina_internoconrivoluzione" width="142" height="217" />E ancora, tra i componenti di questa ciurma c’è <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank"><strong>Maria Laura Bufano</strong></a>, autrice di “<a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank"><strong>Interno con rivoluzione</strong></a>”, ultima uscita di questa banda piratesca. Nel romanzo, dai tratti autobiografici, Lidia racconta la sua storia con Paolo, dal dopoguerra ai primi anni Settanta. Un romanzo sentimentale che ha come sfondo i difficili anni della ricostruzione, il boom economico e poi la furia di cambiare società e vita, tra schegge di storia della CGIL e del PCI, tra il femminismo e <em>il manifesto</em>. Un romanzo sulla memoria e su quei difficili anni forieri di cambiamenti epocali ed individuali. Come scrive l’autrice: “Il discorso sui doveri della memoria è diventato asfissiante, l&#8217;invito a ricordare si è fatto stereotipo. Per me, nel considerare gli eventi del passato, è necessario attivare sguardi diversi… questa memoria per me richiede uno sforzo continuo, logorante, che non finisce mai, di approssimazione all&#8217;oggettività, alla verità dei fatti. Non è una cosa che si possa raccattare disinvoltamente dal bordo della strada; e neppure con visite rituali ad Auschwitz”.</p>
<p style="text-align:justify;">Così contro tutte le avversità e le superficialità, questo galeone continua ad incrociare per i sette mari, chissà che non potrete scorgerlo veleggiare mentre scrutate il sole al tramonto all’orizzonte.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Riccardo Melito, su <a href="http://arte.stile.it/articoli/2009/01/22/libri-i-pirati-della-marina.4384125.php" target="_blank">stile.it</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Cronache da Siviglia: "Ho finito ora di leggerlo, è lucente!"]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/01/20/ho-finito-ora-di-leggerlo-e-lucente/</link>
<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 10:26:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
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<description><![CDATA[Lo scorso mese, con i giudizi dei giurati del &#8220;Premio Calvino&#8221; su Interno con rivoluzion]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1248" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.wordpress.com/files/2008/12/cronache-da-siviglia.jpg" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="180" height="259" /><em> Lo scorso mese, con i giudizi dei giurati del </em><em>&#8220;Premio Calvino&#8221; su <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a>, abbiamo cominciato a recuperare sul blog testimonianze sotterranee sui nostri libri: giudizi, commenti, pareri, consigli dati quando ancora questi erano in forma di bozze. Qui sotto riportiamo la lettera che <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a> scrisse a <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=federico_di_vita" target="_blank">Federico di Vita</a> dopo aver letto per la prima volta le bozze di </em><a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731049" target="_blank">Cronache da Siviglia</a><em>. </em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:center;">****</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>Ho finito ora di leggerlo. È lucente!<br />
E non si riesce a lasciarlo prima di aver letto l&#8217;ultima pagina. </strong></p>
<p style="text-align:justify;">Se in quello che dico non ho capito qualcosa, non ti preoccupare: verificalo con altri. Io ho davvero problemi di comprensione dei testi. Può darsi comunque che ti sia utile in ogni modo.</p>
<p style="text-align:justify;">I capitoli che raccontano di Siviglia, degli amici, di qualche altro luogo sono seguiti da messaggi tuoi e di una ragazza: è una ragazza vera, lontana? È una “Sintesi” delle ragazze che hai amato o vorresti aver amato? Della stranezza della donna? Si fonde alla fine o in alcuni momenti con Viola? <!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Il testo mi pare simile a un’opera lirica: delle arie, e un recitativo che le lega. Le arie sono bellissime, spesso buffe e tenerissime, anche drammatiche, ma sempre venate di una comicità che è anche spaesamento. È più Mozart (soprattutto i molti registri e significati del Don Giovanni) che Verdi (non sono comunque una esperta in opera lirica). Non voglio fare un vero paragone fra le due cose (il Don Giovanni e le tue “Cronache”). È, il mio, un tentativo di rendere l’impressione che ho della struttura del testo e anche dei molteplici, curiosi, intensi, patetici, ironici, buffi sensi che sprigiona e che sprigionano soprattutto alcune parti di grande densità.</p>
<p style="text-align:justify;">Quali sono le arie? Naturalmente le parti più compatte. Ti fanno morire. Ne indico alcune: L’aria degli scacchi; la storia di Elisa, Martino, Giuseppe e Michele; l’aria dei piccioni; la storia del vecchio; la ricostruzione fantastica della corrida, con il toro-gatto; moltissimi racconti-descrizioni (non mi piace dire solo “descrizioni”, è un termine che dà troppo l’idea della staticità) soprattutto di Siviglia, ma anche Ronda, Cordoba (sai che non la conosco, Cordoba?)&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono altre parti compatte, belle, ma meno dense, più “studentesche”: l’episodio divertente der Pedrella, la storia dei nidi di pasta e dintorni che, con un salto temporale, chiude molto bene le “Cronache”, la storia di Ronda e del modo di percorrerla da parte dell’amico tedesco, ecc.</p>
<p style="text-align:justify;">Il “recitativo” che unisce le “arie” in qualche passaggio deve essere  chiarito (rispetto alla mia capacità di comprensione, naturalmente!). Ma anche se io avessi ragione, si tratta di cose piccole.</p>
<p style="text-align:justify;">Le descrizioni-racconti. Suscitano la mia ammirazione per un motivo banale e per altri motivi più profondi.</p>
<p style="text-align:justify;">Il motivo banale. Io sono completamente disorientata nello spazio, in una misura che non si può credere. Quando comprai la casa a Conil, ero convinta che l’oceano stesse dalla parte opposta del paese, dove invece – mi accorsi molto dopo – ci sono le strade che portano all’interno. Mi affacciai alla mia terrazza (non era ancora mia) da dove si vede un ampio tratto dell’oceano. Mi dissi “che strano!”, ma la mia patologica distrazione spaziale mi fece apparire normale che l’oceano si fosse girato. Solo dopo tempo mi resi conto che avevo sbagliato io. A Siviglia sono stata molte volte. Non sarei capace di ricostruire niente. E neppure di trovare una strada del centro. Conservo solo le sensazioni di luoghi – o di spazi – che si sono del tutto trasformati nella mia testa, facendosi anche più generici. E riesco a orientarmi bene sul mare: percorrendo la spiaggia.</p>
<p style="text-align:justify;">Motivo piu`profondo. La “rivisitazione” di Siviglia nel tuo testo è straordinaria. Escono immagini dalle mille sfaccettature, anche qui dai molti sensi. Anche io che non ho memoria spaziale ritrovo Siviglia nel suo senso più intenso, la percezione di un luogo che è reale, ma anche un luogo dei sensi, del pensiero, che supera la contingenza. Invidio il tuo linguaggio così fratto e al tempo stesso fluido, pieno di vetruzzi lucenti, di cose nere, verdi, di tutti i colori, ma anche unitario. Al confronto, sento il mio come una lastra di piombo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono poi dei passi splendidi: non so se siano arie o recitativo, ma non importa: per esempio, quello sulla partita che finisce in pareggio. Ricordo che una mia amica mi aveva invitato parecchi anni fa ad assistere a una partita di pallavolo, della squadra faceva parte anche suo figlio quindicenne (compagno di asilo e delle elementari del mio secondo figlio). Mi vergognerei di raccontare le ingiurie dei genitori contro l’arbitro, contro i ragazzi giocatori: dietro ci vedevi i soldi che avevano speso per attrezzare i figli, per contribuire all’attività sportiva ecc. Ci vedevi anche una povertà di pensiero e di sentimenti che con il tempo ha portato a questa situazione, in Italia. Quest’episodio è una sosta rinfrescante e tiepida, una speranza nella durezza dei rapporti.</p>
<p style="text-align:justify;">Il romanesco è bello, in genere si lega bene. Bisogna portare l’incontro italiano – romanesco a un punto di totale perfezione.</p>
<p style="text-align:justify;">Un testo, in conclusione, bellissimo. Un testo profondo, con tante cose, tanti livelli, tanti “raggi” che si sprigionano dai fatti, raggi tiepidi, roventi, arricciati e rettilinei e anche freschi. Le cose con tanti significati mi piacciono molto.</p>
<p style="text-align:justify;">Fammi sapere se ho sbagliato molto.</p>
<p style="text-align:justify;">Ciao</p>
<p style="text-align:justify;">Maria Laura</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[<i>Interno con rivoluzione</i> al Premio Calvino]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/12/15/interno-con-rivoluzione-al-premio-calvino/</link>
<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 10:22:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/12/15/interno-con-rivoluzione-al-premio-calvino/</guid>
<description><![CDATA[Nel 2001, con l&#8217;ancora provvisorio titolo di &#8220;Pater&#8221;, Interno con rivoluzione part]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1250" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.wordpress.com/files/2008/12/interno-con-rivoluzione.jpg" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="180" height="259" /> Nel 2001, con l&#8217;ancora provvisorio titolo di &#8220;Pater&#8221;, <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a> partecipa al Premio Calvino e viene inserito nella cinquina dei finalisti. Ci sembra di una certa utilità riportare qui sotto quelli che furono i giudizi di lettura dei giurati del Premio Calvino, interpretazioni che seppur non perfettamente aderenti alle nostre &#8211; in particolare per quel che riguarda il finale &#8211; meritano di essere menzionate. </em></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>ATTENZIONE</strong>: <em>dalle schede di giudizio dei giurati si evincono trama e finale del romanzo, chi non l&#8217;avesse ancora letto prima si procuri il libro&#8230;</em></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">1 &#8211; Scritto benissimo, il libro è la storia di una generazione, quella del sessantotto, ricostruita trent&#8217;anni dopo, da un punto di vista femminile &#8211; il che vuoi dire, per quella generazione che è anche, ma non solo, femminista. È la storia di un travaglio individuale e collettivo, di una generazione che si batteva con entusiasmo e senza risparmio di energie per cambiare il mondo e cominciava questo cambiamento dalla rottura degli schemi tradizionali e consolidati dei rapporti di genere, di classe, di lavoro. Pero è anche la storia di sofferenze personali e di cedimenti individuali irrimediabili, una storia senza idillio finale. <!--more-->Volutamente presentata come autobiografìa &#8211; come indica l&#8217;alternarsi dei capitoli tra Io e Paolo –il libro è molto probabilmente tale, ma si presenta liberato dai residui  autobiografici più limacciosi e sa diventare la storia di una generazione, anzi, delle donne di una generazione. Forse la terza parte, fulminea e onirica, avrebbe bisogno di un&#8217;ulteriore rielaborazione.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">2 &#8211; Questo romanzo racconta la storia di una donna, Lidia, partendo da una larga panoramica riguardante la sua famiglia e la vita condotta da bambina in Puglia, fino a concentrarsi sempre più sulle vicissitudini personali della protagonista, in un primo piano sempre più ravvicinato, man mano  che lei  cresce. In questo l&#8217;autrice ha saputo riprodurre con esattezza lo schema del romanzo classico, rispecchiandone le caratteristiche e costruendolo in maniera impeccabile. Le storie della protagonista si sviluppano lungo una serie di rapporti duali, che vedono sempre lei al centro delle vicende proposte. Si veda ad esempio, l&#8217;impegno profuso nell&#8217;attività di partito, lei e i suoi figli, lei e l&#8217;amore. Persino le storie riguardanti il suo amore Paolo, vengono filtrate attraverso gli occhi di questa donna forte, che sembra non abbattersi mai. Probabilmente questo modo di raccontare tutto attraverso lo sguardo a volte anche freddo  della protagonista, avviene perché al centro c&#8217;è la sua vicenda, la sua sofferenza. Solo che l’autrice non lascia trapelare niente di tutto ciò, ma si limita raccontare con uno stile secco, quasi da documentario i fatti. Lidia è l&#8217;alter ego di Paolo, ed è quella che alla fine sopravviverà. Concordo nel ritenere che il finale sia deludente, soprattutto per il brusco-passaggio verso uno stile surreale, onirico che mal si lega con quello realistico e anche un po&#8217; crudo delle parti precedenti. Devo ammettere, però che l&#8217;immagine finale della palla che sbatte contro il muro, non so come ci riporta immediatamente nel brusco risveglio da un incubo angosciante, sollevando le sorti dell’epilogo.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">3 &#8211; Questo libro è affascinante per la capacità di raccontare una storia di vita che riesce a diventare simbolo di un&#8217;epoca, della generazione del &#8216;68 e della contestazione vista attraverso occhi femminili. Non solo femminili, ma occhi di una ragazza del Sud, ribelle per natura e per carattere, ribelle fin dall&#8217;infanzia all&#8217;atmosfera calda e affettuosa, ma soffocante e intimamente repressiva della famiglia. Una grande famiglia meridionale, con molti parenti, un nugolo di zie zitelle, una grande casa immersa nella campagna, regno incontrastato delle scorribande infantili. E profumi di zagare e palmento, di fichi seccati al sole&#8230; E un rapporto intenso, ma conflittuale, con una madre bellissima e frivola, amata-odiata dalla protagonista e con un padre autoritario custode delle tradizioni &#8211; prestante ufficiale in servizio attivo, legato da un legame amoroso e sensuale fortissimo con la moglie, con cui condivide la frivolezza della vita degli ufficiali, un ceto a parte, ancora per poco tempo, con le sue abitudini sociali, i suoi riti, le sue feste, il gioco delle carte, ecc&#8230; La ribellione di Lidia è totale, riguarda i valori più intimamente condivisi dalla famiglia e dalla società in cui vive, passa attraverso la sua liberazione sessuale &#8211; lei, donna, che prende l&#8217;iniziativa delle sue relazioni, le gestisce, con sofferenza e consapevolezza,  ora anche con la noncuranza che caratterizzava fino a ieri l&#8217;universo maschile &#8211; e attraverso la scelta politica &#8211; figlia di un ufficiale, appartenente ad una famiglia di proprietari terrieri, durante gli anni dell&#8217;università si iscrive al Partito comunista, e mantiene la sua militanza, anzi la intensifica e la trasforma in parte fondamentale della sua vita, quando, neo-laureata, si trasferisce in una città del Nord per insegnare.<br />
Il libro è costruito con una procedimento di montaggio alternato, due storie si alternano nei diversi-capitoli: Io e Paolo. La storia di Paolo è di tutt1 altro genere, è la storia di un proletario cresciuto con un padre alcolizzato e fascista e una madre sottomessa e comunista, la quale lotta disperatamente per sopravvivere e per far istruire l&#8217;ultimo il  più intelligente dei suoi figli, Paolo, appunto. Lo dirige, lo guida, lo strattona, lo ricatta, ma alla fine ce la fa, lo fa diventare impiegato e diplomato e anche militante appassionato del partito, da cui aveva dovuto allontanarsi per l&#8217;opposizione brutale del marito. Le due storie poi si incontrano in una sezione del partito, Lidia e Paolo si innamorano e vivono una di quelle storie amorose, intense e libere dagli schemi tradizionali che sono state tipiche di quella generazione, condividendo tutte, anche Ie scelte politiche che li portano ad abbondare il partito e a confluire nel neo-nato gruppo del Manifesto. Non va però a finir bene e questo è uno dei pregi del libro, il rifiuto del consolatorio lieto fine, della presunzione che i contrasti profondi, di genere, di classe, possano essere-superati attraverso la forza travolgente della passione amorosa e dell’adesione convinta a nuovi modelli di vita : Paolo non riesce a superare le sue lacerazioni interne, diviso tra la tradizione famigliare e il legame viscerale con la madre e il nuovo legame con la moglie. In un unico campo la sua trasformazione è totale: Paiolo accetta totalmente il suo ruolo di padre, lo interpreta con quella mancanza di riserve e di adesione a modelli maschili consolidati, che è stata propria di quella generazione e che ha prefigurato l&#8217;attuale conclamato mutamento del ruolo paterno: Paolo è una forma mutante di Pater.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Intervista a Maria Laura Bufano]]></title>
<link>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/11/28/intervista-a-maria-laura-bufano/</link>
<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 14:18:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>round robin</dc:creator>
<guid>http://roundrobineditrice.wordpress.com/2008/11/28/intervista-a-maria-laura-bufano/</guid>
<description><![CDATA[La fiera della piccola e media editoria &#8220;Più Libri più Liberi&#8221; di Roma è vicina, ed io v]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><address class="MsoNormal"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1258" title="il mio cuore ha 2 battiti.ai" src="http://roundrobineditrice.wordpress.com/files/2008/11/interno-con-rivoluzione1.jpg" alt="il mio cuore ha 2 battiti.ai" width="180" height="259" />La fiera della piccola e media editoria &#8220;Più Libri più Liberi&#8221; di Roma è vicina, ed io vi propongo oggi una nuova intervista. A parlare è <a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/autore.aspx?bk=maria_laura_bufano" target="_blank">Maria Laura Bufano</a>, autrice Round Robin con il suo romanzo &#8220;<a href="http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788895731056" target="_blank">Interno con rivoluzione</a>&#8220;.</em></address>
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<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:center;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;"><strong>Prima di cominciare, iniziamo con le presentazioni: chi è Maria Laura Bufano?</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">Ho insegnato italiano e latino in un liceo di Bergamo. Ora sono in pensione. Ho due figli, una nuora, un nipotino: vivono tutti a Barcellona. Ho scritto varie cose, fra cui due romanzi, entrambi entrati come finalisti del premio Calvino, in anni diversi.</p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">Vivo a Conil de la Frontera, in provincia di Cadice. Ho cambiato cielo – dalla Lombardia all’Andalusia – due anni fa. Questa scelta non è stata certo dettata da un proposito di vacanza perenne. Ho sempre pensato che non abbia senso vivere per tutta la vita nello stesso posto. Non so fare la turista e i paesaggi e i monumenti e le città mi incantano, ma molto meno delle persone, e un po’ mi disorientano. Stare in un posto che non si conosceva bene prima di andarci, entrare nella vita degli altri, è certamente una sfida che rende più vitali, più forti nell’affrontare anche le difficoltà personali, dà la sensazione di essere più liberi. Avrei fatto questa scelta anni fa, se avessi potuto. Ma i figli studiavano e non era possibile, per ragioni pratiche…<!--more--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;"><strong>&#8220;Interno con rivoluzione&#8221;, titolo del tuo romanzo, edito proprio in questi ultimi giorni dalla <em>Round Robin editrice</em>. Presentiamolo ai lettori.</strong></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">È la storia di due persone di diversa origine geografica e sociale: lei, Lidia, pugliese, vissuta in una famiglia allargata, borghese, in parte liberale, in parte fascista; lui, Paolo, di origine lombarda, proveniente da una famiglia proletaria, nucleare, la madre comunista, il padre fascista. La storia di formazione dei due, in capitoli alternati, occupa tutta la prima parte del romanzo: si tratta naturalmente di due percorsi diversi, ma anche legati da analogie, da &#8220;ponti&#8221;. La seconda parte si apre con l&#8217;incontro dei due in una città lombarda. Convivenza, matrimonio in municipio (allora non si usava spesso come oggi!), tanta politica, voglia di cambiare tutto, contraddizioni, sofferenze, nascita dei figli, vischiosità dei ricordi, delle famiglie d’origine, del contesto, delle tradizioni…La terza parte… beh, è la conclusione del romanzo e non ne parlo.</p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">Le vicende si svolgono in un arco di tempo compreso fra il 1942 e il 1973. Lidia racconta in prima persona quando parla delle proprie vicende; in terza, come narratrice onnisciente, quando narra di Paolo. È questa una sfasatura nelle &#8220;regole&#8221; narratologiche che non intende essere uno dei “giochi” postmodernisti di svelamento dei meccanismi narrativi; ha invece il senso del regalo di una vita, sia pure &#8220;letteraria&#8221;, che Lidia fa a Paolo&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">I riferimenti allo sfondo storico, dagli ultimi anni della guerra e dai primi del dopoguerra, fino ai primi anni settanta, sono di grande importanza: anche perché la generazione di Lidia e di Paolo ha avvertito, nella giovinezza, come fondamentale la compromissione politica…</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;"><strong>Cosa ti ha spinto a scrivere questo romanzo? </strong></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">Molto difficile rispondere a questa domanda. Sono state molte le spinte, forse anche inconsapevoli, di cui ora non riuscirei a dare conto. Quelle di cui sono maggiormente consapevole sono due: -1- l’ambizione di raccontare un personaggio maschile certamente contraddittorio, ma simpatico, dotato di spessore, problematico, complicato, interessante, a cui si può volere molto bene; -2- il desiderio di raccontare gli “anni gloriosi” con un tono “sommesso”: non sono, nella mia visione, anni “formidabili”, e neppure anni di cui pentirsi. Un tempo pieno di speranze, sforzi generosi e anche intelligenti, slanci velleitari, dolori, contentezza totale e fugace, drammi, stupidi sprechi, ecc.. Infine, certamente una sconfitta, non solo determinata dalle forze ostili al cambiamento…</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;"><strong>Dedichiamo qualche parola alla copertina.</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">La bellissima foto in copertina l’hanno trovata i ragazzi della <em>Round Robin</em>. È degli anni settanta. Lo specchio riflette i personaggi che si vedono in primo piano, ma anche altri che non compaiono se non, appunto, nel riflesso: un effetto di ambiguità, di moltiplicazione delle presenze, di stregoneria, che ben si adatta a un’epoca in cui, in molti momenti, sembrava tutto possibile, le case erano porti di mare&#8230; Il fondo naturalmente è rosso. Di che altro colore avrebbe potuto essere?<br />
Quanto al titolo: “interno” allude certamente ai rapporti privati su cui si riverbera continuamente quello che succede fuori. La parola “rivoluzione” è polisemica, in questo titolo: l&#8217;aspirazione dei due personaggi e dei loro compagni a una &#8220;rivoluzione democratica&#8221;, ma anche i cambiamenti affannosi, a volte traumatizzanti, nella vita personale; e lo scombussolamento che porta quest’affanno di rivoluzione privata…</p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">Da scrittrice che ha raggiunto la pubblicazione cartacea, cosa ne pensi di internet e del suo potenziale in termini di trampolino di lancio per gli esordienti?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">Non ho assolutamente esperienza in questo. Non sono giovane, uso bene internet, naturalmente, ho scritto articoli e altre cose per il blog della Round Robin… ma sono comunque fuori tempo per rispondere con competenza a questa domanda. Ho cominciato a scrivere circa 25 anni fa e mi sono sempre affidata al supporto cartaceo… Sicuramente, per ragioni generazionali. Leggo naturalmente molte cose in internet, quelle che mi interessano di più le stampo…</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Andiamo ora più sul tecnico. Parliamo della tua esperienza editoriale e dell&#8217;idea che ti sei fatta riguardo il grande e variegato panorama dell&#8217;editoria indipendente.</strong></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">È molto difficile che grandi e anche piccoli editori leggano lo scritto di un “esordiente”, pur se ha avuto riconoscimenti ecc.. Per me almeno è stato difficile. Comunque credo di non essere in grado di fare un discorso generale, non ne ho gli elementi.</p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">Posso certamente parlare della <em>Round Robin</em>, a cui sono grata per avermi &#8220;riscoperta&#8221;, per una via accidentata e imprevedibile. Accorgermi d’un tratto che questo mio romanzo, che avevo finito per credere fosse un libro troppo marcato da un limite generazionale, piaceva molto a ragazzi di trenta o addirittura quarant’anni più giovani di me… è stato ed è tuttora bellissimo e sorprendente. Qualcosa che va molto al di là del mero successo letterario.</p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">Nel caso specifico, stupisce che in una piccola, povera (credo) casa editrice, un libro, prima di essere pubblicato, passi in diverse mani, sia letto, sia valutato, sia discusso. È uno stile di lavoro che un tempo penso avessero gloriose case editrici italiane…. I piccoli e poveri fanno cose che i più grandi e ricchi disdegnano o non hanno la forza soggettiva, la capacità di fare. Il mondo proprio capovolto… E con la <em>Round Robin</em> non c’è il rischio che capiti quello che è capitato a me: editori medi, pur “democratici” e “progressisti”, dopo aver detto che il libro era bellissimo ecc., mi hanno chiesto di fatto di pagarmi la pubblicazione.</p>
<p style="text-align:justify;margin:0;">Anche a prescindere dalla fortuna che mi è toccata, credo che se l’Italia rinascerà, ciò sarà dovuto in buona parte al candore intelligente di ragazzi come questi e al loro lavoro appassionato e limpido…</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;"><strong>Maria Laura, tu vivi in Spagna, ebbene, sapresti farci un confronto fra panorama editoriale Italiano e Spagnolo, con particolare riferimento all&#8217;ambito della piccola e media editoria?</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;">
<p style="text-align:justify;margin:0;">So molto poco, per non dire nulla, sui meccanismi di selezione dei testi da parte dell’editoria spagnola. Mi pare comunque che la Spagna in questo momento sia abbastanza felice anche per quanto riguarda la narrativa. Non c’è l’ossessione del genere, come mi sembra ci sia in Italia, quasi una malattia. Vengono pubblicati e premiati testi bellissimi, come quelli di Juan José Millás, che non esito a considerare importanti romanzi europei dei nostri giorni. E poi si ha l’impressione che porti fiato, idee, luminosità, anche la narrativa di scrittori di origine latino-americana, come Carlos Fuentes&#8230; Indubbiamente si ha l’impressione, anche leggendo la narrativa spagnola, di una società più ariosa, più aperta dell’attuale società italiana. Ma dovrà passare ancora del tempo perché io possa farmi un’idea più precisa di tutto questo.</p>
<p><strong>Progetti in campo?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Beh, uno che ha preso il vizio di scrivere, naturalmente, soprattutto quando “fa il pieno” di idee, di esperienze, di pensieri in parte nuovi, ha voglia di tornare sul luogo del delitto. Certamente è bello quando ci si accorge che questa voglia si è trasformata in qualcosa che soddisfa lo stesso autore, che possa essere proposta in lettura ad altri. Non sempre capita, e poi ho scritto già diverse cose, anche se non moltissime. Non so se avrò il fiato di scriverne ancora, di compiute. Forzare, mai.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;">Intervista di Marco Mazzanti</p>
<p style="text-align:right;">fonte <a href="http://mmushroom.splinder.com/post/19178272/intrvista+a+Maria+Laura+Bufano" target="_blank">mushroom&#8217;s blog</a><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;"><br />
</span></span></p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Tra due estremi onirici]]></title>
<link>http://culturaitalia.wordpress.com/2008/12/25/tra-due-estremi-onirici/</link>
<pubDate>Thu, 25 Dec 2008 12:59:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>Danilo Ruocco</dc:creator>
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<description><![CDATA[Interno con rivoluzione L&#8217;incipit e il finale di Interno con rivoluzione di Maria Laura Bufano]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div class="wp-caption alignleft" style="width: 103px"><a title="Per saperne di più su Interno con rivoluzione" href="http://www.anobii.com/books/017f783d4c059cdc87/"><img style="padding:5px;" title="Per saperne di più su Interno con rivoluzione" src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=4&#38;item_id=017f783d4c059cdc87&#38;time=1228058448" alt="Immagine di Interno con rivoluzione" width="93" height="138" /></a><p class="wp-caption-text">Interno con rivoluzione</p></div>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;incipit e il finale di <strong><em>Interno con rivoluzione</em></strong> di <strong>Maria Laura Bufano </strong>edito da Round Robin sono due pezzi di scrittura onirica, nel senso che il primo racconta un sogno compiuto non si sa se dalla protagonista o dal protagonista, l&#8217;ultimo è un delirio forse avuto dal protagonista. In mezzo a questi due estremi onirici, si sviluppa una narrazione tutta realistica, nella quale la voce narrante è capace di descrivere dettagli insignificanti (come il colore e la foggia dei vestiti indossati) che la memoria di solito cancella. Un realismo che stride con gli estremi onirici e che viene da questi in qualche modo minato: potrebbe, infatti, nascere nel lettore più smaliziato il sospetto che quanto narrato con oggettiva distanza e pretesa veridicità non sia poi tanto una registrazione fedele degli accadimenti, quanto una loro ricostruzione giustificatoria.<br />
Al centro della vicenda una coppia: Lidia e Paolo, la cui sorte è ricostruita da Lidia (la voce narrante di cui si è detto). Lidia descrive la vita dei protagonisti dalla loro infanzia alla morte di Paolo. È una narratrice &#8220;onnisciente&#8221;, di quelle che sanno particolari inediti, di quelle che non nascondono al lettore particolari anche privati (come gli atti masturbatori, i primi incontri sessuali, i tradimenti).<br />
La sensazione, però, è che Lidia non dica tutto fino in fondo: ad esempio non esprime giudizi sul comportamento borderline di Paolo e non ne definisce la natura. Lo giustifica a più riprese, ne minimizza le stranezze, ma non definisce la natura del suo malessere. È pur vero che durante un chiarimento tra Lidia e Paolo quest&#8217;ultimo si autodefinisce &#8220;pazzo&#8221;, ma il termine, data la crudezza, passa quasi inoffensivo, edulcorato per eccesso. Resta, dunque, inevasa la curiosità legittima del lettore di sapere la causa delle &#8220;stranezze&#8221; di Paolo; così come non specificata ne è la causa della morte.<br />
In altre parole, la voce narrante è reticente almeno su due &#8220;cause&#8221; di non poco momento; atteggiamento che può indurre a sospettare che Lidia stia nascondendo qualcosa per giustificare Paolo, per addolcirne il ricordo. Infatti, l&#8217;uomo, a una lettura cruda dei fatti, potrebbe sembrare troppo immaturo, psicotico, con cicliche cadute depressive. Si potrebbe anche supporre che Paolo abbia scientemente trascurato i segnali di una malattia curabile/incurabile con il &#8220;deliberato&#8221; scopo di suicidarsi. Lidia, però, tutto ciò non dice, ma tace narrando altro con dovizia di particolari&#8230;<br />
Un romanzo che ricostruisce un angolo di Italia dal Secondo Dopoguerra ai primi anni Settanta, non nascondendo le ipocrisie della Sinistra italiana, né il maschilismo imperante nelle famiglie di ogni classe sociale.</p>
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