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	<title>marino-magliani &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/marino-magliani/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "marino-magliani"</description>
	<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 10:46:30 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Marino e minareto]]></title>
<link>http://vibrisse.wordpress.com/2009/11/30/marino-e-minareto/</link>
<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 13:45:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>vibrisse</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il mio amico Marino Magliani fotografato &#8211; qualche inverno fa &#8211; a Ijmuiden, sulla costa ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://vibrisse.wordpress.com/files/2009/11/marino_e_minareto.jpg"><img src="http://vibrisse.wordpress.com/files/2009/11/marino_e_minareto.jpg" alt="" title="Clicca sull&#39;immagine per ingrandirla." width="450" height="337" class="alignnone size-full wp-image-4941" /></a></p>
<p><font size="1">Il mio amico <a href="http://www.marinomagliani.com/">Marino Magliani</a> fotografato &#8211; qualche inverno fa &#8211; a Ijmuiden, sulla costa olandese, dove vive da molti anni. Sullo sfondo, il minareto di Ijmuiden.</font></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA["Corriere nazionale", 15 novembre 2009]]></title>
<link>http://sonolultimoascendere.wordpress.com/2009/11/15/corriere-nazionale-15-novembre-2009/</link>
<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 20:34:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>vibrisse</dc:creator>
<guid>http://sonolultimoascendere.wordpress.com/2009/11/15/corriere-nazionale-15-novembre-2009/</guid>
<description><![CDATA[di Marino Magliani Un consulente editoriale, di nome Giulio Mozzi, incontra quotidianamente un gran ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://sonolultimoascendere.wordpress.com/files/2009/11/titolo_magliani.jpg" alt="" title="" width="365" height="97" class="alignnone size-full wp-image-171" /></p>
<p><font size="1">di <strong>Marino Magliani</strong></font></p>
<p><!--more--></p>
<p>Un consulente editoriale, di nome Giulio Mozzi, incontra quotidianamente un gran numero di persone: madri, padri, figli, studenti, architetti, bigliettai, passanti.</p>
<p>La catena che tiene legato questo libro di incontri (<em>Sono l’ultimo a scendere</em>, edizione Mondadori ) sembra essere la comunicazione. Mi verrebbe da dire la mancanza di comunicazione, ma sbaglierei, perché Giulio Mozzi non si arrende mai, diventando così una specie di epico Don Chisciotte della parola in continua lotta con il mondo intero, nel tentativo di farsi capire. Molti di questi incontri, che mi piace chiamare semplicemente fatti, sono già presenti in rete in un diario pubblico che Giulio Mozzi ha portato avanti negli anni. </p>
<p>A chi, come me, seguiva il diario in rete, ri-leggere quei fatti trasformati in libro, fa uno strano effetto. Il piacere e il divertimento sono gli stessi, ma è un po’ come se questo Giulio Mozzi fosse diventato un altro dal Giulio Mozzi che teneva il diario in rete. Giulio Mozzi questa cosa l’ha prevista e prova a spiegarcela e ad argomentarcela nell’introduzione. Ma durante la lettura, la specie di mappa che ci é stata suggerita finiremo per scordarcela. E invece è importante, perché scindere un Giulio Mozzi dall’altro serve a porci  delle domande. Una ad esempio. Perché a un certo punto, (da quando più o meno ha iniziato il suo diario in rete) lo scrittore Giulio Mozzi, autore di un buon numero di buoni libri pubblicati per grandi editori, e considerato un maestro del racconto, è quasi sparito dalle vetrine delle librerie? Pensare che non avesse più nulla da dire è impossibile dal momento che in rete continuavano ad apparire i suoi testi, e pertanto, la voce che girava che a Mozzi fosse capitato come a Robert Walser e  cioé che a un certo punto si fosse semplicemente esaurito qualcosa, tale ipotesi non regge. La leggenda, di nuovo legata a Walser, che Mozzi scrivesse come lo svizzero in microgrammi che misurassero in qualche modo le sue storie minime, i pezzetti di vetri da raccogliere, i segni lasciati dai rampicanti sui muri, e i microgrammi si fossero ridotti fino a sparire, non reggeva neanche. E questo perché da quando ha imparato a far ridere i lettori, sembra che a Mozzi le cose minime interessino meno. Mozzi ha scoperto dunque, (ma l’aveva sempre saputo), che accanto alla vena triste, scorre quella dello stupire e del divertire. Come fossero due binari, e si camminasse un po’ su uno e un po’ sull’altro, su uno, per lunghi tratti, e mettendo il piede sull’altro per non perdere l’equilibrio. Due binari anche per il resto, la rete e la carta: e Mozzi è passato alla carta, e cioè ha pensato a questo libro, composto da un folto numero di fatti già raccontati, quando finalmente ha capito che le cose raccontate in rete, del fatto non possedevano più nulla.</p>
<p>Come se col tempo fosse avvenuta una specie di spoliazione. Penso a Silvio D’Arzo, come a una situazione capovolta nell’operazione ma non nelle intenzioni: dove D’Arzo fa chiaramente di tutto per spogliare le sue pagine dai fatti. Ecco, Mozzi giunge a questo punto imboccando la strada opposta, e cioè costruendo attraverso un libro di fatti un libro di fotografie. Una cosa molto bella, credo, sarebbe di farne una graphic novel. <em>Sono l’ultimo a scendere</em> (sono l’ultimo a perdere la pazienza, verrebbe da intendere) diventa un libro geografico italiano, pieno di strade e stazioni, piazze, bar, vagoni del treno, di non-luoghi diremmo, che Giulio Mozzi, per rubare un termine a un autore che mi piace molto, riesce a rendere dei Super-luoghi.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA["Via del Campo", di Fabio Beccacini ]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/11/15/via-del-campo-di-fabio-beccaccini/</link>
<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 19:00:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovanniag</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/11/15/via-del-campo-di-fabio-beccaccini/</guid>
<description><![CDATA[&#8220;Via del Campo&#8221;, di Fabio Beccacini, ed. Frilli (ISBN 978-88-7563-503-9) Intervista a cu]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p lang="it-IT"><strong>&#8220;Via del Campo&#8221;, di <a href="http://www.beccacini.it/home.htm">Fabio Beccacini</a>, ed. Frilli </strong><span style="font-family:'Times New Roman', serif;font-size:small;"><strong>(ISBN 978-88-7563-503-9)</strong></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><em>Intervista a cura di<strong> Marino Magliani</strong></em></span></p>
<p><span style="color:#000000;"><span style="font-size:medium;"><strong>HO INIZIATO A SCRIVERE PERCHE&#8217; IN ITALIA NON FUNZIONANO I TRASPORTI</strong></span></span></p>
<p><span style="color:#000000;"><strong>D: Perchè ha iniziato a scrivere?</strong></span></p>
<p><span style="color:#000000;">R: Ho iniziato a scrivere perchè in Italia non funzionano i trasporti. Era il primo anno universitario ed ero uno studente fuorisede. Prendevo la corriera e non arrivavo mai. Prendevo il treno e non arrivavo più. Andavo a piedi e mi perdevo. Alla fine ho iniziato a scrivere. Prima le indicazioni stradali, la strada giusta. Se no, non tornavo a casa. Poi i nomi dei bar che incontravo per la strada. C’erano un sacco di feste a quel tempo. E continuavo a non tornare a casa. Poi ho scritto poesie, lettere d’amore, bestiari. Tutto nel cassetto. Alla fine ho iniziato a scrivere romanzi e a tirarli fuori dal cassetto. Comunque i treni continuano ad arrivare in ritardo. Non è servito a niente. C’è un detto che dice “nei manicomi ci sono due categorie di matti. Quelli che pensano di essere Napoleone e quelli che vogliono risanare le Ferrovie dello Stato”. A proposito i taxi come sono messi?</span></p>
<p lang="it-IT"><!--more--></p>
<p><span style="color:#000000;"><strong>D: I taxi sono come gli idraulici la domenica. Non ci sono. E se li trovi ti devi far espiantare un rene per pagarli. Sa che la frase sul manicomio è citata nel film “Il Divo”, tra le tante freddure di Andreotti?</strong></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;">R: Certo. Abbiamo sempre avuto dei grandi umoristi al governo del paese. Credo che il nostro attuale presidente del consiglio sia un grandissimo entertainer. Canta, balla, racconta barzellette. Dicono anche che spesso racconti barzellette sporche. Nel mio libro “Giorgio Paludi 44 anni il giorno dei Santi” c’è un medico legale con lo stesso vizio, è enormemente interessato a quelle sui cani. Ha presente, sezionare corpi per lavoro? Bisogna distrarsi. Per mantenersi lucidi e non perdere la ragione. Fare il presidente del consiglio comporta grandi sacrifici, ed ecco allora che bisogna sdrammatizzare. Fare leggi a proprio piacimento è sicuramente uno dei migliori modi che io conosca di sdrammatizzare situazioni davvero spiacevoli.</span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="color:#000000;"><strong>D: A proposito di politica. In “Giorgio Paludi, 44 anni il giorno dei Santi”, c’è una rilettura molto critica dei fatti del G8 genovese.</strong></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;">R: Non c&#8217;è nessuna rilettura, né prese di posizione. Sono un narratore e non sono di parte. Mi sono limitato a riportare i fatti. Senza troppi fronzoli e giri di parole. Al commissario Paludi lo scotto di quella notte in via Cesare Battisti non passerà tanto presto. È un uomo con una coscienza, solo certe volte nella vita ti trovi nella mischia, e poi, ti rendi conto di non avere fatto abbastanza, di essere compartecipe di situazioni altamente deprecabili. Il commissario Giorgio Paludi a Torino ci si è trasferito per rimuovere un peso dalla coscienza, ma come è ovvio, certe cose si portano dentro di sé anche in campo al mondo. In un certo senso è come se Giorgio Paludi, il mio noir torinese, fosse nato da una costola di &#8216;Genova&#8217; e di &#8216;Via del Campo&#8217;.</span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><strong>D: Ci stavo per arrivare. Dopo l&#8217;apparizione in edicola in allegato al quotidiano nazionale IL SECOLO XIX, la nuova edizione del tuo noir genovese &#8216;Via del Campo&#8217; è appena approdata in libreria. Ci racconti qualcosa?</strong></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;">R: Via del Campo è solo uno dei tanti vicoli di Genova. I personaggi di Via del Campo vivono ai margini del sistema. Sono alle strette perché qualcosa nella loro vita è andato storto, e non se lo sono necessariamente scelto. La storia si volge in una manciata di case e numeri civici, gli appartamenti nei bassi sono talmente vicini&#8230; a volte basterebbe gettare una tavola da ponte tra finestra e finestra per passare in casa di qualcun altro. Arrivarci dalla provincia, come è stata la mia esperienza ad esempio, è altamente disturbante. C&#8217;è una tale commistione di classi sociali, odori, mercificazione del sesso, ma anche studenti, attività professionali di alto livello&#8230; entrare nei vicoli è come sezionare la pancia di Genova e guardarne gli strati attraverso un autopsia, dal derma e gli strati superficiali fino all&#8217;indigestione criminale degli strati più profondi. Genova è per gente con le palle.</span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><strong>D: Il maresciallo Antonio De Biasi, che indaga sull&#8217;omicidio della prostituta Marlene, e Lorenzo Zingaro cronista di nera borderline sono due personaggi all&#8217;angolo. Nel libro non si affaccia mai niente di consolatorio, niente famiglie, tutti soli, bene che vada al tappeto. E&#8217; questa la tua idea di noir? E in secondo luogo perchè ancora e sempre un noir?</strong></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;">R: Vedi, il noir si differenzia dal giallo perchè lo scopo del racconto non è solo mostrare e risolvere un crimine. A fine romanzo la speranza è che il lettore rifletta, sulla base di ciò che ha letto, sulla realtà che gli sta intorno. E&#8217; questa la discriminante sociale: nella vita reale il giallo non esiste, è solo una rubrica di enigmistica, la vita di tutti i giorni è cronaca nera. Nel romanzo noir ci sono tutti gli ingredienti della vita nessuno escluso: azione, morte, erotismo, amore, paranoia, esistenzialismo. E&#8217; una cartina di tornasole che ci permette di leggere la topografia delle nostre città con un occhio diverso e magari più critico. Ma non esageriamo. Via del Campo è prima di tutto un romanzo d&#8217;intrattenimento. E&#8217; verticale come le case dei bassi, veloce, sincopato. Mi interessava soprattutto tenere alto il ritmo. Costringere il lettore a scendere tutti i gironi dell&#8217;inferno assieme ai personaggi. Il resto me lo dovete raccontare voi.</span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><strong>D: Infine. da dove nasce il seme che ha portato alla stesura del tuo romanzo? C&#8217;è sempre un&#8217;immagine, un&#8217;idea alla base di tutto, non è vero?</strong></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;">R: Abitavo in via Napoli, sulla circonvallazione a monte. Aspettavo quasi tutte le notti l&#8217;ultimo 35 davanti alla farmacia Pescetto, vicino a Piazza Principe. Non ero l&#8217;unico. Incrociavo spesso una puttana che veniva alla farmacia a comprare le siringhe per la sua notte d&#8217;amore. Non ci siamo mai salutati, ma ogni tanto mi capitava di incrociare i suoi occhi verdi. Il libro era già tutto scritto lì. Non ho dovuto fare altro che guardarci dentro. Ce l&#8217;ho ancora qui davanti: è la &#8216;Marlene&#8217; di Via del Campo, l&#8217;ho seguita ogni giorno e ogni notte fino a che non ho terminato la sua storia. Fino a che non è diventata la mia.</span></p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><br />
</span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[10 giugno 1940 - racconto brigasco       ]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/10/09/10-giugno-1940-racconto-brigasco/</link>
<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 14:00:20 +0000</pubDate>
<dc:creator>mmagliani</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/10/09/10-giugno-1940-racconto-brigasco/</guid>
<description><![CDATA[di Roberto Amoretti “Che noia il turno di guardia di notte!” L’aria è fresca ai 2.000 metri di Cima ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>di <strong>Roberto Amoretti</strong></p>
<p>“<em>Che noia il turno di guardia di notte!”</em></p>
<p>L’aria è fresca ai 2.000 metri di Cima Marta, ed il Caporale Antonio Lanteri, di Briga, guarda il cielo stellato di inizio estate, disteso nella buca che il Tenente chiama pomposamente “avamposto”.</p>
<p><em>“Domani sarà una bella giornata di sole”</em>, pensa Antonio, <em>“se il Tenente è di buon umore mi faccio mandare in pattugliamento. Voglio arrivare fin giù, al torrente, dove andavo per anguille con nonno Tugnin.”.</em></p>
<p>Alle quattro di notte arriva il cambio e, tornato in camerata, si butta sulla branda, bello vestito, pensando alle sguscianti anguille, alle piccole ma combattive trote fario, che prendeva con le mani, cingendo i levigati massi del fondo del laghetto&#8230;</p>
<p>E’ l’alba del 10 di giugno del 1940, il tempo è splendido, il sole inizia ad asciugare l’erba bagnata dei pascoli di Marta. Il Tenente sta sorseggiando il caffé, e offre un po’ di cioccolata (tutto rigorosamente autarchico) ai suoi soldati, scherzando, in dialetto, con il cuoco.<!--more--></p>
<p>Il Tenente Calzia, di Pontedassio, ha il comando della Compagnia e, quando vuole far sentire il peso del comando, parla in italiano ed è piuttosto autoritario, ma in altri momenti si rilassa, e parla “cumme nui autri”.</p>
<p>Il Caporale Lanteri capisce che il momento è propizio, si fa coraggio, e gli si para davanti, sull’attenti:</p>
<p><em>“Signor Tenente, se lo ritiene opportuno, sono a disposizione per effettuare un pattugliamento lungo la linea di confine, nel vallone della Bendola.”.</em></p>
<p>Il Tenente lo fissa negli occhi, e nello sguardo trasparente del Lanteri passano in un attimo i chiari laghetti, le anguille, le trote&#8230;Gli scappa da ridere, al Tenente, ma mantiene la smorfia dell’autorità e, dopo una pausa di alcuni secondi, come se valutasse l’operazione sotto il profilo strategico: <em>“Bene! Lanteri in pattugliamento diurno con Ricca e Di Francesco, consegne ordinarie, rientro entro il tramonto!”.</em></p>
<p><em>“Signorsì!”</em> Antonio Lanteri riesce a malapena a contenere la gioia: una giornata intera a disposizione, sotto il cielo azzurro e terso, col mare immobile laggiù in fondo, dorato dai riflessi del sole.</p>
<p>Anche la compagnia è buona&#8230;, almeno per metà!</p>
<p>Il soldato Giuseppe Ricca, di Civezza (per tutti “Pepuccio”), solido contadino, è un amico fidato, socio di tante avventure, si capiscono sempre al volo, senza parlare.</p>
<p>Il soldato Di Francesco (il nome non riesce mai a ricordarlo) arriva da un paese vicino ad Alessandria, ed è un tipo molto cerimonioso e un po’ furbetto. A Lanteri non piace, ha un non so che di falso&#8230; “<em>avrei preferito un altro al suo posto, ma tampì, gli ordini non si discutono” pensa.</em></p>
<p>Lanteri si mette al comando e prende deciso un invisibile sentiero che porta giù, verso il fondovalle, dove scorre la Bendola.</p>
<p>Pepuccio ha capito tutto e segue in silenzio, Di Francesco continua a far domande: “<em>Ma perché passiamo di qua&#8230;? Ma perché andiamo là&#8230;?” Lanteri non risponde: “che rompic&#8230;,” pensa “si stancherà di parlare!”.</em></p>
<p>Dopo due ore di cammino nel bosco fitto, tra le pareti di calcare grigio chiaro, appare il torrente, trasparente, con i raggi luminosi che attraversano l’acqua, dai riflessi smeraldini.</p>
<p>I tre seguono per un tratto il torrente, che ad ogni ansa si apre con angoli unici, di una bellezza da lasciare senza fiato.</p>
<p>Il Lanteri sa che poco più giù c’è un laghetto, con una grande roccia levigata, al sole, l’ideale per fare il bagno e distendersi.</p>
<p>Quando sono quasi arrivati, l’orecchio attento del cacciatore distingue, tra il mormorio delle acque, delle voci.</p>
<p>Lanteri fa un cenno di silenzio a Di Francesco e avanza circospetto: il roccione è già occupato!</p>
<p>Tre ragazzi, in mutande, fumano una sigaretta e se la raccontano tranquilli, distesi al sole. Appese ad un carpino, poco più su, tre divise, che non riesce a riconoscere, e tre moschetti: <em>“Cribbio, soldati francesi!”.</em></p>
<p>Anche i tre bagnanti si sono accorti della presenza estranea, ma talmente forte è la sorpresa, e talmente lontani ormai dal loro ruolo di<em> “difensori in armi del confine”</em>, che rimangono lì, fermi, con la bocca spalancata e la sigaretta penzoloni.</p>
<p><em>“E adesso? Cosa dobbiamo fare? Saranno entro il loro confine o sono sconfinati nel nostro territorio? Cosa dobbiamo dirgli a questi “quasi nemici” (la guerra non c’è ancora ma &#8230; è nell’aria)?”</em></p>
<p>Le domande che frullano nel cervello sono simili, da una parte e dall’altra, ed i sei restano a squadrarsi, senza sapere bene cosa fare.</p>
<p>Dopo alcuni secondi carichi di tensione, il viso del Lanteri si distende:<em> “Giuanin!” </em>grida.</p>
<p>In uno dei tre francesi ha riconosciuto il cugino Giovanni, di Saorgio che, in servizio negli avamposti francesi della valle Roja, ha avuto la sua stessa idea, e sta godendosi, con due commilitoni, un po’ di sole, dopo aver fatto il bagno nel laghetto.</p>
<p>Le complesse regole d’ingaggio, che sono costate tante riunioni dei Generali dello Stato Maggiore, a Roma come a Parigi, in un attimo sono saltate! Un abbraccio fraterno (In territorio italiano o francese? Bah&#8230;, chissà!) e, subito dopo, tutti a fare il bagno.</p>
<p>Era qualche anno che non si vedevano, i due cugini, e di cose da raccontarsi ne avevano. Parlano in brigasco, fitto fitto, ma ogni tanto nel discorso riescono ad entrare anche gli altri due francesi, uno di St.Etienne de Tinee, e l’altro di Barcellonette. Pepuccio capisce qualcosa, ma se ne sta rispettosamente in silenzio, limitandosi ad annuire, compiaciuto, quando si tocca l’argomento “donne”. Di Francesco è nervoso: <em>“non si deve dare confidenza a ‘sti francesi” </em>pensava, bellicosamente: “potrebbe scoppiare la guerra, da un momento all’altro, e questi diventeranno nemici, da abbattere o fare prigionieri!”.</p>
<p>Antonio Lanteri è felice, dopo aver fatto l’ennesimo tuffo nel luminoso laghetto, si distende sul roccione caldo e chiude gli occhi. Sarà l’incontro con il cugino, sarà l’odore inconfondibile e pungente delle erbe di fiume, riaffiorano alla memoria momenti dell’infanzia che pensava dimenticati&#8230;</p>
<p>E’ il momento di tornare, si salutano amichevolmente (domani&#8230;, di nuovo qui? chissà&#8230;) e partono, gli italiani di qua ed i francesi di là. Solo al tramonto quando, dopo tre ore di marcia in salita, Lanteri, Ricca e Di Francesco rientrano al forte di Marta, vengono a conoscenza della grande novità della giornata: l’Italia ha dichiarato guerra alla Francia. E’ guerra!</p>
<p>Lanteri ha un brivido nella schiena. La responsabilità del pattugliamento è la sua, se si sapesse che hanno intercettato tre soldati francesi e non solo non hanno attaccato, ma addirittura hanno fatto il bagno insieme&#8230; la Corte Marziale è assicurata!</p>
<p>Incrocia per un attimo lo sguardo del “sivesenco” Pepuccio, sa che non parlerà mai. Cerca Di Francesco, sta confabulando con il Tenente Calzia: “non mi piace ‘sta faccenda” pensa.</p>
<p>La notte dorme agitato, fa sogni confusi, storie bislacche dove entrano ed escono un sacco di personaggi. La tromba suona la sveglia, gli sembra si essersi appena coricato, si alza malvolentieri, se ne starebbe volentieri in branda, ha un brutto presentimento.</p>
<p>Incontra subito il Tenente Calzia, con una faccia strana, serissimo, sembra che lo stia aspettando, in mezzo al corridoio: <em>“Comandi?”</em> fa Lanteri, preoccupato.</p>
<p>“Oggi si va a caccia di francesi!” dice Calzia, in italiano, duro e perentorio: <em>“visto che lei, Caporale Lanteri, è il miglior cacciatore della Compagnia, ci guiderà fino al torrente, e vedremo se saremo così fortunati da trovare qualche nemico che ha avuto la sfrontatezza di sconfinare.”.</em></p>
<p>Lanteri si sente perso: <em>“quell’infame di Di Francesco ha raccontato tutto, e adesso la Corte Marziale non me la leva neanche il Papa. L’unica speranza è quella che, arrivati al laghetto, non ci sia nessuno, ma se troviamo Giuanin e gli altri, per loro è la fine.”.</em></p>
<p>Questo ragionamento attraversa il suo cervello con la velocità del lampo, e come dopo il lampo l’oscurità sembra ancora più fitta, così il cervello di Antonio Lanteri piomba nella tenebra più nera.</p>
<p>Avanza sul sentiero come un automa, un senso di nausea fortissimo, e la certezza che, passo dopo passo, si avvicini un dramma inevitabile.</p>
<p>Dietro di lui cammina il Tenente Calzia, e dietro ancora, armati di tutto punto, una decina di soldati: <em>“che cretino sono stato a dar retta a quel serpente di Di Francesco”</em> pensa il Tenente, <em>“adesso sono senza via d’uscita. Speriamo solo che al fiume non ci sia nessuno. Non mi va di sparare a dei ragazzi in mutande, o peggio ancora, sparare a ‘sto disgraziato davanti a me, se tentasse, come temo, di avvertirli per farli scappare. Se almeno non ci fosse la truppa dietro di noi&#8230;”.</em></p>
<p>Antonio Lanteri cammina a testa bassa, con la schiena curva, come se portasse cento chili nello zaino. Ha appena distinto, impercettibili, delle voci provenienti dal basso, l’ultima speranza, che non ci sia nessuno al fiume, è sfumata: “non posso farli beccare così, senza fare niente, li avrei sulla coscienza per tutta la vita, meglio la morte. Chissà come sarà di là, se è come ci raccontava Don Mario&#8230;” pensava, stringendo il suo moschetto.</p>
<p>Il rumore metallico del cane della Berretta d’ordinanza del Tenente lo riporta sulla Terra, un brivido freddo gli corre su per la schiena. Sa che quella pistola è per i francesi, ma all’occorrenza potrebbe far fuoco a bruciapelo contro di lui (non sarebbe la prima né l’ultima volta, conosce bene le regole assurde della guerra).</p>
<p>Il tempo è scaduto, tra un paio di minuti saranno sopra i francesi. Antonio, con un groppo alla gola che non lo fa respirare, ha deciso: sparerà un colpo in aria, per dare l’allarme ai francesi e permettere loro di mettersi in salvo.</p>
<p>Sa perfettamente cosa succederà un istante dopo: uno sparo della pistola del Tenente e sarà su un altro sentiero, oltre le montagne&#8230;, gli sembra addirittura di vedere già suo padre che gli viene incontro, gli sembra di sentire anche il rumore dei suoi passi&#8230;</p>
<p>Il rumore dei passi sì, adesso è più nitido, è quasi una corsa, tra i cespugli di brugo: un cinghiale, testone basso, pelo dritto e occhietto terrorizzato attraversa il sentiero, pochi metri davanti ad Antonio, che meccanicamente preme il grilletto, senza mirare.</p>
<p>Un boato scuote le pareti rocciose della Bendola, seguito immediatamente da un colpo meno forte, più secco, quasi stizzito: la pistola del Tenente ha fatto fuoco!</p>
<p>Lanteri chiude gli occhi: “<em>addio Carlotta!”</em>, li riapre, non è volato via, è ancora lì, circondato dal tenero verde dei larici, si gira lentamente verso il Tenente, che lo guarda negli occhi, ancora più pallido di lui, con la pistola fumante in pugno.</p>
<p>“<em>Il cinghiale”</em> balbetta Lanteri, come a giustificarsi.</p>
<p><em>“Già, il cinghiale”</em>, annuisce con sollievo il Tenente.</p>
<p>Robertin de Perandré</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Lezioni 84, 85 e 86 - scrivere un romanzo]]></title>
<link>http://morenafanti.wordpress.com/2009/09/04/lezioni-84-85-e-86-scrivere-un-romanzo/</link>
<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 08:27:44 +0000</pubDate>
<dc:creator>morenafanti</dc:creator>
<guid>http://morenafanti.wordpress.com/2009/09/04/lezioni-84-85-e-86-scrivere-un-romanzo/</guid>
<description><![CDATA[Se continuo così mi sa che verrò bocciata. Recuperi e assenze. Spero che il prof non aggiorni sempre]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Se continuo così mi sa che verrò bocciata.<br />
Recuperi e assenze. Spero che il prof non aggiorni sempre il registro.<br />
Settembre è sempre (per me) un mese molto impegnativo e impegnato. Oltre al solito lavoro, se ne aggiunge un altro e quindi sparisco improvvisamente e le cose da fare si accumulano.</p>
<p style="text-align:justify;">Non giro per blog in questo periodo (poco anche nel resto del tempo. e anche quando giro non commento. ho la connessione a 56k &#8211; abito nella Bassa se non lo sapete &#8211; e per caricare una pagina impiego molto tempo), passo solo dal Prof e da Remo, perché per me andare nel suo blog è come andare al bar di Luca (il protagonista del suo romanzo <em>Il quaderno delle voci rubate</em>).<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Ecco, mi sono già persa. Cosa volevo dire?<br />
E mi viene in mente che devo scrivere una mail urgente.<br />
La scrivo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ecco fatto.</p>
<p style="text-align:justify;">Dunque, la <a href="http://sulromanzo.blogspot.com/2009/09/scrivere-un-romanzo-in-100-giorni_02.html" target="_blank">lezione numero ottantaquattro</a> è bellissima e vi consiglio di leggerla tutta sul blog del prof. Non vi anticipo nulla così vi lascio la sorpresa <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /> </p>
<p style="text-align:justify;">Invece la <a href="http://sulromanzo.blogspot.com/2009/09/scrivere-un-romanzo-in-100-giorni_03.html" target="_blank">lezione numero ottantacinque</a>, che tratta l&#8217;argomento verbi, è una lezione da non sottovalutare. Tutti pensiamo di saperci muovere con destrezza nel tempi verbali e di sapere quale verbo sia meglio usare nelle varie situazioni della nostra storia. Io non lo penso. Ho spesso dei dubbi e ritorno indietro per rileggere e capire se il discorso fila e se non ci sono &#8217;salti&#8217; verbali. Argomento ostico, questo dei verbi. Grammatica sottomano sempre.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel titolo del post c&#8217;è anche <a href="http://sulromanzo.blogspot.com/2009/09/scrivere-un-romanzo-in-100-giorni_04.html" target="_blank">la lezione numero ottantasei</a>, la lezione che scioglierà molti nostri dubbi sulla corretta impaginazione, sugli spazi, sui bordi da lasciare nella pagina. Il carattere (font) deve essere leggibile. Ad esempio io amo molto il Comic Sans MS, ma lo uso (usavo) per alcuni racconti &#8217;scemi&#8217; da tenere in privato &#8211; ci credete che io abbia tenuto privati alcuni racconti? Qualcuno sì, ma sono pochi - e non mi sognerei mai di spedire un testo &#8216;ufficiale&#8217; ma non gentiluomo, scritto con tale carattere. Uso quasi sempre il Times New Roman, dimensione 12. Per il romanzo uso l&#8217;interlinea 1,5 e il rientro 2,5. Ma non ho fatto cartelle classiche finora. Non sono di 1800 caratteri. Per comodità di chi deve leggere (e stampare) sono un po&#8217; più corpose. Le sistemerò poi nell&#8217;ultima stesura. Ci sarà mai un&#8217;ultima stesura? Sarò un giorno soddisfatta di ciò che ho scritto? Soddisfatta al punto da spedire in giro il mio elaborato?<br />
Vedremo.<br />
Intanto buon sabato e  buona domenica.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Proseguono, intanto, le interviste agli scrittori. Queste sono le ultime: </p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://sulromanzo.blogspot.com/2009/09/intervista-ad-adriana-di-lello.html" target="_blank">intervista ad Adriana Di Lello</a><br />
<a href="http://sulromanzo.blogspot.com/2009/09/intervista-ad-alberto-bracci-testasecca.html" target="_blank">intervista ad Alberto Bracci Testasecca</a><br />
<a href="http://sulromanzo.blogspot.com/2009/09/intervista-marino-magliani.html" target="_blank">intervista a Marino Magliani</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La graphic novel di "Quattro giorni per non morire" di Marino Magliani]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/05/23/la-graphic-novel-di-quattro-giorni-per-non-morire-di-marino-magliani/</link>
<pubDate>Sat, 23 May 2009 06:00:21 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovanniag</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/05/23/la-graphic-novel-di-quattro-giorni-per-non-morire-di-marino-magliani/</guid>
<description><![CDATA[Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni Marco D&#8217;Aponte, Andrea B. Nardi, Quattro giorni per no]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni</p>
<p><strong>Marco D&#8217;Aponte, Andrea B. Nardi, </strong><em><strong>Quattro giorni per non morire</strong></em><strong> &#8211; graphic novel tratta dall&#8217;omonimo romanzo di Marino Magliani &#8211; ed. Transeuropa, € 12.90</strong></p>
<p>E&#8217; appena uscita con <strong>Transeuropa</strong>, la graphic novel di <strong>Marco D&#8217;Aponte</strong> <strong>e</strong> <strong>Andrea B. Nardi </strong>tratta dal romanzo di <strong>Marino Magliani</strong> <em><strong>Quattro giorni per non morire</strong></em> (ed. <strong>Sironi</strong>,2006) (il prologo è scaricabile da <a href="http://www.transeuropaedizioni.it/?Page=libro.php&#38;id_collana=19&#38;id_volume=53&#38;id_libro=58">qui</a>). <!--more-->Presentata a Torino nel corso della Fiera del Libro, è un&#8217;opera che fonde nell&#8217;alternarsi dei disegni e nell&#8217;essenzialità pregnante dei dialoghi l&#8217;intrecciarsi di impressioni di presente e passato che caratterizza il romanzo di Magliani, ambientato tra Sud America e Liguria. Un racconto fatto di amicizia e d&#8217;amore, di crimine e di paura, ma soprattutto di nostalgia: la nostaglia delle occasioni mancate e dei sogni solo nutriti, ma non realizzati. Grande la carica di poesia, profonda l&#8217;espressività dei ritratti e pervasivo il lirismo ligure dello scrittore &#8211; ben reso dagli autori di questa versione grafica -, che si distende su un panorama ampio quanto il pianeta, com&#8217;è tipico della sua creatività, che fa dialogare idealmente paesi lontani.<br />
Una lettura gradevole e malinconica, che stempera il dramma di un uomo, Gregorio Sanderi, il tormentato protagonista del romanzo, nel quieto oblio dei panorami della sua regione, mentre bagliori di ricordo arrivano lanciananti come un rimprovero, per la vita che si sarebbe potuta vivere, e che non si è vissuta.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[STORIA CONTEMPORANEA n.11: Nella terra delle storie del passato. "La ballata della piccola piazza" di Elio Lanteri]]></title>
<link>http://retroguardia2.wordpress.com/2009/05/18/storia-contemporanea-n-11-nella-terra-delle-storie-del-passato-la-ballata-della-piccola-piazza-di-elio-lanteri/</link>
<pubDate>Sun, 17 May 2009 23:29:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>francesco sasso</dc:creator>
<guid>http://retroguardia2.wordpress.com/2009/05/18/storia-contemporanea-n-11-nella-terra-delle-storie-del-passato-la-ballata-della-piccola-piazza-di-elio-lanteri/</guid>
<description><![CDATA[Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scris]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scris]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[STORIA CONTEMPORANEA n.8:Dall’Olanda con amore. “La Tana degli Alberibelli” di Marino Magliani]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/05/14/storia-contemporanea-n-8dall%e2%80%99olanda-con-amore-%e2%80%9cla-tana-degli-alberibelli%e2%80%9d-di-marino-magliani/</link>
<pubDate>Thu, 14 May 2009 14:00:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>giuseppepanella</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/05/14/storia-contemporanea-n-8dall%e2%80%99olanda-con-amore-%e2%80%9cla-tana-degli-alberibelli%e2%80%9d-di-marino-magliani/</guid>
<description><![CDATA[Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scris]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><em><img class="size-full wp-image-1581 alignleft" title="alberibelligrande" src="http://retroguardia2.wordpress.com/files/2009/03/alberibelligrande.jpg" alt="alberibelligrande" width="169" height="250" />Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine</em> <strong>Storia contemporanea</strong><em>. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l&#8217;</em>affaire<em><strong> </strong>Dreyfus. Intitolando</em><strong> Storia contemporanea</strong> <em>questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l&#8217;ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l&#8217;arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei</em>.<strong> (G.P.)</strong></p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://retroguardia2.wordpress.com/files/2009/03/alberibelligrande.jpg"></a></p>
<p>di <strong><a href="http://retroguardia2.wordpress.com/category/panella-giuseppe/">GiuseppePanella</a></strong></p>
<p><strong>8. Dall&#8217;Olanda con amore. Marino Magliani, <em>La Tana degli Alberibelli</em>, Milano, Longanesi, 2009</strong></p>
<p style="text-align:right;">«La prima fucilata rade / la fiorita di rosmarini e scope. / Il tempo di caccia in questi luoghi alti sul mare / lacera il sonno antico, storna il guardiano di rovine, / falcia da un anno all&#8217;altro il branco. //</p>
<p style="text-align:right;">Abituati a una vita meno piena / e manchevole di calore e luce, / mi dico, tieni a bada l&#8217;amarezza. // Resisti, reggi il filo ancora teso / tra grado e grado della febbre eterna, / sorridi, porta a compimento l&#8217;opera. // Mentre colpo su colpo / la pendola degli anni / scandisce il tempo d&#8217;un addio, // mentre il volo ad ali ferme del nibbio / si tiene alto, mentre il cane punta / e l&#8217;uccello snidato s&#8217;alza a volo / e fila contro il tiro d&#8217;imbracciata, // mentre l&#8217;uomo teme, / mentre va incontro al suo male / e si dibatte tra viltà ed ardire »</p>
<p style="text-align:right;">(Mario Luzi, &#8220;Spari&#8221; in <em>Dal fondo delle campagne</em>, 1969)</p>
<p style="text-align:right;"><!--more--></p>
<p style="text-align:right;"><strong>1.</strong></p>
<p>Un giovane olandese che reca il romantico nome di Jan Martin Van der Linden viene in Italia a ritrovare i luoghi della sua infanzia e a compiere una difficile missione. E&#8217; a metà strada tra un archeologo avventuroso alla Indiana Jones e l&#8217;agente infiltrato di un romanzo dedicato alla corruzione politica o alla repressione dell&#8217;<em>insider trading</em>. Soprattutto è inquieto e incerto sul proprio destino. Il suo agente di collegamento che portava il fatidico (e volterriano) nome di battaglia di Pangloss (uno che avrebbe dovuto sapere tutto, dunque) è stato trovato ucciso poco lontano dal porto di mare dove aveva dato sue notizie l&#8217;ultima volta. In una Liguria dai nomi di fantasia (Santaleula, Oriana e poi frazioni, piccoli borghi, località sconosciute ai più e difficili da trovare sulle mappe più precise) ma dai paesaggi intensi e intriganti nella realtà concreta, si svolge una lunga e affannosa caccia alla verità. Jan Martin ama quei luoghi:</p>
<p><!--more--></p>
<p>«Non faceva in tempo a riabituarsi alla luce che lo inghiottiva nuovamente il buio, e a franare sotto i ponti dell&#8217;autostrada era un&#8217;altra valle, altre terrazze, altre pietraie. Posti che si assomigliavano come i denti di un pettine. &#8220;D&#8217;inverno è la terra più noiosa che ci sia&#8221;, gli aveva confessato un giorno il proprietario di un bar. Ricordava quando da studente veniva in Liguria, e anche allora preferiva l&#8217;inverno. Era una regione di cui ormai poteva dire di conoscere vapori e luci come se ci fosse vissuto da sempre. Sulle colline, paesi antichi, comuni da duecento-trecento anime, e tetti da cui si alzavano cupole di campanile dalle squame colorate. L&#8217;ultimo cartello diceva SANTALEULA KM. 22» (pp. 14-15).</p>
<p>Allo stesso modo, è molto affezionato al nonno rimasto in Olanda, nella zona di Jlmuiden e cerca di rimanere in contatto con lui (anche se con difficoltà e con ansia per il tutto il corso del romanzo) perché è l&#8217;unico parente che gli è rimasto in vita. L&#8217;isolamento di Jan Martin è palese in tutto il corso del libro &#8211; la sua figura di investigatore isolato e con pochi legami nel mondo lo apparenta così ad una lunga tradizione nel genere letterario a cui il libro in senso lato si riconnette.</p>
<p>Il quinto romanzo di Marino Magliani, scrittore ligure trapiantato in Olanda ma rimasto saldamente radicato nella sua terra di origine, infatti, parte subito come un <em>thriller </em>d&#8217;autore (così come accade a tanta letteratura italiana contemporanea) ma è certamente molto di più.</p>
<p>E&#8217; un atto d&#8217;amore nei confronti della sua terra e un <em>J&#8217;accuse</em> rivolto a chi vorrebbe trasformarla in una zona franca per turisti di lusso e per il cemento internazionalizzato delle multinazionali.</p>
<p>La lotta e la polemica serrata nei confronti di chi vorrebbe trasformare la Liguria in un&#8217;unica, grande zona turistica utilizzando per farlo i fondi della Comunità Europea è l&#8217;obiettivo iniziale dell&#8217;inchiesta di Van Der Linden. Lo scopo ufficiale della venuta di Jan Martin in Liguria, tuttavia, è stato individuato in un servizio giornalistico di taglio culturale su due disertori francesi rifugiatisi in una località della zona (la Tana degli Alberibelli, appunto) subito dopo la battaglia di Marengo in attesa di trovare un imbarco per Cipro e rifarsi una vita. Entrambi facevano ampio uso di droghe (in particolare di hashish) e se ne servivano utilizzando un mestolino d&#8217;argento in cui lo mescolavano con la menta. Trovare il mestolino utilizzato dai due francesi transfughi è l&#8217;obiettivo della ricerca archeologica di Jan ma, proprio nello stesso luogo, tuttavia, erano accaduti degli episodi ancora rimasti misteriosi durante la guerra di liberazione dai nazifascisti. Un partigiano cattolico di una certa influenza e che portava come nome di battaglia l&#8217;appellativo di Iliev era stato assassinato proprio nella stessa grotta e le voci più accreditate e significative parlavano di tradimento da parte di qualche altro membro delle brigate antifasciste. Anche se negli studi storici più recenti di questo non si parlava, sembrava proprio che tra i combattenti per la libertà italiana ci fosse stato qualcuno che lo aveva tradito, consegnandolo nelle mani di un personaggio anch&#8217;esso misterioso che tutti chiamavano lo Sfollato, un repubblichino che, tuttavia, era stato giustiziato subito dopo la caduta definitiva del regime. A questi due eventi storici, si trattava di aggiungere le indagini sulle malversazioni e sull&#8217;attività di accaparramento di vaste aree divenute edificabili in prossimità delle coste ai fini di un&#8217;attività proditoria di cementificazione e di urbanizzazione del territorio fino ad allora rimasto almeno parzialmente incontaminato.</p>
<p>Inoltre, dopo il suo arrivo al <em>bungalow</em> che ha affittato a Sorba, vicino Oriana, una misteriosa Volvo Bianca con a bordo un uomo e una donna lo ha seguito a lungo e i suoi occupanti hanno fatto indagini qua e là presso le persone con le quali si è intrattenuto. In particolare hanno chiesto sue notizie a Pietro, un residente della zona che ha il babbo infermo (e al quale hanno sbloccato con grande rapidità l&#8217;indennità di accompagnamento) e che conoscono tutti, anche il vecchio partigiano Bacì con il quale Jan Martin vuole parlare a tutti i costi. Intanto l&#8217;olandese prosegue con le sue esplorazioni nella zona della Tana degli Alberibelli:</p>
<p>«Indietreggiò fino a uscire dal cunicolo. Si sgranchì gambe e collo, e si concentrò sui grafici azzurri del monitor. Si asciugò le mani e scrisse qualcosa sulla cartina. Quando guardò di nuovo l&#8217;ora, ripiegò la cartina, radunò gli strumenti, prese con sé macchina fotografica e roncola e uscì dalla Tana. Verso la Francia scendeva ancora a catinelle, ma sulla Val Venanzio il cielo si apriva. Si diresse a grandi passi nell&#8217;erba fradicia, verso un grande scoglio affiorante, controllò il punto su una cartina e si fece spazio tra i rovi a colpi di roncola. D&#8217;un tratto si fermò. L&#8217;aveva davanti, la lapide di ardesia in onore ai quattro partigiani suicidi. Si inginocchiò e la pulì con le mani. I segni lasciati dall&#8217;edera formavano un intreccio di venuzze bianche. Col coltellino tolse la terra dai solchi delle scritte, finché una dopo l&#8217;altra non apparvero le generalità dei partigiani, coi loro nomi di battaglia che erano diventati più veri dei nomi veri, e la data della morte, unica per tutti. Scattò un paio di foto. Il nome di Iliev non veniva riportato, ma di questo non si stupì. Iliev non s&#8217;era suicidato nella Tana, ufficialmente l&#8217;aveva falciato il nemico mentre risaliva il torrente nelle cui acque era caduto a faccia in avanti. Il testo che aveva letto riportava però pure l&#8217;opinione d&#8217;un famoso partigiano, secondo il quale, sapendo come avrebbe agito in quel caso, Iliev era sicuramente entrato nella Tana per prender la pistola che ci sapeva nascosta, poi era uscito e aveva affrontato i repubblichini, ma una volta circondato, pur di non farsi prender vivo s&#8217;era sparato. Tutto poteva essere. Di certo chi aveva affermato queste cose doveva sapere che Iliev prima d&#8217;entrare nella Tana era disarmato&#8230;» (pp. 38-39).</p>
<p>Jan Martin continua a indagare a fondo sul periodo ma le sue investigazioni storiche sul passato destino di Iliev e sulla possibilità che sia stato tradito da qualcuno all&#8217;interno della Resistenza allarmano un misterioso personaggio che viene chiamato da tutti il Cavaliere e che si sente in dovere di andare a trovare nella casa di riposo in cui si trova uno dei sopravvissuti dell&#8217;epoca, un vecchio repubblichino di nome Vinzini con il quale rievoca ciò che è accaduto quel giorno alla Tana degli Alberibelli. Vinzini è uno dei pochi sopravvissuti di quel tempo e sarà bene che non ne parli più con nessuno. Jan Martin, intanto, trova davanti alla porta del suo <em>bungalow </em>una testa di legno di donna fasciata con la carta velina (più tardi troverà, nello stesso posto, anche un pezzo di velo nero, uno straccio che assomiglia a quelli che vengono usati dalle donne quando vanno in chiesa). Ma ancora più importante è il fatto che conosce una ragazza, Loredana, che lavora al bar di Sorba dove di solito va a mangiare e si incontra con Pietro e poi finisce per andarci a letto. L&#8217;incontro con questa ragazza che dice di annoiarsi sempre e di non sapere che fare della propria vita si prolungherà nel tempo e non sarà soltanto l&#8217;avventura di una notte per entrambi. La conferma dell&#8217;importanza del loro rapporto si intravede in situazioni come queste:</p>
<p>«Dormì da solo. Si mise a letto presto. A pranzo con Loredana c&#8217;erano state delle incomprensioni, avevano mangiato nel piccolo giardino davanti al bungalow, spaghetti al pesto, una scorta di pasta e barattoli da esaurire prima della partenza. Le aveva detto che era per questa settimana, al massimo lunedì. Allora lei tra lo scherzo e il serio gli aveva proposto di seguirlo in Olanda. Lui però non le aveva risposto e s&#8217;era accorto tardi che quel silenzio l&#8217;aveva offesa. Poi l&#8217;aveva sentita sparecchiare, raccogliere il suo giaccone e uscire» (p. 268 ).</p>
<p>E più tardi, ammettendo la propria dipendenza dalla donna conosciuta nel corso della sua indagine, le dirà:</p>
<p>«Loredana uscì dalla doccia e trovò la colazione già pronta. Da buon olandese preparava sempre in abbondanza: le uova fritte e il caffè lungo col latte, il burro e la marmellata. Aveva già chiaro il programma: per la sera le avrebbe proposto una cena al ristorante, l&#8217;indomani sarebbe sceso coi bagagli in macchina, e dopo l&#8217;incontro a Poggi avrebbe consegnato la chiave del bungalow all&#8217;agenzia. Vide che aveva pianto, le accarezzò il viso. &#8220;Con le mani sporche di marmellata?&#8221; fece lei. Risero, ma durò poco. Le servì altro caffè e non smise di guardarla. Che uomini da poco doveva aver avuto, se s&#8217;attaccava a uno come lui, pensò. Lei seguiva i salti di un pettirosso sull&#8217;ulivo. Uccelli curiosi. Il sole dorava entrambi, piume e capelli contro il fianco di rocce e ginestre. Quando si voltò di scatto fu per chiedergli: &#8220;Sono mai stata importante?&#8221;. &#8220;A chi credi che stia pensando ora e cosa credi che abbia sperato questa notte quando hai abbassato la saracinesca e a chi ho pensato poco fa per i carruggi?&#8221;. &#8220;Al partigiano&#8230; e ad altro credo&#8221;. &#8220;Pensavo a te, e al resto pure&#8230; perché dal resto no ti separi&#8221;&#8230;» (p. 276).</p>
<p>Non si saprà mai come continuerà questa storia d&#8217;amore partita per noia e proseguita per rabbia ma che sia una vera <em>love story</em> non si può mettere in dubbio.</p>
<p><strong>2.</strong> E&#8217; l&#8217;attesa la cifra caratteristica di questa parte del romanzo e anche della cifra stilistica del romanzo. Non è certo un caso se a p. 180 Jan Martin trova in una libreria, compera e legge un romanzo di Francesco Biamonti che si intitola <em>Attesa sul mare</em>. Le atmosfere di questo importante scrittore ligure (e precisamente della zona di Bordighera dove l&#8217;olandese si è recato per le sue ricerche sulle frodi commesse riguardo l&#8217;utilizzazione dei fondi europei destinati a quella parte della regione) ritornano e riverberano nella prosa sfumata e poetica di Magliani mentre descrive luoghi e atmosfere che partecipano della scrittura di entrambi. E quando finalmente l&#8217;olandese conoscerà il vecchio partigiano Bacì una delle sue prime riflessioni di fronte ai racconti di quest&#8217;ultimo sarà sui romanzi di ambiente partigiano che ha letto e la sua mente correrà subito a <em>Una questione privata</em>, il grande romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio (e anche questa citazione non sarà affatto casuale).</p>
<p>Anche la storia del partigiano Iliev e dello Sfollato e della donna misteriosa (simboleggiata dal viso di legno coperto dalla carta velina e poi dal cencio di seta lasciati dal partigiano Bacì come indizi che potevano condurre Jan Martin verso la verità) potrebbero essere usciti da un libro di storie partigiane dello scrittore di Alba.</p>
<p>Anche la vicenda del figlio avuto dalla donna di Salò infiltrata nelle file partigiane e poi divenuto un avvocato di successo (coinvolto in tutte le vicende economiche più scabrose del dopoguerra) potrebbe essere il frutto della ricostruzione di una vicenda esemplare avvenuta nelle Langhe.</p>
<p>Eppure una differenza rimarchevole c&#8217;è e non soltanto riguardo allo stile (sul quale pure qualcosa andrà detto): le storie di Fenoglio sono praticamente tutte (quale più quale meno) vicende di ordinaria sconfitta (degli uomini, delle idee, dei sogni, degli amori); qui, invece, nonostante la malinconia di fondo e la mestizia della vecchiaia incombente e rancorosa, non ci sono tanto sconfitte quanto dichiarazioni di non luogo a procedere in confronto del passato.</p>
<p>I partigiani come Bacì (rimasto povero a ricordare ciò che poteva essere e non è stato) come il Savonese (come viene chiamato talvolta invece che il Cavaliere) o il grosso e ancora muscoloso Tanke e gli altri che si mobilitano per evitare che la verità sul tradimento nei confronti di Iliev venga risaputo non sono degli sconfitti dalla Storia &#8211; hanno semmai un conto aperto con la loro coscienza e con quello che hanno fatto degli ideali che avevano maneggiato (spesso con leggerezza, sempre con una certa indifferenza riguardo al futuro) nel passato.</p>
<p>E&#8217;quello che si ricava dalla sequenza finale del romanzo:</p>
<p>«<em>Da qualche parte, lontano dal Mediterraneo, sul far del chiaro</em>. Ogni tanto, durante la notte, mentre guidava, aveva provato a fare una telefonata usando l&#8217;auricolare. Formava il numero e attendeva. Finora aveva trovato la segreteria e non aveva detto nulla. Ma sul far del chiaro, sentì la voce di là. &#8220;Sapevo che chiamavi, olandese&#8221;. &#8220;Buongiorno, Cavaliere&#8230; Ho provato anche stanotte&#8230; Ho incontrato l&#8217;avvocato Arnoldi&#8221;. &#8220;Gliel&#8217;hai detto, cosa gli hai detto?&#8221; &#8220;Non gli ho detto nulla&#8230;&#8221;. &#8220;Hai fatto bene&#8230; Davvero non gli hai detto nulla? Immagino di non avere più molto tempo per saperlo&#8221;. &#8220;Non gli ho detto nulla&#8221;. &#8220;Hai fatto bene. Sta invecchiando anche lui&#8230; Ha avuto poca fortuna, sai, non s&#8217;è fatto neanche una famiglia, come non l&#8217;ha avuta prima&#8230; Ma vorrei poterti credere&#8221;. &#8220;Non gli ho detto nulla, mi deve credere&#8221;. &#8220;Ti credo allora&#8230; L&#8217;hanno usato, hanno usato anche lui, come hanno usato suo padre&#8221;. &#8220;Lui non credo sappia di lei&#8221;. &#8220;Lo sa&#8230;&#8221; &#8220;Non da me, da me non saprà niente nessuno, di questo non si preoccupi&#8221;. &#8220;Non mi dici nulla&#8230; Neanche come mi assomiglia?&#8221; &#8220;Come le somiglia!&#8221;. &#8221; Dove sei?&#8221; &#8220;Sull&#8217;autostrada, in Germania&#8230; Sono stato a Canelli&#8230; &#8220;. Un respiro lungo di là del telefono. &#8220;Nessuno saprà mai nulla, le do la mia parola&#8221;. &#8220;Come faccio a crederti?&#8221; &#8220;Ha ragione a dubitare&#8230; Ma le do questa possibilità&#8221;. &#8220;Sì, fra poco. Si stupiranno&#8230; Non ho tradito per soldi, olandese&#8230;&#8221;. &#8220;Ne sono certo&#8221;. Quando spense, la pura di aver fatto davvero quella telefonata lo svegliò. &#8220;Hai sognato&#8230;&#8221; si disse. Era sul far del chiaro, in una piazzola in Germania, dalle parti di Colonia. Aveva dormito più di un&#8217;ora. Allungò la mano e cercò la bottiglietta dell&#8217;acqua. Ne bevette a lungo. Poi accese e riprese a guidare verso il Nord» (pp. 328-329).</p>
<p>I personaggi, pur sempre inquieti e riflessivi, intenti come sono a ricordare il passato e le sue angosce, sono comunque riconciliati con esso e non lo disprezzano come tempo malato o perduto o devastato. Per essi, il passato è stato ciò che doveva essere o che ha potuto essere; nulla più.</p>
<p>Lo stile di Magliani è molto sorvegliato, attento alle pause, ai silenzi, alle attese, ai sogni, al destino.</p>
<p>E&#8217; tutto fatto di descrizioni spesso minute (ma mai pedanti). L&#8217;indugio, il ritorno, il rimando, il continuo riprendere e lasciare il filo della narrazione non sono soltanto l&#8217;adeguamento alle necessità del genere prescelto ma una volontà di stile e, nonostante questo possa sembrare nocivo per un romanzo, di poesia.</p>
<p>L&#8217;uso della ripresa narrativa ha fatto parlare alcuni critici (un po&#8217; troppo prevenuti) di scrittura o stile orale prevalente di narrazione intorno a un fuoco, di ricordo che si spezza e si frantuma nella dimensione soggettiva. Nulla di più falso. Jan Martin non è Marlow. La sua affubulazione è tutta interiore ma non si esplica in <em>stream of consciousness</em> né in indiretto libero determinato a rendere congenialità verbali diretto. Tutt&#8217;altro: la scrittura di Magliani non è mimetica. Vuole essere, invece, allusiva, indiretta, laterale (un po&#8217; come quella dei migliori testi di Biamonti ma anche come quella prosa poetica di alcuni liguri &#8211; Rebora, Sbarbaro &#8211; ai quali certa sua precisione linguistica e certa sua melanconia metaforica certamente assomigliano).</p>
<p>Il taglio della descrizione, ad esempio, è tutto intessuto di particolari anche molto specifici, di brevi segmenti che spesso possono sembrare non collegati, di ellissi e di salti anche temporali (dall&#8217;Italia napoleonica dopo Marengo, all&#8217;Italia della guerra civile contro i nazifascisti, al presente delle speculazioni edilizie sul territorio ligure e dell&#8217;abuso come dimensione comune della gestione economica e politica del paese); la scansione del dialogo è, invece, scabra, fatta di frasi brevi, nette, secche (come spesso la personalità di chi parla).</p>
<p>Tutto questo ha poco a che fare con la fluenza del discorso narrativo di tipo orale. Piuttosto Magliani tenta la carta di coniugare il genere di ascendenza tradizionale (il <em>thriller</em> con molte sfaccettature) con la scrittura elaborata e coerente di un racconto di formazione.</p>
<p>In sostanza &#8211; nonostante il morto ammazzato dell&#8217;inizio, nonostante lo scavo nel passato non ancora troppo remoto d&#8217;Italia (come fa da tempo e con buoni risultati uno scrittore di genere come Loriano Macchiavelli), nonostante la vertigine del tuffo nella storia, Magliani racconta un personaggio, il suo sviluppo, la sua storia. E i suoi sogni.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Marino Magliani, Elio Lanteri: un dibattito al Gabinetto Vieusseux]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/05/08/18115/</link>
<pubDate>Fri, 08 May 2009 10:00:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovanniag</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/05/08/18115/</guid>
<description><![CDATA[Testo introduttivo e filmati di Giovanni Agnoloni Foto di Mauro Baldrati Il 29 aprile, al Gabinetto ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Testo introduttivo e filmati di Giovanni Agnoloni<br />
Foto di Mauro Baldrati</p>
<p><img src="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/files/2009/05/tn_magliani-e-lanteri-strozzi-29-4-2009-foto-1.jpg?w=300" alt="tn_magliani-e-lanteri-strozzi-29-4-2009-foto-1" title="tn_magliani-e-lanteri-strozzi-29-4-2009-foto-1" width="300" height="224" class="alignleft size-medium wp-image-18116" /></p>
<p>Il 29 aprile, al <strong>Gabinetto Vieusseux</strong>, presso Palazzo Strozzi (Firenze), si è tenuto un incontro sul tema &#8220;Viaggio tra il paesaggio e la memoria&#8221;, incentrato sui due romanzi <em><strong>&#8220;La tana degli Alberibelli&#8221;</strong></em> di <strong>Marino Magliani</strong> (ed. <strong>Longanesi</strong>) e <em><strong>&#8220;La ballata della piccola piazza&#8221;</strong></em> di <strong>Elio Lanteri</strong> (ed. <strong>Transeuropa</strong>). <!--more--><br />
Vi propongo qui dei brevi filmati relativi a questo appuntamento, con estratti degli interventi di <strong>Marino Magliani</strong>, del Prof. <strong>Giuseppe Panella</strong> e mio (mi trovate al primo posto, nella serie, solo perché ho aperto questo pomeriggio letterario, il cui organizzatore è il Dr. Maurizio Bossi, Resposabile del &#8220;Centro Romantico&#8221; del Gabinetto Vieusseux).<br />
La foto che precede è di <strong>Mauro Baldrati</strong>, che è venuto a vederci ed è intervenuto nel dibattito, aiutandoci anche a fare un piccolo ma piacevolissimo ritrovo di LPELS in terra toscana.</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/ko3iSmv5OPo&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/ko3iSmv5OPo&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span><br />
<span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/vOUpkWYZzpQ&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/vOUpkWYZzpQ&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span><br />
<span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/daEfPxeV1tw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/daEfPxeV1tw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span><br />
<span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/tTbiRyf9VBw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/tTbiRyf9VBw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[STORIA CONTEMPORANEA n.8:Dall’Olanda con amore. "La Tana degli Alberibelli" di Marino Magliani]]></title>
<link>http://retroguardia2.wordpress.com/2009/04/27/storia-contemporanea-n8dall%e2%80%99olanda-con-amore-la-tana-degli-alberibelli-di-marino-magliani/</link>
<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 02:27:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>francesco sasso</dc:creator>
<guid>http://retroguardia2.wordpress.com/2009/04/27/storia-contemporanea-n8dall%e2%80%99olanda-con-amore-la-tana-degli-alberibelli-di-marino-magliani/</guid>
<description><![CDATA[Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scris]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scris]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il partigiano cattolico raccontato da Magliani]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/04/19/il-partigiano-cattolico-raccontato-da-magliani/</link>
<pubDate>Sun, 19 Apr 2009 18:00:41 +0000</pubDate>
<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/04/19/il-partigiano-cattolico-raccontato-da-magliani/</guid>
<description><![CDATA[di Fulvio Panzeri È una Liguria, tra tradizione e ombre contemporanee, quella che ci descrive Marino]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignnone size-full wp-image-17446" title="marino-magliani" src="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/files/2009/04/marino-magliani.jpg" alt="marino-magliani" width="113" height="124" /></p>
<p>di<strong> Fulvio Panzeri</strong></p>
<p>È una Liguria, tra tradizione e ombre contemporanee, quella che ci descrive Marino Magliani nei suoi romanzi, una terra alla quale ritorna ogni estate, dopo aver scelto di andare verso il Nord, in Olanda. Un vissuto che vibra in questa sua storia (la quarta che ha scritto) attraverso una tensione morale, che gli permette di innestare all’interno di una terra, apparentemente isolata e sconosciuta, una sorta di centralità che coinvolge anche una dimensione molto più europea. Con il nuovo romanzo dimostra di sapersi muovere con una libertà inconsueta, anche se rimane fedele ai capisaldi della sua narrativa, nell’ambito di una storia che apparentemente si costruisce secondo i criteri di un romanzo «giallo», che mette in scena molti punti oscuri, morti misteriose, un ritorno al passato prossimo, quello della Resistenza, affari poco chiari, a scapito della tutela del paesaggio. <!--more-->Troviamo così il protagonista, un olandese, Jan Martin, che vie ne inviato sulla riviera di Ponente da un Bureau belga che sta indagando sull’eventuale uso indebito e illegale dei fondi europei elargiti ai privati per la costruzione di un piccolo porto. Per portare a termine la sua missione si presenta come un archeologo, interessato a recuperare un prezioso mestolo lasciato nella Tana degli Alberibelli da un reduce della battaglia di Marengo. Si tratta di un’area carsica, di cui i partigiani conoscevano bene la conformazione, nascondigli o «stanze» che racchiudono altri misteri. «Non c’era niente, in Liguria, di più mutevole del corso d’un torrente o della planimetria di una grotta carsica». Da lì emergeranno verità insospettate, come quella di un partigiano cattolico di nome Iliev che, prima di essere ucciso, ha lasciato strani segni, che non hanno ancora trovato una decifrazione e si scoprirà rappresenteranno un atto d’accusa, nel momento in cui rivelano l’identità di chi ha tradito.<br />
Jan Martin deve fare i conti con un collega che viene ucciso, con una Volvo bianca che lo segue, con le ombre del presente che si confondono, con quelle del passato e cercano una sorta di rivelazione. Magliani rivela che all’inizio voleva scrivere una storia sul tradimento, un tema importante per la cultura ligure: «E’ una parola che si sente spesso in Liguria, ma che non è il solito tradimento tra un uomo e una donna. Qui il tradi­mento è una cosa che riguarda le sostanze, i possedimenti.<br />
Toccagli tutto a un ligure dell’interno, ma non toccargli la roba. Per questo se gli tocchi la roba è tradimento». Una storia di cui doveva essere protagonista una donna. Poi il progetto ha preso un’altra direzione: «Ho finito per scrivere un romanzo sulla Resistenza e su un territorio pubblico regalato a un monopolio, a un cartello, a una scatola cinese.<br />
Storie di ingiustizie come quella della donna tradita». Una figura femminile c’è però, che ha un ruolo diverso, infatti durante la guerra civile aveva fatto la spia. Ed è una figura bruciante nel corso di questa storia, in cui lo scrittore di mostra nuovamente di sapersi tenere su un piano di scrittura che è forte, nonostante i molti elementi messi in gioco, dove la trasparenza lirica del paesaggio fa i conti con le ombre del passato e di un presente che gli scrittori italiani tendono sempre più ad eludere dalle proprie storie. Magliani invece racconta e al contempo interroga il lettore.</p>
<p><strong>Marino Magliani</strong><br />
<em> La tana degli alberibelli</em><br />
Longanesi. Pagine 330. Euro 18,00</p>
<p>Pubblicato su <strong>Avvenire</strong>, 18 aprile 2009</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Marino Magliani, "La tana degli Alberibelli" ]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/04/15/marino-magliani-la-tana-degli-alberibelli-recensione-di-alberto-pezzini/</link>
<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 06:00:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovanniag</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/04/15/marino-magliani-la-tana-degli-alberibelli-recensione-di-alberto-pezzini/</guid>
<description><![CDATA[Recensione di Alberto Pezzini Marino Magliani, &#8220;La tana degli Alberibelli&#8221; – ed. Longane]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><em>Recensione di Alberto Pezzini</em></p>
<p><strong>Marino Magliani, &#8220;La tana degli Alberibelli&#8221; – ed. Longanesi, 2009 &#8211; pagg. 329 – euro 18,00</strong></p>
<p>Parlare, o scrivere di <strong>Marino Magliani</strong>, è semplice. Uomo è di alba, o di tramonto, ma anche di sera. E’ un uomo complicato. Perché nella sua estrema semplicità possiede cento anime. Tutte chiare, sbozzate alla luce del mare, senza complicazioni. Ha fatto di tutto nella vita. Quello che non smette di fare, è lo scrittore. Oggi molte persone scrivono. Più di quanti non leggano. E’ un <em>refrain </em>assurdo ma vero. <!--more-->Magliani non è un accademico, ma probabilmente ha dentro il sangue della letteratura alta. Quella che non ha bisogno di trasfusioni. O ce l’hai, oppure no. Non ci sono alternative. Per questo la sua voce, all’inizio, è stata percepita poco in termini commerciali. Forse perché il timbro era eccessivamente letterario. E la gente fa fatica a leggere di letteratura senza una patina che sia congegnata per vendere. Magliani non è mai stato un venditore di se stesso. Perché ha un’ispirazione troppo naturale per potere essere gestita in una direzione di pura vendita.<br />
A volte però la vita ti fa degli scherzi speciali. Ti regala quello che non ti aspetti. A volte la vita è quello che ti capita quando hai altri programmi, come diceva John Lennon. Nel suo nuovo romanzo, &#8220;La tana degli Alberibelli&#8221;, Marino Magliani ci regala una deviazione anche nella previsione delle vendite. Magliani, questa volta, senza tradire sé stesso né il suo registro malinconico con garbo, ha scritto un libro destinato a vendere alquanto. Ne sono certo.<br />
La trama è complicata, ma lo stile leggero, come vetro trasparente. La lingua sa di Liguria: si vedono le campagne, il mare che brilla, l’aria tersa di certe mattine in cui la Corsica è più di un fantasma. Il <em>plot </em>è una macchina vorace. Il lettore è preso al lazo fin dal primo capitolo e non sente stanchezza.<br />
C’è una storia antica di partigiani. Una donna che tradisce, una sorta di presenza misteriosa, due partigiani, una morte. Un porto che sta nascendo, un debito mai pagato con una storia contemporanea non ancora risolta in tutte le coscienze. Una malinconia leggera. Ma il di più è altro. Magliani ha distillato una lingua unica. E’ una musica semplice, una lingua senza asperità, dove il lavoro di limatura non è nulla, se lo si pensa per chi ha un dono naturale. Magliani ha una Liguria interiore che non ha perduto in Olanda. Si è quasi affinata. E’ divenuta più sottile, e più rimbombante dentro di lui. Sembra che il filo con cui è legato al mare di Imperia, per esempio, non sia un filo esile, o fragile. E’ un filo di acciaio, uno di quei fili di ragno con cui le vigne si legano al bastonetto come con l’acciaio. Solo che stavolta la lingua ha trovato uno sbocco nuovo, più ampio anche dal punto di vista della riuscita narrativa. Ha trovato un punto in cui incanalarsi naturalmente. E così è nato una sorta di giallo che giallo non è. E’ un libro misterioso, ecco, dove conta di più il non detto che quanto si dice apertamente. Solo che una certa malìa ha preso Magliani e gli ha fatto scrivere delle pagine imprendibili, all’apparenza. In realtà, ti frega più la natura ipnotica che quanto lo scrittore voglia dirci di vecchie lotte partigiane. Gli odi, ed i debiti dei partigiani, sono un volano. Molto fa l’aggancio con la realtà attuale, e la costruzione di un porto è un’occasione ghiotta per compiere molte letture in controluce. Solo che il lettore si sente a volte perso in questo gioco di incastri. Ce ne sono molti, e sono sempre divisi a metà tra uno spionistico elegante ed il letterario. C’è il sospetto che la Liguria di Biamonti abbia dato alla luce una sorta di nuovo genere. Magliani è convinto di avere scritto un libro come gli altri suoi precedenti. Dove antichi odii, e passioni mai consumate, fanno sì che la vita abbia sempre un senso di mai perfetta finitudine. Sembra che le pagine di Magliani, i suoi personaggi, le sue storie e le vite che fa vivere non siano mai terminate. Il dolore ha sempre fame del domani, nei suoi romanzi. Però stavolta il dolore è anche fiamma da bruciare per la curiosità. Perché il dolore è una passione umana, o forse universale, organica agli esseri viventi. Magliani ha ricevuto in dono due doni:la scrittura e un senso antico, atarassico, del dolore. Lo sa far rivivere distillandolo e facendolo appassire senza patire. Riesce a relegarlo dentro personaggi che, se hanno sofferto, non mostrano di aver perduto né speranza né voglia di ricordarsene. Ecco perché era così difficile, prima di oggi, confrontarsi con un romanzo alla Magliani. Perché lì dentro c’era traccia umana troppo spessa. Lì il dolore a Magliani sembrava non costare nulla, tanto ne aveva.<br />
Con questo libro, invece, sembra che la dimensione sia diventata quella della sofferenza, che il soffrire allo stato puro sia diventato più capace di gestirsi: il dolore sembra essere stato “incolonnato”.<br />
Il romanzo ha delle morti che sembrano poco chiare. Questo perché l’intreccio è molto intricato. Solo che alla fine quell’intrico, quel nido così perfido di sentimenti che scottano sulla pelle come una dannata ferita da guerra diventa il mezzo per ottenere uno schiarimento finale veramente liberatorio. E’ come quando si tiene il respiro tanto dentro e tanto rattenuto da sprigionare poi quasi un soffio di libertà, quando si mollano i polmoni.<br />
Magliani in questo caso è “furbo”. Lascia, ogni tanto, dei segnali, alla fine di qualche capitolo. Sono dei piccoli pezzi di <em>plot</em>, delle briciole lasciate in giro, per dare una dritta precisa al lettore. Facendo così, e non essendo mai chiaro nelle indicazioni, il romanzo si tinge di un’aria generale di mistero. Tanto impercettibile quanto efficace. E’ quell’aria che rende più di morti e cadaveri massacrati a colpi di falce da un serial killer. E’ la stessa differenza tra una donna nuda alla luce meridiana ed una coscia che saetta sotto una gonna dentro una calza autoreggente.<br />
E’ un giallo ligure che vola alto. Il bello è che del giallo forse non ha nulla. Ma il lettore è catturato dal libro come se fosse, in effetti, un giallo. Tenete presente che la malìa dura per quasi tutto il volume, ponderoso come un bell’ulivo di costa ma scritto in caratteri attraenti. Come la lingua di Magliani. Su questo punto va spesa ancora una parola e poi si chiude.<br />
Vi dicevo prima del dono di Magliani. Uno è la scrittura. Non creata a scuola, né in accademici laboratori. Marino ha il dono di sentire da lontano, quando scrive. Non è che senta voci lontane o di persone perdute. Perché ogni scrittore è aedo di se stesso e di quanto la vita gli doni. No. Marino Magliani è un sensitivo delle parole liguri. E’ un uomo al quale sembra che il mare abbia trasmesso il dono della chiarezza dell’acqua. Le parole gli vengono giù come al mare quando le onde ti arrivano ai piedi e ci vedi attraverso. Se pensate che anche in Olanda una delle mete interiori di Magliani è una lunga passeggiata sulla sabbia davanti al Mare del Nord, non mi prenderete per pazzo. Ci sono esseri umani che hanno un po’ di mare misto a sangue. Come le sirene. Possiedono il verbo umano, ma la rotondità delle parole, la loro forza impressiva viene dal mare, da un mondo dove i tradimenti non si possono fare, perché l’acqua li fa vedere subito e li smaga naturalmente. Marino Magliani è così. Sirena ligure che canta dalle sabbie del nord, ha un orecchio da sirena, ed è incapace di tradire. Ecco perché sa scrivere così chiaro, ed ecco perché si è meritato un romanzo così. Bello come il mare e semplice come i liguri di una volta. Perché le parole, a volte, non servono. Ma certi romanzi, quando li hai presi in mano, non te li puoi più dimenticare. I marinai lo sanno. E Magliani di nome si chiama Marino.<br />
P.S.: La chiusa del libro sembra un fotogramma alla Ingrid Bergman e vale – da sola – un film intero.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Elio Lanteri, "La ballata della piccola piazza" ]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/04/02/elio-lanteri-la-ballata-della-piccola-piazza/</link>
<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 06:00:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovanniag</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/04/02/elio-lanteri-la-ballata-della-piccola-piazza/</guid>
<description><![CDATA[Vi propongo qui uno stralcio della prefazione di Marino Magliani al romanzo di esordio dello scritto]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Vi propongo qui uno stralcio della prefazione di Marino Magliani al romanzo di esordio dello scrittore ligure Elio Lanteri, <strong>“La ballata della piccola piazza”</strong>, appena uscito con Transeuropa Edizioni.<br />
Segue il primo capitolo del romanzo, che (come anche la prefazione di Magliani) si può scaricare dal sito dell’Editore, http://www.transeuropaedizioni.it <!--more-->, e più precisamente da <a href="http://www.transeuropaedizioni.it/?Page=libro.php&#38;id_collana=5&#38;id_volume=49&#38;id_libro=54">questa </a>pagina.</p>
<p>Nelle parentesi quadre trovate riportate le note che nel libro sono a piè di pagina.</p>
<p><strong>Dalla Prefazione di Marino Magliani:</strong></p>
<p>(…) Dovetti insistere, e alla fine ci riuscii: un giorno arrivò<br />
sul porto col manoscritto. In quei tempi era ancora viva<br />
mia madre e tornavo in Liguria anche tre o quattro volte<br />
l’anno, poi alla fine dell’estate ripartivo per l’Olanda.<br />
Quell’anno portai con me il suo manoscritto. Miracolosamente<br />
in Olanda faceva ancora caldo e andavo ogni<br />
giorno alla spiaggia. Passavo i pomeriggi a leggere e a<br />
rileggere le pagine di Elio Lanteri, a segnare sui fogli delle<br />
cose a matita. Me ne innamorai subito, per dirla com’è,<br />
della <em>Ballata della piccola piazza</em>, perché mi sembrò fin<br />
da subito una storia nuova, una Liguria mai raccontata,<br />
una regione finalmente non olearia.<br />
Da sempre chi ha narrato la Liguria si è confrontato<br />
con la neccessità di guardare agli ulivi e al suo mare. Nell’unico<br />
romanzo che ci ha lasciato Boine (<em>Il peccato</em>, 1914),<br />
raramente si trovano gli ulivi, ma questo perché raramente<br />
l’io narrante lascia la costa. Nei saggi sulla crisi degli ulivi<br />
e altrove, invece, Boine costruisce passo a passo la sua<br />
cattedrale degli ulivi.<br />
Anche Calvino ci ha mostrato una zona ulivata, indicandoci<br />
addirittura la linea che divide la Liguria e separa<br />
la severità della campagna dalla mondanità della riviera.<br />
Biamonti ci fa intuire il mare nella luce e ci regala la mineralità<br />
degli ulivi. E un po’ tutti, prima e dopo e attraverso<br />
questi nomi, ci hanno regalato ulivi e mare.<br />
Nella <em>Ballata </em>gli ulivi non appaiono. Eppure le famiglie<br />
che popolano questo romanzo vivono soprattutto di<br />
ulivicoltura. Ci sono le giare piene d’olio e la capra le<br />
prende a cornate. Perché dunque nelle pagine di Lanteri<br />
che leggeremo non ci sono ulivi? Perché la Liguria che ci<br />
consegna Lanteri è fatta di soli sogni, assomiglia piuttosto<br />
a quel terreno fantastico su cui riesce a muoversi Juan<br />
Rulfo, è una Liguria che sale nei vapori dei torrenti e<br />
resta nell’aria.<br />
Io su quella spiaggia del Nord non sapevo mica cosa<br />
stavo leggendo. Era un po’ come quando ci svegliamo e<br />
non sappiamo più cosa abbiamo sognato. Sappiamo che<br />
abbiamo fatto un bel sogno, o brutto, e sappiamo che<br />
non basta. Dov’eravamo, cosa abbiamo sentito, quanto<br />
siamo stati bene o male?<br />
E così, rileggendo la <em>Ballata </em>– ché i sogni non si riescono<br />
a risognare, ma i libri sì – ho capito che davanti a<br />
me avevo davvero la Liguria che avevo cercato nei libri,<br />
e nelle passeggiate buie dei fondovalle, nei dormiveglia,<br />
nelle notti che mi trovano ancora da qualche parte, in<br />
Liguria e altrove. Era la terra che non ero mai più riuscito<br />
a rivedere, allora ci misi le mani e la odorai. Erano le<br />
pagine visionarie che non avevano bisogno di mare né di<br />
ulivi o di luce, per essere il sogno, ma solo di parole e<br />
musica.<br />
Mi chiedo da sempre se esiste la musica nei sogni. Ecco<br />
cos’è per me la <em>Ballata</em>. Una favola come solo un bambino<br />
riesce a raccontare ed ascoltare, favola dura, di vita e<br />
di morte di una generazione di bambini che hanno giocato<br />
durante una guerra. Favola piena di frutta d’estate e<br />
di paure, e di venti che d’inverno entrano nei giacconi.<br />
Il periodo è quello della guerra civile, inizia esattamente<br />
il 9 settembre, con una colonna di soldati che risale<br />
dalla costa, diretta in Piemonte. Il luogo è la frontiera,<br />
vallate a ridosso di scogliere e falesie, posti che oggi sono<br />
attraversati dai passeur. Luogo di favole, si diceva, e di<br />
metafore, di montagne piene di scalinate che salgono ai<br />
campi alti nel cielo, e di alberi che assomigliano alla grande<br />
nuvola, di torrenti e anguille e capre.<br />
Un luogo dove troveremo i cinema muti e le vecchie<br />
signore ebree scappate dalla città. Le scimmie nelle gabbie<br />
di Voronoff.<br />
E il mondo di Vincenzo Pardini e quello di Rigoni<br />
Stern. Troveremo la musica che troppe volte manca ai<br />
sogni.</p>
<p><em>Marino Magliani</em><br />
IJmuiden, febbraio 2009</p>
<p>&#8212;&#8212;<br />
<strong><br />
Elio Lanteri</p>
<p>LA BALLATA DELLA PICCOLA PIAZZA (ed. Transeuropa)</strong></p>
<p>I.<br />
Settembre: nella valle s’incrociano due venti.<br />
Quello freddo del nord, superati gli alti valichi, si getta<br />
a capofitto nella vallata portando con sé i primi tordi.<br />
Il fumo delle stoppie non fa più arco verso i monti,<br />
ora accompagna il fiume e scende alla foce, raggiunge il<br />
mare e ne increspa le onde, corre a sud e si disperde al<br />
largo.<br />
Stracci di nubi percorrono la valle, corrono lenzuola<br />
d’ombra fra i lentischi.<br />
Quando ero bambino, al calar del sole, indugiavo stupito<br />
a contemplare le ombre degli alberi che si allungavano<br />
sulla sabbia, le guardavo crescere e raggiungere l’acqua,<br />
creando figure fantastiche di animali che si abbeveravano<br />
nella corrente.<br />
Ciulé, mentre la sera allungava lentamente la sua ombra,<br />
sedeva vicino a me sotto l’albero dello spreco [<em>Oleandro, albero che non dà frutti</em>]<br />
e faceva la profezia con i colori, gettando in aria tre pezzetti<br />
di terracotta: vita se si posava il rosso, morte se sulla sabbia<br />
rimaneva il bianco.<br />
Oracolava male, e sulla sabbia luccicava quasi sempre<br />
il bianco; con ostinazione ripeteva il lancio, nella speranza<br />
che si posassero i lati rossi.<br />
Ciulé si voltò verso di me, e senza alzare lo sguardo<br />
dalla sabbia disse tristemente: «Il vento ormai è freddo,<br />
non credo che Meo verrà ancora al fiume.»<br />
«Che fa in casa» gli chiesi, «rimane a letto?»<br />
«Be’, sta quasi sempre sdraiato, disegna e addestra a<br />
fischiare il merlo, la sera vado a trovarlo perché penso<br />
che muoia.»<br />
Sentii in bocca un sapore agro, mi alzai di scatto per<br />
fare muro al vento e impedire che disperdesse quelle ultime<br />
parole e la <em>cicchetta </em>[<em>La morte piccola, dei bambini</em>] che ronza sempre nell’aria, ne<br />
afferrasse per un lembo il suono.<br />
Mi inginocchiai sulla sabbia, accostai la testa alla sua<br />
e parlai piano vicino alla sua bocca.<br />
«Non si parla mai forte di queste cose, è sempre in<br />
ascolto la cicchetta.»<br />
«È il 9 settembre, Rafaé, la luna è nuova: secondo<br />
l’epatta ha cinque giorni, guardala stanotte, avrà la gobba<br />
a ponente.»<br />
Ai bordi dell’acqua Rafaé ascoltava Tumau.<br />
Dalla sera prima risalivano dal mare lo stradone lunghe<br />
colonne di soldati: scappavano dalla Francia e rimontavano<br />
la valle per poi ridiscendere i valichi e disperdersi<br />
in Piemonte, nella provincia <em>granda</em>.<br />
Sul greto del fiume, tra gli arbusti, Fransuà guardava<br />
salire la colonna e discuteva con Jose, aveva ancora in<br />
testa il cappello estivo, un fazzoletto con ai lati i quattro<br />
nodi.<br />
«Risalgono in fila come i filoni» disse Fransuà.<br />
Risalivano così il fiume in primavera i filoni di anguille<br />
luccicanti, sfiorando le pietre della riva, e assaporavano<br />
per la prima volta l’acqua dolce, dopo il lungo viaggio<br />
nel salino.<br />
Fransuà alzò la mano per far visiera al sole.<br />
Quella sera la GAF [<em>Guardia Armata di Frontiera</em>], di presidio nel paese, sparì nel<br />
buio della notte.<br />
Non era ancora l’alba, quando dall’orto il caporale<br />
Rafo aveva chiamato la nonna.<br />
«Teresì, affacciati» le aveva bisbigliato. «Corri al deposito<br />
della caserma, ci sono rimaste delle casse di<br />
gallette.» Poi inforcò la bicicletta da corsa e sempre sottovoce:<br />
«Passo dall’interno, per la strada della montagna,<br />
nel pomeriggio sono a Spotorno.»<br />
Così, in una notte si era disciolta la GAF. Per i viticoltori,<br />
la grandine del paese.<br />
Nel pomeriggio, sul greto del fiume, come al solito<br />
pascolavano le capre. Il caporale Rafo doveva essere ormai<br />
a casa sua, sdraiato sulla sabbia della spiaggia di Spotorno.<br />
Tumau continuava a spiegare a Rafaé il calcolo dell’epatta;<br />
Rafaé, con i piedi nel fiume, fissava l’acqua.<br />
«Inizia il calcolo da marzo, con le dita conta i mesi,<br />
sette a settembre, poi aggiungi i giorni del mese e il numero<br />
dell’epatta.»<br />
Quando sul fiume il sole calava, le capre sazie si stendevano<br />
sotto gli oleandri, socchiudevano gli occhi, riflettendo<br />
sul mondo, alcune con lo sguardo dolce, altre torvo.<br />
Mio cugino Nicó in piedi, fermo in cima alla gobbetta<br />
di sabbia, fissava il nord, dove i monti coronano la valle;<br />
piccolo e tozzo, con le gambe muscolose, teneva i pollici<br />
nelle bretelle dei pantaloni corti, di profilo sporgeva il<br />
suo naso lungo e la mascella forte.<br />
Eravamo tutti così in famiglia, fatti con lo stesso stampo,<br />
dovevano essere così anche i nostri nonni e bisnonni.<br />
Nicó amava la valle, per lui non c’era altro mondo. Mi<br />
diceva a volte passandomi il braccio attorno: «È benedetta<br />
questa valle, nell’antichità ci ha cagato un santo di<br />
passaggio; guarda, grandi abeti lassù, nei boschi di<br />
Furcuin, castagni e pascoli sulle pendici di Prealba, dalle<br />
cime scendono torrenti d’acqua per irrigare gli orti, guardala<br />
bene, c’è tutto nella nostra valle.»<br />
Chissà da chi aveva sentito questi discorsi!<br />
A settembre il fiume era quasi in secca, la poca acqua<br />
stagna, puzzava di muschio marcio; i ragni, che già annusavano<br />
l’arrivo delle prime piogge, avevano iniziato a<br />
stendere le reti tra gli ulivi dei costati: catturavano la nebbia,<br />
perché in autunno i ragni si cibano di nebbia.<br />
Baté U calculu gridava sporgendosi dal parapetto del<br />
ponte.<br />
Ciulé, in piedi sotto l’oleandro, aveva torto la testa e<br />
posizionato l’orecchio destro.<br />
Poi annunciò anche a noi cos’aveva sentito da Baté U<br />
calculu.<br />
«Gli alpini sono in piazza coi muli» e prese la rincorsa<br />
traballando sulle pietre, con le sue gambe sottili da tordo.<br />
Ci precipitammo tutti in piazza, abbandonando le<br />
capre; Fransuà, che correva al mio fianco, disse ansimando:<br />
«Poteva fermarsi almeno uno di noi a guardare le<br />
bestie.»<br />
Gli alpini abbeveravano i muli a turno, al centro della<br />
piazza, dopo aver scaricato dal loro dorso i sacchi.<br />
La gente del paese era scesa dai carruggi e si era radunata<br />
in piazza. Sul bordo della vasca c’erano un canestro<br />
di fichi e alcuni fiaschi.<br />
Jose fece un cenno con il braccio: «Tiè, se fossero<br />
bersaglieri, nemmeno un bicchier d’acqua.»<br />
Tenendoli per il morso, gli alpini facevano bere ai muli<br />
qualche sorsata d’acqua, poi si spostavano di lato per far<br />
passare gli altri.<br />
C’era anche la nonna con zia Artemisia accanto alla<br />
vasca; parlavano con un alpino dalla barba e i baffi quasi<br />
bianchi: Artemisia gli domandava qualcosa, la nonna gli<br />
porgeva un fiasco. L’alpino dalla barba quasi bianca beveva,<br />
e bevendo scuoteva la testa: «Noi veniamo dalla<br />
Francia, non siamo della Cuneese.»<br />
Nicó mi toccò con un braccio: «Sono alpini» disse,<br />
«quasi tutti della provincia Granda, vedrai, si fermeranno<br />
al ponte della Massula, e tireranno fuori dai sacchi le<br />
armi, manderanno via tutti i forestieri, tutti dalla nostra<br />
valle, e rimarranno qui a difenderci finché non arriveranno<br />
i nostri padri.»<br />
Ma un anziano alpino, con gradi da caporale, si diede<br />
un rapido sguardo attorno e disse <em>Andùma</em>, senza alzare<br />
la voce.<br />
Gli alpini, in silenzio, caricarono i sacchi sui muli, e<br />
ripresero il cammino, in fila indiana, risalendo la strada.<br />
Si avviarono al nord, attraversarono il ponte senza fermarsi,<br />
e presero la mulattiera.<br />
«Bravi» disse Jose, «devono essere anarchici, dal fiasco<br />
bevevano tutti la stessa quantità di vino, quattro<br />
golate.»<br />
Partiti gli alpini, rapidamente si svuotò la piazza, la<br />
gente borbottò un poco e rientrò in casa; solo un mesto<br />
fiasco era rimasto sul bordo della vasca. Andreolu lo afferrò<br />
bestemmiando, se lo mise sottobraccio e lo riportò<br />
a casa.<br />
Tornammo di corsa al fiume, il greto era ormai in<br />
ombra, il sole rimontava pigramente il costato delle colline<br />
a levante.<br />
Di là del fiume, sul beudo, passava a dorso di mulo Giuà,<br />
un vecchio con aria assente, distante dalle cose del<br />
mondo. Dalle labbra gli pendeva un mezzo toscano spento,<br />
davanti alla sella spuntavano di traverso due calci di<br />
schioppo, che Giuà teneva stretti poggiandoli sulla criniera.<br />
Aspettammo che lasciasse libero il passaggio sul beudo,<br />
e incolonnammo come al solito le capre in scala gerarchica,<br />
in testa la capra di Jose, poi quella di Rafaé, seguivano<br />
alla rinfusa le altre.<br />
Il beudo [<em>Piccolo canale di irrigazione</em>] bordeggiava il fiume, noi lo risalivamo finché<br />
raggiungevamo, vicino al ponte, una piccola scarpata.<br />
Attraversavamo il ponte in fila, sempre rispettando la<br />
scala gerarchica, e sotto l’eucaliptus, sull’altra sponda, ci<br />
separavamo, ognuno per la sua strada.<br />
Con Nicó riprendevamo il cammino sullo stradone e<br />
scendevamo di fronte al luogo da cui era partita la colonna.<br />
Un giorno gli domandai perché mai allungavamo tanto<br />
la strada, e Nicó mi rispose serio: «Per far più lunga e<br />
importante la colonna delle capre.»<br />
Davanti alla nostra casa c’era un cancello di legno che<br />
dava sull’orto. Nicó lo aprì, seguito dalla capra, io dietro<br />
i due sempre per rispetto della gerarchia.<br />
Sul battuto di terra dell’orto, la capra, dondolando le<br />
corna, si avviò verso la stalla, dove avrebbe visto scendere<br />
la sera dietro la grata di ferro.<br />
Entrammo nella piccola cucina; la nonna trafficava in<br />
un angolo, sistemando nella credenza i pacchi di gallette<br />
che aveva arraffato nella caserma. Ci sentì entrare e disse,<br />
senza voltare la testa: «A tavola, è pronta.» Scodellava la<br />
minestra e aveva un sorriso strano. Dentro la pentola<br />
c’erano maccheroni grandi, i famosi <em>tubi </em>militari.<br />
Era un giorno speciale: i soldati in borghese se ne tornavano<br />
a casa, e nella credenza noi avevamo un sacchetto<br />
di zucchero, un sacco di gallette e una borsa di tubi<br />
militari.<br />
Cenando, la nonna ci raccontò di quando, al suo risveglio<br />
il comandante della GAF, il colonnello Castagna,<br />
aveva scoperto che i suoi soldati se n’erano tornati a casa.<br />
Mentre raccontava, aveva messo sul desco una manciata<br />
di zucchero per ciascuno su due pezzetti di carta;<br />
noi l’ascoltavamo attenti, leccando lo zucchero, senza<br />
bagnare con la lingua la carta.<br />
Poi Nicó, sollevando la testa dal ghiotto cartoccio, le<br />
chiese: «Chi te l’ ha raccontato?»<br />
«Fina dei Longhi. È amica di Blengino, l’attendente<br />
del colonnello, è lui che le ha spiegato dove trovare la<br />
roba in caserma.» Si fermò un attimo come a coordinare<br />
le idee. «Blengino e il colonnello Castagna sono dello<br />
stesso paese; questa mattina hanno discusso un poco, poi<br />
Blengino lo ha convinto e sono partiti assieme vestiti in<br />
borghese. Abitano a Moncalieri, Fina dice che Blengino<br />
va, saluta la famiglia e ritorna, si sistemerà qui in paese e<br />
la sposa.»<br />
«Fina è brutta e pelosa» disse Nicó torcendo la bocca.<br />
«Può darsi, ma è una brava persona.»<br />
«Nonna» chiesi, «in piazza parlavi con quell’alpino,<br />
non gli hai mica detto niente del nonno?»<br />
«Gli ho detto che vostro nonno era alpino durante la<br />
guerra del ’15-’18, ma gli ho taciuto che era morto sul fronte.<br />
Era di Boves, quell’alpino, ora camminerà sui monti,<br />
domani sera sarà al suo paese, e dopo tanto tempo cenerà<br />
con i suoi.»<br />
«E il mulo, se lo tiene?»<br />
«Che mulo?»<br />
«Il mulo che abbeverava nella vasca.»<br />
«Credo di sì, la guerra è finita, non c’è più esercito, a<br />
chi lo può dare, per me se lo tiene.»<br />
«Giusto, e quanto può costare un mulo?»<br />
«Ma non lo so, domani mattina chiedilo a zio Pié,<br />
quando saliamo ai campi alti.»<br />
Dalla cucina a pianterreno, la porta dava direttamente<br />
sull’orto, e dopo pochi passi nel battuto di terra, sul<br />
fianco della casa, una scala esterna in pietra saliva al piano<br />
superiore dove c’erano la sala e due stanze.<br />
Il piano superiore era in origine un vasto fienile, ma la<br />
famiglia crebbe e il bisnonno lo aveva diviso in due grandi<br />
locali.<br />
Ora sul lato dell’orto c’è la sala, e dall’altra parte due<br />
stanze divise da una tramezza.<br />
La nonna stava nella stanza che guarda la foce, io e<br />
Nicó nell’altra. Dormivamo su due letti di ferro affiancati,<br />
e per vederci in viso e parlare di notte avevamo voltato<br />
una testiera.<br />
«Nicó, dormi?»<br />
«Che c’è?»<br />
«Al fiume Ciulé mi ha detto che il cugino Meo morirà<br />
presto. Tu ci credi alla Cicchetta?…» «Nicó, perché non<br />
rispondi, ci credi che di notte arriva la Cicchetta?»<br />
Nicó si voltò verso di me, parlando piano perché non<br />
udisse la nonna al di là della tramezza. «La nonna non ci<br />
crede, e zia Diomira dice che è una miscredente. Secondo<br />
zia Diomira, la Cicchetta arriva a mezzanotte, quando<br />
il campanile ha battuto il dodicesimo tocco, giusto<br />
nell’intervallo d’attesa del rintocco delle ore, durante il<br />
quale l’angelo custode che sorveglia i fili si assopisce per<br />
un attimo, stanco della giornata. Allora la Cicchetta, silenziosa,<br />
apre la porta, entra nella stanza, osserva bene<br />
dove scendono i fili, estrae le forbici da una profonda<br />
tasca, li prende tra le dita e taglia, e quando iniziano i<br />
rintocchi ha già chiuso la porta e scappa. Quando ribattono<br />
le ore, al primo rintocco, l’angelo che sorveglia i fili<br />
si risveglia di soprassalto, dà uno sguardo ai fili e li vede<br />
pendere, tagliati, si dispera e grida: “ahi de mi, ahi de<br />
mi.” Si affaccia dal cielo e vede laggiù il bambino immobile<br />
sul letto, con il viso bianco. È l’unico difetto che ha<br />
l’angelo: si assopisce fra il battere e il ribattere delle ore.»<br />
«Nicó, dormiamo assieme: i nostri due angeli potrebbero<br />
darsi il turno a sorvegliare i fili nella stanza.»<br />
«Eh no, ogni angelo sorveglia i suoi fili e se ne infischia<br />
di quelli degli altri.»<br />
«Ho capito, Nicó, forse il cugino Meo è custodito da<br />
un angelo stanco.»<br />
«Silenzio, non fare nomi, se ti sente la Cicchetta subito<br />
corre da lui e taglia.»<br />
«Non parlo più, Nicó… Che ora è adesso?»<br />
«Dormi, saranno le dieci, tra poco il campanile batte<br />
le ore e un minuto dopo le ribatte.»<br />
Era la notte del 9 settembre 1943. Dalla finestra socchiusa<br />
si udiva provenire dal pozzo il gracchiare delle<br />
rane, io mi sentivo scivolare lentamente nell’imbuto del<br />
sonno.<br />
.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Marino Magliani. Un "detective" in Riviera troppo distratto dai blog letterari]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/03/25/marino-magliani-un-detective-in-riviera-troppo-distratto-dai-blog-letterari/</link>
<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 13:19:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>krauspenhaar</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/03/25/marino-magliani-un-detective-in-riviera-troppo-distratto-dai-blog-letterari/</guid>
<description><![CDATA[[Pubblico questo pezzo per gentile richiesta di Marino Magliani. FK] di Giovanni Choukhadarian Prima]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>[Pubblico questo pezzo per gentile richiesta di Marino Magliani. FK]</p>
<p>di <strong>Giovanni Choukhadarian</strong></p>
<p>Prima di tutto, chiarire gli equivoci: Marino Magliani non è un romanziere. La sua vocazione è quella del racconto orale e, in questo, non ha forse rivali in Italia. Nessuno come lui riesce a infilare storie una nell’altra, in apparenza sconnesse l’una dall’altra, all’atto però convincenti e senza dubbio autentiche.<br />
Dev’essere questo tratto genuino che convinse Giuseppe Conte a redigere una breve nota di copertina per <em>L’estate dopo Marengo</em> (Philobiblon,2003), romanzo d’esordio dello scrittore. Da allora Magliani, residente in Olanda, ha prodotto altri quattro libri e un gran numero di interventi su riviste e sul web, suo scellerato luogo letterario d’elezione.<!--more--><br />
Questo libro (<em>La tana degli Alberibelli</em>, Longanesi, pagg. 330, euro 18), spregevolmente titolato, presenta un intreccio quasi semplice.<br />
Vi si narra infatti di un Jan Martin Van der Linden, cognome da sprinter belga anni Settanta affibbiato a un olandese che lavora per l’Ue. L’uomo è spedito in Italia per indagare su presunte malversazioni di fondi strutturali europei. Siccome Magliani è uomo ligure di Ponente, è nella Liguria di Ponente che avvengono i fatti, e in particolare attorno a due porti: quello di Santaleula e quello di Oriana (sembrano quelli di Porto Maurizio e Imperia). Van der Linden svolge l’indagine sotto le mentite spoglie di un archeologo in cerca di resti della battaglia di Marengo, ma viene presto scoperto da forze misteriose ma non troppo che prendono a spiarlo.<br />
Da qui in poi la faccenda si complica. Muore Pangloss, collaboratore in loco dell’olandese, muoiono diversi dei personaggi in scena, l’investigatore si scopre interessato anche a certi fatti nascosti della Resistenza, compare l’entroterra ponentino e costà una Loredana dal fascino indistinto eppure non privo di forza; e altro, tanto altro ancora. Uno scrittore più scaltro di Magliani trarrebbe da questo materiale almeno una tetralogia. Magliani no: a lui interessa raccontare ciò che davvero deve raccontare, come se non gli bastasse il tempo e certe cose andassero dette tutte e subito. Da bravo narratore orale, lo scrittore di Dolcedo (provincia di Imperia) impiega allora fattori di coesione testuale piuttosto facili: nomi propri di persona, modalità di racconto, addirittura toponimi. La geografia immaginaria dei luoghi e dei nomi di battesimo è quella di Francesco Biamonti, d’altronde più volte citato in corso di racconto e poi evocato anche per l’uso frequente della sinestesia nelle descrizioni di territori e paesaggi.<br />
Per converso, nel libro figurano dati e capienze sui due porti oggetto delle indagini &#8211; e qui il riferimento intertestuale è a certi <em>instant book</em> pubblicati negli ultimi anni riguardo alla presunta cementificazione della costa ligure.<br />
In sintesi: Marino Magliani vuole, anzi deve raccontare tutto, senza se e senza ma; e insieme ha un concetto alto della scrittura e dell’appartenenza a una comunità di scrittori più o meno riconosciuti. Se Magliani non tenesse tanto ai giudizi di merito di blog come Nazione Indiana o teorici come quelli del famigerato Newitalianepic, i suoi risultati sarebbero uguali, se non forse migliori. Siccome così non è, <em>La tana degli Alberibelli</em> resta un romanzo di buone promesse però inconchiuso per eccesso di pretese. Racconti e basta, gentile Magliani: e non curi le valutazioni impressionistiche di chi, non sapendo appunto raccontare, si prova a giudicare.</p>
<p>(Pubblicato su <strong>Il giornale</strong>)</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[LA TANA DEGLI ALBERIBELLI di Marino Magliani. Recensione di Francesco Sasso ]]></title>
<link>http://retroguardia2.wordpress.com/2009/03/12/la-tana-degli-alberibelli-di-marino-magliani-recensione-di-francesco-sasso/</link>
<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 05:34:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>francesco sasso</dc:creator>
<guid>http://retroguardia2.wordpress.com/2009/03/12/la-tana-degli-alberibelli-di-marino-magliani-recensione-di-francesco-sasso/</guid>
<description><![CDATA[di Francesco Sasso Questo La Tana degli Alberibelli (Longanesi, Milano 2009), che esce proprio oggi ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[di Francesco Sasso Questo La Tana degli Alberibelli (Longanesi, Milano 2009), che esce proprio oggi ]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La Tana degli Alberibelli - di Marino Magliani]]></title>
<link>http://rebstein.wordpress.com/2009/03/12/la-tana-degli-alberibelli-di-marino-magliani/</link>
<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 05:00:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
<guid>http://rebstein.wordpress.com/2009/03/12/la-tana-degli-alberibelli-di-marino-magliani/</guid>
<description><![CDATA[&#8220;La città di Santaleula vista dal mare sembra un galleggiante che appare e scompare e che qual]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignleft size-full wp-image-9163" title="alberibelligrande1" src="http://rebstein.wordpress.com/files/2009/03/alberibelligrande1.jpg" alt="alberibelligrande1" width="169" height="250" /></p>
<h6>&#8220;La città di Santaleula vista dal mare sembra un galleggiante che appare e scompare e che qualche pescecane sta per divorare. Siamo in Liguria, nelle Terre di Ponente. È qui che un Bureau antifrode europeo ha mandato un suo agente, Jan Martin Van der Linden, a investigare sui fondi dirottati per costruire un porto turistico, che si annuncia il più grande del Mediterraneo. Un raffinato sistema di scatole cinesi che copre manovre finanziarie illecite. Un boccone che fa gola a molti.<br />
Dopo la morte dell’agente con cui Jan Martin comunicava in segreto, l’ordine è: attendere e continuare il lavoro che gli serve da copertura, la ricerca di un oggetto abbandonato da due</h6>
<p><img class="alignright size-full wp-image-9162" title="alberibelligrande" src="http://rebstein.wordpress.com/files/2009/03/alberibelligrande.jpg" alt="alberibelligrande" width="169" height="250" /></p>
<h6>disertori nella battaglia di Marengo.<br />
Ma Jan Martin non obbedisce e scoprirà invece che l’area carsica in cui sta compiendo le sue ricerche nasconde ben altri segreti. Nella Tana degli Alberibelli, un partigiano cattolico di nome Iliev, prima di essere ucciso, ha lasciato strani segni che nessuno finora è riuscito a decifrare. Ma cosa c’entra tutto questo con il porto turistico e il suo collega morto? E chi è la donna misteriosa di cui parlano i vecchi in paese? Intanto qualcuno lo segue a bordo di una Volvo bianca, mentre fotografie compromettenti spariscono e una piccola testa di legno viene lasciata davanti alla sua porta&#8230;&#8221;</h6>
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<p>[E' con vero piacere che vi presento, di seguito, le pagine iniziali dell'ultimo romanzo di <strong><a href="http://www.marinomagliani.com/">Marino Magliani</a></strong>, <strong><em>La Tana degli Alberibelli</em></strong>, che esce proprio oggi per i tipi della <a href="http://www.longanesi.it/scheda.asp?editore=Longanesi&#38;idlibro=6538&#38;titolo=LA+TANA+DEGLI+ALBERIBELLI">Casa Editrice Longanesi</a> nella "<em>Biblioteca di Narratori</em>". All'autore e all'editore il mio ringraziamento per la gentile e graditissima concessione.]</p>
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<p align="center"><strong>LA TANA DEGLI ALBERIBELLI</strong></p>
<p><em>           Al largo della costa ligure, 19 febbraio 2008</em></p>
<p>La città spariva dalla vista, inghiottita dai flutti, e riemergeva dopo qualche istante.<br />
La sovrastava il vecchio borgo, resti gialli di mura di cinta e una ragnatela di palazzi moderni, qualche palma sbattuta, un convento pieno di logge.<br />
L’uomo chiuso nella mantellina remava verso levante, controvento, guardando davanti a sé, la cima del molo.<br />
L’appuntamento era lassù, sull’ultima panchina. Ma non si era fidato. Per questo era sul gozzo.<br />
Appena le onde gli rotolarono al fianco, lasciò i remi, s’abbassò il cappuccio e prese il binocolo nello zainetto.<br />
Per guardare meglio si era alzato. Si asciugò la faccia e puntò l’imboccatura del molo. I soliti pensionati passeggiavano a ridosso. Oltre, il muraglione spartivento era deserto. Anche dalle parti del faro e tra gli scogli, era tutto tranquillo. Con il binocolo seguì orizzontalmente l’intera struttura fino alla panchina in cima. Là notò una figura. Era certamente lui. Sentì il sudore colare caldo lungo la schiena, le braccia e il volto si rilassarono, si risedette sul banco del gozzo e attese. Dopo un po’ guardò l’ora, cercò il cellulare e chiamò di nuovo.<br />
«Sto arrivando. Scendo ora la scalinata di Santaleula&#8230; Mi bastano pochi minuti, ripeto: indosso un giubbotto nero e un cappellino rosso della Ferrari.»<br />
«Sono già qui», fu la risposta.<br />
«In cima?»<br />
«Vedi solo me.»<br />
«Bene.»<br />
Spense e riprese il binocolo. La figura s’era alzata dalla panchina e s’era rivolta alla costa. Dalla città si levavano rumori di traffico, sirene. Sul molo e sul mare, non giungeva quasi nulla.</p>
<p>Santaleula. La città col porto turistico che sarebbe diventato il più grande del Mediterraneo. Gli occhi ci avrebbero fatto l’abitudine, come si impara a collegare a una bocca un sigaro, una barba a una faccia. Controllò di nuovo l’imboccatura del molo. I rimbalzi rendevano instabili anche le mani.<br />
‘‘Ora deve arrivare&#8230;’’<br />
Perse il punto d’imboccatura e, quando lo ritrovò, vide che era apparso qualcuno. Andatura da giovane. Era risalito per la scaletta e avanzava sul muraglione spartivento, vestito di scuro. Di che colore fosse il cappello, né se l’aveva in testa, non poteva dirlo, ma era lui. Non poteva che essere lui. Non era un giorno da passeggiate sul molo.<br />
L’aveva convinto solo un paio di giorni prima, l’aveva conosciuto a Sanremo, al casinò. Duecento euro al momento più le spese e duemila a lavoro fatto. La consegna di foto di corna. Gli aveva fornito gli indumenti per farsi riconoscere.<br />
Il giovanotto aveva accettato, s’era provato il cappellino fin da subito, senza fare domande. Assieme ai duecento aveva preso la busta delle foto e l’aveva tastata.<br />
Prima di sera sarebbe tornato al casinò.<br />
Adesso, camminava ben visibile, sul muraglione, cappellino in testa e giubbotto nero.<br />
L’uomo sulla barca non aveva più dubbi. Mancava ancora una cosa, la più importante, fra poco avrebbe verificato anche quella.<br />
E, se non era una trappola, avrebbe remato ancora un po&#8217; e accostato. Poi si sarebbe fatto vivo con una seconda telefonata&#8230;<br />
Il binocolo slittò in cima. La persona dalle parti della panchina attendeva. Forse a questo punto aveva riconosciuto il cappellino rosso.<br />
‘‘Sì, a questo punto ha visto che stai arrivando&#8230;’’<br />
Guardò verso l’imboccatura del molo&#8230; Tutto tranquillo.<br />
Si rilassò, si chinò a riempire d’acqua salata l’incavo della mano e si bagnò la faccia fin dentro le narici. Poi prese a remare, avvicinandosi ancora un po&#8217; agli scogli. Ora ne distingueva a occhio nudo il colore e le scalette, i lampioni&#8230; Il colore di un cappello no.<br />
Binocolo. Imboccatura&#8230; Un movimento. Una macchina s’era fermata alla sbarra. Erano scesi in tre.<br />
Potevano essere operai del porto.<br />
Si accorse che succedeva dell’altro anche dalle parti del faro, un paio di persone, sbucate fuori come dal nulla dagli scogli, andavano incontro al passeggiatore solitario. I tre all’inizio avevano allungato il passo, le distanze si accorciavano. Il passeggiatore venne fermato all’altezza di una scaletta, e fatto scendere tra gli scogli&#8230;<br />
L’uomo sul gozzo non ci guardava da tempo, aveva invertito la rotta, tirato i remi in barca e acceso il motore. Non puntò subito la costa, il piano a cui aveva pensato in caso di fuga, prevedeva di oltrepassare l’ansa della Foce e guadagnare la spiaggia di ciottoli sotto l’Aurelia. Là aveva lasciato la moto.<br />
Con una mano, senza abbandonare il timone, prese il telefono e chiamò.<br />
« Mi aspettavano. » Non aggiunse altro.<br />
Un rumore alle sue spalle. Aumentava e copriva tutto.<br />
Mollò il timone, tolse la pistola dallo zainetto pieno di fogli, l’appesantì con un pezzo di tubo di ferro che era sugli assi e lo gettò in mare. Lo zainetto sparì nei flutti.<br />
Aggiustò la rotta verso la costa, puntando definitivamente la Foce e le palme delle Ratteghe.<br />
A mezz’aria, l’elicottero virò e seguì a rotta dei gabbiani che penetravano la vallata.</p>
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<p align="center">***</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[DALLA PARTE - di Giulio Mozzi. Posfazione di Marino Magliani]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/01/18/dalla-parte-di-giulio-mozzi-posfazione-di-marino-magliani/</link>
<pubDate>Sun, 18 Jan 2009 15:00:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>francesco sasso</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/01/18/dalla-parte-di-giulio-mozzi-posfazione-di-marino-magliani/</guid>
<description><![CDATA[[Pubblico qui il racconto Dalla parte di Giulio Mozzi, bonus track dell'antologia Tutti giù all'infe]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="size-medium wp-image-13343 alignleft" title="hotel" src="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/files/2009/01/hotel.jpg?w=300" alt="hotel" width="270" height="253" /></p>
<p>[Pubblico qui il racconto <strong><em>Dalla parte </em></strong>di <strong>Giulio Mozzi</strong>, <em>bonus track</em> dell'antologia <em>Tutti giù all'inferno,</em> curata da Monica Mazzitelli (Giulio Perrone editore, 2007). <a href="http://www.metroinferno.info/il-libro/pdf/">Qui </a>è possibile scaricare il pdf dell'antologia. Una curiosità filologica: nel testo qui proposto, lo scrittore ha apportato varianti minime.  Infine, in coda al racconto, nota di lettura di <strong>Marino Magliani</strong>: <em>Per Charlie</em>. Domenica 25 gennaio pubblicheremo un secondo racconto di Mozzi. <strong><a href="http://retroguardia2.wordpress.com/">f.s</a>.</strong> ]</p>
<p> </p>
<p>di <a href="http://vibrisse.wordpress.com/">G<strong>iulio Mozzi</strong></a></p>
<p> </p>
<p>È il quindici marzo, mercoledì. Mercoledì è il giorno che mi fermo a Milano. Dormo all&#8217;Hotel Charly di via Settala, vicino alla Stazione Centrale. È un alberghetto pulito, tranquillo ed economico (ma il caffè è micidiale). Ora è notte, sono le undici e un quarto, e da piazza Missori scendo nella metropolitana. Quattro stazioni (Duomo, Montenapoleone, Turati, Repubblica), due passi a piedi, e sarò a casa. Per me a Milano il Charly è &#8220;casa&#8221;, perché sono cinque anni che ci dormo praticamente tutti i mercoledì sera. La stanza undici al secondo piano, senza bagno ma con lavandino e bidè (e il bagno sul pianerottolo: da condividere, certo, ma tanto la mattina mi sveglio presto, e sono sempre il primo).</p>
<p><!--more-->Io sono un uomo che vive di abitudini.</p>
<p>Giù, sulla banchina c&#8217;è solo un tipo con un completo di lino beige. Cammina avanti e indietro. Il segnalatore annuncia: il prossimo treno tra otto minuti. Vado a sedermi su una di quelle cose rosse e tonde che ci sono nella metropolitana di Milano &#8211; non saprei chiamarle né sgabelli, né sedie, né panchine, né seggiolini né altro. Sono dei dischi rossi sostenuti da un ferro piantato nel muro. Ci si siede sopra. Li chiamerò dunque sedili. Si sta anche comodi, per quei pochi minuti che ci si deve stare.</p>
<p>Prendo dalla borsa il libro (ho sempre il libro). L&#8217;ho cominciato stamattina in treno, e non mi piace. Si chiama <em>Canti onirici e altre poesie</em>, l&#8217;autore è un certo John Berryman che non so chi sia (magari è uno importantissimo: sta in foto sulla copertina, ha barba lunga lunga, occhiali a montatura grossa, camicia a maniche lunghe con i polsi aperti, postura contorta, sigaretta tra le dita della mano sinistra), l&#8217;ha pubblicato Einaudi nel 1978 e io l&#8217;ho comperato usato.</p>
<p> </p>
<p><em>I wished, all the mild days of middle March</em></p>
<p><em>This special year, your blond good-nature might</em></p>
<p><em>(Lady) admit-kicking abruptly tight</em></p>
<p><em>With will and affection down your breast like starch -</em></p>
<p><em>Me to your story&#8230; [1]</em></p>
<p> </p>
<p>Non c&#8217;è nessuna Lady ad aspettarmi, all&#8217;Hotel Charly. Ce n&#8217;era una che volentieri si sarebbe lasciata desiderare, credo, tra le cinque persone che eravamo a cena (in un ristorante gestito da egiziani copti, dove fanno cucina romana: carbonara, scamorza ai ferri, cicoria ripassata). Ma io non ho voglia di desiderare.</p>
<p>Alzo gli occhi. Il tipo col completo di lino beige mi passa davanti. Mi viene in mente che l&#8217;unico completo che io abbia posseduto era di lino beige, ed era orrendo. Mi accorgo che il tipo cammina in modo strano &#8211; come se zoppicasse, no, non come se zoppicasse, col piede sinistro avanza e col piede destro pesta, e cambia sempre direzione. Cammina &#8211; ecco &#8211; come uno che vuole pestare uno scarafaggio veloce.</p>
<p>&#8220;Mi vuol dare una mano?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Eh?&#8221;, dico.</p>
<p>Non gli dico: mi pare che lei abbia bisogno di un piede.</p>
<p>&#8220;Dico, mi vuol dare una mano?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Metto il libro nella borsa. Lascio la borsa sulla cosa rossa su cui ci si siede. Sul sedile. Mi avvicino al tipo.</p>
<p>&#8220;Cosa le serve?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;A me niente&#8221;, dice il tipo. &#8220;Lei veda di pestarne un po&#8217;&#8221;.</p>
<p>Guardo per terra.</p>
<p>&#8220;Pestare che cosa?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Queste bestie qua&#8221;, dice il tipo dando un pestone bello pesante.</p>
<p>Ho un secondo per decidere. Decido. Comincio a camminare qua e là per la banchina. Avanzo col piede sinistro, pesto col piede destro. Pesto con energia, con buona volontà.</p>
<p>&#8220;Ma cosa fa?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Pesto&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Ma lì non ce ne sono&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Ce n&#8217;è di trasparenti&#8221;, dico. &#8220;Quasi invisibili&#8221;.</p>
<p>&#8220;Non dica cazzate. Venga qua&#8221;.</p>
<p>Lo raggiungo.</p>
<p>&#8220;Lei vada da quella parte&#8221;, dice il tipo indicando col braccio. &#8220;Io vado da questa&#8221;.</p>
<p>&#8220;Va bene&#8221;, dico. &#8220;Guardi però che quando arriva il treno, io lo prendo&#8221;.</p>
<p>&#8220;Faccia come crede&#8221;, dice il tipo. &#8220;Quando queste bestie avranno mangiato Milano, mi ricorderò del suo egoismo&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ho una missione da compiere&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Per conto di dio?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>A forza di camminare e pestare, gli è venuto un po&#8217; d&#8217;affanno.</p>
<p>&#8220;Per conto del Governo&#8221;, invento. &#8220;Ministero della Salute, sottosegretariato alla Disinfestazione&#8221;.</p>
<p>&#8220;Lei non mi sembra un disinfestatore&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Infatti&#8221;, confermo. &#8220;Io mi occupo della contabilità. Per il gruppo qui, di Milano&#8221;.</p>
<p>&#8220;Quale gruppo?&#8221;, dice il tipo. Accelera il passo, cambia e cambia direzione, come se inseguisse una bestia zigzagante.</p>
<p>&#8220;Il gruppo dei Dds. I Disinfestatori di stato&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Mai sentito&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;È un gruppo segreto&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Perché segreto?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Non gli sembra strano, evidentemente, che io gli riveli un segreto.</p>
<p>&#8220;Le solite ragioni. Non creare il panico. Il problema va risolto in silenzio&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;E intanto queste ci mangiano&#8221;, dice il tipo. Ora mi sta venendo incontro.</p>
<p>&#8220;Ha deciso il Governo&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Ah sì, il Governo. Quelli là. Sicuro&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Per un po&#8217; gironzoliamo in silenzio, ciascuno a pestare per conto proprio. Guardo il segnalatore, vedo che mancano sempre otto minuti. Di notte succede. Che i segnalatori ingannano. O che i treni si perdono.</p>
<p>&#8220;Ma lei&#8221;, dico, &#8220;fa parte di un gruppo?&#8221;.</p>
<p>&#8220;Figurarsi, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;E come mai?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;La lascio indovinare&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Allora. Prima si nega il problema, poi lo si sottovaluta, poi si dice che il problema non è quello ma un altro, poi chi solleva il problema viene guardato con sospetto, poi si riserva il problema a un&#8217;autorità alla quale nessuno ha accesso, poi a chi per primo ha segnalato il problema si tappa la bocca, eccetera&#8221;.</p>
<p>&#8220;Bingo&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Eh?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Bingo&#8221;, ripete il tipo. &#8220;Ha indovinato. Ci ha preso&#8221;.</p>
<p>&#8220;Bene&#8221;, dico</p>
<p>&#8220;Bene un corno&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Mi scusi&#8221;, dico. &#8220;È un tic linguistico&#8221;.</p>
<p>&#8220;Che cos&#8217;è che è un tic linguistico?&#8221;, dice il tipo, che decide di fermarsi &#8211; a quattro metri da me &#8211; per tirare il fiato.</p>
<p>&#8220;Dire &#8220;bene&#8221; quando un discorso è concluso&#8221;, dico. &#8220;È come un segno di punteggiatura&#8221;.</p>
<p>&#8220;Un punto?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Facciamo un punto e virgola&#8221;, dico.</p>
<p>Il tipo ride. Non me l&#8217;aspettavo. Sfortunatamente ride troppo a lungo.</p>
<p>&#8220;Senta&#8221;, dice, &#8220;mi farebbe conoscere questi Dds?&#8221;.</p>
<p>&#8220;È interessato a un arruolamento?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Potrei pensarci&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>C&#8217;è vento. Sta arrivando il treno.</p>
<p>&#8220;Muoviamoci&#8221;, dice il tipo. &#8220;Quei suoi amici ci aspettano&#8221;.</p>
<p>Appena il treno si ferma, si butta dentro. Salgo anch&#8217;io. Dentro, tranne me e il tipo, sono tutti negri.</p>
<p> </p>
<p>Venti minuti dopo stiamo camminando per via Vitruvio. Il tipo mi sgambetta accanto. Sembra allegro. Ha la faccia di quello che ha raggiunto un obiettivo della sua vita. Io mi sto domandando se ci sia un modo di liberarmi di lui. Poi penso alla Lady che mi aspetta, benché non all&#8217;Hotel Charly, e il pensiero è: che chissà se è vero che mi aspetta. Domani la guarderò negli occhi. Ultimamente non mi guarda negli occhi. Due pensieri nella testa contemporaneamente non ci stanno. Metto da parte il pensiero della Lady. E i suoi occhi.</p>
<p>Stiamo andando verso corso Bueno Aires. La via del Charly, via Settala, che è una laterale sinistra di via Vitruvio &#8211; sinistra per chi va nella nostra direzione &#8211; l&#8217;abbiamo già passata. Potrei fare uno scatto. Secondo me non riesco a staccarlo.</p>
<p>&#8220;Senta&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Mi dica&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Lei pensa che io potrei essere un buon elemento?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Di che? Dei Dds?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Di che altro?&#8221; dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Guardi&#8221;, dico, &#8220;io come le ho detto mi occupo della contabilità. Della selezione dei nuovi elementi si occupa il maresciallo&#8221;.</p>
<p>&#8220;Che maresciallo?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Il maresciallo che sta a capo del gruppo&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Per un gruppo così importante, solo un maresciallo?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Che ti aspettavi, di incontrare il generale Cadorna?, penso.</p>
<p>&#8220;Ciao ragazzi&#8221;, dice una signorina.</p>
<p>&#8220;Non ho soldi&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Magari il tuo amichetto ne ha per due&#8221;, dice la signorina.</p>
<p>&#8220;Abbiamo da fare, signora&#8221;, dice il tipo. &#8220;Affari gravi e importanti&#8221;.</p>
<p>&#8220;Oh&#8221;, dice la signorina. &#8220;Non dubito che il tuo affare sia importante&#8221;.</p>
<p>&#8220;Non attacchi discorso&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Prima o poi dovranno rendersi conto&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Prendo una via a sinistra, che non so come si chiami.</p>
<p>&#8220;Di che, dovranno rendersi conto?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Lei è stordito&#8221;, dice il tipo. &#8220;Anzi, lei è proprio un contabile&#8221;.</p>
<p>&#8220;Vuole dire&#8221;, dico, &#8220;che prima o poi bisognerà informare la popolazione?&#8221;.</p>
<p>&#8220;Almeno prima che si estingua&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;La vedo pessimista&#8221;, dico.</p>
<p>Scanso per un pelo una merda enorme.</p>
<p>&#8220;Lei non ha risposto alla mia domanda&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Quale?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Perché solo un maresciallo per un gruppo così importante&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Di cosa si farà?, penso.</p>
<p>&#8220;I gruppi sono molti&#8221;, dico. &#8220;A capo di tutti quelli di Milano c&#8217;è un generale di brigata&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ah, ecco&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Svolto ancora a sinistra.</p>
<p>&#8220;Stiamo tornando indietro&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Lo so&#8221;, dico. &#8220;Ho l&#8217;ordine di non avvicinarmi alla sede del gruppo secondo un percorso troppo rettilineo. Sa, per non dare nell&#8217;occhio&#8221;.</p>
<p>&#8220;Capisco&#8221;, dice il tipo. &#8220;Mi perdoni un momento&#8221;.</p>
<p>Si allontana di dieci passi, tira fuori un telefono da dentro la giacca. Parla per un minuto o due. Non sento cosa dice.</p>
<p>&#8220;Ecco. Fatto. Mi scusi&#8221;, dice.</p>
<p>&#8220;Aveva altri impegni stasera?&#8221;, dico. &#8220;Se vuole, possiamo rimandare la cosa a domani. Così magari ne parlo al maresciallo, gli spiego&#8230;&#8221;.</p>
<p>E intanto io mi do alla macchia.</p>
<p>&#8220;Stasera va benissimo&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>È inossidabile.</p>
<p>&#8220;Va bene&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Lei è il contabile solo di questo gruppo, o di più gruppi?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Vuol farmi parlare di queste cose in mezzo alla strada?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Mi scusi&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Camminiamo in silenzio. Ho deciso cosa fare. Arriviamo al Charly. Lì gli dico di attendermi fuori per dieci minuti. Se il maresciallo è disponibile a incontrarlo, scendo a prenderlo entro dieci minuti. Altrimenti, appuntamento a domani. Devo scegliere un luogo per l&#8217;appuntamento &#8211; possibilmente un luogo dove non vado mai. In via Ricasoli. Ci sarà una via Ricasoli, a Milano. Se pianta casini mentre è fuori, chiamo la polizia. O la neuro.</p>
<p>&#8220;Siamo quasi arrivati&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Bene&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Lei mi aspetterà in strada&#8221;, dico. &#8220;Io salgo a parlare col maresciallo. Se accetta di vederla subito, entro dieci minuti scendo e saliamo insieme. Se non accetta di vederla subito, non scendo. Se non scendo, appuntamento domani alle diciotto in punto in via Ricasoli&#8221;.</p>
<p>&#8220;Via Ricasoli dove?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Scelga lei&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Davanti al quarantatre, le va bene?&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Perché mai davanti al quarantatre, penso.</p>
<p>&#8220;Facciamo il quarantasette&#8221;, dico. &#8220;Morto che parla&#8221;.</p>
<p>Il tipo sogghigna. Un&#8217;altra svolta a sinistra, e siamo in via Settala. Passiamo davanti al Charly. Facciamo altri venti passi. Mi fermo difronte all&#8217;albergo accanto.</p>
<p>&#8220;Adesso io salgo lì&#8221;, dico indicando il Charly, &#8220;lei mi aspetti&#8221;.</p>
<p>&#8220;A tra dieci minuti&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>&#8220;Se il maresciallo vuole&#8221;, dico</p>
<p>&#8220;Vorrà&#8221;, dice il tipo.</p>
<p>Mentre faccio i venti passi fino al Charly, penso che questo <em>vorrà</em>  era veramente deciso. Tanto deciso. Troppo.</p>
<p>Metto i piedi dentro al Charly, e mi saltano addosso in quattro. Per prima cosa mi incappucciano. Poi mi legano. Poi mi pestano un po&#8217;.</p>
<p> </p>
<p>Dieci minuti dopo sono legato a una sedia. Ho ancora il cappuccio. Sono sicuramente dentro al Charly. Mi frugano, mi tolgono il portafoglio.</p>
<p>&#8220;Allora, Mozzi, lei ci deve delle spiegazioni&#8221;, dice la voce del tipo.</p>
<p>&#8220;Che spiegazioni?&#8221;, dico.</p>
<p>Ha una voce diversa, adesso che la sento senza vederlo. Ma è la voce sua.</p>
<p>&#8220;Come fa a sapere tutte queste cose&#8221;, dice la voce del tipo.</p>
<p>&#8220;Ma lei, scusi&#8221;, dico, &#8220;chi è?&#8221;.</p>
<p>&#8220;Maresciallo Iacono, responsabile del quinto gruppo Dds di Milano&#8221;, dice la voce del tipo. Sento che è una voce ironica.</p>
<p>&#8220;Ma cosa sono i Dds?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Me l&#8217;ha spiegato lei poco fa&#8221;, dice la voce del maresciallo Iacono.</p>
<p>Non ci credo.</p>
<p>&#8220;I Disinfestatori di stato?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;E che altro?&#8221;, dice la voce del maresciallo Iacono.</p>
<p>&#8220;E c&#8217;è davvero un gruppo di Milano? Che ha sede qui all&#8217;Hotel Charly?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Non faccia domande stupide&#8221;, dice la voce del maresciallo Iacono.</p>
<p>&#8220;E lei poco prima che arrivassimo ha telefonato qui per avvisare?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Non faccia domande stupide, ripeto&#8221;, dice la voce del maresciallo Iacono.</p>
<p> </p>
<p>L&#8217;interrogatorio è durato fino alle sette di mattina. Mi hanno tenuto sveglio a sberle. Volevano sapere come avevo fatto a sapere tutto, ma proprio tutto: il nome del gruppo e la sua sede, la struttura organizzativa, le procedure per gli incontri eccetera. Perfino la parola d&#8217;ordine per gli appuntamenti: quarantatre, quarantasette.</p>
<p>&#8220;Stavo inventando&#8221;, ho detto.</p>
<p>Sberle.</p>
<p>&#8220;Vi giuro, io sono uno così. Sono uno che si inventa storie, di mestiere&#8221;, ho detto.</p>
<p>Sberle.</p>
<p>&#8220;Sono uno scrittore. L&#8217;invenzione è il mio mestiere&#8221;, ho detto.</p>
<p>&#8220;E io sono Marlon Brando&#8221;, dice la voce del maresciallo Iacono. E giù sberle.</p>
<p>&#8220;Oh, insomma, datevi almeno la pena di controllare chi io sia&#8221;, ho detto.</p>
<p>&#8220;È una minaccia?&#8221;, ha detto un&#8217;altra voce.</p>
<p>&#8220;Macché&#8221;, ho detto. &#8220;Dico solo che io sono uno che di mestiere s&#8217;inventa storie, e lo posso provare. Ce l&#8217;avete Google?&#8221;.</p>
<p>&#8220;Formichere, tira fuori il computer&#8221;, ha detto la voce del maresciallo Iacono. Io ci ho messo un po&#8217; a capire che &#8220;Formichere&#8221; è un soprannome da battaglia.</p>
<p>&#8220;Vi giuro, non sapevo niente&#8221;, ho detto.</p>
<p>&#8220;Certo, niente. Tranne l&#8217;esistenza del gruppo, la sua denominazione, la sua sede, le procedure per un incontro&#8230;&#8221;, dice la voce del maresciallo Iacono.</p>
<p>&#8220;Coincidenze. Casi. Casi imprevedibili&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Come no?&#8221;, dice beffarda la voce di Formichiere.</p>
<p> </p>
<p>Alla fine li convinco. Controllano i registri, vedono che sono davvero un cliente abituale del Charly. Controllano non so come il mio uso dell&#8217;internet, le mie telefonate. Mi guardano anche in gola, sollevando appena un po&#8217; il cappuccio. Non mi dicono perché mi guardano anche in gola. Alle sette dicono: &#8220;Va bene, lei può andare&#8221;. Mi slegano. &#8220;Ha una pistola puntata addosso&#8221;, dice la voce del maresciallo Iacono. &#8220;Non si tolga il cappuccio. Noi ce ne andiamo, poi lei si toglie il cappuccio. Conti fino a cento, prima di farlo&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ma sentite&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Ci dica&#8221;, dice la voce del maresciallo Iacono.</p>
<p>&#8220;E se io volessi entrare nel gruppo?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Come operativo o come collaterale?&#8221;, dice la voce del maresciallo Iacono.</p>
<p>&#8220;Vedete voi&#8221;, dico.</p>
<p>Un&#8217;occasione così per fare uno scoop e un libro, càpita una volta nella vita. Quando l&#8217;epidemia &#8211; mi viene da chiamarle così, quelle bestie &#8211; avrà raggiunto il livello di guarda, e non sarà più possibile tenerla segreta.; quanto il ministro dell&#8217;Interno sarà chiamato a rispondere in Parlamento a una selva di domande &#8211; per quel momento io voglio essere pronto, voglio poter sventolare davanti ai fotografi, fresco di stampa, il libro del momento. Tutto sul servizio segreto disinfestatore. Informazioni esclusive. La peste del terzo millennio. Gli eroici disinfestatori. I loro modi bruschi. Il loro agire silenzioso, subdolo.</p>
<p>&#8220;Se la prendiamo dentro&#8221;, dice la voce di Formichiere, &#8220;scommetto che nel giro di due ore lei va a rivendersi la storia&#8221;.</p>
<p>&#8220;Facciamo un&#8217;ora&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Come vuole&#8221;, dice la voce di Formichiere.</p>
<p>&#8220;Possiamo correre il pericolo&#8221;, dice il maresciallo Iacono.</p>
<p> </p>
<p>Conto fino a cento. Mi tolgo il cappuccio. Sono all&#8217;Hotel Charly, nella mia camera. Come immaginavo. Ho bisogno di prendere aria. Esco dal Charly. Mi incammino verso la Stazione Centrale. Ho l&#8217;impressione di essere seguito. Probabilmente lo sono. Voglio dell&#8217;acqua, un caffè. Per me comincia una nuova vita.</p>
<p> </p>
<p>Da quella notte sono passati due anni. Il nostro gruppo ha ricevuto una menzione d&#8217;onore per l&#8217;eroismo dimostrato nel combattere le bestie. Io ora sono il responsabile del gruppo di Milano centro, con il grado di maresciallo. Tutte le notti esco, m&#8217;inoltro nella metropolitana, e schiaccio quante più bestie posso. Ogni tanto arruolo qualche giovane promettente. Con le bestie de la stiamo cavando. Da un anno in qua la loro popolazione non è aumentata. Ci sono precisi segnali di controtendenza. Io accumulo materiale per il mio libro. I ragazzi non ne sanno niente. Dopodomani il &#8220;Corriere della sera&#8221; farà un paginone, con richiamo in prima pagina. La firma non sarà la mia. Il mio nome non sarà mai fatto. E le informazioni, per sicurezza, non saranno del tutto precise e del tutto veritiere. Voglio vederli, a scoprirmi che sono stato io.</p>
<p>Nei giorni scorsi abbiamo depositato &#8211; in giro per fogne, gallerie, scantinati, tunnel, parcheggi sotterranei &#8211; una dozzina di cassette di spumante. Domani a mezzanotte darò l&#8217;annuncio: ragazzi, è assodata l&#8217;inversione di tendenza. Le bestie diminuiscono. Non abbiamo ancora vinto, ma abbiamo la prova che si può vincere. A gloria del nostro coraggio, in memoria dei nostri amici e compagni mangiati dalle bestie, brindiamo! Sarà un grande brindisi sotterraneo.</p>
<p>La mattina dopo, scoppierà il casino. Già m&#8217;immagino: l&#8217;opposizione che insorge, il Governo che traballa, il ministro chiamato a rispondere in Parlamento. Il blocco delle attività. L&#8217;indagine interna, il sospetto, tutti contro tutti. Trasferimenti d&#8217;ufficio. Qualche strangolamento discreto. Questi servizi segreti sono tutti uguali.</p>
<p> </p>
<p>La paga &#8211; quella che mi pagano le bestie, dico &#8211; non è male. Quando sarà tutto finito, capace che mi dispiacerà. Spero solo che il marchio che ho qui in gola mi protegga. Tanto, crepare per crepare, tanto valeva stare dalla parte di chi vince.</p>
<p> </p>
<hr size="1" /> </p>
<p><em>[1] Desiderai, tutti i miti giorni di metà marzo</em></p>
<p><em>Quest&#8217;anno speciale, che il tuo biondo buonanimo</em></p>
<p><em>(Signora) ammettesse &#8211; scalciando repentino teso</em></p>
<p><em>Di volontà e affetto come amido nel tuo seno -</em></p>
<p><em>Me nella tua storia&#8230;</em></p>
<p>[trad. di Sergio Perosa, pp.31-32 dell'edizione citata nel testo].</p>
<hr size="1" /> </p>
<p><strong>PER CHARLIE- nota di lettura di Marino Magliani</strong></p>
<p> </p>
<p>I racconti di Giulio Mozzi, come gli diceva il fratello &#8211; sostiene Giulio Mozzi &#8211; sono racconti che fanno cadere l&#8217;anima. Non sono molto d&#8217;accordo, credo che un&#8217;anima non riesca a cadere più di tanto perché l&#8217;anima che sento di avere io è già posata in un posto che sta al fondo, un deposito dove si fermano le cose, e dove rimangono anche i racconti. Anche quelli di Mozzi.</p>
<p> </p>
<p>Qualche giorno fa Francesco Sasso ed io abbiamo fatto una breve chiacchierata sui racconti di Mozzi. Tutto è nato dalla pubblicazione in rete di un <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/01/09/da-introduzione-ai-comportamenti-vili-uno-nel-quale-si-parla-di-mario-di-giulio-mozzi/">estratto</a> di «tentativo di romanzo» di Mozzi, passatemi il termine tentativo.</p>
<p>Se non lo conoscessi personalmente, potrei immaginare Mozzi come uno che ha gettato dai finestrini dei treni più tentativi di romanzi di quanti una generazione di scrittori veneti non abbia annegato nei canali di quella regione. Anche conoscendolo personalmente l&#8217;immagine è confermata.</p>
<p> </p>
<p>Alla fine, con Francesco, è maturato il progetto di offrire ai lettori un Mozzi che non fosse il solito raccoglitore dei frammenti di vetro che tutti conosciamo o il narratore di un altro tentativo di romanzo annegato, ma un Mozzi sconosciuto ai più, grottesco. Un Mozzi che quando lo lessi (è uscito in un&#8217;antologia curata da Monica Mazzitelli ma questo ve lo spiega meglio Francesco) mi divertì come a leggere certe pagine di Palazzeschi, e non dico che assomiglia a Palazzeschi. Dico che ho riso.</p>
<p> </p>
<p>L&#8217;albergo dove in parte si narra questa storia lo conosco, ci alloggio anch&#8217;io quando vado a Milano, è pulito e serio, vai a letto e non ci trovi nessuno. E&#8217; in una traversa dalle parti della stazione, traversa tranquilla, pochi rumori, intorno ci sono dei bei palazzi, questi incredibili palazzi milanesi che all&#8217;interno nascondono giardini e orti, vigne, palmizi con datteri maturi, filari di kiwi e silenziosi roditori alati che saltano da un albero all&#8217;altro, e poco distante ci abita l&#8217;autore che ha inventato l&#8217;ispettore Ferraro.</p>
<p>***</p>
<p><img class="alignleft" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/10/icona_pdf-neutro.gif?w=40&#038;h=40#38;h=40&#38;h=40" alt="" width="40" height="40" /> [Scarica e leggi il racconto <a href="http://retroguardia2.files.wordpress.com/2009/01/dalla-parte-giulio-mozzi-01.pdf"><strong><em>Dalla parte</em> di Giulio Mozzi</strong> </a>in formato pdf ]</p>
<p>[<a href="http://retroguardia2.wordpress.com/inedito/">Tutti i racconti di Giulio Mozzi in formato PDF pubblicati su<em> La poesia e lo spirito</em></a>]</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Carlo Coccioli / Presenza dello scrittore assente]]></title>
<link>http://vibrisse.wordpress.com/2009/01/16/presenza-dello-scrittore-assente/</link>
<pubDate>Fri, 16 Jan 2009 14:23:29 +0000</pubDate>
<dc:creator>vibrisse</dc:creator>
<guid>http://vibrisse.wordpress.com/2009/01/16/presenza-dello-scrittore-assente/</guid>
<description><![CDATA[a cura di giuliomozzi Parla una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, An]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>a cura di <strong>giuliomozzi</strong></p>
<p><font size="1">Parla una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, Antonella Cilento, Giancarlo De Cataldo, Mario Fortunato, Bruno Gambarotta, Massimiliano Governi, Giuseppe Lupo, Marino Magliani,  Sergio Pent, Alcide Pierantozzi, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta.</font></p>
<p><font size="1">[Questo articolo è stato ripreso il 2 febbraio 2009 in Nazione indiana, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/02/carlo-coccioli-presenza-dello-scrittore-assente/">qui</a>].</font></p>
<p><div id="attachment_240" class="wp-caption alignleft" style="width: 121px"><img src="http://vibrisse.wordpress.com/files/2009/01/coccioli_viso1.jpg" alt="Carlo Coccioli" title="" width="111" height="77" class="size-full wp-image-240" hspace="4" vspace="4"><p class="wp-caption-text">Carlo Coccioli</p></div>“Quello con Carlo Coccioli è stato un esemplare incontro mancato. Non siamo mai riusciti a stringerci la mano, eppure non potrei dire di non averlo conosciuto”. Comincia con queste parole il capitolo che dedica a Coccioli, nel suo bel libro <em>Quelli che ami non muoiono mai</em>, <strong>Mario Fortunato</strong> (Bompiani 2008). Mi ha colpito sentirmi ripetere più volte queste o simili parole – quasi un ritornello – quando ho provato a domandare a un po’ di scrittrici e scrittori d’Italia chi sia per loro Carlo Coccioli. E, in effetti, <em>non l’ho mai conosciuto, ma è come se l’avessi conosciuto</em>, lo dico anch’io.</p>
<p>Per molti più o meno della mia generazione, la via verso Carlo Coccioli è stata <strong>Pier Vittorio Tondelli</strong>. Che recensì con entusiasmo, nel 1987, <a href="http://www.carlococcioli.com/it/do.php?open=opere&#38;id_opera=35">Piccolo Karma</a>; e inserì poi la recensione, ampliandola, in quel formidabile racconto degli anni Ottanta che è il volume <em>Un week-end postmoderno</em> (Bompiani 1987). “In nessun autore italiano contemporaneo”, scriveva Tondelli, “è presente una così grande tensione interiore, un’irrequietezza spirituale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico”. Tuttavia “quello che si ama nell’opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l’incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso l’ebraismo, quindi, fra gli Stati Uniti e il Messico, verso gli Hare Krishna della <a href="http://www.carlococcioli.com/it/do.php?open=opere&#38;id_opera=31">Casa di Tacubaya</a> (1982), i riti indigeni, lo spiritismo, la psichedelia e gli Alcolisti Anonimi di <a href="http://www.carlococcioli.com/it/do.php?open=opere&#38;id_opera=27">Uomini in fuga</a> (1973) e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l’induismo e il buddhismo Zen [...] ma anche lo stile di vita appartato, l’amore per gli umili e i reietti, l’assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l’erotismo, la predilezione omosessuale”. </p>
<p><!--more--></p>
<p>In quell’articolo di Tondelli c’era anche lo zampino di Mario Fortunato. “Faceva un gran caldo a Milano, nell’estate del 1987”, racconta. “Pier Vittorio Tondelli e io eravamo stati a una festa. A ora tarda [...] Pier mi trascinò in uno dei bar che lui preferiva. Cominciammo a parlare fitto. [...] Scoprimmo di avere appena letto entrambi un libro strano, misterioso, misteriosamente bello: <em>Piccolo Karma</em>, di Carlo Coccioli. [...] Chiesi a Pier di scriverne per <em>L’espresso</em> e lui lo fece subito, [...] con la grazia misurata che aveva in dono”.</p>
<p>Quell’articolo, anche grazie al fascino che emanava, ed emana tuttora, la figura di Tondelli, fu importante per molti di noi, della nostra generazione (io sono nato nel 1960). <strong>Marino Magliani</strong>, scrittore ligure mio coetaneo che da più di quindici anni vive in Olanda a IJmuiden, sulla costa del Mare del Nord, racconta: “Ho capito meglio chi ero leggendo un saggio di Pier Vittorio Tondelli su Carlo Coccioli, dove Tondelli definiva Coccioli un <em>autore assente</em>. Ecco, chi sei anche tu, mi son detto. Certo lo sapevo da sempre, ma non avevo mai trovato la parola secca. Cosí cominciai a informarmi su questo scrittore che era andato via dall’Italia molto prima di me, anzi prima che io nascessi, aveva vissuto a lungo a Parigi e poi in Messico, scriveva brillantemente in francese e spagnolo, e ogni volta che appariva qualcosa in rete – poiché altre cose era difficile trovarle – qualche racconto o qualcuno che ne parlava, mi ci fermavo, come ci si volta quando ci chiamano per nome o con un nome che ormai ci appartiene. Autore assente. Presto vidi che non ero il solo, anzi mi fu chiaro che stavo interessandomi a Coccioli esattamente perché altri l’avevano cercato prima di me e lo stavano cercando mentre lo cercavo io. Per ultimo, mi accorsi che tutti quanti stavamo cercando l’autore che forse piú di ogni altro e ovunque aveva cercato Dio”.</p>
<p>Dal Nord al Sud. Anche <strong>Antonella Cilento</strong>, scrittrice napoletana, è arrivata a Coccioli via Tondelli: “Scrivendo la tesi di laurea su di lui e leggendo gli articoli che lo riguardavano o che aveva scritto sugli autori che lo appassionavano trovai più volte il nome di Coccioli e mi incuriosì il fatto che in biblioteca potevo trovare a stento <a href="http://www.carlococcioli.com/it/do.php?open=opere&#38;id_opera=7">Fabrizio Lupo</a>”. Ma perché a uno scrittore che può suscitare tanto amore in chi lo legge è spettato un destino di assenza, di marginalità, addirittura di scomparsa dalle bibliotech? “Coccioli”, dice ancora Cilento, “dichiarò spesso di aver lasciato l’Italia perché esisteva un <em>establishment</em> culturale moraviano che impediva la rappresentazione di altre scritture. Leggendone le poche pagine che ho potuto rintracciare ho riconosciuto almeno uno dei temi, la creaturalità, l’infinito e ossessivo amore per gli animali e i piccoli della terra che lo avvicinano ad altri autori, per lo più donne, che in Italia hanno vissuto negli stessi anni di Coccioli una reductio di lettura critica e di pubblica”.</p>
<p><strong>Massimiliano Governi</strong>, autore di pochi e non allineati libri (ricordiamo <em>L’uomo che brucia</em>, 2000; <em>Parassiti</em>, 2005, entrambi per Einaudi) è il più secco e diretto: “Coccioli per me è il più grande scrittore italiano del Novecento”, dichiarò ancora anni fa. Alla domanda: <em>perché?</em>, oggi risponde: “Perché mi ha insegnato a dire la verità, tutta la verità”.</p>
<p>E anch’io, a proposito del dire la verità, in un articolo del <a href="http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/07/rapato_a_zero.html">giugno 2004</a> scrivevo: “La ragione del fascino di Carlo Coccioli, nonché la buonissima ragione per cercare i suoi libri e leggerli, è tutta qui. Coccioli parla di Dio con la massima impudicizia. Lo desidera, lo vuole. Mettendo in ordine i libri sul mio scaffale potrei ricostruire &#8216;le fasi della ricerca spirituale&#8217; di Carlo Coccioli: prima cattolicissimo (ma curioso delle culture orientali e mediorientali), poi in conflitto con il cattolicesimo (perché la Chiesa respingeva lui, innamorato di Dio e omosessuale), poi, dopo la fuga in Messico, [...] affascinato dal sincretismo messicano; poi fulminato da Sai Baba; poi folgorato a Disneyland (giuro: in <em>Piccolo karma</em>, libro che andrebbe letto anche solo per questo, Coccioli vede Dio a Disneyland); poi quietato finalmente, credo, nell’immagine tenerissima e assurda del Dio-caramella: un Dio da tenere in bocca, da succhiare sempre, dolce, regressivo. Questa impudicizia è costata a Carlo Coccioli l’ostracismo”.</p>
<p>È <strong>Giorgio Vasta</strong>, che lavora da anni nell’editoria e che ha appena esordito con il molto lodato romanzo <em>Il tempo materiale</em> (minimum fax 2008), a legare i temi dell’impudicizia e del nomadismo. “Prima di cominciare a leggere i libri di Carlo Coccioli”, racconta Vasta, “non conoscevo l’esistenza di una tonalità espressiva, e siccome quello che di un libro mi interessa di più è la tonalità generata dall’amalgama di lessico sintassi e figure della narrazione, avere conosciuto una tonalità che ignoravo è stato ed è ancora importante. Liberatorio. La tonalità che ho trovato dentro i libri di Coccioli che ho letto ha a che fare con il pudore, o meglio con il crinale tra pudore e spudoratezza. È un pudore del linguaggio e una spudoratezza delle immagini messe in scena, una frizione continua tra il desiderare di dire e il non poterlo fare del tutto. Questo contrasto, assunto e sviluppato, credo abbia dato luogo in Coccioli a una specie di santa oscenità dello stile. Leggo le pagine di Coccioli e ho a che fare con un italiano impressionante, una lingua all&#8217;interno della quale esistono ancora, e con vigore, espressioni perdute che in Coccioli non risultano mai museificate ma sempre vive presenti e intense e classiche e stranianti. È come se la sua lunga permanenza all&#8217;estero avesse funzionato da agente di contrasto, come se vivere per anni immerso in un paese nel quale si parla spagnolo avesse generato un&#8217;esaltazione dell&#8217;italiano più bello. Un italiano ‘santo’. Usato per costruire narrazioni serenamente oscene”.</p>
<p>Eppure, anche quando i suoi libri venivano pubblicati in mezzo mondo (e in quattordici lingue in tutto), Carlo Coccioli era una sorta di intoccabile. “Negli anni Settanta”, conferma Mario Fortunato, “quando lo scoprii per quell’istinto primario che illumina tante letture adolescenziali, era quasi una vergogna possedere i suoi libri. Coccioli era omosessuale, molto religioso e per giunta conservatore. I suoi romanzi li pubblicava Rusconi, un editore non proprio à la page. Lessi <em>Fabrizio Lupo</em>, un romanzone alluvionale, sovrattono, gremito di aneliti mistici che non mi appartenevano né punto né poco. Eppure quanta sincerità nella sua scrittura. Un’onestà intellettuale che rasentava l’autolesionismo. E poi: che meraviglia quella storia di un amore gay così melodrammatico. Per anni, divorai i libri di Coccioli quasi di nascosto. Di lui non sentivo parlare mai. Mai sui giornali. Mai da nessuna parte. Un fantasma”.</p>
<p>La parola “fantasma” torna anche sulla bocca di <strong>Bruno Gambarotta</strong>: “Io sono nato nel 1937. Da ragazzo, nel primo dopoguerra, leggevo dalla prima all’ultima pagina <em>La Fiera Letteraria</em> e <em>Il Mondo</em>. In quelle pagine compariva di tanto in tanto il fantasma di uno scrittore italiano che viveva in Messico ed era pubblicato in Italia da Longanesi”. Un altro editore non certo progressista. “Non c’erano mai sue foto. Era un irregolare, non classificabile sotto una delle etichette che predispongono i critici. Era uno come Antonio Delfini o Sergio Ferrero. Pare che scrivesse in un modo diverso dagli altri, che le sue storie non avessero niente in comune con quelle che circolavano in Italia”. </p>
<p>Ma oggi, finalmente, con la ripubblicazione di <a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_libro=978-88-518-0114-4">Davide</a>, Carlo Coccioli comincia a tornare in libreria. Ovviamente ci auguriamo che sia possibile restituire al pubblico italiano non solo questo romanzo, ma almeno la parte più solida e sicura dell’opera di Coccioli. Ed è bello vedere che questo ritorno in libreria – dopo anni di ostracismo, di assenza, di vita fantasmatica – è salutato con favore da scrittori e scrittrici di tutte le specie e di tutte le età.</p>
<p>Antonella Cilento: “È giunto il momento che l’Italia lo recuperi”. Bruno Gambarotta: “Ho sempre desiderato conoscere la sua opera e finalmente si presenta l’occasione di colmare il vuoto. Farò il possibile per far circolare la notizia che il fiume carsico Coccioli ritorna finalmente in superficie”. <strong>Alcide Pierantozzi</strong>: “Quella dell’uscita di Davide è una notizia splendida”. <strong>Giuseppe Lupo</strong>, che ha annotato i carteggi raccolti in <em>La storia dei “Gettoni” di Elio Vittorini</em> (a cura di Vito Camerano, Raffaele Crovi e Giuseppe Grasso, Aragno 2007): “È un’operazione molto importante, l’idea di recuperare e rilanciare un autore come Coccioli”. <strong>Giacomo Sartori</strong>, altro scrittore che vive la maggior parte della vita fuori dall’Italia (a Parigi): “Adoro – letteralmente – Coccioli, che avevo scoperto già molti anni fa da solo”. <strong>Sergio Pent</strong>: “Concordo sull’importanza di riscoprire il <em>Davide</em> di Coccioli e anche le altre sue opere ormai da tempo introvabili”. <strong>Giancarlo De Cataldo</strong> si proclama lettore di Coccioli “da tempi immemorabili”. E così via, ormai la mia casella della posta è tutta un fiorire di incoraggiamenti.</p>
<p>Ma la gioia per il ritorno in libreria di un autore così paradossalmente amato e dimenticato, e l’apprezzamento per la sua opera, non possono trasformarsi in acritica lode. Trovo molto interessante quanto mi ha scritto il poeta romano <strong>Franco Buffoni</strong>: “Saluto con gioia l’uscita di <em>Davide</em> nelle edizioni Sironi. Anche per ragioni anagrafiche sono un coccioliano <em>d’antan</em>. Naturalmente ritengo superata la posizione di Coccioli nei confronti del mondo abramitico (salvezza, eternità, afflato), ma ammiro sempre il suo coraggio per avere affrontato – in anni difficilissimi &#8211; la tematica omosessuale. Per questo ti invito a ripubblicare anche, per esempio, <em>Fabrizio Lupo</em>. Erano quelli gli anni duri democristiani, in cui Coccioli lavorava e pubblicava in Francia, in Messico. Mentre il Coccioli di <em>Davide</em> nel 1978 già venne accolto in un clima diverso, come testimoniano l’attenzione critica e i premi ricevuti. Ricordo però il commento del rettore di un noto liceo cattolico milanese: &#8216;Peccato, è il libro che darei in mano a tutti i nostri allievi. Non fosse per quella esplicita carica erotica omosessuale&#8217;. Ecco &#8211; seguendo l’esempio coraggioso di Coccioli &#8211; noi oggi lottiamo anche perché un liceale possa innamorarsi del compagno di banco senza doversene vergognare. Ma paradossalmente l’ostacolo che incontriamo è proprio in quell’ &#8216;ordine del Creato&#8217; tanto caro anche allo stesso Coccioli. Sono ormai convinto che una vera e profonda accettazione dell’omosessualità nelle nostre società non possa che conseguire all’affrancamento dal retaggio abramitico. Quel retaggio in virtù del quale si ritiene che un &#8216;creatore&#8217; abbia voluto generi e specie così come sono, immutabilmente. Da tale retaggio viene l’ottuso trincerarsi di molti dietro a un feticcio chiamato &#8216;diritto naturale&#8217;. Da qui i feroci attacchi da parte dei vari fondamentalismi abramitici – <em>in primis</em> quello vaticano – contro il movimento omosessuale. Dunque in Davide assistiamo a mio avviso a uno scontro paradossale: <em>Coccioli vs Coccioli</em>”.</p>
<p><font size="1">[<em>Davide</em> sarà in libreria tra il 27 e il 30 gennaio 2009].</font></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[UNITA’ DI LUOGO, di Carlos Vitale]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/01/07/unita%e2%80%99-di-luogo-di-carlos-vitale/</link>
<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 15:00:22 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovanniag</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/01/07/unita%e2%80%99-di-luogo-di-carlos-vitale/</guid>
<description><![CDATA[(Testi di Carlos Vitale, tradotti dallo spagnolo da Marino Magliani) I Nozioni di realtà Occorrono t]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>(Testi di Carlos Vitale, tradotti dallo spagnolo da Marino Magliani)</p>
<p>               I</p>
<p><strong>Nozioni di realtà</strong><br />
                                                                                      <em>Occorrono troppe vite per farne una.	</em><br />
						                                                                       Eugenio Montale</p>
<p>Il cacciatore si apposta<br />
Misura tempo e distanza<br />
Il bersaglio succede alla morte<br />
ed è la morte<!--more--><br />
Il cacciatore si apposta<br />
Il cacciatore è la sua preda</p>
<p>II</p>
<p><strong>Immagini</strong></p>
<p>			                                                                           <em>Chi parla (nel racconto)<br />
			                                                                             non è chi scrive (nella vita)<br />
		                                                                                     e chi scrive non è chi è.</em></p>
<p>				                                                                                        Roland Barthes</p>
<p>1</p>
<p>Gli occhi del delirio<br />
amano la propria realtà</p>
<p>Io amo la mia</p>
<p>Nessuna sostiene il mio passo incerto</p>
<p>Cuore disabitato<br />
l&#8217;angolo modella la visione dell&#8217;oggetto</p>
<p>Voce monotona</p>
<p>Riflessi di riflessi mi accompagnano</p>
<p>Già non esiste luogo che ospiti tanto lutto</p>
<p>2</p>
<p>Attraverso una finestra in movimento<br />
ci sono due occhi che rubano la mia presenza</p>
<p>A chi apparterrà questa immagine,<br />
all&#8217;occhio che guarda ciò che vede<br />
o al corpo che crede di non essere guardato?</p>
<p>Da quale luce<br />
da quale genere di luce<br />
sarò stato illuminato doppiamente</p>
<p>per non essere</p>
<p>per essere<br />
soltanto<br />
questa creazione del corpo e lo sguardo<br />
che distruggono così<br />
il proprio limite?</p>
<p>3</p>
<p>Palpebre<br />
Sogno palpebre<br />
Per popolare la luce sogno palpebre<br />
Sogno<br />
Anche di chiarori si alzano muri<br />
Palpebre<br />
Solo nella notte<br />
Solamente nella notte vedo<br />
Tutto lo splendore annunciano tutta la morte<br />
Palpebre<br />
La paura della percezione è una crudele misura</p>
<p>III</p>
<p><strong>Corpo presente</strong></p>
<p>				                                                                           <em>Ricorda, corpo.</em></p>
<p>						                                                                                     Kavafis</p>
<p>1</p>
<p>Una donna piangeva nella bambagia<br />
città da sogno città tremante<br />
aria chiedendo aria di andare<br />
il tatto afferma molto sdegno<br />
anche se la vista lo nega dimezzata storia<br />
finzione e numero chimica o sole<br />
una donna sparisce tra gli specchi</p>
<p>2</p>
<p>Un uomo dorme sulla sua gamba morta<br />
pelle di legno per fondare un regno<br />
base miscredente del suo proprio impulso<br />
quale sentiero seguire quale tragitto<br />
un piede e un altro piede si disconoscono<br />
qualcuno chiude un occhio per vedere il doppio<br />
un uomo si ferma a guardare ciò che non esiste</p>
<p><strong>Carlos Vitale</strong> è nato a Buenos Aires nel 1953. Laureato in Filologia Ispanica e Filologia italiana. Tra i suoi libri, Unidad de lugar (2004), Fuera de casa (2004) e Descortesía del suicida (2008).<br />
Ha tradotto numerose opere di poeti italiani e catalani: Dino Campana (Premio di traduzione Ultimo Novecento, 1986), Eugenio Montale (Premio di traduzione<br />
Ángel Crespo, 2006), Giuseppe Ungaretti, Gerardo Vacana, Sergio Corazzini (Premio di traduzione del Ministero italiano Affari Esteri, 2003), Amerigo Iannacone, Umberto Saba (Premio di traduzione Val di Comino, 2004), Giuseppe Napolitano, Sandro Penna, Emilio Paolo Taormina, Antoni Clapés, Joan Brossa, e altri.<br />
Risiede a Barcellona dal 1981.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[MARIO BENEDETTI. Nueve Poesías de "Humana Gloria" (2004). Traducción de JOSÉ DANIEL HENAO GRISALES ]]></title>
<link>http://retroguardia2.wordpress.com/2008/12/11/mario-benedetti-nueve-poesias-de-humana-gloria-2004-traduccion-de-jose-daniel-henao-grisales/</link>
<pubDate>Thu, 11 Dec 2008 12:39:40 +0000</pubDate>
<dc:creator>francesco sasso</dc:creator>
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<description><![CDATA[Sarò breve. Come annunciai tre mesi fa su queste pagine, la traduzione è un punto di passaggio neces]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Sarò breve. Come annunciai tre mesi fa su queste pagine, la traduzione è un punto di passaggio neces]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ GLI SCHELETRI DI VIA DUOMO di Stefania Nardini]]></title>
<link>http://viadellebelledonne.wordpress.com/2008/12/10/invito-gli-scheletri-di-via-duomo-di-stefania-nardini/</link>
<pubDate>Wed, 10 Dec 2008 08:44:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>viadellebelledonne</dc:creator>
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<description><![CDATA[Da domani 11 dicembre GLI SCHELETRI DI VIA DUOMO di Stefania Nardini «Un giallo sorprendente raccont]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Da domani 11 dicembre GLI SCHELETRI DI VIA DUOMO di Stefania Nardini «Un giallo sorprendente raccont]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Un ligure dell'entroterra in Piemonte]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/12/03/un-ligure-dellentroterra-in-piemonte/</link>
<pubDate>Wed, 03 Dec 2008 11:00:35 +0000</pubDate>
<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/12/03/un-ligure-dellentroterra-in-piemonte/</guid>
<description><![CDATA[Racconto a quattro mani di Marino Magliani e Mario Bianco Era il Piemonte uno dei primi nomi di post]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><em>Racconto a quattro mani</em> di <strong><em>Marino Magliani</em></strong> e <strong><em>Mario Bianco</em></strong></p>
<p>Era il Piemonte uno dei primi nomi di posti che un bambino ligure imparava.</p>
<p>Forse ora no, il Piemonte per un bambino ligure non esiste, ma negli anni sessanta il piemonte era il luogo di provenienza delle raccoglitrici che scendevano per olive in Liguria . Non si sarebbe mai parlato di Piemonte in Liguria, se non fossero scese le raccoglitrici. Una decina di donne per azienda, restavano in Liguria l&#8217;intera stagione della raccolta, parlavano quei dialetti molli, ma erano donne dure, dai ginocchi potenti e le mani svelte.</p>
<p>Le guardavo raccogliere perché seguivo mia madre, che era a sua volta raccoglitrice.<!--more--></p>
<p>Mi sedevo su un ceppo, mezzo al freddo, le maniche che coprivano mai abbastanza i polsi, e mi dicevo: ma quanto deve essere povero il Piemonte se le piemontesi scendono qui. Giá, perché a me giá la Liguria sembrava cosí povera, pietre di muri, erbaccio e ulivi che bruciavano di sete e fame.<br />
<em> </em></p>
<p><em>La Liguria mica sapevo cos’era, quando ero piccolo, cioè avevo sei anni: io sapevo solo del mare e del sole caldo, brillante e della spiaggia, e mi dicevano anche che mi avrebbero portato là perché mi faceva bene alla salute, perché soffrivo di quei mali di gola bastardi, tutto l’inverno.</em></p>
<p><em>Il mare era un paese piccolo che si chiama Noli e si raggiungeva partendo alle sei del mattino alla fine di giugno, in genere il giorno di San Pietro e Paolo, ch’è festa, con la Topolino di mio papà, stipata di bagagli e noi, come acciughe, o proprio come quelle sardine che mi sarei spazzolato nei giorni seguenti cucinate dalla mia provettissima mamma.</em></p>
<p><em>Prima si passava in un posto che si chiama Vicoforte e che c’era ‘na chiesa grossissima, un Santuario lo dicevano, ma soprattutto un caffè grande dove mi davano di colazione dei torcettoni giganti col caffellate, e io già me la ridevo tutto.</em></p>
<p><em>Poi si rimontava su quella povera vecchia auto (era del ’38) e lei dopo un po’ cominciava a stranfiare, su per i tornanti del colle di Cadibona; mio padre ogni tanto si fermava, apriva i cofano e soffiava come una pompa, poveraccio, dentro un tubetto giallo che dava nel motore, faceva da suppletivo alla pompa della benzina.</em></p>
<p><em>A una certa mira, magari verso le dieci, se ce la facevamo, arrivavamo in un posto che si vedeva il mare: allora sì che la mia bocca andava da un orecchio all’altro, ci fermavamo in una piazzola e si guardava tutto; i miei facevano dei segni, dicevano dei nomi di paesi, io non capivo niente, sognavo solo di essere presto là sotto, a toccare il mare, l’acqua, le onde, la sabbia e giocare e mangiare e dormire e niente scuola, finalmente</em>.</p>
<p>Ecco, chi aveva un sogno, uno come Mario. Uno che partiva da un piemonte e correva incontro a un mare. Che altro inseguire&#8230; Un ligure invece, uno dell’entroterra un mare non l’avrá mai, ve lo dico io, uno che si chiama marino e che il mare l’ha cercato anche in Piemonte. E’ troppo lí ed é troppo lontano il mare per un ligure dell’interno.  Un mare é dei turisti.</p>
<p>Me lo dicevo anche da ragazzo di quindici-diciott’anni. Il mare é dei torinesi. Scendevano in vespa, e passeggiavano con quella camminata da pianura. Il mare era loro. Il mare é loro. Vattene, mi dicevo. Vattene. Per questo un giorno, quelli come me lasciano la Liguria.</p>
<p>Vicoforte, leggo qui sopra, se Mario sapesse che a Vicoforte ci andavo ogni giorno di maggio alla Messa. Perché io in Piemonte ci sono voluto andare a vivere. E’ stato dai nove anni ai dodici. A Mondoví, nei frati. Tre anni a ricordare quando da bambino che seguivo mia madre negli uliveti le raccoglitrici raccontavano storie del Piemonte. Tre anni di collegio a dirmi dietro una vetrata sporca di neve e pioggia: eccolo il Piemonte.</p>
<p>Forse tre anni di collegio perché il giorno in cui fosse finito ci fosse davvero anche per me un mare.</p>
<p><em>Invece io, di Vicoforte, al santuario dove mi toccava andare a messa prima di colazione, ho un ricordo come di perdersi in quella rara cupola ellittica dipinta con pitture che sembravano staccarsi e mi inabissavo su con la vista per non annoiarmi con le robe dei preti. Mica sapevo, allora, che magari uno dei bambini là davanti nelle prime file era Marino. Mica sapevo che c’era un ligure, a pochi metri da me, che poi sarebbe diventato un mio amico. I liguri per me erano pescatori, erano dei tipi rudi e scalzi con la faccia segnata da mare e sole che scendevano da belle barche colorate, calavano di bordo delle cassette di pesci guizzanti, brillantissimi, le passavano a delle donne dure e blu con dei grembiuloni che aspettavano, là sulla spiaggia, con carrette.</em></p>
<p><em>I liguri di dietro, delle colline, dell’entroterra li conobbi dopo un bel po’ di tempo: facevamo delle passeggiate con mia madre su per dei sentieri assolatissimi che si partivano dai vicoli arrampicati; allora vedevo un campagna diversa dalla mia monferrina, molto faticosa, su e giù per erte, terrazzamenti, fasce come dicono loro, e meravigliato ammiravo alberi, olivi, piante belle, anche con frutta matura.</em></p>
<p><em>Mi veniva una voglia matta di quei bei frutti.</em></p>
<p><em>Una volta che stavo con la bocca aperta a ammirare un albicocco stracarico mi vide il primo ligure contadino che ricordo, l’uomo, bruciato dal sole, che stava appoggiato ad una zappa, vide la mia espressione e sorrise, si avvicinò all’albero raccolse una manata di frutta e me la versò nelle mie. Io ero felice e stupitissimo, mia mamma mi disse di ringraziare ché io ero muto come un sasso e divenni tutto rosso, mai visto un regalo fresco, maturo e profumato così.</em></p>
<p><em>C’ho ancora piacevolmente impresso in bocca il gusto di quelle albicocche, le più buone del mondo.</em></p>
<p>Il bambino che era in collegio con me guardava il mondo dall’interno di quei cortili, studiava in quei banchi, mangiava in quel salone in silenzio, pregava in quella chiesa, ma la sera non doveva respirare nessun tanfo, né ascoltare nessuna voce di camerata, tornava a casa. Era esterno. Ecco, lui si salva, mi dicevo, e mi pareva che non lo meritasse perché la sera non gli veniva nemmeno da ridere forte quando si alzava dal banco, prendeva i suoi libri e usciva, camminava sulla ghiaia, apriva un cancello e si salvava. Oh, essere esterno, mi dicevo allora.</p>
<p>Gli avrei chiesto di portar fuori qualcosa di me, un pezzo di Liguria in piemonte, porta via un mia cellula fuori dei cortili gli avrei chiesto.</p>
<p>C’é qualcosa della Liguria in Piemonte, Mario?</p>
<p>Non dico emozioni, popoli, ma qualcosa che resti, architettura. In Liguria c’é Piemonte fin quanto ne vuoi. Prendi Imperia, una cittá inventata da Mussolini, formata da Oneglia e Porto Maurizio. Sei a Oneglia e ti sembra di essere a Cuneo, in una di queste piazze da cui partono portici come tentacoli da un polpo, poi vai a Porto e trovi i vicoli appesi e le strettoie della Repubblica di Genova.</p>
<p>Regno e Repubblica,  ottimo Mario.</p>
<p><em>Sì, Marino, io ti confermo che proprio sotto quei portici rigidi di Oneglia ci trovi un pezzo di Piemonte barbogio e sabaudo.</em></p>
<p><em>Però io ti voglio parlare di gente, di umani: ad esempio voi liguri, valicando con muli e asini  i passi ci avete portato prima l’indispensabile sale, poi l’oro, il sole in bottiglia o in latta, il vostro olio sapido e delicato, aggiungansi quindi strati, in dimensioni astronomiche, di acciughe salate per forgiare ottime e riscaldanti “bagne caude”.</em></p>
<p><em>Invece dal Piemonte sono calati i macellai di carne bovina, ché voi avete meraviglie di cucina di pesce, verdure profumate, conigli e pollame, ma non i nostri bolliti di bue; dietro di loro, anni dopo, dagli inizi degli anni ’60, si sono trapiantati negli orrendi casermoni di Borghetto, nei condomìni di Loano, eserciti di borghesotti torinesi che volevan “l’allogetto” e l’aria tiepida per l’ossa nostre rattrappite dall’umidore della nebbia.</em></p>
<p><em>E così Loano è diventata la Miami dei vecchi piemontesi. </em></p>
<p>Io caro Mario vorrei liberarmi della mia Liguria anche narrativamente, non so<br />
far altro che descriverla che crolla. O che scrivo lei, la Liguria, o che scrivo lui, io, me stesso, Marino. Quando mi é stato chiesto di dare il mio contributo a un dizionario affettivo, subito ho pensato a lei, poi a lui, alla fine ho scritto lui. E ho pensato anche a te, al tuo nome, Mario, poiché mario non é un piccolo marino?<br />
Scrissi questo pezzo sulla parola marino.</p>
<p>“ Poi col tempo realizzai che poteva significare pure piccolo mario, e<br />
rabbrividii, ma per i primi vent&#8217;anni é stata una parola misteriosa, sapeva<br />
di fondi, di buio, di energia, e ci ho messo parecchio prima di abituarmici.<br />
Un&#8217;aggettivo, ecco, mi dicevo, qualcosa che da solo non basta, e ancora<br />
adesso che se la sento mi volto, quando la penso non posso che sognarle<br />
accanto quel contraltare luminoso di biamontiana memoria che é il mare, un<br />
qualcosa che mi porta al delirio e che basterebbe a sé, ma che non basta,<br />
poiché un mare non basta senza una costa, un po&#8217; come succede per me, ma<br />
solo per me, che la parola marino ha bisogno al suo fianco di un&#8217;altra<br />
parola per dirsi e per dirmi.</p>
<p>marino magliani.<br />
Ecco, ottimo Mario, che mai sarebbe la mia terra senza il tuo Piemonte? E viceversa, sí.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Illusione di biografia di una pancia, di Marino Magliani]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/11/27/illusione-di-biografia-di-una-pancia-di-marino-magliani/</link>
<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 07:00:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/11/27/illusione-di-biografia-di-una-pancia-di-marino-magliani/</guid>
<description><![CDATA[Era un bambino nato con la pancia, come tutti i bambini, ma lui era nato con due costole, le ultime ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Era un bambino nato con la pancia, come tutti i bambini, ma lui era nato con due costole, le ultime due, che sporgevano di parecchio e visto di profilo il bambino con la pancia sembrava avere una pancia quadrata. Questo bambino ha la pancia quadrata, disse la madre al dottore.</p>
<p>Che la pancia fosse una pancia strana era evidente, e l&#8217;aveva confermato anche il dottore. Il bambino con la pancia da bambino non lo capiva ancora, ma quando da grande guardava le foto dell&#8217;infanzia vedeva quel bambino magro con una pancia cosí e non riusciva a capire come aveva fatto quel bambino a non accorgersene, siccome poi da grande parlava con uno che scriveva dei libri di panchine, era venuto a sapere che esistevano degli io narrativi che si perdevano e probabilmente s&#8217;erano perduti per far perdere la coscienza di quella pancia al bambino. Ma poi il bambino era diventato ragazzino, o forse era ancora bambino, e comunque aveva capito di avere la pancia, e allora non era piú bambino perché un bambino che sa di avere una pancia cosí non puó piú essere un bambino. Ed era una pancia diversa da ogni pancia, di questo s&#8217;era accorto anche lui per la prima volta, perché guardava i bambini alla spiaggia e non si riconosceva in nessuno. Era magro e i magri non avevano la pancia, era magro e aveva la pancia e i grassi avevano la pancia ma era un&#8217;altra pancia.<!--more--></p>
<p>La sua era una pancia quadrata e aveva scoperto, guardandosi allo specchio, che tirandola indietro la pancia non si vedeva, e allora tutte le volte che vedeva uno specchio, anche se ci si specchiava solo la testa, si ricordava di tirare indietro la pancia, ma in tutti gli altri casi la pancia restava quadrata.</p>
<p>La pancia era una pancia che aveva sempre fame, probabilmente perché era di quelle quadrate, questo il bambino con la pancia non lo sapeva e la madre l&#8217;aveva chiesto al dottore. &#8216;Sto bambino ha sempre fame, é per via della pancia? Il dottore aveva detto puó darsi. Insomma il bambino con la pancia usciva da scuola e si mangiava tre pizzette, arrivava a casa e si mangiava tutto, usciva il pomeriggio ( vivevano in una cittá piena di forni ) e mangiava ancora una o due pizzette, dipende se riusciva a fregare i soldi alla nonna. Un giorno capí tutto, non mangiava molto perché lo voleva la pancia, mangiava molto perché aveva deciso di ingrassare cosí anche la sua pancia diventava normale e lui poteva giustificarla, la pancia. Non lo disse a sua madre perché altrimenti tornavano dal dottore.</p>
<p>A quindici anni era bello, un bel sorriso, gli occhi belli e aveva la pancia, ma la ragazzine non se ne accorgevano perché aveva imparato a tirar la pancia indietro come se si guardasse sempre negli specchi e cosí gli sembrava davvero di vivere in uno specchio e quando dopo vent&#8217;anni lo raccontó all&#8217;amico scrittore, questi disse che era una cosa borgesiana. L&#8217;uomo con la pancia, poiché é ancora vivo e ha parlato allo scrittore ancora pochi giorni fa su una</p>
<p>panchina dalle parti di una panetteria, é irritato da questo scrittore che la vede sempre facile come nei libri. Non che lui la veda difficile, ma ha chiesto allo scrittore come la prenderebbe se fosse lui ad avere degli io narrativi con la pancia che popolano la sua infanzia e la sua gioventú.</p>
<p>A diciotto anni il giovanotto con la pancia andó alla visita militare e chiese al medico come mai aveva questa pancia, se gli faceva saltare almeno la naja la pancia, e il collonello medico si é messo a ridere e gli ha detto ma lo sa che quella pancia deformata lí l&#8217;aveva anche Napoleone che ha conquistato l&#8217;Europa.</p>
<p>Questa un giorno lui l&#8217;ha raccontata allo scrittore. Si incontrano spesso. In piazza, davanti alla panetteria. Lo scrittore vive da quelle parti, l&#8217;uomo con la pancia anche. E&#8217; lo stesso quartiere dove é nato, in quella panetteria ci ha comprato 30.000 pizze. Sua nonna é morta, suo padre e sua madre anche, lui vive da solo. Donne non ne ha piú, non si é mai sposato e cosí vive ricordando quando aveva la pancia ma le donne non lo sapevano perché faceva come se guardasse uno specchio e la pancia si tirava indietro.</p>
<p>Sta pesso in casa, é ingrassato e la pancia sembra una pancia normale ora, e per far vedere allo scrittore com&#8217;era</p>
<p>una volta gli porta delle fotografie. Esce giusto quando vede sulla panchina lo scrittore. La finestra dá sulla piazza alberata e la panchina é sempre vuota. A volte, lo scrittore e l&#8217;uomo con la pancia stanno molti giorni, settimane, senza</p>
<p>sedersi sulla panchina, perché l&#8217;uomo con la pancia ha scoperto che lo scrittore esce quando esce lui e lui anche, esce quando esce lo scrittore, cosí o non si trovano per delle settimane o non si sa come mai, mistero, si trovano fianco a fianco sulla panchina dopo settimane e si dicono quanto é passato. Un giorno l&#8217;uomo con la pancia ha chiesto allo scrittore cosa stava scrivendo e lo scrittore ha detto che era ora che glielo chiedesse e gli ha detto scrivo di uno che ha la pancia, no scherzo, gli ha detto, e gli ha raccontato che stava scrivendo un libro sulle panchine ma che non lo dicesse a nessuno perché era una cosa nuova e non l&#8217;aveva ancora fatta nessuno.</p>
<p>Poi non si incontrarono di nuovo per dei mesi. L&#8217;uomo con la pancia andava alla finestra e vedeva la panchina vuota e diceva questo. Se non ti vede non esce ( poiché anche lo scrittore, gli aveva detto che prima di uscire guardava la panchina dalla finestra ) e l&#8217;uomo con la pancia decise che bisognava uscire di piú, si andava a sedere sulla panchina, ci stava delle ore, ma lo scrittore non arrivava. Un giorno l&#8217;uomo con la pancia entró in casa, al ritorno da un pomeriggio passato sulla panchina, aprí la porta e si guardó nel grande specchio che da giovane aveva messo in sala per esercitarsi a nascondere la pancia e non riuscí piú a nascondere la pancia neanche col trucco. Si ricordó che lo scrittore gli aveva raccomandato di pulirlo sempre bene lo specchio e di non giocarci, perché non di rado si potevano scambiare gli io narrativi e l&#8217;io narrativo che ora era lui e aveva la pancia ma nello specchio poteva perderla, entrava nello specchio e l&#8217;io narrante con la pancia che abitava lo specchio non aveva di che specchiarsi e non riusciva a nascondere la pancia. Allora l&#8217;uomo con la pancia pensó che non riusciva piú a incontrare scrittore perché non era lui che lo stava cercando ma l&#8217;uomo con la pancia che viveva nello specchio. Decise cosí di cercarlo lui, a partir da ora, lo scrittore che scriveva di panchine, e di cercarlo dove poteva essere e non solo sulla loro panchina. Infatti si mise la giacca, era autunno, e uscí. Guardó sulla panchina e lo scrittore non c&#8217;era. Ma l&#8217;immaginó. No, c&#8217;é mai, disse a uno che passava. Aspettó e lo scrittore non arrivava. Passó una signora, le chiese: signora, ha mica visto lo scrittore? Sa mica quando arriva?</p>
<p>E la signora disse di no, quale scrittore? Quello che si siede qui e sta scrivendo un libro sulle panchine, disse l&#8217;uomo</p>
<p>con la pancia. Ma lei chi é, chiese la signora. Sono l&#8217;uomo con la pancia, non quello che abitava nello specchio, perché lui lo scrittore non lo trovava, ora sono diventato io perché voglio ritrovare lo scrittore.</p>
<p>Lei é uno stupido, disse la signora. L&#8217;uomo con la pancia ci rimase male e subito non disse nulla, le sorrise e alla fine rispose: oh ma se lei é del quartiere son sicuro che io da giovane l&#8217;ho presa alla pecora.</p>
<p>Le disse esattamente cosí l&#8217;uomo con la pancia. E ancora: pancia o non pancia quando ero giovane le ragazze del quartiere le ho prese spesso e volentieri alla pecora. E tiró la pancia indietro come se avesse guardato uno specchio. Vede, si fa cosí. E lei lo saprá perché avrá su per giú la mia etá. La signora ammise qualcosa, ma l&#8217;uomo con la pancia se ne andó. Dove va, chiese la signora. A cercare lo scrittore, magari ha cambiato panchina.</p>
<p>L&#8217;uomo con la pancia giró tutte le panchine della cittá, chiese a tutti quelli che gli sembravano degli scrittori, o che leggevano un libro, o che erano scrittori che leggevano o lettori che scrivevano, ne incontró moltissimi, anche donne scrittrici che avrebbe preso alla pecora volentieri non fosse che cercava lo scrittore.</p>
<p>Tutti la stessa cosa gli rispondevano: lo scrittore che narra le panchine é Sebaste. L&#8217;uomo con la pancia non sapeva se si chiamava Sebaste o no, ma seguí le indicazioni e andó chiedendo fin quando non incontró Beppe Sebaste una mattina seduto su una panchina.</p>
<p>Lei é Sebaste, gli chiese. Sono Sebaste, rispose Beppe. Lei narra le panchine, domandó l&#8217;uomo con la pancia.</p>
<p>Le narro, disse Sebaste. Ho capito peró lei non é lo scrittore che si sedeva sulla panchina di fronte alla mia finestra.</p>
<p>Perché no, potrei esserlo, dove si trova la panchina, in che piazza, quale strada.</p>
<p>L&#8217;uomo con la pancia gli disse la piazza, ma aggiunse: no, non é lei.</p>
<p>Tornó alla sua piazza. Guardó la panchina, era vuota. Lo immaginava. Entró in casa, andó rasente al muro per non restar prigioniero dello specchio, strisció ancata dopo ancata per passar panci&#8217;a terra oltre l&#8217;altro specchio della sala.</p>
<p>Poi rifece gli stessi gesti, prese la giacca e uscí, si andó a sedere sulla panchina e capí che lo scrittore era lui, che non era mai stato lui, certo, troppo semplice, ma ora sí era l&#8217;uomo con la pancia che era lo scrittore. Ma cosa scrivere,</p>
<p>le panchine erano giá di Beppe. Illusioni di biografia di una pancia, si disse. In realtá avrebbe voluto scrivere di donne messe alla pecora, o cose del mondo, ma aveva troppi bei ricordi di quando era bambino e la mamma lo portava</p>
<p>a specchiarsi nelle vetrine, erano i giorni in cui aveva la coscienza di essere ma non di avere la pancia, poi gli io narrativi ecc.</p>
<p>Passó il giorno e la notte sulla panchina, e quando entró in casa andó rasente il muro e panci&#8217;a terra per via degli specchi, si sedette al tavolo, computer e scrisse che era un bambino nato con la pancia, ma non gli piacque per niente come incipit.</p>
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