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	<title>relazioni-internazionali &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/relazioni-internazionali/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "relazioni-internazionali"</description>
	<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 16:14:38 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Ventennio di Pace Bollente]]></title>
<link>http://alybabafaye.wordpress.com/2009/11/09/ventennio-di-pace-bollente/</link>
<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 10:43:57 +0000</pubDate>
<dc:creator>Aly Baba Faye</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il 9 novembre 1989 cadde il Muro del Berlino simbolo della Guerra Fredda. Un fatto storico di rileva]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Il 9 novembre 1989 cadde il Muro del Berlino simbolo della Guerra Fredda. Un fatto storico di rileva]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[L'Europa a vent'anni dal muro]]></title>
<link>http://qubrick.wordpress.com/2009/11/09/leuropa-a-ventanni-dal-muro/</link>
<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 10:09:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>qubriq</dc:creator>
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<description><![CDATA[(per iMille) &nbsp; &nbsp; Berlino ovest era accerchiata dall’est, e circondata dal muro. Restava co]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="aligncenter" src="http://img188.imageshack.us/img188/8940/berlino.jpg"></p>
<p>(per <a href="http://www.imille.org/2009/11/leuropa-a-ventanni-dal-muro/">iMille</a>)<br />
&#160;<br />
&#160;<br />
Berlino ovest era accerchiata dall’est, e circondata dal muro. Restava collegata alla Germania federale solo attraverso strettissimi pertugî: qualche autostrada attentamente sorvegliata, la ferrovia, un aeroporto. Al suo interno militari francesi, inglesi e americani presidiavano in maniera congiunta le loro tre zone d’occupazione, ormai unificate. Per un lunghissimo anno gli occidentali avevano subìto il blocco sovietico di tutte le linee di comunicazione terrestri, ed avevano resistito alla tattica d’assedio grazie ad un ponte aereo nella riuscita del quale ben pochi confidavano. Vi fece seguito un’altalena di <strong>attriti e distensioni</strong>, mentre la Germania federale aderiva alla Ceca, alla Cee, alla Nato, e Berlino ovest confermava il suo <em>status</em> speciale di città presidiata. Trascorse un decennio, fino a quando la diplomazia bifronte di Chruščёv e la dottrina Hallstein innescarono la crisi più profonda, quella sfociata nell’innalzamento del muro. 1961. Dopo Suez, poco prima dei missili a Cuba, come in Ungheria: nel cuore dell’Europa. Berlino, schiacciata verso la patria prussiana, ex-capitale del Reich, adesso era divisa: un suo frammento, Pankow, era capitale della DDR; attorno a tutto il resto girava il cemento, punteggiato dai <em>checkpoint</em>.</p>
<p>Mosca trovava insopportabile che gli occidentali adibissero il loro lato a vetrina: standard di vita più elevati, David Bowie, Marlene Dietrich, Iggy Pop. Per quanto la Germania democratica fosse la punta di diamante dell’economia sovietica, non era che un <strong>paese in via di sviluppo</strong> se paragonata alla sua controparte federale. E infatti, a Berlino est come in molta parte della Germania comunista, la popolazione si sollevava periodicamente pur di riuscire a varcare la frontiera, così vicina. Con il muro i tedeschi dell’est posero fine allo stillicidio dei transfughi verso quella che consideravano un’illegittima <em>enclave</em> in territorio comunista.</p>
<p>Durante la guerra fredda Berlino fu il simbolo più significativo della <strong>polarizzazione</strong> <strong>ideologica</strong>. Più volte collegata dalla diplomazia sovietica allo stallo coreano, la situazione tedesca era di fatto ancora più complicata. Non soltanto perché la frontiera tra le due Germanie era il simbolo di un’Europa spaccata a metà e probabile campo di battaglia di una guerra generale; ma anche perché il confine si addentrava all’interno di una città, simbolo essa stessa di dominazione e conflitti, e la spartiva in due senza decretarne la neutralità.</p>
<p>Nonostante fossero politicamente divise, le due Germanie non diedero mai origine a due distinte <strong>identità</strong> tedesche. Proprio il cemento berlinese, simbolo di una separazione che si voleva definitiva, non poteva che costituire una soluzione temporanea, destinata a durare solo nei limiti dell’arco di tempo che la storia avrebbe riservato allo scontro tra Washington e Mosca. Il muro si rivelò un ostacolo debole e continuamente esposto alle spinte al ricongiungimento del <em>volk</em> tedesco, omogeneo per lingua e cultura, costretto a scegliere tra capitalismo e collettivismo più per vicissitudini storiche militari che a causa di una vera appartenenza ideologica. Non siamo a Kaliningrad, né in Transdnistria, o tra le <em>enclaves</em> dell’Europa orientale. E neppure a Lwów, oggi tutta dentro l’Ucraina ma culturalmente polacca. A Berlino le identità non erano contese; erano <strong>imposte</strong>. Eppure, le frontiere restarono perfettamente statiche per quarant’anni: perché se da un lato stabilivano dei confini, dall’altro fissavano anche i limiti dello scontro bipolare.</p>
<p>Sì, il dialogo politico, interno/internazionale, sullo <em>status</em> della città e delle due Germanie fu aspro, e le crisi frequenti. Ma lo scontro militare restò strutturalmente relegato fuori dall’Europa, affinché le due superpotenze non avessero pretesti per innescare quell’inarrestabile <em>escalation</em> nucleare che le avrebbe verosimilmente spazzate via. Solo così si spiega questa straordinaria <strong>cristallizzazione del conflitto</strong> europeo. L’inviolabilità delle frontiere sancita nell’Atto finale di Helsinki non fu che una formale presa d’atto delle esigenze bipolari, che garantirono all’Europa uno dei periodi di pace – seppur ‘tesa’ – più lunghi della storia moderna.</p>
<p>Poi, quel che avvenne esattamente vent’anni fa: preceduto dalle riforme polacca e ungherese, a Berlino il muro si sgretolava, il filo spinato veniva rimosso, i cavalli di Frisia dati alle fiamme. Le picconate inferte al muro furono il simbolo della rivolta al sistema sovietico che funse da catalizzatore per il rapidissimo affastellarsi di<strong> movimenti centrifughi</strong>, dai quali sorsero nazioni indipendenti, insieme nuove e antiche. Scorrere una lista dei passaggi di potere tra il 1989 e il 1991, quasi tutti pacifici, dà le vertigini.</p>
<p>Era la fine della guerra fredda e l’inizio del ‘<strong>momento unipolare</strong>’ statunitense. La firma dell’<em>Einigungsvertrag</em> sancì il riassorbimento della Germania orientale in quella occidentale. E così, dopo trent’anni dalla visita di Kennedy, l’accento dell’<em>Ich bin ein Berliner</em> arretrava su quel “uno”, soggetto collettivo: noi, un solo popolo, finalmente riunito. Una nuova epoca di pace!</p>
<p>Le speranze, tuttavia, sarebbero state disattese. L’entusiasmo per la liberazione di popoli e coscienze si trasformò rapidamente in una terrorizzante <strong>incertezza del ‘dopo’</strong>, che cominciò a serpeggiare in tutta Europa. Al rientro nelle loro case, abbandonate a causa di trasferimenti forzati o volontarî, le famiglie degli esuli poterono guardare in faccia i mali della sovietizzazione: il tessuto comunitario era rimasto sepolto sotto l’omologazione imposta dai partiti comunisti. Una violenta <strong>lacerazione della memoria storica</strong> si rivelò essere il trauma peggiore per chi non avrebbe voluto altro che tornare a casa: chiese, edifici storici, monumenti – quasi tutti erano stati fatti sparire dalle esigenze di un’ideologia che non ammetteva ulteriori appartenenze. Le identità erano state sradicate, e ci sarebbero voluti anni per ricostruirle.</p>
<p>Non solo. Nelle cancellerie europee, in particolare a Parigi e Londra, riaffiorava il <strong>timore di una Germania unificata</strong>, gigante economico e potenza militare. Era una paura rivolta verso la nazione cui gli europei attribuivano le cause di due guerre mondiali e dell’instabilità infrabellica. Ma fu proprio allora, alla fine della guerra fredda, che tutti dovettero riconoscere il ruolo fondamentale che quel periodo di silenziamento forzoso delle guerre per i confini aveva avuto nella creazione di uno spazio europeo pacificato. I conflitti tra le ex-grandi potenze erano stati vissuti e sentiti, ma le <strong>rivendicazioni</strong> frontaliere vennero progressivamente relegate ad agende secondarie, o addirittura <strong>rimosse</strong>, fino a non costituire più motivo di irredentismo politico, ma solo di dibattito storiografico. Gli Stati Uniti erano stati artefici e garanti dell’integrazione europea assecondando quelle spinte aggregative, economiche e militari, che finirono con l’imbrigliare l’Europa occidentale in un sistema di istituzioni pacifico e irrinunciabile. Al momento del crollo del muro, all’eterno ritorno dei sentimenti antitedeschi si opponeva ormai un quarantennio di storia condivisa.</p>
<p>Se le resistenze all’unità tedesca furono soltanto temporanee, la decennale opera di attivo disfacimento delle memorie patrie da parte di Mosca non sarebbe riuscita a frenare la riemersione dei <strong>nazionalismi</strong>, che proprio sulle memorie facevano affidamento, e che molti avevano ritenuto ormai incapaci di generare grandi livelli di violenza. Tutte quelle rivendicazioni di autodeterminazione etnica che in epoca sovietica – o, nel caso jugoslavo, titina – erano state riassorbite dalla frattura ideologica, adesso non potevano più essere trattenute nei loro argini. Il risorto nazionalismo etnico sarebbe stato all’origine di un lungo decennio di instabilità in Europa orientale: dalla repressione violenta delle minoranze magiare che condurrà alla caduta del regime romeno di Ceauşescu, all’incontrollabile frammentazione dei Balcani, alle guerre nel Caucaso.</p>
<p>Il muro era crollato, le tensioni bipolari svanite, eppure ai governi europei non si presentò davanti una escatologica &#8216;fine della storia&#8217;. I dividendi della pace furono incassati precipitosamente dai vincitori, che presto ebbero occasione di pentirsene, a mano a mano che s’inaugurava un periodo di fortissima <strong>instabilità</strong> all&#8217;interno dello <strong>spazio europeo</strong>. Anzi, gli eventi furono così traumatici che molti intellettuali aderirono ad una visione più ristretta di Europa, ancora vicina all’Europa occidentale di epoca sovietica –  escludendo ogni contesto violento o non democratico, che da quel momento sarebbe stato qualificato come marginale o eccezionale. Ciononostante oggi è proprio la Comunità europea, diventata Unione, a dotarsi di quegli strumenti istituzionali e quegli indirizzi politici che probabilmente entro un decennio <strong>chiuderanno</strong> in maniera formale <strong>un’era</strong> di fortissima incertezza. Le successive ondate d’inclusione dei paesi dell’Europa orientale, e i negoziati di questi mesi proprio con quei paesi balcanici nati dalla frammentazione nazionalistica (la Croazia e la Macedonia, forse anche il Montenegro), sono un passaggio necessario per decretare l’intangibilità dei loro confini e preservarli da nuove ridefinizioni violente. E, a pensarci bene, questa strategia di cooptazione politica ed economica ha avuto <strong>un modello</strong> cui ispirarsi: Berlino.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Muovetevi Voi, muoviamoci tutti..]]></title>
<link>http://vocifero.it/2009/10/24/muovetevi-voi-muoviamoci-tutti/</link>
<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 17:53:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>William Callegari</dc:creator>
<guid>http://vocifero.it/2009/10/24/muovetevi-voi-muoviamoci-tutti/</guid>
<description><![CDATA[Al Palazzo Reale di Napoli, il 21-22 ottobre 2009, si è tenuta la CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLE RE]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div>Al Palazzo Reale di Napoli, il 21-22 ottobre 2009, si è tenuta la CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLE RETI TEN-T &#8220;</div>
<div>A qualcuno potrebbe non dire niente, ma l&#8217;importanza di questo appuntamento e la strategicità del tema delle reti di trasporto merita sicuramente spazio in Vocifero.</div>
<div>Può dirsi ripartita, anche se faticosamente, la complessa macchina politica per la realizzazione delle Reti transnazionali di trasporto (Ten-T) nell&#8217;ambito della politica europea.</div>
<div>Con il coordinamento della Commissione Europea, <!--more-->da cui dipendono parte delle scelte politiche e degli investimenti finanziari a supporto dei singoli progetti nazionali, ne hanno discusso insieme i ministri dei trasporti dei paesi Ue, alcuni presidenti di stati africani, illustri professori accademici, rappresentanti di governi prossimi all&#8217;ingresso comunitario e ingegneri ed esperti di alcune agenzie europee di settore.</div>
<div>Si tratta di un progetto ambizioso, composto da circa 30 progetti prioritari (di cui tre riguradano l&#8217;Italia e la Lombardia: I Corridoi Genova-Rotterdam, Lisbona-Kiev, Parlermo-Berlino) nato nel 1992 su proposta della Commissione Europea e che, completato l&#8217;iter istituzionale e politico nel 2004, vede oggi direttamente in campo i governi dei paesi dell&#8217;Unione Europea, dei Balcani, della Russia, e dell&#8217;Africa per la realizzazione, entro il 2020 e oltre, di reti ferroviarie, stradali, autostrade del mare per il collegamento degli stati, dei popoli e delle aree produttive dell&#8217;intera comunità europea e del mondo.</div>
<div>La presenza a questo appuntamento, oltre a stimolare in me un fascino particolare per la diplomazia istituzionale europea, mi ha aiutato a sviluppare una sensibilità diversa verso l&#8217;importanza della mobilità, del trasporto e delle infrastrutture.</div>
<div>La realizzazione infatti delle infrastrutture per il trasporto delle merci e delle genti, supportata dalla libertà di circolazione nata con il Trattato di Schengen, dall&#8217;esistenza dell&#8217;euro come moneta unica e dall&#8217;ormai prossima ratifica della Costituzione Europea (Trattato di Lisbona) è un elemento assolutamente fondamentale per la nostra mobilità umana, per la connessione rapida dell&#8217;Italia, del Nord e di Milano con i luoghi più belli d&#8217;Europa e per la nascita finalmente, di un Europa unica, unita e migliore.</div>
<div>William</div>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[inglisc' for dammiz]]></title>
<link>http://testaparlante.wordpress.com/2009/10/19/inglisc-for-dammiz/</link>
<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 09:07:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>noraggionz</dc:creator>
<guid>http://testaparlante.wordpress.com/2009/10/19/inglisc-for-dammiz/</guid>
<description><![CDATA[Eeeh, ricordo con nostalgia la saccenza da viperetta della tutor mentre, un anno fa, mi sottolineava]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Eeeh, ricordo con nostalgia la <strong>s</strong><strong>accenza da viperetta</strong> della tutor mentre, un anno fa, mi sottolineava che chi si laurea in Relazioni Internazionali<strong> deve</strong> avere una conoscenza delle lingue all&#8217;altezza di un qualsiasi titolo accompagnato dall&#8217;aggettivo <em>internazionale</em>.</p>
<p>Stamane, guarda caso proprio a lezione di Relazioni Internazionali, giunse alle mie orecchie una <strong>cantilena</strong> (cover provinciale mattutina di un compagno o compagna di corso da qualche parte lì vicino) che riprendeva un famoso <strong>cavallo di battaglia dei Queen</strong>:</p>
<blockquote><p>Don, stammì daaaaaaaun.. tetteretteetttetereretetetere..</p></blockquote>
<p style="text-align:center;"><span style='text-align:center; display: block;'><object width='425' height='350'><param name='movie' value='http://www.youtube.com/v/HgzGwKwLmgM&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' /><param name='allowfullscreen' value='true' /><param name='wmode' value='transparent' /><embed src='http://www.youtube.com/v/HgzGwKwLmgM&#038;rel=1&#038;fs=1&#038;showsearch=0&#038;hd=0' type='application/x-shockwave-flash' allowfullscreen='true' width='425' height='350' wmode='transparent'></embed></object></span></p>
<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;">
<p>Direi che il Palazzo di Vetro attende anche queste promesse musicali 2009; <strong>senza interpreti, plis.</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Quando tecnologia e sviluppo vanno di pari passo]]></title>
<link>http://smallpocketrevolution.wordpress.com/2009/10/07/quando-tecnologia-e-sviluppo-vanno-di-pari-passo/</link>
<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 16:54:15 +0000</pubDate>
<dc:creator>thepocketrevolution</dc:creator>
<guid>http://smallpocketrevolution.wordpress.com/2009/10/07/quando-tecnologia-e-sviluppo-vanno-di-pari-passo/</guid>
<description><![CDATA[Navigando sui siti dell&#8217;Unione Europea &#8211; vecchio vizietto che mi è rimasto dai gloriosi ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><a href="http://smallpocketrevolution.wordpress.com/files/2009/10/computer.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-323" style="margin:10px;" title="computer" src="http://smallpocketrevolution.wordpress.com/files/2009/10/computer.gif?w=138" alt="computer" width="138" height="150" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Navigando sui siti dell&#8217;Unione Europea  &#8211; vecchio vizietto che mi è rimasto dai gloriosi tempi di Bruxelles  &#8211; mi sono imbattuta in alcuni interessanti link. E da qui è partito tutto un ragionamento sul ruolo della tecnologia nel promuovere lo sviluppo e, perché no, anche la democrazia. Si parla spesso di digital divide, di ineguale accesso all&#8217;informazione e alle opportunità. Ecco che, dunque, l&#8217;approccio dell&#8217;<a href="http://www.iicd.org/">International Institute for Communication and Development</a> appare in grado di fornire effettive soluzioni al problema del sottosviluppo in molte aree del mondo. E&#8217; sempre la solita storia: molto meglio insegnare a pescare che regalare un pesce. Temo che ci vorrà del tempo a uscire dal paradosso umanitario nel suo complesso (si leggano David Rieff e Mark Duffield, tanto per citare due autori di riferimento), ma la presenza di simili organizzazioni fa comunque ben sperare.</p>
<p style="text-align:justify;"><!--more--></p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;idea di fondo è semplice e anche di facile realizzazione. Visto che nei Paesi più ricchi computer e apparecchi telefonici ancora perfettamente funzionanti sono considerati obsoleti, perché non portarli dove se ne ha necessità? Ma soprattutto, perché non utilizzare parte dei fondi degli aiuti per la creazione di infrastrutture di comunicazione che nel medio periodo rappresentano una sicura fonte di sviluppo economico, culturale, sociale? Si continua a registrare, ad oggi, una profonda ipocrisia nelle relazioni fra Nord e Sud: da un lato i Paesi più ricchi continuano a fornire aiuti, cercano di stabilire buoni rapporti con i leader – anche con quelli di dubbie credenziali democratiche – e continuano a reiterare il proprio sforzo per migliorare la situazione dei Paesi meno sviluppati economicamente. Ma dall&#8217;altro, grazie alla propria influenza economica e politica, prolungano le condizioni di sudditanza dei Paesi che dichiarano di voler aiutare. Senza tornare troppo indietro negli anni, senza voler evocare la Guerra Fredda che ha trasformato gran parte del pianeta in una vera e propria scacchiera, basti considerare gli Accordi di Libero scambio stipulati da Stati Uniti e Unione Europea.</p>
<p style="text-align:justify;">Partendo dalla posizione di oggettiva debolezza dei singoli stati con i quali contrattano, questi due colossi economici riescono a far stipulare clausole capaci di compromettere ancora di più le economie dei Paesi più poveri. Quando a  questi stati &#8211; che spesso devono fare i conti con una situazione sociale difficile e con profonde disuguaglianze fra le diverse componenti della popolazione – si chiede di aprire le proprie economie a quelle ben più forti di USA e UE, le conseguenze sono facilmente immaginabili. Il più delle volte si assiste allo stritolamento delle imprese nazionali, alla difficoltà di mantenere convenienti le produzioni locali a fronte delle agricolture fortemente competitive dei paesi partner, al peggioramento delle bilancia dei pagamenti. I vantaggi? Certo, si verifica un aumento degli investimenti dall&#8217;estero, ma molto spesso i profitti rientrano nel Paese investitore. In ultima istanza, si riscontrano soltanto limitati benefici all&#8217;occupazione e, in alcuni casi, qualche upgrade delle infrastrutture.E&#8217; ovvio che questo non è sufficiente. Basta una crisi alimentare come quella verificatasi nel 2007/2008 (con l&#8217;aumento indiscriminato dei prezzi dei cereali) per gettare molte economie in ginocchio e vedere la popolazione soffrire la fame.  Evidentemente, in questo contesto, gli aiuti alimentari vanno benissimo, ma si tratta di soluzioni-tampone destinate a una particolare congiuntura.</p>
<p style="text-align:justify;">Quello di cui questi Paesi hanno davvero bisogno, per tornare all&#8217;inizio di questo articolo, è di un modello di sviluppo alternativo che consenta loro, dopo un primo input da parte dei donatori, di trovare la propria formula per l&#8217;autosufficienza. Pensiamo per esempio alle produzioni artigianali. Quali vantaggi potrebbe ricavare un tessitore berbero, residente in un villaggio sperduto, se fosse in grado di accedere a una connessione  internet e di proporre i propri tappeti al pubblico europeo senza intermediari? Quante opportunità in più avrebbero le giovani generazioni del sud del mondo potendo accedere al computer e a internet? Quante ricadute positive sul turismo potrebbero provenire da adeguate strategie di comunicazione?  Insomma, è tempo di guardare con uno sguardo più obiettivo e disincantato le politiche di aiuto. E di iniziare a fare campagna – ognuno di noi, in ogni sede in cui ci sia possibile – per evidenziare come ci sia una strettissima correlazione fra l&#8217;atteggiamento dei nostri Paesi e le condizioni di vita degli altri. Siamo in un mondo globalizzato, ormai ce lo ripetono da anni. Occorre dunque  riconoscere le relazioni di causa-effetto, essere consapevoli che fornire opportunità alle persone, in tutto il mondo, è l&#8217;unico modo per affievolire le conseguenze dei processi migratori. Senza contare che promuovere un modello di sviluppo che passi attraverso l&#8217;informazione e la tecnologia significa anche, in prospettiva,  contribuire alla democratizzazione. Una popolazione più istruita e consapevole può difendersi meglio dai germi dell&#8217;odio e dagli inganni portati avanti da oligarchie economiche e politiche.</p>
<p style="text-align:justify;">Quanto a noi privilegiati, ricordiamolo sempre: tutto è correlato, le semplificazioni non ci porteranno da nessuna parte e le dicotomie neppure. Riconosciamo la complessità dell&#8217;esistente e operiamo con ogni mezzo per costruire un&#8217;economia mondiale più equilibrata e sostenibile. Una società della conoscenza, non del consumo scriteriato né della speculazione. Quel modello ha già dimostrato di produrre frutti avvelenati, il cui sapore non vogliamo più assaggiare.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[L'Iran, l'America, le risorse nucleari e le relazioni internazionali]]></title>
<link>http://sinistrata.wordpress.com/2009/09/28/liran-lamerica-le-risorse-nucleari-e-le-relazioni-internazionali/</link>
<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 16:55:47 +0000</pubDate>
<dc:creator>sinistrata</dc:creator>
<guid>http://sinistrata.wordpress.com/2009/09/28/liran-lamerica-le-risorse-nucleari-e-le-relazioni-internazionali/</guid>
<description><![CDATA[Si scopre in Iran che c&#8217;è un luogo pieno pieno di uranio per il progetto nucleare del Paese. S]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Si scopre in Iran che c&#8217;è un luogo pieno pieno di uranio per il progetto nucleare del Paese. Si scopre che di questa massa di Uranio non se ne sapeva niente e che l&#8217;America era venuta a conoscenza in tempi recentissimi di questo giacimento, quando l&#8217;Iran ne dichiara l&#8217;esistenza seguendo il comando &#8220;prevenire meglio che curare&#8221;, o in parole spicciole &#8220;meglio che l&#8217;ammetto che tanto mi han beccato&#8221;. Obama non ci sta, è stato violato un accordo nato contro la proliferazione del nucleare, e questo incrina i rapporto Usa-Iran, di fila tutti quelli con i Paesi Occidentali.</p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;America di Obama ha cambiato linguaggi con tutto il mondo, e con essi ha modificato, se non ribaltato, totalmente la strategia internazionale. Piaccia o non piaccia l&#8217;America è il Paese più potente del mondo e si può stare per ore a disquisire sulla possibilità di sostituzione o affiancamento della grande potenza da parte di Russia, Cina, India, Europa; tuttavia per un simile processo ci vorranno decenni, o forse non accadrà mai. Alla fine è l&#8217;America che comanda, sono gli Stati Uniti a dettare l&#8217;agenda politica globale, la cooperazione, la guerra e la pace, il dialogo e la chiusura. Obama ha scelto la pace, l&#8217;apertura, il dialogo, la cooperazione e la diplomazia. Non bisogna però dimenticare che il presidente americano è a capo di una nazione ove germogliano le più forti lobbies militari, ed è quindi un Presidente che subisce tutte le pressioni che un &#8220;pacifista&#8221; al governo può subire in America. Se, inoltre, la sua politica di dialogo, apertura e diplomazia non trova gli stessi presupposto da parte degli altri Stati queste pressioni crescono, inevitabilmente. E cresce la paura per un&#8217;Iran con le bombe nucleari, al vertice del cui Paese c&#8217;è una coalizione di fondamentalisti islamici che con facilità possono spaventare la popolazione occidentale, ed americana in particolare.</p>
<p style="text-align:justify;">In una simile situazione è facile intuire che ad Obama non resta altra soluzione che innescare il pugno duro, pressare l&#8217;iran affinchè si liberi del&#8217;uranio in questione. Il Presidente Americano non può dire altro che &#8220;si prenderanno provvedimenti più duri&#8221;. E questo scatena l&#8217;orgoglio iraniano di libertà ed autonomia, per far che cosa non si sa; scatena una reazione a catena che può essere risolta solo attraverso il dialogo, o attraverso la guerra. Qualcuno dice che la guerra è lo strumento principale di risoluzione delle controversi internazionali; ma c&#8217;è anche la diplomazia ed Obama forse vincerà con essa, certamente percorrerà la strada del dialogo con forza e decisione, facendo il possibile per evitare un conflitto che mette paura.</p>
<p style="text-align:justify;">God bless America</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Le relazioni pericolose di Berlusconi con Putin e Gheddafi]]></title>
<link>http://politiche.wordpress.com/2009/09/23/le-relazioni-pericolose-di-berlusconi-con-putin-e-gheddafi/</link>
<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 10:29:46 +0000</pubDate>
<dc:creator>brasseriefoucault</dc:creator>
<guid>http://politiche.wordpress.com/2009/09/23/le-relazioni-pericolose-di-berlusconi-con-putin-e-gheddafi/</guid>
<description><![CDATA[Perché l&#8217;Europa e l&#8217;America guardano con preoccupazione alle relazioni Italia-Russia-Lib]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong>Perché l&#8217;Europa e l&#8217;America guardano con preoccupazione alle relazioni Italia-Russia-Libia. E perché anche i consumatori dovrebbero preoccuparsi.</strong></p>
<p><a href="http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&#38;currentArticle=NEWM9"><strong>Le partnership internazionali</strong></a> sulle quali Berlusconi ha più investito per implementare la politica di sicurezza energetica italiana sono quelle con la Russia e con la Libia.<br />
Nella confusione fra ruolo pubblico e privato che coinvolge il nostro premier, si direbbe che Berlusconi abbia investito anche in modo extraprofessionale, compiacendosi di essere, addirittura, ottimo amico sia di Gheddafi che di Putin; al punto di concedere, al primo, un’irrituale tenda e di dedicare, al secondo, un “lettone” a Palazzo Grazioli.</p>
<p><a href="http://politiche.wordpress.com/files/2009/09/berlusconi-putin.jpg"><img class="size-full wp-image-495 alignright" title="berlusconi-putin" src="http://politiche.wordpress.com/files/2009/09/berlusconi-putin.jpg" alt="berlusconi-putin" width="500" height="300" /></a></p>
<p><strong>Ma proprio queste partnership</strong>, che dovrebbero rappresentare la punta di diamante della politica estera berlusconiana, attirano le più forti critiche da parte degli osservatori internazionali, a fronte delle discutibili credenziali democratiche di Putin e Gheddafi.<br />
L’ultima frecciata è partita pochi giorni fa dalle <a href="http://www.corriere.it/esteri/09_settembre_16/dipendenza_energetica_italia_a_rischio_maurizio_caprara_1ad336b0-a280-11de-a7b6-00144f02aabc.shtml">pagine</a> del <em>Corriere della Sera</em>, dove l’ambasciatore americano <strong>David H. Thorne</strong>, con tatto e diplomazia, ha lasciato intendere che dall’Italia, gli Usa, si aspetterebbero una politica diversa verso Libia e Russia.</p>
<p><strong>D’altronde gli Stati Uniti sono inclini al realismo</strong>, abituati a stringere la mano ai dittatori quando servono gli interessi nazionali. “La patria è ben difesa in qualsiasi modo la si difenda” chiosava <strong>Machiavelli</strong>.</p>
<p><strong>Ma siamo sicuri che l’interesse energetico nazionale italiano sia realmente difeso dalle partnership berlusconiane?</strong><br />
Allo stato attuale, Berlusconi sta facendo soprattutto gli interessi di <a href="http://www.robertamsterdam.com/2007/11/baloney_scaroni.htm">Eni</a>, né quelli dell’Italia, né quelli dell’Europa.<br />
La strategia europea sulla sicurezza energetica è, infatti, volta a differenziare le fonti di approvvigionamento di gas naturale che, oggi, dipendono largamente dalla Russia che, come la crisi russo-ucraina dimostra, si trova in una situazione di quasi <a href="http://www.radioradicale.it/la-preoccupante-situazione-di-dipendenza-energetica-dellitalia-dal-regime-di-putin-e-le-pericolose-connessioni-tra-eni-e">monopolio</a>.<br />
E’ per questo motivo che Bruxelles patrocina la pipeline <a href="http://politiche.wordpress.com/?s=nabucco">Nabucco</a>, in grado di portare in Europa risorse provenienti dalle regioni turcofone del Caspio.</p>
<p><strong>Ma come può l’Italia appoggiare la politica comunitaria e giocare come battitore solitario con la Russia</strong>, entrando nel progetto <a href="http://politiche.wordpress.com/2009/08/07/l%E2%80%99accordo-su-south-stream-affossa-la-politica-energetica-europea/">Southstream</a>, sponsorizzato da Mosca e diretto concorrente di Nabucco?<br />
Southstream è, infatti, una joint venture Eni-Gazprom.<br />
D’altronde Eni sembra sempre pronta a dare una mano al gigante russo, come il caso della vendita delle ex azioni <a href="http://politiche.wordpress.com/2009/04/10/gli-strani-affari-di-eni-con-la-russia/">Neft</a> dimostra, quando Eni permise a Gazprom di mettere le mani sugli ex asset della Yukos, rivale di Gazprom e liquidata con il controverso arresto dell’ex proprietario (e nemico di Putin) Khodorkovskij.</p>
<p><strong>Gli accordi con la  Libia, infatti, rappresentano un ulteriore rafforzamento del duo Eni-Gazprom</strong>. L’impresa russa viene coinvolta anche in Elephant Oil Field, il giacimento libico di proprietà Eni, ed, in futuro, in Transmed e Greenstream, che porteranno petrolio dall’Africa all’Europa. Con i russi anche in Africa, il monopolio si rafforza.<br />
Ci sono ottimi affari anche per gli altri, comunque.</p>
<p><strong>Finmeccanica</strong> è fornitrice di aerei civili per Mosca, <strong>Impregilo </strong>è in pole per realizzare la litoranea africana promessa da Berlusconi a Gheddafi, quest’ultimo è azionista di <strong>Unicredit</strong>.</p>
<p><strong>Ma perché gli interessi di queste aziende non coincidono con quello dell’Italia? Semplice: perché in economia i monopoli non funzionano. </strong><br />
All’Italia, infatti, la Russia garantisce un trattamento di favore nelle forniture: nel breve periodo, quindi, la nostra sicurezza energetica (a scapito di quella comunitaria) sembra rafforzata. Ma nel lungo periodo, anche all’Italia gioverebbe un mercato aperto, dove non c’è solo Mosca, e l’offerta energetica includa anche le fonti rinnovabili.</p>
<p>Invece, noi investiamo sul petrolio di Gazprom…</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Algeria: Scheda Paese]]></title>
<link>http://smallpocketrevolution.wordpress.com/2009/09/16/algeria-scheda-paese/</link>
<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 08:43:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>thepocketrevolution</dc:creator>
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<description><![CDATA[La Repubblica algerina democratica e popolare, con la sua superficie di 2.381.741 km2, è il secondo ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">La Repubblica algerina democratica e popolare, con la sua superficie di 2.381.741 km2, è il secondo stato più esteso del continente africano dopo il Sudan. Confina a Nord con il Mediterraneo, a Nord-est con la Tunisia, a Est con la Libia, a Sud con il Niger e il Mali, a Sud-ovest con la Mauritania e il contestato territorio del Sahara Occidentale, a Ovest con il Marocco. Dal 1962, anno dell&#8217;Indipendenza, è membro dell&#8217;ONU; è anche membro dell&#8217;Unione Africana e della Lega degli Stati arabi. Dal 1969 fa parte dell&#8217;OPEC, mentre dal 1989 ha preso parte alla creazione dell&#8217;Unione del Maghreb Arabo.</p>
<p style="text-align:justify;">Leggi il seguito della mia analisi su <a href="http://www.equilibri.net/articolo/12100/Algeria__Scheda_Paese" target="_blank">Equilibri</a>, la rivista italiana di geopolitica!</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Lotta alla corruzione, crisi diplomatica Romania Olanda]]></title>
<link>http://politiche.wordpress.com/2009/09/08/lotta-alla-corruzione-crisi-diplomatica-romania-olanda/</link>
<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 10:58:59 +0000</pubDate>
<dc:creator>brasseriefoucault</dc:creator>
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<description><![CDATA[L’uniformizzazione dei sistemi giuridici europei al fine di combattere la corruzione su scala comuni]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong>L’uniformizzazione dei sistemi giuridici europei al fine di combattere la corruzione su scala comunitaria è ancora un problema</strong>; nonché causa di dissidi e tensioni diplomatiche fra le segreterie degli Stati membri della Ue. <a href="http://politiche.wordpress.com/files/2009/09/cristian-diaconescu.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-491" title="Cristian Diaconescu" src="http://politiche.wordpress.com/files/2009/09/cristian-diaconescu.jpg?w=300" alt="Cristian Diaconescu" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>Lo dimostra la recente e polemica cancellazione del due settembre della visita di Stato programmata dal ministro degli Esteri di Romania Cristian Diaconescu in Olanda</strong>, come protesta contro la decisione dell’Aia di negare l’accesso alla Bulgaria e alla Romania all’aria di libera circolazione delle persone di Schengen, a causa della mancata implementazione dei protocolli di sicurezza anticorruzione, secondo il governo olandese, da parte di Bucarest e Sofia. L’origine della faccenda risale al primo gennaio 2007, quando Bulgaria e Romania entrarono nella Ue. Per soddisfare pienamente i criteri del sistema giudiziario europeo, Bucarest e Sofia avrebbe dovuto dar luogo ad una serie di riforme relative alla lotta anticorruzione e, nel caso della Bulgaria, alla lotta contro il crimine organizzato. L’integrazione comunitaria fu, quindi, decisa da Bruxelles ma a parziale esclusione del sistema giudiziario, istituendo il <strong>Meccanismo di Verifica e Cooperazione</strong> che, da un lato, supportava le riforme nei due Paesi, dall’altro dettava una serie di misure sanzionatorie quali il blocco dei fondi comunitari e il non riconoscimento delle sentenze dei tribunali locali, qualora non si fossero registrate le auspicate e necessarie riforme.</p>
<p><strong>La Commissione Ue statuiva per i due Paesi delle “To do list” </strong>(obiettivi) che includevano, ad esempio, anche l’eliminazione delle immunità parlamentari con riferimento alle mere attività investigative. L’ultimo report di valutazione Ue del 22 luglio, fra l’altro, riteneva soddisfacenti le politiche adottate, fino ad allora, dalla Bulgaria e dalla Romania. L’obiettivo di entrare nell’area Schengen per il 2011 sembrava alla portata.<br />
Il governo olandese ha, però, <strong>pubblicato il 28 agosto un documento </strong>dove si afferma che gli sforzi per contrastare la corruzione da parte di Bulgaria e Romania sono, in realtà, inadeguati ed è intenzione del governo olandese rifiutare l’ingresso Schengen e bloccare i fondi Ue.<br />
<strong>La Bulgaria, </strong>fra l’altro, ha fin’ora perso milioni di euro di fondi Ue a causa della cattiva gestione degli stessi: la corruzione e la spesa clientelare diffuse in quel Paese hanno, probabilmente, pesato non poco. Già in passato i finanziamenti erano stati, infatti, sospesi. In modo pungente, il documento pubblicato dall’Aia riferisce che la posizione assunta dal governo non è da considerarsi “punitiva” a fronte della pessima spesa bulgara; ma la verità politica potrebbe essere proprio quella. E’ chiaro che esiste un disagio, in Europa, da parte di quei Paesi che maggiormente contribuiscono al bilancio comunitario, verso quelle nazioni percettrici di grandi finanziamenti scialacquati o mal spesi. Allo stesso tempo, l’integrazione economica dei nuovi Paesi dell’Unione è un vantaggio significativo proprio per quelle nazioni più ricche che conquistano nuovi mercati per le loro imprese che sono agevolmente in grado di sbaragliare la concorrenza locale in un contesto di libero mercato.<br />
<strong>Le restrizioni su Schengen</strong>, quindi, comportano questa paradossale situazione. I mercati sono liberi, ma i cittadini no. La limitazione del trattato di libera circolazione, infatti, coincide con una significativa compressione del concetto di cittadinanza europea, dando luogo proprio a quella “unificazione dei mercati ma non delle nazioni” che molte elite di Bruxelles vogliono evitare per non appiattire Eurolandia su quella dimensione tecnocratica che sarebbe, secondo sia l’estrema destra che l’estrema sinistra, la vera natura della Ue.</p>
<p>D’altronde, il governo romeno, rispondendo stizzito e offeso alla nota olandese, sottolinea come la posizione dell’Aia appaia paradossale alla luce del fatto che l’Olanda è il primo investor in Romania, con 4,5 miliardi di euro l’anno spesi. Se le misure punitive invocate dall’Aia fossero adottate, in definitiva, quale sarebbe lo scambio fra la “vecchia Ue” e le nuove nazioni come Bulgaria e Romania? Bucarest e Sofia metterebbero a disposizione nuovi mercati per i capitali olandesi senza avere in cambio né finanziamenti né diritti di cittadinanza. E’, altresì, vero che la debolezza e la corruzione del sistema giudiziario di alcuni Paesi rappresentino la vera testa di ponte della criminalità internazionale verso Eurolandia.<br />
Fra il 1995 e il 2007 l’Unione ha quasi raddoppiato i suoi membri passando da 15 a 27. Il desiderio di ampliare il mercato ha prevalso, in definitiva, su di una effettiva valutazione dei progressi di alcuni Stati circa la reale capacità ci conformarsi all’acquis comunitario, al di là della dimensione prettamente burocratico-normativa.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[12mila euro al mese per il figlio di Bossi]]></title>
<link>http://ale1980italy.wordpress.com/2009/09/06/12mila-bossi/</link>
<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 02:59:41 +0000</pubDate>
<dc:creator>Alessio in Asia</dc:creator>
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<description><![CDATA[L&#8217;Europarlamentare della Lega Nord Francesco Speroni ha scelto un nuovo “assistente accreditat]]></description>
<content:encoded><![CDATA[L&#8217;Europarlamentare della Lega Nord Francesco Speroni ha scelto un nuovo “assistente accreditat]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[La Turchia è nuovo hub energetico. Ma a quali costi ambientali?]]></title>
<link>http://politiche.wordpress.com/2009/09/03/la-turchia-e-nuovo-hub-energetico-ma-a-quali-costi-ambientali/</link>
<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 11:30:04 +0000</pubDate>
<dc:creator>brasseriefoucault</dc:creator>
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<description><![CDATA[Gas e petrolio a tutto spiano, la Turchia investe poco sulle rinnovabili e si delineano danni ambien]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><strong>Gas e petrolio a tutto spiano, la Turchia investe poco sulle rinnovabili e si delineano danni ambientali irreparabili.<a href="http://politiche.wordpress.com/files/2009/09/erdogan_int.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-488" title="erdogan_int" src="http://politiche.wordpress.com/files/2009/09/erdogan_int.jpg" alt="erdogan_int" width="309" height="309" /></a></strong></p>
<p><strong>Dopo i duplici incontri di quest’estate fra il <a href="http://politiche.wordpress.com/2009/08/07/l%E2%80%99accordo-su-south-stream-affossa-la-politica-energetica-europea/">premier Erdogan</a>, da una parte, e Putin e Bruxelles, dall’altra</strong>, il quotidiano nazionale<a href="http://www.todayszaman.com/"> Zaman</a> titolava, con molto orgoglio, che il Paese può oramai rivendicare a sé il titolo di maggior hub energetico del mondo.</p>
<p>Erdogan, infatti, ha siglato accordi sia per il gasdotto sponsorizzato da Bruxelles, <strong>Nabucco</strong>, che per <strong>South Stream</strong>, la pipeline concorrente della prima, voluta da Putin per superare il problema ucraino, emerso dalla scorsa crisi Mosca-Kiev.</p>
<p><strong>Mentre il Cremlino e Bruxelles cercavano di farsi le scarpe a vicenda </strong>sulle questioni energetiche, Ankara realizza un vero e proprio capolavoro diplomatico; approfittando della propaganda contro l’ingresso della Turchia in Europa, avallata da Sarkozy, ad esempio, che ha legittimato <strong>la politica del doppio binario</strong> del premier turco.</p>
<p>La strategia anatolica, oggi, si completa con il <strong>nuovo accordo col Qatar</strong> sulla pipeline per il gas naturale liquido, con l’Azerbaigian per le forniture alla regione autonoma di Nakhchivan ed, infine, con la Siria.</p>
<p>Determinante, inoltre, è il futuro doppio <a href="http://www.rferl.org/content/Turkey_Says_Agrees_Framework_For_Ties_With_Armenia/1614312.html">protocollo</a> di<strong> ripresa dei rapporti diplomatici con l’Armenia </strong>deciso il1 settembre dalle segretarie dei due Paesi. Ierevan ritirerà le truppe dal Nagorno-Karabakh, enclave armena in Azerbaigian, stabilizzando un’area cruciale per Nabucco: e per gli interessi euroamericani.</p>
<p><strong>Ma qual è il costo sociale ed ambientale della politica energetica turca?</strong><br />
In primis, i <a href="http://www.ebrd.com/new/stories/2009/090119.htm">dati della European Bank for Reconstruction and Development </a>dimostrano che un significativo 88% del fabbisogno energetico turco proviene da fonti fossili: il Paese, quindi, non è incentivato ad adottare politiche verdi. Uno studio dello scorso anno dell’Università di Sakarya (di Hakan S. Soyhan<strong>, <a href="http://www.sciencedirect.com/science?_ob=ArticleURL&#38;_udi=B6VMY-4TPNVTJ-1&#38;_user=10&#38;_coverDate=09%2F30%2F2009&#38;_rdoc=1&#38;_fmt=high&#38;_orig=browse&#38;_sort=d&#38;view=c&#38;_acct=C000050221&#38;_version=1&#38;_urlVersion=0&#38;_userid=10&#38;md5=d425dd5cb59cf8049e1c47084fb3ad55">“</a></strong><a href="http://www.sciencedirect.com/science?_ob=ArticleURL&#38;_udi=B6VMY-4TPNVTJ-1&#38;_user=10&#38;_coverDate=09%2F30%2F2009&#38;_rdoc=1&#38;_fmt=high&#38;_orig=browse&#38;_sort=d&#38;view=c&#38;_acct=C000050221&#38;_version=1&#38;_urlVersion=0&#38;_userid=10&#38;md5=d425dd5cb59cf8049e1c47084fb3ad55">Sustainable energy production and consumption in Turkey”</a>) svela che gli effetti ambientali della politica di Ankara, nel lungo periodo, porteranno ad un danno ambientale irreparabile.</p>
<p><strong>Il gruppo di Ong Fact Finding Mission <a href="http://politiche.wordpress.com/files/2009/09/turchia-dati-32.pdf">(Scarica Turchia dati 3</a></strong>), d’altronde, unitosi al fine di investigare le politiche pubbliche turche adottate per realizzare le pipeline, nel 2004 (ultimi dati disponibili), giunse ad affermare che il governo di Ankara e delle altre nazioni coinvolte non rispettava <strong>le richieste di compensazione dei comuni espropriati</strong>, fissate anche in base al degrado della terra, inutilizzabile per l’agricoltura dopo la posa di un oleodotto. Il mancato rispetto degli accordi di compensazione e del degrado ambientale, d’altronde, è stato scoperto lo scorso luglio anche dalla Commissione Ue: per la costruzione della diga di Ilisu, 60.000 curdi saranno sfollati coattivamente ed un intero ecosistema verrà distrutto. La Ue è insorta e ha ritirato i finanziamenti. Ma Erdogan va avanti.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Punto di Svolta]]></title>
<link>http://pasquinando.wordpress.com/2009/09/02/punto-di-svolta/</link>
<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 09:52:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>pasquinando</dc:creator>
<guid>http://pasquinando.wordpress.com/2009/09/02/punto-di-svolta/</guid>
<description><![CDATA[“accettare di chiudere gli occhi dinanzi al metodo sovietico inaugurato dal potere che ci governa [.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>“accettare di chiudere gli occhi dinanzi al metodo sovietico inaugurato dal potere che ci governa [...] ci rende tutti corresponsabili perché se chi diffonde una disinformazione è colpevole e chi le crede è uno sciocco, chi la tollera è un complice.”  Giuseppe D&#8217;Avanzo <strong><sup>(1)</sup></strong></p>
<p>Siamo a un punto di svolta. L&#8217;escalation di indecenza politica e morale che divampa in Italia, cavalcata dal nostro primo ministro e dal suo partito, con la complicità attiva del PD, e ancor più gravemente con la complicità di noi tutti, è arrivata a un punto di non ritorno. Noi assistiamo allo svolgersi di questa tragedia/farsa senza muovere un dito, con un atteggiamento tra il seccato e il rassegnato, l&#8217;atteggiamento di chi pensa che in fondo queste cose non ci riguardano da vicino, e quindi, certo, meritano il nostro sdegno, ma uno sdegno part-time: abbiamo i nostri impegni, il nostro lavoro, la nostra famiglia: non abbiamo tempo per fare quelle piazzate da girotondini come i picchetti intorno al parlamento. Aspetta: dobbiamo guardare il TG1 che ci parla del controesodo e della dell&#8217;ondata di caldo record&#8230;</p>
<p>Forse vale la pena ricordare che questo atteggiamento ha permesso l&#8217;instaurarsi di un regime dittatoriale nel recente passato, quando il partito fascista degli inizi era considerato un manipolo di nostalgici un po&#8217; reazionari e rumorosi, capitanati da un tipo buffo con una gran parlantina&#8230; Pochi si opposero fermamente e pagarono con la loro vita o con il confino: gli intellettuali e la borghesia, indubbiamente la fascia più istruita della popolazione, che avrebbe dovuto tenere a cuore le istituzioni democratiche, considerò Mussolini un buon mezzo per sbarazzarsi dall&#8217;inquietante “pericolo rosso”, e poco importava se i suoi modi e il suo linguaggio non erano dei più sottili.</p>
<p>Quando ormai fu chiaro che tutti i limiti erano stati oltrepassati e che il fascismo si avviava ad essere un totalitarismo, cosa hanno fatto l&#8217;intellighenzia, la borghesia liberale, la Chiesa? Ci hanno convissuto, cercando di ricavarne i massimi benefici (vedi i patti Lateranensi).</p>
<p>Torniamo ad oggi. Di fronte alla nostra rassegnata e colpevole apatia Berlusconi e l sua maggioranza sono riusciti a mettere in fila una serie di leggi impressionante. Per chi segue queste cose, è una litania quasi noiosa, che ci ha fatto perdere il senso della gravità anche di un singolo episodio. Io stesso, lo ammetto: mi indigno ogni volta, e poi mi dimentico delle cose precedenti per occuparmi dei nuovi scandali.</p>
<p>Proviamo a ricapitolare, non necessariamente in ordine cronologico: innanzitutto in materia di giustizia (chissà perché): <strong>lodo Alfano, </strong>che impedisce tutti i processi per le quattro più alte cariche dello stato durante il mandato; depenalizzazione del falso in bilancio; scudo fiscale per il rientro dei capitali tenuti illegalmente all&#8217;estero; opposizione al mandato di cattura europeo e alla prassi europea sulla trasmissione delle rogatorie; riduzione dei tempi di prescrizione per reati dei colletti bianchi (ma inasprimento per chi è recidivo: ovvero i poveri cristi senza buoni avvocati che sanno come arrivare alla prescrizione); ricusazione di giudici per “legittimo sospetto”; bavaglio alle  intercettazioni; limitazioni dell&#8217;indipendenza dei pubblici ministeri; impossibilità per i giornali di pubblicare atti PUBBLICI di indagini e di processi in corso; proposta di separazione delle carriere di giudici e di PM per rendere questi ultimi “avvocati dell&#8217;accusa” al servizio del governo; proposta di rendere discrezionale (anziché obbligatoria) l&#8217;azione penale, in modo da poter decidere quali reati perseguire e quali tralasciare (e chi decide? I magistrati o i politici? E chi stabilisce i criteri??)</p>
<p>Aggiungiamo: insufficiente finanziamento delle forze di Polizia e degli uffici giudiziari che inevitabilmente strozza tutto il sistema all&#8217;origine.</p>
<p>Nella ricerca di consensi a e appoggi politici a destra e a manca, Berlusconi e i berluscones hanno fatto la corte a tutto e a tutti: andando dietro alla Lega Nord che alberga e incoraggia pulsioni secessioniste, razziste e xenofobe; abbracciando voluttuosamente Alleanza Nazionale di Fini, che a dispetto di lodevoli sforzi per prendere le distanze dai passati punti di riferimento (Mussolini e il fascismo) non è riuscita ancora a ripulirsi in maniera convincente da certi personaggi a dir poco discutibili; rincorrendo le sottane del Vaticano (sport praticato, a onor del vero, da quasi tutti i politici di destra e di sinistra) e asservendo lo stato Italiano ai voleri e agli umori dello Stato Vaticano come nemmeno la Democrazia Cristiana in quarant&#8217;anni era riuscita a fare: marcia indietro sui diritti delle coppie di fatto e delle coppie omosessuali; il capolavoro della legge sulla fecondazione assistita, che impedisce la diagnosi pre-impianto e impone l&#8217;impianto degli embrioni nell&#8217;utero di donne non consenzienti; la ventilata intenzione di rivedere la legge sull&#8217;aborto; la riduzione dell&#8217;ICI per gli immobili della Chiesa; il ri-finanziamento delle scuole private cattoliche.</p>
<p>In una battuta si potrebbe dire che Berlusconi unisce il diavolo e l&#8217;acqua santa.</p>
<p>La lista prosegue. Infatti, per dominare uno stato non basta cambiarne le leggi e fare alleanze con i potentati: bisogna mettere i propri uomini in tutte le istituzioni e in tutti gli organismi di controllo e soprattutto bisogna controllare l&#8217;informazione. Ecco allora la nomina dei vertici RAI, con il piazzamento nei punti nevralgici di uomini compiacenti o asserviti, con l&#8217;esplicito mandato di censurare le notizie sgradite e di costruire una realtà fittizia da propinare ai cittadini (l&#8217;ISTAT ha riportato che circa il 70% degli elettori si forma un&#8217;idea guardando la televisione).</p>
<p>Ci sono ancora dei giornali e dei programmi televisivi non asserviti. In questo caso la strategia è di discreditarli tramite una campagna di insulti e di menzogne con il chiaro messaggio: “il più pulito c&#8217;ha la rogna. Nessuno è autorizzato a criticare”. Adesso siamo arrivati al ridicolo: l&#8217;avvocato del premier Ghedini cita Repubblica perché le famose 10 domande pubblicate da mesi sono considerate diffamatorie e diffida i giornali italiani dal riportare articoli della stampa internazioale!</p>
<p>Eh già, perché magari è facile imbambolare il popolo italiano, controllando il rubinetto della televisione e dell&#8217;editoria, ma è un po&#8217; più difficile controllare quello che dicono di noi all&#8217;estero. Per non parlare di internet che non avendo una organizzazione piramidale è più difficile da controllare: stanno cercando di imbavagliare anche quello con proposte di legge che hanno una unica filosofia: censurare la libera informazione e la libera discussione, impedire la memoria, insabbiare il più possibile. Ecco le varie proposte: per scrivere un blog bisogna essere iscritti all&#8217;albo dei giornalisti; se un blog contiene contenuti illegali o diffamatori, anche solo nei commenti fatti da altri, viene chiuso; si vuole impedire di scrivere di sentenze passate in giudicato più vecchie di alcuni anni per tutelare il “diritto alla riabilitazione”!</p>
<p>Come dicevo, c&#8217;è una comunità internazionale, più difficile da prendere in giro e da non rispettare.</p>
<p>Berlusconi considera i vincoli e gli accordi con l&#8217;Unione Europea come degli insopportabili legacci nei confronti della sua piena libertà di fare ciò che vuole in qualità di “eletto dal popolo”. Come si permettono gli altri di sindacare? Abbiamo già visto l&#8217;insofferenza verso i parametri fissati per la politica monetaria dell&#8217;euro (il famoso rapporto del 3% fra debito pubblico e PIL). L&#8217;Italia è in mora per una serie di infrazioni ai trattati europei e ce ne infischiamo allegramente, tanto basta pagare! (vedi la sentenza della corte europea sulle frequenze occupate ABUSIVAMENTE da Rete4).</p>
<p>Recentemente il governo ha provato a introdurre nel decreto anti-crisi la tassazione delle riserve auree della Banca d&#8217;Italia, cosa esplicitamente esclusa dai trattati europei e avversata nettamente dalla Banca Centrale Europea (BCE). Nell&#8217;articolo del decreto hanno scritto che l&#8217;imposta e&#8217; vincolata al parere favorevole della BCE. Ma già sapevano che il parere era contrario!!! Qual&#8217;è il senso di questa mossa se non il creare una tensione con le istituzioni centrali europee, creare un precedente da poter poi sfruttare in progetto di ribellione ai suddetti vincoli?</p>
<p>Ultimo capitolo. Il tema dell&#8217;immigrazione clandestina e del controllo delle frontiere. In questo caso, sulla scorta della raffinata politica celodurista della Lega, abbiamo stracciato gli accordi internazionali in materia di accoglienza dei rifugiati e abbiamo iniziato a rispedire indietro i barconi di clandestini. Questo ci ha posto in aperto contrasto con l&#8217;Alto Commissariato dell&#8217;ONU per i Rifugiati e con l&#8217;Unione Europea stessa. Non solo, ma adesso pare che abbiamo anche smesso di prestare soccorso in mare, e ciò è risultato talmente spiacevole che il portavoce della Commissione Europea ha annunciato che verranno acquisite le informazioni riguardanti l&#8217;ultima tragedia (78 naufraghi Eritrei abbandonati a loro stessi per 23 giorni nel canale di Sicilia) per accertare cause e responsabilità.</p>
<p>La risposta di Berlusconi, secondo me, è ciò che costituisce il punto di non ritorno (anche se lui in seguito smentirà e dirà che sarà stato travisato dai complottardi della stampa comunista internazionale).</p>
<p>Berlusconi ha MINACCIATO l&#8217;Unione Europea di ritorsioni nel caso ci fossero ancora esternazioni di portavoce in luogo di dichiarazioni ufficiali del presidente della Commissione<strong> </strong><strong><sup>(2)</sup></strong><strong>.</strong></p>
<p>Voglio ripeterlo in maniera più concisa: Berlusconi ha MINACCIATO l&#8217;Unione Europea!!!</p>
<p>Questo è già l&#8217;atteggiamento e il linguaggio di un dittatore; è la smania di mettersi spavaldamente contro tutto e tutti quelli che osano limitare la sovranità nazionale, è una cosa che abbiamo già visto troppe volte fare ai dittatori del passato e a quelli di oggi. Come risponderà l&#8217;Unione Europea?</p>
<p>Ci cacceranno a pedate o continueranno a scendere a patti con questa incresciosa situazione? Applicheranno delle sanzioni per farci tornare sulla retta via oppure aspetteranno che la maturità democratica del popolo italiano sia in grado di scegliersi un rappresentante migliore?</p>
<p>Ma sopratutto, cosa faremo noi Italiani (o almeno, i pochi di noi che ne sono informati) di fronte a questa catastrofe??</p>
<p>Purtroppo non ho una palla di vetro, ma sono convinto, e lo ripeto, che siamo a un punto di svolta.</p>
<p>La situazione non può continuare così a lungo: è diventata insostenibile. Il re è nudo, e suscita intorno a sé un crescendo di consapevolezza e di insofferenza. Alla fine, il governo Berlusconi cadrà, e magari lui sarà processato e condannato per i suoi reati, ma questo mi interessa di meno.</p>
<p>Dopo la caduta del fascismo, a parte alcune orrende epurazioni, animate dallo spirito di vendetta, la gran parte dei ferventi fascisti divennero convinti antifascisti del giorno dopo e così la società italiana proseguì il suo corso in sconcertante continuità con il passato.</p>
<p>Succederà così anche questa volta e noi non ci guadagneremo niente. Berlusconi è il prodotto della nostra società, non ne è l&#8217;artefice (questo sarebbe troppo anche per la sua megalomania).</p>
<p>Quasi dovremmo ringraziarlo perché, amplificandoli a dismisura, ha messo in luce tutti i nostri difetti e ha mostrato tutte le falle del nostro ordinamento costituzionale, che pure era considerato un modello di riferimento tra i costituzionalisti di tutto il mondo:</p>
<p>la falla del sistema siamo noi Italiani che accettiamo come normale l&#8217;illecito; che ragioniamo secondo logiche clientelari e nepotistiche; che siamo sempre pronti a compiacere e venerare il potente di turno; che consideriamo lo stato un nemico da truffare; che non abbiamo il senso dell&#8217;onore, ma solo della convenienza; che non amiamo e non rispettiamo le regole e le leggi a qualunque livello; che siamo ignoranti e ci piacciono le persone ignoranti (forse anche per colpa degli “intellettuali” che parlano “difficile” e guardano tutti dall&#8217;alto in basso); che non siamo abituati a pensare con la nostra testa ne’ a mettere in discussione il principio di autorita’ (come non fummo abituatui alla libera interpretazione delle scritture dalla nostra premurosa madre Chiesa durante la contro-riforma, qualche secolo fa&#8230;).</p>
<p>La falla siamo noi.</p>
<p>Prima ce ne renderemo conto e prima potremo fare qualcosa per cercare di cambiare.</p>
<p><strong>(1)</strong> Estratto da: “L’Officina dei Veleni”,  Giuseppe D’Avanzo, Repubblica, 1 Settembre 2009<span style="text-decoration:underline;"> http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-24/berlusconi-divorzio-24/berlusconi-divorzio-24.html</span></p>
<p><strong>(2)</strong> Estratto da: “Immigrazione, Berlusconi contro la Ue &#8220;Stop ai portavoce o bloccheremo lavori&#8221;, Repubblica, 1 Settembre 2009 “Non daremo più il nostro voto ove non si determini che nessun commissario e nessun portavoce di commissario possa intervenire più pubblicamente su alcun tema. [...] Chiederò che i commissari e i portavoce di commissari che continuano nell&#8217;andazzo di tutti questi anni vengano dimissionati in maniera definitiva. Questa è una cosa che non si può più accettare perché si danno alle opposizioni di ogni Paese delle armi che invece non esistono”</p>
<p>http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/immigrati-11/berlusconi-commissari/berlusconi-commissari.html</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ubs cambia linea]]></title>
<link>http://loriscosta.wordpress.com/2009/08/02/ubs-cambia-linea/</link>
<pubDate>Sun, 02 Aug 2009 18:48:25 +0000</pubDate>
<dc:creator>loriscosta</dc:creator>
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<description><![CDATA[(ANSA) &#8211; NEW YORK, 2 AGO &#8211; Ubs non paghera&#8217; alcuna sanzione e trasmettera&#8217; i]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img src="http://www.topnews.in/files/UBS-swiss1.jpg" alt="" /></p>
<p>(ANSA) &#8211; NEW YORK, 2 AGO &#8211; Ubs non paghera&#8217; alcuna sanzione e trasmettera&#8217; i dati su 5.000 dei suoi clienti alle autorita&#8217; americane. Sarebbero questi alcuni dei contenuti dell&#8217;accordo extragiudiziale di principio raggiunto fra la Svizzera e gli Stati Uniti sul caso Ubs, accusata dalle autorita&#8217; di aver aiutato 52.000 americani abbienti a evadere le tasse attraverso i paradisi fiscali. Inizialmente gli osservatori avevano stimato che Ubs sarebbe andata incontro a una multa da 3-5 mld dlr.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Verso quale mondo?]]></title>
<link>http://vocifero.it/2009/07/14/verso-quale-mondo/</link>
<pubDate>Tue, 14 Jul 2009 19:21:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>Federico Corno</dc:creator>
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<description><![CDATA[I terremoti senza fine del terzo dopoguerra &#8211; Sergio Romano, Corriere della Sera &#8220;Dopo l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;"><a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/luglio/13/terremoti_senza_fine_del_terzo_co_9_090713062.shtml" target="_blank">I terremoti senza fine del terzo dopoguerra &#8211; Sergio Romano, Corriere della Sera</a><img class="alignright size-full wp-image-367" style="margin-top:10px;margin-bottom:10px;" title="flags-globe" src="http://vocifero.wordpress.com/files/2009/07/flags-globe1.jpg" alt="flags-globe" width="143" height="143" /><br />
<em>&#8220;Dopo la presidenza sostanzialmente cauta e temporeggiatrice di Bill Clinton, la Casa Bianca di George W. Bush decise <img src="/DOCUME%7E1/FEDE/LOCALS%7E1/Temp/moz-screenshot.png" alt="" />che era arrivato il momento di rifare il mondo a immagine e somiglianza degli Stati Uniti.&#8221; [...] &#8220;L&#8217;islamismo radicale offrì l&#8217;occasione&#8221; [...] Torri gemelle [...] guerra afghana [...] Iraq [...] Europa centro-orientale [...] modello finanziario [...] &#8220;Il secondo decennio dopo la caduta del Muro termina così con nuovi terremoti. L&#8217;edificio investito dalle scosse, in questo caso, è quello dell&#8217;autorità e del prestigio degli Stati Uniti nel mondo.&#8221;</em></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Romano">Sergio Romano</a> (ora opinionista ma ricordiamo <!--more-->la sua lunga carriera diplomatica), in un <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/luglio/13/terremoti_senza_fine_del_terzo_co_9_090713062.shtml" target="_blank">articolo</a> apparso sul Corriere, con la lucidità e la capacità di sintesi che lo caratterizza, traccia una panoramica delle conseguenze internazionali seguite alla scossa tellurica che fu la caduta del muro di Berlino (1989).</p>
<p style="text-align:justify;">Come <a href="http://vocifero.it/2009/06/04/dopo-la-crisi-quale-mondo/">recentemente</a> ha  sottolineato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Panebianco" target="_blank">Panebianco</a>, siamo dunque di fronte ai chiari segni del dispiegarsi di un nuovo ordine internazionale sempre meno USA centrico. A tal proposito, Sergio Romano conclude il suo articolo lanciando una sorta di monito al presidente Obama: stare in guardia: oggi gli Stati Uniti sono  un attore che si deve rimettere in gioco su un palcoscenico mondiale segnato da profondi e repentini cambiamenti.</p>
<p style="text-align:justify;">Non solo la tesi di Fukuyama sulla &#8220;<a href="http://www.filosofico.net/fukuyama.htm" target="_blank">fine della storia</a>&#8221; -dopo la caduta del muro di Berlino- è sempre più confutata nei fatti. Di più: oggi le socialdemocrazie -modello ultimo a cui l&#8217;intera società mondiale si sarebbe dovuta uniformare- sono sempre più sfidate da attori illiberali. E lo scacchiere internazionale diviene sempre più teatro di una partita complessa.</p>
<p style="text-align:justify;">I temi da affrontare, e le zone calde da monitorare, sono molteplici; solo per citarne alcuni:  le armi nucleari (con le mire iraniane e nord-coreane mentre USA e Russia  provano a trovare il bandolo della matassa per un vero impegno al disarmo), gli aiuti allo sviluppo (specialmente al continente africano), la questione ambientale, le tensioni di lungo corso in Medio Oriente (e qualche recente segno di instabilità in Sud America), la ridefinizione dell&#8217;ordine economico planetario.</p>
<p style="text-align:justify;">Lo scenario internazionale somiglia oggi, forse più che nel recente passato, ad un puzzle complesso che solo attraverso l&#8217;incastro perfetto di tutte le tessere che lo compongo sarà in grado di restituire l&#8217;immagine di un mondo compiutamente multipolare.</p>
<p style="text-align:right;"><span style="color:#0000ff;"><a title="tutti i miei articoli" href="http://vocifero.wordpress.com/author/fededouble/" target="_self">Federico Corno</a><br />
<a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/"><img style="border-width:0;" src="http://i.creativecommons.org/l/by/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" /></a></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Opocher all'unanimità]]></title>
<link>http://sindacatodiscipol.wordpress.com/2009/07/09/opocher-allunanimita/</link>
<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 18:55:50 +0000</pubDate>
<dc:creator>scipol</dc:creator>
<guid>http://sindacatodiscipol.wordpress.com/2009/07/09/opocher-allunanimita/</guid>
<description><![CDATA[Abbiamo eletto oggi il nuovo presidente del corso di laurea Relazioni Internazionali. All&#8217;unan]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Abbiamo eletto oggi il nuovo presidente del corso di laurea Relazioni Internazionali. All&#8217;unanimità dei presenti è stato eletto il professore di prima fascia Arrigo Opocher.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[I G8 come Nerone, mentre il mondo brucia]]></title>
<link>http://hubmilan.wordpress.com/2009/07/08/i-g8-come-nerone-mentre-il-mondo-brucia/</link>
<pubDate>Wed, 08 Jul 2009 08:19:09 +0000</pubDate>
<dc:creator>Dario Carrera</dc:creator>
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<description><![CDATA[Foto: Afp Mentre il mondo brucia alle loro spalle, i &#8220;grandi&#8221; sono indifferenti: è l]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-743" title="OXFAM_620" src="http://hubmilan.wordpress.com/files/2009/07/oxfam_620.jpg" alt="OXFAM_620" width="510" height="339" /><em>Foto: Afp<br />
</em></p>
<p style="text-align:left;">Mentre il mondo brucia alle loro spalle, i &#8220;grandi&#8221; sono indifferenti: è l&#8217;niziativa dimostrativa di <a href="http://www.oxfam.org/en/pressroom/pressrelease/2009-07-06/3-million-face-death-while-berlusconi-and-g8-fiddle" target="_self">Oxfam</a> e <a href="http://www.ucodep.org/index.php?option=com_content&#38;task=view&#38;id=1511&#38;Itemid=649">Ucodep</a> al Circo Massimo di Roma, per denunciare i fallimentari risultati ed i <strong>mancati impegni assunti</strong> a favore dei<strong> Paesi in via di sviluppo</strong>. Le azioni dimostrative &#8220;creative&#8221; si stanno moltiplicando in numero e forma. Sarebbe interessante <strong>segnalarci cosa avviene in giro per il mondo</strong> in tal senso, e raccogliere dalla blogosfera le immagini più incisive, di maggiore impatto e significato; che siano di ispirazione per gli innovatori sociali che traducono questi messaggi e princìpi in risposte e pratiche quotidiane..</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Iran: le violenze del regime, il mancato coraggio UE, il silenzio di Russia e Cina]]></title>
<link>http://vocifero.it/2009/07/06/iran-le-violenze-del-regime-il-mancato-coraggio-ue-il-silenzio-di-russia-e-cina/</link>
<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 17:58:35 +0000</pubDate>
<dc:creator>Gabriele  Rebuzzini</dc:creator>
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<description><![CDATA[L&#8216;Unione Europea come si sta comportando di fronte alla questione iraniana? Ha perso una nuova]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>L<strong>&#8216;Unione Europea </strong>come si sta comportando di fronte alla questione iraniana? Ha perso una nuova occasione per parlare con un&#8217;unica voce. Una linea di azione comune sarebbe stata più forte e credibile all&#8217;interno della comunità internazionale. L&#8217;Italia e la Francia sono le nazioni che hanno condannato con maggiore fermezza l&#8217;inaudita scia di violenze con cui il regime ha soffocato le manifestazioni e le proteste contro i brogli delle elezioni presidenziali. Prese di posizione tra l&#8217;ambiguo e il confuso giungono<!--more--> dalle capitali dell&#8217;UE: le controverse opinioni e le differenti tempistiche all&#8217;interno dell&#8217;Europa unita sono una consuetudine nelle questioni internazionali. E&#8217; evidente l&#8217;attuale perdita di importanza e di credibilità europea, non solo verso gli USA, ma anche nei confronti di Cina e Russia.  Ci siamo sempre accodati alle scelte del nostro partner d&#8217;oltreoceano e alla sua protezione (come ricorda l&#8217;articolo di <em>Vocifero</em> &#8220;<a title="Panebianco - Europa ed USA in politica estera" href="http://vocifero.wordpress.com/2009/06/04/dopo-la-crisi-quale-mondo/" target="_blank">Dopo la crisi quale mondo</a>?&#8221; citando Panebianco) nascondendo così le nostre debolezze, causate dalle opinioni discordanti all&#8217;interno dell&#8217;UE, dal poco coraggio dimostrato nelle vicende chiave di politica internazionale e da un potere economico sempre meno forte.</p>
<p>Italia e Germania, i principali <a title="Iran - Import-Export" href="https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/IR.html" target="_blank">partner commerciali dell&#8217;Iran </a>all&#8217;interno dell&#8217;UE,  hanno preso le distanze dal governo iraniano difendendo le manifestazioni contro le oppressioni del regime di Ahmadinejad. Il cancelliere <strong>Angela Merkel </strong>ha dichiarato di &#8220;essere al fianco di chi vuole esercitare i propri diritti di libertà, di espressione e di riunione&#8221;, dando il suo pieno <a title="Merkel - Sono vicino ai manifestanti a Teheran" href="http://www.libero-news.it/adnkronos/view/141217" target="_blank">sostegno</a> ai manifestanti pro-Moussavi mentre il premier italiano <strong>Silvio Berlusconi</strong> ha avvertito che &#8220;il G8 che si terrà a L&#8217;Aquila nei prossimi giorni valuterà l&#8217;opportunità di <a title="Berlusconi - Iran possibili nuove sanzioni con il G8" href="http://www.corriere.it/politica/09_giugno_29/berlusconi_sanzioni_iran_be71236e-64cc-11de-91da-00144f02aabc.shtml" target="_blank">nuove sanzioni </a>contro l&#8217;Iran&#8221;. L&#8217;Italia, benché principale partner commerciale dell&#8217;Iran tra i paesi UE, sia per importazioni (6,4%) che per esportazioni (5%) è lo Stato europeo che ha assunto la posizione più ferma e determinata nei confronti del regime: il Ministro degli Esteri Frattini ha deplorato e condannato con forza i fatti avvenuti a Teheran. La Francia di <strong>Sarkozy</strong> ha definito &#8220;<a title="Sarkozy - Iran comportamento ingiustificabile" href="http://www.apcom.net/newsesteri/20090621_224401_3c979d6_64749.shtml" target="_blank">ingiustificabile</a>&#8220;  la feroce violenza delle milizie filogovernative di Ahmadinejad nei confronti del popolo in piazza. Molti paesi UE hanno tenuto posizioni più soft e prudenti, quasi timide, forse troppo. Anche il G8 di Trieste, per evitare l&#8217;imbarazzante rischio di avere un documento non sottoscritto da tutti i partecipanti al vertice, ha prodotto un comunicato formale e poco incisivo nei confronti dell&#8217;Iran, attento soprattutto a non irritare la Russia, partner privilegiato di Teheran.</p>
<p>E la <strong>Cina</strong> che condotta sta tenendo? Il dragone risulta il <a title="Cina - Primo partner commerciale dell'Iran" href="https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/IR.html" target="_blank">primo partner commerciale </a>sia per importazioni (15%) che per esportazioni (14,2%) con il paese iraniano e non ha alcun interesse a compromettere i rapporti economici con Teheran. Gran parte del fabbisogno energetico cinese è soddisfatto dal petrolio e dal gas iraniani. Il paese di Ahmadinejad è il quarto paese produttore di petrolio e di gas naturale al mondo ma è il secondo per quantità di riserve sia di petrolio che di gas naturale (fonte: <a title="BP - Oil&#38;Gas Review 2009 " href="http://www.bp.com/sectiongenericarticle.do?categoryId=9023770&#38;contentId=7044467" target="_blank">Oil production, Statistical Review 2009</a>). Il silenzio di Pechino è dettato sia da fattori economici che da fattori politici: come può la Cina condannare il comportamento repressivo di un regime come quello di Ahmadinejad, quando al suo interno limita le libertà del suo popolo e non rispetta i fondamentali diritti umani? Il dragone è uno dei <a title="ONU - Membri permanenti consiglio di sicurezza" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Consiglio_di_sicurezza_delle_Nazioni_Unite#Membri_permanenti" target="_blank">membri permanenti</a> del consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU ed è stato sempre scettico sulle sanzioni all&#8217;Iran, minacciando il veto. Il colosso cinese vorrebbe evitare un escalation di tensioni e violenze in Medio Oriente per i molteplici interessi che lo coinvolgono, tra i quali, limitare l&#8217;influenza e la presenza militare USA in quest&#8217;area.</p>
<p>La <strong>Russia</strong> di Medvedev ha delle posizioni politiche molto simili a quelle di Pechino in merito alla vicenda iraniana. Mosca è un membro permanente all&#8217;ONU &#8211; contrario alle sanzioni all&#8217;Iran-, è un partner commerciale strategico per Teheran e non gradisce un&#8217;influenza statunitense nell&#8217;area mediorientale. La Russia e l&#8217;Iran sono rispettivamente il primo e il secondo paese per quantità di riserve di gas naturale e non è un mistero la volontà di questi due Stati di creare con il Qatar (terzo paese per riserve di gas) un <a title="Russia Iran Qatar - Un cartello per il Gas Naturale" href="http://www.asianews.it/index.php?l=it&#38;art=13562" target="_blank">cartello </a>per il gas naturale &#8211; come l&#8217;OPEC ha fatto per il petrolio. Questo accresce la collaborazione tra Medvedev e il governo iraniano. La vicinanza politico-economica e lo scarso grado di democrazia e libertà, porta la Russia e la Cina ad un atteggiamento estremamente prudente nella questione iraniana. Ma il comune interesse di Mosca e Pechino è quello di non correre il rischio di vedere incrementare la presenza americana in Medio Oriente, un&#8217; area strategica economicamente e politicamente, soprattutto dopo le recenti campagne militari in Afghanistan e in Iraq.</p>
<p>La partita in Iran è aperta e ancora tutta da giocare. In difesa della libertà e della democrazia contro il regime di Ahmadinejad. Ma dietro la speranza del popolo iraniano che manifesta in piazza, ci sono anche i molteplici interessi politici ed economici delle più grandi potenze mondiali. Gli equilibri futuri passano da Teheran. Obama lo sa. Cina, Russia anche. L&#8217;UE lo deve ancora capire, sperando non sia troppo tardi.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Iran: le violenze del regime e la cautela angloamericana]]></title>
<link>http://vocifero.it/2009/07/06/iran-le-violenze-del-regime-e-la-cautela-angloamericana/</link>
<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 17:44:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>Gabriele  Rebuzzini</dc:creator>
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<description><![CDATA[La tensione in Iran rimane altissima. Dopo le elezioni presidenziali del 12 Giugno, i sostenitori de]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">La tensione in Iran rimane altissima. Dopo le elezioni presidenziali del 12 Giugno, i sostenitori del candidato moderato <strong>Mir-Hussein Moussavi</strong> continuano a manifestare per contestare l&#8217;esito del voto, mentre la feroce repressione del regime guidato da <strong>Ahmadinejad</strong> assume contorni sempre più drammatici. <!--more-->Le fonti ufficiali parlano di una ventina di vittime dall&#8217;inizio delle proteste e di centinaia di arresti. Tuttavia i blog e i siti internet, uniche fonti di libertà di espressione rimaste in Iran, parlano di decine di morti e migliaia di arresti. La foto di<strong> </strong><a title="Iran - proteste foto uccisione Neda" href="http://ngepress.com/news/neda-iran-was-killed-neda-killed-video-and-photo/" target="_blank">Neda</a>, la giovane uccisa nei primi giorni di protesta, ha fatto il giro del mondo, diventando il simbolo della rivolta di coloro che non vogliono riconoscere la legittimità delle elezioni presidenziali. La bandiera della voglia di libertà di un popolo oppresso che si ribella al regime. La situazione è tragica e le brutalità delle azioni adottate dalle milizie filogovernative sono un oltraggio alle regole internazionali.</p>
<p style="text-align:justify;">L&#8217;Iran è lo svincolo politico cruciale per stabilire i rapporti di forza e gli equilibri economico-militari mondiali dei prossimi decenni. Le agitazioni contro il governo ultraconservatore guidato da Ahmadinejad sono un fatto epocale e si intrecciano con questioni internazionali di grande rilievo, dal programma di arricchimento dell&#8217;uranio promosso con decisione dal Presidente iraniano, agli enormi interessi economici in gioco, fino all&#8217;importanza del controllo e dell&#8217;influenza militare su un&#8217;area geografica strategica nell&#8217;infuocato panorama mediorientale.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma come rispondono le grandi potenze a ciò che sta accadendo in Iran? Il mondo guarda alle questione iraniana con grande attenzione, le diplomazie di tutti i governi agiscono con la massima cautela, considerati gli interessi coinvolti, per evitare di commettere errori strategici che rischierebbero di compromettere i rapporti economici e di politica estera dei loro paesi.</p>
<p style="text-align:justify;">Gli <strong>Stati Uniti</strong>, in particolare <strong>Barack Obama</strong>, avevano agito con grande prudenza di fronte alle prime manifestazioni di protesta, ma l&#8217;escalation di violenze, ha portato il presidente americano ad alzare i toni, assumendo una posizione più decisa di quanto avesse fatto inizialmente, definendosi &#8220;sconcertato ed indignato&#8221;, condannando con fermezza quanto sta accadendo in Iran, schierandosi apertamente al fianco del popolo in piazza per Moussavi. La <strong>Gran Bretagna</strong>, storico alleato USA, è stato il paese che ha utilizzato i toni più duri nei confronti dell&#8217;Iran, deplorando il comportamento tenuto dal governo del leader ultraconservatore per le violenze post-voto contro il popolo manifestante. La <strong>crisi diplomatica</strong> tra Londra e Teheran è degenerata in seguito all&#8217;<a title="AdnKronos - Londra, via due diplomatici iraniani" href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/?id=3.0.3456741025" target="_blank">espulsione</a> di due diplomatici britannici, a cui Brown ha risposto con l&#8217;espulsione di altrettanti diplomatici iraniani e si è acuita con l&#8217;<a title="APCom - Arrestati otto funzionari ambasciata britannica" href="http://www.apcom.net/newsesteri/20090628_132601_1cfa22b_65083.html)" target="_blank">arresto</a> di nove funzionari iraniani dipendenti dell&#8217;ambasciata britannica. Il governo inglese ha <a title="Brown - L'Iran usa la GB come capro espiatorio" href="http://www.voanews.com/english/2009-07-01-voa41.cfm" target="_blank">accusato</a> l&#8217;Iran di utilizzare la Gran Bratagna come capro espiatorio per distogliere l&#8217;attenzione dai fermenti politici interni. Scaricare all&#8217;esterno le tensioni interne è un classico artificio politico. Ahmadinejad, da parte sua, non ha gradito le condanne giunte da tutto il mondo nei confronti del suo operato per quanto sta accadendo a Teheran e ha minacciato &#8220;<a title="Iran - Ahmadinejad minaccia una risposta dirompente contro i governi occidentali" href="http://www.corriere.it/esteri/09_giugno_27/iran_alza_toni_contro_occidente_8cda2580-6314-11de-ac0d-00144f02aabc.shtml" target="_blank">una risposta dirompente</a>&#8221; che farà pentire i governi occidentali delle interferenze nella politica interna iraniana.</p>
<p style="text-align:justify;">Obama, tuttavia, non vuole rinunciare al dialogo per prevenire la minaccia nucleare iraniana e combattere il terrorismo in Medio Oriente, però, <strong>la politica della mano tesa</strong> americana non è <a title="Iran - Frattini, a Settembre G8 intermedio per decidere" href="http://www.asca.it/news-IRAN__FRATTINI__A_SETTEMBRE_G8_INTERMEDIO_PER_DECIDERE-842941-ATT-.html" target="_blank">un&#8217;opzione a tempo indeterminato</a>, come ha ricordato il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. Il Presidente USA ha <a title="Obama - gli USA fermeranno l'atomica iraniana" href="http://www.corriere.it/esteri/09_luglio_02/obama_putin_iran_510b5844-6724-11de-9708-00144f02aabc.shtml" target="_blank">ribadito </a>che gli Stati Uniti fermeranno le sviluppo di armi atomiche iraniane perchè &#8220;un Iran dotato dell&#8217;atomica darebbe il via a una corsa agli armamenti in Medio Oriente&#8221;. Ahmadinejad in questi mesi dovrà decidere quale strada intraprendere, tra lo scontro aperto con l&#8217;Occidente e il reale negoziato sul programma nucleare. Franco Venturini, nell&#8217;<a title="Corriere - editoriale Franco Venturini 27 Giugno 2009" href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/giugno/27/JOAN_BAEZ_TEHERAN_co_9_090627004.shtml" target="_blank">editoriale</a> del Corriere del 27 Giugno 2009, sostiene che &#8220;Ahmadinejad si comporta come se &#8220;volesse&#8221; essere bombardato. E Obama, tra mille equilibrismi, deve impegnarsi in un&#8217;ardua corsa contro il tempo per rendere possibile una soluzione alternativa, per non trovarsi un giorno una sola opzione sul tavolo, quel ricorso alla forza che tutti, Israele compreso, preferirebbero evitare&#8221;.</p>
<p style="text-align:right;"><span style="color:#0000ff;">Gabriele Rebuzzini</span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Elezione Presidente ccl di SPR]]></title>
<link>http://sindacatodiscipol.wordpress.com/2009/07/03/elezione-presidente-ccl-di-spr/</link>
<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 11:11:54 +0000</pubDate>
<dc:creator>scipol</dc:creator>
<guid>http://sindacatodiscipol.wordpress.com/2009/07/03/elezione-presidente-ccl-di-spr/</guid>
<description><![CDATA[Mercoledì pomeriggio ci sarà l&#8217;elezione del nuovo Presidente di corso di laurea di Relazioni I]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Mercoledì pomeriggio ci sarà l&#8217;elezione del nuovo Presidente di corso di laurea di Relazioni Internazionali. </p>
<p>Vi terremo aggiornati</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Delta del Niger: il report di Amnesty International]]></title>
<link>http://marcocrosetto.wordpress.com/2009/07/01/delta-del-niger-il-report-di-amnesty-international/</link>
<pubDate>Wed, 01 Jul 2009 10:46:01 +0000</pubDate>
<dc:creator>marcocrosetto</dc:creator>
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<description><![CDATA[Amnesty International ha pubblicato un nuovo report (guardalo qui) dedicato alla difficile situazion]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignleft size-full wp-image-347" title="images" src="http://marcocrosetto.wordpress.com/files/2009/07/images.jpeg" alt="images" width="130" height="128" />Amnesty International ha pubblicato un nuovo report (<a href="http://www.amnesty.it/Delta-del-Niger-tragedia-dei-diritti-umani.html"><strong>guardalo qui</strong></a>) dedicato alla difficile situazione del Delta del Niger. L&#8217;associazione punta il dito contro le compagnie petrolifere, Shell in testa, accusate di deturpare il paesaggio e attentare alla vita della popolazione residente. La situazione nel Delta è sempre più preoccupante. Tra le azioni del Mend (Movimento per l&#8217;emancipazione del Delta del Niger) e i disastri ambientali causati dagli oleodotti, vivere è diventato insostenibile.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ritornano i blood diamonds]]></title>
<link>http://marcocrosetto.wordpress.com/2009/06/26/ritornano-i-blood-diamonds/</link>
<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 09:05:11 +0000</pubDate>
<dc:creator>marcocrosetto</dc:creator>
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<description><![CDATA[Secondo il Kimberly Process, il piano voluto dalle Nazioni Unite per monitorare il commercio dei dia]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><img class="alignleft size-full wp-image-319" title="images-1" src="http://marcocrosetto.wordpress.com/files/2009/06/images-1.jpeg" alt="images-1" width="119" height="60" />Secondo il <strong>Kimberly Process</strong>, il piano voluto dalle Nazioni Unite per monitorare il commercio dei diamanti, molte pietre preziose africane sarebbero di nuovo insanguinate. I <em>warlords</em> locali e i governi sono tornati a servirsene per finanziare i conflitti, deturpando il territorio e costringendo in schiavitù decine di persone. I membri del Kimberly Process hanno sottolineato che Paesi come Zimbabwe e Costa d&#8217;Avorio non sono più sicuri. I <em>blood diamonds</em> tornano così a macchiare il suolo africano.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Ordine Internazionale, quale futuro?]]></title>
<link>http://msoimilano.wordpress.com/2009/06/22/ordine-internazionale-quale-futuro/</link>
<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 20:57:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>msoimilano</dc:creator>
<guid>http://msoimilano.wordpress.com/2009/06/22/ordine-internazionale-quale-futuro/</guid>
<description><![CDATA[Territory size shows the proportion of worldwide wealth, that is Gross Domestic Product based on exc]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><div id="attachment_132" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-132" title="GDP Wealth" src="http://msoimilano.wordpress.com/files/2009/06/169.png?w=300" alt="Territory size shows the proportion of worldwide wealth, that is Gross Domestic Product based on exchange rates with the US$, that is found there." width="300" height="147" /><p class="wp-caption-text">Territory size shows the proportion of worldwide wealth, that is Gross Domestic Product based on exchange rates with the US$, that is found there.</p></div>
<p style="text-align:justify;">
Presto, molto prima di quanto potevamo prevedere sino a qualche mese fa, ci ritroveremo in un mondo non più semplicemente guidato dalla leadership americana. La crisi ha impresso una forte accelerata a processi di cambiamento che già erano in essere, e le conseguenze, soprattutto per noi europei, sono tutte da valutare.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo è quanto emerso, in prima approssimazione, dalla dotta lezione-conversazione tenuta da <a title="Angelo Panebianco" href="http://didattica.spbo.unibo.it/bologna/dipartim/dist/persone/panebianco.htm" target="_blank">Angelo Panebianco</a> in occasione del quarto ed ultimo incontro di “<a title="Economia e Società Aperta" href="http://www.economiaesocieta.org/" target="_blank">Economia e Società Aperta</a>” (forum organizzato dal tandem Università Bocconi Corriere della Sera).<!--more-->Il Prof. Panebianco, con un esercizio di immaginazione -come ha tenuto a precisare-, ha lanciato lo sguardo oltre l&#8217;attuale congiuntura provando a tratteggiare quello che sarà lo scenario internazionale prossimo venturo. Molti gli spunti di riflessione interessanti, non solo per chi come <a title="M.S.O.I." href="http://msoimilano.wordpress.com/">noi</a> ha fatto delle relazioni internazionali materia di studio nonché aspirazione professionale.</p>
<p style="text-align:justify;">Il mondo in cui abbiamo vissuto dalla fine della guerra fredda in poi è stato caratterizzato dalla presenza di quello che viene definito un “egemone liberale”. “Una potenza egemone -ha sottolineato Panebianco- è necessaria per far si che l’economia internazionale si mantenga aperta. L’egemone liberale è colui che si assume il compito di essere architetto e garante del funzionamento del sistema.” Questo ruolo è stato sino ad oggi incarnato, palesemente, dagli Stati Uniti, ma quando questa crisi sarà definitivamente alle spalle l’ordine mondiale sarà ancora garantito e gestito unilateralmente?</p>
<p style="text-align:justify;">Già oggi è possibile osservare come più Paesi stiano concorrendo nel processo di riscrizione delle regole delle istituzioni globali. “Se ciò sarà confermato vorrà dire che andiamo verso un sistema multipolare caratterizzato da una preponderanza americana; ciò renderà necessario per l’America mediare sulle decisioni da prendere” ha sottolineato Panebianco. In altri termini, quello che avremo di fronte non sarò più un mondo asservito imprescindibilmente alla volontà americana. E la velocità accelerata a cui avrà luogo questa redistribuzione del potere all’interno del sistema internazionale dovrà essere attribuita all’effetto “enzima” che l’attuale crisi sta esercitando su dinamiche che già erano in essere.</p>
<p style="text-align:justify;">Senza la crisi ci sarebbero probabilmente voluti decenni perché si completasse il passaggio della Cina dal ruolo di attore emergente a quello di comprimario. Mentre oggi già si guarda all&#8217;economia cinese, capace tuttora di crescere ad un tasso che sfiora le due cifre, come possibile fattore di traino per l&#8217;uscita dalla crisi. Se dunque gli USA saranno ridimensionati nella loro capacità di indirizzo e guida dell&#8217;ordine economico-politico internazionale quali saranno le conseguenze, specialmente per noi europei che siamo soliti accodarci alla linea d&#8217;azione del nostro partner d’oltre oceano?</p>
<p style="text-align:justify;">L’Europa -calca la mano Panebianco- è consumatore netto di sicurezza, e non produttore. Ne consegue che dovremo continuare ad affidarci alla protezione offerta dall’America; tuttavia, se la loro potenza subirà una diminuzione in termini relativi, di riflesso anche la nostra forza risulterà inferiore. Ciò determinerebbe, ad esempio, una diminuzione della capacità europea di negoziare con l’interlocutore russo. &#8220;Quello che stupisce è l’incredibile basso interesse –in Europa- sul proprio ruolo in un mondo che si preannuncia post americano.&#8221;</p>
<p style="text-align:justify;">Non possiamo che cogliere lo stimolo al dibattito e al confronto su come affrontare il futuro prossimo venturo.</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[CRIMINI DI GUERRA CHE PASSANO PER NORMALITA']]></title>
<link>http://cartesensibili.wordpress.com/2009/06/19/crimini-di-guerra-che-passano-per-normalita/</link>
<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 07:43:58 +0000</pubDate>
<dc:creator>fernirosso</dc:creator>
<guid>http://cartesensibili.wordpress.com/2009/06/19/crimini-di-guerra-che-passano-per-normalita/</guid>
<description><![CDATA[Lo riporto così come appare nel blog di Andrea Carancini, per dedicare, anche qui, l&#8217;attenzion]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Lo riporto così come appare nel blog di Andrea Carancini, per dedicare, anche qui, l&#8217;attenzione che merita questa indagine e quest&#8217;analisi approfondita su temi che sembrano consolidati in una sola visione e che nessuno, o quasi, mette in discussione.</p>
<p><a href="http://4.bp.blogspot.com/_2lzGlhmUpDo/SjOmD3W_xLI/AAAAAAAAAYk/6NpUpDu60us/s320/090608-ahmad.jpg"><img class="alignnone" src="http://4.bp.blogspot.com/_2lzGlhmUpDo/SjOmD3W_xLI/AAAAAAAAAYk/6NpUpDu60us/s320/090608-ahmad.jpg" alt="" width="212" height="320" /></a></p>
<p><strong>IL</strong> <strong>DIVERSIVO</strong> <strong>DEL</strong> <strong>DARFUR</strong>: “<strong>SALVATORI</strong> <strong>E</strong> <strong>SOPRAVVISSUTI</strong>: <strong>IL</strong> <strong>DARFUR</strong>, <strong>LA</strong> <strong>POLITICA</strong> <strong>E</strong> <strong>LA</strong> <strong>GUERRA</strong> <strong>AL</strong> <strong>TERRORISMO</strong>”</p>
<p><strong>Di</strong> <strong>Muhammad</strong> <strong>Idrees</strong> <strong>Ahmad</strong>, <strong><em>The</em></strong> <strong><em>Electronic</em></strong> <strong><em>Intifada</em></strong>, <strong>8</strong> <strong>Giugno</strong> <strong>2009</strong><a name="_ftnref1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=4235219745144681009#_ftn1">[1]</a></p>
<p>Nel film del 2004 di Errol Morris, <em>The</em> <em>Fog</em> <em>and</em> <em>the</em> <em>War</em> [La nebbia e la guerra], l’ex Ministro della Difesa americano Robert McNamara ricorda l’affermazione del generale Curtis LeMay, la mente dei bombardamenti incendiari contro il Giappone nella seconda guerra mondiale, secondo cui “se avessimo perso la guerra saremmo stati tutti perseguiti come criminali di guerra”. LeMay stava semplicemente esplicitando una delle verità inconfessate delle relazioni internazionali: il fatto che il potere conferisce, tra l’altro, il diritto di dare un nome alle cose. <!--more-->In tal modo gli stermini perpetrati dalle grandi potenze, dal Vietnam all’Iraq e all’Afghanistan, vengono normalizzati da definizioni quali “antiguerriglia”, “pacificazione” e “guerra al terrorismo”, mentre comportamenti analoghi messi in atto dagli stati nemici provocano le accuse più severe. E’ questa politica di dare un nome alle cose ad essere l’argomento del nuovo, esplosivo, libro di Mahmood Mamdani, <em>Saviors</em> <em>and</em> <em>Survivors</em>: <em>Darfur</em>, <em>Politics</em>, <em>and</em> <em>the</em> <em>War</em> <em>on</em> <em>Terror</em>.</p>
<p>Come in Medio Oriente, vi sono delle zone dell’Africa che sono state devastate dai conflitti per la maggior parte dell’era post-coloniale. Se la copertura dei media in entrambi i casi è superficiale, nel caso dell’Africa è anche sporadica. Ogni volta che c’è una copertura, vengono messi in rilievo solo gli aspetti sensazionalistici o grotteschi. Se l’argomento non è la guerra, di solito è la fame, le malattie o la povertà – o qualche volta tutte e tre – e immancabilmente la copertura non parla del contesto. Le guerre accadono tra “tribù” guidate da “signori della guerra” che avvengono in “stati in rovina” dominati da “dittatori corrotti”. Provocate da motivazioni arcaiche, raramente riguardano questioni comprensibili. All’elenco dei farabutti finisce per subentrare la galleria delle vittime, inevitabilmente bisognose di essere salvate dall’uomo bianco. Un titolo come “Può Bono salvare l’Africa?” illustra bene l’atteggiamento occidentale verso il continente, proprio come i commenti di Richard Littlejohn, l’editorialista più pagato d’Inghilterra, che al culmine del genocidio del Ruanda scrisse “C’è qualcuno che davvero ha voglia di mettere le mani su quello che sta succedendo in Ruanda? Se la tribù dei Mbongo vuole sterminare la tribù dei Mbingo la questione, per quanto mi riguarda, è solo affar loro”.</p>
<p>IL Darfur costituisce la vistosa eccezione a questa tendenza, sebbene dopo il genocidio del 1994 anche il Ruanda sia entrato nel discorso dell’Occidente. Questo, sostiene Mamdani, è dovuto soprattutto agli sforzi di un’organizzazione – la <em>Save</em> <em>Darfur</em> <em>Coalition</em> (SDC) – la cui attività di lobby è stata fondamentale nel trasformare la detta questione nel più grande movimento di massa degli Stati Uniti dall’epoca della mobilitazione contro la guerra in Vietnam, un movimento anche più grande di quello contro l’apartheid. Se tale mobilitazione ha avuto l’effetto salutare di suscitare consapevolezza per una questione altrimenti sconosciuta alla maggioranza dei cittadini americani, il suo privilegiare l’azione a scapito della conoscenza rende tale consapevolezza meno significativa. In realtà, il rifiuto – da parte della SDC &#8211; della complessità dei problemi, la sostituzione della conoscenza dei fatti con le certezze morali, e la preferenza per le soluzioni militari, precludono lo scopo stesso per il quale essa sostiene di battersi. Invocando le presunte lezioni dell’Olocausto Nazista e del genocidio del Ruanda, essa associa slogan come “mai più” alle grida di guerra di una nuova “guerra giusta”, di “largo ai militari” e di “fuori dall’Iraq e dentro il Darfur”, per chiedere l’intervento militare in Sudan. Mamdani sostiene che la SDC non è un movimento pacifista ma bellicista. Se il segno di riconoscimento del movimento contro la guerra in Vietnam era costituito dai <em>teach</em>-<em>in</em><a name="_ftnref2" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=4235219745144681009#_ftn2">[2]</a>, per la SDC è la campagna pubblicitaria; gli esperti sono stati rimpiazzati dalle celebrità.</p>
<p>La SDC venne fondata nel Luglio del 2004 grazie agli sforzi congiunti dello <em>US</em> <em>Holocaust</em> <em>Memorial</em> <em>Museum</em> e dell’<em>American</em> <em>Jewish</em> <em>World</em> <em>Service</em> [è evidente quindi la matrice sionista dell’intera operazione]. Da allora ha ricevuto l’adesione di un largo spettro di organizzazioni religiose e politiche, e di un gran numero di celebrità e di intellettuali famosi. Ha fatto proliferare associazioni studentesche in tutto il paese, dalle scuole superiori alle università. Guidata da un pubblicitario, è la sola organizzazione in grado di mettere assieme partner eterogenei come il reverendo Al Sharpton e lo scrittore Elie Wiesel, l’attore George Clooney e l’ex ambasciatore americano all’Onu John Bolton. Tuttavia, l’apparente diversità dei suoi affiliati oscura il fatto che il suo programma occulto è deciso soprattutto dai sionisti e dalla destra cristiana. In ogni caso, Mamdani presta scarsa attenzione alla composizione della SDC anche se dedica un intero capitolo al suo indirizzo politico e ai suoi metodi. Come il <em>Jerusalem</em> <em>Post</em> riferiva prima del raduno della SDC a Washington il 30 Aprile 2006, “pochi sanno che la coalizione che si è presentata come “un’alleanza di oltre 130 organizzazioni umanitarie di diverso orientamento religioso” è nata come un’iniziativa esclusiva della comunità ebraica americana”. E’ stato notato che anche nel 2006 tale coalizione era pesantemente caratterizzata da “una moltitudine di vari gruppi ebraici locali e nazionali”. Molti hanno usato il Darfur come un diversivo strategico rispetto ai crimini israeliani contro i palestinesi, come ha sostenuto Ned Goldstein nella sua indagine sugli interessi sionisti che stanno dietro alla SDC (da ultimo, alla conferenza delle Nazioni Unite di Durban II contro il razzismo). La caratteristica predominante di tale propaganda è di dipingere il conflitto in questione come una guerra tra “arabi” e “africani” e di etichettare le relative violenze come “genocidio”.</p>
<p>La discussione sul genocidio verte su due fattori: i numeri e la tipologia. Per qualificare di genocidio la violenza di massa, le uccisioni devono essere perpetrate su una scala sufficientemente grande, e deve essere accertata l’intenzione di eliminare un preciso gruppo etnico o razziale. Mamdani sostiene che per sostenere la tesi del genocidio, la SDC ha gonfiato le cifre delle vittime e ha dato un’interpretazione razziale del conflitto.</p>
<p>Il tasso di mortalità di 400.000 vittime è diventato un cavallo di battaglia della propaganda della SDC, anche se tale cifra è stata ripetutamente screditata. Nel 2007, la <em>British</em> <em>Advertising</em> <em>Standards</em> <em>Authority</em> ha rimproverato la SDC (e l’<em>Aegis</em> <em>Trust</em>) di aver infranto le “regole di veridicità” per aver utilizzato tale cifra nella sua campagna promozionale in Inghilterra. La detta cifra era stata già contestata quando una commissione di esperti riunita dal governo americano in collaborazione con l’Accademia Nazionale delle Scienze concluse che delle sei stime esaminate, le cifre presentate dalla SDC erano le meno attendibili. La stima più attendibile è stata ritenuta quella fornita dal CRED (<em>Center</em> <em>for</em> <em>Research</em> <em>on</em> <em>the</em> <em>Epidemiology</em> <em>of</em> <em>Disasters</em>), un ente affiliato alla <em>World</em> <em>Health</em> <em>Organization</em> [Organizzazione mondiale della sanità], che aveva registrato 131.000 morti al culmine del conflitto, dei quali solo il 30% era attribuibile alle violenze. Le violenze calarono nettamente dopo il Gennaio del 2005; questo, sostiene Mamdani, grazie all’intervento della forza di pace dell’Unione Africana [AU]. Nel 2008, il numero dei morti dell’intero anno è diminuito fino ad arrivare a 1.500 vittime. Questi numeri sono molto più bassi di quelli che secondo le Nazioni Unite indicano un’emergenza, tanto meno un genocidio.</p>
<p>Il conflitto iniziò negli anni 1987-1989 come guerra civile, più a causa di una lotta per l’accaparramento della terra e delle risorse che per motivi di razza o di rivalità etniche – opponendo gli arabi per lo più nomadi e senza terra ai Fur, per lo più agricoltori e sedentari. Aggravato dal tentativo maldestro di Khartoum di varare negli anni ‘90 una riforma agraria, il conflitto strisciante esplose nel 2003 con una rivolta su vasta scala. Questa ebbe come conseguenza la brutale reazione del governo, che si servì dell’ausilio delle tribù nomadi del Darfur e del Chad.</p>
<p>Mamdani identifica tre cause che hanno contribuito al conflitto. La prima, è la storia del dominio coloniale, con cui gli inglesi attuarono un progetto di neo-tribalizzazione del Darfur attraverso un sistema amministrativo affidato agli indigeni, con la creazione di patrie tribali e l’introduzione di un principio discriminatorio che favoriva gli “indigeni” rispetto ai “coloni”. Questo provocò la spoliazione delle tribù nomadi, e in particolare dei nomadi cammellati del nord. L’identità tribale venne ulteriormente rafforzata con un censimento che richiedeva ad ogni interpellato di scegliere una “razza”; parliamo anche di una storia scritta che presentava gli arabi come “coloni” provenienti dal Medio Oriente; e di leggi che fornirono un trattamento privilegiato a chiunque fosse considerato “indigeno”. Questa narrazione permetteva anche ai colonizzatori inglesi di presentarsi come dei semplici continuatori di una preesistente colonizzazione araba.</p>
<p>Il secondo fattore è costituito dalla siccità e dalla desertificazione. L’orlo meridionale del Sahara avanzò di 100 chilometri, costringendo le tribù nomadi a rifugiarsi ancora più a sud, e a sconfinare infine nelle terre delle tribù sedentarie dei Fur.</p>
<p>Infine, la guerra civile nel confinante Ciad, dove i gruppi di opposizione armati dai contendenti della Guerra Fredda – Stati Uniti, Francia e Israele da un lato, Libia e Unione Sovietica dall’altro – avevano trovato frequentemente rifugio in Darfur, provocando una proliferazione di armi e di milizie. Mamdani spiega che le potenze occidentali si intromisero nel conflitto molto prima del Sudan; e che il regime islamico di Omar al-Bashir all’epoca non era ancora al potere.</p>
<p>La versione “arabi contro africani” oscura il fatto che almeno dall’epoca del colonialismo inglese gli arabi sono stati il gruppo più indigente del Darfur. “Se il Darfur era marginale in Sudan”, scrive Mamdani, “gli arabi erano marginali nel Darfur”. Contrariamente alla storiografia inglese – i cui assunti hanno fatto scuola negli scritti nazionalisti del ventesimo secolo – la maggior parte degli arabi arrivarono in Sudan come rifugiati per sfuggire alle persecuzioni dell’Egitto di Mamluk. Inoltre, la diffusione della cultura araba fu più una conseguenza dei commerci che di una conquista. Mamdani dimostra che l’”arabo” non è un’identità razziale, etnica o culturale. E’ un’identità politica presunta che è più un riflesso delle preferenze e del potere che di una genealogia. Ad esempio, gli ex schiavi diventati liberi divennero Fur nel Darfur, e arabi nel Funj, il sultanato del Sudan fluviale dominato dagli arabi. Essere arabo nel Darfur non significa nient&#8217;altro che essere la parte debole [della società]. Oggi il conflitto in Darfur è in atto sia tra gruppi arabi (i nomadi cammellati Abbala contro i nomadi mandriani Baggara) che tra i gruppi relativamente privilegiati dei Fur e dei Masalit contro i meno privilegiati Zaghawa. Ma la SDC enfatizza l’asse nord-sud del conflitto, che mette gli arabi contro i Fur, e ignora l’asse sud-sud, che mette gli arabi contro altri arabi.</p>
<p>Allo stesso modo, i ribelli del Darfur sfidano le facili classificazioni. Quando nel 2003 iniziò la rivolta, c’erano due gruppi principali – il Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza (JEM) e l’Esercito di Liberazione del Sudan (SLA) – ora si sono spaccati in 26. Il JEM, che è l’organizzazione più grande, ha un orientamento islamico e trae la sua ispirazione da Hassan al-Turabi, l’influente musulmano sudanese un tempo alleato di Omar al-Bashir. Per contro, lo SLA è di orientamento laico-africanista con legami, nel sud del paese, con l’Esercito di Liberazione del Popolo del Sudan (SPLA, guidato dal defunto John Garand). Prima della spaccatura tra musulmani a Khartoum, il governo aveva utilizzato – per le sue operazioni di antiguerriglia nel sud – i musulmani del Darfur guidati dal futuro fondatore del JEM, Khalil Ibrahim (Ibrahim si oppose alla politica di condivisione del potere che nel sud portò alla fine della guerra). Ma secondo lo studioso del Sudan Alex de Waal, entrambe le organizzazioni impararono “a descrivere i loro guai nei termini semplificati che si erano dimostrati così efficaci nel guadagnare le simpatie straniere alla causa del sud: esse erano le vittime “africane” di un regime “arabo””. All’inizio, la risposta del governo ai rivoltosi fu un fiacco tentativo di riconciliazione, seguito dall’armamento di una forza mandataria comprendente truppe di nomadi, molti dei quali provenienti dal Ciad, conosciuti come i <em>Janjawid</em>. Le conseguenze furono devastanti, con massacri su vasta scala e il trasferimento di 2.5 milioni di persone.</p>
<p>L’uso da parte di Khartoum di truppe mandatarie per reprimere la rivolta, e le morti e i trasferimenti di popolazioni che ne sono derivati, ricordano la politica americana in Iraq, dove le milizie – selezionate su base etnica – sono state impiegate contro rivoltosi in maggioranza sunniti. Ma a differenza dell’Iraq, dove secondo l’ultima indagine di Opinion Research Business sono morte a causa della guerra un milione di persone, la violenza del Darfur è stata definita un genocidio. Il Darfur ha poi suscitato negli Stati Uniti una mobilitazione senza confronti con il caso iracheno. Mamdani sostiene che questo è dovuto al fatto che l’Iraq richiede dagli americani un impegno come cittadini, con tutte le responsabilità e le scelte politiche del caso, mentre il Darfur richiede solo un impegno come esseri umani che agiscono per filantropia. Egli nota che “in Darfur, gli americani possono sentirsi come non sono in Iraq: come dei potenti salvatori”. Come ha osservato lo scrittore nigeriano Uzodinma Iweala, “sembra che in questi giorni, tormentato dal senso di colpa per la crisi umanitaria che ha creato in Medio Oriente, l’Occidente si sia rivolto all’Africa per la propria redenzione”. Parlando in termini di bene e di male, osserva Mamdani, la SDC si è comportata come “il grande spoliticizzatore”, che ha pregiudicato una soluzione politica in favore di una soluzione morale (e cioè militare).</p>
<p>In <em>Salvatori</em> <em>e</em> <em>Sopravvissuti</em>, Mamdani pone l’accento su soluzioni di tipo regionale, piuttosto che internazionale. Il modo degli occidentali di risolvere i conflitti in Africa è paragonabile solo ai programmi di messa a punto strutturale del Fondo Monetario Internazionale: “Quelli che prendono le decisioni, non devono vivere in mezzo alle loro conseguenze, né pagare per esse”. L’Occidente enfatizza la crisi umanitaria contro un’eventuale soluzione politica semplicemente per prolungare il conflitto. Per contro, l’approccio dell’AU è sia umanitario che politico. L’intervento in Darfur dell’AU è stato molto efficace nel ridurre la violenza, anche se il suo operato è stato minato dalle potenze occidentali, che non sono riuscite a fornire il sostegno che avevano promesso quando l’AU ottenne il cessate-il-fuoco di N’Djamena dell’Aprile del 2004. E’ stato anche calunniato dalla propaganda della SDC. Mamdani sostiene che buona parte di tale propaganda era volta a screditare l’AU per screditare il concetto di “soluzione africana di un problema africano”. Lo scopo era quello di ridicolizzare le forze dell’AU e di portarle sotto il comando occidentale. In un editoriale “op-ed”<a name="_ftnref3" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=4235219745144681009#_ftn3">[3]</a> del Washington Post, significativamente intitolato “Smettete di salvare l’Africa”, Iweala si chiede: “Come mai un ex diplomatico americano di medio livello riceve più attenzione per le sue pagliacciate da cowboy in Sudan dei numerosi paesi dell’Unione Africana che hanno inviato cibo e truppe e hanno speso molto tempo per negoziare un accordo tra tutte le parti in causa di questa crisi?”.</p>
<p>Il recente procedimento di accusa del Tribunale Penale Internazionale ha ulteriormente radicalizzato il governo di Khartoum nel suo atteggiamento di sfida. Le incriminazioni durante un conflitto in corso possono solo esasperare le cose, a detta di Mamdani. Soprattutto quando l’ente giudicante è dimostrabilmente fazioso. Il modello dei tribunali internazionali dovrebbe essere quello della Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sudafrica post-apartheid, piuttosto che quello di Norimberga – la giustizia dei sopravvissuti piuttosto che quella dei vincitori. Il benessere delle popolazioni ancora in vita non deve essere subordinato all’imperativo di punire i singoli perpetratori. Mamdani offre un tagliente esempio di critica quando parla del “Nuovo Ordine Umanitario”, che ha soppiantato il colonialismo tradizionale e ha trasformato la questione dei diritti umani in un nuovo pretesto per gli interventi. La “comunità internazionale”, che secondo Mamdani non è nient’altro che il “nome di battaglia delle potenze occidentali dopo la Guerra Fredda”, ha creato “un sistema biforcato in cui la sovranità dello stato è in vigore in gran parte del pianeta ma viene sospesa in un numero sempre maggiore di paesi dell’Africa e del Medio Oriente”, riducendo i cittadini al rango di “minori” in “un’operazione di soccorso internazionale senza limiti”.</p>
<p>Sembra che l’Amministrazione di Obama abbia operato un taglio rispetto all’approccio del suo predecessore e abbia ordinato una revisione della sua politica in Sudan. Scott Gration, il nuovo inviato, ha già visitato Khartoum e il Darfur, come pure John Kerry, presidente della Commissione Esteri del Senato americano. Nel caso dell’Amministrazione Bush, la SDC era riuscita a mobilitare il Congresso contro il Dipartimento di Stato, che stava cercando una soluzione politica &#8211; improntata all’accordo basato sulla condivisione dei poteri &#8211; che aveva posto fine all’annoso conflitto nel sud. Rimane da vedere quanto l’Amministrazione di Obama sarà in grado di resistere alla formidabile attività di lobby della SDC. Mentre Mamdani sostiene che lo scopo della SDC è di indurre il governo americano a intervenire militarmente in Sudan, appare chiaro che il vero interesse dello zoccolo duro dell’organizzazione è di perpetuare il conflitto in modo da continuare a usare l’immagine degli arabi come perpetratori per stornare l’attenzione dalla realtà regionale degli arabi in quanto vittime.</p>
<p><a name="_ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=4235219745144681009#_ftnref1">[1]</a> Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: <a href="http://electronicintifada.net/v2/article10581.shtml">http://electronicintifada.net/v2/article10581.shtml</a><br />
<a name="_ftn2" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=4235219745144681009#_ftnref2">[2]</a> Lungo dibattito pubblico, specialmente all’università (spesso in forma di protesta civile) con una serie di interventi da parte di esperti, generalmente su argomenti politici, sociali o di attualità<br />
<a name="_ftn3" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=4235219745144681009#_ftnref3">[3]</a> L’<em>op</em>-<em>ed</em> è la pagina dei commenti dei quotidiani americani</p>
<p>Sito di riferimento:</p>
<p><a href="http://andreacarancini.blogspot.com/2009/06/il-darfur-e-un-diversivo.html">http://andreacarancini.blogspot.com/2009/06/il-darfur-e-un-diversivo.html</a></p>
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