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	<title>salvemini &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
	<link>http://en.wordpress.com/tag/salvemini/</link>
	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "salvemini"</description>
	<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 15:38:24 +0000</pubDate>

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	<language>en</language>

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<title><![CDATA[Padova, prete vuole benedire defunta atea. ]]></title>
<link>http://neroassenso.wordpress.com/2009/11/04/padova-prete-vuole-benedire-defunta-atea/</link>
<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 09:59:34 +0000</pubDate>
<dc:creator>rosalbas</dc:creator>
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<description><![CDATA[LIBERTA&#8217; PER CHI???? Da un lato irridono le nostre iniziative, dicendoci che non ce n’è bisogn]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:center;"><span style="color:#ff6600;"> LIBERTA&#8217; PER CHI????</span></p>
<p>Da un lato irridono le nostre iniziative, dicendoci che non ce n’è bisogno, che in Italia siamo già liberi di non essere cristiani.</p>
<p>Dall’altra, però, cercano ad ogni passo, in ogni momento, di attaccarci il loro adesivino, di applicarci il loro timbro, di piantarci nella schiena la loro bandierina.</p>
<p>Liberi di non credere, ma &#8230;una volta morti ti vogliono benedire; libero di fare apostasia, ma nella risposta alla richiesta di sbattezzo ti fanno sapere che non c’è scampo, hai solo rinunciato agli effetti pratici del sacramento, ma ti considereranno sempre uno dei loro.</p>
<p>Libero di educare i tuoi figli ad altre religioni, di non fargli frequentare l’ora di Cattolicesimo…però il bimbo DEVE avere di fronte un crocifisso, che lo guarda per tutto il tempo in cui sta in classe.</p>
<p>Libero di non essere cristiani, ma il Paese è “cristiano” quindi ti becchi leggi ispirate dalla Bibbia e devi pure stare zitto.</p>
<p>Autore NEBO da <a href="http://www.uaar.it/news/2009/11/04/padova-prete-vuole-benedire-defunta-atea/#comment-313795">Le Ultimissime</a></p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://www.uaar.it/news/2009/11/04/padova-prete-vuole-benedire-defunta-atea/"><span style="color:#ff6600;"><strong>Cosa è l&#8217;arroganza: un esempio.</strong></span></a></p>
<p>Bruna Villella Radelli, 75 anni, sorella di Giorgio Villella, segretario UAAR dal 1999 al 2007, è morta l’altro ieri in un hospice di Padova dopo una lunga malattia. I familiari, anziché essere lasciati in pace con il loro lutto, hanno invece dovuto ribattere all’arroganza del cappellanno, che intendeva a tutti i costi benedire la salma, benché la defunta fosse notoriamente atea. La figlia si è opposta ed è stata insultata: “il sacerdote ha detto che quella era casa sua, che lì faceva quello che voleva e che sarebbe ripassato una volta che i parenti fossero andati via”. I familiari hanno chiesto il trasferimento del corpo all’obitorio dell’Ospedale civile di Padova.</p>
<p><span style="color:#ff6600;">“La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro”</span></p>
<p><span style="color:#ff6600;"> </span></p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#ff6600;">(Gaetano Salvemini)</span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Niccolò Tommaseo e l’italianità dimenticata]]></title>
<link>http://msdfli.wordpress.com/2009/10/20/niccolo-tommaseo-e-l%e2%80%99italianita-dimenticata/</link>
<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 02:22:14 +0000</pubDate>
<dc:creator>istorian</dc:creator>
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<description><![CDATA[Il primo ad utilizzare il termine malavita per questioni legate alla vita politica nazionale è stato]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Il primo ad utilizzare il termine malavita per questioni legate alla vita politica nazionale è stato]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Arfè. La morte non spegne un pensiero fecondo]]></title>
<link>http://giuseppearagno.wordpress.com/2009/09/11/arfe-la-morte-non-spegne-un-pensiero-fecondo/</link>
<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 16:33:32 +0000</pubDate>
<dc:creator>giuseppearagno</dc:creator>
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<description><![CDATA[Spesso, nell&#8217;imbarbarimento di quest&#8217;anno terribile per la democrazia, mi sono tornati i]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Spesso, nell&#8217;imbarbarimento di quest&#8217;anno terribile per la democrazia, mi sono tornati in mente Arfè e le nostre ultime conversazioni nel suo studio. Benché vecchio, malato e stanco, Arfè, sapeva guardare ancora avanti e la comprensibile nostalgia per gli anni della giovinezza non lasciava molto spazio all&#8217;avvilimento. Il 13 settembre saranno due anni ma, non so bene perché, tutto mi pare incredibilmente lontano: l&#8217;ombra della sera che giungeva inavvertita, i suoi ricordi, le mie domande e lo sforzo ostinato di leggere il presente alla luce del passato. Non so com&#8217;è andata. Sarà che abbiamo col tempo un rapporto davvero soggettivo, sarà che le sconfitte pesano e rendono tutto più vago e sfumato o che i punti di riferimento contano più di quanto crediamo, d&#8217;un tratto mi accorgo che questi ultimi mesi sono stati per me lunghi come anni. E anni, molti anni, ho la sensazione di aver vissuto da quando Arfè se n&#8217;è andato. Per ricordarlo, nel secondo, mesto anniversario della morte e, allo stesso tempo, per vincere questa sensazione intollerabile d&#8217;una lontananza che assume i connotati dello sconforto e apre la via ad una sorta di resa incondizionata, in questi ultimi giorni mi sono perso tra le carte che di lui conservo. Qui scorrendo, lì ricordando o leggendo, m&#8217;è passato davanti il suo mondo. Ho ritrovato così, con emozione crescente, il dirigente politico che si distinse ai vertici del partito socialista per le doti culturali, la singolare onestà intellettuale e la rigorosa formazione, forgiata a Napoli alla scuola di Croce e affinata nella Firenze degli anni Cinquanta dall&#8217;amicizia e dalla collaborazioni con uomini della statura di Calamadrei, Salvemini, Codignola, Enriques Agnoletti, La Pira e Don Milani. Tra articoli, lettere e annotazioni, ho ritrovato il pensiero lucido e profondo dello storico e la passione del militante, l&#8217;uno complementare all&#8217;altro e, insieme, capaci di cogliere in largo anticipo il naufragio del craxismo, nel limiti di un pragmatismo alieno da preoccupazioni etiche e pronto a sottrarsi al rigore della più autentica tradizione socialista. Mentre le carte scorrevano, in un andirivieni tra passato e presente, una foto di Arfè mi ha sorriso dalla copertina d&#8217;un bel libro fresco di stampa: <em>Il Ponte di Gaetano Arfè 1954-2007</em>, uscito in questi giorni per i tipi del Ponte Editore, per ricordare lo storico, l&#8217;intellettuale e il dirigente politico con l&#8217;aiuto di un gruppo di ingegni scelti &#8211; Enzo Collotti, Donatella Cherubini, Andrea Ricciardi, Andrea Becherucci e Marcello Rossi &#8211; che presentano i suoi numerosi scritti usciti sul &#8220;Ponte&#8221; di Calamandrei. Un libro da leggere, penso, mentre smetto di cercare e, per ricordarlo ai lettori, ricavo dal prezioso volume un articolo molto significativo. E&#8217; l&#8217;Arfè a me forse più familiare, l&#8217;uomo che, di fronte allo sfacelo della vita politica italiana, benché vecchio, non si tira indietro, non rinunzia a lottare e diventa, osserva la Cherubini, &#8220;<em>un libero tiratore</em>&#8220;, come fu Salvemini per gran parte del Novecento. Il grande storico è consapevole che un ciclo si è ormai chiuso, ma rivendica alla sua generazione il nesso profondo tra agire politico e coerenza etica rispetto a un quadro di riferimento costituito da grandi valori. In questo senso, il frequente ricorso a note autobiografiche non è solo la testimonianza viva di un&#8217;esprienza politica, ma una scelta consapevole, per la quale la partecipazione alla guerra di liberazione, il ruolo svolto negli anni decisivi della nascita della repubblica e della ricostituzione delle organizzazioni dei lavoratori, l&#8217;approdo al Parlamento europeo diventano, di per sé, &#8220;fatti della storia&#8221;. Quando Arfè scrive l&#8217;articolo &#8211; siamo nel 2006 &#8211; il berlusconismo ha contagiato da tempo quello che è stato il suo campo. L&#8217;intellettuale rigoroso non si fa illusioni, ma rimane storico e militante e non rincorre l&#8217;inutile e amara soddisfazione di chi ha previsto la tragedia. Ciò che cerca è un obiettivo a cui ancorarsi, una trincea da cui riorganizzare la lotta. Arfè conserva implacabile la sua lucidità, è tagliente e amaro, ma non si lascia andare a uno sterile pessimismo. Con una intuizione che sfiora la premonizione avverte il rischio paradossale di &#8220;<em>un paese a maggioranza laico che finisce sotto la cappa del clericalismo</em>&#8220;. Lo sguardo è acutissimo, la franchezza estrema, la passione immutata e i termini del problema gli appaiono chiari: la &#8220;<em>malapianta del berlusconismo&#8221;</em> va estirpata. Non è solo una dichiarazione d&#8217;intenti. Ci sono strumenti, c&#8217;è ancora un <em>ethos</em> della politica, ci sono i valori e i principi della Costituzione.<br />
L&#8217;uomo non è più con noi, ma la morte non spegne il pensiero fecondo. Tocca a noi far sì che un seme ne germogli. Possiamo e dobbiamo. Arfè ci fu maestro.</p>
<p>Giuseppe Aragno</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Pe</strong><strong>r estirpare la malapianta</strong><br />
Quaderno del Ponte n. 6, giugno 2006</p>
<p>La battaglia per la difesa della costituzione sta arrivando alla sua fase decisiva.<br />
Dopo Caporetto, siamo sulla linea del Piave e c&#8217;è da sperare che tenga. Io credo però che a questo punto giovi, non per cedere al gusto sterile della recriminazione ma per poter riprendere e conservare l&#8217;iniziativa, fermare l&#8217;attenzione su alcune questioni che nel loro susseguirsi e nel loro concatenarsi hanno generato la situazione drammatica, intrisa di grottesco, nella quale ci troviamo.<br />
La prima è che la &#8220;repubblica dei partiti&#8221; è stata investita nella sua fase calante da una sorta di controrivoluzione culturale a dimensione internazionale che ha messo in crisi idealità e principi fin lì generalmente accettati e che erano il retaggio della Resistenza. Il risultato più vistoso è stato il declino della cultura storica e il dilagante prevalere di quella sociologica e, in essa, di quella sua sottospecie che è la politologia, ampollosamente presentata come scienza della politica.<br />
I nostri vecchi ebbero, fin troppo forte, il senso della storia. Comunisti e socialisti, in particolare, ritennero di muoversi sul filo della sua onda lunga, quella partita dalla Rivoluzione di ottobre, e tardarono a rendersi conto &#8211; i comunisti per tempi disastrosamente lunghi &#8211; che l&#8217;onda si era infranta. Non cedettero pero mai all&#8217;illusione che i meccanismi della politica potessero essere modificati secondo moduli scolasticamente inventati o innestandovi pezzi estranei, frutto di tutt&#8217;altre e irriproducibili esperienze.<br />
La &#8220;repubblica dei partiti&#8221; aveva al suo attivo la ricostruzione dell&#8217;Italia dopo la catastrofe, aveva costruito istituzioni democratiche forti del consenso popolare, che avevano resistito alle lacerazioni della guerra fredda, avevano superato la crisi del centrismo, avevano consentito la svolta del centrosinistra e un forte avanzamento sociale e civile della società italiana, nonostante le manovre eversive di ordine interno e internazionale. Suo punto di debolezza rimaneva quello che la presenza di un Partito comunista radicato massicciamente nel paese e dotato di un quadro dirigente capace e autorevole, ma ancora legato per più fili all&#8217;Unione Sovietica, rendeva impraticabili alternative di governo. Il problema di un rinnovamento si poneva in termini di urgenza. Craxi e Berlinguer, fatte salve tutte le differenze e le divergenze, culturali, politiche e temperamentali, lo intuirono ma non riuscirono a risolverlo. Su questa situazione calarono, convergendo, due eventi di natura e dimensioni diverse: la fatidica caduta del muro di Berlino, l&#8217;esplosione di Tangentopoli, dietro la quale era anche la rivolta torbida di una &#8220;società civile&#8221;, in realtà incivile e anarcoide che intendeva abbattere il primato, intriso ormai di arroganza, della politica. Sulle rovine calarono i politologi a insegnare le leggi della politica a un giovane e ambizioso quadro dirigente, provinciale, idealmente e culturalmente indigente, disavvezzo a studiare e a riflettere, avvezzo a nutrirsi degli editoriali e dei pastoni dei maggiori quotidiani italiani.<br />
La polemica contro i vizi della partitocrazia si tradusse, con clamorosa ignoranza della storia, in svalutazione del partito in quanto tale e in esaltazione della cosiddetta società civile, di per sé, nella sua massa, prona a tutti i conformismi e rotta a tutte le corruzioni, quella a cui Berlusconi ha dato organica rappresentanza.<br />
La denuncia della &#8220;obsolescenza delle ideologie&#8221; si risolse in negazione delle idealità che sono state, e restano, nel bene e nel male, fattori attivi di storia; sono state considerate ciarpame le classiche dottrine politiche liberali e socialiste sulle quali si è costruita la civiltà europea e con esse l&#8217;etica che ne promanava.<br />
Si è parlato di bipolarismo e siamo arrivati a un bipolarismo fatto di due coalizioni eterogenee e rissose, una sola delle quali ha il discutibile privilegio di avere un padre-padrone, e nelle quali convivono, accanto a residuati dei partiti storici, modeste compagnie di ventura che non disdegnano il ricatto politico. Gli uni e le altre sono regolamentate da norme rispetto alle quali il centralismo democratico di togliattiana memoria era un modello di rispetto del buon costume politico.<br />
Si è svalutato di fatto il parlamento con una serie di provvedimenti e di regole: la riduzione a una delle preferenze, una riforma elettorale sgangherata e balorda, il limite delle due legislature per i parlamentari che non hanno santi in paradiso &#8211; una per imparare il mestiere, la seconda per dimenticarlo nell&#8217;impegno di procurarsi un&#8217;occupazione alla scadenza del mandato &#8211; mentre manca un corpo di parlamentari di lungo corso che assicuri continuità ed efficacia al lavoro legislativo. Il punto d&#8217;approdo è lo sconcio della nomina dei senatori e dei deputati da parte delle gerarchie partitiche, un ritorno ai tempi della Camera dei fasci e delle corporazioni. I pochi casi di &#8220;primarie&#8221; che si sono registrati sono rimasti casi di folklore politico, direi per nostra fortuna perché temo fortemente che se si fossero diffusi avremmo assistito a episodi assai poco edificanti.<br />
Si è voluta l&#8217;elezione diretta degli amministratori locali e si sono creati centri di potere personale, sottratti a ogni controllo, portati, se non addirittura costretti, a organizzarsi in clientele, aperte in molti casi a infiltrazioni mafiose. Su questo sfasciume istituzionale dovrebbe ergersi un presidente dotato di poteri che non hanno i monarchi.<br />
A creare il terreno idoneo al fiorire e al fruttificare di tante idiozie un contributo importante lo ha dato il cosiddetto revisionismo che ha investito tutti i campi delle scienze umane, ma, con effetti particolarmente vistosi, la storia. Studiosi che hanno violentato la metodologia storica e sciacalli d&#8217;archivio si sono mobilitati perché la pacificazione nazionale divenisse parificazione tra carcerieri e carcerati, assassini e assassinati, torturatori e torturati. Le brecce che l&#8217;offensiva apri anche nel fronte antifascista furono rilevanti. L&#8217;onorevole Violante scopri il patriottismo dei «ragazzi di Salò», senza curarsi di spiegare quale patria questi avessero scelta. Inconscio precursore, un canzonettista napoletano aveva cantato sulle rovine ancora calde della guerra: «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, dimentichiamo il passato guardando il cielo e il mare». E&#8217; mancato poco che ai combattenti di Salò venisse riconosciuta con apposito provvedimento legislativo la qualifica di combattenti. L&#8217;obiettivo era e resta chiaro: la Costituzione nata dalla Resistenza deve perdere il titolo della sua legittimità storica, la coscienza nazionale repubblicana e democratica deve essere frantumata, la patria deve essere degradata ad azienda. Il federalismo che vanta una mobilissima tradizione nella storia d&#8217;Italia da Carlo Cattaneo a Silvio Trentin e che Spinelli levò a bandiera dell&#8217;Europa unita è divenuto l&#8217;ideologia becera faziosa e razzista di una sparuta minoranza che ha segnato di sé la vita della repubblica berlusconiana.<br />
Corre voce, e anch&#8217;io ci credo, che la democrazia sia un regime carico di difetti ma che finora non ne è stato inventato uno migliore. Ma una democrazia senza partiti non è democrazia, è un regime aperto a tutte le involuzioni plebiscitarie e totalitarie. Non è possibile governare democraticamente un paese moderno senza strumenti di organizzazione e di orientamento delle masse che non siano le antenne televisive, di selezione del quadro dirigente, di controllo dei rappresentanti. E non è possibile inventare i partiti. Nell&#8217;Italia repubblicana essi hanno tratto i loro titoli di legittimità e anche di nobiltà dalla Resistenza che fu integralmente opera loro, ci hanno dato la Costituzione, hanno portato il nostro paese disfatto dal fascismo a essere tra i protagonisti dell&#8217;integrazione europea, hanno isolato e battuto, senza leggi eccezionali, il terrorismo rosso, bianco e nero. Il solo partito inventato, quello di Berlusconi, ha portato nella lotta politica una carica primitiva di spirito illiberale e di velleità eversive dalle quali è stato costretto a prendere le distanze finanche Pier Ferdinando Casini nelle cui vene scorre ancora a un residuo di sangue democristiano.<br />
E qui un monito va rivolto ai sostenitori della nuova invenzione del genio italico. Il partito democratico, che non ha riscontri in Europa, ma ci avvicina al modello americano. Il primo punto è l&#8217;estrema, difficilmente superabile, difficoltà di far convivere nella stessa formazione politica laici e cattolici in una fase in cui le gerarchie vaticane avanzano la pretesa di essere la sola fonte dell&#8217;etica che deve ispirare l&#8217;azione politica nei campi della scuola, della ricerca scientifica, dei rapporti sociali e civili. I cattolici poterono organicamente collaborare coi partiti laici e poi coi socialisti perché i rapporti erano di reciproca autonomia.. Il divorzio e l&#8217;aborto furono possibili, senza traumatiche rotture, perché i democristiani ebbero la possibilità di dire il loro &#8220;no&#8221; e di battersi lealmente e democraticamente nel parlamento e nel paese. All&#8217;interno dello stesso partito un&#8217;intesa sarebbe stata impossibile. Il problema si ripresenterebbe oggi &#8211; se ne vedono già i segni &#8211; e potremmo avere il paradosso di un paese a maggioranza laico che finisce sotto la cappa del clericalismo, grazie al gioco dei compromessi dettati dall&#8217;opportunismo.<br />
Ma c&#8217;è una seconda considerazione da fare. E vero che non è più ipotizzabile un partito che abbia una propria dottrina ufficiale, ma non può avere un avvenire un partito che non abbia una tradizione a cui rifarsi, una cultura alla quale attingere, delle idee-guida alle quali ispirarsi. Il riformismo informe del quale si parla e straparla può coprire qualsiasi realtà, anche il berlusconismo. Un partito d&#8217;avvenire ha bisogno di riprendere e sviluppare tutti i motivi critici nei confronti del sistema nel quale viviamo. Non ci sono provvedimenti di riforma per restituire vivibilità alle metropoli, per sgominare la criminalità divenuta una potenza mondiale, per regolare le migrazioni massicce di dannati della terra, per liberare miliardi di esseri umani dalla fame, dalle malattie, dai genocidi, per porre fine alle guerra e ai terrorismi che esse evocano, per contenere gli sconvolgimenti climatici, per salvare le risorse necessarie alla sopravvivenza dei nostri figli e dei nostri nipoti. Per questo urge una svolta nella concezione della funzione della politica, dei suoi principi, dei suoi valori. Non si può più, come agli albori della rivoluzione industriale, assegnare al mercato il ruolo della divina provvidenza, ipotizzare, in forme adeguate, il ritorno alla legge bronzea del salario &#8211; oggi è il precariato a vita &#8211; per governare il lavoro, ignorare che lo sviluppo, cosi come viene inteso e perseguito, è una minaccia alla vita del pianeta terra.<br />
Ora il referendum è alle porte e bisogna cercare di vincerlo. Non temo i suoi sostenitori, molti dei quali hanno votato l&#8217;affossamento della Costituzione sotto la minaccia dello sferza, pur riconoscendo, come ha detto uno di essi della legge elettorale, che è una «porcata». Temo il disimpegno e anche l&#8217;ignavia di molti dei difensori dell&#8217;attuale Costituzione. Paghi di aver portato al Quirinale Giorgio Napoletano &#8211; vecchio e carissimo amico al quale rivolgo, quale collaboratore (forse il più antico) del «Ponte», l&#8217;augurio fraterno della rivista e mio personale -, Marini a Palazzo Madama e Bertinotti a Montecitorio, i difensori della Costituzione non appaiono impegnati in quel massiccio sforzo di mobilitazione che caratterizzò i grandi referendum della nostra storia, quello per la repubblica, quello per il divorzio, quello per l&#8217;aborto.<br />
Ma quand&#8217;anche la sorte ci arridesse, resta tutto aperto il problema di rinnovare dal profondo la cultura politica del ceto dirigente del nostro paese, di estirpare dalle radici la malapianta del berlusconismo che alligna anche tra le file della nuova maggioranza, di ritornare ai valori e ai principi che la Costituzione ha affermato, per calarli nella realtà italiana ed europea del nostro tempo.</p>
<p>Uscito su &#8220;<a href="http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=13201">Fuoriregistro</a>&#8221; il 12 settembre 2009</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[The Continued Fleecing Of America And Its Citizens By The Financial Elites]]></title>
<link>http://dprogram.net/2009/07/11/the-continued-fleecing-of-america-and-its-citizens-by-the-financial-elites/</link>
<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 14:27:06 +0000</pubDate>
<dc:creator>sakerfa</dc:creator>
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<description><![CDATA[Many people are raised with an orientation, indeed an imperative sense, that puts compassion and eth]]></description>
<content:encoded><![CDATA[Many people are raised with an orientation, indeed an imperative sense, that puts compassion and eth]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[ Fascialism: The New American System]]></title>
<link>http://dprogram.net/2009/06/13/fascialism-the-new-american-system/</link>
<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 05:36:42 +0000</pubDate>
<dc:creator>indglass</dc:creator>
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<description><![CDATA[&#8220;If classical liberalism (libertarianism) spells individualism, fascism spells government.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[&#8220;If classical liberalism (libertarianism) spells individualism, fascism spells government.]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Liberiamoci della Liberazione]]></title>
<link>http://zamax.wordpress.com/2009/04/27/liberiamoci-della-liberazione/</link>
<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 12:56:12 +0000</pubDate>
<dc:creator>Zamax</dc:creator>
<guid>http://zamax.wordpress.com/2009/04/27/liberiamoci-della-liberazione/</guid>
<description><![CDATA[Fino a non molti anni fa si celebrava la festa del 4 Novembre, Giornata della Vittoria e delle Forze]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;">Fino a non molti anni fa si celebrava la festa del 4 Novembre, Giornata della Vittoria e delle Forze Armate. Non avendo le stimmate della perfetta santità democratica, cadde subito vittima sul fronte della razionalizzazione del calendario lavorativo, un po&#8217; troppo lassista, dei fannulloni dell&#8217;epoca pre-brunettiana. E in fondo, dove fu la Vittoria? Più che porgere la sua chioma all&#8217;Italia, fu essa a fare lo scalpo allo Stivale. Nell’Italia fatta col regolo dei laici tutti d’un pezzo, dei pianificatori centralisti, di destra quasi sempre, di sinistra sempre, perfino i liberali col culto della Patria, nel clima aggressivamente positivista dei primi anni del ‘900, videro nella prima guerra mondiale l’occasione di portare a compimento il Risorgimento, geograficamente e antropologicamente, mirando a impadronirsi delle spoglie subalpine del traballante Impero Austro-Ungarico senza aspettarne la naturale decomposizione, e a fondere definitivamente le genti italiche, ora uniformate dalla divisa, nel “crogiolo” della guerra.</p>
<p style="text-align:justify;">Giolitti aveva avuto ben chiari i limiti dell’ancora fragile costruzione italiana, e solo nel 1911 si era deciso a calmare gli appetiti del crescente nazionalismo, sempre sintomo di un cattivo metabolismo interno che cerca sfogo all’esterno, con l’impresa semidomestica della conquista della Cirenaica e della Tripolitania. Ma non bastò. E nel 1915 si andò in guerra. Nessuno, in Europa come in Italia, previde l’immane macello. Un paese non provato dalle scosse telluriche della guerra e del dopoguerra forse avrebbe resistito meglio alle patologie del novecento. Subito dopo l’immortale vittoria, infatti, invece del vaticinato parto della razza italiana ci fu il collasso. E’ un vecchio e ostinato mito – un infido costruttivismo di ordine politico, per così dire &#8211; mettere a fondamento non tanto del sentimento quanto della coesione nazionale guerre di “liberazione” o di difesa dallo straniero. Cosicché a volte le si cerca, a guisa di grandioso esperimento di laboratorio su materiale umano, nel tentativo artificioso di accelerarne lo sviluppo. Oppure si spiega la gracilità di quest’ultimo, retrospettivamente, proprio con la mancanza di tali prove del fuoco.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma l’idea astratta e perciò fuorviante dell’incompiutezza del Risorgimento ha fatto vittime illustri anche su altri versanti ideologici, ed è il segno di una forma mentis che come una malattia endemica non è mai del tutto scomparsa dalla penisola. Che Gramsci considerasse il Risorgimento una “rivoluzione incompiuta”, in quanto le masse popolari vi figurarono solo come soggetti passivi, non vi ricorda qualcosa? Non vi ricorda qualcosa legato a doppio filo alla retorica bolsa del 25 Aprile? Non vi ricorda i miti brigatisti della “resistenza tradita”? E quelli neogiacobini della democrazia non ancora “compiuta” della sinistra legalitaria dei giorni nostri, quella lugubre e saputa del gran sacerdote Zagrebelsky ad esempio? Che la figura di Giolitti, che ci governava un secolo fa, non sia ancora riuscita a togliersi di dosso la nomea di “ministro della malavita”, a causa della celebre definizione di Gaetano Salvemini, non è un significativo esempio, proprio perché non volgare, del radicalismo apocalittico di quella stessa sinistra laica e socialista dal cui corpaccione ottocentesco subito dopo la guerra, nell’avvitarsi della crisi, fuoriuscirono il Partito Fascista e a quello Comunista, e le cui pulsioni demonizzanti ancor oggi non hanno trovato perfettamente pace?</p>
<p style="text-align:justify;">Nella sua “Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni” Sergio Romano nota, dolendosene, che <em>“né i cattolici né i comunisti”</em> – cioè di gran lunga le due maggiori formazioni politiche degli anni del dopoguerra e dell’era repubblicana –<em> “condividevano i principi ispiratori dello stato unitario”.</em> Ma ciò forse non era dovuto al fatto che anche per l’illuminato liberalismo ottocentesco da grandi proprietari terrieri, che egli sembra rimpiangere e che indubbiamente ebbe i suoi meriti, il popolo rimaneva pur sempre una manovalanza anonima che alle <em>élites</em> spettava guidare, educare, alla bisogna bastonare, non dissimilmente da quanto avrebbero potuto fare i <em>comitati centrali </em>dei demagoghi socialisti o i <em>gran consigli</em> di quelli nazionalisti?</p>
<p style="text-align:justify;">I lunghi decenni del potere democristiano non sono stati un’usurpazione clericale del potere civile: hanno chiuso una ferita più con la storia di un popolo che con la Chiesa Cattolica; ma hanno anche tolto ogni illusione sulla praticabilità e sull’opportunità di un “partito dei cattolici”. Dall’altra parte, rimasto sfortunatamente in canna il colpo della rivoluzione, i comunisti dovettero acconciarsi all’italianità e lo fecero furbescamente a loro modo, impadronendosene. Trovarono al paese una nuova data di nascita: il 25 aprile 1945. Come dal giorno della <em>Marcia su Roma</em> 23 anni prima partì <em>l’Anno I</em> dell’era fascista, dal giorno della “liberazione” partì idealmente <em>l’Anno I</em> della democrazia, di cui si autonominarono guardiani e garanti, e costruirono il mito fondante della Resistenza con un corredo mirabolante di balle spaziali. Trasformare il disastro di una guerra persa e strapersa in una mezza vittoria; trasformare un’attività di guerriglia militarmente ininfluente per gli esiti della Liberazione, per di più condotta in buona parte da una banda di rivoluzionari pronta a mettere in riga il paese con ancor più fanatismo dei manganellatori del ’22, per di più composta questa banda da una truppa numerosa di voltagabbana dell’ultima ora; per di più presente questa truppa numerosa di voltagabbana soprattutto in quelle roccaforti nere che nel giro di una notte si mutarono nelle roccaforti rosse del dopoguerra e cominciarono subito a rompere i marroni con l’antifascismo con lo stesso zelo esibito nell’epoca fascista; trasformare tutto questo nella sollevazione morale di un popolo che assisteva passivo è un gioco di prestigio da pagliacci più che da bari di professione.</p>
<p style="text-align:justify;">Non fu solo Mussolini a voler “fare” gli italiani; nel loro piccolo tutte le ideologie politiche cercarono di imporre al paese un modello dell’italiano <em>comme il faut</em> creato a propria immagine e somiglianza. L’ebete devoto della Resistenza e della Costituzione – la Bibbia Laica di qualche serioso e involontario umorista &#8211; ne è solo l’ultima versione. Rompere l’incantesimo dei diversi settarismi via via spacciatisi per esempi di ortodosso civismo è l’impresa riuscita allo statista… Silvio Berlusconi. La storia renderà merito allo <em>psiconano</em>, al <em>caimano</em> e anche allo spelacchiato aspirante sciupafemmine con la <em>bandana</em>, ci si metta il cuore in pace. E finalmente agli italiani sarà concesso di “farsi” a modo loro, senza che qualche maestrino del kaiser di religione laico-repubblicana si senta in dovere di indicare loro la via, la verità e la vita.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://www.giornalettismo.com/archives/24816/liberiamoci-della-liberazione/">[pubblicato su Giornalettismo.com]</a></p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[GramsciaNet]]></title>
<link>http://arums.wordpress.com/2009/04/04/gramscianet/</link>
<pubDate>Sat, 04 Apr 2009 13:12:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>arums</dc:creator>
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<description><![CDATA[Nasce dopo una riflessione di quasi un anno, GramsciaNet, un progetto virtuale, ma che si pone come ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Nasce dopo una riflessione di quasi un anno, <a href="http://gramsci.objectis.net/">GramsciaNet</a>, un progetto virtuale, ma che si pone come obiettivo di interferire (positivamente) nel reale e mettere in contatto studiosi gramsciani che cercano materiale o semplicemente intendono condividere i propri studi. Insomma, un Gramsci in salsa Open Source, o per meglio dire, <a href="http://gramsci.objectis.net/users-works/elisabetta-roggero/english-free-software-open-source-1">Free</a>, not as in Free beer, ma libero/liberato.<br />
Il sito è stata una mia idea e probabilmente prima di partire dovrà passare ancora molto tempo, intanto credo sia importante la sintesi di informazioni sugli scritti gramsciani reperibili gratuitamente in rete (italiano, francese, inglese, spagnolo), talvolta delle vere e proprie raccolte sistamatiche.<br />
Se aveste bisogno di un documento che non riuscite a trovare nelle biblioteche della vostra città, provate a lanciare un sasso in rete, iscrivendovi su GramsciaNet, è possibile che un altro studioso gramsciano possieda quello studio e lo possa mettere a vostra disposizione.<br />
Se invece avete qualche dubbio su qualche concetto gramsciano, chiedete aiuto in rete, magari evitando le yahoo answers <img src='http://s.wordpress.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /> , scrivete su GramsciaNet la vostra domanda nella sezione <a href="http://gramsci.objectis.net/community/questions-about-gramsci">Questions</a>.<br />
E ancora&#8230; se intendete lasciare in rete un vostro contributo su Gramsci, o per qualsiasi dubbio, informazione, curiosità, iscrivetevi o scrivete direttamente qui:</p>
<p><img alt="email GramsciaNet" src="http://gramsci.objectis.net/portal_skins/custom/email_gramscianet.jpg" title="email GramsciaNet" /></p>
<p>Tutto il materiale è pubblicato sotto licenza Creative Commons, dove potrete scegliere se il vostro materiale possa essere usato o meno per scopi commerciali da parte di terzi, se possa essere modificato. Per maggiori informazioni sui tipi di licenza da scegliere, potete seguire questo <a href="http://creativecommons.org/license/?lang=it">Link</a>.</p>
<p>Mi permetto ancora di segnalare la pubblicazione tra i lavori degli utenti, la mia Tesi di laurea, una <a href="http://gramsci.objectis.net/users-works/elisabetta-roggero/bibliografia-gramsciana-ragionata">Bibliografia gramsciana ragionata</a> che copre l&#8217;ambito italiano dal 1952 al 1956.</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Le foibe e il grande fratello]]></title>
<link>http://giuseppearagno.wordpress.com/2009/02/13/le-foibe-e-il-grande-fratelli/</link>
<pubDate>Fri, 13 Feb 2009 21:41:53 +0000</pubDate>
<dc:creator>giuseppearagno</dc:creator>
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<description><![CDATA[Nella nostra storia esistono anche le foibe. Sono un episodio tragico che ha radici lontane: affonda]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Nella nostra storia esistono anche le foibe. Sono un episodio tragico che ha radici lontane: affondano nella cosiddetta &#8220;<em>grande guerra</em>&#8220;, una tragedia dalle dimensioni ben più feroci nella quale su seicentomila uomini persi, centomila furono uccisi dagli stenti e dalla fame, volontariamente abbandonati al loro destino dal governo italiano mentre erano prigionieri della Germania e dell&#8217;Austria che non avevano come alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu considerata diserzione. Non dico sciocchezze. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è sorprendente che il Parlamento non abbia pensato di ricordarli in un giorno della memoria, così come non ne ha mai dedicato uno alle migliaia di prigionieri dei tedeschi lasciati a morire di fame e di freddo perché rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale.<br />
Radici lontane, quindi, che risalgono alla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di &#8220;<em>croato onorario</em>&#8221; e Salvemini divenne <em>Slavemini</em>. Ciò che il fascismo fece agli slavi, gareggiando in ferocia coi nazisti è cosa su cui non intendo fermarmi: fu una barbarie. Si dirà: ma la violenza fascista non giustifica la reazione. Certo. Però la spiega e questo è il compito della storia. Quello che non si spiega, invece, è l&#8217;insistenza crescente, la strumentale speculazione politica che attraversa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, mettere sotto processo la sinistra e far passare Diliberto e compagni per i protagonisti di una &#8220;<em>congiura del silenzio</em>&#8221; in un paese in cui altri e ben più gravi silenzi pesano sulla coscienza collettiva.<br />
Ho sentito più volte Storace e compagni chiedere alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla storia del nostro paese e mi domando se tra le verità da raccontare siano incluse le bombe di Piazza Fontana, quelle di Brescia e Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti.<br />
Verità e silenzio, mi pare, sono i temi d&#8217;obbligo quando si parla di foibe e non si capisce chi avrebbe taciuto. C&#8217;è una tradizione fortemente critica del comunismo di parte della sinistra che va da Malatesta e Salvemini e giunge ai nostri tempi con Scotti. Sono cose note che si finge d&#8217;ignorare. Tanti, da Giuliano Ferrara a Galli Della Loggia, strepitano e strillano per questo presunto silenzio e tutti fingono di non sapere che per anni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non dava spazio a chi aveva in tasca tessere rosse; tutti fanno finta di non ricordare che solo di rado chi era di sinistra vinceva un concorso per entrare a scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l&#8217;editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata ancora? Einaudi da solo fu tutto il silenzio d&#8217;Italia?<br />
Stettero zitti i politici. Ma quali? Quelli dell&#8217;area &#8220;<em>atlantica</em>&#8221; hanno di certo taciuto, perché Tito aveva rotto con Stalin ed era guardato con occhio benevolo. Per la sinistra socialcomunista, ministro degli esteri, nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista che sentì fortemente il problema dei confini orientali e si batté con tutte le sue forze per scongiurare il pericolo che si imponessero al paese le scelte fatte a Malta nel febbraio del &#8216;45 da Roosevelt e Churchill, poi formalizzate in una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee &#8211; Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi &#8211; ma ottenne solo impegni generici. Sull&#8217;Avanti! fu lucidissimo, difese l&#8217;autonomia nazionale, chiese trattative dirette con la Jugoslavia ed ebbe chiaro che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i futuri rapporti con Tito, ma anche la possibilità di una convivenza pacifica tra due paesi di opposto regime politico e l&#8217;autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse almeno Parenzo e Pola e che le questioni più delicate fossero risolte da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, a chiedere a De Gasperi, dopo la firma della pace, nel febbraio del &#8216;47, di attendere che anche l&#8217;Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica in Parlamento. Margini di mediazione però non ce ne&#8217;erano. L&#8217;Italia era un Paese vinto e la situazione internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che troppo tardi, diffidando dell&#8217;Urss, chiese trattative bilaterali, fu del resto immediatamente opposto un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.<br />
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto? Rimangono indiziati gli storici della sinistra ai quali si può muovere mille critiche, ma per i quali valgono anche mille considerazioni. Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti una catastrofe immane come la seconda guerra mondiale con i suoi cinquanta milioni di morti. Era per loro impensabile cominciare a scrivere di storia partendo da una graduatoria degli orrori, perché l&#8217;orrore era stato la caratteristica della guerra e di ciò che l&#8217;aveva generata: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i gulag, la Shoa, le foibe, Hiroshima, Nagasaki. Nessuno pensò a fare l&#8217;elenco. A tutti sembrò più importante e serio ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da maestri che non provenivano dall&#8217;accademia: Croce, Gramsci, Salvemini. Occorreva capire come era stato possibile precipitare tanto in basso. Per gli orrori c&#8217;era la nausea e bastava. Contava soprattutto conoscere l&#8217;Italia dei partiti, del movimento operaio, dell&#8217;antifascismo e della Resistenza. Contava capire come era stato possibile precipitare nell&#8217;abisso.<br />
Nessun silenzio voluto.<br />
Poi certo, è cominciato un processo nuovo. La storiografia non si ferma, la revisione è naturale e c&#8217;è sempre chi torna a fare ricerca su Cesare e sulla repubblica romana. Ma il bisogno di approfondire, articolare le conoscenze, il bisogno di una revisione del giudizio storico, incontrandosi con la crisi politica e l&#8217;avvento di Berlusconi è diventato fatalmente propaganda politica. C&#8217;erano mille verità non dette cui sarebbe stato giusto dare rilievo: i gas sugli etiopi i massacri libici, l&#8217;ignominia jugoslava e infine le foibe, delle quali in fondo non si interessa nessuno. Quello che serve è presentare il conto a croati e sloveni, senza tener conto di quello ben più salato che essi potrebbero presentare a noi. Quello che serve è riesumare un anticomunismo postumo, anacronistico e grottesco, ricordando lo slogan di Goebbles: raccontare molte volte una menzogna è come dire una verità.<br />
La domanda a cui occorre dare veramente risposta è una: come si è potuto giungere a questa così penosa strumentalizzazione politica di una dolorosa vicenda storica? Gianpasquale Santomassimo l&#8217;ha scritto e si può essere completamente d&#8217;accordo. Per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini le cercò nel mito della romanità, la sinistra nelle lotte del movimento operaio e nell&#8217;antifascismo. Poi sono venuti l&#8217;89 col crollo del socialismo reale e il &#8216;92 con Tangentopoli; il passato è diventato d&#8217;un tratto ingombrante e il processo s&#8217;è capovolto. Nessuno cerca più legittimità nella storia perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c&#8217;è bisogno del &#8220;nuovo&#8221; che processa la storia e la separa dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Siamo al punto che un partito, per non essere invischiato nel passato, prende nome e cognome dal suo leader o cerca battesimo al mercato dei fiori, sicché si sprecano rose nel pugno, garofani e margherite. Siamo giunti alla &#8220;<em>Cosa</em> ed al partito dei &#8220;<em>senza storia</em>&#8221; e, su tutto, si leva la comoda categoria del totalitarismo che esalta le comparazioni e cancella le differenze secondo le leggi del pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che ora vivi. Sia pure. Questo però non è fare storia.</p>
<p>Uscito su &#8220;<a href="http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=10076">Fuoriregistro</a>&#8221; il 10 febbraio 2007</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Sacconi e Gelmini: scuola, vita o, se volete, una scuola di vita ]]></title>
<link>http://giuseppearagno.wordpress.com/2009/01/23/sacconi-e-gelmini-scuola-vita-o-se-volete-una-scuola-di-vita/</link>
<pubDate>Fri, 23 Jan 2009 22:54:05 +0000</pubDate>
<dc:creator>giuseppearagno</dc:creator>
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<description><![CDATA[Una scuola è larghezza di mezzi, scienza d&#8217;insegnanti e rifiuto di credi religiosi, filosofici]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Una scuola è larghezza di mezzi, scienza d&#8217;insegnanti e rifiuto di credi religiosi, filosofici o politici, che non siano liberamente formati nella consapevolezza critica, come frutto di ricerca razionale. Lo so, se la scrivo, se mi ostino a sostenerla questa idea &#8220;<em>balzana</em>&#8220;, l&#8217;avvocato Gelmini la prenderà per una delle tante &#8220;<em>perniciose utopie sessantottine</em>&#8221; e non servirà spiegarle che l&#8217;utopia indica quasi sempre &#8220;<em>un certo disagio sociale</em>&#8221; e &#8220;<em>l&#8217;imminenza più o meno prossima di un certo mutamento politico destinato a soddisfarlo</em>&#8221; [1]. L&#8217;avvocato Gelmini non sa di scuola e di utopia più di quanto non sia tenuto a sapere il custode del suo palazzo a Trastevere, sempre più frastornato dall&#8217;altalena tra pubblico e privato. Neofita della pedagogia economica, l&#8217;avvocato misura il bisogno di sapere col metro dei bisogni di mercato, dei dati di bilancio e delle idee politiche del governo che rappresenta. E poiché i carri armati contano ormai molto più che le belle intelligenze coltivate, posto che sappia chi sia, il ministro Gelmini se la ride dei consigli di Salvemini. Non ha chiamato e non chiamerà &#8220;<em>i migliori uomini che siano disponibili sul mercato, che la misura degli stipendi consenta di attirare, senza preoccuparsi delle idee poltiche o religiose o scientifiche di ciascuno, senza badare se vestano la toga nera o se portano la cravatta rossa, se abbiano per copricapo il tricorno o il triangolo o il berretto frigio, affinché insegnino agli alunni non quello che essi o il governo credono</em>&#8220;, ma la via della ragione. Il ministro è fermo nei suoi pregiudizi e li crede giudizi: esiste una sola verità e quella vi insegno. E poiché per far questo occorre poco, stringe i cordoni della borsa, sfiducia l&#8217;intelligenza, confonde la qualità con la quantità e, ciò che più conta, invece di formare libere coscienze, produce servi, com&#8217;è nei sogni d&#8217;ogni tirannia. L&#8217;avvocato lo sa: l&#8217;intelligenza critica è ribelle. E&#8217; per questo che ci offre il meglio della vita: la selezione.<br />
Scuola e vita, com&#8217;è nella migliore tradizione psicopedagogica. Ma che cos&#8217;è la vita? Non è facile dirlo, ma certamente l&#8217;idea di vita &#8220;<em>presuppone non soltanto quella di un essere organizzato in modo tale da comportare lo stato vitale, ma anche quella, non meno indispensabile, di un certo insieme di influenze esterne favorevoli alla sua realizzazione</em>&#8220;. Insomma, &#8220;<em>un&#8217;armonia consapevole</em>&#8221; e, se così si può dire, umanamente divina, &#8220;<em>tra l&#8217;essere vivente e l&#8217;ambiente</em>&#8220;. Senza quest&#8217;armonia viene a mancare il senso stesso di quello che uomini e dei chiamano vita [2]. Tale la scuola, dai naturalisti greci alla filosofia del Novecento, tale la vita, tale l&#8217;opinione del mondo civile, compendiata in una sentenza di un&#8217;alta corte della nostra Repubblica, se Sacconi, fiore di serra di Berlusconi, non avesse eccepito un suo garbuglio spagnolesco scovato tra un&#8217;astrazione burocratica e un sofisma politichese. Un garbuglio che segna un duplice ritorno al Medio Evo e apre il pozzo nero in cui affonda il Paese.<br />
Gelmini, Englaro e Sacconi: scuola e vita o, se volete, una nuova scuola di vita. Modello Berlusconi.</p>
<p>[1] Gaetano Salvemini, <em>La laicità della scuola</em>, &#8220;il Tempo&#8221;, 29 gennaio 1907.<br />
[2] Stefania Maraini, <em>Comte. Dizionario delle idee. Scienze, politica e morale</em>, Editori Riuniti, Roma, 1999, </p>
<p>Uscito su &#8220;<a href="http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=12519">Fuoriregistro</a>&#8221; il 22 gennaio 2009</p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[Scatta l’«Open day» La mappa degli istituti]]></title>
<link>http://beataignoranza.wordpress.com/2008/12/04/scatta-l%e2%80%99%c2%abopen-day%c2%bb-la-mappa-degli-istituti/</link>
<pubDate>Thu, 04 Dec 2008 21:24:09 +0000</pubDate>
<dc:creator>byzas75</dc:creator>
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<description><![CDATA[Da La Nazione del 2 dicembre IN MOLTE SCUOLE pratesi oggi pomeriggio scatta l’«Open day». Un’occasio]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:right;">Da <em>La Nazione</em> del 2 dicembre</p>
<p>IN MOLTE SCUOLE pratesi oggi pomeriggio scatta l’«Open day». Un’occasione per far conoscere a bambini e genitori, dopo l’orario di lezione, le attività che vengono svolte nei singoli istituti. Ma anche un momento di informazione e riflessione sulle nuove norme previste dalla riforma Gelmini. <!--more-->Ad aprire l’«Open day» saranno l’istituto comprensivo, «Don Milani», l’istituto comprensivo «Marco Polo», il secondo e il quarto circolo didattico , la scuola media «Salvemini» in collaborazione con il distretto di Montemurlo (l’amministrazione comunale di Montemurlo ha aderito all’iniziativa e saranno presenti suoi rappresentanti nelle scuole del Comune). Domani al «Gramsci Keynes» si terrà una serata celtica, mentre l’Open day si svolgerà giovedì all’istituto comprensivo « Mazzoni» e all’istituto comprensivo «Pontormo, mentre sempre in questa settimana si terrà al’istituto comprensivo «Pertini» e al Castellani.<br />
Sempre oggi, dalle 16 alle 19 scuola aperta anche alla elementare «Cesare Guasti, in via Santa Caterina 14, con genitori e bambini che potranno visitare la scuola e conoscere le attività che vi vengono svolte con l’iniziativa «La scuola apre le porte».<br />
Ricco e articolato il calendario della scuola aperte all’istituto comprensivo «Mascagni». Alla scuola dell’infanzia «Mascagni» (via Toscanini 6) e alla scuola dell’infanzia «Il Pino) (via Galcianese 20/f) l’appuntamento avrà luogo mercoledì 10 dicembre dalle 16,30 alle 18,30. Nella scuola primaria «Borgonuovo» (via Clementi 33) open day oggi pomeriggio dalle 14,30 alle 16,30, domani nello stesso orario e martedì 16 dicembre dalle 16,30 alle 18,30. Alla scuola primaria «Mascagni» (via Toscanini 6), dopo il primo Open day di ieri, il nuovo appuntamento è fissato per mercoledì 17 dicembre dalle 16,30 alle 18,30. Alla secondaria di primo grado «Buricchi» (via Galcianese 20/f) scuola aperte in programma sabato 13 dicembre dalle 10 alle 12 e il 10 gennaio 2009 sempre nello stesso orario. Sono inoltre previsti incontri per i genitori con il dirigente scolastico alla Buricchi domani e il 14 gennaio alle 17 nella segreteria dell’istituto «Mascagni»; per la scuola dell’infanzia «Mascagni» e «Il Pino» i1 12 gennaio alle 17 (sempre presso la segreteria dell’istituto «Mascagni»; per la primaria «Borgonuovo» e «Mascagni» il 13 gennaio sempre nella stessa sede, alle 17.</p>
<p>FRATTANTO, all’istituto professionale per l’industria e l’artigianato «Marconi» la commissione esamintarice ha assegnato due borse di studio «Signora Daniela Bini Ferrari» di 700 euro ciascuna a Erti Kanapari della 5°AA e Antonio Cosenza della 5°TA. La commissione giudicatrice era composta dalla professoressa Valeria Tempestini (presidente), Daniela Bini Ferrari (soggetto finanziatore), professor Luigi Puliti (vice preside) e marco Brachi (presidente del consiglio di istituto). le borse di studio sono state assegnate sulla base di criteri di merito, di condotta e di cindizioni economiche descritti nel bando. La cerimonia di consegna delle due borse di studio avrà luogo il 12 gennaio 2009 alle 12 nell’ufficio del preside dell’istituto «Marconi», il professor Stefano Papini.</p>
<p style="text-align:right;"><em>M.S.</em></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ho riportato l&#8217;articoletto de <em>La Nazione</em> riguardante le iniziative di scuola aperta portate avanti dai vari istituti pratesi, ma devo rimarcare che l&#8217;autore riporta le cose come se fossero organizzate a livello hobbistico, così&#8230; tanto per intrattenere modernamente i cittadini.<br />
La verità è che la scuola è sempre in lotta, l&#8217;Onda non è in risacca. Noi continuiamo a lottare.</strong></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Cocò all'Università di Napoli o la scuola della malavita]]></title>
<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2008/12/04/coco-alluniversita-di-napoli-o-la-scuola-della-malavita/</link>
<pubDate>Thu, 04 Dec 2008 09:04:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>nicola</dc:creator>
<guid>http://ainostriposti.wordpress.com/2008/12/04/coco-alluniversita-di-napoli-o-la-scuola-della-malavita/</guid>
<description><![CDATA[Riporto un articolo che ho letto per la prima volta ieri sulla bella rivista Una Città. Si tratta di]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><a href="http://ainostriposti.wordpress.com/files/2008/12/g_salv.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1274" title="g_salv" src="http://ainostriposti.wordpress.com/files/2008/12/g_salv.jpg" alt="g_salv" width="364" height="425" /></a></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;">Riporto un articolo che ho letto per la prima volta ieri sulla bella rivista <a href="http://www.unacitta.it" target="_blank">Una Città</a>.</p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;">Si tratta di una sferzante satira rivolta da Gaetano Salvemini a tanti malcostumi della nostra nazione e della media borghesia.</p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;">L&#8217;articolo fu pubblicato da La Voce nel 1909, ma sembra scritto ieri. Buona lettura.</p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;">
<h3>Gaetano Salvemini, <em>Cocò all’Università di Napoli o la scuola della malavita</em>, in “La voce” 3 gennaio 1909</h3>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;">
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">Gli adolescenti che dopo aver fatto il liceo in una città del Napoletano, lasciano la famiglia per andare ad addottorarsi all’Università di Napoli , sono forniti assai di rado di una perfetta e solida coscienza morale. Ma anche nei peggiori non mancano mai grandi capacità di bene. E basta che un giovane meridionale abbia la fortuna di trovarsi sbalzato fra i diciotto e i ventidue anni in un centro di lavoro onesto, in una scuola universitaria seria e sana, perché in lui – fornito quasi sempre di un’intuizione rapidissima, di un forte amor proprio, di facile adattabilità all’ambiente – di determini subito una grande crisi di rinnovamento e di epurazione. E da questa crisi nascono prodotti talvolta mirabili per raffinatezza e per forza, ma non mai inferiori a quella che è la media intellettuale e morale dei giovani del Settentrione.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">La più parte dei Meridionali, invece va a finire a Napoli. E Napoli è la piaga del Mezzogiorno, come Roma è la piaga di tutta l’Italia.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">Nelle città universitarie del Nord non mancano, certo, occasioni di sviarsi al giovane, sfuggito appena alla costrizione della famiglia e della scuola secondaria, e avido di bere a grandi sorsi la coppa della libertà. Ma una grande ondata di lavoro affannoso travolge tutto, compensa ogni male, purifica tutto. E il giovane si sente come soggiogato da un comando universale, perenne, che lo sospinge alla fatica e lo consiglia a farsi avanti, ad affermarsi conquistatore di quelle forme poderose di vita che lo dominano e lo affascinano. Napoli , invece, vasto centro di consumi e di attività improduttive, in cui una metà della popolazione campa borseggiando e truffando l’altra metà, sembra fatta a posta per incoraggiare alla poltroneria e per educare alla immoralità. Tutto è chiasso, tutto è dolce far niente, quando non è imbroglio è abilità. Dal lazzarone che si spidocchia al sole, all’alto magistrato, di cui tutti sottovoce dicono che vende le sentenze; dal questurino, che sfrutta le prostitute, al giornalista ricattatore che sfoggia sfacciato automobili e amanti; tutti sembra che consigli al giovane: «Arrangiati, che io m’arrangio, l’onestà e il lavoro sono buoni per gli sciocchi: godere è lo scopo della vita». Nessuna voce grida alla sua coscienza inquietata e vacillante: «Su via figliuolo: lavora per te e per gli altri; il lavoro è la gioia, il lavoro è la libertà».<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">Dopo qualche mese di tirocinio in quell’ambiente pestifero e infetto, la giovane speranza della giovane delinquenza meridionale ha scelta per sempre la sua strada. Non è più il ragazzone di facile contentatura, timido e impacciato d’una volta. È diventato un elegantone: si pettina e si veste in modo da stare fra il cinedo e il guappo. Si è emancipato da ogni principio morale. Fa la corte alla figlia della padrona di casa. Abbraccia la serva in cucina e la portinaia per le scale. Molto spesso si busca la sifilide. Non c’è denaro che gli basti. E tempesta per averne la mamma e le sorelle di lettere menzogne e minacciose: povere mamme, che si consumano nella lotta ineguale contro le ristrettezze del bilancio; povere sorelle, che sfioriscono nell’ombra nutrendosi di legumi e rattoppando calzerotti per il fratello lontano!<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">Qualche volta Cocò si ricorda di essere anche studente universitario: quando c’è da fare una chiassata. Cocò è quasi sempre anticlericale: quando viveva Giovanni Bovio, non mancava mai di andare ad ascoltarlo e di applaudirlo almeno una volta all’anno. Spesso Cocò è addirittura socialista rivoluzionario: è insuperabile nel rompere le vetrate, nel fracassare le panche, nel fare con la  bocca e con la mano suoni non perfettamente musicali. Cocò può essere rivoluzionario tanto più agevolmente, in quanto è sicuro a priori dell’impunità qualunque birbonata faccia: i carabinieri, che moschettano per dei nonnulla i contadini affamati, non daranno mai noia al caro figlio di papà. E Cocò è sicuro a tutte le ore di trovare all’Università qualche migliaio di mascalzoni simili a lui, pronti sempre a fare come lui i socialisti rivoluzionari. Oggi le panche saranno rotte per protestare contro il governo, domani per anticipare le vacanze, dopo le vacanze per ottenere una riduzione di tariffe sui trams e poi per conquistare gli esami di marzo, poi per solidarietà con i colleghi bocciati; e avanti, avanti, avanti, con la fiaccola in pugno e la scure.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">Di tanto in tanto lo spirito di Cocò è turbato dallo spettro degli esami. Ma solo alla morte non c’è rimedio! Una Università in cui 5000 alunni fanno ogni anno, nelle sole sessioni di estate e di autunno, senza contare quella abusiva di marzo, 17000 esami, non può cercare troppo il pelo nell’uovo in questo genere di operazioni. Eppoi parecchi professori ufficiali esercitano anche le libere docenze, inscrivendosi al loro corso libero, l’elegantone laureato si garantisce abbastanza bene contro i rischi di quegli esami che dipendono da quei professori. Altri professori ufficiali sono investiti di incarichi in materie non  obbligatorie, che apparirebbero inutili qualora non vi si scrivesse un numero sufficiente di volenterosi. Cocò si inscrive anche a questi corsi, e si assicura altri esami. Parecchi professori ufficiali, specialmente delle facoltà di giurisprudenza e medicina, sono avvocati o esercitano la professione, o fanno gli affaristi: è facile, quindi, trovare il magistrato, il banchiere, l’lettore influente, il cliente danaroso, il socio d’affari, che con una raccomandazione metta a posto qualche altro esame. Poi ci sono i professori indulgenti per natura, o vecchi o rimbecilliti, che non bocciano mai, mai, mai. Non manca a Cocò che incontrare nell’Università di Napoli uno dei trecentocinquanta liberi docenti, imbroglione e pasticcione, camorrista e intrigante, che sa aiutare nei momenti difficili i poveri giovani bisognosi di soccorso. Basta dare la firma a uno di costoro, lasciandogli godere tutte le dodici lire e centesimi dell’indennità e non pretendendo il rimborso immediato il rimborso immediato di una parte delle dodici lire, come molti fanno, e la gratitudine e la protezione del libero docente è assicurata in tutte le commissioni d’esame, in cui egli farà parte.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">Ed ecco come l’Università di Napoli sforna ogni anno circa 600 fra medici e avvocati e una sessantina fra professori di lettere e scienze, dei quali la più parte non è assolutamente capace di scrivere righe senza almeno errori di grammatica ed è intellettualmente abbrutita e moralmente disfatta. Questa vergogna non è peculiare all’Università di Napoli. Tutte le università italiane sono più o meno ammalate: ed in di corsi liberi, per es., gli abusi che si commettono dai professori ufficiali a Palermo, a Torino, a Padova, sono forse superiori a quelli di Napoli. Ma è innegabile che nell’insieme l’Università di Napoli è quella che accentra in sé il minor bene e il maggior male; che mentre nelle altre università prevalgono fra i professori ufficiali in proporzioni più o meno forti gli scienziati sugli affaristi, nell’Università di Napoli prevalgono gli affaristi sugli scienziati.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">Cocò, analfabeta e laureato, si avvede ben presto di essere inetto a vincere un concorso per la magistratura i per le prefetture o per i ministeri, se è avvocato; è sistematicamente bocciato nei concorsi per le scuole medie, se professore; non ha nessun titolo di capacità per ottenere una condotta fuori del paese natio, se è medico. Se ne ritorna, dunque, sospirando alla casa paterna dove lo aspettano la mamma invecchiata e le sorelle avvizzite. E qui, impotente a vivere coi frutti della professione libera, privo com’è di una qualunque abilità tecnica, tenta di assicurarsi un reddito, anche minimo, con un impiego municipale. Dove il partito dominante è solido e potente, Cocò gli striscia umile ai piedi e gli chiede un tozzo di pane. Dove esiste un’opposizione abbastanza forte o la maggioranza non si affretta a riconoscere i meriti e i diritti del neolaureato, costui si mette all’opposizione e combatte la maggioranza nell’interesse della patria. E allora si vede Cocò, anticlericale fierissimo all’Università, iscriversi a una confraternita e tenere il baldacchino dietro al Vescovo nelle processioni; e l’ex-socialista rivoluzionario giocare la sera a terziglio col delegato, col maresciallo dei carabinieri, e chi applaudiva Giovanni Bovio falsifica le bollette del dazio consumo e ruba i denari della beneficenza.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">L’azione politica degli spostati ha una grandissima importanza nella società moderna, perché costoro, non avendo nulla da fare, fanno per tutto il giorno della politica: sono giornalisti, libellisti, galoppini elettorali, conferenzieri, propagandisti. Fanno di tutto; e in grazia delle loro attività, si conquistano i primi posti nelle file dei partiti politici, diventano gli uomini di fiducia, i depositari dei segreti, i guardiani e i padroni delle posizioni strategiche. Per tal modo tutta la vita dei partiti si accentra in essi: e poiché le idee non girano per le strade sulle proprie gambe, ma si incarnano in uomini, si ha che le più belle idee, i più bei programmi di questo mondo, quando cadono nelle mani di quei miserabili, si riducono a pretesto per conquistare un impiego. E i partiti vanno in rovina; perché, conseguita la vittoria, la distribuzione degli impieghi è causa di ingiustizia contro gli impiegati antichi o di dissidi fra gli aspiranti, sempre più numerosi del bisogno; una prima ingiustizia indebolendo moralmente gli amministratori che l’hanno commessa, li dà mani e piedi legati in balia degli elementi peggiori del partito, che, minacciando scandali e e pronunciamenti, ricattano senza posa e senza freno i loro padroni e li obbligano a nuove ingiustizie o a nuove immoralità; gli impiegati maltrattati si inviperiscono, gli aspiranti delusi o passano al partito avversario, o restano nel partito a crear nuove scissioni e sospetti e recriminazioni. E così i partiti, che avevano riportato strepitose vittorie e sembravano depositari della più scrupolosa giustizia e padroni dell’avvenire, in pochi mesi si disgregano e precipitano nel fango.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">È questa una malattia di tutti i partiti, a qualunque gradazione politica appartengano, e di tutti i comuni italiani, qualunque sia la razza che li popoli. E girando per l’Italia e vivendo a lungo in Romagna, in Lombardia, in Toscana, ho acquistato sotto questo, come sotto molti altri rispetti, una discreta stima per l’Italia… meridionale: tutto il mondo è paese; e anche i nordici sono discretamente sudici. Ma fra l’Italia settentrionale e l’Italia meridionale ci sono, a danno del Mezzogiorno, le seguenti differenze. 1. Nel Mezzogiorno le professioni libere offrono meno risorse che nel Settentrione, data la minore ricchezza del paese e i meno sviluppati bisogni civili della popolazione; 2. Nel Mezzogiorno i professionisti, e più specialmente gli avvocati, sono più assai numerosi che nel Nord, e quindi si riversa sugli impieghi comunali un maggior numero di spostati; e Cocò è costretto ad una concorrenza più feroce, e non ha modo di fare le cose per benino e di salvare le apparenze come fanno i suoi analoghi nell’Italia settentrionale; 3. Nel Nord la classe dei professionisti affamati costituisce soltanto uno fra gli elementi della vita politica ed amministrativa e deve coordinare e subordinare la propria azione a quella di altre classi che hanno peso politico: borghesia industriale e commerciale, proletariato industriale, proletariato rurale, professionisti competenti e non affamati; nel Mezzogiorno la borghesia capitalistica è poco sviluppata, il proletariato industriale è agli inizi, il proletariato rurale è escluso dal voto perché analfabeta, professionisti competenti e non affamati ce ne sono pochini assai. E così gli spostati – il cosiddetto proletariato dell’intelligenza – formano la grande maggioranza della classe politicamente attiva, sono ovunque i padroni del campo, saccheggiano senza limiti e senza freno i bilanci comunali; e si possono dare anche il lusso di dividersi in partiti, secondo che sperano l’impiego dal gruppo amministrativo dominante o dall’opposizione. E li spese di tutto questo lavoro le fanno sempre, alla chiusura dei registri i contadini.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">E il deputato meridionale è, salvo rarissime eccezioni individuali, il rappresentante politico di una delle due camorre di professionisti affamati [maggioranza e opposizione], che si contendono il potere amministrativo per mangiarsi i denari del municipio e delle istituzioni di beneficenza e per tosare i contadini. E l’ufficio del rappresentante politico consiste nell’impetrare l’acquiescienza della prefettura, della magistratura, della questura, alle cattive azioni dei suoi elettori e seguaci e di votare in compenso la fiducia al governo in tutte le votazioni per appello nominale.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">Così la corruzione della borghesia meridionale arriva a Roma e da Roma impesta tutta l’Italia. Con questa differenza: che le province settentrionali presidiate da una borghesia non indegna della sua funzione politica e sociale, e forti di una vigorosa vita autonoma, reagiscono contro l’infezione della Città Eterna, e bene o male fanno la loro strada. Nel Mezzogiorno la corruzione propinata dal governo centrale si accumula a quella che pullula nella vita locale, e tutto il paese si sprofonda in una fetida palude di anarchia intellettuale e morale e di volgarità.<br />
</span></p>
<p class="paragraph_style_3" style="padding-bottom:0;line-height:21.85px;text-align:justify;"><span class="style_4" style="line-height:20.7575px;">E in tutto questo processo patologico una parte grandissima di responsabilità tocca ai professori dell’e Università di Napoli che sono venuti meno sì spesso al loro dovere di far servire l’Università a selezionare intellettualmente e moralmente senza debolezze e senza colpevoli pietà la borghesia meridionale; e hanno lasciato che essa funzionasse come una scuola superiore di mala vita, e contribuiscono così poderosamente a rendere impossibile nelle classi dirigenti del napoletano ogni iniziativa illuminata e benefica, a dissipare in esse ogni coscienza di dovere e di solidarietà sociale, a distruggere nel Mezzogiorno ogni capacità di vita locale energica e sana.</span></p>
</div>]]></content:encoded>
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