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	<title>raffaele-dalle-donne &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "raffaele-dalle-donne"</description>
	<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 08:05:25 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Nicola Tommasoli: al via il processo]]></title>
<link>http://jabez65.com/2009/02/27/596/</link>
<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 18:14:18 +0000</pubDate>
<dc:creator>jabez65</dc:creator>
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<description><![CDATA[PESTAGGIO MORTALE A PORTA LEONI. Prima udienza con una significativa decisione della Corte d&#8217;A]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><em><span class="par">PESTAGGIO MORTALE A PORTA LEONI. Prima udienza con una significativa decisione della Corte d&#8217;Assise dopo una camera di consiglio durata tre quarti d&#8217;ora L&#8217;ente ha subito danni patrimoniali e all&#8217;immagine «per il turbamento morale della collettività»</span></em> Anche gli oltre duecento articoli usciti sui giornali locali e nazionali</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 238px"><img src="http://media.athesiseditrice.it/media/2009/02/10_9_are_f1_204_medium.jpg" alt="Il furgone della polizia penitenziaria allarrivo in Corte dAssise FOTOSERVIZIO DI COSTANTINO FADDA" width="228" height="203" /><p class="wp-caption-text">Il furgone della polizia penitenziaria all&#39;arrivo in Corte d&#39;Assise FOTOSERVIZIO DI COSTANTINO FADDA</p></div>
<p>oltre alla registrazione della puntata di AnnoZero entreranno nel fascicolo del dibattimento. Sono i documenti che l&#8217;avvocato Paolo Tebaldi depositerà alla prosima udienza e rappresentano il sostegno della costituzione di parte civile del sindaco Flavio Tosi, ovvero dell&#8217;amministrazione comunale. Saranno quelli la prova del danno patito per il turbamento morale della collettività patito a causa del dramma che si consumò in tre minuti in corticella Leoni. Tre minuti, la morte di un trentenne di Negrar e mesi di pubblicità negativa a cui si aggiunsero investimenti per garantire la sicurezza. Questo il fondamento della costituzione di parte civile contro la quale si sono opposti i difensori di Nicolò Veneri, Federico Perini, Raffaele Dalle Donne, Andrea Vesentini e Guglielmo Corsi. Un&#8217;opposizione dettata, per l&#8217;avvocato Bussinello «da orientamento della Suprema Corte che non riconosce ad un Comune, ente territoriale, la titolarità di costituirsi in quanto non ente esponenziale. Esiste un interesse pubblico ma astratto e il Comune non ha titolo, altrimenti questa possibilità dovrebbe essere riconosciuta a tutti gli enti locali per tutti i reati che avvengono sul loro territorio». E infatti nel processo Arena il Comune era parte civile. «Costituzione comprensibile in caso di reati associativi contro l&#8217;ordine pubblico, nel reati di strage perchè vanno contro l&#8217;incolumità pubblica perchè in tal caso rappresenta la tutela da parte dell&#8217;amministrazione alla collettività». Durissimo il collega Vito Quaranta che associandosi alla richiesta di estromissione del Comune ha sottolineato che «se il sindaco pensa di usare un processo come questo a mo di arena per il suo interesse si sbaglia». Toni e obiezioni che alle 13 sono stati zittiti dalla pronuncia della Corte presieduta da Dario Bertezzolo (Paola Vacca giudice a latere e sei giudici popolari) che ha ammesso il comune a diventare parte attiva nel processo a carico dei cinque ragazzi sostenendo che «il danno per cui si procede implica un danno di immagine negativa amplificata dai media e comporta un danno economico per le ulteriori risorse necessarie al controllo del territorio per garantire la sicurezza». Turbamento morale della collettività e del danno d&#8217;immagine patito: per quanto riguarda il primo le ragioni a sostegno della richiesta «sono rappresentate dal dolore, sofferenza, sbigottimento e senso di insicurezza che i fatti, per la loro futilità ed efferatezza, hanno provocato fra i cittadini, creando nella memoria comune sdegno e riprovazione nonchè una ferita ed un indelebile turbamento tuttora sussitenti» si legge nell&#8217;atto depositato dall&#8217;avvocato Tebaldi. A riprova di ciò si sottolinea «il sentire della cittadinanza testimoniato dalla continua partecipazione sul luogo dell&#8217;aggressione mortale». Quei fiori, quei messaggi e le foto raccolte in un libro, quelli lasciati da chi transita davanti alla porta romana che fu teatro di tre minuti di follia. E per quanto riguarda il danno all&#8217;immagine il Comune «ritiene sussistano le ragioni di fatto idonee a un ristoro inerente al pregiudizio patito» dall&#8217;Amministrazione «per le conseguenze negative riferibili allo sviluppo turistico ed economico della città».F.M.</p>
<p>(<a href="http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/topnews/news/2009-02-23_123321236.html">ANSA</a>) &#8211; VERONA, 23 FEB &#8211; Il branco si spacca: sono  affiorate le prime accuse reciproche tra gli imputati del  pestaggio che porto&#8217; alla morte di Nicola Tommasoli. Oggi  terza udienza del processo in Corte d&#8217;Assise ai cinque  giovani accusati di omicidio preterintenzionale. Davanti  alla Corte il primo degli imputati che ha accettato di  deporre ha indicato precise responsabilita&#8217; tra le fila del  &#8216;commando&#8217; che aggredi&#8217; Tommasoli.</p>
<p>DA <a href="http://www.larena.it/stories/Cronaca/160105/">L&#8217;ARENA .IT</a></p>
<p><img class="alignleft" src="http://media.athesiseditrice.it/media/2009/02/24_9_are_f1_191_medium.jpg" alt="Gli avvocati attornuiano il giudice" width="157" height="161" /></p>
<p>La vita in minuto. Thomas Bernhard, il grande scrittore austriaco, se avesse aggiunto alle cronache fatali del suo libro . L&#8217;imitatore di voci un capitoletto in più, dedicato all&#8217;omicidio di Nicola Tommasoli, avrebbe potuto intitolarlo proprio così. La vita in un minuto. Il destino e l&#8217;esistenza di sei ragazzi giocati tutti in una manciata di secondi. Il tempo di un tafferuglio, cercato o subito non importa, o meglio importante ai soli fini processuali, nel buio di una notte divenuta più buia dopo che la morte ha inghiottito uno di loro. La festa che diventa di botto tragedia. E la vita che cambia di colpo tragitto. Al capolinea per Nicola, immobile a terra, per un calcio e un pugno «che gh&#8217;è stà dà». Verso un tunnel al termine del quale l&#8217;esistenza non sarà più la stessa per gli altri cinque. Li guardo questi ragazzi, più giovani del mio figlio più giovane, li osservo con lo stesso sguardo dei genitori-giurati che ne dovranno stabilire le eventuali responsabilità, alla ricerca di un senso delle cose, per capire quali percorsi li abbiano portati nel vicolo cieco di Corticella Leoni la notte del primo maggio. Mi chiedo se queste traiettorie siano state disegnate dal caso oppure fossero lo sbocco inevitabile di un cammino predeterminato da scelte ideologiche di violenza e da comportamenti quotidiani costellati di soperchierie. Per almeno quattro di loro &#8211; Gugliemo Corsi, Raffaele Dalle Donne, Federico Perini, Nicolò Veneri &#8211; sembrerebbe così. Chi li deve giudicare avrebbe certamente voluto sentire le loro parole. Un racconto. Una spiegazione. Hanno scelto di tacere. Di «avvalersi della facoltà di non rispondere», come recita la formula del giuridichese. E così sono stati costretti a rispondere solo su dati anagrafici, età &#8211; tutti tra i 20 e 21 anni -, luogo di nascita, residenza ed eventuali proprietà. E sui precedenti penalmente rilevanti. Tra patteggiamenti di pene e procedimenti pendenti nessuno ne è esente. Non è un buon biglietto da visita. È probabile che sia una scelta processualmente corretta da parte dei difensori, ma toglie una fetta importante alla comprensione della realtà, che è cosa diversa dalla verità processuale. Alla fine accetta di rispondere solo Andrea Vesentini. Si dipinge come una vittima del Fato, perseguitato da una specie di Hybris da tragedia greca che coincidenza dopo coincidenza l&#8217;ha trascinato dove mai avrebbe pensato di trovarsi. Tutto, dall&#8217;incontro con Corsi nella piazza di Illasi alla scelta di andare insieme in discoteca, dall&#8217;uso della propria auto, perché astemio, alla decisione di fare un giro in centro città in attesa che il Berfis apra, dalla scoperta che Corsi aveva dimenticato il portafoglio a casa ai 15 euro giusti giusti nel proprio, dall&#8217;incontro con Dalle Donne, Veneri e Perini («l&#8217;unico visto qualche volta perché aveva un amico a Caldiero») al Malta all&#8217;incrocio con il punk in via Cappello, dai pub chiusi sino all&#8217;inizio dello scontro con Tommasoli e i suoi due amici, tutto nelle sue parole assume l&#8217;aspetto di una concatenazione funesta di eventi guidati da un dio avverso. Lo stesso che nelle ore e nei giorni successivi alla zuffa gli impedisce di fare in tempo l&#8217;unica cosa che avrebbe dovuto e alla fine aveva deciso di fare: costituirsi. Dalla sua ricostruzione non si capisce se sia più sfortunato o più iettatore, ma alcune cose emergono comunque con chiarezza. Cose già note nelle carte processuali, ma ieri ripetute davanti ai giurati. Con tutto il peso che questo può avere nelle loro decisioni. Ossia, che Corsi ha sferrato il primo pugno, che ha visto Perini e Veneri fermi in piedi vicino alla testa di Tommasoli steso a terra, che Perini nella fuga gli ha parlato di un pugno e di un calcio assestati a Nicola, che Corsi in auto durante il ritorno a Illasi gli ha detto che Veneri aveva colpito con un calcio alla testa il giovane steso inerme sulla schiena. Un racconto che tenta di distinguere la sua posizione da quelli degli altri, compreso il tentativo di staccare i contendenti in due momenti. Parole che non erano e non sono piaciute al terzetto degli amici occasionali diventati complici di un&#8217;aggressione mortale. Vittime, probabilmente, nella scelta del silenzio, anche di un malinteso spirito di corpo. Oltre che di un senso di onnipotenza. Il medesimo che li ha portati a tracciare, con molta ingenuità, sui muri della cella parole e slogan che ora possono ritorcersi contro di loro. (<a href="http://www.larena.it/stories/Cronaca/160105/">Giancarlo Beltrame</a>)</p>
<p style="text-align:center;"><strong><span style="color:#800000;">SONO SCAPPATO, QUESTO L&#8217;ERRORE CHE HO FATTO!</span></strong></p>
<p><img class="alignleft" src="http://media.athesiseditrice.it/media/2009/02/24_8_are_f1_169_medium.jpg" alt="" width="157" height="144" />«Lo sbaglio enorme che ho fatto è stato scappare. Questo è stato l&#8217;errore più grande della mia vita perchè non avevo fatto niente, Nicola non l&#8217;ho nemmeno sfiorato». Ha rotto anche in aula, davanti alla corte, quel muro di silenzio che dal giorno dei fermi ha caratterizzato tutta la drammatica vicenda legata all&#8217;aggressione in corticella Leoni terminata con la morte di Nicola Tommasoli. Per due ore Andrea Vesentini è rimasto sulla sedia dei testimoni, per due ore ha raccontato di quella sera di fine aprile, di quel che accadde, dei giorni seguenti. Cose già scritte nei verbali, ma ieri le ha ripetute. Ha voluto farlo, e quando si è alzato, per la prima volta dall&#8217;inizio del processo ha cercato lo sguardo di sua madre e le ha sorriso. È stato l&#8217;unico a chiedere di essere interrogato, lo ha fatto perchè quel peso con cui convive da quella maledetta sera doveva toglierselo dagli occhi, dalle spalle. «Questi dieci mesi sono stati indescrivibili, per sopportare ogni giorno, ho scritto lettere che ho dato a don Guido Todeschini e lui le ha lette su Telepace. Mi sono pentito di essere scappato quella sera, ho creduto che scrivere fosse un segno per far capire quanto mi dispiaceva». Ha iniziato a parlare immerso nel silenzio, in quell&#8217;aula affollata solo dai genitori e dagli amici dei ragazzi, mentre gli altri quattro giovani che come lui sono accusati di omicidio preterintenzionale in questa brutta storia, lo guardavano fisso. E qualche moto di stizza c&#8217;è stato da parte di Federico Perini quando Andrea ha ricostruito i comportamenti di quella sera iniziata storta, quando ha fatto nomi e situazioni. PORTAFOGLIO E DISCOTECA. «Avevo finito di lavorare ma nel pomeriggio mi ero messo d&#8217;accordo con un amico per andare al Berfi&#8217;s. Ho cenato da mia madre e poi sono andato a Illasi, alle 22 ho incontrato i ragazzi al bar, c&#8217;era Corsi che ha deciso di venire con me. Abbiamo preso la mia macchina, io sono astemio così non ci sarebbero stati problemi al ritorno». Un passo dopo l&#8217;altro ha spiegato che dopo aver parcheggiato la macchina sul lungadige (Rubele, ndr) Guglielmo si accorse di aver lasciato il portafoglio in auto, a Illasi. «Avevo solo 15 euro con me, lui ha detto che forse qualcuno glieli avrebbe imprestati e siamo andati al Malta. L&#8217;appuntamento con Marco era verso mezzanotte, ho trovato un ragazzo che conoscevo e mi sono messo a parlare mentre Corsi ha incontrato Perini. Siamo rimasti lì circa un&#8217;ora». Ma il problema erano i soldi «e purtroppo non l&#8217;abbiamo risolto. Non so chi ha detto di spostarsi in un altro bar ma io ero stanco e alterato perchè volevo andare in discoteca. L&#8217;ho detto a Corsi e lui mi ha risposto “lo so ma se non ho i soldi”». VIA CAPPELLO E IL PUNK. «Non conosco le vie di Verona, solo le principali, e mentre camminavamo mi sono messo a parlare con Veneri di professori e materie, anche lui faceva le Seghetti, la mia scuola. Ero davanti e Corsi si è fermato a parlare con un ragazzo, mi sono avvicinato e l&#8217;ho sentito dire in tono scherzoso: “non è che mi daresti 15 euro?” “avete beccato il punk più squattrinato” fu la risposta ma nessuno lo circondò. I toni sono rimasti sereni, si è messo a parlare di musica con Guglielmo che ha notato sul giubbino di Red la spilletta del suo gruppo preferito. Non gli è stata chiesta, il ragazzo l&#8217;ha data in mano a Corsi che me l&#8217;ha passata. Io l&#8217;ho guardata e gliel&#8217;ho restituita. Ho sentito quello che ha detto Red, ma non ci sono mai stati toni minacciosi, non è stato circondato e poi non lo abbiamo seguito». LA SIGARETTA E LA LITE. «L&#8217;Highlander era chiuso, Veneri e Perini conoscevano la città e indicarono l&#8217;ex Bukowski, arrivammo passando per il primo vicolo e c&#8217;erano tre persone davanti all&#8217;ingresso, uno (che poi riconobbe in Csontala) dava gomitate alla porta che era chiusa. Corsi ha chiesto se gli davano una sigaretta e la risposta è stato un no secco. “Te podei anca darmela la sigareta codino” ha detto e Csontala è tornato indietro e si è messo faccia a faccia con Guglielmo dicendogli “tu non sai chi sono io, ti spacco la faccia” e Corsi gli ha dato un pugno. Nicola non me lo ricordo, non disse nulla ma gli altri partirono autonomamente». Tommasoli vicino al muro, Csontala e Corsi vicino alla ringhiera: «mi sono avvicinato per dividerli, ho tirato Csontala per i capelli, sono caduti lui e Guglielmo. Poi ho visto Cazzarolli che a testa bassa dava colpi ai genitali di Dalle Donne, sono andato a spingerlo via e poi sono tornato da Corsi. Allora ho notato Nicola a terra tra Perini e Veneri. Quella era la fine di tutto. Non ho visto dare calci o colpire. Ma non ho avuto la percezione che fosse così grave, accadde tutto in un minuto e mezzo, due al massimo». È stato allora che ha gridato: «basta, basta, andiamo via» e ha spiegato che fu la reazione perchè smettessero di picchiarsi. «Durante la lite dal vicolo siamo usciti sia io che Cazzarolli, si vede nel video». Poi la fuga: «sono uscito, Corsi mi è passato davanti e poi sono arrivati gli altri, Veneri era ferito a una mano ed era più indietro. E ho fatto l&#8217;errore di scappare». I GIORNI SEGUENTI. Chiese a Perini cosa avevano fatto «lui ha risposto “ghe sta dà un calcio e un pugno”» e in macchina parlò con Corsi: «disse che aveva visto Veneri dare un calcio a quello a terra». Il giorno dopo, il primo maggio, non si parlarono. Ma venerdì lui e Guglielmo si trovarono. «Mi ha detto che doveva chiamare Perini e gli telefonò con il mio cellulare, poi chiese se lo accompagnavo in un bar di borgo Roma. C&#8217;erano Veneri e Perini, con me non parlarono, non mi conoscevano ma a lui dissero che andavano via “non voglio farmi dieci anni di galera” disse Perini ma Guglielmo rispose che lui non sarebbe scappato». E alla domanda se era preoccupato Vesentini ha risposto che «non era coinvolto nella discussione, che non aveva colpito nessuno». I GIORNALI. La conseguenza di quella sigaretta negata la scoprì sabato mattina al bar vicino all&#8217;ufficio in cui lavorava come promotore finanziario. «Lessi il titolo, me lo ricordo ancora, “in coma per una sigaretta negata” e mi sentìì male. Chiesi di andare a casa, che non stavo bene, rimasi da mia mamma ma non riuscivo a mangiare. Ho pensato a cosa fare ma sapevo di non aver fatto del male a nessuno. Domenica parlai con mia madre e le dissi “quel ragazzo in coma, c&#8217;ero anch&#8217;io”». Chiamarono l&#8217;avvocato Toffali ma solo nel tardo pomeriggio riuscirono a incontrarlo e consigliò loro di rivolgersi al collega Francesco Delaini e di andare a costituirsi. «Ho parlato con Corsi, gli ho detto che andavo dalla polizia e lui mi rispose che sarebbe venuto con me ma che non aveva il coraggio di dirlo ai suoi. Parlammo con un amico per spiegargli che noi non avevamo toccato il ragazzo in coma. Perchè i giornali avrebbero scritto di tutto ma noi non c&#8217;entravamo». Questo in piazza ma a casa di Guglielmo c&#8217;era già la Digos. E l&#8217;ispettore Papa telefonò anche ad Andrea.(<a href="http://www.larena.it/stories/Cronaca/160109/">Fabiana Marcolini</a>)</p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#800000;"><strong>PER GLI EX-AMICI E&#8217; UN INFAME</strong></span></p>
<p>Fu un ispettore della polizia penitenziaria che si accorse, il 13 giugno, che le condizioni della cella 21 della prima sezione erano modificate. Scritte e motti in caratteri runici, foto di Corsi e Vesentini corredate da «infame» attaccate alle pareti, l&#8217;immagine di Hitler nell&#8217;anta dell&#8217;armadietto e altre scritte in bagno. E le condizioni della cella 21, quella in cui sono detenuti Nicolò Veneri, Federico Perini e Riccardo dalle Donne, per loro sono diventate anche una nuova contestazione: danneggiamento ai beni dello Stato. A spiegarlo ieri sono stati i due ispettori di Montorio che notarono le scritte e le fotografarono inserendole in un fascicolo che fu trasmesso al dottor Francesco Rombaldoni, il pm titolare dell&#8217;inchiesta sulla morte di Nicola Tommasoli. «Siamo obbligati a rilevare eventuali danneggiamenti, in questo caso alcune scritte erano rivolte ai due coimputati», ha spiegato l&#8217;ispettore Di Bartolo, «inoltre potevano avere un rilievo investigativo per i tre soggetti e rimettemmo gli atti alla Procura». Così quella rabbia raccontata sui muri, quel «Nunc est Bibendum», «Vivi come se dovessi morire subito, come se non dovessi morire maì», «Only White shoes», quella storpiatura del cognome e della fotografia di Andrea in uno sprezzante «Sir Spermentini» e quella qualifica di infami ai due ragazzi di Illasi che fin dall&#8217;inizio non si sono trincerati dietro al silenzio ieri sono entrati in aula. Loro tre, sempre accanto in corte d&#8217;Assise e sempre nella stessa cella, rimasero in isolamento fino ad ottobre, ora permane il divieto di incontro con gli altri due ma il loro comportamento, a parte quelle scritte, non ha dato luogo a rapporti disciplinari. Perini, Veneri e Dalle Donne nemmeno ieri hanno deciso di parlare: il difensore di Veneri (Tiburzio de Zuani) aveva chiesto l&#8217;esame del suo assistito ma poi ha rinunciato (anche se non è escluso che il giovane renda dichiarazioni spontanee in futuro). Vesentini ha parlato e risposto per due ore al pm, alle parti civili e alle difese, gli altri tre giovani uno dopo l&#8217;altro sulla sedia dei testimoni sono rimasti pochi minuti, giusto il tempo per dettare le proprie generalità e dire che si avvalevano della facoltà di non rispondere. Anche Guglielmo Corsi ha scelto di non parlare. Poi nel pomeriggio, quando sono rientrati in aula, gli agenti della polizia penitenziaria hanno fatto sedere Andrea accanto al suo legale ma sul lato esterno. Lontano dagli altri.(<a href="http://www.larena.it/stories/Cronaca/160107/">F.M.</a>)</p>
<p style="text-align:center;"><strong><span style="color:#800000;">LA MAMMA DI ANDREA VESENTINI:<br />
</span></strong></p>
<p>È rimasta seduta fino alla fine dell&#8217;udienza in silenzio. Ha guardato suo figlio ad una quindicina di metri di distanza. Non ha perso neanche una parola della sua deposizione. Ha continuato dal suo posto ad ascoltare tutti i testi della difesa, convocati dall&#8217;avvocato Francesco Delaini. E, alla fine, la mamma di Andrea Vesentini ha tirato un lungo sospiro di sollievo. Ha cercato di salutare il figlio mentre usciva dall&#8217;aula, accompagnato dagli agenti della polizia penitenziaria ma era troppo la distanza, troppa l&#8217;agitazione di quel momento. «Sono contentissima di come ha deposto mio figlio», dice a metà dell&#8217;udienza, «è stato bravo». Su una cosa, soprattutto, la mamma del giovane, accusato insieme agli altri quattro dell&#8217;omicidio preterintenzionale di Nicola Tommasoli, è rimasta colpita: «Durante la sua deposizione, è sempre stato molto spontaneo». D&#8217;altro canto, è stato anche l&#8217;unico che tra i cinque ha parlato e ha deciso di sottoporsi all&#8217;interrogatorio davanti ai giudici. Chi, invece, non vedeva Andrea Vesentini dal giorno della tragica aggressione a Nicola, è il veronese Marco Filippi, 21 anni, studente di scienze motorie. «Sono il suo migliore amico, ci vedevamo tutti i giorni e adesso mi manca. L&#8217;ho trovato meno abbronzato», esordisce, «anche perchè lui si faceva le lampade insieme a me». È sempre stato un ragazzo molto sensibile, dice il suo amico: «Non sono mai andato a trovarlo in carcere perchè prima dovevo deporre in qualità di testimone al processo». Anche Filippi esprime la sua soddisfazione per l&#8217;atteggiamento di Vesentini nel processo: «Ha parlato davanti ai giudici perchè non aveva niente da nascondere».(<a href="http://www.larena.it/stories/Cronaca/160104/">GP.CH</a>.)</p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#800000;"><strong>LA MAMMA DI GUGLIELMO CORSI:</strong></span></p>
<p>«Cerco di farmi coraggio ma sono consapevole che se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi. E loro hanno sbagliato ma mi auguro che le responsabilità vengano chiarite perchè questo è l&#8217;unico modo per rendere giustizia a un ragazzo che è morto. Ho ascoltato la mamma di Nicola Tommasoli, l&#8217;ho vista e ho sentito quel dolore. Mi sono messa nei suoi panni e ho sofferto, mio figlio è in carcere ma è vivo, ha sbagliato e paga il prezzo per quell&#8217;esuberanza». Silvana Bovi parla lentamente, è la mamma di Gugliemo Corsi il giovane che chiese una sigaretta in corticella Leoni e che reagì a un no. «Quello che è successo è gravissimo, lui se ne è reso conto. Ogni volta che vado a trovarlo lo trovo più riflessivo, più consapevole. Non si lamenta, sa dove è, del perchè e lo accetta, cerca di adattarsi ad una vita che credo sia dura per tutti. Per questo provo conforto, anche se è stato il più bersagliato, il primo ad iniziare a litigare ma gli ripeto che l&#8217;unica cosa che deve aiutarlo ad affrontare il futuro è la consapevolezza di non aver toccato quel ragazzo. Da allora non dormo, per quello che è successo, per quel giovane, per mio figlio. E ho il massimo rispetto per il dolore».</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Faschios-”Ultras” morden in Verona]]></title>
<link>http://mazingazeta.wordpress.com/2008/05/06/faschios-%e2%80%9dultras%e2%80%9d-morden-in-verona/</link>
<pubDate>Tue, 06 May 2008 09:03:26 +0000</pubDate>
<dc:creator>Mazinga Z</dc:creator>
<guid>http://mazingazeta.wordpress.com/2008/05/06/faschios-%e2%80%9dultras%e2%80%9d-morden-in-verona/</guid>
<description><![CDATA[Eine Gruppe neofaschistischer “Ultras” vom norditalienischen Verein Hellas Verona haben am 04.05.200]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://mazingazeta.wordpress.com/files/2008/05/squadrista_2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-336" src="http://mazingazeta.wordpress.com/files/2008/05/squadrista_2.jpg" alt="" width="275" height="455" /></a></p>
<p>Eine Gruppe neofaschistischer “Ultras” vom norditalienischen Verein Hellas Verona haben am 04.05.2008<!--more--> Nicola Tommasoli tot geschlagen. Der 29jährige hatte sich geweigert, einer Gruppe von Faschisten in der Stadt eine Zigarette zu geben.</p>
<p>Der 19jährige Haupttäter Raffaele Dalle Donne wurde bereits festgenommen und hat die Tat gestanden.</p>
<p>Laut heutiger Meldung wurden auch die weiteren 4 Täter festgenommen.</p>
<p>Bereits Anfang 2007 wurde gegen den 19-jährigen Täter und 16 andere Neofaschisten ermittelt, weil sie sich zu einer kriminellen Vereinigung zusammengeschlossen haben sollen. Auch die vier anderen Täter sollen aus diesem Kreis kommen. Auf ihr Konto gingen Überfälle gegen Migranten, Linke, Skater und viele Andere, die ihrer Ansicht nach das Bild Veronas beschmutzen.</p>
<p>Bei einer damit zusammenhängenden Hausdurchsuchung im letzten Jahr fanden die Beamten Waffen, Faschistensymbole und Videomaterial, das viele der Gewalttaten belegt. Die Bande konnte trotzdem weiter die Stadt terrorisieren.</p>
<p>Auch Material der Veneto Fronte Skinheads wurde bei der Hausdurchsuchung gefunden. In Deutschland sind Diese von Auftritten auf dem Rudolf Hess Marsch, oder dem jährlichen Revisionisten-Aufmarsch im Februar in Dresden bekannt. Die 1986 gegründete Organisation, die sich auf ihrer Website mit Angriffen auf Linke und Migranten rühmt, distanziert sich zwar von der Tat. Ihre Vorbildfunktion für die jungen Mörder ist jedoch nicht zu verkennen.</p>
<p>Quelle:</p>
<pre>http://hallas.blogsport.de/2008/05/05/nazi-ultras-morden-in-verona/</pre>
</div>]]></content:encoded>
</item>

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