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	<title>prosa &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/prosa/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "prosa"</description>
	<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 15:00:40 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Waktu Berhenti]]></title>
<link>http://senjakekal.wordpress.com/2009/11/26/waktu-berhenti/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 12:45:36 +0000</pubDate>
<dc:creator>didz</dc:creator>
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<description><![CDATA[Tidak mungkin waktu berhenti. Setiap detik jarum berdetak, udara bergerak, jantung berdegup, dan nap]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Tidak mungkin waktu berhenti. Setiap detik jarum berdetak, udara bergerak, jantung berdegup, dan napasmu masih memburu, dikejar waktu janji kita di tempat ini.</p>
<p>Maaf, kau engah.</p>
<p>Aku hanya menawarkanmu sebotol air, menyeka bulir yang mengalir di keningmu, dan memberi senyum.</p>
<p>Yang tak sangka cukup untuk mengisi kembali semangatmu yang baru terkuras karena kita gagal menonton sebuah film sore ini.</p>
<p>Berarti memang waktu tak mungkin berhenti. Waktu, sebagaimana sungai, terus mengalir. Sebagaimana hidup, terus berjalan.</p>
<p>Kita kemudian hanya berjalan saja. Menikmati jalan-jalan yang kian menguning karena lampu neon, deru lalu lintas, gesekan wajan pedagang nasi goreng, dan gerimis kecil yang membuatmu kini menggigil.</p>
<p>Kita berhenti di spotlight lampu jalan di trotoar ini. Jaketku yang telah terselempang di tubuhmu, masih belum mampu mengusir gigil kecil dagu mungil itu. Kulapangkan dada, kau sandarkan ringkukmu di sana, dan kudekap erat sosok yang ingin selalu kulindungi ini.</p>
<p>Kini aku baru paham mengapa waktu berhenti kala kita bersama.</p>
<p>Bila aku berpikir maka ada, berarti saat ini waktu bahkan tidak berhenti. Tidak ada waktu di antara kita. Hanya hati yang merasa. Pikiranku hilang. Dunia hilang, ini dunia kita, waktu kita.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Nemico Pubblico]]></title>
<link>http://giorgiabenazzo.wordpress.com/2009/11/26/nemico-pubblico/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 01:57:14 +0000</pubDate>
<dc:creator>G.</dc:creator>
<guid>http://giorgiabenazzo.wordpress.com/2009/11/26/nemico-pubblico/</guid>
<description><![CDATA[Amore mio, non so nemmeno da dove partire..sono ancora sconvolta da ciò che mi è accaduto. Non preoc]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><span style="color:#ffcc00;">Amore mio, non so nemmeno da dove partire..sono ancora sconvolta da ciò che mi è accaduto. Non preoccuparti, tanto per cambiare è intangibile, ma ciò non gli impedisce di trafiggermi comunque come una lama.<br />
Eravamo io e la Sarah in sala, guardavamo il film, Nemico Pubblico, tra gli spari e i morti, e alle nostre spalle si sente aprirsi la porta d&#8217;ingresso. Ci voltiamo sentendo tre ragazzi parlare e dire ad un volume di voce normale, quotidiano&#8230;&#8221;guarda queste persone&#8221;, il tono disgustato. I ragazzi quindi si dividono, mani in tasca, uno alla nostra destra, due alla nostra sinistra, abbassano di poco la voce ma continuano a parlarsi da parte a parte delle file. Un pò si guardano tra di loro, un pò guardano il pubblico, il ragazzo a destra alza il labbro, e gli leggo in faccia lo schifo. Comincio a sentirmi il sangue che si ritira dalle vene, mi coglie una sensazione improvvisamente. Penso &#8221; ora ci uccidono tutti &#8220;. Sento, vivo la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_della_Columbine_High_School">Columbine</a>, penso alle storie di cronaca, ci sono dentro completamente, non &#8220;im-&#8221; ma &#8220;som-&#8221;mersa. Stanno li un cinque minuti, mi sembra il tempo più lungo della mia vita, provo a parlare con Sarah, sento che per quante parole possa dire, non sarebbero abbastanza, penserebbero che sono pazza, paranoica, e anche se così non fosse, io non potrei comunque fermarli. Dallo schermo solo rumori di spari, se ci ammazzassero con un revolver non li sentirebbe nessuno, basterebbe un cazzo di silenziatore.<br />
Ma cosa ti viene in mente? provo a rassicurarmi, non mi riesce. Alla fine io sono qui, stasera, che nemmeno dovevo uscire di casa, sono qui con Sarah, e guardavamo il film in sala, ora guardo la realtà, più forte, anzi troppo. Può essere la mia morte questo luogo e io non dovevo nemmeno trovarmi qui.<br />
I ragazzi cominciano ad uscire dopo aver osservato ovunque. Dico a Sarah dell&#8217;ansia che mi assale..mi dice tranquilla, che anche a lei hanno messo ansia ma che non è nulla di grave. E io non mi calmo. Loro sono fuori, hanno visto quanti siamo e ci aspettano fuori, aspettano che finisca il film. Alla fine della pellicola sto seduta e ferma, mi dico, lascio che escano gli altri..tanto se devono sparare sparano ai primi che escono, e, se dovessi sentire che aprono il fuoco su di loro, mi accascio a terra e non mi muovo, fingo di essere morta, non c&#8217;è problema, aspetto anche dei giorni, non mi muovo finchè non mi trovano, finchè non mi vengono a prendere, finchè non sento che del pericolo non rimane nemmeno il pensiero.<br />
Ma io non posso morire adesso, ho troppe cose nella testa, non posso lasciare le persone che ci sono qui. Vorrei morissero le persone che amo al posto mio, rifletto, perchè mi fa più male il pensiero che loro soffrano a causa mia (penso alla morte delle persone che amo, a come vivrei se succedesse &#8211; cazzo Giorgia, succederà, oddio), che il pensiero di soffrire io per la loro perdita, il dolore più grande. Allora continuo, meglio: provo a ricominciare a guardare il film ma sento che loro fuori ci aspettano, che sta per scoppiare il finimondo.<br />
Cioè&#8230;<br />
alla fine io sono qui, una vita incredibile, fortunata, e non concepisco in questo bel momento la possibilità che una persona disperata compia un gesto distruttivo. Perchè poi? il mio mondo sono io e nel mio mondo è un bel periodo, c&#8217;è un bel sole, perchè cazzo dovrebbe cadere un albero come in un tornado se c&#8217;è una giornata senza vento e di sole pieno? Ed è allora che esco dal mio corpo, in un secondo sono un&#8217;altra persona che ha dentro di sè un rogo ed è lì, in piedi accanto a me, che mi guarda e vuole uccidermi perchè gli faccio schifo, perchè in quel momento non ha più un&#8217;anima, non ha più un domani, non ha più niente e vuole distruggersi e vuole distruggermi per una ragione, senza alcuna ragione. Solo distruzione. E da quel corpo mi guardo seduta, una ragazza carina, bella vita, bella testa, tutto ok. Rientro dentro il mio corpo sullo schienale e subito avverto una sensazione: è quella di una persona con puntata addosso la morte. Mi scattano una fotografia da fuori: &#8220;ragazzo guarda negli occhi giovane ragazza al cinema&#8221;, media offline, &#8220;giovane ragazza sul punto di morire osserva il suo carnefice, che restituisce lo sguardo&#8221;. E accade tutto senza un&#8217;immagine, senza una prova che esista, ma esiste, io sono lì: testimone, sono lì: vittima, e muoio al pensiero di morire.<br />
Lui però non mi sta guardando, è fuori dalla sala, fuori dalla porta, dentro la mia mente, non importa. Fingerò di essere morta, e così sopravviverò. Ma conosco la mia condizione, morirei comunque anche se dovessi continuare a vivere. Il fisico è un dettaglio irrilevante. Respiro a fatica. Panico panico panico panico, tutto sta cambiando e nessuno lo vede, la compostezza del pubblico mi disarma fuori, mi sconvolge dentro, ma non mi alzo, peggiorerei la situazione, e poi&#8230;impazzirei. </span><span style="color:#ffcc00;"><br />
Aspetto inerme l&#8217;ora della verità.<br />
Posso scrivere questa lettera perchè sono viva, ma il motivo per cui la scrivo è che sono morta. </span></p>
<p><span style="color:#ff9900;">G.B.</span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Algunas correcciones (6)]]></title>
<link>http://josesala.wordpress.com/2009/11/26/algunas-correcciones-6/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 00:07:02 +0000</pubDate>
<dc:creator>josesala</dc:creator>
<guid>http://josesala.wordpress.com/2009/11/26/algunas-correcciones-6/</guid>
<description><![CDATA[&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lee entre dientes: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Si algo parece claro es que la b]]></description>
<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lee entre dientes: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Si algo parece claro es que la b]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Die Bienen]]></title>
<link>http://mathiasknoll.wordpress.com/2009/11/25/die-bienen/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 19:17:52 +0000</pubDate>
<dc:creator>mathiasknoll</dc:creator>
<guid>http://mathiasknoll.wordpress.com/2009/11/25/die-bienen/</guid>
<description><![CDATA[Die Gesellschaft der Bienen trat die Königin Der Lohn sei zu niedrig Die Königin trat die Drohne Die]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong>Die Gesellschaft der Bienen trat die Königin<br />
Der Lohn sei zu niedrig<br />
</strong></p>
<p><strong>Die Königin trat die Drohne<br />
Die Befruchtung sei ausgeblieben<br />
</strong></p>
<p><strong>Die Drohne trat den Arbeiter<br />
Die Metamorphose sei unzureichend<br />
</strong></p>
<p><strong>Der Arbeiter trat das Weibchen<br />
Aus Haß auf das Geschlecht?<br />
</strong></p>
<p><strong>Das Weibchen stach den Imker<br />
Aus Angst vor dem Verlust?<br />
</strong></p>
<p><strong>Was soll aus der Gesellschaft werden<br />
Wenn Bienen auf den Menschen kommen?</strong></p>
<p>&#160;</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Recuerdos de mi muerte preparados para el juicio.]]></title>
<link>http://silvacamache.wordpress.com/2009/11/25/recuerdos/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 17:50:19 +0000</pubDate>
<dc:creator>Camaché</dc:creator>
<guid>http://silvacamache.wordpress.com/2009/11/25/recuerdos/</guid>
<description><![CDATA[Recuerdo el día que morí. Fue un lunes a eso de las tres de la tarde y yo estaba cómo siempre, traba]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Recuerdo el día que morí. Fue un lunes a eso de las tres de la tarde y yo estaba cómo siempre, traba]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[(Quase) Volta ao mundo em algumas (poucas) linhas]]></title>
<link>http://durademascar.wordpress.com/2009/11/25/quase-volta-ao-mundo-em-algumas-poucas-linhas/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 16:44:41 +0000</pubDate>
<dc:creator>Dura de Mascar</dc:creator>
<guid>http://durademascar.wordpress.com/2009/11/25/quase-volta-ao-mundo-em-algumas-poucas-linhas/</guid>
<description><![CDATA[I Alô, alô, câmbio&#8230; Londres fica longe daqui? Chiii&#8230; Muitos mensalões de distância, aqué]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://durademascar.wordpress.com/files/2009/11/voltamundo.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-38" title="voltamundo" src="http://durademascar.wordpress.com/files/2009/11/voltamundo.jpg?w=300" alt="Foto de Paulo Marcondes / arte final (tubes) de Thaty Marcondes" width="414" height="333" /></a></p>
<p>I<br />
Alô, alô, câmbio&#8230;<br />
Londres fica longe daqui? Chiii&#8230; Muitos mensalões de distância, aquém da minha realidade, longe, abraçando a saudade&#8230; Paris? <em>“Menina, desce já desse sonho besta!”.</em> Desço, não, mãe, aqui de cima do telhado do vizinho posso até sonhar que to em Amsterdã Sauer: lindas jóias pra você!</p>
<p>II<br />
Ainda lembro,<br />
e você?<br />
Você era tão pequeno&#8230;<br />
<em>“Tão jovem&#8230; Selvagem&#8230;”</em>,<br />
o refrão.<br />
Você, ainda minha criança&#8230;</p>
<p>Mande Londres à merda!<br />
Nossa música ainda toca,<br />
na sua infância, por aqui.</p>
<p>III<br />
Natal em Paris. Nossa, que chique! Um abraço na Torre Eiffel, toda iluminada (um bordel em dia de festa). O champanhe borbulhou na cabeça. O Hino do Corinthians a todo pulmão. De repente, o um era coro: mais de 10 cantando o Hino do Coringão. Corinthiano sofre até em Paris: que puta frio, meu! <em>“Menina, para de falar mal do meu time!” </em>Danou-se: ela ouviu a história!</p>
<p>IV<br />
Espanha: aqui se come bem. Graças a Deus! Hay gobierno? Soy contra? Entonces, arriba, pueblo! Em Barcelona, tempos atrás, só o rei Ronaldinho, o gaúcho. Até enjoava. O outro, natural de la tierra madre, é imperador: Gaudi, mestre da arquitetura. Que lugar bonito, embora eu não entenda porra nenhuma. <em>“Menina, já começou com essa boca suja?”</em> Lavando, mãe, lavando&#8230; Ai, como menina sofre&#8230;</p>
<p>V<br />
De repente, perder o trem na volta de Paris pra Londres. Sem querer,  perder o avião na volta de Barcelona pra Londres. Cacilda Becker: isso é que é perder a noção! Ah, Londres, puta cidade cinza! Nenhuma vontade de voltar&#8230; Fog se, London!&#8230;</p>
<p>VI<br />
Em Liverpool&#8230; Os Beatles, é claro! Era uma vez 4 rapazes de Liverpoll, e blá-blá-blá&#8230; Hey, Jude, don´t make me bad. O ônibus vai até Penny Lane. Um passeio pra comprar strawberries fields forever. Uma beer (várias, diga-se de passagem) no Casbah Café e no London Cavern Club. De volta a Abbey Road. Peace and Love, John. Eles não moram mais aqui. Tomaram doses excessivas de Lucy in the Sky with Diamond e rumaram pra Marrakesh, ou Bangladesh. Menos Paul. Ele continua andando por aí. Está dando voltas na London Eye. Eu sei, vi pela janela do meu quarto. São 22 horas no Big Ben. <em>“Menina, para de bestagem e vai dormir.”</em> Kisses, mom. Good night, Paul.</p>
<p>VII<br />
<em>“…I&#8217;m lonely in London, London is lovely so…<br />
…Green grass, blue eyes, grey sky…”</em><br />
Cala a boca, Caetano! ‘Bora dormir na rede em Itapuã&#8230;</p>
<p><em>Nota de rodapé: só pra não perder o costume, uma notinha avisando que amordacei a mãe e despachei pelo correio. Não aceito devoluções, mas ofereço recompensa. Ela me prometeu uma bandeira da Cataluña. </em></p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/br/"><img src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/br/88x31.png" alt="Creative Commons License" /></a><br />
Dura de Mascar by <a rel="cc:attributionURL" href="../">Dura de  Mascar</a> is licensed under a <a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/br/">Creative  Commons Atribuição-Uso Não-Comercial-Vedada a Criação de Obras Derivadas 2.5  Brasil License</a>.</p>
<ul>
<li><em>Créditos: Foto de Paulo Marcondes / arte de Thaty Marcondes (tube)</em></li>
<li><em>Música indicada para os que viveram essas emoções: Paula e Bebeto (tudo valeu a pena) </em></li>
<li><em>Atualizando: Ronaldinho não reina mais por lá.<br />
</em></li>
</ul>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[A Obra Prima/6 (e último)]]></title>
<link>http://docedeclinio.wordpress.com/2009/11/25/a-obra-prima6-e-ultimo/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 16:00:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>Dos Sonhos</dc:creator>
<guid>http://docedeclinio.wordpress.com/2009/11/25/a-obra-prima6-e-ultimo/</guid>
<description><![CDATA[  Parte 1 Parte 2 Parte 3 Parte 4 Parte 5     Ele tirou o pano, bateu o olho e disse algo. Ele não g]]></description>
<content:encoded><![CDATA[  Parte 1 Parte 2 Parte 3 Parte 4 Parte 5     Ele tirou o pano, bateu o olho e disse algo. Ele não g]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Fri poesi och prosa scen]]></title>
<link>http://coordinateheart.wordpress.com/2009/11/25/fri-poesi-och-prosa-scen/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 15:53:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>coordinateheart</dc:creator>
<guid>http://coordinateheart.wordpress.com/2009/11/25/fri-poesi-och-prosa-scen/</guid>
<description><![CDATA[Hej. Ikväll har jag varit rubbad och ringt ett samtal till anmälan för en fri poesi och prosa scen. ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><span style="font-family:Book Antiqua, serif;">Hej.<br />
Ikväll har jag varit rubbad och ringt ett samtal till anmälan för en fri poesi och prosa scen.</span></p>
<p><span style="font-family:Book Antiqua, serif;">Imorgon ska jag till ångestframkallande BUP.<br />
</span><span style="font-family:Book Antiqua, serif;">Åka en ångestframkallande kommunal resa.<br />
En ångestdag.</span></p>
<p><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Newcastle, monospace;"><span style="font-size:medium;">Baby, you know I&#8217;m cute<br />
</span></span></span><span style="color:#000000;"><span style="font-family:Newcastle, monospace;"><span style="font-size:medium;">But you have forgot I have the raw scream inside me</span></span></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Liebesfilme]]></title>
<link>http://mathiasknoll.wordpress.com/2009/11/25/liebesfilme/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 15:12:03 +0000</pubDate>
<dc:creator>mathiasknoll</dc:creator>
<guid>http://mathiasknoll.wordpress.com/2009/11/25/liebesfilme/</guid>
<description><![CDATA[Als Schüler ging ich oft  ins Kino. Mit den Bildern auf der Leinwand wollte ich allein sein. Bequem ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Als Schüler ging ich oft  ins Kino. Mit den Bildern auf der Leinwand wollte ich allein sein. Bequem lümmelte ich mich in den Kinosessel. Ich sehnte mich geradezu nach dieser Dunkelheit &#8211; so schön wie ich träumte.<br />
Die anderen Zuschauer waren kaum noch zu erkennen. In dieser Gesellschaft konnte ich mich  vergessen. Vom Geheimnis der Bilder ließ ich mich verführen wie ein Kind. Oder wie ein Analphabet. Denn das geschriebene Wort wurde hier nicht zur Bedrohung.<br />
Ich liebte schwarz-weiß Filme und das Knistern des Zelluloids. Einfache Bilder, die den Menschen in seiner Alltäglichkeit zeigten. Und wie aufregend konnten Dialoge  sein? Und plötzlich gab es da ein Schweigen. Ein Glück, das es nur im Kino gab:<br />
Sie löst ihr Haar…<br />
Diese alte Geschichte von Liebe und Leidenschaft kommt ohne Worte aus, denke ich, während sie mich küsst.</p>
<p>&#160;</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[SEBUAH KETETAPAN DI PENGHUJUNG MALAM]]></title>
<link>http://duniadarajingga.wordpress.com/2009/11/25/sebuah-ketetapan-di-penghujung-malam/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 13:38:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>Sayuri Yosiana</dc:creator>
<guid>http://duniadarajingga.wordpress.com/2009/11/25/sebuah-ketetapan-di-penghujung-malam/</guid>
<description><![CDATA[&#8220;Berjalan diatas air puisi meniti karang tajam baitnya diantara samudra syairku setiap lirikny]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://duniadarajingga.wordpress.com/files/2009/11/sendiri-dipantai-biru1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-228" title="image : google.com" src="http://duniadarajingga.wordpress.com/files/2009/11/sendiri-dipantai-biru1.jpg?w=300" alt="image  : google.com" width="300" height="210" /></a></p>
<p>&#8220;Berjalan diatas air puisi<br />
meniti karang tajam baitnya<br />
diantara samudra syairku<br />
setiap liriknya adalah kegelapan<br />
namun disanalah kupetik seberkas cahaya<br />
dalam setiap debur ombak siratnya&#8221;</p>
<p>Suatu malam, sesaat setelah hujan yang menderas sejak sore mulai mereda, aku duduk sendiri di teras rumah. Saat-saat seperti itu menjadi kedamaian tersendiri bagiku. Sekelilingku yang senyap seakan temani sisa gerimis yang masih belum rela melepaskan titik terakhir dari anugrah-NYA untuk bumi yang kini membasah. Aku tengah berfikir, bagaimana ya seandainya kita tak pernah lagi bisa menjaga kemandirian kita. Bagaimana kita harus selalu mengikuti apapun kata hati. Bagaimana kita menutup pelan-pelan katup otak yang disana tersimpan sesuatu bernama logika?</p>
<p>Ini adalah semacam pemikiran tersendiri bagiku. Sesaat lalu saat mendung mulai membayang dipelupuk mata, aku seakan merasa mendapat kekuatan untuk melepaskan diri dari sesuatu yang ah, tak juga mampu benar-benar kulepaskan. Apapun sesuatu itu , adalah yang sebenarnya pernah kutulis di salah satu noteku yang lama. Sesuatu yang mengapung tuk menopang kaki-kaki rapuhku.</p>
<p>Dan kembali kedalam jiwa , jauh sekali kedalam jiwa. Jiwaku sendiri yang masih gemetar hingga kini, merapuh oleh galaunya masa depan yang tak pernah pasti. Oleh tiadanya bimbingan kasih dari yang pernah dihati, orangtua yang kini hanya bisa mengamatiku jauh diujung syurga ( Insya Allah ).</p>
<p>Lalu mengapakah aku begitu galau pada masa depan yang sejak dahulu sebenarnya memang tak pernah benar-benar pasti. Seperti apakah masa depanku nanti? Bagaimana kelak aku? Dengan siapa akukan hidup dengan sebenar-benarnya hidup? Apakah yang akan kukerjaan sama dengan yang kini tengah kukerjakan dengan setengah hati, hingga mencapai sepenuh hati pada akhirnya nanti?</p>
<p>&#8220;Seperti puisi yang tak pernah selesai bait-baitnya<br />
Dan saat  bahagia memberi arti<br />
Gerangan, dedaunan jiwa mana yang menatap akhir<br />
Entah yang entah…<br />
Dalam sebentuk senyum yang memaksa pagi<br />
Kuikat bibir agar tak sepenuhnya terbuka<br />
Dan kini hanya terdiam<br />
Sebentuk diam yang sempurna…&#8221;</p>
<p>Kembali tanya itu hadir, bagaimana aku akan tahu bila memang segala sesuatunya tak pernah dapat kutahu? Aku berfikir secara makna tersirat. Saat galaunya mereda, maka logika kukedepankan kini.<br />
Akupun menatap rembulan yang jauh&#8230;.jauuhh diatas tanpa berani menyapa malam yang hening. Kontlempasi seakan bukan suatu jawaban pasti bagiku. Aku tak hendak berfikir secara serius. Ketegangan selalu memacu detak jantungku bergerak lebih cepat, dan akupun terengah, seperti pelari marathon hilang arah.</p>
<p>Seperti fokusnya fikiran yang kini tengah kuarahkan kedalamannya. Apa yang sekiranya dapat kukatakan pada orang-orang yang akan kutinggalkan kelak? Bagaimana sesuatu yang pasti itu merangkak mulai mendekat. Lalu, bagaimana akan kupersiapkan sejumput asa yang tertinggal dalam setiap kenangan yang ada.<br />
Keheningan ini mengusikku. Aku tak nyaman dalam hening. Aku suka keramaian. Aku segelisah angin yang datang membadai tiap akhir bulan ketiga. Rasanya ingin kuberdiri dan mencoba menyapa sahabat lama. Sahabat masa kecil yang pernah terlupa. Dimanakah dia gerangan? Yang pernah membuatku menangis kehilangan sepatu rodaku. Atau kenangan sosok seseorang diambang masa remaja yang pernah membuatku tersipu. Lamunan ini seakan menyadarkanku, bahwa hidup terus bergerak maju. Bahwa aku tak pernah bisa surut kembali kebelakang. Bahwa aku telah mulai kehilangan sosok-sosok masa laluku. Dan memulai pertemuan dengan orang-orang baru yang kadang kutak pasti kedatangannya apa memang sudah dipersiapkan oleh-NYA.</p>
<p>Aku hanya menerima situasi tanpa protes. Dan memang tak mungkin kuajukan gugatan mengapa aku harus kehilangan sosok-sosok masa laluku dan harus menerima kehadiran orang-orang baru dalam dunia kecilku sendiri.</p>
<p>Sapa malam tak pernah benar-benar membuatku takut. Kegelapan tersapu awan yang mengawasiku dari kejauhan. Aku berkhayal dalam alam fikirku sendiri. Aku tak hendak berbagi apapun malam ini. Khusyuku tlah kurekatkan diam-diam dalam helai nafasku secara teratur agar selalu terlihat khidmat.</p>
<p>Kembali kuterpekur mencoba meyakinkan diri apa gerangan yang telah aku lupakan dalam setiap refleksi yang selalu dan selalu kuhadirkan setiap saat dalam jeda sepiku. Bahagia rasanya menyadari betapa sedikit demi sedikit logikaku mulai mengalahkan hatiku. Ah tidak, hanya mencoba mengimbangi. Dan tak perlu kubuat melawan . Tak ada guna melawan perasaan hati.. Aku tak pernah mampu melakukannya. Segala sesuatu kupertanyakan lewat nurani yang tak pernah kulihat bentuknya itu. Yang selalu saja membajak setiap rasio yang mencoba menampakkan bentuknya.</p>
<p>Namun lagi-lagi nurani mengungkung begitu saja. Dengan sangat mudah. Begitu mudah untuk membuatku seakan terlihat seperti orang yang kalah pada keadaan. Dan tak satupun mampu menembus alam fikirku bahwa aku belum kalah. Oleh segala sesuatu yang pernah terjadi dalam hidupku.</p>
<p>Semisal aku hendak mengakui bahwa segala sesuatunya nyaris membuatku kembali mengapungkan kaki-kakiku pada pilar kuat yang aku sendiri tak yakin mampu terus menerus berdiri kokoh, maka aku agaknya harus sudah menyadari bahwa hal itu tak perlu berlaku lagi dalam setiap goresan sejarah yang tercatat lewat genggaman tanganku. Karena aku ingin jatuh bangun dengan mengusung panji-panjiku sendiri yang lama tak mengibarkan sejarahnya lewat dunia kecilku. Sebuah dunia tanpa makna, versi otak kiriku, namun bermakna dalam bagi otak kananku.</p>
<p>Lalu, kemana kiranya ku akan mencari pilarku sendiri yang kupercaya memahami apa yang tersirat lewat makna rasa yang bermain di daun telingaku, jemariku, kecap lidahku, embun dimataku, gerimis peluhku atau senandung tangisku?<br />
Tentu setiap kisah adalah bermula dari sesuatu yang awal dan berakhir dari sesuatu yang telah mencapai tingkatannya lewat sebuah kontlempasi jernih di sanubari.<br />
Dan kutahu, kesanalah ku akan bermuara……..sekarang, atau tidak samasekali.</p>
<p>&#8220;Tapi aku belum mati<br />
Aku terus hidup dan hidup dalam dunia kecilku sendiri<br />
Menantang takdir Illahi yang kutahu akan memanjaku dalam dekap-NYA<br />
dan aku tidak pula beku<br />
melainkan hanya mengigil<br />
segelisah badai diakhir Oktober&#8221;</p>
<p>Kupandang rembulan mulai tersenyum, dan kedipan bintang seakan sebuah sapa yang telah menantiku sejak gerimis memulai sentuhannya lewat pelupuk malam. Teringat sajak kecil seorang kawan yang dikirim lewat sms.</p>
<p>&#8221; Malam ini Bulan indah. Bulat dengan senoktah awan melintas. Sepertinnya dia kesepian &#8220;</p>
<p>Ku mencoba tersenyum pada ketetapan hatiku sendiri saat ini. Tuhan, berkati aku dalam setiap langkahku , Amin.</p>
<p>&#160;</p>
<p>&#8221; Matahari menghangatkan angin, angin menerpa pohon-pohon willow. Pohon willow membelai sungai &#8220;</p>
<p>( shike, last of  zinza )</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Grito]]></title>
<link>http://mariacardona.wordpress.com/2009/11/25/grito/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 12:39:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>Maria</dc:creator>
<guid>http://mariacardona.wordpress.com/2009/11/25/grito/</guid>
<description><![CDATA[La noche era fría. Un viento helado recorría las calles por las que transitaban las hojas de los árb]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">La noche era fría. Un viento helado recorría las calles por las que transitaban las hojas de los árboles como si disputaran una carrera de velocidad. Sentada en la barandilla, observaba la immensidad, negra, del mar. Le colgaban las piernas; le encantaba balancearlas sin mirar hacia abajo y no dejar que tocaran el suelo. El viento le despeinaba los rizos, el flequillo; y le acariaba la cara, con esmero.</p>
<p style="text-align:justify;">No sabía qué tenía. Estaba pensativa, ausente. Lejos, muy lejos del mundo, del suelo, de su vida. O puede que muy dentro de sí misma, de su vida. Hacía días, semanas, meses que se sentía estancada. ¿Dónde estaban los montones de ideas? ¿Dónde se escondía su creatividad, su histeria, su ir de aquí para allá? ¿Dónde? Una calma inusual, desconocida, le estaba embargando, embriagando, y la iba envolviendo sin que fuera capaz de mover un dedo. Sin saber porqué. Y, peor aún, ¿era algo bueno? Sabía, o creía, que necesitaba un cambio. Cambiar. Dar otra vuelta más a su vida. A su estilo. A su manera de hacer las cosas. ¿Qué? ¿Cómo? ¿Cuándo? ¿Dónde? No sabía. No saber. Un escalofrió recorrió su espalda. Quería más, más, MÁS.</p>
<p style="text-align:justify;">Y gritó. Gritó al mundo, se gritó a si misma, le gritó al mar, al viento, al inverno. Pero todo siguió igual. Ni el eco tuvo la deferencia de escucharla. Y siguió sentada, sola, viendo el viento pasar. El mar. Las olas. Y una nube de preguntas sin formular.</p>
<p style="text-align:justify;">Al final, el único cambio esa noche quedó, sólo, en el papel.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[SER, ESTAR, PERMANECER...]]></title>
<link>http://puramariagarcia.wordpress.com/2009/11/25/stay-on-vimeo/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 11:06:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>pura maria garcia</dc:creator>
<guid>http://puramariagarcia.wordpress.com/2009/11/25/stay-on-vimeo/</guid>
<description><![CDATA[Quiero permanecer en el centro de tu movimiento inquieto, en las manos de tu espíritu. Quiero invoca]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><span style="color:#ff9900;"><strong>Quiero permanecer en el centro de tu movimiento inquieto, en las manos de tu espíritu.</strong></span></p>
<p><span style="color:#ff9900;"><strong>Quiero invocar al fuego universal de la esencia íntima que nos conmueve cada día.</strong></span></p>
<p><span style="color:#ff9900;"><strong>Quiero ser una casa abierta, transformada en avenida transitada por tus pensamientos y tus palabras.</strong></span></p>
<p><span style="color:#ff9900;"><strong>Quiero ser una habitación al alcance de tus ojos curiosos y soñadores.</strong></span></p>
<p><span style="color:#ff9900;"><strong>Allá donde tu mirada se detenga, la esperanza crecerá y podré ser el alma que danza constelada en medio de aquellos que entran y salen de la mar serena de los cuerpos y la piel.</strong></span></p>
<p><span style="color:#ff9900;"><strong>Quiero ser aire en tu aliento, voz callada en tus preguntas, dedos inquietos en tus manos.</strong></span></p>
<p><span style="color:#ff9900;"><strong>Quiero ser, permanecer en lo que eres, unida a lo que fuiste, presagiadora de lo que todavía has de ser.</strong></span></p>
<h3><span style="display:block;width:425px;margin:0 auto;"> <embed src='http://widgets.vodpod.com/w/video_embed/ExternalVideo.900502' type='application/x-shockwave-flash' AllowScriptAccess='always' pluginspage='http://www.macromedia.com/go/getflashplayer' wmode='transparent' flashvars='' /></span></h3>
<div style="font-size:10px;">
<h3>more about &#8220;<a href="http://vodpod.com/watch/2574247-stay-on-vimeo?pod=">Stay on Vimeo</a>&#8220;, posted with <a href="http://vodpod.com?r=wp">vodpod</a></h3>
</div>
<p><em>S T A Y</em></p>
<p><em>Choreographer and performer : Yin Yue</em></p>
<p><em>Composer and video : Daniel Dorobantu &#8211; &#8220;Looking Through Glass&#8221;</em></p>
<p><em>This solo has been selected to 08 DanceNow Festival, New York</em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[una disavventura ridicola]]></title>
<link>http://lascuolainrete.wordpress.com/2009/11/25/una-disavventura-ridicola/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 09:12:41 +0000</pubDate>
<dc:creator>marco1997</dc:creator>
<guid>http://lascuolainrete.wordpress.com/2009/11/25/una-disavventura-ridicola/</guid>
<description><![CDATA[Una disavventura ridicola Stamattina sono caduta lunga distesa in una pozzanghera. Era lunga come me]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Una disavventura ridicola<br />
Stamattina sono caduta lunga distesa in una pozzanghera. Era lunga come me e poco profonda; la pozzanghera era sporca e lurida e formata da acqua e fango e ci galleggiavano mozziconi di sigarette. Aveva un terrificante da foglie e spazzatura. Accade tutto, quando quel brutto pitbul dei vicini mi spaventò, io mi misi a correre e scivolai su una buccia di banana. </p>
<p>2°<br />
Stamattina sono caduta lunga distesa in una pozzanghera, i miei vestiti erano completamente fradici e puzzavano. I miei compagni di scuola appena mi videro cadere non mi presero in giro ma risero a crepapelle. Io ero diventata subito rossa; mi vergognai. Quando passò una mia compagna mi aiutò ad alzarmi e strada facendo gli raccontai cos’era successo&#60;&#62; Quando entrai a scuola mi recai subito in bagno per cambiarmi e per mettermi i vestiti da festa che sbadatamente ho messo oltre i vestiti di fisica nello zainetto. Questo episodio non lo dimenticherò mai. </p>
<p>Elisa laura</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[avventura ridicola]]></title>
<link>http://lascuolainrete.wordpress.com/2009/11/25/avventura-ridicola/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 09:12:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>marco1997</dc:creator>
<guid>http://lascuolainrete.wordpress.com/2009/11/25/avventura-ridicola/</guid>
<description><![CDATA[Stamattina sono caduto lungo disteso in una pozzanghera. Appena uscito di casa, mi sono diretto come]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>
Stamattina sono caduto lungo disteso in una pozzanghera.<br />
Appena uscito di casa, mi sono diretto come al solito verso il centro della città.<br />
Ero a metà strada quando d’un tratto inciampai sul dorso bagnato di una tartaruga, era a quadratini gialli e marroni, ma quella bella tartaruga mi fece cadere lungo disteso su una pozzanghera. Dopo avermi fatto un bagno mi rialzai e presi in braccio; non feci neanche in tempo a fare un passo, quando inciampai su una buccia di banana.<br />
Mi feci un altro bagno ma poi proseguii e questa volta non trovai più nessuna trappola con tartarughe alte due metri o bucce di banana.<br />
Matteo</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[adolescenza]]></title>
<link>http://lascuolainrete.wordpress.com/2009/11/25/adolescenza/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 09:10:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>marco1997</dc:creator>
<guid>http://lascuolainrete.wordpress.com/2009/11/25/adolescenza/</guid>
<description><![CDATA[C è qualcuno che definisce l&#8217; adolescenza età incerta ,secondo me &#8230; secondo me nella vit]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>C è qualcuno che definisce l&#8217; adolescenza età incerta ,secondo me &#8230;<br />
secondo me nella vita molto spesso l&#8217;adolescenza è il periodo più difficile, tutti fanno di tutto per non restare soli, &#8220;per entrare nel gruppo&#8221; e per farsi accettare.Non tutti,come me , sono capaci di parlare apertamente con i propri genitori le uniche persone che ci danno &#8220;sollievo&#8221; sono i nostri coetanei perchè pensiamo che ci capiscano meglio e che ci aiutano.<br />
Secondo me questo nostro atteggiamento credo sia sbagliato.<br />
Le preoccupazioni per noi addolescenti sono parecchie, come ad esempio l&#8217;aspetto fisico che per molte persone è punto fondamentale per essere accettati nel gruppo e come diconoi genitori questo è colpa soprattutto della televisione e dei modelli sbaglaiati che vengono oltre modo sponsorizzati.<br />
dobbiamo capire che bisogna accettare se stessi per essere accettati secondo me molto spesso nascondiamo la nostra sensibilità alle altre persone e ciò ci porta a chiuderci noi stessi.<br />
Per me l&#8217; adolescenza è difficile perchè in qualche siamo noi che vogliamo vederla così,non accettiamo i cambiamenti e ci chiudiamo in noi fino a dare colpa alla famiglia, alla scuola e molto spesso a noi stessi.<br />
Tutti questi problemi credo che ci servono a maturare e arrivera il giorno in cui capiremo che questo periodo difficile l&#8217;abbiamo vissuto male e non al meglio delle nostre possibilità.<br />
Intanto godiamoci la nostra vita da bamaini spensiarati, sempre felici e quella cosa strana l&#8217;adolescenza che ci fa un pò paura ma siamo curiosi di scoprirla la viviremo &#8220;POI&#8221;</p>
<p>Elena T.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[una avventura ridicola]]></title>
<link>http://lascuolainrete.wordpress.com/2009/11/25/una-avventura-ridicola/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 08:51:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>marco1997</dc:creator>
<guid>http://lascuolainrete.wordpress.com/2009/11/25/una-avventura-ridicola/</guid>
<description><![CDATA[Stamattina sono caduto lungo disteso in una pozzanghera. Ho fatto una figuraccia perchè affianco a m]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Stamattina sono caduto lungo disteso in una pozzanghera.<br />
Ho fatto una figuraccia perchè affianco a me c&#8217;era una scorrimano sul quale potevo sollevarmi.<br />
Ma del disastro non è quello, è che quando sono caduto affianco a me c&#8217;erano dei bulli di quali mi avrebbero preso in giro fino alla morte, a me non importava più di tanto perchè dietro a me c&#8217;era una ragazza che piaceva al mio amico.<br />
Per tutta risposta mi sono alzato e corsi via;perchè non mi era mai capitata una tale figuraccia.<br />
Poco dopo il mio amico mi accorse dietro ai cespugli dove mi sentivo al sicuro dalle deresioni.<br />
Il problema è che avevo lezione poco quindi i pantaloni non si avrebbero acsiugati.<br />
appena entrato a scuola sono andato in bagno e mi sono messo i pantaloni del giorno prima di educazione fisica.<br />
I bulli non avevano più motivo di offendermi ma&#8230; (pensate che questo gli abbia fermati) loro ricominciarono a ricordarmi l&#8217;accaduto, e il peggio doveva ancora venire.<br />
Appena alle 8.05 suonò la campanella entrammo in classe; i bulli interruppero l&#8217;insegnante raccontando l&#8217;accaduto.<br />
Dopo qualche secondo di assoluto silenzio tutta e dico tutta la classe scoppiò a ridere compresa la prof.<br />
Non mi sono mai vergognato così tanto fino a quel momento!</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Medos]]></title>
<link>http://docedeclinio.wordpress.com/2009/11/25/medos/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 03:38:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>Dos Sonhos</dc:creator>
<guid>http://docedeclinio.wordpress.com/2009/11/25/medos/</guid>
<description><![CDATA[    Eu já estava no ônibus, quando percebi que tinha um pouco de medo do que podia ter acontecido. E]]></description>
<content:encoded><![CDATA[    Eu já estava no ônibus, quando percebi que tinha um pouco de medo do que podia ter acontecido. E]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Poemas do livro "Chão de terra batida"]]></title>
<link>http://rudineiborges1.wordpress.com/2009/11/25/poemas-do-livro-chao-de-terra-batida/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 01:58:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>Rudinei Borges</dc:creator>
<guid>http://rudineiborges1.wordpress.com/2009/11/25/poemas-do-livro-chao-de-terra-batida/</guid>
<description><![CDATA[Apresentação Eu nasci no mato, Joana. Sou filho do garimpeiro, seringueiro, pescador: Fulano da Silv]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><strong>Apresentação</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Eu nasci no mato, Joana.</p>
<p style="text-align:justify;">Sou filho do garimpeiro,</p>
<p style="text-align:justify;">seringueiro,</p>
<p style="text-align:justify;">pescador:</p>
<p style="text-align:justify;">Fulano da Silva.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Joana, eu nasci no mato.</p>
<p style="text-align:justify;">Sou filho da lavadeira,</p>
<p style="text-align:justify;">dona de casa,</p>
<p style="text-align:justify;">devota de Nossa Senhora:</p>
<p style="text-align:justify;">Beltrana dos Santos.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Joana, eu nasci no mato, Joana.</p>
<p style="text-align:justify;">Sou caboclo poeta,</p>
<p style="text-align:justify;">poeta caboclo:</p>
<p style="text-align:justify;">Sicrano da Silva Santos.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">O verso é meu ofício.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Meninos da Sétima Rua</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Tenho saudades do que é breve</p>
<p style="text-align:justify;">e vai para além dos barcos.</p>
<p style="text-align:justify;">Esvai com a alvorada.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Saudades do menino cálido,</p>
<p style="text-align:justify;">que se perdeu nos campos</p>
<p style="text-align:justify;">entre o cais e o beco</p>
<p style="text-align:justify;">e a tenra ilusão dos fósseis.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Saudades daquele menino:</p>
<p style="text-align:justify;">amante das ruas,</p>
<p style="text-align:justify;">andarilho das tardes.</p>
<p style="text-align:justify;">O meu menino.</p>
<p style="text-align:justify;">Eu mesmo.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Nascimento de Maria Fernanda</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Não tenho razões</p>
<p style="text-align:justify;">para ser</p>
<p style="text-align:justify;">maior que o tempo.</p>
<p style="text-align:justify;">Nem menor</p>
<p style="text-align:justify;">que o instante vago.</p>
<p style="text-align:justify;">Sou apenas o vento</p>
<p style="text-align:justify;">e estou onde quero</p>
<p style="text-align:justify;">como se não quisesse nada.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Nascimento de Thiago Gonçalves</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Tenho que prenunciar o cais,</p>
<p style="text-align:justify;">as mulheres grávidas,</p>
<p style="text-align:justify;">o pasto e a cerca.</p>
<p style="text-align:justify;">O ombro dos pais</p>
<p style="text-align:justify;">quando é tempo de colheita.</p>
<p style="text-align:justify;">A mão das mães</p>
<p style="text-align:justify;">diante do fogão à lenha.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Tenho que prenunciar a tarde.<strong></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Catedral de Sant’Ana</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Quem é livre</p>
<p style="text-align:justify;">quando calam os sinos</p>
<p style="text-align:justify;">e os candelabros?</p>
<p style="text-align:justify;">Quando a manhã parte</p>
<p style="text-align:justify;">levando os montes?</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Ninguém é livre</p>
<p style="text-align:justify;">quando não ama</p>
<p style="text-align:justify;">a intensidade da chama.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Só é livre</p>
<p style="text-align:justify;">a alma branda</p>
<p style="text-align:justify;">quando a paixão doma</p>
<p style="text-align:justify;">a carne</p>
<p style="text-align:justify;">e as marés lentas</p>
<p style="text-align:justify;">tocam cítaras.<strong></strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>O poeta</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Parece estar mais próximo do outro mundo. Está. Quando dorme a profundeza do sono o poeta rompe a porta das coisas e vai às ilhas que ninguém conhece.</p>
<p style="text-align:justify;"> Vê na flor não o que a flor não é. Vê na flor o singelo encanto e furta das pétalas a luz do dia.</p>
<p style="text-align:justify;"> A lamparina acesa atravessa a madrugada. Junta o alfarrábio e o tinteiro à escrivaninha. Tece metáforas em silêncio como se contasse segredos a ninguém.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Consigo já não pode. Nem com os demais.</p>
<p style="text-align:justify;">Chora aqueles que perderam a amada.</p>
<p style="text-align:justify;">Sente na mão a dor das chagas,</p>
<p style="text-align:justify;">porque nele todas as dores se encontram.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Nasce a poesia.</p>
<p style="text-align:justify;">E o poeta devolve às pétalas</p>
<p style="text-align:justify;">a luz do dia</p>
<p style="text-align:justify;">tecida em palavras.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Canção das mães</strong> </p>
<p style="text-align:justify;">Meu filho não é meu.</p>
<p style="text-align:justify;">É do mundo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ele dorme no</p>
<p style="text-align:justify;">meu colo</p>
<p style="text-align:justify;">a viagem inteira.</p>
<p style="text-align:justify;">como se fosse meu.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Logo irei soltá-lo</p>
<p style="text-align:justify;">na estação.</p>
<p style="text-align:justify;">Para onde irá</p>
<p style="text-align:justify;">não sei.</p>
<p style="text-align:justify;">Mas um dia</p>
<p style="text-align:justify;">voltará.</p>
<p style="text-align:justify;">E de novo no</p>
<p style="text-align:justify;">meu colo</p>
<p style="text-align:justify;">dormirá</p>
<p style="text-align:justify;">o sono matinal.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Altar</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Mãe rezava o rosário inteiro</p>
<p style="text-align:justify;">antes de dormir.</p>
<p style="text-align:justify;">E eu baixinho repetia</p>
<p style="text-align:justify;">as palavras da mãe:</p>
<p style="text-align:justify;">amar significa olhar para as coisas</p>
<p style="text-align:justify;">sem sentir saudades delas.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>O cemitério dos bichos</strong></p>
<p style="text-align:justify;">O fundo do quintal</p>
<p style="text-align:justify;">era o cemitério dos bichos.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando morria gato e cachorro</p>
<p style="text-align:justify;">era lá que a mãe enterrava.</p>
<p style="text-align:justify;">Um dia morreu a nossa cadelinha</p>
<p style="text-align:justify;">e não teve jeito: fiz promessa,</p>
<p style="text-align:justify;">enxuguei lágrimas e rezei</p>
<p style="text-align:justify;">para que Nossa Senhora</p>
<p style="text-align:justify;">intercedesse por ela no céu.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A festa de São Lázaro</strong></p>
<p style="text-align:justify;"> A tia fazia festa no dia de São Lázaro. Mandava trazer rezadeira a cavalo. Mandava chamar gente da vila. Parente da cidade. Toda a vizinhança chegava animada. Tinha bolo e garapa de cana. O povo cantava. O povo rezava. O povo ria. Um homem contava pela centésima vez como caçou uma onça pintada. Os outros ficavam calados. E uma mulher gorda de peitos caídos tirava uma sacola de dentro da saia e escondia fatias de bolo pra levar pros filhos.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Casa de farinha</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Deus veio conhecer a casa de fazer farinha do vô. Sorte de Deus que virou amigo do vô. Agora Deus sempre leva farinha pro céu.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Auto do mato</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Um dia vi Deus no meio do mato. Ele riu e fez um sinal com a mão para que eu chegasse bem perto dele. Eu deitei no colo de Deus e senti uma saudade forte dum tempo que não sei qual é.</p>
<p style="text-align:justify;">Contei pra Deus que se eu não fosse menino queria ser um boto tucuxi pra ficar o dia todo brincando no rio. Mãe ralhou comigo. Disse que boto tucuxi não brinca o dia todo.</p>
<p style="text-align:justify;">Deus me contou que se não fosse Deus queria ser uma aranha pra ficar o dia todo tecendo teias bonitas. Mãe ralhou com Deus. Disse que aranha não tece teias o dia todo.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Capelinha de Nossa Senhora das Graças</strong></p>
<p style="text-align:justify;">O padre alemão falava enrolado. As meninas rezavam a Ave-Maria em latim. Dona Benedita no alpendre da casa contemplava um beija-flor namorando a roseira. O menino vestido de anjo subia a ladeira da Passagem Dr. Nelson. O rapaz olhava o semblante da moça morena. O homem carpia o terreiro da capelinha. Uma mulher anunciava o fim do mundo. A outra paparicava o marido que veio do garimpo. Um homem de chapéu dizia que não gostava de árvore. A professora contava a história de Francisco Orellana, o desbravador do Rio Amazonas. O sacristão puxava o sino da catedral de Sant’Ana. O velho coronel imaginava atrocidades. Um menino vendia peixe. O outro pescava tucunaré. Uma menina do povo munduruku fazia colares com penas de arara. Um barco partia para Aveiro. A freira dava bolo para as crianças. Um homem descalço suava e chorava. Carregava uma cruz pesada.</p>
<p style="text-align:justify;">E eu nem sabia o que era Sexta-feira da Paixão.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Encantamento</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Foi uma árvore que me ensinou a falar paralelepípedo.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Árvore II</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Árvore fala como gente ou é gente que fala como árvore? Não sei. Mas gosto muito de árvore, porque árvore ri de um jeito engraçado.</p>
<p style="text-align:justify;">Acho que árvore tem cócegas.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Praça do Centenário</strong></p>
<p style="text-align:justify;">No norte do Brasil há casas de barro em ruas de barro. Um dia vi Deus empinando pipa.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>O eldorado</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Quando era menino queria ser dono dum barco que viajasse para todos os lugares do mundo até chegar ao eldorado. E dizia entusiasmado: </p>
<p style="text-align:justify;">– Paula será tripulante. Beto capitão. Mãe vigiará dia e noite para alcançarmos o eldorado antes da nau de Pedro Álvares Cabral. </p>
<p style="text-align:justify;">Buscava o eldorado como o paraíso. Mas já havia encontrado.</p>
<p style="text-align:justify;">  </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Moacir Dias</strong> </p>
<p style="text-align:justify;">O vô tinha jeito de índio. Cabelo de índio. Cor de pele de índio. Mas o vô não sabia o que era oca e aldeia. Acho que o vô era uma mistura de índio com português.</p>
<p style="text-align:justify;">O vô gostava de mato, dos mistérios do mato. Conhecia de longe paca, tatu, caititu, capivara. Já tinha visto onça e gato selvagem. Sabia nome de bicho que ninguém sabe, nome de árvore que ninguém sabe.</p>
<p style="text-align:justify;">O vô também gostava de carpir, preparar a terra, plantar mandioca. Gostava de ver o mandiocal crescer ao redor da casa de barro. Tempos depois o vô arrancava a raiz, deixava a mandioca virar puba e colocava a massa num forno à lenha. Era assim que o vô fazia farinha.</p>
<p style="text-align:justify;">Dava vontade de ter fome sempre.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A mãe</strong></p>
<p style="text-align:justify;">A mãe era mulher bonita. Tinha os olhos morenos, a alma morena. Tinha um jeito engraçado de sentir perfume nas coisas, de arrumar a casa, de lavar as roupas, de rezar pros mortos, de rezar pros vivos, de contar histórias do tempo da bisa.</p>
<p style="text-align:justify;">A mãe tinha um jeito de chorar de repente, de amar de repente. Um jeito de arar a terra, de plantar erva cidreira, capim santo, mastruz, hortelã. Um modo de fazer chá pra dor de barriga, xarope pra gripe.</p>
<p style="text-align:justify;">A mãe tinha um jeito de olhar pras coisas que eu não entendia.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A cacimba</strong> </p>
<p style="text-align:justify;">A vó tinha um quintal grande. Quintal tomado de árvore: pé de ingá, jambo, mangueira: casa de curió, marimbondo, periquito. No fundo do quintal, perto da cerca que dava com a casa da Dona Paula (uma negra risonha e brava), a vó mandou fazer uma cacimba.</p>
<p style="text-align:justify;">Dentro da terra úmida fi cavam escondidas minas quietinhas e a água da cacimba era clara, fria. Deixava todo mundo arrepiado. Mas das minas saiam muçuns, bicho estranho. Eu tinha medo daquilo. Devia ser coisa do outro mundo. Coisa que aparece só em sonho. Coisa encantada. Mas eu não gostava de muçum. Nem pra fazer judiação. Nem pra levar nas aulas de ciências.</p>
<p style="text-align:justify;">A vó também mandou fazer um jirau e as mulheres do bairro iam lavar as roupas do marido, dos filhos e do patrão. Aparecia roupa de toda parte. Roupa feia e bonita. Roupa rasgada e remendada. Foi lá que a mãe lavou a minha camisa da primeira comunhão. A toalha vermelha de mesa que eu achava bonita – a mãe colocava no natal. Eram tardes inteiras ali. Eu sentava debaixo das árvores e quando a mãe chamava ia com um balde tirar água da cacimba pra colocar numa bacia velha de alumínio.</p>
<p style="text-align:justify;">Foi naquela cacimba que eu li pela primeira vez Fernando Pessoa.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Crônica de escola]]></title>
<link>http://rudineiborges1.wordpress.com/2009/11/25/cronica-de-escola/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 01:42:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>Rudinei Borges</dc:creator>
<guid>http://rudineiborges1.wordpress.com/2009/11/25/cronica-de-escola/</guid>
<description><![CDATA[ “&#8230; vi através das vidraças da escola, no claro azul do céu, por cima do morro do Livramento, ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><strong></strong> <em>“&#8230; vi através das vidraças da escola, no claro azul do céu, por cima do morro do Livramento, um papagaio de papel, alto e largo, preso de uma corda imensa, que bojava no ar, uma coisa soberba.”</em> (Machado de Assis – <em>Conto de escola</em>)</p>
<p style="text-align:justify;">Comecei a estudar só aos sete anos, quando a minha família deixou a Rodovia Cuiabá-Santarém e foi morar na cidade. Em verdade, nesta época eu não entendia o que era escola. Sentia apenas uma admiração engraçada por quem sabia ler. Queria decifrar as palavras pequenas que ficavam embaixo das ilustrações grandes dos livros de conto e fábula. Era o desejo de desvendar mistérios, de descobrir o tesouro enterrado.</p>
<p style="text-align:justify;">Fui matriculado numa escola velha, de parede e portas riscadas e o teto cheio de goteiras. A lousa tinha buraquinhos teimosos. Da cozinha chegava um cheiro bom de mingau de aveia. A escola Raimundo Pereira Brasil levava nome de coronel da borracha, do tempo em que muitos homens na Amazônia esbanjavam riquezas. Muitos ali eram filhos de garimpeiros que iam para o Alto Rio Tapajós tentar a sorte de toda maneira, por vezes sucumbindo às doenças e à violência nos garimpos.</p>
<p style="text-align:justify;"> A professora despertava uma mistura de respeito e paixão quando olhava para os alunos vestidos de camiseta branca e calça em tergal azul-marinho. Ela entrava na sala de aula com um monte de livros, com desenhos de bichos e letras. E nos fazia colorir os desenhos de bichos e letras, depois colocava num mural. Assim, descobri as vogais e consoantes. E vi nascer numa lauda branca do meu primeiro caderno o meu nome que não era de coronel da borracha nem de garimpeiro, mas somente um menino filho de migrantes vindos das terras do Tocantins. Também vi nascer o nome das coisas nas placas das lojas, nas bancas da feira: quiabo, farinha, pirarucu, cará, ingá e arroz. Aprendi a escrever o nome da mãe, da vó, do vô, dos irmãos. O nome dos parentes vivos e mortos. O nome dos parentes que estavam pra nascer. Era uma vontade desmesurada de escrever e soletrar as palavras, uma espécie ingênua de encantaria que beirava o sublime.</p>
<p style="text-align:justify;"> No recreio o mundo girava e o silêncio das aulas perdia-se num monte de cochichos, risos incandescentes e gritos desavisados. Corria-se não sei pra onde. Escondia-se feito mariposa nas árvores. E todos os raios do sol ganhavam uma ternura estranha como se não houvesse sofrimento fora dali. A escola velha parecia novinha em folha. O ânimo reinava mesmo com a diretora brava e as lágrimas quando as notas eram abaixo da média.</p>
<p style="text-align:justify;">Com as palavras também vieram os números e a tabuada e os cálculos infindos: duas mangas mais duas mangas. Quanto custa o suco de cupuaçu? Qual o preço da cocada? Aprendi a contar o troco, a comprar pão na Padaria do Celso. E vi que conseguir dinheiro custava o suor dos homens, a vida dos homens.</p>
<p style="text-align:justify;"> Atrás da escola havia um matagal imenso, casa de passarinho e calango. Lá o vento brincava com os galhos das árvores altas que se aproximavam das nuvens em forma de cavalos valentes. Eu tinha medo. Diziam que naquele matagal morava a Matinta Perera. Conforme a lenda, a Matinta Perera ou Matim-Taperê é uma velha acompanhada de um pássaro, que emite um assobio agudo. Ocasião em que se promete tabaco ou fumo. A velha carrega a sina de &#8220;virar&#8221; Matinta Perera. À noite ela se transforma num ser espantoso e assombra as pessoas.</p>
<p style="text-align:justify;"> O que mais marcou o meu primeiro ano na escola foi o dia em que a professora faltou e um professor substituto veio com um livro grosso e o abriu para que as histórias que moravam lá dentro viessem nos visitar. Vi passear diante de meus olhos a boneca Emília e o saci-pererê; o menino maluquinho; o pavão misterioso; a pequena vendedora de fósforo; o patinho feio; o Visconde de Sabugosa; Pinóquio e Gepeto; Chicó e João Grilo. No fim da aula o professor abriu o livro de Saint-Exupéry e leu a seguinte passagem: “A raposa conversava com o principezinho: A gente só conhece bem as coisas que cativou. Os homens não têm mais tempo de conhecer coisa alguma. Compram tudo prontinho nas lojas. Mas como não existem lojas de amigos, os homens não têm mais amigos. Se tu queres um amigo, cativa-me!”</p>
<p style="text-align:justify;">Desde então, também quis criar histórias e labutar com as palavras como labutam os escritores e os poetas. E para isso era preciso, além de imaginação, muito conhecimento. Era preciso conquistar uma minuciosa intimidade com a língua que falamos e com o modo de escrevê-la.</p>
<p style="text-align:justify;">Dentro da pequena sala de aula o mundo grande, o mundão, veio até mim com os seus percalços e armadilhas. E pude, e posso, trilhar o meu desajeitado itinerário, onde planto sementes e tempestades.</p>
<p style="text-align:justify;">Nunca mais vi a minha primeira professora e, hoje, pouco sei de meus colegas. Mas guardo uma fotografia viva e colorida em minhas memórias. É como se estivessem todos lá e eu me orgulhasse dia a dia de tê-los conhecido.</p>
<p style="text-align:justify;">*Publicado no livro &#8220;Construindo saberes&#8221; (In House, 2009)</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Entrevista com o escritor Rudinei Borges]]></title>
<link>http://rudineiborges1.wordpress.com/2009/11/25/entrevista-com-o-escritor-rudinei-borges/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 01:37:51 +0000</pubDate>
<dc:creator>Rudinei Borges</dc:creator>
<guid>http://rudineiborges1.wordpress.com/2009/11/25/entrevista-com-o-escritor-rudinei-borges/</guid>
<description><![CDATA[  por Cristina Lima   Em 2009, o poeta e escritor paraense Rudinei Borges, que atualmente mora em Sã]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>por Cristina Lima</strong></p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Em 2009, o poeta e escritor paraense Rudinei Borges, que atualmente mora em São Paulo, publicou o seu primeiro livro de poesia, <em>Chão de terra batida</em>. Numa entrevista concedida via e-mail, Rudinei conta como a infância no interior da Amazônia influencia a sua criação poética. Acompanhe os principais momentos da entrevista.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Cristina Lima -</strong> <em>Apresentação</em>, poema que abre o seu primeiro livro, <em>Chão de terra batida</em>, inicia com o verso que diz “Eu nasci no mato, Joana”. Na parte final do livro em um texto que você nomeou de <em>Autorretrato</em> há outra vez esta afirmação, “sou um poeta do mato”. Por que esta fixação pelo mato? Qual o significado do mato ou da floresta em sua poesia?</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Rudinei Borges -</strong> Não diria que há uma fixação pela imagem do mato. Mas, em verdade, há um itinerário a ser percorrido em meu primeiro livro e ele parte do tema da infância. Quando recordo os primeiros anos de minha vida, o que tenho guardado na memória são imagens da mata amazônica, da simplicidade do cotidiano, da figura materna e da imensidão das águas. Na Amazônia os rios são imensos. O mato talvez signifique o lugar primeiro. O que Barcherlad chama de poética do espaço. É onde nasci e de onde vim. Quando afirmo que sou um poeta do mato não estou delimitando o meu espaço, mas reconhecendo a minha própria origem. Tenho textos e poemas que evocam uma realidade absolutamente urbana, como a vida em uma cidade cosmopolita como São Paulo. No entanto, o meu chão primeiro, a minha manjedoura, é o interior do Pará. E eu quis que o meu primeiro livro fosse impregnado desta saudade do mato, da floresta. É quase como uma tentativa de fundir e confundir a infância com o local onde ela aconteceu.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C. L -</strong> Então, conte-nos sobre a cidade onde você nasceu.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. -</strong> Eu nasci em Itaituba, cidade do oeste do Pará. Costumo enfatizar que fica às margens do Rio Tapajós, porque é um lugar muito bonito. Nasci na cidade, porém logo fui levado para o interior. Vivi na Rodovia Transamazônica e na Santarém-Cuiabá. A minha mãe foi caseira de sítio, cozinheira de fazenda. Itaituba foi e ainda é um município muito grande. Deve ter uns cem mil habitantes. Em geral, é possível conhecer boa parte das pessoas. Foi um lugar famoso pela exploração de ouro. Cresci ouvindo histórias de garimpeiros. Vi mulheres criando os filhos sozinhas, enquanto os maridos desejavam a riqueza no Alto Tapajós. Creio que o ouro não deixou riqueza nenhuma para a cidade. Só a poluição ocasionada pelo uso de mercúrio na extração daquele metal. Os meus pais são migrantes e foram para o Pará com a abertura da Tranzamazônica. Foram acompanhando os meus avós e lá se conheceram. O que acho interessante é que o migrante é sempre tomado de esperança, ele acredita que o lugar para onde vai será melhor. Nem sempre é assim. Alguns chamam a estrada inaugurada pelos militares, que até hoje não foi pavimentada, de Transamargura. Um apelido bem apropriado, eu acho. A vida não é fácil naquela parte do Brasil. Penso que o fato de a estrada não ser pavimentada propiciou que eu guardasse uma lembrança, um sentimento forte pelo barro. Na transamazônica há atoleiros gigantescos. Num dos meus versos eu escrevo: “no norte do Brasil há casa de barro em ruas de barro”. Outra vez tento fundir as imagens. As ruas de barro e as casas de barro são a mesma coisa. E termino com “um dia vi Deus empinando pipa”. O que percebo agora ao falar com você é que apesar de um provável cotidiano sofrível eu mantenho as mesmas esperanças do migrante. Tenho a impressão que em <em>Chão de terra batida</em> o cotidiano é cantado com certa ternura. De certa forma eu acredito no cotidiano. O cotidiano da pequena Itaituba e de todas as cidades muito me interessam.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C. L -</strong> Quando você veio para São Paulo?</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. -</strong> Eu mudei para São Paulo nos fins de janeiro de 2003. Tenho este hábito de usar a expressão “fins”. É uma quase certeza de que o fim nunca é um só. Há vários, então. Como deve haver inúmeros começos. Como comentei, eu cresci numa cidade pequena e cresci com o desejo de conhecer outras cidades. Por alguns anos, como muitos jovens, nutri um forte anseio de ir para lugares distantes. Queria viajar pelo mundo. Acho que tem algo haver com a leitura que fiz do diário de viagem de Ernesto Che Guevara ou com a vida de Rimbaud. Aliás, Rimbaud sempre me fascinou muito. Ele também veio do interior como eu. Porém, ainda não alcancei o mundo. O máximo que consegui chegar foi em São Paulo, que é um universo enigmático. Tenho vontade de deixar tudo e partir para uma viagem Brasil a dentro, Amazônia a dentro. Partir numa caravana como fez Mário de Andrade. Descer o inferno, como Drummond chamou a viagem de Mário. Um dia vi num livro uma foto de Mário de Andrade no porto velho de Santarém. Era uma fotografia antiga. Eu queria ser como aquele poeta que viajava atrás das raízes de seu país. Queria ser como o poeta que escreveu Macunaíma. Quando cheguei em São Paulo fui visitar o túmulo de Mário como um filho perdido que visita o pai distante. Senti alguma emoção. Engraçado, não escondo que sou guardador deste envolvimento familiar com as coisas. Lembro que certa vez peguei um caderno e fui perguntar para a vó o nome de todos os nossos parentes. Queria saber tudo. O nome de todos. Sou uma espécie de filho agarrado-desgarrado. Pareço distante, mas ao mesmo tempo ligado às minhas raízes. Preciso dizer que antes de vir para São Paulo, eu morei um ano em Santarém. Logo completei dezoito anos e terminei o Ensino Médio, em 2001, eu saí de casa. Em São Paulo me formei em Filosofia, comecei a lecionar e atualmente sou mestrando em Filosofia da Educação na Universidade de São Paulo – USP.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C. L. &#8211; </strong>Você gosta de São Paulo?</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. -</strong> Gosto de Sampa. Por vezes, sinto certa aflição. É como se eu sentisse a cidade encravada dentro de mim. Preciso olhar o mar e os rios. O que é mais difícil é que não há um rio como o Tapajós na cidade de São Paulo. Por um tempo, eu achava inadmissível uma cidade que não fosse às margens de um rio. As cidades que são referências para mim estão localizadas às margens de grandes rios, como o Amazonas. Falo de Itaituba, Altamira, Santarém e Belém. Falo de Alenquer, Oriximiná, Óbidos e Monte Alegre. São todas cidades paraenses. Eu só conheci o mar em 2003. Faz pouco tempo. O meu mar era o Amazonas. São Paulo é um mundo misterioso de casas, edifícios, pontes, avenidas e pessoas diferentes. Inusitadas. Você olha para um lado e para o outro e ainda não conhece nada. Lembro que o que mais me impressionou no centro foi o Viaduto do Chá. Até hoje não sei as razões. O Viaduto do Chá esconde uma espécie de magia que eu não entendo. Juro que não entendo. Quando quero me sentir bem e em paz ando por ali. Atravesso o viaduto, contemplo o Vale do Anhangabaú e o Teatro Municipal. É um sentimento sem explicação. Muitos falam e têm razão: tudo acontece em São Paulo. A vida cultural é o que mais me anima. É possível conhecer poetas e escritores. É possível ir às peças de teatro mais experimentais. Tenho uma ligação forte com o teatro. E quando vejo o encontro de teatro e poesia sinto grande alegria. Em Itaituba, eu atuava em performances com poemas na escola, na igreja e até nas praças. Em São Paulo fiz por um tempo o curso do Teatro Escola Macunaíma, mas depois tranquei por falta de dinheiro. O teatro é um sonho que não consigo alcançar. Ora fica perto e ora está distante. Diante destes percalços, prometi que vou escrever peças de teatro, que vou manter uma relação com o teatro de algum modo. Penso que eu escolhi o teatro, mas o teatro não me escolheu. Gosto de atores como  Gero Camilo, Marat Descartes. Eles nem sabem que eu existo, mas gosto do trabalho deles. Certa noite, em 2008, vi uma peça em que atuava a atriz Juliana Galdino. Meu Deus, aquilo me levou a uma sensação do sublime que eu nunca havia experimentado. Voltando aos poetas e escritores, deixa-me confessar: desde a adolescência esperava conhecer os poetas Ferreira Gullar e Adélia Prado. Como também o meu mestre, Thiago de Mello, e o poeta Manoel de Barros. Conheci três deles. Faltou o Manoel de Barros. Sou da Amazônia, entretanto foi em São Paulo que pude conversar com o Thiago de Mello. Em São Paulo pude confirmar a sua real existência. Talvez eu leve pela vida toda o peso de não ter conhecido o poeta Manoel de Barros. Não tenho como ir ao estado onde ele mora. Nem tenho os contatos necessários para essa empreitada. Devo dizer também que em São Paulo a vida é cruel e difícil. As pessoas trabalham muito e talvez não vivam com a qualidade necessária. A educação e o transporte público, por exemplo, deixam muito a desejar. Conheci comunidades como Heliópolis. Lá a maior parte do que há para os jovens e as famílias é conquista ardorosa da comunidade e não necessariamente da autoridades ditas competentes. A violência me assusta. Já fui assaltado. A miséria nas ruas também é triste e vergonhosa. Isso é São Paulo.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C. L. -</strong> Você citou alguns poetas. Quais poetas mais o influenciam?</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. -</strong> As minhas influências são um paradoxo. Leio e estudo diferentes expressões da poesia e da prosa. Tudo o que é literatura me interessa, na verdade. No meu primeiro livro, <em>Chão de terra batida</em>, identifico algumas influências claras e até inegáveis. O meu modo de ser poeta em <em>Chão de terra batida </em>resulta da escolha por enxergar o cotidiano com paixão e esperança. O meu objetivo foi cantar e encontrar significado nas pequenas coisas da infância. Quis encher a minha infância e de todos os meninos da Amazônia de um significado universal. Os poemas têm caráter narrativo, por isso a maioria deles foi escrito em prosa. Acredito que essa é uma de minhas principais características nesse meu primeiro empreendimento literário. Essa escolha é o resultado do meu envolvimento principalmente com a poesia de Adélia Prado e Manoel de Barros. E penso que também da leitura de Manuel Bandeira e Mário Quintana. <em>O livro sobre nada</em> de Manoel de Barros me deixou enlouquecido. E <em>Oráculo de maio</em> de Adélia Prado me fez receber multas da biblioteca municipal da cidade onde nasci. Atualmente não consigo desgrudar de <em>Libertinagem </em>e <em>Estrela da manhã </em>de Bandeira. Ninguém consegue. <em>Libertinagem</em> é um clássico de todos os tempos da poesia brasileira. Eu vivo os meus dias convivendo com o porquinho-da-índia, com Tereza e Irene Preta. Fale-me de poema mais extraordinário que <em>Vou-me embora pra Pasárgada</em>? Eu recitava aquele poema para todo mundo. Agora, por exemplo, estou labutando com a poesia completa de Mario Quintana. Foi a leitura de uma antologia de Quintana que me fez decidir por publicar primeiro os poemas de <em>Chão de terra batida</em>. Penso que os poetas que citei têm algo em comum, como o lirismo, a simplicidade disfarçada e um jeito prosaico de escrever os versos. O que eles escrevem parece simples, mas logo numa outra leitura encontramos uma variedade de significados e sugestões. Nos últimos dias li alguns versos de <em>Poemas dos Becos de Goiás e estórias mais </em>de Cora Coralina. Causa fascinação versos como “vive dentro de mim uma cabocla velha de mau-olhado, acocorada ao pé do borralho, olhando para o fogo”. O que mais gostei foi do famoso <em>Poema do milho</em> e, em particular, quando em certa altura do poema, Cora escreve: “Em qualquer parte da terra um homem está plantando, recriando a vida. Recomeçando o mundo”. Quero beber da simplicidade grandiosa desses poetas.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C. L -</strong> E os outros poetas e escritores? De quem você gosta em particular?</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. -</strong> Passei a minha adolescência inteira lendo Drummond. E Drummond pesa nos ombros, porque é extraordinário. É muito difícil esquivar-se da influência do poeta mineiro. Tenho paixão pelo Drummond de<em> Rosa do povo</em>. Da mesma forma amo o <em>Gullar do Poema sujo</em> e o Thiago de Mello de <em>Faz escuro mas eu canto</em>. A poesia compadecida pela miséria humana me interessa. Escrevi um poema longo de caráter social. Ainda não o publiquei e nem sei quando o tornarei público. Chama-o provisoriamente de <em>Carne hostil</em>. Eu o escrevi em 2005. Não o concluí. Ele surgiu depois de dois anos morando em São Paulo, num período em que eu ia de ônibus para a faculdade. Saía cedo de casa. Ia do extremo da zona sul para o Ipiranga. A vida das pessoas indo para o trabalho foi o que me motivou. Retornei a labutar com o <em>Carne hostil </em>em 2009. Porém, eu o acho um tanto panfletário. Outros escritores causaram tempestades em minha busca literária. Posso citar T.S. Eliot, Federico García Lorca, Rainer Maria Rilke, Bukowski, Tagore, Tristan Corbière, Mário de Sá Carneiro, Fernando Pessoa e Rimbaud. De todos estes que elenquei creio que os que mais leio são T.S. Eliot, Fernando Pessoa, Mário de Sá Carneiro e Rilke. Não tenho nenhum receio em dizer que os meus poemas de cabeceira são <em>A terra desolada</em> de Eliot; <em>Tabacaria </em>e <em>Guardador de rebanhos</em> de Pessoa; <em>Divã do</em> Tamarit de García Lorca; <em>Os primeiros poemas</em> de Rilke; <em>Dispersão</em> de Mário de Sá. Também todo o livro<em> Libertinagem</em> de Bandeira. É evidente que são os meus poetas de agora. Outros vão chegar. Leio <em>Folhas de relva</em> de Walt Whitman aos pedaços. Aos pedaços também leio<em> Grande sertão: veredas</em> de Guimarães Rosa, que é verdadeira poesia. Aos pedaços leio <em>Assim falou Zaratustra</em> de Niezsche e o teatro de Samuel Beckett. Este ano li alguns livros do poeta Roberto Piva. Não posso esquecer outros textos que estão sempre comigo como <em>Chove nos campos de Cachoeira</em> de Dalcídio Jurandir. A minha vida seria uma chatice sem essa gente toda. Também guardo algumas fotografias. Elas me ajudam a escrever.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C. L. -</strong> Você cita Dalcídio Jurandir na epígrafe de seu livro. Por que todo este carinho por esse escritor?</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. -</strong> Porque devo muito do que sou à leitura de <em>Chove nos campos de Cachoeira</em> e de outros romances de Dalcídio Jurandir. Se eu fosse para uma ilha deserta levaria esse livro. Talvez você não compreenda, mas Dalcídio conseguiu traduzir em seu primeiro romance muito da alma amazônica, da infância dos meninos da Amazônia. Não posso negar que sou ou fui uma espécie de Alfredo, o personagem principal de <em>Chove nos campos de Cachoeira</em>. Sempre com o desejo árduo de partir, de ir para além dos campos molhados. Dalcídio conta a história de famílias da vila de Cachoeira, que hoje é uma cidade da Ilha do Marajó. Acho que Dalcídio se quisesse poderia trocar o nome de Alfredo pela palavra liberdade. Teria o mesmo sentido. Eu li este livro com dezessete anos, numa viagem de barco para Belém. Foram três dias olhando as margens do rio Amazonas e lendo as páginas de Dalcídio.  Aquilo me encantou de tal modo que não sei o que deu em mim. Foi a partir deste fato que me entendi como sujeito amazônico, como parte de uma gente, de uma região do Brasil. O que é a Amazônia? As pessoas não sabem. Não nos compreendem. Não nos conhecem. A Amazônia é a parte esquecida da família. E a literatura amazônica? Quem sabe o que se escreve ali? Dalcídio foi um dos maiores prosadores brasileiros do século XX e poucos críticos e estudiosos o conhecem. Fico com a triste sensação de que a literatura amazônica tende a ficar no ostracismo. Espero que isto mude com o advento da <em>internet</em>, com os avanços tecnológicos dos meios de comunicação. A literatura é a alma de um povo. É um dos modos mais significativos para expressar o que um povo é. Eu creio nisso.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C. L. -</strong> O escritor paraense Edilson Pantoja, em um comentário sobre o seu livro <em>Chão de terra batida</em>, afirma que as principais referências de seus poemas são femininas, como a mãe e a avó. Ele também afirma que essas referências femininas parecem constituir figura da própria Amazônia. Como você recebeu este comentário?</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. -</strong> O Edilson Pantoja é da nova geração de escritores paraenses. Faz pouco tempo ele lançou o romance <em>Albergue Noturno</em>. Não o conheço pessoalmente. Mantenho contato com Edilson através da <em>internet</em>. Pantoja, decerto, fez uma leitura atenta de meu texto. Ele notou algo que tomei consciência após escrever a maioria dos poemas de meu livro. Isto que ele chama de referência feminina. Essa referência se deve em grande parte à minha própria história. Fui criado por minha mãe, pois o meu pai se desgarrou de nós muito cedo. Cresci sem pai e a figura de minha mãe tem um sentido todo especial em minha criação. Minha mãe foi e é para mim um grande exemplo coragem e persistência. Ela é destas mulheres brasileiras tomadas de uma força inacreditável mesmo nos momentos mais difíceis. Minha mãe trabalhou duramente para que eu pudesse estudar. Ela sempre me incentivou a escrever, sempre gostou de me ouvir recitar. Na verdade, a minha mãe cresceu ouvindo poemas de cordel. Era comum em Ananás, Tocantins, cidade onde ela nasceu, a leitura de romances de cordel. Talvez por isso ela admirasse tanto o filho que se dizia poeta. Mas nunca escrevi poemas de cordel. Lembro de certa tarde quando a minha mãe chegou do trabalho com um calhamaço sobre o romantismo. Devorei aquilo no mesmo dia. Admirava os poemas de Fagundes Varela para o filho morto. Acho que daí vem esta referência. A própria floresta amazônica lembra um grande útero onde estão presentes várias formas de vida.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C. L. –</strong> A religiosidade é outro tema frequente em seu livro. Em poemas como <em>Auto do Mato</em>, você apresenta a figura de Deus com certo humanismo. Há uma tentativa de humanizar o divino em sua poesia? Outra questão interessante é da referência aos santos, comum na cultura popular brasileira.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. –</strong> Como já comentei, eu nasci no interior do Pará, numa região de muitos migrantes vindos do nordeste e sul do Brasil. Todos eles levaram para as fazendas e sítios, às margens da rodovia Transamazônica, elementos típicos de sua religiosidade, fé e crenças. Mas também as cidades ribeirinhas do Tapajós e do Amazonas são marcadamente caracterizadas pelos festejos de seus santos padroeiros, por procissões belíssimas. É o que acontece com o Círio de Nazaré em Belém. Uma vez participei do Círio de Nossa Senhora da Conceição, padroeira de Santarém. Eu fiquei impressionado com as ruas enfeitadas e com a quantidade de pessoas caminhando numa manhã ensolarada. E não vou esquecer por nada neste mundo das procissões de Sant’Ana, padroeira da cidade onde nasci. A procissão acontece em julho. Faz alguns anos que não participo. Em verdade, eu cresci meio às pequenas comunidades eclesiais de base da Amazônia que surgiram na década de 1970. Cresci meio às rezas das capelinhas, meios às novenas dos santos. Por isso, quando retomo o tema da infância em <em>Chão de terra batida</em>, retomo também a religiosidade característica da região de onde vim. Que não é uma religiosidade institucional. Acredito que o modo como o povo vive a sua fé transcende às instituições. Deste modo, quando penso a figura de Deus eu o apresento como um amigo de infância, como um menino. Não tenho pretensões de adentrar questões teológicas ou filosóficas. O meu desejo foi reaver a minha maneira contraditória de significar a vida e a fé. Acho que é isso.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;"><strong>C. L. -</strong> Você citou que mantêm contato com outros escritores pela <em>internet</em>. Qual a relação de um poeta que se denomina do mato com o este meio de comunicação? Como avalia você avalia os blogs e sites de literatura?</p>
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<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. -</strong> Utilizo o computador e a internet com freqüência. Nos fins de 2007 criei um blog, depois o abandonei. Agora disponibilizo alguns textos num blog chamado <em>A rua sétima</em>. A internet é um instrumento muito importante a serviço dos escritores. Assim, os novos poetas podem divulgar poemas e outras criações. Publicar um livro no Brasil, principalmente de poesia, é uma batalha homérica. E nem todo mundo tem condições de arcar com os custos de uma publicação independente. Pela internet tenho conquistado novos leitores e o que escrevo pode chegar a todas as regiões do Brasil. Os sites e portais que publicam textos de novos escritores são relevantes. Posso citar o site <em>Jornal de Poesia</em>, o <em>Recanto das Letras</em> e o <em>Portal Literal</em>. Lembro que os primeiros poemas que li de Lêdo Ivo, por exemplo, eu os encontrei no <em>Jornal de Poesia</em>. Depois passei para os livros. Já li bons textos na rede. Outros nem tanto. O leitor precisar ficar atento. Precisa ser seletivo. Talvez o mal da internet seja o imediatismo. Muitos esquecem a lição de João Cabral, da necessidade de lutar com as palavras e de que a boa poesia e a boa prosa resultam de um trabalho constante de seus autores. Não existe mágica. A literatura de qualidade não cai do céu. Isso não implica que devemos abandonar a sensibilidade. Encontro muitos desabafos em blogs e sites, mas precisamos ir além disso. Uma obra literária não pode ser sustentada somente com comentários sobre a festa do último domingo. É preciso muito mais. Com o computador adquiri novos hábitos. Antes escrevia só em blocos de papel. Agora produzo no próprio computador. Mas quando saio às ruas ou ando de ônibus sempre estou com um pequeno caderno para anotações. Por vezes, nasce de repente uma frase ou um verso. Também há um movimento interessante que é o da poesia virtual, ligada à animação, ao <em>web desing</em>. Preciso experimentar isso.</p>
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<p style="text-align:justify;"><strong>C. L. –</strong> Você termina o poema <em>Apresentação</em> com uma síntese de seu trabalho como poeta. Você escreveu: “O verso é meu ofício”. Como é o seu processo de criação?</p>
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<p style="text-align:justify;"><strong>R. B. –</strong> O meu processo de criação é vagaroso, porém constante. Eu escrevo com certa voracidade, mas misturo os projetos. Não sou muito organizado. Estou tentando priorizar o que vou escrever. Como inicio vários textos num mesmo período, demoro a conclui-los. Já iniciei romances, novelas e contos. E não levei nenhum projeto adiante. Perco com esse processo. Sem esquecer as idéias que surgem na rua ou no meio da noite e não tenho onde anotá-las. Elas também se perdem. Já escrevi vários poemas que estão longe de uma qualidade desejável. Nem tudo que escrevemos deve ser publicado. Sou exigente. Mas escrevo com leveza. Acredito que estou começando a me entender como escritor, como poeta. Aos poucos estou deixando nascer um certo Rudinei Borges, que é a soma de inúmeros livros lidos, a soma de muitas vozes e histórias ouvidas nas ruas. No entanto, o meu maior instrumento de trabalho é a minha memória. Por vezes, tenho a impressão que há uma sina da qual não poderei me livrar, a sina de memorialista. Eu estou impregnado das imagens do passado. Estou impregnado de minha própria infância e dos personagens daquela época. Sim, o verso é meu ofício. A memória é minha sina. Não quero perder isso.</p>
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<p style="text-align:justify;"><strong>Cristina Lima</strong> é estudante do Curso de Letras da Universidade de São Paulo, USP.</p>
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<title><![CDATA[Algunas correcciones (5)]]></title>
<link>http://josesala.wordpress.com/2009/11/25/algunas-correcciones-5/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 00:21:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>josesala</dc:creator>
<guid>http://josesala.wordpress.com/2009/11/25/algunas-correcciones-5/</guid>
<description><![CDATA[&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un par de grúas uniformados lo agarran por los sobacos y lo arrastran camino]]></description>
<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un par de grúas uniformados lo agarran por los sobacos y lo arrastran camino]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Amanhece]]></title>
<link>http://vistoseescritos.wordpress.com/2009/11/24/amanhece/</link>
<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 22:41:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>Rodrigo Cássio</dc:creator>
<guid>http://vistoseescritos.wordpress.com/2009/11/24/amanhece/</guid>
<description><![CDATA[Acordou com alarde, pois sem nenhuma coberta, sem roupas ou meias ou inteiras verdades. A audição po]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Acordou com alarde, pois sem nenhuma coberta, sem roupas ou meias ou inteiras verdades. A audição poluída aumentava o peso do sol sobre a nudez fustigada naqueles meses de abandono. Lúcido, talvez, mas desconfiado de si mesmo. Pensava apenas em seguir, rastejando com obediência. Há sempre um quinhão no além, mesmo quando o corpo não se diferencia da areia estéril onde nos revolvemos, animalescos, em busca de mantimento. “Tenho nos formigueiros a expressão máxima do heroísmo”, chegou a dizer com empáfia – mas não sem alguma vergonha – um pouco antes de decretarem a sua falência. “Formigas são capazes de aludir ao destino. Amontoam-se nas raízes das árvores como dízimas periódicas, tamanha a racionalidade dos seus modos. Hierarquizam com prudência e veneração. As formigas, oh, meus amigos, é que são verdadeiramente devotas do sagrado.” A tese era ridícula, logo se vê. O telhado do botequim chegou a ruir com a força inesperada das risadas. Intelectuais macaqueavam-se como jamais se veria em toda a nossa era informática. Óculos, barbas, homens emancipados e mulheres livres (de todo e qualquer perjúrio!), um grupo inteiro dos melhores rebentos de um século, foi assim que o quadro fatídico se desenhou, como uma bomba atômica na cabeça do miserável. Uma vítima entre os fortes, enfim? Não, ora, ora. Apenas uma metáfora.</p>
</div>]]></content:encoded>
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