<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><!-- generator="wordpress.com" -->
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	>

<channel>
	<title>nazione-indiana &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/nazione-indiana/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "nazione-indiana"</description>
	<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 14:24:24 +0000</pubDate>

	<generator>http://en.wordpress.com/tags/</generator>
	<language>en</language>

<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Giorno - 3 Dec. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/12/04/almanacco-del-giorno-3-dec-2009/</link>
<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 05:16:35 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/12/04/almanacco-del-giorno-3-dec-2009/</guid>
<description><![CDATA[Vol1Brooklyn &#8211; Abraham Lincoln, The Vampyre Slayer Nazione Indiana &#8211; Ritratto di signora]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Vol1Brooklyn &#8211; Abraham Lincoln, The Vampyre Slayer Nazione Indiana &#8211; Ritratto di signora]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Giorno - 30 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/30/almanacco-del-giorno-30-nov-2009/</link>
<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 03:00:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/30/almanacco-del-giorno-30-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[Leonardo &#8211; Di veli e mezzelune Nazione Indiana &#8211; Flarf e Low-Level Translation Maud Newt]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Leonardo &#8211; Di veli e mezzelune Nazione Indiana &#8211; Flarf e Low-Level Translation Maud Newt]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Weekend - 29 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/29/almanacco-del-weekend-29-nov-2009/</link>
<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 04:08:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/29/almanacco-del-weekend-29-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[Dissapore &#8211; Guerra dei sessi in cucina The Guardian &#8211; The postman always used to ring tw]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Dissapore &#8211; Guerra dei sessi in cucina The Guardian &#8211; The postman always used to ring tw]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Giorno - 27 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/27/almanacco-del-giorno-27-nov-2009/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 03:40:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/27/almanacco-del-giorno-27-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[Leonardo &#8211; Qualcuno che può capirla Sphere &#8211; Can Video Games Turn You Into a War Crimina]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Leonardo &#8211; Qualcuno che può capirla Sphere &#8211; Can Video Games Turn You Into a War Crimina]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Stupidaire - sei anni di commenti in Nazione Indiana]]></title>
<link>http://nabanassar.wordpress.com/2009/11/26/stupidaire-sei-anni-di-commenti-in-nazione-indiana/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 01:01:18 +0000</pubDate>
<dc:creator>nabanassar</dc:creator>
<guid>http://nabanassar.wordpress.com/2009/11/26/stupidaire-sei-anni-di-commenti-in-nazione-indiana/</guid>
<description><![CDATA[Rileggendo sei anni di commentario nel blog piu’ trendy d’Italia, mi rendo conto di quanto il mezzo ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://photos-f.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs267.snc1/9429_135312092698_517527698_2427263_4471723_n.jpg" alt="" /></p>
<p><em>Rileggendo sei anni di commentario nel blog piu’ trendy d’Italia, mi rendo conto di quanto il mezzo mi abbia istupidito, messo sotto sale, infine consegnato al chiacchiericcio saccente e parvenu, il cui tono e’ molto probabile appartenermi di natura.</em></p>
<p><a href="http://www.giuseppecornacchia.com/stupidaire.pdf">scarica qui lo Stupidaire</a>, tutti i commenti dell&#8217;ineffabile GiusCo.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Intervista a Giorgio Vasta]]></title>
<link>http://incipitcorsi.wordpress.com/2009/11/24/intervista-a-giorgio-vasta/</link>
<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 08:26:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>incipitcorsi</dc:creator>
<guid>http://incipitcorsi.wordpress.com/2009/11/24/intervista-a-giorgio-vasta/</guid>
<description><![CDATA[Giorgio Vasta col suo romanzo di esordio entra nei 12 finalisti del Premio Strega 2009. Il suo libro]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><em>Giorgio Vasta col suo romanzo di esordio entra nei 12 finalisti del Premio Strega 2009</em>. <em>Il suo libro si chiama </em>Il tempo materiale, <em>edito per i tipi di minimum fax</em>.<em> Martedì 24 novembre la lezione di Giorgio Vasta ha il titolo &#8220;Scrivere di sé, per sé, per gli altri&#8221;.<br />
</em></p>
<p><strong><a href="http://incipitcorsi.wordpress.com/files/2009/11/vasta-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-346" title="vasta-2" src="http://incipitcorsi.wordpress.com/files/2009/11/vasta-2.jpg?w=300" alt="" width="300" height="225" /></a>Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?</strong></p>
<p><strong> </strong>Perché mi è utile dare forma alle percezioni e alle esperienze attraverso il linguaggio. Mi è utile perché da essere umano (organismo, biografia e qualche altra cosa) devo procurarmi degli strumenti per produrre senso. Di sicuro non scrivo perché non potrei fare diversamente o perché mi è indispensabile o per altre ragioni di questo tipo, che in generale mi sembrano automitizzazioni eroiche.</p>
<p><strong>Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?</strong></p>
<p>Non ho un metodo. Scrivo in casa, quando posso, quando ho terminato il resto del lavoro. Mi capita molto spesso di usare le vacanze.</p>
<p><strong>Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?</strong></p>
<p>Dell’ispirazione non penso niente, faccio fatica a capire cosa possa essere. Quando ne sento parlare mi sembra un’invenzione utile a far concepire la scrittura come un’azione disponibile solo ad alcuni “ispirati”, come fossero dei prescelti, quando invece credo che la scrittura sia un’azione che ha a che fare soprattutto con la responsabilità. L’ispirazione mi sembra un fumogeno elitario, una retorica strumentale a un tipo di cultura, quella della cosiddetta “vocazione”, che non mi piace.</p>
<p><strong>Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?</strong>Al di là degli interlocutori strettamente editoriali, ci sono alcune persone delle quali mi fido e alle quali domando di leggere quello che ho scritto nel momento in cui penso di avere terminato la prima stesura di un testo. Sono persone diverse tra loro, ognuna mi dà suggerimenti e spunti differenti. Ogni “discorso” su quello che ho scritto, sia quando sono d’accordo sia quando non sono d’accordo, mi è utile perché mi mette nelle condizioni di tornare criticamente, anche facendo molta fatica, su quello che sta sulla pagina. Che la stesura ultima sia il risultato anche di questo dialogo con altre persone è qualcosa che considero molto importante, soprattutto molto bello.<br />
Per rispondere alla prima parte della domanda, non ho idea di chi sia il mio lettore ideale. Il desiderio è che sia, nei limiti del possibile, reale.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?</strong><br />
Lasciando da parte la letteratura – il discorso si farebbe troppo articolato – e facendo ugualmente un torto al cinema, nomino soltanto due registi: Robert Bresson e Jacques Tati. Entrambi, in modi diversi, attraverso il loro modo di concepire le inquadrature e la recitazione mi hanno chiarito che cosa possa essere una storia e quanto importante sia essere perentori. Non arroganti – l’arroganza è vanità – ma determinati nelle scelte.</p>
<p><strong>Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?</strong></p>
<p>Credo, in entrambi i casi, nessuno. Non per presunzione o per diplomazia ma perché non mi viene in mente un libro che sia stato da solo germinale rispetto a impulsi di questo genere. Semmai, davanti a un libro che mi è piaciuto molto, e ce ne sono tantissimi, quello che mi viene da pensare è che desidero leggerne altri fatti in quel modo; davanti a un libro che non mi piace mi auguro di non leggerne altri, per lo meno in tempi brevi, dello stesso tipo. Un sentimento imitativo o di superiorità di solito non lo avverto.</p>
<p><strong>Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?</strong></p>
<p>Per me non c’è tanto un momento preciso – per esempio iniziare o finire o tenere sotto controllo la storia che si sta raccontando – quanto qualcosa che come una membrana contiene tutto il lavoro nel suo complesso. Il momento peggiore non è dunque un tempo specifico ma uno stato d’animo generale nel quale, nei confronti della scrittura, coesistono impulsi opposti – quello alla costruzione e quello alla distruzione, l’impulso alla fiducia e quello allo scetticismo, il desiderio di tenerezza e il bisogno di spietatezza. Riuscire a sostenere psicologicamente questa coesistenza conflittuale, fare in modo che questa membrana non mi si disintegri tra le mani, è di fatto, per me, il problema maggiore da affrontare (e forse non solo nella scrittura).</p>
<p><strong>Come affronti le critiche?</strong></p>
<p>Con molta calma e con una specie di curiosità antropologica. Penso che le critiche siano sempre del tutto legittime, anche quelle approssimative, trascurate oppure lapidarie e offensive. Se poi, a critica espressa, si produce uno spazio di discussione, bene, sta succedendo una cosa utile perché nella frizione tra punti di vista diversi e argomentati si può generare intelligenza delle cose. Se invece questo spazio non si produce, ed è possibilissimo, pazienza: ci si fa una ragione di fatti ben peggiori.</p>
<p><strong>La tua lezione per Incipit riguarda la costruzione di un personaggio: ce la presenti in poche parole?</strong></p>
<p>Nella nostra esperienza quotidiana tendiamo a percepirci come i notai della nostra memoria, i certificatori della sua capacità di contenere verità storiche; i ricordi sono nostri, quindi sono giusti. Soltanto che con questa somma di certezze non si costruisce una narrazione credibile. La disponibilità al meticciato tra memoria e invenzione può essere quello che fa la differenza. Durante la lezione tenteremo una breve esplorazione del modo in cui funziona la nostra memoria (sottraendole qualche certezza) e ragioneremo su alcuni modi in cui una strategica distorsione dei ricordi può servire a dare forma a una storia.</p>
<p><strong>Per finire, un consiglio per gli aspiranti.</strong></p>
<p>Scrivere con calma e fare in tempo.</p>
<p>&#160;</p>
<p><strong>Nota biografica</strong></p>
<p>Giorgio Vasta vive a Torino dove lavora come editor e consulente editoriale per la BUR. Insegna alla Scuola Holden e presso lo IED.<br />
Collabora con “Nazione Indiana” e cura il progetto Esor-dire, evento dedicato allo scouting letterario che ha l’intento di promuovere la narrativa italiana under 35 e si svolge ogni anno a novembre durante Scrittorincittà a Cuneo. Il suo primo romanzo è <em>Il tempo materiale</em> (Minimum Fax).</p>
<p><strong>Promemoria in conclusione</strong></p>
<p>Giorgio Vasta ci parlerà di come <em>Scrivere di sé, per sé, per gli altri</em> nella sua lezione del <strong>24 novembre</strong>, come sempre alle ore 19.30.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Giorno - 23 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/23/almanacco-del-giorno-23-nov-2009/</link>
<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 03:18:58 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/23/almanacco-del-giorno-23-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[Andrew Sullivan &#8211; Totalitarian Texting Nazione Indiana &#8211; Brenda RIP HTML Giant &#8211; T]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Andrew Sullivan &#8211; Totalitarian Texting Nazione Indiana &#8211; Brenda RIP HTML Giant &#8211; T]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Weekend - 22 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/22/almanacco-del-weekend-22-nov-2009/</link>
<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 03:29:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/22/almanacco-del-weekend-22-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[The Guardian &#8211; Demons and beefcake – the other side of Francis Bacon Piovono Rane - Salvapremi]]></description>
<content:encoded><![CDATA[The Guardian &#8211; Demons and beefcake – the other side of Francis Bacon Piovono Rane - Salvapremi]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Giorno - 19 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/19/almanacco-del-giorno-19-nov-2009/</link>
<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 02:23:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/19/almanacco-del-giorno-19-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[The Guardian &#8211; I&#8217;m going to tell my son the worst swearword in the world The Texanist ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[The Guardian &#8211; I&#8217;m going to tell my son the worst swearword in the world The Texanist ]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[arrighi su nazione indiana]]></title>
<link>http://bgmole.wordpress.com/2009/11/18/arrighi-su-nazione-indiana/</link>
<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 08:41:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>bgmole</dc:creator>
<guid>http://bgmole.wordpress.com/2009/11/18/arrighi-su-nazione-indiana/</guid>
<description><![CDATA[Ho tradotto buona parte di un&#8217;intervista di David Harvey a Giovanni Arrighi, apparsa sul numer]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Ho tradotto buona parte di un&#8217;intervista di <a title="david harvey on wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/David_Harvey_(geographer)" target="_blank">David Harvey</a> a <a title="giovanni arrighi on wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Arrighi" target="_blank">Giovanni Arrighi</a>, apparsa sul numero 56 (mar.-apr. 2009) della <a title="new left review" href="http://www.newleftreview.org/" target="_blank">New Left Review</a>. In teoria, doveva essere solo una breve selezione ma poi mi sono fatto prendere la mano.</p>
<p>Segnalo che la prima parte della mia traduzione è apparsa ieri su <em>Nazione indiana</em>, postata da <strong>Andrea Inglese</strong>. La trovate a questo url:</p>
<p><a title="arrighi su nazione indiana" href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/i-tortuosi-sentieri-del-capitale-giovanni-arrighi-intervistato-da-david-harvey/" target="_blank">http://www.nazioneindiana.com/2009/11/17/i-tortuosi-sentieri-del-capitale-giovanni-arrighi-intervistato-da-david-harvey/</a></p>
<p>Nonostante l&#8217;immensa quantità di refusi, che ho scoperto solo dopo la messa on line, consiglio di leggerla, perché da Arrighi si può davvero imparare molto (a me è capitato, per esempio).</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Suicidio sospetto in carcere. Articolo su Nazione Indiana: Uno, Nessuno, Sessantacinquemila]]></title>
<link>http://lagentestamale.wordpress.com/2009/11/17/suicidio-sospetto-in-carcere-articolo-su-nazione-indiana-uno-nessuno-sessantacinquemila/</link>
<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 07:43:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>lagentestamale</dc:creator>
<guid>http://lagentestamale.wordpress.com/2009/11/17/suicidio-sospetto-in-carcere-articolo-su-nazione-indiana-uno-nessuno-sessantacinquemila/</guid>
<description><![CDATA[Altra settimana, altro giro. Probabilmente di Massimo Gallo avete sentito parlare molto meno rispett]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Altra settimana, altro giro. Probabilmente di Massimo Gallo avete sentito parlare molto meno rispett]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Weekend - 15 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/15/almanacco-del-weekend-15-nov-2009/</link>
<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 04:17:43 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/15/almanacco-del-weekend-15-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[Galleycat &#8211; Who needs a literay agent? London Times - Computerised exam-marker fails Churchill]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Galleycat &#8211; Who needs a literay agent? London Times - Computerised exam-marker fails Churchill]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[dispatrio]]></title>
<link>http://acidjuicy.wordpress.com/2009/11/12/dispatrio/</link>
<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 22:36:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>acidjuicy</dc:creator>
<guid>http://acidjuicy.wordpress.com/2009/11/12/dispatrio/</guid>
<description><![CDATA[ho trovato uno scaffale conservato sotto un muro, di confine. ora lo metto qua, chissà che le parole]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>ho trovato uno scaffale<br />
conservato sotto un muro, di confine.</p>
<p>ora lo metto <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/26/da-decreation-decreazione/" target="_blank">qua</a>, chissà che le parole riescano a fuggire</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Articolo sul caso cucchi su Nazione Indiana: Errore di sistema]]></title>
<link>http://lagentestamale.wordpress.com/2009/11/11/articolo-sul-caso-cucchi-su-nazione-indiana-errore-di-sistema/</link>
<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 13:25:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>lagentestamale</dc:creator>
<guid>http://lagentestamale.wordpress.com/2009/11/11/articolo-sul-caso-cucchi-su-nazione-indiana-errore-di-sistema/</guid>
<description><![CDATA[Oggi linko un mio articolo sul caso Cucchi che hanno pubblicato sul sito Nazione Indiana. Non sto a ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Oggi linko un mio articolo sul caso Cucchi che hanno pubblicato sul sito Nazione Indiana. Non sto a ]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Giorno - 9 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/09/almanacco-del-giorno-9-nov-2009/</link>
<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 02:01:27 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/09/almanacco-del-giorno-9-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[Gothamist &#8211; GoCaGa, BoHo, iTri et. al. Nazione Indiana &#8211; Il senso di Bessie (Smith) per ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Gothamist &#8211; GoCaGa, BoHo, iTri et. al. Nazione Indiana &#8211; Il senso di Bessie (Smith) per ]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Giorno - 5 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/05/almanacco-del-giorno-5-nov-2009/</link>
<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 02:18:39 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/05/almanacco-del-giorno-5-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[Maud Newton &#8211; Becoming Americans NYT &#8211; D.F. Wallace on Borges [via HTML Giant] Leonardo ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Maud Newton &#8211; Becoming Americans NYT &#8211; D.F. Wallace on Borges [via HTML Giant] Leonardo ]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Litterature]]></title>
<link>http://lavienbeige.wordpress.com/2009/11/04/litterature/</link>
<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 00:28:20 +0000</pubDate>
<dc:creator>sergiogarufi</dc:creator>
<guid>http://lavienbeige.wordpress.com/2009/11/04/litterature/</guid>
<description><![CDATA[In rete e su carta è tutto un gran parlare di generi letterari, di scaffalature. E&#8217; un mondo d]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignnone size-full wp-image-1557" title="libreria" src="http://lavienbeige.wordpress.com/files/2009/11/libreria.jpg" alt="libreria" width="137" height="103" />In rete e su carta è tutto un gran parlare di generi letterari, di scaffalature. E&#8217; un mondo di archivisti. L&#8217;ultimo nato è il postnoir, e in fondo c&#8217;era da aspettarselo, il noir non finirà mai, è un <em>evergreen</em>. Chi la considera solo un&#8217;etichetta, una nuova griffe per rifilare al lettore più sprovveduto la solita sbobba di sempre, sostiene che l&#8217;unica distinzione che conta è quella fra libri belli e libri brutti, e che questi appartengono indifferentemente ai generi più diversi. All&#8217;apparenza, entrambi gli schieramenti armati rifiutano le gerarchie, o perlomeno non le fanno coincidere con un genere specifico, di quelli tradizionalmente codificati; in realtà la gerarchia c&#8217;è eccome, solo che è totalmente subordinata al mercato, nel senso che quello è il termine di riferimento, sia che lo si blandisca sia che lo si contesti. Nella coda polemica seguita a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/27/pop-polar-1-giampaolo-simi">un intervento </a>di Giampaolo Simi su Nazione Indiana, alcuni scrittori hanno spiegato l&#8217;esigenza delle scaffalature come orientamento alla scelta dell&#8217;acquirente, raccontando le personali peripezie quando hanno scoperto che le proprie opere erano state catalogate nei modi più bizzarri e improbabili, magari per ottusa assonanza col titolo. Negli anni, frequentando diversi scrittori, di racconti così ne ho sentiti un fottìo, e ogni volta mi chiedevo: com&#8217;è possibile che non si accorgano del ridicolo? Capisco la debolezza di voler controllare se esisti, se piaci, quante copie ci sono in quella libreria e quante sono state vendute, tanto più che quel tipo di dati non viene facilmente diffuso dall&#8217;editore. Non so, probabilmente al loro posto io farei lo stesso, ma perché dirlo in pubblico, vantarsene, pensando che quel resoconto ispiri complicità e non compassione? Da semplice lettore, cioè da uno che non ha mai scritto un libro, confesso che per me esiste un genere letterario di serie B. Non è il giallo, la teoria del complotto o il postnoir, e non c&#8217;entrano commissari, serial killer o sette sataniche. No, il vero genere letterario di serie B è quello in cui l’autore racconta la sua visita in una libreria alla ricerca di dove hanno posizionato i propri libri. E il peggio del peggio è quando nel finale s’incazza e sfotte il commesso ignorante che ha sbagliato scaffale. Quella sì che è “litterature”, da <em>litter</em>, spazzatura.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[PROSSEMICA]]></title>
<link>http://ferrucci.wordpress.com/2009/11/04/prossemica/</link>
<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 00:18:13 +0000</pubDate>
<dc:creator>p. ferrucci</dc:creator>
<guid>http://ferrucci.wordpress.com/2009/11/04/prossemica/</guid>
<description><![CDATA[Cos&#8217;è la prossemica? L&#8217;ho letto, questo termine, in un commento di Sergio Garufi (]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Cos&#8217;è la prossemica? L&#8217;ho letto, questo termine, in un commento di Sergio Garufi (]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[6 novembre: Tiziano Scarpa, dal pulp al web, passando per lo Strega.]]></title>
<link>http://dalpulpallanewepic.wordpress.com/2009/11/02/6-novembre-tiziano-scarpa-dal-pulp-al-web-passando-per-lo-strega/</link>
<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 19:05:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>Alessandro Raveggi</dc:creator>
<guid>http://dalpulpallanewepic.wordpress.com/2009/11/02/6-novembre-tiziano-scarpa-dal-pulp-al-web-passando-per-lo-strega/</guid>
<description><![CDATA[La lezione di venerdì 6 novembre 2009 sarà dedicata allo scrittore Tiziano Scarpa. Ex-Cannibale, tra]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-47" title="Tiziano Scarpa" src="http://dalpulpallanewepic.wordpress.com/files/2009/11/tiziano-scarpa_m.jpg?w=150" alt="Tiziano Scarpa" width="150" height="128" />La lezione di <strong>venerdì 6 novembre 2009 </strong>sarà dedicata allo scrittore<strong> Tiziano Scarpa</strong>. Ex-Cannibale, tra i partecipanti di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/">&#8220;Scrivere sul fronte occidentale&#8221;</a> (24 novembre 2001)  e<em> &#60;&#60;</em>Nazione Indiana&#62;&#62; e tra i fondatori e animatori della rivista &#60;&#60;Il primo amore&#62;&#62;, con lui riusciremo a percorrere l&#8217;arco integrale delle tematiche relative al corso.</p>
<p>Scrittore, filosofo e poeta di modernità e amori liquido-seminali (da <em>Occhi sulla graticola</em> a <em>Amore(R)</em>), drammaturgo e attore, attento commentatore dei costumi della società come da tradizione goldoniana, scrittore del corpo (<em>Corpo</em> e <em>Kamikaze d&#8217;Occidente</em>) e dell&#8217;anima (<em>Stabat Mater, </em>Premio Strega 2009 e Super Mondello 2009), Scarpa possiede una voce singolarissima nel panorama italiano, attraverso la quale parleremo di: <strong>Italianità, letteratura sul web, parresia, nicknaming, performance e responsabilità</strong> di uno scrittore oggi.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Almanacco del Weekend - 1 Nov. 2009]]></title>
<link>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/01/almanacco-del-weekend-1-nov-2009/</link>
<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 02:22:52 +0000</pubDate>
<dc:creator>Nicola di Bowery</dc:creator>
<guid>http://nuovayorkoutpost.wordpress.com/2009/11/01/almanacco-del-weekend-1-nov-2009/</guid>
<description><![CDATA[World Affairs - The Universality of English Due colonne taglio basso &#8211; I nostri anni di piombo]]></description>
<content:encoded><![CDATA[World Affairs - The Universality of English Due colonne taglio basso &#8211; I nostri anni di piombo]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[30 Ottobre 2009: Realismo e Restaurazione.]]></title>
<link>http://dalpulpallanewepic.wordpress.com/2009/10/28/30-ottobre-2009-realismo-e-restaurazione/</link>
<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 15:49:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>Alessandro Raveggi</dc:creator>
<guid>http://dalpulpallanewepic.wordpress.com/2009/10/28/30-ottobre-2009-realismo-e-restaurazione/</guid>
<description><![CDATA[Realismo/Ritorno del Reale. E se tutto questo Ritorno al Reale &#8211; parafrasando e storpiando tot]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignleft" src="http://mitpress.mit.edu/images/products/books/9780262561075-f30.jpg" alt="" width="136" height="171" /></p>
<p><strong>Realismo/Ritorno del Reale.</strong></p>
<p>E se tutto questo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/"><strong>Ritorno al Reale</strong></a> &#8211; parafrasando e storpiando <em>totalmente</em> la formula di <strong>Hal Foster</strong> &#8211; non fosse altro che un&#8217;ennesima forma di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/04/09/la-restaurazione/"><strong>Restaurazione editoriale</strong></a>, un Ritorno al Passato piuttosto che al Futuro? Nella lezione di <strong>venerdì 30 ottobre</strong> si parlerà di Restaurazione, dibattito sul realismo (dai formalisti russi al recente numero di &#60;&#60;Allegoria&#62;&#62;) e della <em>querelle</em> <strong>Roberto Saviano/<em>Gomorra</em></strong>. Oltre a presentare un altro autore &#8211; tra gli ormai ex-Cannibali &#8211; che con il realismo c&#8217;entra ben poco: <strong>Tiziano Scarpa</strong>.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Dmz #11: Appunti sonori tra poesia e elettronica]]></title>
<link>http://dmzonair.wordpress.com/2009/10/25/dmz-11-appunti-sonori-tra-poesia-e-elettronica/</link>
<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 19:50:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>dmzonair</dc:creator>
<guid>http://dmzonair.wordpress.com/2009/10/25/dmz-11-appunti-sonori-tra-poesia-e-elettronica/</guid>
<description><![CDATA[Convincersi che l&#8217;ascoltatore debba sempre essere imboccato è stato un errore, piuttosto gross]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-25" title="dmz11" src="http://dmzonair.wordpress.com/files/2009/10/dmz112.jpg" alt="dmz11" width="312" height="312" />Convincersi</strong> che l&#8217;ascoltatore debba sempre essere imboccato è stato un errore, piuttosto grosso, nella costituzione di alcune puntate, a risentirmi ho ecceduto di didascalicità, di predicazionismo, forse per la riuscita delle trasmissione è  meglio lasciare scorrere i testi: chi vuole coglie, chi non vuole si lascia solo suggestionare dai suoni.</p>
<p>In questo senso avevamo già aperto una via con la puntata <strong>On the Road</strong>, avevamo ripristinato lo stile dei nostri primi lavori: nessuna intenzione didattica, nessun itinerario organico, solo associazioni percettive, anzi elettive. Allora ho costituito  una playlist di musica elettronica (perlopiù), un po&#8217; per avvicinarci alle sonorità della puntata in collaborazione con <strong>Paolo</strong> di pclectic ( <a href="http://pclectic.blogspot.com/">qui il suo blog</a>), un po&#8217; perchè mi permetteva di affrontare nuove sonorità, e staccarmi dall&#8217;indie un po&#8217; troppo battuto di recente.</p>
<p>La scelta dei brani musicali è stata facile, ho deciso di prendere gruppi che non si sono da sempre occupati di musica elettronica: Muse, Editors, Mazzy Star, Beirut&#8230;. anzi che provenissero da background sonori profondamente diversi, new-wave, folk bandistico, brit-rock, e che il synth lo usassero come complemento e completamento di un suono già esistente.</p>
<p>Le letture invece sono tratte da due raccolte di poesie: <strong>Versi Nuovi di Biagio Cepollaro</strong> ( <a href="http://www.cepollaro.it/">qui il suo sito</a> da cui potete scaricare intere raccolte poetiche dei maggiori autori degli ultimi 20 anni) e la <strong>Distrazione di Andrea Inglese</strong> ( che potete leggere su <a href="http://www.nazioneindiana.com/">Nazione Indiana</a>, in assoluto uno dei miei blog preferiti).</p>
<p>La dimensione della scrittura poetica a mio avviso si poteva avvicinare alla frammentarietà meccanica di alcune sonorità che ho proposto, per cui a voi decidere se il risultato è stato efficace.</p>
<p>Domani alle 19:00 su <a href="http://www.mwradio.it/">Mwradio.it</a></p>
<p>L&#8217;immagine di questo post è di  <a href="http://www.corbijn.co.uk/">Anton Corbijn</a>, fotografo e regista, foto analogica, medioformato Hasselbald&#8230;.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[A me gli occhi]]></title>
<link>http://minimaetmoralia.wordpress.com/2009/10/21/a-me-gli-occhi/</link>
<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 08:38:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>francesco pacifico</dc:creator>
<guid>http://minimaetmoralia.wordpress.com/2009/10/21/a-me-gli-occhi/</guid>
<description><![CDATA[Questo pezzo di Chiara Valerio è apparso sulla rivista Nuovi Argomenti e su Nazione Indiana. di Chia]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><i>Questo pezzo di <a href="http://home.edizioninottetempo.it/autori/Chiara%20Valerio/" target="_blank"><b>Chiara Valerio</a></b> è apparso sulla rivista </i>Nuovi Argomenti<i> e su </i>Nazione Indiana</i>.</p>
<p>di <a href="http://home.edizioninottetempo.it/autori/Chiara%20Valerio/" target="_blank"><b>Chiara Valerio</a></b></p>
<p><i>Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia di un prestigiatore nemico?</I><br />
G. Bufalino, <i>Le menzogne della notte</i></p>
<p><i>I Lemmings</i> (DMA design, 1991) cadono da una botola. Non sono cattivi, non sono buoni, non sono intelligenti e nemmeno stupidi. Sono indistinguibili gli uni dagli altri, indossano una uniforme, un grembiule quasi scolastico. Coincidono con ciò che indossano, bidimensionali. Il quadro di gioco è un percorso astratto e composito. Lo scopo è condurre, in un tempo stabilito e in un’altra botola, almeno una certa percentuale di lemmings. Non importa quali lemmings arrivino nella seconda botola ma solo quanti. Tuttavia, per farlo, il giocatore deve assegnare un ruolo, una funzione, a qualcuno dei lemmings. Il giocatore ne sceglie uno qualsiasi e lo investe scalatore, bloccatore, costruttore, perforatore, minatore, paracadutista, scavatore  e kamikaze. Il giocatore dispone di una funzione di pausa per studiare il quadro di gioco e di una funzione di autodistruzione nel caso risulti impossibile salvare la percentuale di lemmings richiesta e non voglia attendere lo scadere del tempo. Nessun lemming può tornare nella buca dalla quale è caduto. </p>
<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788806194901/littell-jonathan/benevole.html" target="_blank"><i><b>Le Benevole</b></a></i> di <a href="http://www.ibs.it/libri/Littell+Jonathan/libri.html" target="_blank"><b>Jonathan Littell</b></a> (Einaudi, 2007) racconta una storia di uomini durante la seconda guerra mondiale. Le funzioni assegnate ai personaggi sono uomo, donna, madre, padre, tedesco, ebreo, zingaro, asociale, ufficiale, sano, ferito, antropologo, medico, costruttore di ponti, führer. Non c’è merito alcuno e dunque non c’è colpa a rivestire le funzioni e i panni di una cosa o l’altra. Non c’è merito alcuno e dunque non c’è colpa ad agire in accordo alle caratteristiche della funzione assegnata. <i>In uno stato come il nostro a tutti era assegnato un ruolo: Tu, vittima, e Tu, carnefice, e nessuno poteva scegliere, non si domandava il consenso di nessuno, perché tutti erano intercambiabili, le vittime come i carnefici</i>. I nomi propri utilizzati e i fondali dei percorsi di gioco sono documentati, minuziosi ed escerti dall’Europa dal 1938 al 1945. <i>Le Benevole</i> è un romanzo metafisico nella misura in cui, come in De Chirico, ogni oggetto, nome, data, cibo o accadimento è reale, quotidiano, riconducibile a una radice, geografizzato o catalogato in un archivio, e il complesso, la costruzione, che sia collage, olio, gas o tecnica mista, è estraniante e talvolta ambiguo. <i>Un universo cristallino dal quale la vita sembrava bandita</i>. È così ambiguo che le considerazioni morali nemmeno attecchiscono dietro le abilità dichiarate di risolvere più velocemente di tutti il cubo magico degli anni del Reich. È così estraniante perché ne <i>Le Benevole</i> sembra che capire tutto significhi giustificare tutto.  <i>Lo trovavo straordinario. Mi sembrava che ci fosse qualcosa di cruciale in tutto ciò, e che se fossi riuscito a capirlo, avrei capito tutto e avrei potuto finalmente riposarmi</i>.<br />
<!--more--><br />
La categoria che rende evidente l’abilità di Jonathan Littell nel cucire la storia sul filo di ferro dei livelli di gioco e che palesa la fortunosa ambiguità de <i>Le Benevole</i> è quella dei nomi propri. E non ci sarebbe azzardo, o evidenza, o squarcio del velo narrativo, se certi nomi non trascinassero seco una rete di famiglia e relazioni, di eco e sentito dire. E dunque di acredini e affetto, di non detto e domande. I nomi propri, alabarde del nominare sinonimo di possedere, sono funzioni scomode perché identificano e attribuiscono tridimensionalità nell’altorilievo scorrevolissimo e nastro di questo romanzo. I lemmings sono bidimensionali laddove i nomi propri sono risme. <i>(…) e diceva quelle cose, quelle parole che non si dovevano dire, e le registrava, su disco o su nastro poco importa, e prendeva accuratamente nota dei presenti e degli assenti (…) il Reichsführer lo faceva deliberatamente (…) era perché nessuno di loro potesse dire di non sapere, potesse tentare, in caso di sconfitta, di farsi credere innocente rispetto alla cosa peggiore, potesse pensare, un giorno, di cavarsela a buon mercato; era per comprometterli, e loro lo capivano benissimo, era da quello che nasceva il loro smarrimento</i>. È il nome proprio a denunciare l’impossibilità di ogni appello. </p>
<p><b>Ogni premessa è debito</b><br />
<i>Nella vita di ognuno fa irruzione almeno una volta l’assoluto con le sue spietate pretese. Apre i sensi a mirabili percezioni, segna le grandi svolte della storia personale, ma toglie per sempre pace alla realtà di ogni giorno</i>.<br />
L. Kock, <i>Favole di tenebra</i></p>
<p>In epigrafe si legge <i>Per i morti</i>. Che è l’ouverture che manca ai movimenti musicali che si susseguono nell’indice. In epigrafe si legge <i>Per i morti</i>.  Che è il contrappunto che scandisce i movimenti musicali che si impilano nell’indice. <i>Quanto agli altri, che la cosa gli ripugnasse o li lasciasse indifferenti, la eseguivano per senso del dovere e dell’obbligo, e così godevano del proprio zelo, della propria capacità di portare a termine con successo un compito tanto difficile nonostante il disgusto e l’angoscia: «Ma io non provo nessun piacere a uccidere», dicevano spesso, godendo così del proprio rigore e della propria virtù</i>. Per i morti. Ho cominciato a leggere <i>Le Benevole</i> perché cercavo una declinazione narrativa de <i>La banalità del male</i> ma sono incappata in un nodo scorsoio. Declinare la banalità del male è possibile solo quando si fissano <i>inderogabilia</i>, principi giuridici, stilemi della politica o della supremazia nazionale, si identificano <i>le doti della vittoria</i>, e quando si relegano i sentimenti, i pensieri e le peculiarità di ogni singolo individuo alla sfera del caos. Fissato il riferimento cartesiano, il reticolo allucinatorio e coerente, la scacchiera, è possibile dimostrare che il male non esiste in sé ma solo come risultante di una interpretazione, di un arbitrio e di una consolazione. Se si è più esperti, e si gioca da lungi, è possibile provare che l’interpretazione, l’arbitrio e la consolazione sono diritti dei vincitori. <i>(…) e ovviamente capivo che quella regola valeva per tutti, che se altri si fossero rivelati più forti di noi ci avrebbero fatto a loro volta quel che noi avevamo fatto ad altri, e che di fronte a quelle spinte le fragili barriere che gli uomini costruiscono per tentare di regolare la vita comune, leggi, giustizia, morale, etica, contano poco, che la minima paura o pulsione un po’ intensa le sfonda come una barriera di paglia, ma capivo anche che quelli che hanno fatto il primo passo non devono far conto che gli altri, arrivato il loro turno, rispetteranno la giustizia e le leggi, e avevo paura, perché stavamo perdendo la guerra</i>.<br />
<i>Le Benevole</i> non è infatti la storia di Maximilian Aue di madre francese e padre tedesco, Obersturbahnführer con specifiche competenze Judenfrei e poi venditore di merletti.<br />
Maximilian Aue è solo il distrattore, in piedi al centro della scena a catalizzare l’attenzione, l’empatia, il disgusto e l’abilità risolutiva del lettore, mentre le ipotesi costruttive di Jonathan Littell mutano in dubbi atroci, allungano terminazioni sinaptiche nella testa di chi legge e ungono le mani di sangue. <i>Nonostante le mie vicissitudini, e sono state tante, resto di quelli che pensano che le sole cose indispensabili alla vita umana siano l’aria, il mangiare, il bere, l’evacuare, e la ricerca della verità</i>. Mangiare bere evacuare e cercare la verità sono i quattro cardini di questo romanzo. Con la specifica che non tutti gli uomini cercano la verità nel medesimo modo ma tutti condividono la necessità di mangiare, bere ed evacuare e pure i metodi di colmarla. Uno dei cardini sui quali poggia questo romanzo è labile e quasi falso. Per questo piccolo piolo traballante, anzi, traballato ad hoc, la realtà resta assai indietro rispetto alla plausibilità. E i fatti assai ritratti in confronto alle ipotesi. Che allungano terminazioni sinaptiche nella testa di chi legge e ungono le mani di sangue. Ancora una volta. <i>Mi pervase un’ondata di amarezza: ecco cosa hanno fatto di me (…) un uomo che non può vedere una foresta senza pensare a una fossa comune</i>.<br />
<i>Fratelli umani</i>. Ex falso quodlibet.<br />
<i>Penso che mi sia permesso concludere come un fatto assodato dalla storia moderna che tutti, o quasi, in un dato complesso di circostanze, fanno ciò che viene detto loro di fare; e, scusatemi, non ci sono molte probabilità che voi siate l’eccezione. Non più di me</i>.<br />
Perciò. C’è un fatto assodato nella storia moderna.<br />
Ne <i>Le Benevole</i> camminano due uomini. Il primo è Maximilian Aue, giovane giurista, ufficiale delle SS, raffinato senza troppe concessioni, privo di ambizioni, curioso del mondo e appena indennizzato, dalla guerra e dalla prostata, del fatto di non essere donna. Il secondo uomo è un lemming, una categoria funzionale che, in quanto forma, archetipo o simulacro, non è colpevole e nemmeno giusto, resta impermeabile agli umori e al tempo. Quando i due uomini si sovrappongono, Maximilian Aue, nome, gradi e inclinazioni nonostante, si rivela una spola, sostituibile in ogni momento, nel telaio della Storia. Ci passa attraverso. E la storia non gli lascia segno alcuno sulla pelle curata. Pur con un buco in testa, <i>un occhio pineale</i>, a regalargli un nuovo lacerto di circostanze, intorno al quale riorganizzare la concezione del mondo. <I>Quel che volevo dire è che se l’uomo non è di sicuro buono per natura, come hanno sostenuto alcuni poeti e filosofi, non è nemmeno cattivo per natura: il bene e il male sono categorie che possono servire a definire l’effetto delle azioni di un uomo su un altro; ma a mio parere sono fondamentalmente inadeguate, se non addirittura inutilizzabili, per giudicare ciò che accade nel cuore di quell’uomo. (…) uccideva o faceva uccidere della gente, quindi è il Male; ma in sé era un uomo buono verso i suoi, indifferente verso gli altri e per di più rispettoso delle leggi</i>. Se ci fossero gli uomini in capo alla frase risalterebbero le differenze. Gli uomini sarebbero acefali ma molteplici, colorati e corrotti, dissidenti o assertivi, l’uomo invece è solo un concetto vitruviano e, pur con testa attributi e timori, è qualsiasi. <i>E non era l’unico, quell’uomo, tutti erano come lui, e anche voi, al suo posto, sareste stati come lui</i>.<br />
Ne <i>Le Benevole</i> si enumerano dunque due ambientazioni. La prima, la più evidente, e che pure cronologicamente compare più tardi, è il Terzo Reich, la disfatta della Germania sul fronte orientale, la vita diplomatica a Berlino, gli intrighi politici, l’industria dell’olocausto e il <i>Volk</i> sostituito a Dio e che come tale abhorret a sanguine.  <i>(…) se è giusto sacrificare il meglio della Nazione, mandare a morire gli uomini più patriottici, più intelligenti, più generosi, più leali della nostra razza, e tutto ciò in nome della salvezza della Nazione- e se poi non serve a niente – e si sputa sul loro sacrificio – allora, che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i criminali, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei, senza parlare dei nostri amici esterni?</i> La seconda ambientazione è una serie di livelli di gioco, come Lemmings.  Quando i quadri di gioco astratti si colorano di Storia, la lettura procede attraverso distorsioni e sfocamenti che affastellano eccezioni fino a renderle regole di comportamento. <i>Era giusto? Finché ne avevamo la forza, e il potere, sì, perché riguardo alla giustizia un’istanza assoluta non c’è, e ogni popolo definisce la propria verità e la propria giustizia. Ma se mai la nostra forza si fosse indebolita, se il nostro potere avesse vacillato, allora avremmo dovuto subire la giustizia degli altri, per quando tremenda fosse. E anche quello era giusto</i>.<br />
Jonathan Littell ama le patologie tanto da riuscire ad architettarle. <i>Ne ero consapevole, tutte quelle cose agitate e contraddittorie salivano in me come un’acqua nera, o come un rumore stridulo che minacciava di coprire tutti gli altri suoni, la ragione, la prudenza, perfino il desiderio ponderato</i>. Il principio motore dei livelli di gioco programmati è il determinismo comportamentale che evidenzia pure la non commutatività della massima di San Paolo <i>ogni cosa a ogni uomo</i>.<br />
Littell apre con <i>ogni uomo a ogni cosa</i> inaugura la frammentazione della linea delle responsabilità e delle colpe, rinfocola la definizione di letteratura come epistemologia sostituendo le azioni con le parole, imponendo eco emotive e razionali sulle condizioni culturali che ha dichiarato fisse, aristoteliche, in apice e spiegando i processi dell’umana conoscenza attraverso la ricostruzione delle fasi del loro sviluppo nell’individuo. Uno qualsiasi o Maximilian Aue. L’uno qualsiasi che è Maximilian Aue. <i>(…) scriveva Hans Johst, uno dei nostri migliori poeti nazionalsocialisti: «L’uomo vive nella propria lingua» e ancora (…) nei discorsi predominavano le frasi costruite al passivo (…) e così le cose si realizzavano da sole, nessuno faceva mai niente, erano azioni prive di agente (…) si riusciva, se non a eliminare completamente i verbi almeno a ridurli allo stato di inutili appendici (…) c’erano solo fatti, realtà nude e cude, già presenti o in attesa dell’inevitabile compimento</i>.<br />
È un tranello e una proposta di metodo tanto che la prima ambientazione, il Terzo Reich, è accessoria e Littell la utilizza solo con intento deduttivo, perché esso è universalmente additato come il crogiolo di tutte le empietà. <i>Se mai riusciste a farmi piangere le mie lacrime vi sfregherebbero il viso come vetriolo</i>. La tesi consiste nel dimostrare che gli uomini che agiscono secondo le leggi stabilite dagli uomini stessi e, non secondo coscienza, se coscienza e legge hanno poi significati differenti, possono ritrovarsi con le mani coperte di sangue. <I>Si è usato molto, dopo la guerra, il termine disumano, per tentare di spiegare ciò che era accaduto. Ma il disumano, scusate, non esiste. C’è solo l’umano e poi ancora l’umano</i>. Così tanto, così mortalmente umano, che la prima esternazione di umanesimo ne <i>Le Benevole</i> recita: <i>dovete resistere alla tentazione di essere umani</i>.<br />
Il determinismo comportamentale  è ciò che consente a Littell di rendere sinonimi le azioni sparare e ordinare una salva, vessare e progettare una persecuzione sistematica, occuparsi di Endlösung e governare uno scambio ferroviario, agire e attendere (al)le conseguenze delle azioni, scegliere e sospendere il giudizio. <i>«E quando sparavi su quella gente cosa provavi?» Risposi senza esitare «La stessa cosa che guardando sparare gli altri. Dal momento che bisogna farlo poco importa chi lo fa. E poi ritengo che guardare comporti la mia responsabilità quanto fare»</i>.<br />
Nel momento in cui il <i>Volk</i> sostituisce Dio, o un imperativo kantiano, le necessità del <i>Volk</i> soppiantano il formicolare, le sfumature e le ritrosie della coscienza dei singoli. <i>Si crede ancora alle idee, ai concetti, si crede che le parole definiscano dei concetti, ma non è necessariamente così, forse non esistono idee, forse solo le parole esistono davvero, e il peso che ciascuna di loro possiede. E forse è così che ci eravamo lasciati trasportare da una parola e dalla sua inevitabilità. In noi, quindi, non c’era stata nessuna idea, nessuna logica, nessuna coerenza? C’erano state solo parole della nostra lingua così particolare, solo quella parola Endlösung,la sua sontuosa bellezza?</i> Epistemologia ancora.<br />
Tuttavia sostenere che la coscienza è una azione singola e la giustizia è una azione collettiva indotta dalle ristrettezze e dalle scommesse della guerra è complesso nonostante la sistematica.<br />
A Littell manca ancora qualcosa.<br />
Per rimanere un nominalista, quasi un puro argomentatore, per far sì che il secondo uomo, il lemming e Maximilian Aue combacino, Littell ha bisogno della contemporaneità, della mancanza di ambizione, della curiosità e della prima persona.<br />
Se la narrazione non fosse contemporanea, Littell non potrebbe servire i sentimenti e le considerazioni al sangue. Se l’ambientazione non fosse coeva, risulterebbero troppo cotti e quindi duri da digerire. Se non avesse contemporaneità le ponderazioni di Aue, di Hauser, di Vöss, di Hoenhegg, di Mandelbrod e di Leland coinvolgerebbero i giudizi e le considerazioni sugli accadimenti assai più che i pettegolezzi e le connessioni tra i fatti. Senza la contemporaneità gli inseguimenti di Clemens e Waser sarebbero meno di una puntata di un telefilm americano anni settanta. Seppure capita che Aue dichiari di aver appreso certi fatti del Reich solo successivamente, dopo le memorie di Carrell o di Frank, tutte le novecentocinquantasei pagine dell’edizione italiana sono raccontate mentre avvengono, mentre i fatti si svolgono, si riconfermano e si contraddicono. La contemporaneità consente a Littell di eliminare <i>d’amblai</i>  tutte le questioni morali e di spostarle dall’azione alla ricostruzione storica successiva, al pastiche delle verità accertate, del <i>a posteriori</i>.<br />
Se le considerazioni morali, su cosa non sia il bene e su cosa sia il male, non fossero relegate in questo <i>a-posteriori</i> resterebbero a impicciare e titubare le azioni dei lemming. Differenziandoli.<br />
<i>La distinzione del tutto arbitraria stabilita dopo la guerra fra le «operazioni militari» da una parte, equivalenti a quelle di qualunque altro conflitto, e le «atrocità» dall’altra, perpetrate da una minoranza di sadici e pazzi è, come spero di dimostrare, un fantasma consolatorio dei vincitori (…)</i>. Littell condensa nella parola morale, che nemmeno è un concetto, ogni pensiero estraneo alla burocrazia del da farsi. Scrivendo <i>come spero di dimostrare</I> proscrive le considerazioni o i sussulti morali nell’<i>a-posteriori</i>. <i>Era una questione di rigore (…) non era importante solo obbedire agli ordini, ma anche condividerli, io avevo dei dubbi e la cosa mi turbava. Alla fine lessi un po’ e dormii per qualche ora</i>. Morire, dormire, nient’altro.<br />
È una costruzione narrativa, non un intento didascalico. In questa accezione <i>l’a-posteriori</i> di Littell più che una questione temporale è un concetto spaziale, una attesa, è l’oltre la pagina, è il lettore. Come tutti gli <i>a-posteriori</i> però è una scatola che ha per coperchio l’interpretazione, e che dunque non tutti i lettori riescono a chiudere. Acclarata l’acuminata questione del coperchio è immediato dedurre che chi riesce a serrare la scatola sottoscrive le ragioni e le ipotesi di Littell e dunque intende che <i>Le Benevole</i> non è un libro sul male assoluto, ma solo un magnifico romanzo a tesi, e chi non riesce a chiudere la scatola subisce il fascino macabro della narrazione, si interroga emotivamente sulle azioni di Maximilian Aue e dei suoi, rivisita l’immagine del Reich, cerca evidenze della propria diversità, e, non trovando nulla, trema e allontana de sé la pagina scritta.<br />
Io penso che la seducente civetteria de <i>Le Benevole</i> consista nel creare questo schieramento, nel cercare una condivisione con l’intelletto degli uni e con gli intestini degli altri. E nel posizionare sulla linea di confine e di fuoco, sulla scriminatura farinosa, la percezione del male.<br />
Non c’è merito alcuno e non c’è colpa a consegnare a Jonathan Littell i pensieri o i sussulti. Non c’è merito alcuno e non c’è colpa a scegliere i bianchi o i neri e a sedere a una partita nella quale i contendenti sono in accordo sui principi. <i>I filosofi politici hanno spesso osservato che in tempo di guerra il cittadino, maschio perlomeno, perde uno dei suoi diritti più elementari, il diritto di vivere (…) ma hanno raramente notato che questo cittadino perde al tempo stesso un altro diritto, altrettanto elementare e forse per lui ancor più vitale, per quanto riguarda l’idea che si fa di se stesso come uomo civilizzato. Il diritto di non uccidere</i>. Non può esserci libero arbitrio quando si è perso il diritto di non uccidere. Il teorema di Littell è coerente. L’ipotesi feroce. Nulla accade o deve stupire perché il diritto di non uccidere si perde a pagina 19 e nemmeno <i>Le Benevole</i> possono restituirlo a un uomo <i>solo con tutto il peso del passato, del dolore della vita e della memoria inalterabile</i>. Se la memoria è inalterabile, Maximilian Aue è destinato a ripetere. A ogni riavvio del gioco, il primo quadro è sempre identico, e a quello segue il secondo. E così è.<br />
Se Maximilian Aue non fosse un mero lemming con una mera funzione, se cioè avesse ambizione, Littell non potrebbe affermare che tutte le azioni, tutti i ruoli, decisionali ed esecutivi, tutte le morti, civili e militari, in battaglia o disarmate, sono uguali. Perché l’ambizione farebbe digrignare i denti smalti di Aue di merito e attribuzione di senso, di prerogativa e assunzione di iniziativa.<br />
Se solo Maximilian Aue avesse ambizione e non fosse così curioso Littell non potrebbe maneggiare un eterno fanciullo che può esperire senza avvertire la necessità di giungere a un risultato diverso dall’osservazione medesima. Se Aue non fosse così curioso avrebbe chiari limiti temporali. <i>(…) la curiosità: qui come in tante altre cose della mia vita, ero curioso, cercavo di vedere quale effetto ciò avrebbe avuto su di me</i>.<br />
La prima persona è un espediente chiarito, con qualche virtuosismo, da Yourcenar in <i>Memorie di Adriano</i>, l’io in cima a un opera dalla quale si vuole cancellare se stessi. Io credo che l’io in vigore ne <i>Le Benevole</i> sia quasi una conseguenza della contemporaneità e la cancellazione di sé sia piuttosto una cancellazione del sé. Del sé lettore.<br />
Se la narrazione fosse alla terza o alla seconda persona singolare, il passaggio all’indistinto noi-<i>lemmings</i>, il percorso dal racconto al reticolo, dalla pelle alle ossa, non sarebbe istantaneo. Si dovrebbe passare attraverso commenti o più semplicemente attraverso la descrizione di incontri, di situazioni e di luoghi. Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno tal de’ tali Maximilian Aue.<br />
Invece la prima persona singolare del racconto, il sé cancellato, coincide con la prima persona plurale del quadro di gioco, e vede, agisce, sbaglia, uccide, ama, spera, distrugge e palpita. Così quando i quadri di <i>Lemmings</i>, i reticoli teorici dei documenti archiviati, gli schemi delle battaglie e della burocrazia, vengono calati nel contesto storico, la reazione del lettore è l’inquietudine. <i>Le mie idee, le avevo sempre mantenute radicali; ora anche lo Stato, la Nazione avevano scelto il radicale e l’assoluto. (…) E se poi la radicalità era quella dell’abisso, e se l’assoluto si rivelava il male assoluto, bisognava comunque, di questo almeno ero intimamente persuaso, seguirli fino in fondo, a occhi bene aperti</i>.<br />
L’io lettore cerca una persona singola per identificarsi e invece, sopravento sottoscorta sottosopra, si ritrova a sillabare Io sono noi e quindi non sono proprio nessuno. Non sto uccidendo e non sto massacrando e nemmeno salvando qualcuno. <i>(…) e quello sguardo mi si conficcò dentro, mi aprì il ventre e ne fece uscire un fiotto di segatura, ero un volgare pupazzo e non provavo niente, e al tempo stesso volevo con tutto il cuore chinarmi e ripulirle la fronte dalla terra e dal sudore, accarezzarle la guancia e dirle che andava tutto bene, che tutto sarebbe andato per il meglio, invece le sparai convulsamente un colpo alla testa, il che dopotutto era lo stesso(…)</I>.<br />
Il microambiente è solforoso, puzza, brucia anche se apre i polmoni. <i>L’aria primaverile era acre, piena di fumo nero e di polvere di mattone che scricchiolava sotto i denti</i>.<br />
A un certo punto si respira così bene che è quasi accettabile, per un momento e a piè pari, saltare fuori dallo schema, sbarazzarsi del poderoso impianto storico, disinteressarsi del successivo livello di gioco, e condividere i movimenti emotivi di Maximilian Aue. Che per converso alla brillante carriera militare e alla adesione fattiva al nazionalsocialismo non sono casuali e nemmeno supinamente condivisi ma perseguiti e dannati e rammaricati a ogni passo. <i>Le cose degenerano in maniera impercettibile</i>. L’amore per la sorella gemella Una, il pianoforte e l’odio per la madre. <i>Ancor oggi, il fatto che non suono il piano e non lo suonerò mai, mi opprime, talvolta più degli orrori, del fiume nero del mio passato che mi trascina con sé attraverso gli anni</i>.<br />
Aue li vive con approccio mimetico e vicario. <i>E io invece amo un’unica persona (…) quella il cui pensiero non mi abbandona mai e che lascia la mia testa solo per penetrarmi nelle ossa, quella che starà sempre tra il mondo e me e quindi tra te e me, quella il cui stesso matrimonio fa sì che io potrei sposarti solo per provare ciò che prova lei nel matrimonio, quella la cui semplice esistenza fa sì che tu per me non potrai mai esistere del tutto, e per il resto, perché c’è anche il resto io preferisco comunque farmi trapanare il culo da ragazzi sconosciuti(…)</i>. Si accaparra gli spartiti affinché qualcuno, anche un piccolo ebreo virtuoso, suoni Couperin e Rameau. Cerca uomini che lo possiedano così da sentirsi donna quanto Una. Insegue una foto del padre senza volto e senza postura pur di raccontarsi di avere avuto un genitore retto e che non abbia distrutto la famiglia risposandosi. Come mamma ed herr Moreau. La madre, il pianoforte e la sorella gemella sono amori fuori tempo massimo, galleggiano sull’orizzonte emotivo di Aue sempre troppo tardi. Se Una non fosse mia sorella. Se avessi imparato a suonare il piano. Se mia madre avesse atteso il ritorno di mio padre. Per il sottile moralismo di Aue, che forse è solo una modulazione de <i>l’orgoglio è il peccato dei puri</i>, essere in ritardo è molto più che disdicevole, è quasi corruzione. E per coerenza a sé, per il rigore di cui blatera e argomenta, per la devozione all’assoluto verso il quale tende. Maximilian non riesce a chiudere i rapporti con nessuno dei propri amori e continua a raccontarli, rimuoverli e riesumarli, integri e perduti. Ed è con il medesimo rigore che Aue imbastisce <i>la responsabilità della propria catastrofe</i>.  La <i>mise en abîme</i> della propria disfatta. L’incontro con Hélène è raccontato con i contorni di una allucinazione e con la nostalgia dell’inaccessibilità, dell’impotenza e dell’inammissibilità. <i>(…) volevo prenderla a calci nel ventre per la sua inammissibile bontà</i>. Hélène, che non è Una, è inaccessibile, Hélène, che non è un<i> adolescente vigoroso</i>, non gli fa scorrere per il corpo umide carezze, Hélène, che gli si dedica senza un fine diverso da quello di un’altra possibilità e di una giovinezza sfuggita alla guerra, è appunto inammissibile. D’altronde la gratuità dei gesti è aleatoria e dunque sfugge a qualsiasi determinismo. <i>«Ho nostalgia di quando andavamo a nuotare in piscina», mormorò. «Se vuole, -proposi, &#8211; quando starò meglio, ci torneremo». Guardò a sua volta dalla finestra: «Non ci sono più piscine a Berlino», disse pacatamente</i>.<br />
L’amore di Hélène evidenzia le ossessioni e le debolezze di Maximilian Aue. L’amore, comunque impossibile, suppura tra gli interstizi della logica, del livello di gioco, impregna le pieghe della Storia e mostra <i>Le Benevole</i> come un libro esangue.<br />
Le ossa scricchiolano, gli impiccati evacuano e dondolano le braccia, i visceri colano dagli squarci nel ventre. Ma non c’è sangue che imporpora la neve, né sangue che si raggruma sulle ferite seccate al freddo di Russia. Corrono i topi a rosicchiare gli arti e le cartilagini del volto e brulicano gli insetti sui cadaveri accatastati nelle cantine. <i>Le pareti dello studio addobbate di brandelli di carne</i>. Ci sono tutti gli effetti della perdita di sangue ma il sangue non si vede. Resta oltre. Talvolta se ne avverte l’odore o se ne rimane abbacinati dall’orrore estetizzante. <i>(…) fui pervaso da una angoscia senza senso: gli Orpo avrebbero fucilato gli ebrei proprio lì e li avrebbe buttati nella piscina, e noi avremmo dovuto nuotare nel sangue, tra corpi che galleggiavano proni</i>. L’adolescenza di Una termina con una perdita di sangue e il sangue separa Maximilian e Una come una ferita aperta. Aue perde sangue solo quando pensa e pensa solo quando ama e se così è, il più grande prestigio di Jonathan Littell è quello di aver piegato la Storia a proprio beneficio (e rischio e pericolo) e di aver celebrato ne <i>Le Benevole</i> l’indifferenza di uno verso le altrui sofferenze e causalità. I pensieri di Maximilian Aue, il suo libero arbitrio, i suoi focolai di ruminazione sulle circostanze sono accesi e fumiganti verso Una, per il resto, egli può fare ciò che gli è stato ordinato di fare e non c’è altro. <i>(…) era più di così, era l’intero corso degli eventi, la miseria del corpo e del desiderio, le decisioni che si prendono e sulle quali non si può tornare, il senso stesso che si sceglie di dare a quella cosa che chiamiamo, forse a torto, la nostra vita</i>. </p>
<p>Maximilian Aue è Jean Floressas Des Esseintes in guerra. Se ci fosse andato<br />
Maximilian in Aria è <i>Trilogia della città di K</i><br />
Maximilian ad Antibes è <i>Arancia meccanica</i><br />
Maximilian e Una sono <i>Igiene dell’assassino</i><br />
Thomas Hauser è <i>Nessuno tocchi Caino</i><br />
Mandelbrod e Leland sono <i>Guildestern e Rosencrantz</i> o <i>la SPECTRE</i><br />
Clemens e Waser sono <i>Guildestern e Rosencranz sono morti</i> o <i>Chips</i><br />
La SS-Haus di Lublino è <i>Salò o le 120 giornate di Sodoma<br />
Ad libitum. Sfumando</i></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Addosso alla dittatura mediatica! E poi scoprire di esserne foraggiati… ]]></title>
<link>http://nabanassar.wordpress.com/2009/10/07/addosso-alla-dittatura-mediatica-e-poi-scoprire-di-esserne-foraggiati%e2%80%a6/</link>
<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 18:48:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>arendo</dc:creator>
<guid>http://nabanassar.wordpress.com/2009/10/07/addosso-alla-dittatura-mediatica-e-poi-scoprire-di-esserne-foraggiati%e2%80%a6/</guid>
<description><![CDATA[DUE ESEMPI DA MANUALE EVELINA SANTANGELO: &#8220;A me non interessa il «messaggio» in sé, che sento ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><h2 style="text-align:center;">DUE ESEMPI DA MANUALE</h2>
<p><strong>EVELINA SANTANGELO</strong>:<em> &#8220;A me non interessa il «messaggio» in sé, che sento parola pericolosissima, se brandita come una spada, né interessa (in assoluto) chi ha prodotto quell’opera e con quanti soldi (perché tutto ciò avrebbe a che fare con un altro genere di riflessioni e un altro genere di problemi, rilevanti, ma di natura diversa. Problemi, per inciso, che mi riguardano, certo, e mi toccano personalmente, avendo pubblicato anche io con Einaudi gran parte dei miei libri).&#8221;.</em></p>
<p><a href="http://evelinasantangelo.it">Evelina Santangelo</a>, palermitana,<a href="www.evelinasantangelo.it"></a><a href="www.evelinasantangelo.it"></a> domina con queste parole (tratte da un intervento a chiusura di questo post su Nazione Indiana, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/28/baaria-ovvero-il-tempo-dei-sorvolatori/#comments)">qui</a>) la “dannazione”.</p>
<p>Quale forza, a monte della professoralità &#8211; che pasce a valle ruminante -, mi chiedo, dovrebbe possedere autore ed opera e per quale strada andare o quale spada brandire colui che ha fatto sfida al tempo con la popolarità vanesia del ruolo? Come può?</p>
<p>A me interessa il messaggio, da dove viene, e il suo effetto di trascinamento; la relativizzazione, snobberia della più bell’acqua, è una tana.</p>
<p><strong>GABRIELE FRASCA</strong>: <em>&#8220;Il mio rapporto con l’editoria è ambivalente. Mi trovo a lavorare sia per la piccola editoria che per la grande editoria, come per esempio può essere per Einaudi e in questo caso parliamo proprio del nemico perché Einaudi ormai è Berlusconi. Per altre cose, invece, cerco disperatamente di trovare altri editori e di lavorare in una maniera diversa per rifuggire alla massificazione che è inevitabile nel caso della grande editoria.</em></p>
<p><em>Il mio lavoro per Einaudi mi lascia totale libertà ma soltanto perché mi occupo esclusivamente di due settori particolari. Uno è la poesia. La poesia non vende e quindi sulla poesia non intervengono anche perché sarebbe inutile visto che il più delle volte le poesie non si capiscono. Il secondo sono le traduzioni beckettiane e lì si tratta di un’opera che già esiste e quindi non si può bloccare.</em></p>
<p><em>Credo, invece, che scrittori che lavorano per Einaudi, come ad esempio i Wu Ming, abbiano dei problemi ben più seri; penso che loro debbano rimanere per forza su un target, non potrebbero mai scrivere una cosa diversa da come la scrivono. Volendo metterla su questo piano, i Wu Ming si sono venduti da subito. […]</em></p>
<p><em>Ho scelto di non fare lo scrittore di professione, perché altrimenti non sarei stato libero, però, ovviamente, faccio il lavoro più vicino a quello dello scrittore, cioè insegno.&#8221;.</em></p>
<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gabriele_Frasca">Gabriele Frasca</a>, napoletano, sembra affiorare da una nicchia (<a href="http://collettivomensa.wordpress.com/2009/10/06/collettivomensa-ascolta-gabriele-frasca/">qui</a>, l’intervista da cui le sue parole), lavora o, come dire, tiene famiglia, scrive poesie, la poesia non è capita, traduce Beckett, un classico; pensa di farla franca. Di nuovo, come sopra, e con in più l’inserto moraleggiante per i teneri Wu Ming, nell&#8217;insegnante che scrive c’è conflitto fra idealità supposta e pratica realizzazione.</p>
<p>Insomma: estenuatezza, maestria nel calcolo alfanumerico, manualizzazione della parola.</p>
<p>Non scappa nulla alle menti brillanti che certosinamente e con pazienza fanno quel che c’è da fare. Senza il minimo sospetto che il tempo si perde.</p>
<p>***</p>
<p>Angelo Rendo, diritti riservati, ottobre 2009</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Tra blog letterari e Tolkien]]></title>
<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/10/06/parlando-di-blog-letterari-a-charleston/</link>
<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 12:00:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>giovanniag</dc:creator>
<guid>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/10/06/parlando-di-blog-letterari-a-charleston/</guid>
<description><![CDATA[di Giovanni Agnoloni Sono felice di comunicarvi che, sul mio blog, potete trovare un frammento filma]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>di Giovanni Agnoloni</p>
<p>Sono felice di comunicarvi che, sul <a href="http://giovanniag.wordpress.com/">mio blog</a>, potete trovare un <a href="http://giovanniag.wordpress.com/2009/10/05/literary-blogs-and-the-way-of-a-writer-i-blog-letterari-e-la-strada-di-uno-scrittore/">frammento</a> filmato di un mio intervento al <strong>College of Charlesto</strong><strong>n</strong>, negli Stati Uniti, dove qualche mese fa ho parlato di <strong>La Poesia e lo Spirito</strong> e <strong>Nazione Indiana</strong>, svolgendo una riflessione sui blog letterari italiani e sulla strada per diventare scrittori in Italia, oggi.</p>
<p>Sullo stesso blog, potrete trovare<a href="http://giovanniag.wordpress.com/2009/10/05/my-american-lectures-on-jrr-tolkien/"> altre clip</a> sulle mie conferenze tolkieniane tenute in terra americana (presso la Penn State University e la Mount St. Mary&#8217;s University), nelle quali ho effettuato numerosi confronti tra passi del Professore di Oxford e brani di autori classici, anche italiani (Dante su tutti). E&#8217; disponibile anche il <a href="http://giovanniag.wordpress.com/2009/10/05/tolkien-nella-letteratura-comparata">testo italiano</a> di riferimento.<!--more--></p>
<p>Vi segnalo tutto questo qui, approfittando di questo spazio comune, perché credo si tratti di un pur minimo contributo all&#8217;internazionalizzazione del dibattito culturale italiano, che purtroppo dall&#8217;estero a volte viene percepito come una realtà alquanto &#8220;chiusa&#8221;, perché non sono molti i nostri autori ad essere tradotti e venduti in lingua inglese. Spero che ne possa derivare una fruttuosa occasione di confronto e arricchimento reciproco.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>

</channel>
</rss>
