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	<title>racconto &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/racconto/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "racconto"</description>
	<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 19:53:13 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[..home sweet home..]]></title>
<link>http://tappotuo.wordpress.com/2009/11/30/home-sweet-home/</link>
<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 00:55:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>tappotuo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Colonna sonora: In my defence &#8211; Queen E&#8217; domenica,29 novembre 2009. Mi sveglio all]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><span style="color:#ff00ff;">Colonna sonora: In my defence &#8211; Queen</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">E&#8217; domenica,29 novembre 2009. Mi sveglio all&#8217;alba,prendo la valigia che ho preparato ieri sera e mi dirigo a lavoro. Ho sonno, ma ho il turno di mattina, e devo essere puntuale per dare il cambio al collega che ha fatto la notte.  Nella mia valigia tutto quello che mi serve per la mia permanenza di 4 giorni giù a Napoli. Ho deciso che andrò da mia madre e mio fratello, starò un pò con loro. E&#8217; troppo che non li vedo, e ne ho veramente bisogno. Alle 14 il mio turno di lavoro finisce, mi riprendo i miei bagagli e corro verso a stazione..il mio treno partirà alle 14.49, devo fare in fretta.</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">Faccio il mio biglietto alle macchinette erogatrici,controllo che sia obliterato bene. Sempre meglio evitare multe. Prendo posto, sistemo i bagagli. Mangio i miei buoni mandarini dolcissimi, guastandoli uno spicchio per volta, come piace a me. Bevo. Leggo. Sto al pc. Messaggio col mio Amore Fabio. E&#8217; una domenica un pò strana. In realtà sono io che mi sento strana. E mi bastano pochi minuti con il mio amore a calmarmi, a darmi il buon umore. Guardo fuori dal finestrino: paesaggi dai colori invernali mi sfuggono agli occhi. Come sfuggono anche i pensieri. Provo a dormire, ma tempo mezz&#8217;ora e mi ritrovo con gli occhi spalancati. Ci siamo quasi, sono alla penultima fermata, la prossima sarà Napoli Centrale..manca poco e sarò a casa MIA. </span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">Scendo dal treno. Con mia grande sorpresa mi ritrovo una stazione centrale quasi completamente rinnovata..tutto è più grande e più spazioso. Tutto è diverso..qua e là ancora piccoli cantieri in lavoro. E mi rendo conto che durante la mia assenza da qui troppe cose cambiano, e forse, anzi probabilmente, per noi napoletani un pò di cambiamento fa bene. Il problema è: riusciremo a tenere pulita la nuova stazione? mah&#8230;bella domanda!!!</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">Un via vai di gente intreccia il mio percorso, tutti corrono, e dove andranno? Prendo le scale mobili per scendere giù in vesuviana. Davanti a me un ragazzo di colore alto, tiene sotto braccio i suoi strumenti a percussione, sono bellissimi. Muove la testa a ritmo della canzone che sta cantando ad alta voce. Ed io&#8230;io muovo la testa con lui divertita, col mio solito sorriso sulle labbra. E mi accorgo che dietro di me c&#8217;è un suo amico, che divertito dalla mia reazione, ride con me. Il percorso da fare è lo stesso.</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;"> &#8220;Come stai?&#8221; mi chiede uno di loro </span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">&#8220;bene&#8221; rispondo.</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">&#8220;Vai a casa?&#8221;</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">&#8220;Si e tu?&#8221;</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">&#8220;Noi andiamo a suonare a Sorrento&#8221;</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">&#8220;Forte&#8221; rispondo &#8220;beh allora buon lavoro, ciao!!!&#8221;</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">e li saluto con un altro mio generoso sorriso.</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">Ai binari mi rendo conto che loro sono nella banchina di fronte alla mia..lì seduti sui loro jambè!!! Tutti rigorosamente riposti nella loro custodia tutta coloratissima, con i tipici colori africani: nero, giallo, rosso, verde..Ed io mi incanto, quella è l&#8217;Africa, quello è un pezzo di me!!!</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">Torno a casa con la voglia di scrivere questo post, perchè ci sono cose così piccole che mi fanno sentire incredibilmente viva. Perchè mi rendo conto che amo la mia città. Perchè mi rendo conto che una volta varcata la soglia di casa, inspiro a pieni polmoni quel profumo familiare, di tetto sicuro, di cui mai nessuno potrà privarmi. E non mi sono mai sentita così a mio agio. Abbraccio mio fratello, abbraccio mia mamma. E&#8217; così tenera che le mordicchierei la pelle di baci. Ispiro il suo profumo,lo conosco da una vita, e lo riconoscerei tra tanti. Il profumo di mamma, della MIA. Sono a casa, finalmente a CASA MIA!!!</span></p>
<p><span style="color:#ff00ff;">Mary</span></p>
<p><a href="http://tappotuo.wordpress.com/files/2009/11/bambinoafricano.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-35" title="bambinoafricano" src="http://tappotuo.wordpress.com/files/2009/11/bambinoafricano.jpg" alt="" width="497" height="331" /></a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[La vacuit&agrave; dell'essenza]]></title>
<link>http://ilprimopasso.wordpress.com/2009/11/29/la-vacuit-dellessenza/</link>
<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 18:07:18 +0000</pubDate>
<dc:creator>ilprimopasso</dc:creator>
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<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160; La sua parola era da sempre sinonimo di sincerità, di concretezza, di visibilità ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[&#160;&#160;&#160; La sua parola era da sempre sinonimo di sincerità, di concretezza, di visibilità ]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Se non c'è un racconto non c'è un cavolo. Intervento di Carlo Freccero al meeting delle micro web tv italiane]]></title>
<link>http://paesechevai.wordpress.com/2009/11/29/carlofreccero/</link>
<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 12:15:33 +0000</pubDate>
<dc:creator>paesechevai</dc:creator>
<guid>http://paesechevai.wordpress.com/2009/11/29/carlofreccero/</guid>
<description><![CDATA[Giampaolo Colletti e Carlo Freccero al meeting delle micro web tv italiane. Sullo sfondo i &quot;Tel]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div id="attachment_182" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://paesechevai.wordpress.com/files/2009/11/img_0750.jpg"><img class="size-medium wp-image-182" title="Giampaolo Colletti e Carlo Freccero al meeting delle micro web tv italiane. Sullo sfondo i &#34;Teletopi&#34;" src="http://paesechevai.wordpress.com/files/2009/11/img_0750.jpg?w=300" alt="Giampaolo Colletti e Carlo Freccero al meeting delle micro web tv italiane. Sullo sfondo i &#34;Teletopi&#34;" width="300" height="174" /></a><p class="wp-caption-text">Giampaolo Colletti e Carlo Freccero al meeting delle micro web tv italiane. Sullo sfondo i &#34;Teletopi&#34;</p></div>
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<p>«La conclusione è  molto semplice, è emersa l&#8217;idea che le micro web tv hanno preso il posto delle tv locali. Infatti ci sono persone molto competenti, molto strutturate e con obiettivi molto chiari. Io personalmente sono un pò deluso. Infatti stavo pensando di partecipare all&#8217;associazione delle micro web tv nel senso che pensavo che la web tv fosse più personale, culturale, artistica, con performances d&#8217;avanguardia. Invece mi sembra di capire che non è così.<br />
Un consiglio fraterno, quello di raccontare non solamente il territorio, che mi sembra una cosa veramente anacronistica: il net è il luogo dell&#8217;immateriale per eccellenza, perciò non mi devo limitare solamente a raccontare quello che accade sul territorio. Rischiate, e ve lo dico col cuore in mano, di non riuscire a immaginare il futuro delle web tv. Chi fa questo lavoro ha sempre il problema di continuare ad esistere, avere un futuro e se si limiterà a questa lettura diaristica giornalistica quotidiana del territorio senza che diventi un momento d&#8217;autore, rischia di scomparire. Può sembrare una visione pessimistica, ma è vera, non so quanto sia utile fare una sorta di telestreet. Si può fare il territorio occupandosi anche del mondo intero. Qui è una cosa emersa in modo forte, cioè che le micro web tv raccontano il loro territorio e questa – a mio avviso &#8211; è una cosa limitativa. Non esistono solo questi modelli, ma ne esistono altri. Occorrono pathos e racconto. È chiaro che chi ha i mezzi riesce a fare delle narrazioni straordinarie, ma si possono raccontare cose molto forti con una piccola telecamera, e questo secondo me è il percorso più interessante.<br />
Da una parte ci deve essere un racconto, che può essere fatto in mille modi, bisogna sempre ricercare qualcosa. Secondo me potrebbero nascere delle cose straordinarie, racconti che possono sostituire i romanzi. Da un&#8217;altra parte mi fa paura il locale, quindi vi chiedo di trattare un locale non diaristico ma che dia qualcosa di universale, un messaggio. In ogni caso, se non c&#8217;è racconto non c&#8217;è un cavolo».  Carlo Freccero, neo-Presidente onorario della Femi, Federazione delle micro web tv italiane.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[la fiera]]></title>
<link>http://micheledaflickr.wordpress.com/2009/11/29/la-fiera/</link>
<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 11:25:32 +0000</pubDate>
<dc:creator>michele</dc:creator>
<guid>http://micheledaflickr.wordpress.com/2009/11/29/la-fiera/</guid>
<description><![CDATA[Foto &#8211; Vetrina di un negozio, Marsala. See on black. ___________________ L&#8217;ho fregata, l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a title="la fiera di Michele Unti, su Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/35841942@N02/4142753475/"><img class="alignright" style="float:left;margin-right:18px;" src="http://farm3.static.flickr.com/2620/4142753475_278d7ef3e8.jpg" alt="la fiera" width="500" height="375" /></a><br />
Foto &#8211; Vetrina di un negozio, Marsala.<br />
<a rel="nofollow" href="http://www.flickriver.com/photos/35841942@N02/4142753475/">See on black.</a></p>
<p>___________________<em></em></p>
<p><em>L&#8217;ho fregata, l&#8217;ho fregata!</em>, urlavo mentre mi avvicinavo alla maestra e al resto dei miei compagni.</p>
<p>Quella mattina ci avevano portato in gita in un boschetto della campagna trapanese. Un boschetto bellissimo, tutto pieno di pini. C&#8217;eravamo preparati a lungo per quella occasione e per almeno due settimane non s’era parlato d’altro in classe. Non era certo la nostra prima gita ma non eravamo mai stati così lontani da casa. Per quel che ne capivamo, era decisamente il nostro primo viaggio all’estero. E, a testimoniarlo, c’era pure il colore dell’autobus! Che non era giallo. Era blu: un colore perfetto per andare in autostrada.</p>
<p>Scesi in coro dall’autobus, ci fermammo per la conta e per le consuete regole d’ingaggio. Uno, nessuno doveva allontanarsi dal gruppo. Due, se qualcuno durante il percorso vedeva qualcosa d’interessante avvertiva immediatamente la maestra e tre, chi doveva fare pipì, <em>ORA O MAI PIU’!</em><br />
Quindi, tutti a fare pipì.</p>
<p>Io, che pipì non dovevo fare [convinzione che, poi, si rivelò errata, a discapito di un ciuffo di margherite], cominciai a guardarmi attorno. A pensarci adesso, in quella piazzuola, alle porte del boschetto, non c’era proprio niente, il nulla.<br />
Il nulla, tranne quella bancarella di chincaglierie colorate che a me valse il pensiero: <em>Uh… c’è pure una fiera qui! </em> E così mi avvicinai a quella donna, una maga che al calare della notte tornava nella foresta di pini a fere le sue cose da maga.</p>
<p>Sapevo bene come funzionava quella faccenda lì. L’avevo visto fare ad alcuni miei compagni in un’altra occasione: mostrarsi interessato ad un oggetto, chiederne il prezzo, scuotere la testa perché troppo caro e, poi, con disinvolta disinvoltura chiedere <em>E quella cosa là?</em> “Quello cosa là” era ovviamente fin dall’inizio l’obiettivo finale. Ma bisognava prima disorientare il nemico, no?!</p>
<p><em>Quella cosa là viene 1500 lire</em>, rispose.<br />
“Miiizzica, ha funzionato!”, pensai. E lo pensai anche senza sapere quale fosse il prezzo iniziale. Questione del tutto irrilevante: quel portachiavi in metallo doveva valere almeno cinquemila lire. Forse addirittura seimila. “Lo prendo!”.</p>
<p>Per l’intera mattinata non feci altro che vantarmi di quella eccezionale vittoria, non foss’altro perché tutti volevano toccare quel mio portachiavi d’argento [era di metallo ma splendeva: quindi era argento]. E no, non lo facevo toccare a nessuno. Che? Scherziamo? M’era costato millecinquecento lire. Due settimane di paghette, cioè ben tre ovetti kinder! Quel portachiavi era mio. Soltanto mio! <em><a rel="nofollow" href="http://www.youtube.com/watch?v=Ob6KsY961FA#t=0m29s">Gollum! Gollum! </a>Il mio tesoro!</em></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Tanto scappo lo stesso]]></title>
<link>http://adolesco.wordpress.com/2009/11/29/tanto-scappo-lo-stesso/</link>
<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 11:03:28 +0000</pubDate>
<dc:creator>polly5vm</dc:creator>
<guid>http://adolesco.wordpress.com/2009/11/29/tanto-scappo-lo-stesso/</guid>
<description><![CDATA[Romanzo di Alice Banfi Alice cresce nell’amore e nel caos di una famiglia ‘diversa’. Il suo sogno di]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignleft" src="http://www.stampalternativa.it/cmssa02/func/img_DG_new.php?id=978-88-6222-033-0&#38;type=covers&#38;w=95&#38;h=133&#38;color=255-255-255" alt="" width="95" height="133" /><a href="http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-033-0/alice-banfi/tanto-scappo-lo-stesso.html" target="_blank">Romanzo</a> di Alice Banfi</p>
<p>Alice cresce nell’amore e nel caos di una famiglia ‘diversa’. Il suo sogno di bambina è diventare pittrice. Col tempo il sogno di Alice si trasforma  in rabbia, che riversa per lo più su se stessa, sul suo corpo con l’alcool, l’anoressia, picchiandosi e infliggendosi tagli sempre più profondi.</p>
<p>Arriva il primo di una lunga serie di ricoveri in reparti psichiatrici.</p>
<p><em>&#8220;Quello che loro mi dicevano era che la mia malattia era una malattia genetica, scritta nel mio dna, dalla quale non si poteva guarire.</em></p>
<p><em>Quando ero in SPDC, combattevo con tutte le mie forze per trovare un&#8217;altra via di fuga, che non si limitasse alla finestra lasciata aperta per sbaglio dall’inserviente o a sgattaiolare dal passavivande della cucina.</em></p>
<p><em>La mia arte era sicuramente il modo migliore per scappare, per protestare, per farmi sentire ed anche per coinvolgere gli alti sofferenti come me.</em><em>Passavo giornate intere a dipingere quel corridoio e le persone a me care che lo abitavano.</em></p>
<p><em>A</em><em>ddobbavo la mia stanza con fiori, pigne, disegni e figure.</em></p>
<p><em>Una volta feci un meraviglioso collage, ci misi tre giorni e tre notti e lo appesi… percorreva tutto il perimetro della mia stanza come una tappezzeria, vennero tutti a vederlo, e sprigionava gioia. Venne anche il primario a vederlo… e a ordinare di toglierlo; queste cose, disse, in ospedale non si fanno. La mia opera fu distrutta&#8230;&#8230;.&#8221;</em></p>
<p>Un libro che consiglio di leggere non solo perché è a lieto fine ma perché è un racconto sincero e (auto)ironico. Insieme ad Alice rideremo e piangeremo e forse capiremo un qualcosa in più su quello che noi chiamiamo &#8220;diversità&#8221;, perché davvero c&#8217;è da domandarsi &#8220;chi è il vero matto in questa storia?&#8221;</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[la borraccia]]></title>
<link>http://micheledaflickr.wordpress.com/2009/11/29/la-borraccia/</link>
<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 07:42:30 +0000</pubDate>
<dc:creator>michele</dc:creator>
<guid>http://micheledaflickr.wordpress.com/2009/11/29/la-borraccia/</guid>
<description><![CDATA[Ecco&#8230; qui avevo in testa di raccontare tutta una storia di quando avevo 7 anni. Della prima e ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><i>Ecco&#8230; qui avevo in testa di raccontare tutta una storia di quando avevo 7 anni.</i> Della prima e ultima volta che entrai in un circo. Del fatto che la notte precedente aveva piovuto senza sosta e di come, seduto sulle gradinate di metallo di quel circo, mentre bevevo dalla mia borraccia, questa mi scivolò e cadde giù nel fango. Quella borraccia era tutto per me. No, non scherzo.<br />
Vabbè, non potete capire.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/35841942@N02/4068333585/" title="la borraccia di Michele Unti, su Flickr"><img class="alignright" style="float:left;margin-right:18px;" src="http://farm3.static.flickr.com/2790/4068333585_20bfcfb873.jpg" width="500" height="375" alt="la borraccia" /></a> Sta di fatto che, una volta caduta, per quanto cercassi di tendere il mio braccio, le mie mani non riuscivano proprio a raggiungerla. E la dovetti abbandonare lì quando la mia maestra chiamò a raccolta per andare via. </p>
<p>Poi avrei scritto pure che a nulla servì ritornare nel pomeriggio con <a href="http://www.flickr.com/photos/35841942@N02/3884569495/in/set-72157622464890586/">mio padre</a>. Che il circo era già andato via e che così facendo aveva combinato un disastro -tutto il terreno fangoso era stato rimestato dai pneumatici dei camion. E poi qui avrei scritto che &#34;Giuro! Cercai a più non posso, grattavo con i piedi il fango alla ricerca di quella splendida borraccia rossa. Ma niente. Era stata seppellita per sempre.&#34;. </p>
<p>Certo, avrei scritto tutto questo racconto molto meglio. Avrei rinunziato a scrivere certi particolari e indugiato su altri. Ad esempio, potevo scrivere che io quello spettacolo circense non l&#8217;ho neanche visto. La borraccia mi cadde pochi minuti dopo essermi seduto e per tutto il tempo sono stato col naso all&#8217;ingiù. No, forse proprio questo non l&#8217;avrei scritto. Non così, almeno. E comunque avrei fatto più attenzione alla consecutio temporum.</p>
<p>Insomma, l&#8217;idea era quella di un racconto sulla mia borraccia rossa. Di come ero stato stupido a lasciarla cadere. Di quanto l&#8217;amassi. Di quanto mi faceva stare bene. No, io lo so, non potete capire. Ma solo perché non l&#8217;avete mai conosciuta, tutto qui.</p>
<p>Ad ogni modo, se non ho scritto questa storia in modo decente, è perché oggi è uno di quei giorni in cui sento di non saper scrivere. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=CYryevHIZGw" rel="nofollow">Capita</a>.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Quando viene la notte- fernanda ferraresso]]></title>
<link>http://cartesensibili.wordpress.com/2009/11/28/quando-viene-la-notte-fernanda-ferraresso/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 19:03:26 +0000</pubDate>
<dc:creator>fernirosso</dc:creator>
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<description><![CDATA[Zaelia Bishop Quando viene la notte ancora la ricordo, sento la sua voce attraversare queste stanze.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><em>Zaelia Bishop</em></p>
<p><a href="http://photos-e.ak.fbcdn.net/photos-ak-snc1/v315/37/64/1449006040/n1449006040_30009348_2939.jpg"><img class="alignnone" src="http://photos-e.ak.fbcdn.net/photos-ak-snc1/v315/37/64/1449006040/n1449006040_30009348_2939.jpg" alt="" width="463" height="282" /></a></p>
<p>Quando viene la notte ancora la ricordo, sento la sua voce attraversare queste stanze. Non aveva pace quella mia figlia, Amìna,  era come se  il vento la portasse sempre altrove, come  un seme, o i petali dei fiori, le foglie del tè, le voci, o come  i sogni  fanno con le nostre passioni. Altrove, lei era sempre altrove, sgretolata e forma di un solo pensiero, chiusa nell’astuccio di un corpo bellissimo e lontano.  Lei non aveva un nome poichè nessun nome  la richiamava da quell’oltre. Era come una statua, una statua vuota o fatta di vuoto.  Sembrava non avere una  identità precisa: qualunque cosa la toccasse o anche solo la sfiorasse non lasciava traccia sul suo viso.  Lei era centrata, in un asse di silenzio. Sembrava che i nomi, come le cose che essi evocano tra noi, fossero per lei come foglie tra i rami, in alberi altissimi, fantasmi luminescenti, insetti o altre creature che vivono una vita diversa da quella che conducono quando entrano nella nostra testa o nella nostra bocca nei momenti in cui li costruiamo e li pronunciamo. Le parole, infatti, lei le soffiava nel suo sottile  flauto d’avorio. Era così che diceva la sua tristezza o la gioia, la paura, la lontananza da ogni cosa.</p>
<p>-</p>
<p><em>Vladimir Gvozdariki</em><span style="color:#800000;"> </span></p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://gvozdariki.ru/0001/sklad/skladki/images/3.jpg"><img src="http://gvozdariki.ru/0001/sklad/skladki/images/3.jpg" alt="" width="316" height="365" /></a></p>
<p>Quando suonava tutti restavano sospesi. Quando suonava nessuno continuava a fare ciò che stava facendo. Era come se, con quel suo vocabolario di sillabe sonore, che non necessitano di traduzione, riuscisse sempre e comunque a toccare chiunque, nel profondo, e nulla,  davvero nulla, risultasse più importante che ascoltare quella voce interiore fattasi il suono di quel flauto. Forse si trattava di qualcosa di simile alla poesia,  un  attimo di  grazia oltre il superfluo, quando la lingua si smarrisce  nella felicità di un cenno o di un richiamo che si credeva impossibile sentire. E c’era il  colore, in quella sua lingua, il colore di tutte le voci della terra, di tutte le lingue inviolate dal  gioco futile e ingannevole di una falsa economia che finisce per farsi la farsa di se stessa. Non c’era  lusso o tecnica in quella modulazione dell’aria, c’era il vento di un respiro accomunante, il filo leggero della memoria mentre si annoda al mare, al cielo  e non teme l’inizio o la fine, perché è intero e non ha prima o dopo, o tappe o mete.</p>
<p>E’   un viaggio. L’illimitato viaggio nel limite di un respiro  ed è un testo, che sfugge, che non si lascia capire, solo ospitare, vivere e viene per le sue strade, nell’oscuro dell’anima, nel segreto.Viene, come una febbre o un sorriso di fronte all’alba, aspettando che nascano le stelle, nel corpo della notte, nel buio che senti vivente . E’ una nuova maniera di essere, dentro e fuori di sé, senza che questo si faccia abitudine o mestiere. Nessuna esibizione di una qualche verità  precedente e originaria, nessuna separazione dal corpo della vita e dalla vita dei corpi, una specie di perennità.  Era quella la gratuità del canto, era quello il  dono, la verità del canto che è dono. Ingenuo ma non  innocente, perché niente è piu terribile di un dono non inteso, e niente è piu tremendo di un dono compreso, e perciò svelato. Vedersi, trovarsi in quelle note, era trovare finalmente la propria inadempienza: l’essersi scordati di chi si è, sempre, fino all’ultimo tratto della via, viva,  in ciascuno di noi.</p>
<p>-</p>
<p><em>Vladimir Gvozdariki</em></p>
<p>.<a href="http://gvozdariki.ru/0001/sklad/2005/jun2005/images/PICT0010.jpg"><img src="http://gvozdariki.ru/0001/sklad/2005/jun2005/images/PICT0010.jpg" alt="" width="311" height="374" /></a></p>
<p>No, non aveva pace quella mia figlia lontana. Eppure pareva a tutti, ascoltando il suo silenzio, tra le pause dei suoni e finchè raccoglieva i fiati nei legni dei suoi flauti, di vedere  sorgere da un cielo, mai visto prima, un arcobaleno in cui scoccare le ore da sé per  stringere  il patto tra una parola lontanissima e profonda e tutto il parlato, subìto come l’ acqua di un continuo tradimento, la luce di un sole che  smangia le lingue, le viola e le rende cieche. La cecità della parola e lo smarrimento, persino crudele, di questo suono che  indovina le più oscure terre di ciascuno di noi, le scandaglia, le mette in risonanza le incanta, le magnifica. E non si può che innamorarsi di lei, parola poetica innamorata e cieca, indifferente ai conclavi  del mondo e ai conclamati richiami di una falsa giustizia della parola, colorata e senza altra traccia che un fiato,  disegnata nell’aria e subito persa in percorsi senza errore e senza riconoscimento di alcuna verità.Ti disorienta e brucia e chiama, senza poter distogliere l’orecchio da quella  animata sorgente: è  rapimento e guida nel paese dove nulla è ciò che è ma chiaramente tutto sembra altro e poi atro ancora, in un continuo mutamento dello spazio, tutto accogliendo,  senza disperazione nulla respingendo nel buio della solitudine o dell’infelicità. Nella durata del suono, meravigliosa e inarrestabile c’è la parola analfabeta, il manuale degli amanti, l’arte del leggenderaio, la grazia dell’ascolto, l’attimo e l’eterno, il demone  e l’angelo, senza necessità di garanzia, senza manuale che lo traduca di bocca in bocca, senza difesa e misura, senza la ghigliottina del tempo. Solo il suono, l’amo che inghiottiamo  senza  sentire dolore e senza pericolosità ci immerge nell’abisso, luogo che canta e continua a cantarci, senza posa, senza posa.  Volontariamente smarriti dentro le onde di quella fluida parola infinita, pare di  entrare nel fuoco di  una follia senza ritorno, abbandonati ai sogni, nella profondità senza approdi,  verticali lungo la linea quieta  di un orizzonte che si genera continuo, nella dismisura che non ha ragione ed è  fiume come quando sboccia primavera tra le acque e  dissemina di petali l’aria, per farsi frutto e sapore. Dall’albero le mele, cadute una ad una, sono le immagini senza prospettiva e sonorità, senza profondità della luce, i luoghi dell’estraneità a noi stessi e dalla mistificazione. Ecco la sua veste, rossa come il sangue che la scorre, si rovescia nel prato. Luminosa  la fiaba scivola da lei alle sue dita invisibili,  che si fanno suoni, trascorrendo ogni altra storia, ogni altro corpo. Se ne sente il fuoco vivo ed è lì, che la vita, finalmente e irrimediabilmente ancora mi parla di lei, mai persa, in un altrove  altrimenti irraggiungibile.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il cambio]]></title>
<link>http://editriceffequ.wordpress.com/2009/11/28/il-cambio/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 13:33:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>fre de rics</dc:creator>
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<description><![CDATA[Erzincan, Turchia centrale, fine agosto 1973 Notte tra martedì e mercoledì Nel buio della tenda, un ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><em>Erzincan, Turchia centrale, fine agosto 1973</em></p>
<p><em> </em><em>Notte tra martedì e mercoledì</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em> </em>Nel buio della tenda, un urlo. Assordante, impossibile, assurdo, non smette più: è un fischio sempre più forte, una sirena, si avvicina, aumenta ancora. Viene verso di noi. Cerco di svegliarmi, ma l’urlo esce dal sogno, rimane reale, cazzo, che cos’è?</p>
<p style="text-align:justify;">Il sacco a pelo è una prigione da cui cerco di scappare, ho i vestiti addosso, le mani si impigliano, urto Maria che si agita e cerca di uscire anche lei. Dov’è la pila?&#8230; poi un po’ di luce lampeggia nella piccola tenda, apriamo la cerniera, ci affacciamo sulla notte. C’è un faro largo e concentratissimo che si muove nella campagna arida, avanza piano illuminando i cespugli accanto a noi, ci affianca e ci passa accanto sferragliando.</p>
<p style="text-align:justify;">È solo un treno, un cazzo di treno che arranca nella pianura. Una sequenza di vagoni bui trainati da una lenta locomotiva diesel con quel faro esagerato. Un mostro meccanico che scorre a pochi metri dalla piccola tenda canadese, e che se ne va via piano passandoci accanto sgangherato e minaccioso. Indifferente allo spavento che provoca. Il fischio è cessato, non c’è più. Il silenzio riprende il suo dominio. Ormai siamo fuori tutti e tre, bassi su quella terra arida, osserviamo il fanalino rosso che si allontana traballando sui binari che ora possiamo vedere.<!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">Respiriamo, ci guardiamo. Fa freddo, le nostre facce non hanno un bell’aspetto, assonnate e impaurite. Maria ha gli occhi gonfi, i riccioli neri scompigliati, si arrotola intorno alle spalle il sacco a pelo. Gino è ancora a bocca aperta, vedo la barba e il naso lungo e sottile; si alza in piedi e si gira intorno.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ma pensa te – dice – un treno turco, chi aveva visto le rotaie?!</p>
<p style="text-align:justify;">Quel fischio era per noi? Chissà se il macchinista ha visto la nostra piccola tenda nella pianura. Forse ha voluto avvertirci, facendosi sentire come fa quando vede gli animali vicino ai binari, per farli scappare. Lo sferragliare si allontana lasciando un’eco di silenzio. Torna il buio, le stelle riprendono a dardeggiare. Piano piano torniamo dentro, di nuovo nella piccola tana ingombra, cerchiamo di riprendere un posto.</p>
<p style="text-align:justify;">Gino bofonchia dalla sua parte, intravedo appena la tela della tenda a pochi centimetri dal viso, mi stringo a Maria, vorrei proteggerla, sono ancora agitato, ho fame. C’è da aspettare l’alba, non sarà facile dormire ancora.</p>
<p style="text-align:justify;">Domani dovremo cambiare le lire italiane e speriamo bene. Qui non le conoscono quasi, nelle banche accettano solo i dollari o i marchi tedeschi come quelli che mandano a casa gli emigrati, e noi non abbiamo molta scelta. Abbiamo dei dollari anche noi, cambiati in banca prima di partire per il grande viaggio, ma solo in pezzi da cento e non possiamo cambiare cento dollari in lire turche. Al massimo dopodomani saremo in Iran, la mitica nostra meta, la magica Persia dei sussidiari delle elementari. Non possiamo arrivare con una considerevole parte dei nostri soldi convertita in lire turche, sappiamo che là non le vuole nessuno: significherebbe perdere un buon venti o trenta per cento al cambio, e non possiamo permetterlo, sarebbe una cosa da pivelli.</p>
<p style="text-align:justify;">Qualche giorno fa abbiamo provato due volte a cambiare solo dieci o venti dollari del nostro bigliettone da cento, chiedendo il resto nella stessa moneta, ma abbiamo ottenuto solo risate e battute incomprensibili, probabilmente indirizzate alle nostre mamme o sorelle, o alla buona Maria che era con noi. Dovevamo cambiarle assolutamente ad Ankara, la capitale, prima di ripartire, ma invece siamo andati avanti senza poi averlo fatto.</p>
<p style="text-align:justify;">Ieri abbiamo provato a Erzurum, l’unica grande città incontrata, ma le lire italiane non le hanno volute e ai dollari non facevano resto, così noi non abbiamo ceduto e il bigliettone è rimasto nelle nostre mani. Poi si è fatto tardi e le banche si sono chiuse. Io veramente, nell’ultima banca, ero stato sul punto di cedere: avrei accettato di cambiare il centone e vaffanculo, avremmo risparmiato un’altra volta. Almeno la sera avremmo mangiato qualche ottimo stufato turco e dormito da signori. Ancora una volta, quando una situazione non sembra avere vie di uscita non lotto fino alla fine, cerco di essere realista e tengo un profilo basso, non sfido il nemico invisibile, il Caso. Anzi, quasi ci confido, nel caso, cerco di capire i suoi avvertimenti e di seguirne gli inviti; o almeno di non rendermelo nemico. Entrambi i miei compagni però non hanno voluto accettare compromessi, nelle contrattazioni mi hanno fatto essere irremovibile. Ero io a parlare grazie al mio inglese appena meno stentato, loro suggerivano a me quello che dovevo dire, che già facevo fatica anche da solo. La loro insistenza non ha favorito la tolleranza degli interlocutori locali, le facce degli impiegati di banca si facevano sempre più turche. Alla fine non c’è stato verso, siamo usciti senza una lira.</p>
<p style="text-align:justify;">Così siamo andati avanti comunque, anche senza soldi turchi. Dopo aver mangiato qualcosa, per strada eravamo proprio senza. Non c’era altra possibiltà che andare, fare chilometri. Abbiamo viaggiato fino a sera, mangiando in macchina pane schiacciato e un melone giallo e dolce, in quel momento buonissimo.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">-</span><br />
Stavamo percorrendo la grande direttrice dei camion che dall’Europa andavano nella ricca Persia e poi oltre, ma che in realtà era una normale strada asfaltata a due corsie con solo dei terrapieni abbastanza larghi ai lati, come una specie di corsia di emergenza strerrata. In quel tratto attraversava per lo più altipiani aridi e cespugliosi dai declivi dolci ma continui, distese di larghe e basse colline con le montagne lontane sullo sfondo. Non sapevi mai se andavi in leggera salita o in discesa, solo ogni tanto la nostra Volkswagen non andava più, a volte dovevamo mettere la terza. Il fedele maggiolino, solido acciaio tedesco, come diceva Gino. L’avevamo comprato di quinta mano per centomila lire compresa l’assicurazione, apposta per il viaggio. Eravamo partiti con due ruote di scorta, le taniche per la benzina sul tetto e latte di olio da camion di riserva incastrate accanto al motore, come chi andava nel deserto. Già prima di Istambul ci avevano rubato tutto quello che era all’esterno dell’auto, compreso il portapacchi, facendoci guadagnare così in aerodinamica. Incontravamo autotreni lunghissimi, molti dei quali americani, che correvano a tutto gas lanciando potenti sbuffi neri, ma anche carri trainati da buoi o a volte intere greggi che occupavano tutta la carreggiata. C’erano anche macchine moderne, soprattutto tedesche o francesi, che dall’Europa venivano guidate fino in Iran. Era un vero e proprio mestiere importare le auto così, comprarle di seconda mano in Italia o Germania e semplicemente guidarle fino a casa. Buono per gli emigrati che rientravano a casa carichi, o per gli studenti che frequentavano le università in Europa e si procuravano così il passaggio di ritorno. Anche a Firenze c’erano molti iraniani in quegli anni e proprio nella facoltà di architettura avevamo conosciuto Karim e gli altri. Stavano in cinque in un appartamento in periferia, all’Isolotto, e lì avevo preparato un esame con gruppo di studio in cui c’erano alcuni di loro. Erano sempre molto ospitali e forse incuriositi da noi italiani che ci interessavamo alle loro abitudini e al loro modo di stare insieme lontano da casa. Più di una volta ci avevano invitato nel loro paese per l’estate, promettendo grandi accoglienze da parte delle loro famiglie e nelle loro case.</p>
<p style="text-align:justify;">Avevano un senso dell’ospitalità che sentivamo più antico del nostro, e ci pareva che fossero davvero contenti di avere ospiti europei da portare in giro, o forse da esibire a famiglie e amici. In tre o quattro del gruppo accettammo l’invito di andare da loro in Iran durante l’estate: ci mettemmo a fare progetti sempre più esagerati sul possibile viaggio. Loro rilanciavano con promesse di ospitalità in case fresche con giardini e fontane, cibi buonissimi e trattamenti da mille e una notte.</p>
<p style="text-align:justify;">Progettammo perfino di preparare insieme un esame per la facoltà, un esame di urbanistica. Il soggetto avrebbe dovuto essere l’enorme quartiere bordello di Teheran: ci veniva descritto con le sue case, i negozi, i cinema, circondato da una cinta di mura con quattro porte ai lati, vera città dentro la città. I nostri amici iraniani sembravano pronti a tutto, pareva che per loro non ci fossero mai difficoltà, vantavano parenti importanti ovunque. Quando poi passammo dal progettare avventure esotiche svaccati sul divano, ai preparativi per partire davvero, le cose cambiarono, nacquero esitazioni, si paravano difficoltà a ripetizione e nessuno di noi italiani pareva più disposto a osare tanto. Alla fine, quando dissi io ci vengo davvero, Karim e gli altri non arretrarono di un millimetro dalle loro promesse. La grande avventura nacque così. Sapevo che avrei avuto con me Maria, prima vera compagna di vita, mica una fidanzatina da suonare il campanello alla casa dei genitori e aspettarla in strada, mangiare la pizza e andare al cinema per avere un po’ di oscurità da condividere. Con lei non era così, viveva da sola in un’altra città, studiava al Dams di Bologna, era già stata in Grecia con la tenda e il ragazzo, in Vespa. Raccontava che lui per tutto il tempo aveva guidato portando con sé la chitarra appoggiata tra le gambe dietro il manubrio.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando le avevo accennato all’invito di Karim mi aveva risposto subito di sì.Quasi all’ultimo momento si era aggiunto Gino.</p>
<p style="text-align:justify;">Era nel mio corso ad Architettura, ma lo conoscevo tutto sommato poco. Era sempre in evidenza quando c’era da fare casino in facoltà. Parlava al microfono nelle assemblee soffocanti, o nelle riunioni di quell’anno in cui tutto pareva sul punto di prendere fuoco.</p>
<p style="text-align:justify;">Alla fine mi ero trovato a preparare un esame di gruppo insieme a lui e ai persiani e così avevano fatto conoscenza. Loro ovviamente invitarono a casa anche lui, e quando seppe dei preparativi del viaggio, senza che nessuno lo avesse granché invitato, si aggregò subito. Ero perplesso, mi pareva soprattutto che non potesse tollerare l’idea che altri facessero qualcosa di grande senza di lui. Che potessero farne a meno. Non seppi prendere una posizione decisa, anche Maria non ebbe vere obiezioni e lasciammo andare le cose per il loro verso, pensando che forse poi non sarebbe venuto davvero, che magari si sarebbe ficcato prima in un’altra storia. Invece lui alla fine venne sul serio e diventò definitivamente Gino il socio. Anche lui prese a chiamarmi così di rimando, e l’equipaggio era ormai formato.</p>
<p style="text-align:justify;">Sessantuno anni in tre, ero il più vecchio con i miei ventuno finiti: ora ci voleva una macchina. Ovviamente arrivare laggiù voleva dire andarci per strada, percorrere tutti i chilometri necessari, nessuno di meno, fare quello che i nostri amici persiani facevano regolarmente. Ci avevano spiegato tutto per bene, con i posti dove fermarci e le frontiere da attraversare e i visti da preparare, come al solito detto da loro pareva tutto facile. Poi trovai il maggiolino verde chiaro, era del ’64 con i paraurti doppi e l’impianto a sei volt, ma costava poco e aveva fama di auto indistruttibile. Solido acciaio tedesco, appunto, adatto a grandi imprese. Di lì a qualche giorno c’era il mio nome su un foglio allegato al cenciosissimo libretto di circolazione: quarto passaggio di proprietà. Non potevamo non farcela, avremmo guidato a perdifiato, avremmo attraversato le città e i deserti, incontrato luoghi nominati nella Bibbia e nel Corano, o nei racconti della principessa Sherazade che non voleva morire.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">-</span></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Il giorno prima, martedì pomeriggio</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em></em>Dunque eravamo ancora in viaggio quella sera al tardo crepuscolo, forse le nove o più, ed eravamo alla fine arrivati alle porte della città di Erzincan, nel cuore della Turchia asiatica, a vederla sulla mappa ci sembrava proprio di essere al centro di quella terra rettangolare. Avevamo la benzina agli sgoccioli e dovevamo prendere una decisione per la notte. Impossibile pagarci anche solo un alberghetto ultra economico, quindi, non avendo dove dormire, era inutile anche entrare in città, sarebbe stato peggio. Così ci fermammo subito prima della periferia. C’era un distributore di benzina ormai chiuso, praticamente solo un piazzale asfaltato macchiato di gasolio, con il relitto di un camion incidentato, un piccolo gabbiotto, le pompe di carburante ben serrate, ma importantissimo per noi, un rubinetto per l’acqua che funzionava.Decidemmo di fermarci lì, in quel limbo fra campagna e città, senza abbandonare la strada, come se il rumore familiare dei camion che passavano ci facesse una qualche compagnia. Qualcosa doveva trattenerci nell’epoca moderna e controllabile, ci doveva far sentire meno persi in un tempo sconosciuto, meno soli in una terra così antica. Piazzammo la tenda canadese proprio a lato del piazzale, verso i campi aperti. Un impossibile equilibrio tra essere vicini alla strada e quindi non totalmente soli, e anche rimanere un po’ appartati, non troppo visibili da chiunque transitasse. Il crepuscolo avanzava veloce, gli occhi si abituavano al calare della luce e non ci rendevamo conto di come questa scomparisse in fretta. Quando finalmente la tana fu pronta ci trovammo calati in un buio quasi totale. Smozzicammo ancora qualche pezzo di <em>nan</em> ormai secco, fumammo pensosi qualche sigaretta nell’aria asciutta, seduti fuori su una piccola stuoia.</p>
<p style="text-align:justify;">– Domani dobbiamo cambiare questi cazzo di soldi assolutamente, e fare colazione con abbondanti schiaccine calde, miele e tè. Ah, e fare benzina.</p>
<p style="text-align:justify;">E Gino, puntuale:</p>
<p style="text-align:justify;">– Bravo socio, hai fatto una scoperta, e poi ripartire da questo buco di culo di posto alla svelta.</p>
<p style="text-align:justify;">– Quando abbiamo i soldi, magari per una volta si può partire con calma – dice Maria – diamo prima un’occhiata in giro, è da tanto che non ci fermiamo.</p>
<p style="text-align:justify;">E io:– Facciamo un po’ di spesa. A che ora aprono le banche, alle nove ?</p>
<p style="text-align:justify;">– Macchè le nove, socio, vuoi aspettare fino alle nove? Alle otto ci sarà una banca aperta fra questi fancazzisti di turchi, o no?</p>
<p style="text-align:justify;">– Boh, e che ne so? Speriamo, socio. Ma mi sa di no.</p>
<p style="text-align:justify;">– Domani si vedrà, tanto qui ci svegliamo presto.</p>
<p style="text-align:justify;">Silenzio.</p>
<p style="text-align:justify;">Guardiamo intorno e, inevitabilmente, il cielo pieno di stelle.</p>
<p style="text-align:justify;">– Guarda la Via Lattea com’è vicina.</p>
<p style="text-align:justify;">– Perchè siamo alti.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che cazzo dici, che c’entra? Siamo più a sud.</p>
<p style="text-align:justify;">– No, è più buio</p>
<p style="text-align:justify;">– La fame ti fa vedere buio.I camion si facevano più rari, la città era distante. Ero steso mezzo fuori dalla stuoia e Maria mi appoggiava la testa su un fianco, le carezzavo i capelli infilando le dita in quei riccioli neri.<br />
<em></em></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ffffff;">-</span></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Mercoledì mattina</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em></em>Sono impacciato nei movimenti e anche un po’ indolenzito, ma non ho più fretta di uscire dalla tana tiepida. Vorrei continuare il dormiveglia ancora, ormai sto bene anche lì, non sono ancora pronto ad affrontare il giorno.</p>
<p style="text-align:justify;">Dopo poco cominciano i grugniti e i movimenti.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che ore sono – chiede Gino – le sei?</p>
<p style="text-align:justify;">Decidiamo di emergere. Fuori è grigio, come è sempre la luce all’alba. Non ho mai avuto la poesia della prima luce, mi trovo spesso in quei momenti straniato, inquieto.Ora è veramente tutto grigio, con la terra, l’asfalto e le case quasi dello stesso colore. Anche il cielo è grigio, sempre più chiaro. Non è troppo freddo per fortuna. Impacchettiamo le cose con insolita lena, ci laviamo un minimo al rubinetto, carichiamo la macchina e ci muoviamo.Entriamo in città. Non sono ancora le otto e il cielo continua a essere velato. La gente è già in strada, ma le facce che vedo non sembrano meno assonnate delle nostre. Le banche sono ovviamente chiuse e non si capisce quando hanno intenzione di aprire. Ci fermiamo in una piazza, non possiamo neanche prendere un tè se non cambiamo le maledette lire. C’è una fontana dove bevo a lungo una quantità esagerata di acqua fresca che mi scorre sulla barba fino all’orecchio.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ecco come farà colazione il socio d’ora in avanti, una bella corpata di acqua fredda e via, tutto gratis – sfotte Gino, mentre mi rialzo bagnato e con una sensazione non del tutto spiacevole di fresco e pienezza allo stomaco.</p>
<p style="text-align:justify;">Alle nove e venti siamo finalmente all’interno della Turkije Etibank che aspettiamo. Stanza grande semivuota, guardie con scarponi sfondati e fucili da Far-West, grate agli sportelli e noi tre impazienti in mezzo.</p>
<p style="text-align:justify;">Alla parete in alto c’è una grande fotografia di Ataturk il padre della patria che con la topa in testa guarda minaccioso: gli occhi sembrano azzurri anche nel bianconero. Mi viene in mente uno zelante fotografo che li ritocca con la sbianca, bagnando il pennello con la lingua.</p>
<p style="text-align:justify;">Un impiegato è sparito in un’altra stanza da almeno dieci minuti, con il nostro foglio da diecimila lire italiane. Osserviamo il cartello change/excange che riporta le quote di dollari, marchi, sterline, dracme e altro, ma non delle nostre lire. E infatti l’impiegato ritorna con la banconota in mano, ce la porge, dice:</p>
<p style="text-align:justify;">– Dollars, dollars, Italy no, go other bank. È chiarissimo, non protestiamo neanche, solo imprecazioni in italiano fra di noi, commenti di Gino su chi credono di essere questi turchi, con le loro lire che non valgono un cazzo e andiamo via socio prima che gli rispondo io. Sembra turco anche Gino, stropicciato dalla notte in tenda con i capelli neri lisci e unti, il naso affilato e gli occhi gonfi più sottili del solito. Mi chiedo cosa risponderebbe, ed eventualmente in quale lingua, temo che la sua aria da bulletto di paese in trasferta lo costringa a qualche inutile battibecco. Mi torna in mente quando con Maria siamo andati a prenderlo quindici giorni prima con la macchina appena comprata a casa sua, un paesotto con porto giù sull’Adriatico. Abita in una casa a pianterreno, unico figlio del proprietario dell’unico cinema del paese.Ricordo come protestava sgarbato davanti a noi con la mamma perché le camicie che gli aveva stirato non gli cascavano bene. Maria osservava la scena perplessa. E lei, la mamma, guardava entrambi, ma soprattutto me con astio impotente. Cosa volevamo noi che giravamo da soli con quel catorcio, che eravamo venuti per portarglielo via? I traviatori forestieri che mettevano in testa al suo Gino questa strana idea del viaggio in tenda, così lontano e assurdo, invece di lasciarlo fare comodamente il vitellone in paese, viziato da mamma sua. E chissà come se la tirava lui, da ragazzo, a poter vedere tutti i film che voleva nel cinema di papà, magari facendo entrare gratis questo sì o questo no dei suoi amici, secondo l’umore del momento. E avere una bella chance da spendere al bar con le ragazze nelle umide serate invernali, quando in giro non c’era niente da fare.Ora, lontano da casa, sembra però avere perso un po’ di spavalderia. Intanto usciamo scornati in strada, non ho provato nemmeno a proporre di cambiare i cento dollari in pezzi da dieci, non è aria, cerchiamo other bank.</p>
<p style="text-align:justify;">Nella seconda banca si ripete più o meno la stessa scena, con l’unica differenza che cominciamo ad aspettarcelo e quindi riusciamo a chiedere più garbatamente come possiamo fare, dove andare. National Bank, è la risposta con cui ci liquidano. Esiste in effetti una National Bank in città, la troviamo dopo diversi giri in un quartiere residenziale. L’edificio è più monumentale e pretenzioso degli altri, ma l’accoglienza ancora più diffidente: quasi non ci fanno parlare, non sentono ragioni sulle lire italiane, no possibile. Certo non assomigliamo agli occidentali benvestiti che vedono e magari invidiano in tv o sui giornali, cosa vogliono questi straccioni con quelle lire che sembrano le nostre? Che tirino fuori i soldi veri, o vadano al diavolo. Questo ci pare che esprimano quelle facce baffute, è meglio lasciar perdere, usciamo indispettiti imprecando a mezza voce. Sì, ma per fare che? Abbiamo fame, sete, siamo stufi. Sembra inevitabile cambiare tutti i dollari in moneta turca, anche se in banca ci hanno confermato che in Iran non le vogliono proprio. Siamo in strada, c’è gente ovunque, i negozi sono aperti nella mattina ormai inoltrata, ma non per noi. Sento lo stomaco stretto come un cartoccio vuoto. Molti ci guardano incuriositi passando oltre, e questa non è una novità, alcuni ci fissano proprio, dritti dai tavoli dei bar da tè. Gino sbraita con la mano tesa verso la banca, Maria gli dice di stare calmo, lui dice calmo un cazzo, qui va tutto affanculo per questi stronzi.</p>
<p style="text-align:justify;">– Se non ti vengono idee brillanti allora stai zitto – dico io, ma non so che fare.Ieri sono stato sul punto di accettare un cambio sfavorevole, ma ora che non c’è scelta non vorrei essere proprio io a concedere di essere così sconfitti. Sento che siamo incartati anche fra di noi, c’è l’orgoglio a complicare le cose, a renderci nervosi.</p>
<p style="text-align:justify;">– Proviamo un’altra banca – dico alla fine.</p>
<p style="text-align:justify;">E Gino: – Sì, per farsi fottere come stronzi.</p>
<p style="text-align:justify;">– E troviamoci qualcun altro che cambi soldi, ci sarà un mercato nero, no? – dice Maria che finora si era tenuta abbastanza in disparte.</p>
<p style="text-align:justify;">Brava la mia piccola che non si perde d’animo. Non deve essere il massimo per lei sopportare i nostri battibecchi. Mi accorgo che avrei voluto essere solo con lei ad affrontare le difficoltà.</p>
<p style="text-align:justify;">Nello sciame di persone che ci passa accanto se ne ferma uno che attacca discorso:</p>
<p style="text-align:justify;">– Hello mister, where do you come from? What you want?</p>
<p style="text-align:justify;">Ecco, ci mancava il rompicoglioni ansioso di fare domande ai turisti. Come se ne avessimo incontrati pochi finora. Avrà trentacinque anni, immancabili baffi, una giacchetta chiara sulla camicia dal colletto largo e aperto che tiene fuori dai pantaloni.</p>
<p style="text-align:justify;">Parla un inglese discreto per i nostri standard:</p>
<p style="text-align:justify;">– Change money? No problem.</p>
<p style="text-align:justify;">– Sì, ma sono lire italiane.</p>
<p style="text-align:justify;">– No problem my friend, come with me.</p>
<p style="text-align:justify;">– Sì, e dove?</p>
<p style="text-align:justify;">– Lo so io dove, in una banca.</p>
<p style="text-align:justify;">– Quale banca?</p>
<p style="text-align:justify;">– No problem.</p>
<p style="text-align:justify;">– Prendiamo la macchina?</p>
<p style="text-align:justify;">– Don’ worry my friend.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci guardiamo sbigottiti. Da dove salta fuori questo? Dov’è la fregatura? Ma non possiamo lasciare cadere una promessa così allettante. Ci troviamo dunque nel maggiolino, Gino, al volante con il tipo al fianco, Maria e io dietro, gamba contro gamba, stretti fra i bagagli, ci stringiamo le mani, ora che non ci vede nessuno.Gino guida sciolto, anche troppo, tira le marce e fa commenti in dialetto sul traffico disordinato.</p>
<p style="text-align:justify;">Il tipo sembra a suo agio:</p>
<p style="text-align:justify;">– Turkish drivers very good.Come no, ce n’eravamo accorti già.</p>
<p style="text-align:justify;">Gino:– Mah, vediamo dove vuole andare a parare questo.</p>
<p style="text-align:justify;">– Stai attento, non ti infilare in posti che non ci piacciono – dico sottovoce.</p>
<p style="text-align:justify;">– Qui si va dove dico io, tranquillo socio.E va. Per strade e incroci, fra camion, moto e carretti, con in alto i fili della corrente tutti intricati fra una casa e l’altra. Quando alla fine la nostra guida ci dice di fermarci e scendere, ci accorgiamo costernati di essere davanti alla prima banca dove siamo stati inutilmente stamattina. Ci cadono le braccia, è lì che vuole portarci il sòla.</p>
<p style="text-align:justify;">– Come on, my friend, let’s go inside – dice imperterrito a noi che quasi lo maltrattiamo.</p>
<p style="text-align:justify;">Figuriamoci. Alziamo anche un po’ la voce. Lui insiste, non sappiamo cosa fare. E, insomma, alla fine entriamo di nuovo.Ora c’è un po’ di gente, è quasi mezzogiorno e nello stanzone c’è più luce. Il nostro uomo ci fa sedere su un divanetto vicino alla finestra che dà sulla strada e dice di aspettare. Sparisce dietro una porta e dopo poco ritorna con un impiegato, uno diverso da prima. Ci chiede di vedere il deca, glielo consegniamo riluttanti, e subito se ne vanno entrambi.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci domandiamo sempre più dove sarà la fregatura. I poliziotti ci guardano neutri, incerti tra deferenza e arroganza. Ogni tanto parlano piano tra loro, forse i soliti commenti da caserma. Non torna nessuno per un quarto d’ora buono, poi arriva il tipo:</p>
<p style="text-align:justify;">– No problem, change money.</p>
<p style="text-align:justify;">Possibile?</p>
<p style="text-align:justify;">– Do you want chai?</p>
<p style="text-align:justify;">Sì che lo vogliamo, grazie, ma anche i nostri soldi, e alla svelta.</p>
<p style="text-align:justify;">– Wait, please.</p>
<p style="text-align:justify;">E aspettiamo, vuoi vedere che il tipo ce li fa cambiare davvero? Gino dice speriamo gente, io dico che dopotutto siamo in banca, non potranno semplicemente uscire da una porta e sparire. Intanto il tè arriva, con delle ciambelline secche all’anice che divoriamo famelici, briciole comprese. Poi arriva un nuovo impiegato, uno magro e di una certa età, con la barba grigia che tiene in mano le nostre diecimila lire. Va al banco, quello dietro le sbarre e si siede, guarda i soldi controluce. Mi avvicino e mi dice di aspettare. Ci sediamo di nuovo e arriva altro tè. Poi niente, solo attesa. Portano un libro grosso e pesante all’impiegato che aveva i nostri soldi. Mi alzo e mi avvicino ancora. Il librone sembra una specie di vecchio atlante mondiale delle monete. Ci sono le fotografie in bianco nero a grandezza naturale delle banconote di tutti i paesi, una pagina il fronte, quella accanto il retro, incredibile. Lui cerca a lungo la foto uguale al nostro bigliettone, non sembra convinto.</p>
<p style="text-align:justify;">Dico che abbiamo fretta: wait, wait, dice lui. Torno al nostro divanetto. Arriva un altro impiegato, si siede accanto a noi e comincia cerimoniosamente a farci delle domande, le solite questioni cosmiche: chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo, e anche di chi è moglie Maria. Poi torna anche il tipo incontrato per strada e dice che deve andare a casa.</p>
<p style="text-align:justify;">– No problem, you wait – fa.</p>
<p style="text-align:justify;">Come no, noi aspettiamo, ma digli di sbrigarsi.</p>
<p style="text-align:justify;">La situazione sta diventando paradossale, sarà un’ora almeno che siamo qui seduti, quando sento chiamare:</p>
<p style="text-align:justify;">– Hey mister!</p>
<p style="text-align:justify;">Finalmente. Mi avvicino all’uomo dello sportello che mi scruta da dietro le sbarre. Ha posato il libro e ora ha un grosso mazzo di fogli da cento lire turche davanti. Verdi e grandi, mi sembrano i soldi che Totò sventolava nei film. Comincia a contarli lentamente e a impilarli davanti a me, borbottando i numeri nel suo inglese. So che ci dovrebbero spettare circa milleduecento lire, qualcosa meno se le commissioni sono care, una decina o poco più di quei fogli.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ten, eleven, twelve, thirtheen.</p>
<p style="text-align:justify;">Be’, la commissione non è male allora, quattordici, quindici, sedici, quello continua serio ad ammucchiare accuratamente quei lenzuolini sgualciti. Ventidue, ventitre, trentacinque. Guardo appena indietro, non c’è nessun altro in fila, solo i due soci in attesa interrogativa. Torno a fissare il tipo, come ipnotizzato. C’è silenzio nello stanzone, un altro impiegato guarda da dietro di traverso. Sessanta, settanta, i soldi continuano a planare sul mucchio che aumenta di spessore, morbido e preciso. Non possono essere per noi, sono troppi. Ma allora perché ce li conta davanti? Aspetto più fermo che posso, non mi volto più, spero che loro due resistano, che non dicano niente, nessuna domanda. Centoquindici, centosedici, il tono di voce rallenta, centodiciassette, il cassiere si ferma. Allunga una mano, aggiunge due o tre banconote minori e infine fa cadere qualche spicciolo in cima al mucchio. Sgrano gli occhi.</p>
<p style="text-align:justify;">– It’s ok? – dice alzando lo sguardo freddo sulle nostre facce intronate.</p>
<p style="text-align:justify;">– Yes, yes, it’s ok! – dico automaticamente, ma è come se parlasse qualcun altro.</p>
<p style="text-align:justify;">Come un sonnambulo allungo la mano verso i soldi, li prendo lentamente dicendo thank you very much. Gli altri si avvicinano, guardano i miei movimenti cercando di sbirciare il malloppo, temo di nuovo che possano fare commenti a sproposito.</p>
<p style="text-align:justify;">– Va bene, va bene – dico a mezza voce.</p>
<p style="text-align:justify;">Ormai sono un automa:</p>
<p style="text-align:justify;">– Good morning, thank you – mi giro.</p>
<p style="text-align:justify;">Raccogliamo la borsa e i giubbotti, me li trascino fuori.</p>
<p style="text-align:justify;">– Zitti e usciamo senza correre.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma mi scappa da ridere mentre scendiamo a grandi passi i pochi scalini di marmo che danno sulla strada.</p>
<p style="text-align:justify;">Siamo fuori, non succede niente di strano.</p>
<p style="text-align:justify;">– Andiamo in macchina, ragazzi.</p>
<p style="text-align:justify;">Il motore parte subito, bravo maggiolino fedele, andiamo.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ragazzi, si sono sbagliati, ci hanno dato il cambio di centomila!</p>
<p style="text-align:justify;">– Cazzo socio, che dici?!</p>
<p style="text-align:justify;">– Davvero, ma sei sicuro? – fa Maria, ma già ride anche lei.</p>
<p style="text-align:justify;">– Eccome, hai visto quanti soldi, non ci posso credere.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che culo, questo è vero culo per i soci.</p>
<p style="text-align:justify;">– E ora che si fa?</p>
<p style="text-align:justify;">– Si scappa?</p>
<p style="text-align:justify;">Gino guida più prudente del solito.</p>
<p style="text-align:justify;">– Io non glieli riporto di certo. Col cazzo!</p>
<p style="text-align:justify;">– Qui bisogna ragionare con un minimo di calma, prima di tutto mangiamo. A stomaco vuoto non si pensa bene – concludo con scialo di facile saggezza.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma tutti sono d’accordo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ed eccoci, eccitati e finalmente sazi al tavolo di una trattoria sotto una veranda di legno e lamiera. Non siamo molto lontano, ma comunque a distanza di sicurezza. Ora c’è un sole pallido e intorno la vita della strada procede indifferente a noi. Traffico fumoso, gente che cammina, che trascina carretti, gruppi di bambini con gli occhi seri già da grandi. Chiediamo altro tè che ci viene portato nei bicchieri piccoli, col piattino sotto e lo zucchero a zollette. Certo si sono sbagliati proprio bene. Qui non hanno familiarità con le lire italiane, diecimila lire sono sembrate tanti soldi. In effetti in qualunque altra moneta, diecimila franchi, diecimila marchi, diecimila sterline lo sarebbero state. Le nostre erano state le solite lire di Totò, insomma. Il paragone non mi dispiaceva.</p>
<p style="text-align:justify;">Sì, ma ora dobbiamo decidere che fare e alla svelta. Quando si accorgeranno dell’errore i tipi della banca? Ci sarà un controllo alla chiusura? O salterà fuori quando le nostre lire saranno girate alla banca centrale? Forse proprio a quella National Bank dove ci avevano così maltrattato, vendetta del destino? O magari ci stanno già inseguendo, dopotutto ci hanno abbondantemente visto in giro per banche – quegli italiani straccioni con la loro auto verdina. Ci faranno cercare dalla polizia? – hanno il mio nome e il numero di passaporto.</p>
<p style="text-align:justify;">Cercheranno di bloccarci in frontiera all’uscita? O forse passerà del tempo, giorni o settimane o magari non se ne accorgeranno mai? È un groviglio di ipotesi che ci scambiamo concitati.Ci rimangono due possibilità: restituire subito i soldi e fare una figura da signori, o più probabilmente da incomprensibili fessi europei, scoprire che nessuno pensava più a noi ed esporci al rischio di nuove estenuanti attese e spiegazioni e controlli&#8230; oppure fare il pieno, salire in macchina e continuare senza fermarci fino alla frontiera con l’Iran, passarla in nottata e ciao. Non ci sono altre possibilità. In realtà ci sono quasi settecento chilometri al confine, e al nostro ritmo di tre o quattrocento chilometri al giorno avevamo pensato di fare ancora una o due tappe in Turchia, magari dormendo la sera a Erzurum e la sera dopo a Dogubajazit, non lontano dalla frontiera per passarla di giorno.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci eravamo imposti, cioè ero riuscito a convincere Gino che si alternava alla guida con me, a non superare i sessanta chilometri all’ora, viste le strade e le tante buche in cui eravamo già inciampati con i nostri ammortizzatori esausti. Poi c’erano le soste, ovviamente, per fare il pieno, per la spesa, mangiare, bere vari tè come gli altri viaggiatori turchi, fare pipì nel deserto, sgranchirsi, scattare foto. Già, stavo dimenticando la bellissima Nikon F tutta nera e spigolosa che avevo con me: vedo la borsetta marrone ancora accanto e questo mi conforta in qualche modo. Avevo fatto parecchie foto a volte, a raffiche improvvise, come al vecchio cimitero di Istambul con le lapidi grigie tutte storte sull’erba. A una famiglia di contadini in Bulgaria, alla nonna che rideva sdentata abbracciando una bimba di due anni, alla nostra piccola tenda vicino a un ponte di pietra, e anche a noi stessi stupiti viaggiatori. Anche se da un po’ le foto non le stavo facendo, bastavano le soste e le altre perdite di tempo a portare la media generale a non più di quaranta ridicoli chilometri all’ora. Questa volta si trattava invece di fare settecento chilometri in un’unica tirata, di cui molti in montagna. Dovevamo girare intorno al monte Ararat affrontando lunghe salite e discese, sfiorare addirittura il Piccolo Caucaso. Anche tirando al massimo ci avremo messo un casino di tempo, qualcosa come quindici ore, e se tutto andava bene. Inoltre anche se nessuno ne aveva ancora parlato, c’era la storia dei piccoli papiri misteriosi.</p>
<p style="text-align:justify;">Erano gli ultimi giorni prima della partenza dall’Italia, i saluti e gli ultimi appuntamenti con i persiani. Said, il più taciturno del gruppo – io posso poco italiano, diceva sempre – ci chiese il favore di portare un suo regalo dall’Italia alla sorella che stava per sposarsi. Si presentò proprio il giorno prima a casa nostra con una grossa busta contenente una stecca di sigarette Camel e una scatola di baci Perugina in confezione regalo, con nastri e fiocco, da portare a casa sua a Isfahan per la imminente sposa. Ci sorprese non poco. Pensai perplesso a come il caldo e il viaggio avrebbero ridotto la cioccolata di quel regalo insolito e inutile, visto che in Turchia e tutto il Medio Oriente non erano certo le sigarette a mancare. Era strano, ma qualche stranezza eravamo abituati a concederla a quei ragazzi. Così anche il fragile e ingombrante pacco trovò il suo posto fra taniche e zaini nel bagagliaio sul davanti del maggiolino.</p>
<p style="text-align:justify;">Solo ripartendo da Istambul, dove eravamo stati per pochi giorni in un albergo economico, al momento di caricare nuovamente in macchina i bagagli che si erano già arricchiti di cianfrusaglie varie raccolte negli enormi bazar della città vecchia abbiamo scoperto il motivo. Nel pigiare le varie borse nel cofano, ci siamo accorti che il pacco con la stecca delle sigarette si era strappato. Da un angolo usciva un pacchetto ammaccato. Con nostra grande sorpresa vedemmo che invece di sigarette Camel conteneva tanti piccoli rotoli di carta fitti di scritte in persiano. Tutti ordinati e arrotolati come sigarette nel loro pacchetto. In tutto tantissimo testo, forse libri interi.</p>
<p style="text-align:justify;">– E questo che scherzo del cazzo è?</p>
<p style="text-align:justify;">Non credevamo ai nostri occhi.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che roba sarà? Ma perché non ce l’hanno detto? – disse Maria.</p>
<p style="text-align:justify;">– Chi credono di prendere per il culo? Io butto via tutto! – il socio.</p>
<p style="text-align:justify;">– Non ci hanno detto niente, gli stronzi non si sono fidati.</p>
<p style="text-align:justify;">– Persiani sono e persiani rimangono – sempre Gino.</p>
<p style="text-align:justify;">– Non si fidano di nessuno, e forse fanno bene.</p>
<p style="text-align:justify;">– Amici un cazzo, a noi lo dovevano dire. E così eravamo sul marciapiede a rimuginare, a guardarci intorno, a fare ipotesi su cosa fossero quelle carte incomprensibili e perché dovessero essere così nascoste. In Iran il regime filo-occidentale degli Shah era difeso dagli americani e non tollerava opposizioni, c’era una fortissima repressione del dissenso. I nostri amici persiani, anche nel clima di ribellione che si respirava all’univerità, erano sempre molto cauti nel parlare di politica. Improvvisamente passavano alla loro lingua e si facevano vaghi. Sapevamo tutti che fra gli studenti di Firenze ce ne erano molti che passavano informazioni alla polizia segreta iraniana, la famigerata Savak. Sarebbe stato molto pericoloso per loro, una volta tornati a casa, essere stati notati in attività filomarxiste all’estero. Certamente l’occhiuto regime persiano non avrebbe gradito.Senza averne grande motivo, decidemmo che quei papiri misteriosi dovessero contenere qualcosa tipo le opere di Marx tradotte in persiano. Qualche tomo voluminoso e prolisso, medicina indispensabile per l’emancipazione delle masse, che indicasse la strada ai popoli della terra verso le loro inevitabili sorti se non proprio magnifiche, di sicuro progressive. Tutti eravamo contro la guerra in Vietnam, contro l’imperialismo americano e a favore dei Cinesi, dei Palestinesi, dei Tupamaros, dei Cubani, dei Portoghesi e in genere dei guerriglieri e ribelli di ogni parte del mondo e non ne facevamo mistero. Credere possibile una rivoluzione, urlare parole di fuoco era un nostro diritto sacrosanto. Ma per loro, i persiani, non era così nei fatti. Dovevano stare attenti.E anche noi ora. La polizia da queste parti non scherza, che spiegazioni potevamo dare se scoperti? E allora, buttiamo via tutto? Ci arrendiamo alla vile prudenza? Giammai. Alla fine rimettemmo il pacco regalo a posto alla meglio e continuammo senza più parlarne. L’impresa segreta ci faceva sentire cospiratori anche se non sapevamo bene di cosa.</p>
<p style="text-align:justify;">– Ma poi glielo diciamo a Said, stai sicuro!</p>
<p style="text-align:justify;">Il pacco era ancora lì, sempre più ammaccato nel portabagagli.</p>
<p style="text-align:justify;">Mentre parliamo ora ci fissiamo più direttamente del solito e guardiamo anche intorno, attenti. Maria ha i Ray-Ban e i capelli all’indietro spettinati. Fuma una sigaretta. Gino tiene gli occhi stretti come al solito, con i capelli lunghi e la barba nera. Stravaccato come sta ora sulla sedia potrebbe sembrare la comparsa in un giallo di periferie italiane. Forse tutti ci sentiamo davvero dentro un film. Mezz’ora dopo siamo in macchina col pieno fatto, che filiamo a ottanta all’ora già fuori dalla città. Come seguendo un copione inevitabile siamo anche tornati sul luogo del delitto. Cioè, ci siamo passati vicino, quando cercando di seguire la strada per uscire in direzione di Sivas abbiamo attraversato di nuovo la piazza dove c’era la banca dal cambio favoloso. Turkije Etibank c’era scritto in verticale su un’insegna appesa affianco all’edificio, in lettere nere ciascuna incasellata in un riquadro bianco separato che forse di notte si illuminava anche. Volevo ricordarlo quel nome fatale. Per pochi attimi l’ho visto controsole dal parabrezza sporco, poi nello specchietto che si allontanava, mentre cercavo di guidare nel modo più invisibile. Troviamo la strada e siamo in periferia, distributori di carburante, camion: comincia la pianura arida. La somma che ci hanno involontariamente regalato vale almeno lo stipendio di quell’impiegato di banca e molto di più per quasi tutti gli altri che vediamo tutto il giorno. Mi dico che la nostra piccola fortuna non sarà pagata direttamente da qualcuno in particolare, ma che si perderà nel grande ventre delle operazioni bancarie e che magari nessuno se ne accorgerà mai. E poi è la sorte che ha voluto così. Un incoraggiamento del destino invisibile. Non potevamo sdegnare questo dono generoso, o il Fato si sarebbe adirato con noi.Fantastico su queste cose mentre cerco di tacitare un senso di colpa che da qualche parte pure c’è. Ancora una volta questa sensazione lontana non mi lascia mai del tutto, come un ospite indesiderato ritorna a sorpresa e appesantisce le scelte. Ma ci penserò un’altra volta, ora l’avventura è cominciata e il suo richiamo è troppo irresistibile. I primi chilometri passano in fretta, abbiamo deciso di alzare la velocità di crociera a ottanta all’ora, ma vado anche di più, non c’è traffico e la strada è dritta, pigramente ondulata. Ci sono le solite salite leggere e impercettibili che fanno sembrare a volte il nostro motore lento e sfiatato, mentre dopo poco lo sentiamo girare pimpante e leggero in una discesa invisibile, con il piede che alleggerisce il gas. Tutto intorno terra chiara e sassosa, cespugli rinsecchiti, villaggi con muretti bassi che circondano le case dello stesso colore della terra e le montagne all’orizzonte, azzurrine, ancora lontane.A Erzurum non ci fermiamo neanche, appena fuori Gino mi dà il cambio al volante senza rallentare neppure. Semplicemente rotoliamo uno al posto dell’altro in una manovra già provata diverse volte, lui dice che ora dobbiamo imparare a pisciare direttamente dal finestrino. Maria dice contaci, e si accende una sigaretta stirandosi sul sedile di dietro ingombro di cose. Mi volto, mi sorride.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi sento un po’ in colpa anche con lei per averla trascinata in questa strana situazione, io e lei, più il socio come optional. C’è già stata tensione più di una volta, quando c’erano da fare delle scelte pratiche, o più spesso quando nei nostri discorsi i giudizi o le opinioni erano diversi. A me non piace essere l’ago della bilancia, sono troppo parte in causa. Tre è un numero difficile, basta uno a fare la maggioranza. Comunque per ora nella nuova situazione siamo compatti e concentrati come bravi soci, le ruggini avrebbero aspettato un altro momento. Adesso c’è da correre, cioè da stare seduti nello stretto abitacolo sobbalzante, come pacchi. Quei soldi turchi ce li terremo per il ritorno, ora nascondiamo quello che avanza e quando ripasseremo da qui al ritorno ne avremo quanto basta per arrivare fino a casa. Il rientro da qui in poi sarà garantito. All’indietro ce li avrebbero accettati facilmente in Grecia e in Yugoslavia, sulla strada che tanti turchi percorrevano verso l’Europa, magari con i risparmi di una vita. Avanza il pomeriggio, ci fermiamo a fare nuovamente il pieno di quella benzina di colore verde che costa pochissimo, veniamo circondati da un gruppetto di uomini e donne che si avvicinano chiedendo il <em>barksish</em>. Ripartiamo e passiamo accanto a un camion che si è rovesciato fuori strada con il cassone storto e un mucchio di sacchi di granaglie sparsi a lato, alcuni strappati. La cabina piccola e spigolosa è vuota in modo sinistro, ma c’è un uomo lì accanto, seduto a terra. Sta accucciato sui talloni e con una coperta avvolta sulle spalle. Ci chiediamo se è l’autista, ma più probabilmente è solo di guardia ai sacchi rovesciati, starà tutta la notte a difendere quel grano dai ladri. Poco dopo cominciamo a salire, la strada diventa sterrata e lo rimane, lasciamo dietro di noi una scia di polvere che resta sospesa a lungo, illuminata dal sole. Il tramonto è l’ora magica per i viaggiatori e i naviganti, si sa. Nelle larghe curve possiamo vedere la nostra effimera traccia dorata che si disperde in quelle distanze.</p>
<p style="text-align:justify;">Appare il monte Ararat. Sicuramente è lui, un cono solitario come il Fuji Hama, imponente. Ci stringiamo nell’abitacolo, come in una piccola e traballante macchina del tempo personale. Mi tornano in mente le storie di Noè e la sua arca. Qualcuno sostiene di averne ritrovato i resti su queste alture. Vista dai nostri finestrini questa sassicaia infinita non sembra proprio il luogo della grande alluvione, né che da qualche parte possa esserci arrivata una barca. Ancora sterrato, curve larghe e salita, ancora non è buio. Attraversando un villaggio ci fermiamo a un incrocio e siamo circondati da un gruppo di ragazzini che ci corrono incontro schiamazzando. Hanno i nasi moccolosi e capelli quasi rasati, mosche intorno alle labbra, e sguardi fissi e duri. Urlano <em>barkshish barkshish</em> accavallandosi al finestrino, lo toccano con le mani urtandosi. Ripartiamo e ci corrono dietro urlanti, le mani ancora al vetro, danno colpi sulla carrozzeria e a fatica si staccano. Guardo quelle faccette sconfitte fermarsi e rimanere indietro, sento la loro urgenza come qualcosa di antico, a noi sconosciuto. Hanno ragione loro, lo so.Arriviamo a Dogubajazit che è notte fonda, forse l’una o più. La città è distesa in in una larga valle fra le montagne, addormentata. Un paio di tè in una specie di sgangherata stazione per camionisti, e via ancora. Tocca ancora al socio guidare. La strada è di nuovo asfaltata, cioè, lo è una striscia centrale abbastanza stretta, due corsie scarse con le solite larghe banchine sterrate ai lati. Si sta praticamente sempre al centro e si mettono le ruote sullo sterrato solo per far passare quelli che vengono dalla direzione opposta. Che poi ora sono quasi solo camion e qualche macchina straniera. Forse cominciano a sentirsi vicino alla destinazione, il fatto è che tutti sembrano pigiare sul gas da matti. Non ne possiamo più, siamo ormai in una specie di trance, pensiamo una cosa sola: arrivare da qualche parte. Con i nostri polverosi fari a sei volt affrontiamo auto e camion enormi che ci vengono incontro rabbiosi con gli abbaglianti storti e sempre accesi al massimo. E non si scansano mai. Anche Gino sembra essere preso da quel gioco insensato, gli punta dritto addosso i fari, e solo all’ultimo momento si decide a mettere le ruote sul vile sterrato.</p>
<p style="text-align:justify;">– Guarda questo stronzo – dice – e leva quei fari!</p>
<p style="text-align:justify;">– Socio, attento, perdio, vuoi andare più piano.Si considera un guidatore tosto, ovviamente, al paesello l’avevo sentito vantarsi di superare le altre auto passandogli a un palmo, senza scansarsi di più, mentre faceva il verso con il braccio teso e la mano aperta.Maria protesta anche lei sfinita:</p>
<p style="text-align:justify;">– Mantieni la calma, non fare il cretino – ma sembra assorta, mi pare che non si renda conto del tutto. Sono seduto dietro e sono terrorizzato. Non me ne importa niente delle sue prove di forza, non sopporto di non avere il volante in mano, non voglio morire. Dietro non ho neanche la portiera, c’è da impazzire.</p>
<p style="text-align:justify;">Mi metto a urlare:</p>
<p style="text-align:justify;">– Che cazzo fai? Sei scemo? Se non ci vedi fermati, testa di cazzo!</p>
<p style="text-align:justify;">– Vuoi cercare rogne proprio ora, socio?</p>
<p style="text-align:justify;">– Ti vuoi fermare?&#8230; fermati e ammazzati da solo! – non so più quello che dico.</p>
<p style="text-align:justify;">– Che cazzo urli, sei scemo? – risponde Gino, ma poi accosta.</p>
<p style="text-align:justify;">Usciamo nella campagna, ognuno da solo, come una liberazione. Riparto abbastanza piano, stiamo zitti, fa anche freddo.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Giovedì mattina, ore 3 circa</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em></em>Qualche luce, i primi cartelli della frontiera. Finalmente. Ci sono camion fermi in fila, con i motori accesi, non li spengono proprio mai. Sono accostati lungo la strada in un’ ingombrante fila. Riusciamo ad avanzare comunque, perchè le auto passano in un’altra fila molto più breve, per fortuna. Intorno ci sono delle specie di caserme bianche col tetto piatto e un piazzale illuminato. Spengo il motore, scendiamo, siamo al dunque. Infilo la camicia dentro i pantaloni. La stanchezza rende automatici i movimenti, in qualche modo ci aiuta. A non pensare, soprattutto. L’edificio è basso, il solito stanzone illuminato dai neon con le mosche dentro, al muro il quadro di Ataturk che guarda e un orologio che segna le tre e venti. Consegnamo i passaporti alla dogana, le guardie ci scrutano oscure. Non gli piacciamo, è evidente. Avranno anche ragione, ma qualcuno di loro vorrebbe comunque essere al nostro posto, chissà. Certo noi non vorremmo essere al loro.</p>
<p style="text-align:justify;">– What pourpose of your visit?</p>
<p style="text-align:justify;">– Tourist, student – certo, che altro se no.</p>
<p style="text-align:justify;">Che razza di studenti del cazzo, sicuramente dicono tra di loro a mezza voce, tanto non capiamo. Vogliono vedere la macchina, ci seguono in tre nel parcheggio. Apriamo le porte e il baule, uno entra dentro e guarda borse e zaini, forse vede il pacco regalo, io non guardo, lui sposta qualcosa fruga sgarbatamente a casaccio, ma anche la sua faccia è stanca.</p>
<p style="text-align:justify;">Gino si accende una Marlboro, ne offre a tutti e tre, ma si tiene il pacchetto. Le lire turche sono nella borsa delle foto che ho a tracolla, infilate sotto il rivestimento. La stringo addosso, mi rassicura, guardo il cielo ma non vedo più le stelle.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora uno si mette a sfogliare il nostro libretto di circolazione, ma non sembra capirci molto. Indico il mio nome su una delle pagine ciancicate, lui mi guarda e dice yes, ma non me lo restituisce. Rientriamo verso l’ufficio passaporti. Ci chiedono se abbiamo soldi.</p>
<p style="text-align:justify;">– Turkish liras no, dollars dollars.</p>
<p style="text-align:justify;">Maria fa vedere duecento dollari, metà della nostra intera riserva, tirandoli fuori da una busta di cuoio che tiene a tracolla sotto il giubbotto di jeans. Loro guardano interessati e non dicono niente. Lei rimette tutto a posto alla svelta. I tipi seguono accuratamente il borsello rientrare in quel nido caldo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ora siamo allo sportello, i passaporti sono aperti alla pagina giusta, quasi a portata di mano. Un ufficiale ci confronta con le fototessera, gira le pagine indietro, ci guarda di nuovo. Ci sono dei libroni appoggiati sul tavolo dentro il suo ufficio e due pannelli di foto segnaletiche alla parete, tutte fotocopie nere e allucinate. Ataturk è sempre lì con la topa in testa, ormai ha lo sguardo spento anche lui. I passaporti sono appoggiati sul tavolo, distesi a ventaglio. I libroni rimangono chiusi. Il timbro sbatte tre volte anche troppo forte sulle nostre pagine verdine. Gestualità professionale, sceneggiata con ostinazione. I timbri di uscita.Possiamo andare. Sento una piacevole contrazione alla schiena.</p>
<p style="text-align:justify;">Il guardia ci sbatte i libretti chiusi sul davanzale dello sportello, come un giocatore di carte che getta uno scarto.Allungo la mano. Usciamo nel piazzale. Saliamo in macchina.Il maggiolino riparte al primo colpo.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:center;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:justify;"><strong>Carlo Bonazza</strong>, fotografo e editore, vive a Grosseto. Si è occupato di documentazione del territorio, di città e di periferia, di riproduzione di opere d’arte, di fotografia di scena per il teatro e il cinema, di restauro di foto storiche. Ha prodotto vari libri fotografici sulla sua terra, fra cui <em>Viaggio in Maremma</em>, <em>Il tempo e le stagioni</em>, <em>In volo sulla Maremma</em>, <em>Sciangai 1999</em>. Queste pagine, nate per una specie di gioco tra amici, sono il suo primo racconto.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il mio libro d'infanzia]]></title>
<link>http://micheledaflickr.wordpress.com/2009/11/28/il-mio-libro-dinfanzia/</link>
<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 13:31:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>michele</dc:creator>
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<description><![CDATA[Foto &#8211; Model: la mamma _________ &#8220;&#8230;bar matteotti farmacia via calogero isgrò stalt]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a title="Mom di michele*palermitano, su Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/35841942@N02/3963447620/"><img class="alignright" style="float:left;margin-right:18px;" src="http://farm3.static.flickr.com/2660/3963447620_c6b549d6c7.jpg" alt="Mom" width="375" height="500" /> </a>Foto &#8211; Model: la mamma</p>
<p>_________</p>
<p>&#8220;&#8230;bar matteotti farmacia via calogero isgrò stalteri millepiedi&#8230;&#8221;, la mia faccia era appiccicata al finestrino dell’auto e stavo leggendo veloce veloce tutto quello che passava davanti ai miei occhi. “Questa è la strada degli scarpari!”, aveva annunciato mia madre. Lo diceva ogni volta che la percorrevamo. “Su, adesso continua. A voce alta”, ed io giù a leggere. Tutto, perfino gli avvisi di affitto. Ormai ero diventato bravo. <em>Mizzica se ero bravo!</em></p>
<p>Avrò avuto cinque o sei anni e quel gioco era nato poco dopo esserci trasferiti tutti quanti a Marsala. Dovevo leggere alla perfezione quello che scorreva davanti ai miei occhi mentre mia madre guidava per la città. E se sbagliavo, mi correggeva.</p>
<p>Non è che mi divertisse tantissimo, eh! Il fatto è che non c&#8217;era nient&#8217;altro da fare in macchina. E, ad ogni modo, quando mia madre dava il via, quel gioco diventava una sfida. Per ogni parola corretta o per quelle che mi facevo sfuggire, battevo i pugni sulle cosce. E, giuro, avrei perfino imprecato, se solo avessi saputo come si faceva.<br />
Questa storia era andata avanti così per un paio di anni -era tutta una scusa per farmi imparare a leggere, no? Ma io mica l&#8217;avevo capito allora.</p>
<p>A ripensarci adesso, è stata una gran bella furbata quella di mia madre. A scuola sapevo leggere come nessun altro e quella città, che all&#8217;inizio mi era sconosciuta, dopo poco era diventata come un grande libro fatto d&#8217;insegne colorate. Ogni strada, una storia diversa. La Via Roma ti raccontava di vestiti, di scarpe e di moda, la Via Frisella di fotografia e biciclette. Ma la mia preferita era la Via Mazzini. Là c&#8217;era una vetrina grandissima, tutta piena di giocattoli, e, non appena la vedevo, gridavo l&#8217;insegna: TOYLANDIA!!!</p>
<p>Mia madre capiva subito. E, a volte, si fermava pure.</p>
<p>-<br />
Con questo breve racconto ho partecipato alla selezione per un corso di scrittura organizzato dalla Scuola Holden di Torino. L&#8217;ho scritto in occasione del <a href="http://www.flickr.com/photos/35841942@N02/3963447620/in/photostream/">ritratto di mia madre</a> che ho pubblicato qui su Flickr tempo fa. Ma, dato che dovevo parteciapere ad un concorso, mi pareva incauto pubblicarlo allora su internet.<br />
Ora che <a rel="nofollow" href="http://www.scuolaholden.it/Projects/Raccontare-le-citta/Marsala.aspx">ho superato la selezione</a>, no <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':D' class='wp-smiley' /> </p>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.youtube.com/watch?v=GF_Oarek9_A#t=2m58s">Yeah!</a></p>
<p>p.s. il tema del concorso era &#8220;scrivi in 1800 battute un racconto dal quale si evinca il tuo legame con la città di Marsala&#8221;.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Un viaggio chiamato amore]]></title>
<link>http://onmyair.wordpress.com/2009/11/27/un-viaggio-chiamato-amore/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 19:55:41 +0000</pubDate>
<dc:creator>ilariag</dc:creator>
<guid>http://onmyair.wordpress.com/2009/11/27/un-viaggio-chiamato-amore/</guid>
<description><![CDATA[Queste due trascinanti poesie presenti nel tumultuoso carteggio tra Dino Campana e Sibilla Aleramo r]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://onmyair.wordpress.com/files/2009/11/campana-aleramo.jpg"><img src="http://onmyair.wordpress.com/files/2009/11/campana-aleramo.jpg" alt="" title="campana-aleramo" width="510" height="277" class="alignleft size-full wp-image-72" /></a><br />
Queste due  trascinanti  poesie presenti nel tumultuoso carteggio tra  Dino Campana e Sibilla Aleramo raccontano l’apice di un amore, durato 2 anni,  intenso e  appassionato, tanto da sfociare in una  difficile storia tormentata, intrecciata alla follia, vissuta senza risparmio di emozioni, fra gioie e dolori, botte ed insulti, separazioni e riappacificazioni.</p>
<p>Era l’estate del 1916, afa e granate, guerra e passione.<br />
E’ un’estate lontana, lontana chilometri, lontana stagioni.<br />
Una  torrida estate nel bel mezzo del primo conflitto mondiale.<br />
Una storia che in realtà è un viaggio.<br />
Un viaggio di pazzia, di fuoco, di malattia.<br />
Di corse affannate, cercarsi per vivere o per non morire.<br />
Per l’ultima poesia o l’ultimo insulto.<br />
Sospiri e desideri, amore, amore  infinito, folle, folle folle.<br />
Talmente folle da essere pura carne e pura verità.<br />
Comunque un viaggio, </p>
<p>                                  “Un viaggio chiamato amore’’  </p>
<p>Sono  pazza di lui. Sono assolutamente pazza di lui.<br />
Cosa volete che dicano loro?<br />
Dotti e  dottori…musichi e musichieri…artisti e giocolieri.<br />
Non c’è passione, ardore, follia più giusta di questo amore…<br />
Io corro…corro da lui, appena posso, appena il primo treno mi porta via da questa stazione che è diventata la mia casa, dove aspetto con passione&#8230;<br />
Il viaggio è lungo, penso ai suoi occhi, ai suoi capelli scompigliati, il suo maglione malandato, e so che di lui posso nutrirmi…<br />
So che lo troverò li, tra i suoi monti, steso sull’erba con i suoi fogli, i suoi mille fogli, a lanciar parole al vento a farsi trascinare da questa pazzia…a vomitare nei burroni le sue poesie per sentire l’eco recitare come un bambino riverente.<br />
Siamo noi che ci siam cercati, sono io che ho bisogno della sua carne.<br />
Finalmente mio sembra di vivere, vivo con lui dei suoi respiri, senza paura alcuna.</p>
<p><em>“Perché non ho baciato le tue ginocchia?<br />
Avrei voluto fermare quell&#8217;automobile giù per la costa, tornare al Barco a piedi, nella    notte, che c&#8217;è il tuo petto per questa bambina stanca.<br />
Tornare. Come una bambina, questa del ritratto a dieci anni.<br />
Non quella che t&#8217;ha portato tanto peso di storie di memorie affannose, che t&#8217;ha parlato come se stesse ancora continuando il suo povero viaggio disperato, come se non ti vedesse, quasi, e non vedesse lo spazio intorno, le querele, l&#8217;acqua, il regno mitico del vento e dell&#8217;anima Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia.<br />
Sentivi che la visione di grandezza e di forza si sarebbe creata in me non appena io fossi partita? Nella tua luce d&#8217;oro. E non ho baciato le tue ginocchia.<br />
I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il ciclo.<br />
Non ho saputo che abbracciarti.<br />
Tu che m&#8217;avevi portata cosi lontano. Che il giorno innanzi ascoltavi soltanto l&#8217;acqua correr fra i sassi. Oh, tu non hai bisogno di me!<br />
È vero che vuoi ch&#8217;io ritorni? Come una bambina di dieci anni. È vero che mi aspetti? Rivedere la luce d&#8217;oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d&#8217;autunno. Ho paura di morire prima.<br />
Dino, Dino! Ti amo.<br />
Ho visto i miei occhi stamane, c&#8217;è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura.<br />
È vero che m&#8217;hai detto amore! Non hai bisogno di me.<br />
Eppure la gioia è cosi forte. Non posso scriverti. Verrò il 19. dovunque. Il 14 resterò qui; a Firenze andrò poi per un giorno. Son tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi”</p>
<p>[Sibilla Aleramo Villa La Topaia, Borgo S. Lorenzo] domenica-lunedi [6-7 agosto 1916]</em></p>
<p>Mi chiamano poeta maledetto, maledetti loro che mi credono malato, ma io non sono malato, sono semplicemente  io. Vivo di me. Vivo per me. E per la donna che amo. Mi dondolo, mi domando, mi masturbo. Sono loro maledetti loro maledetti loro loro, loro maledetti. M A L E D E T T I B A S T A R D I !!!!! Hanno bisogno di me delle mie poesie dei miei canti della mia follia per vivere. Hanno bruciato le mie carte, le hanno rubate o bruciate non so. Nevrastemia.  So solo che non ci sono. Nevrastenia. E’ solo grazie alla mia mente che riesco a ricordare. Nevrastemia. Maledetti dotti. Nevrastemia. Poeti maledetti loro. Nevrastemia. Nei salotti bene a ridere delle mie carte. Nevrastemia.<br />
Papini e Soffici andrebbero bruciati in piazza come il destino che hanno scelto per il mio lavoro… ma ci sarà prima o poi la loro punizione.<br />
Nevrastemia. Intanto ricordo passo dopo passo, le virgole, le parole, le pause. Nevrastemia. Riuscirò a riscrivere tutto? Nevrastemia.  Riuscirà la mia mente, che loro credono malata, a rimmetere insieme ogni singola esaltazione del mio ego? Nevrastemia.  Forse mi aiuterà lei, splendida, libera, spregiudicata, donna, angelo, poetessa nell’anima sua, pazza pazza come me, unica. Pazza. Nevrastemia.</p>
<p><em>“Non mi parli del suo impegno sociale, non mi racconti del socialismo Mi interessa lei. La passione e niente altro, tutto il resto è fuori, tutto il resto viene dopo, non importa quando.<br />
Dino”.</p>
<p>“Vogliamo intanto vederci per un giorno a Marradi? –Se non v’annoia troppo, se non siete troppo lontano. Io potrei venire, mettiamo, mercoledì o giovedì, col primo treno (8,55) e voi dirmi dove m’aspettereste. Credo che ci si riconoscerebbe facilmente. Mi racconterete a voce quali altri tic bisogna perdonarvi, oltre a quelli che bisogna ignorare. Uomo diffidente!<br />
Sibilla&#8221; </em></p>
<p>Vado  via scappo non riesco a star fermo, devo dondolare la mia anima, devo cullarla. Argentina,  Americhe, Germania, Ucraina . Lei mi ama e mi seguirà o la troverò già lì.<br />
Non importa cosa farò il pompiere, l’operaio, il poliziotto, il fabbro, il pianista ciò che importa è andare, via verso la follia… Nevrastemia.</p>
<p><em>“Dino, Dino, Dino.<br />
Come fare, senza dirti che t&#8217;adoro, a mandarti qualche piccola parola che brilli e t&#8217;accarezzi più delle stelle? Le stelle intorno alla Casetta. Il sole della Bastia che m&#8217;ha fatto brune le mani.<br />
Dino, Dino.<br />
Ricordati, quando chiederai a tua Madre quel tuo ritratto che mi piacerà, di dirle ch&#8217;è per una donna felice.<br />
Tengo in petto, tutta per noi soltanto, la nostra gioia, la nostra malinconia, la nostra forza. La vita è per noi, Dino, lo sento senza un attimo mai di sosta o di dubbio.<br />
Che senso di discesa l&#8217;altra sera tornando in città! Ma ripartirò fra poco, sai! E mi porterai sul mare.<br />
Con tanta fede, se vedessi come tremo, qui, piccola cosa silenziosa, tua&#8230;<br />
Dimmi che nel letto grande dormi un sonno buono. (Per giovedì ti manderò notizie e quel che ancor non m&#8217;è giunto ma non può tardare. Delle traduzioni che ti lasciai, io ho dovuto fare, con altre, quella doganale: la napoleonica è per l&#8217;altro numero. Chissà oggi come ti sarai seccato, mi perdoni?).<br />
Amato. Vedimi. Son la creatura più ricca, più forte, più bella se ti guardo e se mi baci con amore”.</p>
<p> [Sibilla Aleramo Firenze, 15-17 settembre 1916]</em></p>
<p>In prigione! Bromuro bromuro bromuro.<br />
Di nuovo in prigione. Sono tedesco! Diamine se sono tedesco!<br />
Dio me ne scampi, come fanno a confondermi con un tedesco? Perdo  l’orientamento. Mi giro mi ribalto a tratti non mi ricordo nemmeno chi sono. Bromuro.E mi chiamano tedesco. Bromuro. Ed io non so altro che urlare, mi manca Sibilla ma non voglio vederla. Bromuro.Non posso,non voglio, ardo di cattiveria quando so che può essere preda altrui, lei è solo  mia. Mia. Mia. Mia. Le scriverò, non posso vederla. L’amo ma credo d’odiarla, semmai questo fosse amore sicuramente è il primo, il mio primo amore la donna che tutti vorrebbero…che  talento.<br />
Partirei. Oh se partirei.<br />
Forse partirò.<br />
O forse no.<br />
Sicuramente scriverò una lettera.<br />
Bromuro.</p>
<p><em>‘’Cara signora, spero che lei abbia capito che tra noi è finita<br />
Dino” </em></p>
<p>3 ore più tardi, bromuro:</p>
<p><em>&#8220;Amore mio, mi manchi, ti prego, vieni da me<br />
Dino”</em></p>
<p>Morire di tristezza. Di più non è concesso. Tanto dolore tanta impotenza davanti a lui. Lui. Dino. Il mio Dino. Lascerò passare.<br />
Il tempo la nostalgia il dolore, ma non posso soccombere, ho la mia libertà per la quale ho lottato anni, sulla quale ho costruito fin’ora la mia esistenza.</p>
<p><em>“L’ho riveduto così, dopo nove mesi, attraverso una doppia grata a maglia. Non ero mai entrata in una prigione. E’ stato un colloquio di mezz’ora, i carcerieri avevan quasi l’aria di patire sentendo lui singhiozzare e vedendo me irrigidita.<br />
Sibilla”.</em><br />
<em><br />
&#8220;<em>Mi lasci qua nelle mani dei cani senza una parola e sai quanto ti sarei grato. Altre parole non trovo. Non ho più lagrime. Perché togliermi anche l’illusione che una volta tu mi abbia amato è l’ultimo male che mi puoi fare<br />
Dino”.</em></em></p>
<p>Non mi volterò a salutare questa storia di fine.<br />
Vado via.<br />
E non mi volterò.</p>
<p><em><br />
&#8220;&#8230;Forse Dino fu l&#8217;uomo che più amai&#8230; Tutta la sera m&#8217;è ondeggiata alla memoria, l&#8217;immagine di lui, della sua pazzia, e di quel altipiano deserto, in quelle prime poche notti estive del nostro amore che son rimaste le più pervase d&#8217;infinito ch&#8217;io abbia vissuto&#8230; &#8220;&#8230;E amai perdutamente Campana per non lasciarlo solo nella sua follia&#8230;&#8221; &#8220;Le mie lettere sono fatte per essere bruciate&#8221; </em></p>
<p>Dino Campana morì, a quarantasette anni, il 1° marzo del 1932 alle undici e tre quarti nell’Ospedale psichiatrico dov’era stato internato 15 anni prima, probabilmente per setticemia causata dal ferimento con un filo spinato durante un tentativo di fuga.<br />
Sibilla Aleramo morì a Roma il 13 gennaio del 1960, scrivendo ed intessendo relazioni amorose fino alla fine dei suoi giorni.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Noir con equivoco]]></title>
<link>http://litskeight.wordpress.com/2009/11/27/noir-con-equivoco/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 16:42:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>skeight1985</dc:creator>
<guid>http://litskeight.wordpress.com/2009/11/27/noir-con-equivoco/</guid>
<description><![CDATA[Ogni scrittore ha un suo modo particolare di interagire con i personaggi della storia che racconta. ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Ogni scrittore ha un suo modo particolare di interagire con i personaggi della storia che racconta. Wesker, ad esempio, ci parlava, come se fossero persone in carne ed ossa, lì davanti a lui. Quando si trovava in un vicolo cieco, quando la trama sembrava incartarsi su se stessa, si rivolgeva ai personaggi coinvolti: “Tu cosa faresti per uscire da questa situazione?”, e i personaggi gli davano il loro consiglio, quasi sempre azzeccato.</p>
<p>Ora si ritrovava in uno di questi frangenti: stava scrivendo un romanzo giallo il cui protagonista, Stern, era un giovane simpatico ma dalla reputazione di sbandato. Che veniva accusato ingiustamente di essere un serial killer. Per tutta la prima parte del romanzo la penna era scivolata sulla carta senza problemi, era un divertimento ideare tutte le coincidenze che andavano a incastrare il povero Stern, ma quando si trattò di passare al momento successivo, in cui Stern riusciva a evadere e si dava da fare per dimostrare la sua innocenza, iniziarono i guai: Wesker si rese conto che la tela che aveva tessuto intorno al suo personaggio era così perfetta che era difficilissimo, quasi impossibile, trovare un punto debole per far cadere il teorema accusatorio. Non si trovava un buco dove inserire un punto debole credibile da sfruttare.</p>
<p>Il povero scrittore si spremette le meningi per giorni, alla ricerca di un’idea per uscire da quell’impasse, ma invano. Così, alla fine, decise di chiedere un consiglio a Stern.</p>
<p>“Come puoi dimostrare che non c’entri niente con gli omicidi?”</p>
<p>“Mi dispiace, ma non posso aiutarti” rispose Stern, con un sorriso ambiguo.</p>
<p>“Come no?Ma devi farlo! O la storia rimarrà senza conclusione!”</p>
<p>“Non posso aiutarti” ripeté Stern “per un motivo molto semplice: io sono davvero il serial killer” e, detto questo, uccise Wesker.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Un'altra giornata di merda]]></title>
<link>http://kaizenology.wordpress.com/2009/11/27/unaltra-giornata-di-merda/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 07:00:40 +0000</pubDate>
<dc:creator>Kai Zen</dc:creator>
<guid>http://kaizenology.wordpress.com/2009/11/27/unaltra-giornata-di-merda/</guid>
<description><![CDATA[È buio qui sotto. E freddo anche. Ma che ne sanno loro? Niente. Nessuno sa niente di me. Nessuno può]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://kaizenology.wordpress.com/files/2009/11/actarus4.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2033 alignleft" title="actarus" src="http://kaizenology.wordpress.com/files/2009/11/actarus4.jpg?w=150" alt="" width="90" height="67" /></a>È buio qui sotto. E freddo anche. Ma che ne sanno loro? Niente. Nessuno sa niente di me. Nessuno può capire. Lo stanco ripetersi dei giorni, opachi come i muri di questo sotterraneo, criptici come le scritte dipinte sulle pareti che intravedo con la coda dell’occhio ogni volta che sfreccio verso l’uscita. Verso una nuova razione di violenza. Il motivo per cui sono qui, solo come un cane, quello per cui tutti mi accettano.</p>
<p>E devo pure dire grazie, anche se adesso non riesco proprio a farlo uscire dalle mie labbra, perché non è stato sempre così. Quando sono arrivato mi hanno messo in un centro di accoglienza. Tre mesi senza dirmi una parola sul futuro, insieme a molti altri come me. Chiusi in tre container di lamiera, freddi d’inverno e bollenti da scoppiare d’estate, notte e giorno, in centinaia stretti come sardine. L’odore dei corpi non lavati venne presto sostituito da quello più pungente degli escrementi e della disperazione. Infine tanti furono rimandati da dov’erano venuti, sempre senza una parola. Non meritavamo nemmeno una spiegazione, per loro.</p>
<p>Nel mio paese nessuno si sarebbe mai permesso di trattare così uno straniero, un ospite. Il mio era un paese caldo, di clima e di carattere, accogliente. Questo prima della guerra, naturalmente. Poi tutto è cambiato, anche le persone, e adesso non so, forse si comportano da schifo anche loro con gli stranieri, i diversi. Vivevo vicino al mare, una graziosa casetta imbiancata a calce in un piccolo gruppo di cinque o sei, appena prima di entrare in paese. Era un villaggio a pochi chilometri dalla capitale. Ci vivevo bene. Mia sorella Maria faceva da mangiare, io pescavo perlopiù, o mi arrangiavo con lavoretti saltuari. I nostri genitori erano morti da tempo, ma non ce la passavamo male: eravamo imparentati con la famiglia reale e la gente ci rispettava. Ricchi no, ma sereni.</p>
<p>Poi l’invasione, inaspettata e devastante. Dicevano che avevamo cominciato noi, che non avevamo rispettato le leggi sul disarmo e la normativa sui diritti dell’uomo. Dicevano che eravamo terroristi, ma non era vero niente. Tutte scuse infami. Le città che una volta profumavano di fiori e di salmastro si impregnarono del metallo caldo, del fumo acre e del sangue. L’odore della battaglia, quello a cui sono ormai assuefatto oggi. Sarei rimasto a combattere con i resistenti, ma ormai era troppo tardi e poi c’era mia sorella, dovevo pensare a lei. Così sono partito e sono venuto qui. Dopo i primi mesi nel centro di accoglienza, sono andato a lavorare nella fattoria di un buffo ometto basso e senza capelli. Molto irascibile e razzista. Mi trattava senza garbo, come se fossi un sottosviluppato. Le cose peggiorarono quando si accorse delle attenzioni che sua figlia aveva per me. Simpatica, la ragazza, secca e lunga ma carina. Niente a che vedere con le donne del mio paese, chiaro, ma un buon deterrente per la solitudine e la nostalgia. La vedo ancora, e adesso credo proprio che si faccia sul serio. Il giorno che suo padre ci trovò avvinghiati nel magazzino del grano, quasi gli prese un colpo. Sarebbe stata dura per me, se non fosse arrivato questo nuovo lavoro, se non avessero notato il mio talento, l’unico che gli serviva davvero.</p>
<p>So picchiare, uso bene le armi, so uccidere se serve, e di questi tempi sono tutte doti preziose. È come un circo: arriva un nuovo avversario, fa un po’ di casino, mette paura, si fa conoscere, e poi chiamano me. Ci scommettono sopra, ne sono sicuro; fanno lievitare le quote del mio nemico e poi chiamano me, a mettere le cose a posto. Io vado fuori e lo faccio a pezzi. All’inizio devo sempre far finta di essere in difficoltà, se no la gente non si diverte. Benvenuti al grande spettacolo. Sono bravo anche in questo, incasso per qualche minuto e tutti pensano: ma che, si è rincoglionito? Invece no, mi riprendo, ho uno scatto d’orgoglio e alla fine lo massacro. I miei pugni volano letali sul suo corpo, lo sconquassano, e se non bastano ci sono sempre tutte quelle altre belle dotazioni, le armi da taglio che tutti adorano, i boomerang, quell’altra trovata ridicola, i tuoni. Brandelli fumanti tutt’intorno, quando lascio l’arena. Il cuore sempre più pesante, le mani sporche di sangue. Il mio onesto lavoro.</p>
<p>Quello che faccio per vivere e per restare qui, per essere amato. Quello che farò anche tra un attimo, all’uscita da questi sotterranei umidi e malsani. Aspetto solo l’okay. Fasciato in un ridicolo costume attillato, scomodissimo, che però, dicono, tutti i bambini vorrebbero avere. Che se lo prendano, maledetti!</p>
<p>Qui, solo, al freddo e al buio. E nessuno sa quello che provo. Ripenso alla mia casa bianca, a come diventava rossa e poi azzurra al tramonto mentre la guardavo, pescando. E poi il cielo del mio paese&#8230; Quello che c’è qui, in confronto, è una padella sporca, rovesciata sulle nostre teste. Non ci sono le stesse stelle, e nemmeno gli stessi destini.</p>
<p>Questa maglina rossa e nera mi dà un prurito maledetto all’inguine, più ci penso e meno resisto… Vorrei grattarmi ma non posso, perché è arrivato il segnale: devo partire.</p>
<p>La prima accelerazione è quella che toglie sempre il respiro. Leva in avanti e via, sparato a tutta velocità attraverso il tunnel, poi leva indietro. Sempre le stesse cose. Oggi passerò dall’uscita cinque, la mia preferita, quella sotto le cascate. Gli ecologisti l’anno scorso hanno protestato contro il comune che ha permesso questo scempio di bellezze naturali, mi facevano ridere… Tanto la concessione era a posto, figurarsi, e i lavori sono proseguiti fino alla fine. Fanculo anche a loro.</p>
<p>Massima velocità, schiena premuta contro il sedile. 50&#8230; 30&#8230;10&#8230;</p>
<p>Un’altra giornata di merda, Actarus. Trapasso il muro d’acqua a tutta velocità, poi l’immensità del cielo.</p>
<p>GOLDRAKE FUORI!</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/uc89zI8X9d8&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/uc89zI8X9d8&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ancora sul piccolo amore]]></title>
<link>http://emmedigi.wordpress.com/2009/11/27/ancora-sul-piccolo-amore/</link>
<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 03:08:52 +0000</pubDate>
<dc:creator>Mario</dc:creator>
<guid>http://emmedigi.wordpress.com/2009/11/27/ancora-sul-piccolo-amore/</guid>
<description><![CDATA[Carlo ed Anna si nascosero in un cinema. Nel buio della sala si nascosero in un abbraccio. Sullo sch]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Carlo ed Anna si nascosero in un cinema. Nel buio della sala si nascosero in un abbraccio. Sullo sch]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Primo embargo dall'illusione]]></title>
<link>http://scrittoriprecari.wordpress.com/2009/11/26/primo-embargo-dallillusione/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 23:01:48 +0000</pubDate>
<dc:creator>scrittoriprecari</dc:creator>
<guid>http://scrittoriprecari.wordpress.com/2009/11/26/primo-embargo-dallillusione/</guid>
<description><![CDATA[PRIMO EMBARGO DALL&#8217;ILLUSIONE Quando gli aeroplani prendono velocità sulla pista, fanno un rumo]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="text-align:justify;">PRIMO EMBARGO DALL&#8217;ILLUSIONE</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Quando gli aeroplani prendono velocità sulla pista, fanno un rumore assordante. Se stai dentro, cinturato a dovere, la forza della propulsione ti schiaccia contro il sedile, come se una grossa mano ti stesse spingendo sul petto. La pressione è forte, i polmoni si svuotano e lo stomaco si intorcina su se stesso. Poi l’aereo decolla e tutto passa lentamente, la pressione si allenta, i polmoni si rigonfiano, leggermente affannati e lo stomaco riprende il posto che madre Natura gli ha assegnato, dandoti un leggero solletichio sul ventre. Io sono fuori invece, a bordo pista, appena dietro la rete di protezione. Poco distanti da me decine di appassionati, con tanto di macchina fotografica professionale, sperano di immortalare il “momento perfetto”, che è il loro, diverso per ognuno. Alcuni cercano di catturare l’istante esatto in cui il carrello davanti si stacca dalla pista, quando,  con le ruote posteriori ancora poggiate sull’asfalto, l’aereo sembra una motocicletta impennata da qualche imprudente giovanotto. Ce ne sono altri, al contrario, che aspettano ancora qualche istante prima di scattare. Stanno posizionati con l’obiettivo verso l’alto, aspettando la virata, per immortalare il velivolo per intero nel cielo, senza lo spettro delle costruzioni urbane come sfondo. Se ce la fai sembra che l’aereo sia piatto e che perda di tridimensionalità, come una sagoma ritagliata e appiccicata a un soffitto azzurro; almeno così mi ha detto un tipo che ci prova da tempo e con buoni risultati, a sentir lui. Io sto qui per altri motivi, non sono un appassionato di fotografia e tantomeno di aeroplani. Il mio è un motivo più intimo che mi spinge, ormai da un paio di settimane, a venire ai cancelli dell’aeroporto tutti i pomeriggi, intorno all’ora del tè. Il mio è un conto alla rovescia, nient’altro. Conto i giorno che passano, conto quelli che mancano. Oggi sono tredici, mancano tredici giorni alla mia partenza. Tra tredici giorni esatti proverò anch’io le sensazioni del decollo. Non è la paura, o il bisogno di prepararmi al volo che mi portano ad aggrapparmi a questa rete. Il motivo che mi spinge a venire qui tutti i giorni è il senso di colpa. Mi sento in colpa perché ho deciso di lasciare, di non crederci più, di cedere il testimone a qualcun altro e di andarmene. Non ci credo più, quindi è inutile per me rimanere qui a marcire, abulico. Ci ho creduto fino al limite, mi sono impegnato investendoci tutte le mie energie, mi sono battuto e nulla è cambiato. Come me, prima di me, molti se ne sono andati a cercare fortuna all’estero. «L’Italia è ormai alla frutta», mi disse un caro amico abbracciandomi forte. «Vattene anche tu, prima che sia troppo tardi!», continuò a ripetermi salendo gli scalini verso il </span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><em>gate</em></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> d’imbarco. Ma io non gli risposi e con il pugno al cielo, mi girai senza più voltarmi indietro. Questo però è successo due anni fa, oggi è tutto diverso. I progetti culturali, le iniziative per ripartire e creare un momento concreto di cambiamento, sono crollati come castelli di sabbia esposti a tramontana. Sbriciolati senza lasciare traccia, se non nella memoria. Io non sono un campanilista e tantomeno un nazionalista, anzi è il concetto di internazionalismo che mi ha sempre caratterizzato e condizionato nel profondo. Però amo la mia terra, dal grigio nord, che ha visto i miei natali, fino al profondo sud, che da colore al mio sangue. Amo il mio paese, che è un non paese. Un paese costruito a tavolino, per le esigenze di pochi e sulle spalle di molti. Un paese fatto di più culture differenti che si sfregano l’una contro l’altra, logorandosi e incattivendosi. Ma è la mia terra e per me posto più bello non c’è. E allora sto qui, aggrappato a una rete che ne ha visti di addii, che ne ha contate di lacrime. Provo rabbia, detonante e impaziente, per questa terra. Una terra fatta di gente che gioisce se la razione di cioccolata passa da cento a centoventicinque grammi a testa e non dice niente, invece, se il diritto all’esistenza viene calpestato e deriso. Ma non eravamo il paese dell’arte e della cultura? Non eravamo la culla della civiltà? E allora, dove sono finite? Forse sono stramazzate al suolo sotto i colpi di pistola e le manganellate genovesi e partenopee, oppure sono state inghiottite dalla nuova realtà, quella subliminale e mediatica, che ci hanno disegnato addosso e che ci impongono. Pensavo proprio a queste cose, quella mattina che l’inattesa lettera faceva capolino dalla casella della posta. Come sempre, in ritardo e trafelato, l’ho presa al volo senza guardarla, l’ho infilata nella tasca del cappotto e mi sono lanciato verso l’autobus in fuga. Più tardi, in facoltà, dopo ore di dimenticanza mi è ricapitata in mano, mentre cercavo nelle tasche le sigarette. Università di Città del Messico, diceva l’intestazione in alto a sinistra. Era indirizzata proprio a me, c’era il mio nome scritto in maiuscoletto. La gola mi si stringe, le mani mi sudano e le tempie fanno il verso al cuore, pulsando in controtempo. Hanno accettato la mia domanda di dottorato, non ci pensavo nemmeno più. L’avevo inviata in un periodo di sconforto, quando i miei settecento euro mensili, di borsa di studio, mi erano volati via in un quarto d’ora. Era circa quattro mesi fa. Allora, assalito al petto dal bisogno strenuo di una vita dignitosa , avevo inviato la domanda, certo di non essere preso, solo per alleviare l’ansia. Invece eccola qui, con un’offerta di dottorato per tre anni a duemila euro al mese. Volto la testa dall’altra parte, senza riuscire di leggerla per intero. È arrivato il mio momento, ci sono io adesso al bivio e devo scegliere. O dentro, o fuori. Non posso rinunciare, ovviamente, mi sento in dovere di accettare. Devo per me, per la mia famiglia e per cercare di realizzare quello che ho sempre desiderato. Non è giusto rimanere attaccato a qualcosa di  moribondo, di agonizzante e perire lentamente anch’io. Allora ripiego la lettera con cura, chiudo l’uscio di casa a chiave e vengo qui all’aeroporto a guardare la gente partire, per cercare di espiare la colpa di questa scelta, assordandomi con i rombi dei propulsori, per intontirmi e lenire il senso di colpa.</span></span></p>
<p style="text-align:right;"><a href="http://www.laspro.it/" target="_blank"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><em>Cristian Giodice</em></span></span></a></p>
<p><!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;">* Continua tra una settimana&#8230;</span></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Il giorno della partita]]></title>
<link>http://diegovitali.wordpress.com/2009/11/25/il-giorno-della-partita/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 21:25:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
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<description><![CDATA[There is no pain, you are receding. A distant ship smoke on the horizon. Aprire gli occhi. You are o]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><em>There is no pain, you are receding</em><em>.</em></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;" lang="en-GB">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;" lang="en-GB">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><em>A dis</em><em>tant ship smoke on the horizon. </em></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Aprire gli occhi.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;" lang="en-GB">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;" lang="en-GB">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;" lang="en-GB"><em>You are only coming through in waves. </em></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;" lang="en-GB">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">O ero ancora dentro al sogno?</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;" lang="en-GB">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><em>Your lips move, but </em><em>I can’t hear what you’re saying.</em></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">La sentivo muoversi, dietro di me. Cantava, anzi sussurrava, qualcosa che mi sembrava di conoscere, ma che non ricordavo.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;" lang="en-GB"><em>I can’t explain, you would not understand.</em></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Ero seduto sul bordo del letto. Il telefono vicino all’orecchio, ma senza toccarlo. Non uno squillo, non una voce, non una risposta.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><em>When I was a child I got a fleeting glimp</em><em>se, out of the corner of my eye… I turned to look, but it was gone. I cannot put my finger on it now…</em></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Era buio, non so che ora fosse. La sentii muoversi di nuovo. Allungò una mano alle mie spalle, verso lo spazio ormai freddo che avevo lasciato vuoto. Lasciai il telefono da qualche parte. La televisione era accesa, silenziosa. I telegiornali si susseguivano. Il Fronte avanzava. Scontri, morti, territori occupati, trattative, noi non ci piegheremo, ancora morti. Il Fronte avanzava. La gola mi si strinse in un groviglio, un fremito anche nello stomaco. (Paura?). La sua mano mi cercava, ma ero appena fuori della sua portata, appena oltre.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><em>Well I can ease your pain. Get you on your feet again.</em></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Ne avevano preso uno. Mi alzai. Guardava dritto nell’obiettivo. Sembrava così pieno di rabbia, così pieno d’ira. Lo fissavo e lui mi fissava. Lo tenevano in due, gli puntavano fucili alla testa e alla schiena, era pieno di lividi e aveva sangue sul labbro e nel naso, ma non reagiva. Era fermo. Guardava solo verso di me, con così tanta rabbia che avrebbe potuto anche esplodere. Una pallottola sparata attraverso le lenti della telecamera, attraverso sensori, unità di memoria, microprocessori, attraverso l’etere, fino allo schermo, fino a me. Perché ero io, e nessun altro, l’oggetto di una rabbia così grande, così smisurata, così antica.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;" lang="en-GB"><em>The child is grown, the dream is gone. I have become comfortably numb.</em></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Mi accasciai sul letto. Le mia dita sul viso erano gelide. Avevo così freddo. Lei avvolse le braccia sottili intorno alla mia vita. Era calda e morbida. Non avrei saputo cosa altro chiederle di essere. Sentii i suoi seni sulla schiena, la guancia sulla mia, le sue labbra. Mi veniva da piangere. Volevo scappare.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Mi sarei preso cura di lei. Sentivo di doverlo fare, che era la cosa giusta. No, forse non quella giusta, ma era quello che avrei fatto, fino alla fine. Chissà perché. Non era certo la ragazza che avevo sempre immaginato. Non avevamo molto in comune. Ma non c’era molta scelta. Non c’era mai stata, in effetti – e ultimamente ancora meno. Mi piaceva, Delia. Era carina, anche provocante. Quando improvvisamente mi saltava addosso e mi baciava sul collo, mi veniva da ridere. Non capivo cosa ci trovasse in me. E io? Cosa ci trovavo in lei? Forse bastava il fatto di trovarsi lì, in quella situazione. Di guardarsi e di dire, perché no? Cosa abbiamo da perdere, ormai? A pensarci bene non era vero: avevamo tantissimo da perdere, praticamente tutto. Eravamo quelli che gli altri invidiano, che odiano. Eravamo praticamente ciechi. Ma non sarebbe durata.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">La situazione precipitò il giorno della partita. Le avvisaglie erano tutte lì, sul tavolo. Cose andate avanti per mesi che in poche ore precipitano. Ci si stringevano intorno, ci accerchiavano.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Eravamo tutti al Campo, ma sarebbe stato più corretto chiamarlo Campetto, forse. Giocavano i nostri con un&#8217;altra squadra della zona. Una partita abbastanza inguardabile per tutto il primo tempo, passaggi sbagliati, parecchi falli, nervosismo. Poi al secondo i nostri si svegliarono e segnarono tre volte. Grande spettacolo, risate, divertimento. Tutto perfetto. Io e Delia ogni tanto ci imboscavamo dietro qualche colonna. La cosa ci faceva molto ridere. C’erano anche i miei alla partita, dopotutto, ed era meglio non sapessero niente. Poi c’era anche Lara, quel giorno. Lara. Ci eravamo incrociati un paio di volte. Niente di strano. Anche se di normale c’era ben poco. Verso la fine della partita mi scappò un commento ironico su un tifoso dell’altra squadra che portava una vistosa fasciatura al petto e si trascinava in giro come un fantasma. Quello sentì e mi puntò come un cane ferito. Mi afferrò al collo con un forza notevole. Mi saltarono i nervi quasi subito. Gli afferrai il polso, che era ben più grosso del mio, mi liberai con uno strattone e gli diedi una spinta. Sentii sotto le dita la fasciatura gonfia di sangue. Quello fece una smorfia. Poi mi fece sentire una merda. “Bravo, bella prova, fighetto di merda! Tu ti senti sicuro, tanto ti salvi, hai già il culo parato, vero?! E noialtri stronzi siamo già condannati! Già morti! Tanto chissenefrega!! Mi sono preso le coltellate anche per te, pezzo di merda!!!”</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Cazzo. Gli chiesi scusa. Aveva la barba e i capelli lunghi, biondi. Era grosso. Zoppicava pure. Aveva delle cicatrici sul collo. E la fasciatura voluminosa sotto la maglietta. Parlammo di vecchie partite, di trasferte. Di quello che facevamo. Guardava storto, per terra. Ma aveva ragione. Il confine passava anche di lì. La linea invisibile tra chi era fuori e chi era dentro.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Avrei voluto chiedergli scusa di tutto, non solo di quel commento imbecille. Chiedergli scusa per la storia che andava sempre in un certo modo e mai in un altro. Avrei voluto essergli amico. Mi piaceva quel ragazzo che sapeva di non avere alcun domani ma che ancora si ribellava. Forse potevamo essere, in qualche modo, simili. Ma a un certo punto Delia mi prese dolcemente per il braccio. Ce ne andammo. Avevamo voglia di fare l’amore, credo. La baciai con disperazione, cercando di crederci, cercando qualcosa che non avevo e che disperavo. Il suo corpo piccolo e snello, i capelli profumati. Ma negli occhi mi vagava qualcos’altro. Senso di colpa. Rimorso. Delia mi sfiorava il braccio con il suo. Sentivo i nervi elettrici.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Mentre attraversavamo le ultime colonne del Campo, sentimmo l’allarme.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Stavano arrivando. Finalmente.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Sapevamo che prima o poi sarebbe successo, ma quel prima o poi sembrava remoto almeno quanto l’apocalisse. E invece, eccolo qui. Oggi, ora. Il Fronte attaccava. Delia mi strinse la mano. Ricambiai. Dovevo proteggerla. Questo era importante. Non avrei fallito. Partimmo spediti verso casa mia, era la cosa più sensata da fare. Era dalla parte opposta rispetto all’attacco, o almeno questo era quello che si riteneva. In ogni caso sarebbe stata una delle ultime ad essere raggiunte. Potevamo avere un certo margine. Poi avremmo cercato una scappatoia, e in senso letterale.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Ma non finiva lì. Lungo la via vedemmo gente allarmata, stralunata, la paura negli occhi, un senso di irrealtà, di sogno. Che succedeva? Che sarebbe successo? Affrettammo il passo. Lo stomaco mi si stringeva, ma eravamo appena all’inizio, mi dicevo, dovevo resistere. Finché in un vicolo non ce la trovammo di fronte, Lara. Ci guardammo tutti e tre senza dire niente. Una normale situazione imbarazzante, a parte il pericolo di venire sgozzati da un momento all’altro. Alla fine, vieni, le dissi. Il cerchio delle mie responsabilità si allargava. Provai un senso di angoscia, ma solo all’inizio, poi di potere, di forza. Mi sentivo feroce. Avrei fatto qualunque cosa. Anche se non immaginavo cosa sarebbe stato questo qualcosa. Se ci fossimo trovati uno di loro davanti.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Entrammo in casa mia dal giardino. Tutto deserto. Silenzio. Chiamai mia madre, mio padre, mio fratello. Nessuno. La casa era in penombra. Dissi alle ragazze di aspettare. Volevo controllare ogni stanza. Lo stomaco cominciava a farmi male. Non ancora, mi dissi. Non ancora. Non c’era nessuno, nessuno. Mio padre, mia madre, mio fratello. Il cervello cominciava a frullare. I loro vestiti gettati sul letto, la televisione dimenticata accesa col volume al minimo, una caffettiera piena di caffè ormai freddo, le tazzine sul tavolo. Come se l’arcangelo Gabriele li avesse rapiti senza nemmeno avvertire. Tornai nel salotto e Delia e Lara erano sparite. Vertigine. Le chiamai, urlai. Niente. Corsi di nuovo per tutte le stanze, tutte immobili, immutate. In camera mia, il vuoto, ma un’anta dell’armadio era aperta. Mi avvicinai, silenzioso. Sporsi il viso oltre il bordo dell’anta, il corpo teso e dolorante. Gli occhi videro solo nero, poi si abituarono. La massa informe dei miei vestiti e per terra, loro due. Mi guardavano con gli occhi sbarrati. Sembravano bambine impaurite. Mi inginocchiai.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Stavano arrivando, questo era certo. Non sapevamo quando. Non potevamo perdere tempo. Ma l’unica cosa da fare forse era quella. Non eravamo ancora morti, dopotutto, e neanche sopravvissuti. Eppure c’era un’altra linea invisibile che attraversava quella stanza buia. Baciai Delia sulla bocca, calda e umida, feci scivolare via la maglietta, la pelle morbida, i seni appuntiti. Intanto Lara ci guardava, gli occhi verdi, azzurri e viola. La linea passava di lì. Lo stomaco stretto come una morsa, peggio che stare là fuori. Lara. E Delia. Allungai una mano verso il suo viso, chiuse gli occhi come sollevata. La baciai. Stava succedendo. Anche qui dentro le cose succedevano, ancora. Il vestito di Lara scivolò a terra come se non esistesse. Vederla fu più di quello che avevo immaginato, non raccontabile, non narrabile. I loro seni erano così diversi che credevo di impazzire. Ma stavo pensando troppo. Era così che le proteggevo? Era questo che ottenevo-pretendevo da loro in cambio della mia protezione? O era un ultimo e disperato gesto di vita nel momento della fine, mentre il cerchio inesorabilmente si stringeva? Nessuna risposta. Le presi senza una parola, nel caldo e nel sudore, nella polvere. Un orgasmo lento e confuso, soffocato. Non era per niente bello, non era affatto quello che avevo immaginato. Lara e Delia. E io. Pensavo troppo.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Era già tardi. Dovevamo uscire di lì, scappare, salvarci. Se ci avessero presi non ci sarebbe stato scampo. Eravamo tutto quello che odiavano. E probabilmente avevano pure ragione. Lo stomaco mi faceva sempre più male, stava diventando insopportabile. Non c’era bacio che potesse lenire quel male.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Ci affacciammo dalla terrazza principale, come imperatori del passato. Stavano arrivando, ormai erano in piena vista, e non c’era nulla che potessimo fare, nessun posto dove andare, nessun ultimo colpo da tentare, nessuna extrema ratio. Il mio cervello era paralizzato. Era come se tutta una specie fosse destinata all’estinzione. Era la fine di qualcosa di incredibile, di antichissimo. Era troppo tardi per tutto, era l’oltre. Non potevo fare niente. Mi inginocchiai in un angolo e vomitai dietro un vaso di orchidee. Le ragazze mi guardavano come si guarda a un fantasma.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">Sul tetto del municipio c’era parecchia gente. Loro. Urlavano, sparavano, saltavano. La festa era già cominciata. Evidentemente noi dovevamo essere già morti, solo che ancora non lo sapevamo. La bandiera cadde lentamente, volteggiando, come una vecchia taccola che si gode le sue ultime folate di vento. Poi qualcosa di bianco, come uno striscione, grosso, parecchio grosso. Mi sentivo male, ma non sapevo neanche il perché. Era tutta colpa mia. Non so perché, non lo capisco, ma era tutta colpa mia. Le ragazze erano dritte e fredde, non avevano più bisogno di me. Mi reggevo alla ringhiera di ferro battuto tentando di trattenere i conati. Sullo striscione c’era scritto: “Good morning, Italy”.</p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Breve storia d’amore]]></title>
<link>http://diegovitali.wordpress.com/2009/11/25/breve-storia-d%e2%80%99amore/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 21:17:26 +0000</pubDate>
<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
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<description><![CDATA[“L&#8217;amore ci farà a pezzi” Ian Curtis Dovrei raccontare una storia d’amore senza parlare affatt]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">“<span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">L&#8217;amore ci farà a pezzi”</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Ian Curtis</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;">
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Dovrei raccontare una storia d’amore senza parlare affatto d’amore?</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Potrebbe essere un’ottima idea. Chi ha voglia di sentire un’altra storia d’amore del cazzo?</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Una volta – non ricordo di preciso quando, doveva essere più o meno due anni fa, erano gli ultimi giorni, solo che non lo sapevo ancora – stavo guardando dalla finestra ed era notte. Non avevo dormito per niente. Saranno state le tre o le quattro. Il momento in cui il sonno è più profondo, l’ora in cui si fanno i colpi di stato e le rapine. Beh, io ero stanco e volevo dormire, ma semplicemente non ci riuscivo. Non appena mi giravo su un fianco e chiudevo gli occhi… eccola, proprio davanti alle palpebre. L’ultima stronzata che aveva detto o fatto. Oppure quello che io le avevo risposto. O i suoi fianchi inarcati. Ma non è di questo che devo parlare. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Insomma, ero sveglio e mi trascinavo in giro come un fantasma, innervosito, frastornato, quando passai davanti alla finestra e lì mi fermai. La strada era deserta. Solo lampioni arancioni e un semaforo che ogni tanto cambiava colore. E oltre la strada, le siepi e il buio. Campi incolti, deserti. Niente di più bello. Me ne stetti lì un bel po’. La fronte appiccicata al vetro gelido. Ogni tanto passava una macchina. Alcune lente, stanche, di gente che ormai non ha più fretta. Altre veloci, fin troppo. Ma chi ero io per giudicare? C’era da rimanere ipnotizzati. Tutto quel silenzio. Il mondo, mentre la gente dorme. Che meraviglia. Il semaforo sembrava parlare, in una sua lingua strana e lentissima. Poi però successe una cosa.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Un pulmino attraversò lentamente tutta la strada, praticamente dalla destra alla sinistra della mia finestra, poi si fermò. In un punto fuori dalla luce dei lampioni. Ben lontano dall’incrocio. Vidi che la luce dentro si accendeva, ma solo per un istante. Qualcuno era sceso. Una macchia bianca. Una massa, un movimento. Qualcuno attraversava la siepe e spariva nel buio. Il pulmino ripartì. Rimasi solo.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> In realtà non ebbi nemmeno il tempo di capire se era un sogno o no, perché il pulmino tornò subito indietro. Parcheggiò dall’altro lato della strada, in un parcheggio. Non vedevo quasi niente. Chissà perché mi sembrava uno di quei pulmini delle orchestrine di liscio, delle feste paesane. Era un po’ colorato, aveva delle scritte. Ma ovviamente non si leggeva niente.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Poi non successe più niente, per almeno mezzora. Solo la notte grande e immobile. Sembrava che persino il semaforo si fosse fermato. E dentro il pulmino se ne stavano zitti come figli di puttana in agguato. Stavo per svenire addosso alla finestra, ma qualcosa dentro il mio cervello continuava a farmi stare  sveglio. C’era qualcosa che dovevo ancora vedere. Sì, perché alla fine il tizio con la maglietta bianca tornò. Per un attimo passò sotto un lampione. Era grosso, aveva una pancia bella grossa e portava solo quella maglietta bianca. Eppure era freddo fuori. Sparì dietro la fiancata nascosta del pulmino. Probabilmente entrò, ma stavolta la luce dentro non si accese.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Però c’era anche qualcos’altro. Qualcosa che non so se sia bene dire o pensare ad alta voce. Qualcosa che sta proprio sul confine, sulla linea. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Che quell’uomo, grosso, con la pancia, con la maglietta bianca, che in piena notte e d’inverno arrivava su un pulmino insieme a un misterioso compare e se ne andava a spasso nei campi di periferia, in mezzo alle case dove tutti dormivano tranne me, a fare non riesco a pensare cosa, che quell’uomo – dicevo &#8211;  un attimo prima di sparire dietro il pulmino – ma in quel momento era già avvolto dall’ombra, quindi quasi impercettibile – si sia girato a guardarmi. La sensazione sottile e strisciante nelle viscere di essere visti e riconosciuti. Io, in pigiama, dentro casa mia, al buio, dietro il gelido limite della finestra. Da una distanza di almeno trecento metri. Non era impossibile, tutto sommato, se io riuscivo a vedere lui. Era semplicemente improbabile. </span></span></p>
<p style="text-indent:1.25cm;margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">E poi lunghi minuti di niente. Le budella mi si stavano squagliando, sempre di più. Non se ne andavano. Erano lì per me. Mi aveva guardato. Forse mi stavano guardando anche adesso. All’improvviso ero convinto che fossero in due. Il tipo e un’altra persona che guidava. Solo loro. Non c’erano altri compagni addormentati nei sedili posteriori. Era un lavoro da fare in due. Forse riuscivo perfino a vederla, l’altra persona. Il finestrino del guidatore era rivolto a me. Appena un’ombra che ogni tanto si muoveva. Ma come se non avesse alcuna consistenza. Un’ombra nell’ombra, praticamente niente. Poteva anche essere un inganno, un trucco dei miei sensi stanchi. Chi erano? Chi era lei?</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Perché improvvisamente sapevo anche che era una lei? Poteva essere una lei. Ancora però non osavo pensare il pensiero più grave e profondo di tutti. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Passarono altri minuti. Avevo le gambe intorpidite, avevo freddo, avevo mal di testa, ma non osavo staccarmi da lì, dalla mia feritoia sulle tenebre. Chi poteva essere?</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Il cane dei vicini abbaiò. A lungo. Poi cominciò anche il mio. Sotto la mia finestra. Si sentiva che aveva davvero paura. Non la smetteva. Io non vedevo niente, ma sapevo che qualcosa stava strisciando sotto casa mia. Cercava un varco, un punto debole. Aspettai ancora. Cercavo di guardare dovunque. Ma non avevo il coraggio di aprire la finestra o di uscire in terrazza. Avevo anche una torcia a portata di mano, ma preferivo rimanere nella rassicurante penombra. E se anche avessi voluto, il braccio non mi avrebbe risposto. Poi sbattei le palpebre e tutto era finito. Se ne erano andati. Il cane stava zitto.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Ero solo, così solo. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Allora cominciai. Feci quello che fanno tutti i paranoici, cominciai a mettere insieme pezzi, ma prendendoli a caso, da tavoli diversi, da situazioni diverse. Arbitrariamente. Miracolosamente combaciavano, o meglio, ero io che li facevo combaciare, a forza. Mi ricordai di cose che non c’entravano assolutamente niente, ma in quel momento risplendevano di un’agghiacciante luce lunare. Mezze parole, mezzi silenzi, uno strano ritardo, un biglietto dell’autobus, un tacco rotto. Pezzetti, tessere. Alla fine ero sicuro. Come solo i pazzi possono esserlo. La verità risalita dal profondo, dal fondo della notte. La verità folle, impossibile, assurda, insensata, o come preferite voi. Chi era al posto di guida di quel pulmino quella notte. Chi era venuto lì per me, a farmi la posta, di notte. Chi avevo visto solo per caso, per una coincidenza altrettanto assurda e improbabile, chi non avrei mai dovuto vedere – ma non avevo effettivamente visto.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;line-height:150%;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> Così è cominciato il resto. È così che si comincia.</span></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Untitled]]></title>
<link>http://diegovitali.wordpress.com/2009/11/25/untitled/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 20:48:14 +0000</pubDate>
<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
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<description><![CDATA[Tu cos&#8217;è che vorresti? Io? La domanda un po&#8217; mi prende in contropiede. Non so cosa rispo]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="margin-bottom:0;">Tu cos&#8217;è che vorresti?</p>
<p style="margin-bottom:0;">Io?</p>
<p style="margin-bottom:0;">La domanda un po&#8217; mi prende in contropiede. Non so cosa rispondere. Temporeggio.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Mi piacerebbe dormire qualche ora&#8230; però se hai un&#8217;idea diversa sono disposto a sentirla&#8230;.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Lei sghignazza, ma si vede che è un po&#8217; delusa. É completamente nuda, sdraiata a pancia sotto. Appoggia il viso a una mano e mi guarda. La luce dell&#8217;abat-jour le disegna aureole sulla pelle. Gli occhi sono in ombra, ma brillano. Fuori è notte. La sveglia dice che sono le quattro e mezza passate. Non è il caso di starci a pensare. É quel momento della notte in cui tutto si calma. Tutto è esausto. Il silenzio ristagna. Di migliaia di finestre, stanotte la nostra è illuminata.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Dai, dimmi cosa vorresti. Cosa vorresti davvero.</p>
<p style="margin-bottom:0;">In che senso?</p>
<p style="margin-bottom:0;">Mi punta addosso gli occhioni. Sembra seria. Non ha intenzione di mollare.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Nel senso di cosa vorresti nel profondo. I tuoi desideri più autentici, più nascosti magari, i tuoi sogni. Ne avrai qualcuno.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Mi pare che non possa lamentarmi.</p>
<p style="margin-bottom:0;">So che questo sorrisetto sornione non basterà a fregarla. Si volta su un fianco. I seni pendono leggermente. Come un invito.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Dai, mi piacerebbe saperlo.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Si è giocata la carta del fallo per me. Dovevo prevederlo. Mi metto supino, con le mani dietro la testa. Anche io sono nudo. Cerco di pensare. Con un sospiro.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Lei è così bella. Così bella. A volte la guardo e tutti i pensieri vanno a sbattere, tra di loro. Come un mega tamponamento, in centro, all&#8217;ora di punta. Un grandioso incidente, anche se un po&#8217; particolare. I feriti ridono, quelli con la fiancata distrutta si congratulano con quelli caduti dal motorino. Tutti sono contenti, ridono, scherzano, si stringono. Una cosa del genere. Difficile da immaginare. Ma molto bella.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Lei è così. Cosa potrei volere? Non di più, cosa potrei volere e basta?</p>
<p style="margin-bottom:0;">Ma questo non posso dirglielo, perché in fondo non è tanto tempo che ci frequentiamo. Io le vado dietro da anni in realtà, ma con una certa discrezione. E di certo non posso sputtanarmi, non posso mettermi in una posizione debole. E poi le metterei pressione. Lei comincerebbe a ripensarci.  Rovinerei tutto.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Devo stare zitto.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Ma non lo so, non ci ho pensato&#8230;</p>
<p style="margin-bottom:0;">È così facile rovinare tutto. La felicità è una cosa fragile. Vulnerabile.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Lei allora si solleva e si sdraia sopra di me. I capelli mi finiscono sul viso, le narici si riempiono del suo profumo. Ancora di più, come se fosse possibile. Mi guarda negli occhi. Il chiaroscuro di luce e ombra sul suo viso potrebbe farmi impazzire. Devo stare attento.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Non è possibile che non ci hai mai pensato.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Distolgo lo sguardo da quella trappola ammaliante. Fisso il soffitto. Poi la finestra, la notte. E realmente non mi viene in mente niente. Un lavoro ce l&#8217;ho. Non è il massimo, ma guadagno bene. E mi lascia abbastanza tempo libero. Tempo per me. Ho una bella casa, in un posto che non è male. Potrebbe essere più grande, più lussuosa, più tante cose&#8230; ma questo non cambierebbe la sostanza. Ci sono tante cose che non possiedo. Ma in fondo non me ne frega niente&#8230; Una macchina sportiva, una barca, tanti vestiti, donne&#8230; Non credo che sia questo che intende. Non penso che sarei più felice con tutte queste cose. Continua a scrutarmi, mentre con il dorso della mano mi sfiora il mento, la barba non fatta. Poi scende sul collo. Sanno come tessere, è innegabile.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Non mi viene proprio niente.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Per tutta risposta inizia a sfiorarmi il petto con le labbra. Quelle labbra piene, rosse, eleganti. Sento il sudore che mi scorre sul fianco, come direbbe Hemingway. Cerco freneticamente. Penso ai miei amici, a personaggi famosi, a film o libri. Cosa vuole la gente di solito? Essere ricchi, famosi, conosciuti, amati. Avere avventure, una vita piena, tanti amici con cui condividere la propria fortuna. Metto insieme a fatica una serie di stereotipi. Mi lasciano così freddo, così indifferente. Tutto quello che volevo era lei. E ce l&#8217;ho tra le braccia, in questo momento. Sento il suo corpo che preme contro il mio. È tutta per me. La notte ci avvolge e ci nasconde. È il trionfo di tutto ciò che gli amanti abbiano mai fatto o faranno mai. Sinceramente, cosa potrei volere?</p>
<p style="margin-bottom:0;">Cosa?</p>
<p style="margin-bottom:0;">La mia mente gira a vuoto. Tutto è grigio come un marciapiede. Come la confezione di un medicinale. Tutto il mondo, là fuori, ogni cosa è fredda e sterile. Lei è qui invece, calda, morbida, accogliente. Fertile.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Ma questo non posso dirglielo. Devo fermarmi un attimo prima. Devo godere, ma fino a un certo punto. C&#8217;è una soglia che non deve essere attraversata. E tutto sommato è giusto così. Sospiro di nuovo.</p>
<p style="margin-bottom:0;">La stringo, forte. La sento che si rilassa. Le chiudo la bocca con un bacio.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Fuori è notte.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Riapro gli occhi, lentamente. Bruciano. Mi è venuto un crampo al fianco e mi si sono addormentate tutte e due le gambe. Mormoro qualche bestemmia. Rimetto i piedi per terra. Il sangue torna lentamente a scorrere. La scrivania è un disastro. Fogli dovunque. Ho completamente scordato cosa stessi facendo. Il computer è in stand-by. Muovo il mouse e lo schermo riprende vita. Sono quasi le cinque. Ho dormito una mezz&#8217;ora. Mi sento come ubriaco.</p>
<p style="margin-bottom:0;">C&#8217;è un silenzio. Mi fa quasi paura. Comincia a farmi male anche lo stomaco. Sto proprio di merda. La mancanza di sonno, di pasti regolari. Faccio due calcoli, con la mente annebbiata. Non mi pare opportuno tornare a casa. Non farei in tempo a stare di nuovo qui per le otto. Ho una camicia di ricambio, in ogni caso. E nessuno mi sta aspettando. Da nessuna parte. Vado alla macchinetta. Caffè, aspirina, merendina. Nel bicchiere vuoto del caffè verso due dita da una bottiglia che tengo nell&#8217;ultimo cassetto della scrivania. Il primo telegiornale.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Mentre guardo lo schermo, senza capire alcunché, mi viene in mente che dovrei radermi.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Sì, forse dovrei.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Fuori è ancora notte.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[..il ricordo della domenica..]]></title>
<link>http://tappotuo.wordpress.com/2009/11/25/il-ricordo-della-domenica/</link>
<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 11:59:31 +0000</pubDate>
<dc:creator>tappotuo</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ho deciso che da ora in poi ogni mio posta sarà accompagnato da una colonna sonora, che avvolgerà di]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><span style="color:#ff6600;"> Ho deciso che da ora in poi ogni mio posta sarà accompagnato da una colonna sonora, che avvolgerà di note i miei pensieri. Ascolto “Happy” di Leona Lewis..è una canzone che mi piace particolarmente, ultimamente la ascolto spesso, e oggi mi fa pensare..tanto da portare nero su bianco i miei pensieri..che  è una delle cose che amo fare di più: SCRIVERE!!!</span></p>
<p><span style="color:#ff6600;">Roma è ricoperta da una coltre di nuvole plumbee, piangono goccioloni di pioggia. Le strade bagnate, riflettono i fari accesi delle macchine che vi sfrecciano. Stamattina ho smontato dal turno di notte. Tornando a casa ero alla fermata dell’autobus. Dal cartello delle fermate cadevano sulla mia testa gocce di pioggia. Non mi davano fastidio,anzi ho alzato gli occhi al cielo. Le nuvole quasi facevano male a guardarle. Poi..ho rivolto lo sguardo al viale alberato. Ho notato le foglie ingiallite farsi trasportare dal vento, e mi è ritornato alla mente il ricordo di una passeggiata con Romano a villa Dora Pamphili…e chi se la scorda quella passeggiata!!! Romano era venuto a Roma per accompagnarmi ad una delle mie solite visite mediche. Era per me un’emozione nuova. Una strana sensazione. Era la prima volta che qualcuno a me così vicino sapesse di me e fosse partecipe delle mie difficoltà.</span></p>
<p><span style="color:#ff6600;">Ricordo perfettamente tutto il corso della visita. Ricordo le parole della dottoressa e ricordo le mie lacrime, la mano che tenevo stretta a Romano, quasi a fargli male. La gola mi fece malissimo, trattenevo il pianto quasi fosse vietato scoppiare, poi non ce l’ho fatta e mi sono liberata. Sì, mi ero liberata da un peso che tenevo dentro da sola, da troppo, troppo tempo. E così dopo la visita dritti in villa. Non dimenticherò mai la sensazione di libertà provata quando mi sono ritrovata davanti a quel viale alberato…era settembre, le foglie ingiallite già cadevano sul terreno umidiccio. Aveva piovuto. Il rumore del fruscio delle foglie mi inebriava. Mi fermai nel bel mezzo del viale. Chiusi gli occhi. Respirai. Così forte, così intensamente che l’odore che mi invadeva i polmoni era inebriante. Camminammo e parlammo a lungo. Ascoltavo Romano con lo stesso entusiasmo col quale avrei letto un libro. Si parlava di amore. Era spesso uno dei nostri argomenti preferiti..</span></p>
<p><span style="color:#ff6600;">Oggi è domenica..da troppo tempo non è più DOMENICA per me. Ricordo tutte le volte che ci riunivamo a casa dei nonni. Una baldoria familiare, la più bella mai vissuta. Zii e cugini tutti così tanto giovani, così spensierati!!! Il profumo della parmigiana di nonna, del sugo con lo spezzatino..i dolci di mio padre (oh papà!!!)..tutto aveva un sapore diverso. Troppe cose sono cambiate da allora. Non c’è più mio nonno, nè mio padre. Si sta una domenica a casa di qualcuno, la prossima a casa di qualcun’altro..ma il sapore di quelle domeniche della mia infanzia, quello…non me lo toglierà mai nessuno dai ricordi. Sono sei anni che vivo a Roma (napoletana di nascita,e fiera di esserlo), e non so più cosa sia una domenica. E quando vado a trovare mia mamma, capita sempre che la domenica ad ora di pranzo io sia nel treno di ritorno qui a casa. Mi mancano troppo le mie domeniche, spero vivamente di poterle vivere, ri-vivere un giorno, magari col mio grande amore, che mi sta rendendo migliore ogni giorno di più. Magari con la famiglia che creeremo..Magari con le stesse risate, con gli stessi sapori…magari proprio mentre seduta accanto a Fabio, darò da mangiare a Roberto, e guardandolo ricorderò di quando anche io, con quegli occhioni sognanti e la bocca sporca di sugo, mi guardavo intorno e nient’altro volevo…se non quella domenica…LA MIA DOMENICA!!!</span></p>
<p><span style="color:#ff6600;">Mary<a href="http://tappotuo.wordpress.com/files/2009/11/foto_autunno_3352.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-11" title="foto_autunno_335" src="http://tappotuo.wordpress.com/files/2009/11/foto_autunno_3352.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La classifica di Novembre (poverini)]]></title>
<link>http://lafinesoltanto.wordpress.com/2009/11/24/la-classifica-di-novembre/</link>
<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 21:50:04 +0000</pubDate>
<dc:creator>emiliano</dc:creator>
<guid>http://lafinesoltanto.wordpress.com/2009/11/24/la-classifica-di-novembre/</guid>
<description><![CDATA[So che sembra poco serio. Ma approfitto dell&#8217;ultimo commento di Silvia per conteggiare le nuov]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>So che sembra poco serio.</p>
<p>Ma approfitto dell&#8217;ultimo commento di Silvia per conteggiare le nuove preferenze e assommarle <a href="http://lafinesoltanto.wordpress.com/2009/10/23/classifiche-ce-a-chi-piacciono/" target="_blank">a quelle di ottobre</a>, in modo da ottenere la nuovissima&#8230;</p>
<p style="text-align:center;">CLASSIFICA DI NOVEMBRE!!!</p>
<p>Noto con piacere la New Entry del racconto che dà il titolo alla raccolta, La fine soltanto. Bene. A me piace molto.</p>
<p>Come c&#8217;era da immaginarsi, il racconto preferito in assoluto rimane <em>Shopping</em>, che stacca tutti gli altri. E&#8217; strano, c&#8217;è chi mi dice: &#8220;Ah, il mio preferito in assoluto è Shopping&#8221;; oppure chi dice: &#8220;Mi è piaciuto questo, quello&#8230; ah, e poi Shopping&#8221; (come a dire: &#8220;naturalmente&#8230;&#8221;); oppure: &#8220;E poi quello&#8230;quello del bimbo&#8221;. Il bimbo&#8230; par che sia vivo.</p>
<p>Bon, questa è la nuova classifica. Ci sono soltanto 15 racconti. Vuol dire che 5 non hanno avuto neanche una preferenza.</p>
<p>Poverini.</p>
<p>(C&#8217;è spesso questa cazzata, quando c&#8217;è un&#8217;intervista a un cantautore o a un regista, che la canzone / il film a cui sono più affezionati è quello più &#8220;sfortunato&#8221;, quello che ha avuto meno successo perché non capito, o imperfetto o chissà perché. Un po&#8217; come si vuol più bene al figlio più problematico &#8211; la letteratura è piena di esempi al proposito. Ecco, per me non è così. O meglio: mi funziona con le persone, ma non con l&#8217;arte. I racconti a cui sono più affezionato sono anche quelli che piacciono di più. Che posso farci? Chiamatemi <a href="http://www.flickr.com/photos/loungerie/318850687/" target="_blank">crudele</a>.)</p>
<p>Basta, via con la classifica (tra parentesi il numero delle preferenze &#8211; perché sanremo è sanremo):</p>
<p>1) Shopping (16)</p>
<p>2) Meduse (7)</p>
<p>3) Il venerdì nero (6)</p>
<p>4) La fine soltanto (5) (BEST NEW ENTRY!!!)</p>
<p>5) D’istruzione (3)</p>
<p>6) L’amore che si dà (3)</p>
<p>7) Decisioni (3)</p>
<p> <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> La cenetta di Max Costa detto il Filo (2)</p>
<p>9) San galgano (2)</p>
<p>10) Il velo di Maya (2)</p>
<p>11) Il piede della pianista (1)</p>
<p>12) Budapest (1)</p>
<p>13) Sul  molo (1)</p>
<p>14) Il prologo (1)</p>
<p>15) Gregory Steps (1)</p>
<p>Poiché hanno deluso i lettori e (di conseguenza) anche me, esporrò al pubblico ludibrio i racconti che non hanno avuto alcuna preferenza. Essi sono:</p>
<p>Il cinghiale</p>
<p>Il colloquio</p>
<p>Pomiciare</p>
<p>Eleganza</p>
<p>Al termine della notte</p>
<p>Tutti insieme: BUUUUUUUHHHHHH!!!!!!!</p>
<p>poverini, però.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Exogenesi #1: Quattro stelle e le loro fantastiche luci.]]></title>
<link>http://exogenesi.wordpress.com/2009/11/24/exogenesi-1-quattro-stelle-e-le-loro-fantastiche-luci/</link>
<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 20:40:38 +0000</pubDate>
<dc:creator>exogenesi</dc:creator>
<guid>http://exogenesi.wordpress.com/2009/11/24/exogenesi-1-quattro-stelle-e-le-loro-fantastiche-luci/</guid>
<description><![CDATA[Exogenesi. Quale è il vero significato di questa oscura ed arcana parola? Per quale motivo lo utiliz]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Exogenesi.</p>
<p>Quale è il vero significato di questa oscura ed arcana parola?</p>
<p>Per quale motivo lo utilizzo come il nome dietro al quale mi nascondo scrivendo su questo spazio virtuale?</p>
<p>Per me l&#8217;exogenesi riassume in se la crescita e la concezione di ogni pensiero e di ogni idea. Infatti ogni singolo evento che io vivo, proveniente quindi dalle sensazioni esterne, lo riealaboro e da vita, dal fuori, alle mie sensazione interne, i miei pensieri. Breve e semplice spiegazione.</p>
<p><a href="http://exogenesi.wordpress.com/files/2009/11/406567main_image_1527_946-710.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-80" title="406567main_image_1527_946-710" src="http://exogenesi.wordpress.com/files/2009/11/406567main_image_1527_946-710.jpg" alt="" width="496" height="373" /></a></p>
<p>Il primo argomento che ho intenzione di trattare al riguardo è legato ad una serie di strani ma alquanto fortunati eventi. Una delle tante conseguenze derivanti dall&#8217;occupazione del Plinio Seniore è degna di dare ispirazione ad uno scritto. Si tratta della nascita di alcuni legami assolutamente strani ed importanti, si tratta della nascita di alcuni legami assolutamente imprevedibili e sconvolgenti.</p>
<p>Parlo di un sorriso, parlo di una naturalezza, parlo di una schiettezza, parlo di una bellezza assolutamente fuori dal comune.</p>
<p>Le varie stelle che proiettano sulla nostra terra l&#8217;ombra sfuocata di tali qualità sono 4 fantastici astri che nell&#8217;ultima settimana sono riusciti a farmi capire, vivendoli quotidianamente, come la vita può essere varia, come è facile uscire fuori dagli schemi e fuori dalla normale concezione del tempo.</p>
<p>Quindi ringrazio per le risate, ringrazio per i sorrisi, ringrazio per i dubbi e per le sicurezze, ringrazio per ogni singolo raggio di luce proveniente da queste quattro magnifiche stelle, ma non mi fermerò qui, voglio anche riflettere e far riflettere sull&#8217;unicità di tali prepotenti raggi di luce.</p>
<p>Partiamo dal sorriso. Il sorriso ha un potere assolutamente portentoso. Chi sempre sorride spesso viene etichettato come stolto, come idiota, ma in realtà il vero genio è colui capace di sorridere dal dentro in ogni situazione. Chi riesce a mantenere la luce sul suo volto in ogni momento, anche in quelli più tristi, è capace di rivoluzionare il mondo. Il sorriso permette al pari dello sguardo di relazionarsi con la più intima dimensione di ogni persona, permette di dar fuoco con il proprio calore e di dar vita alla scintilla che da fuoco alla passione a all&#8217;amore.</p>
<p>La naturalezza. Ecco un&#8217;altra qualità capace di rivoluzionare il mondo intero, ma non nel contenuto quanto nella sua forma. Una persona che riesce ad esser naturale in ogni sua reazione è una persona che a volte può esser ingenua, può quindi essere fraintesa come debole e di conseguenza dar via libera agli opportunisti. Ma la vera naturalezza, come quella risplendente dall&#8217;astro che mi ha realmente accecato, è una naturalezza capace di autodifendersi. Una naturalezza che per la sua velocità di risposta e di fantasia risulta essere fantasticamente amabile.</p>
<p>La schiettezza. Differenza dalla naturalezza trattata sopra? La schiettezza non agisce sulla forma del mondo ma sulla sua sostanza. Mi spiego meglio, ogni azione e ogni reazione, ispirata dalla schiettezza, brucia in un istante ogni possibile barrirera di pregiudizio e preconcetto dando vita ad una sostanza che trascende dalla forma irreale che le maschere che popolano il mondo. La schiettezza che contraddistingue tale luce è una schiettezza che mette in ombra ogni paura e ogni vergogna, offrendo al mondo la reale essenza delle cose.</p>
<p>Last but not least: La vera Bellezza.</p>
<p>Non mi considero nemmeno lontanamente degno di poter parlare della bellezza in sè stessa. Per quanto io possa essere superbo e considerarmi un bell&#8217;uomo sono assolutamente scioccato da come la vera Bellezza si presenti nella nostra realtà. La  vera Bellezza infatti non ha bisogno di spiegazioni, non ha bisogno di lunghi discorsi senza né capo né coda, ha bisogno di un&#8217;unica cosa: della naturalezza dell&#8217;espressione. E la naturalezza dell&#8217;espressione dalla sua parte riassume tutta la dimensione teorica in un istante di realizzazione pratica. In poche parole chi appartiene alla vera Bellezza è capace di trasmettere sensazioni e sentimenti in un istante di tempo alternativo al normale continum spaziotemporale. Hai l&#8217;abilità di fermare il tempo e di far intuire in un secondo ciò che non può esser concepito nell&#8217;eternità.</p>
<p>Sia ben chiaro, nessuno può aspirare alla vera bellezza se non chi effettivamente appartiene alla reale natura delle cose. La bellezza è la Dea delle virtù.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Le vite degli altri]]></title>
<link>http://metedurasdepata.wordpress.com/2009/11/24/le-vite-degli-altri/</link>
<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 20:23:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>metedurasdepata</dc:creator>
<guid>http://metedurasdepata.wordpress.com/2009/11/24/le-vite-degli-altri/</guid>
<description><![CDATA[Gli occhi sbirciano la vita per le strade, affannata sulle biciclette, tranquilla dietro le finestre]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><h1>Gli occhi sbirciano la vita per le strade, affannata sulle biciclette, tranquilla dietro le finestre illuminate.</h1>
<p>Ogni sguardo è un lampo di essere che non posso afferrare ma che è lì in mille forme, è come affacciarsi appena su un burrone di cui si immagina la profondità, la varietà, l’unicità ma rimanendo su un treno in corsa. (1997)</p>
<p><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/ERPo4Qypviw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/ERPo4Qypviw&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p>Da quando ho perso la mia vita ho contratto l&#8217;abitudine di sbirciare pezzi di vita altrui.</p>
<p>Né per voyeurismo né per  invidia</p>
<p>bensì per vedere com&#8217;è la vita normale</p>
<p>e farci un collage immaginario</p>
<p>che inventi la vita mia</p>
<p>persa in un giorno di maggio.</p>
<p>Ieri sono stata in una vita altrui di cui ho scorto solo i contorni</p>
<p>ma che ho immaginato bellissima.</p>
<p>Se fossi una scrittrice potrei inventarmi un romanzo con quei pezzi</p>
<p>che da ieri mi saltano in testa come tasti di un pianoforte</p>
<p>ma siccome non lo sono me li tengo stretti addosso</p>
<p>mentre mi consolano non so perché</p>
<p>con la stessa inspiegabile efficacia delle bambole nel letto la sera</p>
<p>incapace di dargli voce ma solo minimi afflati di parole.</p>
<p>Dettagli di vita altrui</p>
<p>foto sorridenti che ritraggono volti più giovani</p>
<p>e che tratteggiano il percorso che li ha portati fin qui</p>
<p>ai volti segnati e sereni di oggi</p>
<p>a questa porzione di casa nella quale ho avuto accesso</p>
<p>per pochi minuti</p>
<p>e che racconta con un paio di foto</p>
<p>tutto quello che si sarebbe potuto fare</p>
<p>in quest&#8217;ultima decina di anni.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=ERPo4Qypviw"></a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Torneo di Ping Pong letterario]]></title>
<link>http://rascarlo.wordpress.com/2009/11/24/torneo-di-ping-pong-letterario/</link>
<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 14:21:26 +0000</pubDate>
<dc:creator>Carlo Di Nuccio</dc:creator>
<guid>http://rascarlo.wordpress.com/2009/11/24/torneo-di-ping-pong-letterario/</guid>
<description><![CDATA[the web L’editrice Gio.Ca. si occupa principalmente di giochi dove sono protagonisti le parole, l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[the web L’editrice Gio.Ca. si occupa principalmente di giochi dove sono protagonisti le parole, l]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[La licenza di Sant' Antonio di Envisia Dupont]]></title>
<link>http://nuovafrontiera2025.wordpress.com/2009/11/23/la-licenza-di-sant-antonio-di-envisia-dupont/</link>
<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 16:43:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>Jonathan</dc:creator>
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<description><![CDATA[L&#8217;agente 007 aveva la licenza di uccidere, lo scrittore Envisia Dupont ha la licenza di Sant]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img style="max-width:800px;float:left;margin-top:10px;margin-bottom:10px;margin-right:10px;" src="http://envisiadupont.altervista.org/Intestazione/foto.png" alt="" width="146" height="249" />L&#8217;agente 007 aveva la licenza di uccidere, lo scrittore <strong>Envisia Dupont</strong> ha la licenza di Sant&#8217; Antonio. Il maggiore evento mediatico di fine 2009. &#8220;<strong>Tutte le strade portano al bar</strong>&#8221; è il <strong>nuovo racconto</strong> di Envisia Dupont che nelle prime ore di pubblicazione è stato scaricato più di 900 volte! Attualmente ha già superato i 6.000 download. Un vero e proprio fenomeno mediatico. Le illustrazioni sono di <strong>Giancarmine Calabrese</strong>. L&#8217;autore l&#8217;ha pubblicato con licenza creative commons ed anche con una nuovissima licenza, la licenza di Sant&#8217; Antonio. La <strong>nuova licenza</strong> consiste nel distribuire il testo ad altre tre persone dopo il download. Avrebbe fatto meglio ad affidarsi ad un editore o è un genio da imitare?<br />
<a href="http://www.ninjamarketing.it/2009/11/23/dopo-i-creative-commons-arriva-la-licenza-di-sant%E2%80%99antonio/">clicca qui</a><br />
<a href="http://thebook.altervista.org/">download qui</a></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Quando le letture al bagno ci danno ispirazione]]></title>
<link>http://lafinesoltanto.wordpress.com/2009/11/23/172/</link>
<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 15:04:52 +0000</pubDate>
<dc:creator>emiliano</dc:creator>
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<description><![CDATA[Oggi e domani ho i rientri pomeridiani per i consigli di classe. Avrei dovuto postare la nuova class]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Oggi e domani ho i rientri pomeridiani per i consigli di classe. Avrei dovuto postare la nuova classifica, ma mi ci vuole troppo tempo, tra mezz&#8217;ora devo uscire. Quindi un&#8217;ora fa ho pensato: su cosa posso scrivere il post di oggi (visto che ho anche saltato il post di ieri)? Ho pensato di scriverlo sul libro di racconti che sto leggendo al momento e sul suo autore. Ma non ero ancora sicuro. Sono andato al bagno, luogo, per me, di <a href="http://www.flickr.com/photos/loungerie/1787812202/" target="_blank">letture lunghette</a>. Stavo leggendo il racconto &#8220;Continuità&#8221;, quando trovo questo brano:</p>
<p><em>[...] Papà gli strappò di mano il secchio. Il granchio era sempre lì, che zampettava nell&#8217;acqua di mare.</em></p>
<p><em>&#8220;Chi ti ha detto di portarlo in casa?&#8221; disse papà. Mi agitò il granchio davanti alla faccia. &#8220;Questa porcheria puzzolente!&#8221; E gli strappò le zampe, a una a una.</em></p>
<p><em>Era paonazzo e ansimava. Noi tre &#8211; mamma, Clive e io &#8211; lo fissammo in silenzio mentre faceva a pezzi il granchio. Quello che non poté strappare, lo gettò a terra e lo calpestò.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>Ora, chi ha letto il mio libro, e in particolare il racconto &#8220;meduse&#8221; (per chi non ha il libro &#8211; vergogna! &#8211; il racconto si trova <a href="http://lafinesoltanto.wordpress.com/2009/10/26/meduse-un-racconto-sulla-vita-e-sullamore/" target="_blank">qui</a>t), si sarà accorto che c&#8217;è questa cosa del granchio che li accomuna. Quindi ho pensato che fosse un segno e, appena uscito dal bagno, eccomi qui a scrivere questo (per forza di cose breve) post su PHILIP RIDLEY.</p>
<p>La prima volta che ho letto il nome di Philip Ridley è stato su Anobii. Avevo letto <a href="http://www.anobii.com/books/Fenicotteri_in_orbita/9788804416814/0136d69fe8ec0e2cd1/" target="_blank">delle recensioni</a> sul suo libro di racconti, Fenicotteri in orbita, e mi avevano incuriosito. Il libro era però fuori stampa e non si trovava, nemmeno in inglese. Allora ho cominciato a leggere quello che ho trovato di lui (perlopiù in inglese e perlopiù teatro); e mi è piaciuto. Poi mi sono informato: Philip Ridley è una specie di enfant prodige della letteratura inglese. Ha iniziato come pittore, e poi ha scritto romanzi per ragazzi e non, teatro per ragazzi e non, sceneggiature (ad esempio, un film inglese cult degli anni &#8216;80, <a href="http://www.imdb.com/title/tt0099951/" target="_blank">The Krays</a>, con protagonisti i fratelli Kemp degli Spandau Ballet!!!), ha diretto film (uno, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Reflecting_Skin" target="_blank">Riflessi sulla pelle</a>, l&#8217;ho visto, ed è bello, per quanto cupo e inquietante&#8230;), e chi più ne ha più ne metta.</p>
<p>Una delle sue tematiche preferite è l&#8217;infanzia, di solito triste, marginale, abusata, ma anche piena di quella carica vitale che poi perdiamo nell&#8217;età adulta (ammesso che uno ci arrivi&#8230;). Ha un bello stile, questo Ridley, in tutte le cose che fa; ha una visione lucida e ambigua, e la comunica perfettamente al lettore/spettatore; ha, come direbbe Patrizia Pasqui, il TONO dell&#8217;autore.</p>
<p>La scorsa settimana ho scoperto che hanno ristampato in italiano la sua principale raccolta di racconti <em>Fenicotteri in orbita </em>(Salani editore, 13 euro). L&#8217;ho comprato subito, l&#8217;ho cominciato ieri e purtroppo l&#8217;ho quasi finito. Bravo, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Philip_Ridley" target="_blank">Mr Ridley</a>.</p>
<p>Beati voi che non l&#8217;avete ancora letto&#8230;</p>
<p>Io ora vado ai consigli di classe (yeppiiiiii!!!)</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ernesto]]></title>
<link>http://emmedigi.wordpress.com/2009/11/26/ernesto/</link>
<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 03:44:10 +0000</pubDate>
<dc:creator>Mario</dc:creator>
<guid>http://emmedigi.wordpress.com/2009/11/26/ernesto/</guid>
<description><![CDATA[Nessuno è bravo come me a raccontare storie fantastiche e affascinanti. E qual è quella donna che no]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Nessuno è bravo come me a raccontare storie fantastiche e affascinanti. E qual è quella donna che no]]></content:encoded>
</item>

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