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	<title>volo-a-vela &amp;laquo; WordPress.com Tag Feed</title>
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	<description>Feed of posts on WordPress.com tagged "volo-a-vela"</description>
	<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 05:33:59 +0000</pubDate>

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<title><![CDATA[Maurizio Landi a Rieti ai Campionati Mondiali di Volo a Vela ]]></title>
<link>http://onthedesk.wordpress.com/2008/07/09/maurizio-landi-a-rieti-ai-campionati-mondiali-di-volo-a-vela/</link>
<pubDate>Wed, 09 Jul 2008 16:42:56 +0000</pubDate>
<dc:creator>onthedesk</dc:creator>
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<description><![CDATA[Giovedì 10 luglio 2008, ore 19,30 FAI Campionati Mondiali di Volo a Vela Aeroporto Ciuffelli, Rieti ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><a href="http://onthedesk.files.wordpress.com/2008/07/aliante.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-109" src="http://onthedesk.wordpress.com/files/2008/07/aliante.jpg" alt="" width="200" height="180" /></a></p>
<p><em><strong>Giovedì 10 luglio 2008, ore 19,30<br />
FAI Campionati Mondiali di Volo a Vela<br />
Aeroporto Ciuffelli, Rieti<br />
Presentazione del romanzo &#8220;Il cane e l&#8217;arte del volo a vela&#8221;<br />
Interviene con l&#8217;autore: Gregory Alegi (giornalista e storico dell&#8217;aviazione)</strong></em></p>
<p>Sport e cultura, binomio audace ma azzeccato. <strong>Dall’8 al 20 luglio</strong> si tengono all&#8217;aeroporto di Rieti i <strong>Campionati mondiali di Volo a Vela</strong> e, in tale occasione,<strong> il 10 luglio alle ore 19.30</strong>, sarà presentato il romanzo di <strong>Maurizio Landi</strong> <em>Il cane e l’ arte del volo a vela</em>, edito da <strong>Neftasia editore</strong>. La presentazione è un’opportunità per avvicinare allo sport aereo, e alle sue emozioni, un pubblico che solitamente non manifesta interesse per questo genere di attività, ma che potrebbe trovare nell’incontro letterario un valido motivo per una passeggiata in aeroporto. Il clima estivo e la suggestiva presenza dei numerosi velivoli impegnati nelle gare rappresentano sicuramente una curiosa occasione per una serata all’aria aperta ed uno spunto interessante per i media.</p>
<p><a href="http://onthedesk.files.wordpress.com/2008/07/landi.gif"><img class="alignnone size-full wp-image-110" src="http://onthedesk.wordpress.com/files/2008/07/landi.gif" alt="" width="135" height="211" /></a></p>
<p>Tra le pareti di pietra di un vecchio frantoio sulle colline un giornalista quarantenne restaura il relitto di un aliante. Questo il punto di partenza della narrazione di Maurizio Landi che pagina dopo pagina svela un lavoro scandito dai ritmi arcaici e immutabili della campagna. Un cane è il fedele compagno di tanta laboriosa solitudine, controparte, nella sua natura animale, dell&#8217;essenza teconologica della macchina volante. L&#8217;indagine sulle vicende passate del velivolo, così pregno della storia e delle emozioni di chi lo aveva usato per staccarsi da terra, diventa per il protagonista quasi un&#8217;ossessione: chi, cosa, aveva messo fine ai suoi voli? Può essere il cielo il miglior posto da cui conoscere la terra? L’autore, nella sua opera, risponde di sì e guida il lettore in una pacata immersione ad alta quota nella vita vera nella quale si è sempre più coinvolti nelle emozioni del protagonista fino alla realizzazione di un progetto che trascende la semplice ricostruzione di un aliante.<br />
«Sono felice di presentare il mio libro durante i Mondiali di Volo a Vela. – dichiara Maurizio Landi – I volovelisti sanno bene le sensazioni quasi poetiche che si vivono ai comandi di un aliante e mi auguro che la cornice dei Campionati ed il mio libro possano trasmettere ad un pubblico più vasto questo genere di emozioni. Volare è un sogno perché ha dei sogni la capacità di trasfigurare la quotidianità per permetterle di rappresentare i nostri bisogni più profondi. L&#8217;aliante ruba alla natura le invisibili energie che gli consentono di restare in aria, come il cane fiuta il mondo per sentirsi parte della natura. Ce ne è abbastanza per intitolare un libro Il cane e l&#8217;arte del volo a vela, ma anche per concedersi una serata in aeroporto tra macchine dalla forma perfetta come sculture e campioni del volo».<br />
Il romanzo è stato definito da <strong>Gregory Alegi</strong>, uno dei principali storici dell’aviazione, «una valida aggiunta al non ricco scaffale della letteratura aviatoria italiana […]. L’aliante è protagonista e chiave di lettura, evitando il duplice rischio di diventare un tecnicismo o una mera scenografia».</p>
<p><a href="http://onthedesk.files.wordpress.com/2008/07/landi1.gif"><img class="alignnone size-full wp-image-111" src="http://onthedesk.wordpress.com/files/2008/07/landi1.gif" alt="" width="100" height="100" /></a></p>
<p>Maurizio Landi è nato a Salerno nel 1965 e ha lavorato per programmi televisivi e radiofonici quali “Radio a Colori, “Senza rete”, “Italiani brava gente”, “Mi manda Rai Tre” e “Striscia la notizia”. La passione per il volo lo ha portato a specializzasi in giornalismo aerospaziale ed oggi dirige “Dedalonews”, l’unico quotidiano europeo del settore. «Non so se è una storia autobiografica. – conclude l’autore – Certo, il protagonista, come me, oltre ad avere un cane è un giornalista e un pilota della domenica. Diciamo che ho voluto raccontare di cose che conosco».</p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Storie di ciliegie e detenuti]]></title>
<link>http://blogmauriziolandi.wordpress.com/2008/06/13/storie-di-ciliegie-e-detenuti/</link>
<pubDate>Fri, 13 Jun 2008 09:17:57 +0000</pubDate>
<dc:creator>Maurizio Landi</dc:creator>
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<description><![CDATA[Caro lettore, ritorno al mio blog con ritardo non per disinteressee, ma perchè sono impegnato nellla]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"><em>Caro lettore,</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><em><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">ritorno al mio blog con ritardo non per disinteressee, ma perchè sono impegnato nellla scrittura del mio secondo romanzo. Sottrarre energia alla scrittura del libro, se pure per offrire un post, mi sembra ingiusto nei confronti della nuova storia che sto preparando e di chi la leggerà. Forse i miei post si diraderanno, ma non è mancanza d&#8217; amore nei tuoi confronti.</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Il tempo della narrazione e della vita è quanto maggiormente colpisce i lettori del mio romanzo in libreria. Dopo le prime presentazioni e con il diffondersi de “Il cane e l’ arte del volo a vela” incomincio a raccogliere le prime impressioni di coloro che hanno avuto modo di leggere questo mio esordio letterario. In molti mi riferiscono di aver particolarmente gradito il ritmo lento della narrazione. Una sorta di paradosso nel mondo della velocità, tanto che qualcuno (vedi la recensione di Gabriele Bojano sul Il corriere del Mezzogiorno scaricabile nella mia rassegna stampa) ha parlato di libro antistress.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Sono brutale, non è il mio racconto ad essere antistress è il mondo moderno ad essere stressato, ma in un curioso relativismo causa-effetto capisco che la lettura del mio testo possa risultare particolarmente, e mi dicono piacevolmente, rilassante. Quando ho messo mano al foglio bianco mi sono imposto di raccontare dei ritmi della natura, e se il lettore coglie a pelle lo stridio tra il tempo della modernità e quello dei cicli dell’ universo vuol dire che il mio tentativo, bene o male, è riuscito. E ne sono, sinceramente, orgoglioso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">D’altra parte, ho voluto fare di un cane il protagonista silenzioso del mio racconto, proprio perché sono convinto che le amicizie canine difficilmente si lasciano pervertire dal mondo moderno e ci riflettono (e a volte addirittura ci rivendicano) l’essenza biologica ed animale della nostra esistenza. In un mondo che vuole dominare il tempo, rompendo i cicli della natura, illuminando di giorno la notte e fornendoci le ciliegie in pieno inverno, chi ne soffre è la nostra natura più profonda, quella che ci portiamo dentro da centinaia di migliaia di anni, da prima ancora di conquistare la posizione eretta. Non è un caso che la società più veloce e ricca, parlo degli USA, quella che ha il PIL più imponente ed il predominio tecnologico sul mondo, mostra nelle statistiche quasi la metà dei suoi abitanti fare ricorso abituale agli psicofarmaci. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;">Il mio racconto è un racconto contro il malessere e lo è perché dice di cose banali: un tizio che si impone di coltivare le proprie passioni e, quindi, sé stesso. E coltivare, come tutte le discipline, ha dei tempi dati. Quelle che maturano in inverno, senza aspettare il giugno di ogni anno, non sono ciliegie, ma mostri, per giunta insapori. Il mio protagonista cerca di diventare quello che è, restaurando il suo aliante e<span>  </span>curando il suo cane, e lo fa con gli occhi all’arco che il sole compie nel cielo nel corso dell’ anno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Times New Roman;">Nelle nostre moderne città, le prospettive del cielo sono così soffocate dai palazzi che difficilmente riusciamo a renderci conto della semplice presenza del sole, figuriamoci se possiamo valutarne l’ altezza e la posizione rispetto al sud. Guardando il sole per migliaia di anni gli uomini si sono orientati, per navigare, per coltivare e per organizzare le cose da fare nell’ arco del giorno. Erano uomini che avevano una prospettiva di sé e dell’ universo, oltre che paesaggi e distanze da ammirare. La nostra vista, nelle ristrette prospettive delle case, degli uffici, dei tunnel delle metropolitane soffre, come soffre la nostra anima(lità). Uno studio sulla popolazione carceraria dice che la vista dei detenuti deteriora rapidamente ed ineluttabilmente. Occhi fatti per godere del mondo non possono sopravvivere nella costrizione delle celle, degli ambenti chiusi e dell’ illuminazione artificiale. E se le cose stanno così, capisco perché il mio libo è antistress e perché<span>  </span>quasi un americano su due affida alla chimica la propria felicità. <span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span></span></span></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Socrate al cinema]]></title>
<link>http://mauriziolandi.wordpress.com/2008/04/01/sicrate-al-cinema/</link>
<pubDate>Tue, 01 Apr 2008 10:24:07 +0000</pubDate>
<dc:creator>Maurizio Landi</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ogni tanto bisogna andare dal medico. Non tanto per farsi necessariamente curare da qualcosa, quanto]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Ogni tanto bisogna andare dal medico. Non tanto per farsi necessariamente curare da qualcosa, quanto piuttosto per poter beneficiare delle riviste consunte della sala d’attesa. Si tratta, di solito, di settimanali vecchi di almeno un anno, e proprio per questo, assolutamente impedibili. Sono una macchina del tempo, un replay del nostro tempo recente, che ci consente di scovare qualcosa di sostanziale che ci era sfuggito nel flusso continuo ed indefinito dell’ informazione.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman"></font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Ieri mi sono imbattuto in un numero di Panorama vecchio di un paio di anni. Meraviglioso: portava in copertina la storia di uno scienziato che aveva formulato la teoria del parassitismo del genere umano. Provando a volgarizzare, la sua tesi era la seguente: gli uomini sono parassiti di un organismo più complesso quale è la terra. Vivono a suo danno, ma la fine ineluttabile di ogni rapporto parassitario<span>  </span>è il deperimento dell’ organismo ospitante con la conseguenza che il parassita deve andare in cerca di un altro organismo da sfruttare. Ammesso che lo trovi. </font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Un’analisi impietosa del disastro ambientale provocato dall’ uomo, che trova un’implicita conferma della sua fondatezza nel fatto che, da un po’ di tempo, si parla di colonizzazione di altri pianeti. Insomma, svuotato il primo, andiamo in cerca di altri (che si tratti di animali a cui succhiare il sangue o di pianeta cambia poco).</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman"></font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Una cosa che non diceva l’ articolo, ma che appare evidente, è che il rapporto parassitario necessita di un altro. Non si può essere parassiti di se stessi. <span> </span>Per instaurare il proprio rapporto di sfruttamento a danno della terra l’ uomo deve sentirsi <span> </span>altro da essa. Noi – ormai da troppo tempo – non siamo più parte del nostro pianeta, ma altro, tanto che fantastichiamo su altri mondi ed altre vite (trascendenti e non extraterrestri – ma forse è lo stesso -), per giunta senza che la cosa venga presa, nel comune buonsenso, come evidente manifestazione di alienazione e di follia.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Ci siamo spogliati del nostro essere tutt’uno con il nostro pianeta, inseguendo il sogno infantile dell’ individualismo. </font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman"></font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Ricordate Socrate? Si quello del “Conosci te stesso”, messo a morte dalla sua Atene perché reo di aver introdotto nuove divinità. La divinità dell’ individuo in una società dove uno e tutto erano la stressa cosa. Una divinità ovviamente ritenuta pericolosa e colpevole per la polis. Una divinità, come detto, infantile. </font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">E’ l’infante che ha bisogno di conoscere se stesso e, crescendo, di farsi un nome. Ma giunti all’ età matura è necessario spogliarsi lentamente del proprio nome e dell’ io che lo che lo sottende. Dice bene Gaber: la parola io è l’ immagine struggente del Narciso, di colui che specchiando la propria immagine sull’ acqua non conosce il mondo, non è parte, ed è condannato al suo ineluttabile destino mortale.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Sinceramente, non salva dal suo errore Narciso nemmeno l’idea di una sopravvivenza trascendente, sia essa nel regno dei cieli o su questa terra dopo il giudizio universale. Trattasi ancora di narcisismo, magari sofisticato, ma sempre e solo di narcisismo. Nella promessa del regno ultraterreno o delle anime che ritroveranno i propri corpi non c’è altro che l’arguzia logica per salvare l’ individualità, l’ io.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman"></font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Personalmente, dopo la mia morte, non voglio vite altrove, né riconquistare il mio corpo per l’ eternità. Voglio dissolvermi, voglio che la mia individualità scompaia, che il mio io si mostri per quello che è: un precario ed infantile stratagemma per iniziare a conoscere il mondo. Una volta svelato, nella sua interezza il mondo è tutto e non prende in considerazione gli individui, non li contempla. Sono istanti necessari e sfuggenti del suo divenire.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Socrate – se all’ epoca della polis fosse esistito il cinema – avrebbe preso doppia razione di cicuta: anche per aver scambiato il fotogramma per il film. <span> </span><span> </span><span> </span></font></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il mio Tibet]]></title>
<link>http://blogmauriziolandi.wordpress.com/2008/03/18/il-mio-tibet/</link>
<pubDate>Tue, 18 Mar 2008 23:37:49 +0000</pubDate>
<dc:creator>Maurizio Landi</dc:creator>
<guid>http://blogmauriziolandi.wordpress.com/2008/03/18/il-mio-tibet/</guid>
<description><![CDATA[Confesso: conosco molto poco del Tibet, ma non così poco da non poter provare profonda simpatia per ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Confesso: conosco molto poco del Tibet, ma non così poco da non poter provare profonda simpatia per quel paese e la sua gente. Una vicinanza antica, fatta più di impressioni che di conoscenze razionali: una simpatia, appunto.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Le drammatiche e scarne immagini che denunciano la repressione, la caccia al monaco e la violenza che si stanno consumando in questi giorni non solo hanno amplificato il mio sentimento e suscitato il mio sdegno, ma – cosa più importante – mi hanno riflesso amare considerazioni sul nostro tempo.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">E’ questione di abiti e, è il caso di dirlo, di monaci.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Come è consueto, repressi e reperessori vestono abito diversi: tuniche arancione i primi e tute mimetiche bluastre i secondi. Le prime – pur nella scarsa definizione delle immagini riprese in buona parte dai telefonini – sembrano scintillare i vitalità. Una vitalità dimessa, monastica, antica. Le seconde evocano efficienza e modernità. La Cina è un paese che rincorre l’ occidente ed il suo mito del progresso, ed anche le divise dei suoi poliziotti non possono non <span> </span>essere del tutto simili a quelle di un ipertecnologico marine.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Sarà una banale questione di abiti, ma mi sembra una metafora ben calzante della realtà, dell’ andazzo contemporaneo che sacrifica colori e tradizioni in nome della efficienza e della omologazione della società industriale e consumistica (proprio quello che la Cina è diventata). </font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Tutto questo mi ricorda la mia esperienza in Kosovo a cavallo della cosiddetta guerra umanitaria messa in piedi dall’ occidente (industriale e consumista).</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">La prima volta che sono arrivato in quel paese arretrato ed agricolo –poco prima della mobilitazione militare -, ho provato grande curiosità per due oggetti che facevano parte della quotidianità della gente kosovara. Si trattava di un copricapo e di un macinino per caffè. Il primo era una specie di zuccotto di lana cotta bianca che tutti, proprio tutti, gli anziani indossavano. Il secondo era un macinino di ottone che in qualche modo mi ricordava un minareto stilizzato, usato in tutte le famiglie per preparare un caffè alla turca del quale mi è rimasto ancora in bocca il senso farinoso della sua posa. </font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Io ero lì come giornalista, ma alla fine della mia missione non ho mancato di portarmi a casa due ricordi del posto: lo zuccotto ed il macinino.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Ho seguito per mesi dall’ Albania <span> </span>le vicende kosovare, la guerra e la “liberazione”, ma per una strana coincidenza ho rimesso piede in Kosovo solo diversi mesi dopo l’ inizio dell’ amministrazione internazionale della regione. Al mio ritorno non ho quasi più trovato traccia dei miei copricapo e dei miei macinini. I mercati, immediatamente invasi di merci occidentali e resi opulenti dall’ immensa quantità di danaro riversato dalle organizzazioni internazionali, dai governi e dalla malavita organizzata, erano diventati tutt’altra cosa rispetto a quelli che avevo conosciuto. Era estate, e prodotto assolutamente best seller erano i condizionatori. Per il caffè imperversavano <span> </span>le macchine a pressione (quelle simil-bar, per intenderci) e in quanto ai copricapo di lana cotta, erano spariti e non per colpa della calura estiva. Il Kosvo scimmiottava con la sua fatua ricchezza (in realtà è rimasto un posto poverissimo) il mondo industriale e consumista, a partire dal modo di fare il caffè.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">In quello sradicamento delle tradizioni ho sentito la stessa violenza che oggi intuisco nelle immagini che vengono dal Tibet. Al di là della politica, negli sfollagente della polizia cinese ci ritrovo tanta della mania modernizzatrice, omologante e consumistica dell’ occidente<span>  </span>(se vogliamo la stessa che promuove e si promuove nella scintillante vetrina delle Olimpiadi). E’ questione di abiti. Per formazione non ho antipatia ideologica per le divise militari (sono ex allievo della scuola Militare “Nunziatella”), ma fino<span>  </span>quando non finirà il massacro tibetano voglio indossare qualcosa di arancione. Sarà la mia tonaca. Il mio cercare di preservare il senso dell’ appartenenze a delle tradizioni. Non sono tibetano, ma le mie radici amputate dalla modernità fanno male, come i colpi di sfollagente. <span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span></font></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Il mio libro è uscito e mi ha lasciato solo a casa]]></title>
<link>http://blogmauriziolandi.wordpress.com/2008/03/13/il-mio-libro-e-uscito-e-mi-ha-lasciato-solo-a-casa/</link>
<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 22:20:45 +0000</pubDate>
<dc:creator>Maurizio Landi</dc:creator>
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<description><![CDATA[E’uscito il mio primo romanzo e ieri, in anteprima , l’ ho presentato a Milano. Una bella serata a S]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman"><a href="http://blogmauriziolandi.wordpress.com/files/2008/03/presentazione1.jpg" title="Link diretto al file"><img width="171" src="http://blogmauriziolandi.wordpress.com/files/2008/03/presentazione1.thumbnail.jpg" alt="presentazione1.jpg" height="125" /></a>E’uscito il mio primo romanzo e ieri, in anteprima , l’ ho presentato a Milano. Una bella serata a Spazio Tadini che per me è stata come se fosse il ballo d’ingresso in società di mia figlia. Appena terminata la presentazione &#8211; una piacevole chiacchierata sul libro, sulla tecnologia, sul mestiere del giornalista e sull’arte del vivere portata avanti con i miei passati direttori <span> </span>Giorgio Rivieccio e Giancarlo Santalmassi &#8211; ho avuto chiara la sensazione che il mio “Il cane e l’arte del volo a vela” vive, ormai, una sua vita autonoma.</font></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Nel corso della serata saranno state vendute poche decine di copie e ad ogni acquirente sarà capitato di sfogliare poche pagine. Frammenti di un pubblico potenziale e di una lettura integrale che, però, non hanno mancato di riflettermi le prime impressioni dei lettori. E proprio in questo ho percepito la acquistata autonomia di quanto ho prodotto.</font></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Nei commenti, nelle riflessioni, nelle emozioni che mi sono stati comunicati ho visto chiaramente che il testo ha incominciato ad adattarsi ai singoli lettori, abbandonando ineluttabilmente quella che fino ad ieri era stata la sua unica chiave di lettura: quella immaginata, cercata e creduta dal suo autore, cioè me. </font></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Fino ad ieri quel testo aveva avuto un unico ritmo di lettura (il mio), un’unica voce (la mia), un unico mondo di riferimento (io mio), ma sono bastati pochi minuti delle curiosità altrui per dare la stura ad un turbine di nuove sensazioni, diverse e per me impreviste ed inedite. </font></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Il mio libro non ha più un autore, ma dei lettori. E’ uscito da casa mia per andare da solo in giro per il mondo. Ha un bel vestito ed è stato tirato su bene. Quella di ieri è stata una bella festa. Ma alla fine della serata sono stato io a ritornare da solo a casa. </font></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Auguri al mio libro ed al bel cane che porta in copertina.</font></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Grazie a Giorgio e Giancarlo per le loro parole ed al nostro comune amico Francesco Tadini per l’ ospitalità. Lo faccio anche per il libro, che non ha avuto neanche il tempo di ringraziare. Per pochi o tanti che saranno aveva i suoi lettori da raggiungere.</font></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Il giornalismo è morto, o perlomeno gode di pessima salute. ]]></title>
<link>http://blogmauriziolandi.wordpress.com/2008/03/08/il-giornalismo-e-morto-o-perlomeno-gode-di-pessima-salute/</link>
<pubDate>Sat, 08 Mar 2008 15:08:16 +0000</pubDate>
<dc:creator>Maurizio Landi</dc:creator>
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<description><![CDATA[ Ieri ho letto un’intervista ad un mio ex direttore che da qualche anno fa l’ autore di ameni progra]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><font face="Times New Roman"> </font><font face="Times New Roman">Ieri ho letto un’intervista ad un mio ex direttore che da qualche anno fa l’ autore di ameni programmi televisivi di grande successo. E’ passato dall’informazione al “Grande Fratello” e qualcuno gli imputava la cosa come una colpa.<span>  </span>Con grande lucidità, sua dote indiscutibile, il mio ex direttore<span>  </span>confutava l’accusa. Il suo ragionamento, più o meno, era: l’ informazione non esiste più, esiste la comunicazione. Esiste il flusso indefinito di immagini e di dati che avvolge il mondo, ed in questa giostra l’ unico messaggio che passa è quello dello spot, per definizione superficiale e non analitico. Se questo è il mondo, piuttosto che ripetersi nella liturgia ormai priva di senso di un giornalismo che sempre più riflette acriticamente i comunicati stampa, tanto vale darsi alle scatole di Bonolis ed alla traduzione italiana dei format stranieri. D’altra parte, i comunicati sono redatti dai consigli di amministrazione delle aziende e dai gruppi di potere, gli stessi che di solito investono in spot. E, allora, tanto vale accontentarli in forma esplicita, si guadagna in correttezza e dignità.</font></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Non so se condividere l’abdicazione, ma il ragionamento non fa una piega. <span> </span>Da quando ho iniziato questo mestiere, che al di là di tutto ha molto nobilitato e mobilitato la mia esistenza, le cose sono profondamente cambiate. Io ho assistito agli ultimi giorni nei quali era possibile andare a caccia di notizie. Le agenzie di stampa erano un lusso dei grandi giornali ed il sottoscritto, baldanzoso apprendista in cronaca locale, le notizie le doveva cercare. I comunicati ed i fax esistevano, certo, ma esisteva ancora un minimo di rapporto diretto e presonale con le fonti. Oggi che anche il più sgangherato consigliere comunale di paese e l’ultima associazione bocciofila hanno il loro ufficio stampa, o perlomeno la possibilità di gestire un sito web ed inviare migliaia di mail in un secondo, che bisogno c’è di avere rapporti diretti? Oggi che anche la meno tecnologica delle casalinghe ha la possibilità di filmare e mettere su You Tube le immagini dell’ incidente stradale capitato sotto il suo balcone o che milioni di blog dissertano sugli argomenti più impensati, che senso ha andare in giro per il mondo a vedere e raccontare cosa succede?</font></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Per troppi anni ci siamo limitati a riflettere quanto le agenzie di stampa ci mandavano, approfittando del nostro monopolio del fax e del telefono. Ed oggi che la diffusione della rete rompe il nostro privilegio tecnologico, rendendo <span> </span>tutti, ma proprio tutti, capaci di produrre e diffondere informazioni, il nostro mestiere rischia di diventare superfluo, o, peggio, pura tappezzeria. Certo, tra i nostri compiti professionali non c’èra il solo diffondere informazioni, ma – oserei dire soprattutto -<span>  </span>anche verificarle ed analizzarle sulla scorta della nostra coscienza e cultura. Purtroppo, verifica ed analisi sono diventati sempre più optional nel nostro lavoro quotidiano, per nostra pigrizia, per carenza di tempo, e per felice volontà degli editori che nel copia ed incolla – tra l’ altro reso sempre più comodo dal computer – hanno trovato il modo migliore e più economico per riempire pagine (o minuti) da imbottire di pubblicità.</font></p>
<p style="text-align:justify;margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">E così, nell’epoca della rete, in nostro mestiere rischia di scomparire. A meno di non riscoprire il travaglio usato della verifica e dell’ analisi. In un flusso indefinito di comunicazioni e di comunicatori c’è, forse, ancora più bisogno di chi verifica ed analizza le notizie. In un mondo nel quale tutti comunicano con tutti, per noi altri l’ unica possibilità di sopravvivenza è fare informazione. Senza abdicare. <span> </span><span> </span><span> </span><span> </span><span> </span></font></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
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<title><![CDATA[Vecchio lavoro da cinesi]]></title>
<link>http://blogmauriziolandi.wordpress.com/2008/02/08/vecchio-lavoro-da-cinesi/</link>
<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 11:50:00 +0000</pubDate>
<dc:creator>Maurizio Landi</dc:creator>
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<description><![CDATA[Ieri ho visto un documentario sulle condizioni di lavoro degli operai dell’ industria tessile cinese]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Ieri ho visto un documentario sulle condizioni di lavoro degli operai dell’ industria tessile cinese. Informato e poetico, meraviglioso. Raccontava la storia di una quindicenne di una provincia agricola emigrata in una zona industriale per lavorare, anche più di venti ore al giorno, alla rifinitura dei blue jeans.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">La diaspora industriale cinese sradica ogni anno oltre cento milioni di contadini, desinati a diventare la manodopera a bassissimo costo che alimenta il boom produttivo del pirotecnico paese asiatico ed il mercato globalizzato in cerca sempre del maggior numero di merci a prezzi sempre più bassi.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">Dopo mesi di duro lavoro, con paghe inferiori ad un euro al giorno, la ragazzina si avvicinava al capodanno con la consapevolezza di non avere i soldi per il biglietto del treno per andare a trascorrere la festività con la famiglia. In quella malinconia, ricordava le consuetudini di casa per l’ inizio del nuovo anno: il padre che cucinava una ricetta rituale, la madre che le cuciva un vestito nuovo e lo zio che si ubriacava. Cose che, in una perfetta consapevolezza contadina, le scandivano il tempo e le davano un senso di appartenenza.</font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">La cinesina era stata derubata del tempo (non solo quello che le mancava per dormire) e dell’ appartenenza. Lei, piccola perla della collana che da sempre unisce gli individui al tutto era stata isolata, sciolta dalla catena, per finire nelle catene della modernità. Ho pianto la sua storia e la mia, persone così lontane e diverse, ma entrambe paracadutate nella società degli individui, della produzione e del progresso. Corridori di una scalata che – come spiega bene Massimo Fini &#8211; non ha lo striscione di arrivo. </font></p>
<p style="margin:0;" class="MsoNormal"><font face="Times New Roman">E’ così dall’ invenzione in Europa della spoletta volante, dei telai che hanno dato origine alla rivoluzione industriale. Da allora non si produce più per l’uso, ma per il mercato. E’questo il dio che si è posto al centro dell’ universo, rompendone i suoi cicli ed i suoi vincoli. Non siamo più parte del mondo, ma individui, <span> </span>produttori e consumatori, nella migliore delle ipotesi con qualche diritto e qualche euro in più nella busta paga (magari per comprare a cento euro quel paio di jeans – griffato – pagato all’ origine meno di cinque). <span> </span></font></p>
</div>]]></content:encoded>
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<title><![CDATA[B Life]]></title>
<link>http://blogmauriziolandi.wordpress.com/2008/02/02/b-life/</link>
<pubDate>Sat, 02 Feb 2008 13:23:17 +0000</pubDate>
<dc:creator>Maurizio Landi</dc:creator>
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<description><![CDATA[Oggi sono andato a vedere Bee Movie con mia figlia di tre anni. Una cosa banale da genitore, se non ]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p><font size="3"><font face="Times New Roman">Oggi sono andato a vedere Bee Movie con mia figlia di tre anni. Una cosa banale da genitore, se non fosse per quanto ho sentito alla radio dopo avere visto le vicende sceneggiate delle operose protagoniste del film. Le api, quelle vere, se non rischiano l’estinzione per lo meno sono vittime di una drammatica moria. Il cinquanta percento delle abitanti delle nostre arnie è morto, lamentava il presidente degli apicoltori, aggiungendo che le cause di questa ecatombe sono tre: un parassita esotico – gadget compreso nel prezzo della globalizzazione -, le modifiche del clima alle quali i piccoli insetti non riescono ad abituarsi, e l’impiego massiccio di pesticidi in agricoltura. Addirittura c’è chi ipotizza che c’entrino anche i nostri telefonini. Le frequenze dei cellulari disturberebbero i sensi dell’ orientamento dei piccoli animali, impedendo loro di trovare la via dell’ alveare.</font></font><font size="3"><font face="Times New Roman">Si, ma noi che ce ne cala delle api? </font></font><font size="3"><font face="Times New Roman"><span style="color:black;">«</span><span style="color:black;">Se un giorno le api dovessero scomparire, all&#8217;uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita</span><span style="color:black;">»</span><span style="color:black;">, sembra abbia detto Albert Einstein. Dico sembra perché alcuni ritengono che la frase sia un apocrifo, per giunta recente. La frase è citata abbondantemente dai media, ma non sembra essere mai stata trovata la fonte originaria.</span> Qualcuno ritiene che il falso sia stato coniato da alcuni apicoltori<span>  </span>francesi per evidenziare proprio la drammatica moria dei piccoli insetti.</font></font><font size="3"><font face="Times New Roman">Vera o falsa che sia la frase restano, però, due certezze. In primo luogo la moria in sé ed in secondo luogo la drammatica verosimiglianza della frase attribuita ad Einstein. Se davvero le api comparissero non ci perderemmo solo il miele. Finite le alpi finita l’ impollinazione e di conseguenza finite un po’ di specie vegetali ed alimentari. E via via la catena delle ripercussioni colpirebbe pure l’uomo.</font></font><font size="3"><font face="Times New Roman">Un po’ di anni fa una giornalista esperta in banalità chiese ad un centenario nel giorno del compleanno quali erano stati i cambiamenti più importanti del secolo che aveva vissuto. Abituato alla ciclicità della sua vita di contadino, il vecchio non capì la domanda. E non rispose. Che volete? Per lui automobili, radio, televisione e qualche altra diavoleria della modernità erano accessori, banalità non in grado di modificare l’essenza del vivere. Già, ma se queste cose in sostanza non ci hanno cambiato la vita, potrebbero, però, togliercela.</font></font></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Volo a fianco del bellissimo ASW19]]></title>
<link>http://oruam.wordpress.com/2006/10/17/4/</link>
<pubDate>Tue, 17 Oct 2006 12:43:55 +0000</pubDate>
<dc:creator>oruam</dc:creator>
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<description><![CDATA[Breve filmato effettuato da me sul nuovo LS4 a fianco del glorioso ASW19 pilotato da messier Corrad.]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Breve filmato effettuato da me sul nuovo LS4 a fianco del glorioso ASW19 pilotato da messier Corrad.</p>
<p><code><span style='text-align:center;display:block;'><object width='400' height='330' type='application/x-shockwave-flash' data='http://video.google.com/googleplayer.swf?docId=-7888953229736819212'><param name='allowScriptAccess' value='never' /><param name='movie' value='http://video.google.com/googleplayer.swf?docId=-7888953229736819212'/><param name='quality' value='best'/><param name='bgcolor' value='#ffffff' /><param name='scale' value='noScale' /><param name='wmode' value='window'/></object></span></code></p>
</div>]]></content:encoded>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Rieccolo]]></title>
<link>http://oruam.wordpress.com/2006/07/23/rieccolo/</link>
<pubDate>Sun, 23 Jul 2006 15:12:24 +0000</pubDate>
<dc:creator>oruam</dc:creator>
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<description><![CDATA[Beh, è passato un po&#8217; di tempo dall&#8217;ultima volta che ho scritto. Non sono un gran chiacc]]></description>
<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><p>Beh, è passato un po&#8217; di tempo dall&#8217;ultima volta che ho scritto. Non sono un gran chiaccherone e men che meno uno scribacchino.</p>
<p>Comunque eccomi qui a parlare di volo.</p>
<p>Anno cominciato in sordina, ormai mi ero rassegnato ad un basso profilo come volovelista, ma invece&#8230; sono rimasto di basso profilo ma ho aumentato il chilometraggio.</p>
<p>La scuola GuliRompi ha sortito qualche effetto ed unita a giornate incredibili mi ha permesso di avere una stagione di volo incredibile (per il mio livello).</p>
<p>Chi possiede qualche programma di analisi dei tracciati di volo, potete trovare <a href="http://www2.onlinecontest.org/olcphp/2006/ausw_wertung.php?olc=olc-it&#38;spr=en&#38;ein_name=22938&#38;dclp=bd61f551dacd4e6e5498c71e7322df2e" title="Voli 2006 di mauro" target="_blank">qui </a>i miei voli.</p>
<p>Ho anche un <a href="http://picasaweb.google.com/voloavela" title="Foto Album" target="_blank">album di google</a> in cui metto alcune foto dei voli che ho fatto.</p>
<p><img src="http://lh3.google.com/voloavela/RLQ0sUWVABI/AAAAAAAAAAM/8RnaBpMx6mE/img_3662.jpg?imgmax=640" alt="Lago vicino a Obervellach" height="300" width="400" /></p>
</div>]]></content:encoded>
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